Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 511 del 21/9/2004
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Si riprende la discussione.

(Ripresa esame dell'articolo 32 - A.C. 4862 ed abbinate)

PRESIDENTE. Riprendiamo l'esame dell'articolo 32.
Ricordo che questa mattina il relatore ed il rappresentante del Governo hanno espresso il parere sulle proposte emendative presentate all'articolo 32.
Passiamo alla votazione dell'emendamento Leoni 32.6.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Bettini. Ne ha facoltà.

GOFFREDO MARIA BETTINI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, l'emendamento in esame vuole semplicemente riconfermare il testo costituzionale che qualche anno fa ha ribadito solennemente che Roma è la Capitale della Repubblica e che il suo assetto, i suoi poteri ed il suo ordinamento devono essere decisi dal Parlamento italiano con legge ordinaria, vale a dire che la funzione, il futuro e il destino della Capitale sono questioni che riguardano tutto il paese e che rappresentano quindi un fondamentale interesse nazionale. Caro Presidente, questo è un concetto così evidente e così naturale, che non andrebbe spiegato, ma ho il sospetto che in questa sede a qualcuno vada spiegato!
Ogni grande paese è orgoglioso della sua capitale e riconosce volentieri l'onere, che su di essa pesa, di un doppio lavoro, per essere al tempo stesso una grande città ed un centro fondamentale di rappresentanza politica, diplomatica, culturale e internazionale, da svolgere a nome di tutta la collettività nazionale. Per questo, dovunque, le capitali più prestigiose godono di un rapporto diretto con i Parlamenti e di un'autonomia normativa e finanziaria del tutto particolare. È così per Berlino, per Londra, per Parigi, per Bruxelles, per Washington, per Madrid. Oggi, con il testo che ci presentate - equivoco, confuso e sbagliato -, questo semplice ragionamento per Roma Capitale della Repubblica italiana viene rimesso in discussione. Ciò è tanto più grave se si pensa a Roma e alla sua straordinaria e particolare realtà. Roma non è solo la Capitale del paese: essa ha l'onore di ospitare la Santa Sede; ha una superficie, come città, dieci volte quella di Milano e pari a quella di Parigi, Berlino, Bruxelles e Stoccolma messe insieme. Inoltre, essa ha un patrimonio archeologico, artistico e culturale unico al mondo, che va faticosamente protetto, conservato e valorizzato. Infine, Roma storicamente ha consolidato uno svantaggio, nei trasferimenti dallo Stato, rispetto ad altre grandi città italiane: al netto, come è ovvio, dei finanziamenti per i grandi eventi, la media per le altre città è di 344 euro pro capite, a fronte di Roma, che ne riceve 264.
Cari colleghi, queste considerazioni avrebbero dovuto spingere tutti noi non solo a confermare le nette e chiare affermazioni sulla Capitale, contenute nel testo costituzionale precedente, ma anche a svolgere un sereno, civile, maturo ed unitario dibattito sul ruolo di Roma, per approvare rapidamente una legge ordinaria del Parlamento, in grado di dare certezze e dignità alla Capitale, nell'interesse di tutti.
No, non solo questo non è stato fatto, ma oggi ci vengono presentate modifiche inaccettabili e pasticciate. Si riconosce l'esigenza di un'autonomia di Roma; essa verrebbe sancita però non solo da una legge del Parlamento, ma - siamo al ridicolo - anche dalla regione Lazio, nell'ambito del suo statuto. Colleghi - vorrei richiamare anche l'attenzione dei colleghi del gruppo di Alleanza nazionale e di quelli più avvertiti della maggioranza -, questo è inconcepibile e non è pensabile in qualsiasi grande paese democratico. È


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grave sul piano concreto. Immaginate, infatti, la confusione dei livelli di decisione e la mancanza di unitarietà, di solennità e di coerenza nel definire l'assetto di Roma, proprio oggi che tutti invocano la semplificazione delle sedi istituzionali e l'eliminazione di inutili sovrapposizioni. È grave sul piano simbolico: la Capitale verrebbe trattata come un qualsiasi capoluogo di provincia o di regione. È grave sul piano temporale: oggi basterebbe approvare al più presto una legge ordinaria per dare un ordinamento nuovo e soddisfacente a Roma. I tempi sarebbero rapidissimi. Con le vostre proposte, invece, i tempi diventano indefiniti e lunghissimi, condizionati dall'iter delle modifiche costituzionali e dalle modifiche dello statuto della regione Lazio, peraltro da poco approvato.
Infine, è grave sul piano politico: proprio mentre si avvia una stagione, resa da voi assai confusa e pericolosa, di maggiore autonomia delle varie parti del paese, il paese stesso non ha meno bisogno, ma più bisogno di una Capitale che rappresenti simbolicamente e concretamente l'unità della nazione. Una Capitale autorevole, moderna ed efficiente, nella quale tutti si possano riconoscere.
Se non si lavora schiettamente per tale obiettivo, allora si avrà un altro segnale che il vostro federalismo non poggia su un sentimento di rinnovata unità, ma cova l'egoismo e l'interesse cieco della separazione.
Avete avanzato nel complesso brutte proposte di modifica costituzionale; ne risulta un compromesso indigesto e contraddittorio, segnato dalla voglia di divisione della Lega, errore che avete cercato di compensare con un altro errore, quello di concentrare, in modo del tutto squilibrato, molti e decisivi poteri nella sola figura del premier, soddisfacendo così voglie sempre presenti nella destra italiana. Non soddisfatti di tutto ciò, vi apprestate a dare uno schiaffo a Roma, alla Capitale del paese.
Per anni, una parte di voi si è riempita la bocca di una retorica tronfia e stucchevole su Roma, su una Roma di cartapesta retorica e falsa, splendente in pochi posti da esibire, mentre crescevano povertà e quartieri popolari indecenti, nei quali deportare i poveracci di un centro storico ripulito.
Quella Roma per fortuna non c'è più e di quella retorica non abbiamo proprio nostalgia. Oggi vi è una Roma reale che è cresciuta economicamente e produttivamente nel reddito più di Milano e della media nazionale e nella quale si riscontra un aumento dell'occupazione e un'alta natalità delle imprese; una Roma che punta sull'innovazione, sui servizi e sulla ricerca e che, nella crisi nazionale del turismo, aumenta la presenza dei visitatori, grazie ad una straordinaria attività culturale e ad un clima di serenità sociale voluto e ricercato dall'amministrazione civica.
Questi non sono proclami retorici; sono dati di una città che dall'attuale Governo, che a partire dal 2005 ha, perfino, definanziato la legge speciale per Roma capitale, meriterebbe molto di più. Ma i romani, cari colleghi, sapranno giudicare queste ostilità e questa indifferenza.
Il centrosinistra governa Roma ormai da quasi 15 anni e continuerà a farlo. La ricetta non è complicata: amiamo e rispettiamo Roma e Roma ci ripaga.
Veltroni, sindaco straordinario, ha un consenso impressionante proprio perché si identifica onestamente e con intelligenza in una missione, in un servizio, in un compito democratico; al contrario di voi che, anche su Roma, avete scelto - mi spiace affermarlo -, al di là delle belle parole, meschini baratti politici e oscure compensazioni (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo, della Margherita, DL-L'Ulivo, Misto-Comunisti italiani, Misto-socialisti democratici italiani e Misto-Verdi-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Giachetti. Ne ha facoltà.

ROBERTO GIACHETTI. Signor Presidente, vorrei iniziare dalle considerazioni svolte dal collega Bettini, in quanto ritengo che il provvedimento in esame, in particolare


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questo articolo 32 e ciò che in esso si prevede - ancorché tentando di nasconderlo - attraverso le modifiche apportate allo stesso, sia frutto di un accordo meschino all'interno della maggioranza, più precisamente tra Alleanza nazionale e Lega Nord. Infatti, se questa proposta dovesse essere approvata - ma confidiamo nel popolo italiano che con il referendum boccerà la riforma della maggioranza - la Lega perseguirà l'obiettivo di vanificare il ruolo di Roma quale capitale federale, lasciando ad Alleanza nazionale piena libertà in ordine ai poteri da attribuirle. In particolare, si trasferisce alla regione la facoltà di rendere Roma subalterna al potere regionale attribuendo al governatore Storace la possibilità di realizzare il progetto al quale lavora da tempo e a cui ha piegato anche Alleanza nazionale.
D'altra parte, i patti di potere prevedono tante altre cose e a spiegarcelo sono proprio i colleghi della Lega. Mi rifaccio ad una dichiarazione resa dal leader della Lega, onorevole Bossi - e, soprattutto perché si tratta di un mio avversario politico, mi rallegro per il miglioramento delle sue condizioni di salute - che, commentando le critiche che il segretario di Alleanza nazionale, onorevole Fini, rivolse alla Lega nel gennaio scorso, affermò testualmente: Fini è uno di quelli che chiedono sempre tante cose per poi accontentarsi di qualche carica.
Ma, prima di intervenire nel merito dell'articolo 32 così come riformulato, intendo sottolineare che buona parte delle modifiche dell'impianto della nostra Costituzione volute da questa maggioranza, anziché tendere, nel nuovo assetto federale dello Stato, a semplificare i rapporti tra le istituzioni e a rendere più snelli i processi nell'esercizio dei poteri, paradossalmente creeranno probabili conflitti o accentueranno quelli già esistenti.
Simbolico è proprio il caso in oggetto, l'articolo 32, nel quale viene introdotta una norma incredibilmente contraddittoria con la quale si attribuisce allo statuto della regione Lazio la definizione di forme e condizioni particolari di autonomia anche normativa per Roma nelle materie di competenza regionale. Dunque, si vuole smontare quel principio, sancito anche attraverso il referendum, secondo il quale Roma, in quanto Capitale d'Italia, ha un rapporto diretto con il Parlamento che le affida i poteri.
Ricordo che Roma vanta un territorio grande quanto Milano, Torino, Genova, Bologna, Napoli, Bari, Catania e Palermo messe insieme e si estende per 1.250 chilometri quadrati, contro i 181 di Milano, tanto per fare un esempio. Ebbene, il particolare status di Roma, come grande Capitale europea, come Capitale del nostro paese e come città metropolitana dai confini vastissimi, diventa oggetto di una disciplina determinata in seno alla regione Lazio, ristretta quindi in un ambito regionale, in totale contraddizione con l'idea stessa di capitale federale come sintesi ed espressione univoca dello Stato.
Invece di andare nella direzione del conferimento di poteri speciali sul piano normativo e finanziario, nell'attribuzione di un particolare ordinamento e di funzioni proprie e peculiari, si riduce il ruolo di Roma a quello di un capoluogo e la si costringe a derivare la sua autonomia direttamente dalla regione; si vuole creare uno Stato federale, la cui Capitale può essere tale solo attraverso il filtro dello statuto della regione Lazio che, peraltro, - come ha giustamente ricordato l'onorevole Bettini - è stato approvato recentemente.
Tutto questo appare davvero assurdo, non solo dal punto di vista simbolico e concettuale, ma anche da quello pratico e rischia di produrre - e li produrrà - conflitti e restrizioni di tipo tecnico, politico e legislativo, assolutamente evidenti e di cui non tarderemo a renderci conto. Se non fosse che nel suo rapporto con Roma Capitale il Governo ha già dato prova di quali siano il peso e il ricatto di un partito della maggioranza - nella fattispecie della Lega -, staremmo a chiederci come si possa concepire una tale assurdità; la logica costituzionale, vigente nella gran parte degli Stati europei, vorrebbe infatti che, nel momento in cui si dà vita ad uno Stato federale, lo status della capitale dovrebbe trovarsi al massimo livello gerarchico


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dal punto di vista territoriale, immediatamente inferiore soltanto a quello dello Stato.
Non ho il tempo di farlo, ma potrei citare centinaia di dichiarazioni provenienti dai colleghi della Lega per spiegare quale siano il valore e la funzione che si vuole dare a Roma. Non vedo adesso il ministro Calderoli, ma basti pensare che il ministro, incaricato di accompagnare questa riforma, è la stessa persona che nel 1999 organizzò la marcia contro «Roma ladrona», simboleggiata dal Colosseo in fiamme, raffigurato su tutti i gadget e i manifesti della Lega. Inoltre, come recitava una notizia ANSA di allora, il ministro Calderoli si lasciò sfuggire un tipico slogan da stadio, urlato dalle tifoserie in trasferta all'Olimpico. Ripeto che un ministro di questa Repubblica, allora segretario della Lega, urlò: «Nerone ce l'ha insegnato, bruciare Roma non è reato». Tanto per essere di parola allora, tirò fuori e mostrò un accendino alla bisogna. Siamo costretti a misurarci con tutto ciò; sulla riforma e sulla maggioranza grava inevitabilmente il peso della Lega e dei suoi ricatti.
Purtroppo il discorso esula da considerazioni che abbiano una logica diversa da quella che vede la città Capitale della nostra Repubblica, confinata ad un ruolo di serie B rispetto a tutte le altre capitali europee, di fatto subalterna e dipendente dal ruolo della regione in cui essa ha sede.
Questo Governo non si occupa né tantomeno si preoccupa davvero di dare a Roma ciò che le spetta; in fondo, fin dai tempi della campagna elettorale del 2001, si era capito che gli interventi strutturali di sostegno a Roma, promessi dal Presidente del Consiglio, restavano e sarebbero restati pura propaganda. Vi ricordo quanto Berlusconi dichiarò all'epoca della candidatura a sindaco di Tajani contro Walter Veltroni: costruzione della metropolitana con uno stanziamento di 4.400 miliardi di lire; recupero delle periferie con un piano triennale che prevedeva 3 mila miliardi di investimenti; messa a regime dell'alveo del Tevere con investimenti per 2.200 miliardi; ristrutturazione del sistema idrico della capitale, pari a 8.800 miliardi; piastra di collegamento per il traffico su gomma e ferroviario tra Civitavecchia e Fiumicino, con investimenti pari a 490 miliardi.
Tutte queste promesse hanno fatto la stessa fine dell'aumento delle pensioni minime per tanti pensionati o della riduzione delle tasse per tutti noi. Sono solo alcune delle promesse, mai mantenute, cui siamo abituati e che, nello specifico, costituiscono il frutto di una politica elettorale, una politica che stipula contratti poi calpestati, buona quindi ad acquisire preferenze, che poi, al momento giusto, diventa inutile e viene lasciata nel dimenticatoio.
Anche quest'anno è stata riproposta una manovra sulla finanza pubblica che ha penalizzato fortemente comuni e regioni e, in particolare, Roma: il 10 per cento circa di decurtazione va infatti ad incidere direttamente sulla crescita e sulla vita quotidiana della città.
L'azione contro Roma condotta da questa maggioranza, in particolare, come ho ricordato, attraverso l'iniziativa della Lega, si riscontra in numerosi casi, anche dal punto di vista simbolico: mi riferisco, ad esempio, al prosciugamento, già ricordato dal collega Bettini, del fondo per Roma capitale, che quanto meno dava ossigeno per fare fronte alle numerose necessità e funzioni di cui Roma deve farsi carico, in quanto Capitale d'Italia. Se a tutto ciò aggiungiamo i tagli significativi sui servizi ai cittadini previsti dalla legge finanziaria, ben comprendiamo come dalla diminuzione delle risorse destinate al sistema delle autonomie locali derivi la minore qualità dei servizi, come dimostrano i numerosi dati in materia.
Bisognerebbe domandarsi, parlando di federalismo, come possa un Governo che si dice convinto della necessità di adottare il nuovo ordinamento in esame, proporre soluzioni tanto estranee al federalismo stesso. Lo abbiamo visto nei tagli ai finanziamenti, che vanno nella direzione opposta rispetto a una politica di sviluppo e al riconoscimento dell'autonomia gestionale degli enti e delle amministrazioni locali; lo vediamo oggi, in questa pervicace


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volontà di misconoscere il ruolo di Roma, attraverso un progetto strategico che ha come baricentro la pianura padana, e in cui il processo di delocalizzazione corrisponde a un'idea ben precisa.
Signor Presidente, intendo concludere il mio intervento laddove esso è iniziato. La norma in esame, di cui proponiamo la soppressione, è frutto di un compromesso tra due forze della maggioranza che piegano Roma per portare a casa ciascuna i propri interessi. Sappiano gli elettori di Alleanza nazionale - e a Roma glielo faremo sapere - che in questo modo i deputati di Alleanza nazionale e il «governatore» Storace tradiscono gli impegni e tradiscono il rapporto con Roma e con la regione Lazio. Sappiano gli elettori della Lega che in questo modo saranno privati della possibilità di concorrere, attraverso i loro rappresentanti, alla definizione dell'ordinamento di Roma Capitale federale perché tale competenza sarà trasferita nelle mani del «governatore» Storace, e non risulta che la Lega abbia rappresentanti nel consiglio regionale del Lazio.
Questo è ciò che tentiamo di denunciare, signor Presidente. Si tratta del primo e simbolico esempio della natura degli accordi che hanno portato alla pax nella maggioranza (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Deiana. Ne ha facoltà.

ELETTRA DEIANA. Signor Presidente, ritengo che la discussione che stiamo conducendo sul ruolo di Roma sia emblematica e paradigmatica della discussione sul senso generale e sulle finalità del progetto di revisione costituzionale in esame.
Ritengo sia un'ovvietà affermare che bisognerebbe avere una consapevolezza forte della stretta e ineludibile connessione, sia sul piano storico-politico sia, mi permetto di aggiungere, su quello sentimentale, per chi appartiene a questo paese, tra l'esistenza della Repubblica italiana e il fatto che Roma sia la sua capitale. Tale connessione è sancita nella legislazione ordinaria, dalla legge risorgimentale che proclamò la città Capitale del Regno a quelle adottate in epoca repubblicana per interventi di sostegno alle funzioni specifiche della Capitale.
In realtà, dietro la discussione su Roma si nasconde la discussione sull'avvio di un progetto rovinoso consistente nella revisione di parti fondamentali della Costituzione. Si tratta di una discussione in cui il Parlamento della Repubblica è costretto a subire il pesante condizionamento delle strategie antiunitarie e dei calcoli politici della Lega e degli alleati di Governo.
Così, all'inserimento di Roma Capitale in Costituzione fa da ben più corposo contraltare la cosiddetta devolution, cioè quel progetto di sfinimento simbolico e smembramento operativo del tessuto unitario dello Stato italiano che la Costituzione sancisce e che Roma Capitale rappresenta.
Si tratta di un progetto che viene da lontano - ne hanno parlato i colleghi poc'anzi, in particolare il collega Giachetti - e che ha fatto molti adepti anche in ambiti impensabili prima che il ricatto della Lega diventasse il vero collante che tiene insieme la Casa delle libertà. Nell'oltraggiosa definizione con cui la Lega ha costantemente etichettato la Capitale, in quel reiterato e mai accantonato «Roma ladrona» c'è il succo della questione!

MASSIMO POLLEDRI. Presidente, ha detto «Roma ladrona»!

ELETTRA DEIANA. Ma quel succo lo ritroviamo nel comma 2 dell'articolo 32, in quella pretesa di subordinare l'autonomia della capitale entro i limiti e le modalità previsti dallo statuto della regione Lazio.
Personalmente non credo che nel disegno - se c'è un disegno in questo guazzabuglio di proposte che chiamate revisione della Costituzione - vi sia l'idea di regalare Roma al governatore Storace (anche perché Storace non è eterno, anzi io mi auguro che alle prossime elezioni regionali non vi sarà). In realtà, l'idea è molto più radicale ed è quella di derubricare


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la funzione di Roma come Capitale della Repubblica unitaria a ruolo regionale, sostanzialmente subordinata agli statuti regionali. Non si tratta, quindi, soltanto di una scelta politica e congiunturale, ma è la concretizzazione del disegno strategico che domina l'intero provvedimento: lo smembramento dell'unità nazionale e quindi la consegna della capitale alla dimensione regionale e il suo imprigionamento all'interno delle regole della regione. Il comma 2 parla chiaramente di questo tentativo: per quanto riguarda la reale valenza della specialità di Roma, le sue funzioni, la sua autonomia e le risorse di cui disporre, tutto questo diventa problema regionale.
Vorrei concludere pertanto il mio intervento sottolineando che la questione è di grandissimo rilievo e che il voto contrario a questo articolo spiega molto chiaramente la nostra contrarietà all'impianto generale da cui l'articolo 32 scaturisce (Applausi dei deputati dei gruppi di Rifondazione comunista e Misto-Comunisti italiani).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Olivieri. Ne ha facoltà.

LUIGI OLIVIERI. Signor Presidente, vorrei aggiungere anche la mia riflessione sul complesso degli emendamenti al vigente articolo 114 della Costituzione che non per nulla è il primo articolo del Titolo V, che riguarda una parte assolutamente significativa e determinante del nostro testo costituzionale e che è stata oggetto di intervento riformatore alcuni anni fa, esattamente con la legge 18 ottobre 2001, n. 3, la legge costituzionale che recava nel proprio titolo «Ordinamento federale della Repubblica».
Il mio intervento tende a spiegare le ragioni per cui noi Democratici di sinistra - ma l'opposizione nel suo complesso - siamo assolutamente contrari ad ogni modifica del vigente testo costituzionale e non perché noi siamo coloro che non accettano il processo riformatore, tutt'altro: noi riteniamo che il processo riformatore, quando è essenziale, debba essere attuato, ma non a qualsiasi condizione.
Dico, Presidente, che l'attuale formulazione, ossia che la Repubblica è costituita dallo Stato, dalle regioni, dalle province, dai comuni e dalle città metropolitane, è sufficientemente esaustiva di una concezione specifica, che già esiste e che già esisteva ancora prima dell'intervento costituzionale del 2001: la distinzione tra Stato e Repubblica; ovverosia, il considerare la Repubblica non come una persona giuridica pubblica ma come un ordinamento comunità. Ciò significa che la Repubblica può esprimersi soltanto attraverso le persone giuridiche dello Stato, delle regioni, dei comuni, delle province e delle città metropolitane.
Questa è la ragione sostanziale che, oltre alle argomentate e dotte delucidazioni fornite dal collega Bettini, riguardanti il terzo comma dell'articolo 114 su Roma capitale d'Italia, che si intende emendare, motiva la nostra contrarietà a qualsiasi modificazione dell'attuale articolo 114 della Costituzione (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Bressa. Ne ha facoltà.

GIANCLAUDIO BRESSA. Signor Presidente, noi riteniamo che l'articolo 114 debba rimanere così com'è, per una ragione sostanziale e di fondo.
Il nostro modello federale non nasce, come altri Stati federali, dall'unione di Stati autonomi, ma da uno Stato unitario. L'articolo 114 della Costituzione, che recita «la Repubblica è costituita dai comuni, dalle province, dalle città metropolitane, dalle regioni e dallo Stato», è la chiave di lettura di questo nostro modello federale. Province, comuni, regioni, città metropolitane e Stato sono equiordinati. Hanno tutti la stessa responsabilità nel costituire il patto federativo.
Il centro non è più lo Stato, ma è la Repubblica; questo è il senso della riforma


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del Titolo V, e pertanto noi vogliamo ancora, anche quest'oggi, ribadire la grande - a nostro modo di vedere - innovazione istituzionale che la passata legislatura ha prodotto.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Cento. Ne ha facoltà.

PIER PAOLO CENTO. Signor Presidente, credo che l'articolo oggi in discussione sulla capitale della Repubblica federale mostri con evidenza quale sia il patto scellerato che la maggioranza di centrodestra ed il Governo hanno realizzato su questa riforma costituzionale, e come questo patto scellerato in realtà non abbia messo al centro un disegno politico per il futuro e per le regole del funzionamento del nostro paese, ma semplicemente un accordo che consenta, in questo caso specifico alla Lega e ad Alleanza nazionale, di presentarsi davanti ai propri elettori ingannandoli in merito al risultato raggiunto, dopo una polemica che ha contraddistinto in particolare il centrodestra e la Lega contro Roma, le sue funzioni di capitale, la sua capacità di essere città guida in un sistema unitario nazionale, quali sono il nostro paese e la nostra Repubblica costituzionale.
Allora, anziché fare i conti con la necessità (che io credo qualsiasi persona in buona fede abbia potuto verificare direttamente), di dotare Roma di strumenti e ruoli che, al pari delle altre grandi capitali europee, la mettano in condizione di svolgere adeguatamente la propria funzione di capitale, con questo articolo della Costituzione Roma viene ridotta a ruolo marginale, resa subalterna per un calcolo politico alla regione Lazio, solo perché oggi, mentre discutiamo di questa riforma, alla regione Lazio vi è il governatore Storace del centrodestra, così che Alleanza nazionale potrà utilizzare questo argomento miope nella prossima campagna elettorale regionale.
Di questo, certamente, anche in ragione di questo voto e della modifica costituzionale che stiamo discutendo oggi, si ricorderanno i cittadini di Roma e del Lazio, i quali non cadranno nella trappola e, anche per questa ragione, bocceranno una meschina operazione e bocceranno il governatore Storace, in occasione della prossima competizione elettorale.
Tuttavia, nel momento in cui Roma assume quelle dimensioni territoriali, economiche e sociali giustamente ricordate in precedenza nel corso degli interventi di altri colleghi dell'opposizione - in particolare dal collega Bettini e dal collega Giachetti -, noi pensiamo di risolvere in maniera miope e demagogica la questione di Roma capitale, delegando la definizione dei suoi ruoli e delle sue competenze, necessariamente particolari, ed affidando alla regione Lazio il compito di occuparsene nell'ambito del suo statuto. Infatti, lo statuto regionale è stato approvato e sappiamo con quale lungimiranza si è guardato al rapporto, che pure ci deve essere ed è fondamentale, tra la potestà regionale ed una grande città come Roma, che aspira a trasformarsi e a divenire una grande area metropolitana. È un argomento di cui nessuno parla, ma che rimane uno degli obiettivi strategici, se si vuole dotare la capitale di funzioni adeguate.
Più volte, come gruppo dei Verdi e non solo, avevamo affermato, anche in questa sede, che vi erano un modo e uno strumento per affrontare la peculiarità di Roma capitale, cioè quello di una legge ordinaria nell'ambito di una discussione parlamentare unitaria, perché Roma è questione non soltanto dei romani e dei cittadini di Roma ma è questione nazionale, che riguarda i parlamentari ovunque eletti nel territorio nazionale. Avevamo affermato: si affronti, in questa sede, con gli strumenti ordinari, una discussione seria sui poteri da attribuire a Roma, e magari nella stessa sede si affronti anche...

PRESIDENTE. Onorevole Cento...

PIER PAOLO CENTO. ... la questione dei poteri delle altre città. Purtroppo, si è preferita la polemica politica e - mi sia consentito - anche la polemica razzista,


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quella che consente, magari, al sindaco Albertini di fare battute da quattro soldi nei confronti di Roma, strumentalizzando i fatti accaduti allo stadio Olimpico e dimenticando ciò che accadeva allo stadio San Siro, dove venivano lanciati i motorini. Questa è la conseguenza di un dibattito svoltosi in maniera demagogica, che rischia di mettere Roma contro Milano e contro le altre città italiane. Noi non cadremo in questa trappola.
Questa è la ragione per cui riproponiamo, in questa sede, la soppressione dell'articolo 32 del disegno di legge costituzionale in esame e la necessità di affrontare la questione di Roma e dei poteri delle altre grandi città del nostro paese con legge ordinaria e non con «accordicchi» e pastrocchi come questi, che ledono l'intelligenza oltre che la nostra Costituzione (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Verdi-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Tabacci. Ne ha facoltà.

BRUNO TABACCI. Signor Presidente, in realtà, come ha testé dichiarato l'onorevole Bressa, i parlamentari del centrosinistra non intendono modificare l'articolo 114 della Costituzione, così come è stato da essi voluto nella scorsa legislatura. In quella stesura, sono posti sullo stesso piano il ruolo dello Stato e quello delle sue articolazioni periferiche, in ciò determinandosi un evidente vulnus rispetto all'articolo 5 della Costituzione, che non soltanto prevede che la Repubblica è una e indivisibile ma che riconosce e promuove il sistema delle autonomie locali. Mi chiedo: come si può rivendicare, poi - come è stato fatto anche in sede autorevole - l'inserimento di clausole di supremazia che i presidenti dei gruppi della maggioranza hanno apposto all'articolo 120, ma che, in realtà, dovrebbero essere più correttamente apposte all'articolo 117, se mettiamo sullo stesso piano lo Stato e gli enti locali?
L'onorevole Bressa - credo - non vuole modificare questo testo per ragioni politiche, non per altro. Innanzitutto, non c'è la voglia di riconoscere fino in fondo che ciò che è stato realizzato nella passata legislatura è stato un «anticipo» sbagliato. L'autocritica non si è spinta fino a questo punto. Non lo si vuole riconoscere, come se l'aver cambiato la Costituzione con una maggioranza risicata rappresentasse uno spunto buono. L'onorevole Bressa ha difficoltà a riconoscerlo.

GIANCLAUDIO BRESSA. Nessuna difficoltà!

BRUNO TABACCI. Inoltre, nel merito, il ricorso, non ad un sano regionalismo, ma ad un federalismo un po' affrettato li ha indotti a porre sullo stesso piano lo Stato e le regioni.
Ho presentato un emendamento che tende a correggere questo testo. Prendo atto del parere contrario che il relatore ha espresso con molta cortesia, ma vorrei ricordare che su questo punto si è già determinata una convergenza tra i capigruppo della maggioranza e gli onorevoli Bressa e Boato. Com'è noto, il parere favorevole sull'emendamento Elio Vito 32.200 e sull'emendamento già riformulato Boato 32.5 porta a correggere il testo con riferimento ai principi di leale collaborazione e di sussidiarietà. A mio avviso, ciò non risolve completamente il problema; prendo atto tuttavia che è stato compiuto un passo in avanti; è come riconoscere che, in tale fase, agendo frettolosamente, siano nati i «gattini ciechi» che hanno prodotto una serie di momenti difficili di fronte alla Corte costituzionale.
Voglio vedere dove collocherete esattamente la clausola di supremazia dello Stato o dove tratterete il problema della difesa dell'unità giuridica ed economica del paese, perché è lì che si realizza un obiettivo importante. Poiché stiamo discutendo di principi (poi vedremo quanto costeranno), già in questa fase possiamo individuare il senso della discussione.
Questa mattina sono rimasto molto deluso dal modo in cui il centrosinistra, confidando sulla sfida referendaria, ha interrotto un dialogo che poteva essere


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positivo. Si può anche vincere la sfida referendaria di fronte ai cittadini elettori, ma non è detto che, percorrendo questa strada, si compia l'interesse generale del paese. È possibile, invece, che si tratti di una scorciatoia. E l'onorevole Prodi, che vuole candidarsi come figura guida del paese, ha preso una scorciatoia. Ci sarebbe stato il tempo e il modo per dare contenuto più profondo alla discussione che stiamo svolgendo in quest'aula (Applausi dei deputati del gruppo dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro).

PRESIDENTE. Avverto che è stata chiesta la votazione nominale.
Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Leoni 32.6, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 456
Votanti 448
Astenuti 8
Maggioranza 225
Hanno votato
193
Hanno votato
no 255).

Prendo atto che l'onorevole Bottino non è riuscito a votare e che avrebbe voluto esprimere voto favorevole.
Prendo atto altresì che l'onorevole Giuseppe Gianni non è riuscito a votare.
Passiamo alla votazione dell'emendamento Landolfi 32.71.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pasetto. Ne ha facoltà.

GIORGIO PASETTO. Signor Presidente, l'emendamento in esame, sottoscritto dai colleghi di Alleanza nazionale Landolfi, Armani e Malgieri è molto interessante e scopre la vera posizione del gruppo di Alleanza nazionale, con buona pace del suo governatore, reintroducendo qualcosa di antica memoria: Roma capitale dello Stato federale. Invito i colleghi a leggere attentamente l'emendamento in esame.
Ebbene, questa è la verità, questa è la posizione che Alleanza nazionale ha portato avanti già nella fase precedente, quando prevedemmo Roma capitale del paese e fissammo in Costituzione che con l'ordinamento ordinario si sarebbe predisposta l'articolazione di questo tessuto.
Ebbene, la verità è che oggi ci troviamo di fronte ad un pasticcio, perché tra questa posizione, che è la vera posizione di Alleanza nazionale, e quella del suo governatore, vi è stato un compromesso, che individua due modalità di intervento sulla città. Questo significa che non se ne farà nulla, che ci saranno contrasti, che non c'è la specificità, che si negano tutte le considerazioni e le valutazioni che qui i colleghi Bettini e Giachetti hanno espresso.
In questo modo si annulla - al di là delle grandi affermazioni dei colleghi di Alleanza nazionale, del vicepresidente, di Storace - la specificità di Roma, il suo ruolo internazionale, la sua dimensione spirituale. Roma viene sostanzialmente ridotta.

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE PIER FERDINANDO CASINI (ore 15,55)

GIORGIO PASETTO. Ed è proprio la lettura di questo emendamento che dimostra la volontà reale di trovare un punto di compromesso, vista la volontà della Lega Nord Federazione Padana - che si è fatta sentire fortemente - , che si dichiarò d'accordo all'istituzione di un'altra regione (perché questo era il punto sostanziale sul quale la Lega Nord Federazione Padana si è mossa). Ma questo era troppo per Alleanza nazionale e allora si è trovato il punto di compromesso, con il quale, ripeto, non si dà alcun tipo di risposta. Questa è la denuncia che noi facciamo.
Ma ne facciamo un'altra. Vedete, in questi giorni, non solo il governatore Storace, ma tutti gli esponenti di Alleanza nazionale hanno gridato allo scandalo,


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unitamente agli altri governatori, perché questa soluzione non piace loro (non questa nello specifico). Sappiamo che vi è una mobilitazione dei presidenti delle regioni, ma non una parola, non un intervento, non una questione sono stati sollevati in ordine al problema di Roma.
Invito Storace, tra tutta questa potenza mediatica, in mezzo all'inondazione di comunicati che abbiamo tutti i giorni, ad individuarne uno in tal senso. Non gli sta bene questa riforma federalista! Non gli sta bene il rapporto con le regioni, ma gli sta bene l'articolo che abbiamo votato! Gli sta bene! Non lo voteremo! Non lo voterete! Non so quello che faranno i colleghi di Alleanza nazionale, ma non una parola è stata detta su Roma. Allora, è bene che si sappia, qui in Parlamento - e che lo sappiano i romani -, che in verità c'è un disegno contro la città e contro la stessa regione (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Prendo atto che i presentatori ritirano l'emendamento Landolfi 32.71. Passiamo all'emendamento Perrotta 32.70.

ALDO PERROTTA. Chiedo di parlare per motivarne il ritiro.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ALDO PERROTTA. Signor Presidente, a dire la verità, questo emendamento mira soltanto a sollevare il problema delle città metropolitane. Negli anni Settanta, quando abbiamo concepito le città metropolitane, siamo partiti dal presupposto che poi avremmo eliminato le province. La verità è che le province restano e le città metropolitane non si fanno. Allora, nel ritirare l'emendamento, vorrei solo ricordare all'Assemblea che un giorno, prima o poi, le città metropolitane dovremo istituirle.

PRESIDENTE. Passiamo all'emendamento Carrara 32.9.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Carrara. Ne ha facoltà.

NUCCIO CARRARA. Signor Presidente, l'emendamento che proponiamo non inciderà sicuramente sui meccanismi della Costituzione, però è giusto che si ricordi che mettere il termine Stato accanto a quello di regioni, province, città metropolitane e comuni può ingenerare qualche confusione.
Ricordo a me stesso che, nella Costituzione previgente, l'articolo 114 recitava espressamente che la Repubblica si ripartiva in regioni, province e comuni, senza aggiungere il termine Stato. Ciò ha una logica, poiché lo Stato è il tutto, laddove gli altri rappresentano la parte.
La Repubblica è la forma dello Stato, mentre la Repubblica federale è una ulteriore, particolare forma dello Stato. Pertanto, osservo che sarebbe più corretto sopprimere le parole «e Stato» dal primo comma dell'articolo 32 del disegno di legge costituzionale in esame, poiché, ad esempio, un domani non si potrà più parlare di Stato federale, essendo lo Stato una figura posta accanto alle province, ai comuni e alle città metropolitane.
Per questo motivo, suggerirei di recuperare, in tale ambito, lo spirito dei padri costituenti, perché è fin troppo ovvio che, quando nella Costituzione si parlerà di Stato (come già avviene e come già avveniva), il riferimento sarà, fin troppo ovviamente, agli organi centrali dello Stato stesso.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Maran. Ne ha facoltà.

ALESSANDRO MARAN. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il federalismo - o, come potremmo dire altrimenti, questa esigenza di libertà dal basso -, si può esprimere in due modi molto diversi: uno è l'anticamera delle secessioni, mentre l'altro cerca di far corrispondere l'attenzione degli affari collettivi alle responsabilità individuali, ponendo fine a quell'assetto centralistico che ha trasformato cittadini e comunità in sudditi.


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In Italia, abbiamo fatto pericolosamente convivere queste due tendenze, senza mettere a nudo il diverso significato insito in esse. Non so per quali ragioni l'onorevole Bossi abbia tirato fuori la secessione; non so se lo abbia fatto per intuito, per convinzione, oppure perché è stato «infettato» da un virus che, anche al di là dei nostri confini nazionali, porta le comunità delle aree più ricche a chiudersi dinanzi ad un mondo percepito come un rischio, e non come un habitat da migliorare per il nostro futuro. Fatto sta che Bossi ha manifestato un atteggiamento che corrisponde al primo dei due significati di federalismo: liberiamoci degli altri, diamoci un'organizzazione autonoma e non avremmo più «impacci» e problemi tra i piedi! Tale sentimento conduce dritto verso la secessione, vale a dire verso un modello organizzativo che è l'opposto di ciò di cui oggi il mondo ha bisogno.
È anche vero, tuttavia, che nel XX secolo ci siamo abituati ad una concezione dello Stato come soggetto detentore esclusivo del potere pubblico, mentre oggi non è più così. Bisogna abituarsi, infatti, all'idea di assetti multistituzionali e multilivello: si parla, al riguardo, di multilevel system of government. Si tratta di una formula che non ha un grande sex appeal, ma coglie perfettamente una realtà che non è più costituita da Stati come entità tra loro separate ed indipendenti le une dalle altre. Nessuno può pensare ancora - e non soltanto per l'esperienza internazionale, ma anche per quella interna - di affidarsi esclusivamente ai vecchi contenitori statuali, perché troppi fenomeni stanno «scappando», sia in alto, sia in basso: inseguirli con i nostri vecchi apparati statali e con la vecchia concezione sarebbe come cercare di fermare l'acqua di un fiume con un secchio!
Per questa ragione è fondamentale il riconoscimento delle responsabilità locali, sapendo, tuttavia, che non sarà possibile costruire un sistema istituzionale multilivello senza una solidarietà globale. Ciò perché è come se ci trovassimo davanti ad un'unica comunità, i cui problemi sono risolvibili qualche volta dall'alto e qualche altra dal basso. Per questo motivo, è un errore rinchiudersi sia nelle proprie comunità locali, sia in una vecchia concezione di Stato, poiché non esiste federalismo senza solidarietà verso gli altri livelli.
Per funzionare il federalismo presuppone un atteggiamento cooperativo: infatti, senza solidarietà e senza un sistema plurilivello tra le varie componenti non c'è né federalismo, né un sistema di multilivello nel Governo. Per questo motivo, riteniamo preferibile la vigente formulazione del Titolo V della Costituzione (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Bressa. Ne ha facoltà.

GIANCLAUDIO BRESSA. Signor Presidente, colgo l'occasione dell'esame dell'emendamento Carrara 32.9 per rispondere alle acute, ma maliziose osservazioni formulate dal collega Tabacci. La nostra difesa del vigente articolo 114 della Costituzione, infatti, è sì motivata da ragioni politiche, ma si tratta di ragioni di politica costituzionale, non di opportunità politica, e dunque di «politica politicante».
Onorevole Tabacci, l'articolo 114, così come riformulato con la riforma del Titolo V della Costituzione, è proprio figlio dell'articolo 5. È, in qualche modo, un'esplicazione dello stesso articolo 5. Tale articolo dice che è la Repubblica, una e indivisibile, che riconosce e promuove le autonomie locali.
Lo dicevo prima e lo ripeto: quando si cerca di avviare un processo di federalizzazione in uno Stato unitario bisogna trovare le ragioni del foedus, del patto. Le ragioni del patto sono che, in una dimensione federale dell'organizzazione dello Stato, i soggetti - Stato, regioni, città metropolitane, province e comuni - sono equoordinati; sono i soggetti che stringono tale patto.
Giustamente, accogliendo l'invito ad una riflessione autocritica rispetto all'attuazione


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del Titolo V - pur senza anticipare riflessioni che svolgeremo in seguito - noi, rendendoci conto di una «maldestra» applicazione dei contenuti fondamentali, in senso federale, del Titolo V, non abbiamo avuto alcuna difficoltà ad introdurre un'ipotesi che taluni chiamano di clausola di supremazia e che noi chiamiamo, invece, di riconoscimento dell'interesse generale.
Noi collochiamo tale norma nel punto più corretto, non nell'articolo 120, in cui è stabilito il potere sostitutivo, ma nell'articolo 117, e la scriviamo in modo che, ai fini della garanzia di valori costituzionali - si riconosce, quindi, la necessità che qualcuno assuma un ruolo di garante di tali valori fondamentali -, spetta comunque alla legge dello Stato e, pertanto, al Parlamento - e non a questo Stato-moloch, a questo Stato centrale che, di per sé e in sé, riassume tale funzione - la tutela degli interessi della Repubblica. Si riconosce, dunque, che, rispetto alla lettera della precedente Costituzione, il Titolo V ci ha fatto compiere un passo in avanti, meritevole di disciplina uniforme sull'intero territorio nazionale, nel rispetto dei principi di leale collaborazione e di sussidiarietà. Si tratta di principi che sono recepiti, a mio modo di vedere, in maniera corretta ed intelligente già in questo articolo 114, ma di ciò ne parleremo in seguito.
Ecco perché non vi è alcun imbarazzo, né rispetto a ciò che abbiamo fatto, né per spiegarlo - non giustificarlo - da un punto di vista politico e di correttezza costituzionale. Da tale punto di vista crediamo di avere svolto, fino in fondo, la nostra parte di riformatori autentici, di coloro i quali hanno varato una riforma importante - quella del Titolo V della Costituzione - e che, di fronte ad alcuni elementi di non perfetta possibilità di attuare quello spirito, sono anche disposti a valutare criticamente l'opera compiuta ed a produrre alcune modifiche che vadano nella direzione che quel solco aveva tracciato e non in una direzione che ci faccia tornare indietro.
Noi crediamo davvero che lo Stato federale sia un'occasione importante per la nostra Repubblica. Abbiamo costruito quella riforma; stiamo costruendo, attraverso gli emendamenti, un percorso che riteniamo essere di grande prospettiva e di modernità istituzionale per il nostro paese (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo, dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e Misto-Verdi-L'Ulivo).

NUCCIO CARRARA. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

NUCCIO CARRARA. Signor Presidente, per non riprodurre due volte lo stesso dibattito e per non votare tre volte, poiché i miei emendamenti 32.9 e 32.8 e l'emendamento Tabacci 32.74 contengono, sostanzialmente, la stessa previsione e ritenendo che il mio emendamento 32.8 sia formulato meglio, ritiro il mio emendamento 32.9 e mi riservo di intervenire sul mio successivo emendamento 32.8.

PRESIDENTE. Sta bene, onorevole Carrara.
Passiamo alla votazione dell'emendamento Tabacci 32.74.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Gerardo Bianco. Ne ha facoltà.

GERARDO BIANCO. Signor Presidente, credo che la proposta emendativa presentata dall'onorevole Tabacci - che, peraltro, coincide con l'emendamento Carrara 32.8 - elimini quella che, a mio avviso, è stata una formulazione infelice...

PRESIDENTE. Onorevole Gerardo Bianco, considerati i nostri rapporti di amicizia, le preciso che abbiamo tenuto distinte queste proposte emendative. Infatti, in termini costituzionali, il primo emendamento...

GERARDO BIANCO. Posso svolgere una dichiarazione di voto, signor Presidente? È consentito...


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PRESIDENTE. Onorevole Bianco, il mio intervento era ad adiuvandum. Lei ha affermato che le due proposte emendative sono uguali ma, in realtà, nell'una si afferma che la Repubblica «si riparte» e nell'altra che la Repubblica «è costituita»...

GERARDO BIANCO. Mi scusi, signor Presidente, non avevo colto il senso del suo giusto intervento.
Nel merito, osservo che si tratta di un testo che elimina quella che ritengo essere stata un'infelice formulazione che ha praticamente declassificato lo Stato, ponendolo a livello delle regioni, dei comuni e quant'altro.
Ho ascoltato l'intervento dell'onorevole Bressa che, come al solito, è sempre molto acuto. Tuttavia, mi permetto di richiamare proprio l'articolo 5 della Costituzione citato dall'onorevole Tabacci, in cui, nella seconda parte, si parla dello Stato e del concetto di Stato. Non intendo svolgere, al riguardo, discussioni di carattere giuridico o di dottrina: la lunga dottrina della formazione dello Stato ci porterebbe a concepire quest'ultimo come qualcosa di molto più ampio nell'ambito del territorio e dei poteri. Tuttavia, mi sembra che tale formulazione faccia coincidere il concetto di Stato con quello di Repubblica una e indivisibile. Pertanto, a mio avviso, l'emendamento in esame andrebbe approvato ed io voterò a favore. Questi emendamenti - ripeto - correggono una stortura introdotta nella precedente legislatura.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Diliberto. Ne ha facoltà.

OLIVIERO DILIBERTO. Signor Presidente, noi voteremo a favore della soppressione del riferimento allo Stato contenuto nell'articolo 114 della Costituzione. Lo faremo con convinzione, perché in questo modo intendiamo rimediare ad un errore che giudichiamo molto serio, commesso per precipitazione politica nella ben nota accelerazione dei lavori impressa alla fine della scorsa legislatura. Riguardo a questa accelerazione, altri prima di me hanno fatto autocritica, anche nel centrosinistra, per ragioni di metodo politico, pur rilevantissime, vista la necessità di concordare le riforme tra le diverse parti della maggioranza e dell'opposizione. Onorevole Tabacci, lei ha ricordato il tema dell'autocritica: noi, in questo caso, facciamo autocritica di merito e chiedo anche ai colleghi di centrosinistra un attimo di attenzione. Infatti, sin dai tempi della Commissione bicamerale e, poi, nel dibattito in Assemblea, nel primo scorcio della riflessione sui mutamenti costituzionali, noi ci dichiarammo contrari a mettere sullo stesso piano nell'articolo 114 comuni, province, città metropolitane, regioni e Stato. La Repubblica è costituita da questi enti, come recita l'attuale articolo 114.
Su questi temi la precipitazione è una pessima consigliera, soprattutto perché - lo ha testé affermato l'onorevole Gerardo Bianco - su questa materia vi sono secoli e, anzi, in qualche caso, alcuni millenni di riflessione e di dibattito, fin dalla nascita delle città-Stato (parliamo, perlomeno, del V secolo avanti Cristo), con la riflessione che ha attraverso tutto il costituzionalismo sino alla rivoluzione francese. Si tratta del rapporto tra Stato, territorio ed entità sottostanti.
Ebbene, giudichiamo un errore sul piano istituzionale e, quindi, anche politico l'aver posto sullo stesso piano lo Stato rispetto agli altri enti territoriali. Non vi è dubbio che lo Stato possa essere anche inteso come un ente territoriale, ma esso è il massimo tra gli enti territoriali, distinguendosi dagli altri proprio perché lo Stato medesimo esercita sul proprio territorio un potere sovrano prioritario, condizionante, dunque, quello di tutti gli altri enti; altrimenti, non è Stato.
Lo Stato coincide con l'ordinamento giuridico a fini generali, esercitando il potere sovrano su un dato territorio cui sono subordinati in modo necessario i soggetti ad esso appartenenti. Ho voluto riportare testualmente - lo dico ai colleghi della Margherita e all'onorevole Bressa - la definizione data da uno dei più grandi costituzionalisti contemporanei di matrice


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cattolico democratica, Costantino Mortati, non foss'altro perché della Costituente è stato anche uno dei padri fondatori.
Dunque, lo Stato è un entità che raccoglie in unità tutte le sue parti, proprio perché vi è supremazia del primo sulle altre; pertanto, esso non può essere posto sullo stesso piano delle seconde.
Non a caso, l'articolo 5 della Costituzione, ora ricordato, recita che la Repubblica è una ed indivisibile e che lo Stato può decentrare sul territorio competenze agli enti substatali. Badate, questo vale in uno Stato centralistico, ma vale esattamente anche per uno Stato federale e persino per quel «pasticcio» che state costruendo, che di Stato federale non presenta alcuna traccia! Vale anche in questo caso!
La Repubblica è la forma costituzionale dello Stato: questo è chiarissimo proprio dalla lettura della Costituzione repubblicana nei rapporti con gli altri Stati - articolo 11 - e, argomento che a mio avviso è concludente, ove la volontà politica non vorrà prevaricare sulla chiarezza della lettera della Costituzione, dalla lettura del combinato disposto degli articoli 117, così come riformato, e 7 ed 8 della Costituzione vigente in materia di rapporti fra l'Italia e le confessioni religiose. È chiarissimo: infatti, nell'articolo 117, riformato, come è noto, nella scorsa legislatura, i rapporti con le confessioni religiose vengono definiti rapporti fra la Repubblica e le confessioni religiose e agli articoli 7 ed 8, nella parte dedicata ai principi generali, si dice che i rapporti con la Chiesa e con le altre confessioni religiose sono tenuti dallo Stato.
Infine, vorrei ricordare che l'articolo 87 della Costituzione prevede che il Presidente della Repubblica sia il Capo dello Stato.
Allora, l'articolo 114 della Costituzione, così com'è concepito, «colpisce» l'impianto dell'intera Costituzione, tanto più quello della prima parte della Costituzione dedicata ai principi e ai diritti fondamentali; stravolge secoli di consolidata dottrina costituzionalistica, perché lo Stato è strutturalmente istituzione diversa dagli enti territoriali, non a caso denominati come sottostanti.
E allora: possiamo oggi porre rimedio, votando favorevolmente all'emendamento presentato dal collega Tabacci, ad un errore; non ho alcun motivo di nascondere l'autocritica per questo errore commesso, per lealtà rispetto alla maggioranza della quale eravamo parte al termine della scorsa legislatura. Tuttavia, di errore si tratta ed ora abbiamo la possibilità di rimediare. Voteremo pertanto a favore dell'emendamento in esame (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Comunisti italiani e di deputati della Margherita, DL-L'Ulivo e di Alleanza nazionale).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Tabacci. Ne ha facoltà.

BRUNO TABACCI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei in primo luogo ringraziare i colleghi Gerardo Bianco e Diliberto, cogliendo l'occasione per tentare di formulare una risposta assai rapida al collega Bressa.
Credo che nella passata legislatura sia stata compiuta una scelta che non ha eguali nel costituzionalismo contemporaneo, a cominciare proprio dagli Stati federali. Il federalismo infatti è un tratto costitutivo dello Stato, che presenta una struttura articolata e che riconosce dignità costituzionale alle minori unità territoriali.
La Repubblica quindi si identifica sostanzialmente con lo Stato; se smarrisce il suo collegamento con lo Stato, la Repubblica diviene un concetto privo di contenuti. Quali sono infatti i suoi organi, quali i suoi poteri ed in che forma manifesta la sua volontà?
Vi è di più, come ho già ricordato: l'articolo 5 della Costituzione prevede tuttora che la Repubblica, una ed indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali, attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento, e quant'altro.
In quel caso, la Repubblica si identifica chiaramente con lo Stato; potremmo dire che, mentre per l'articolo 5 il federalismo,


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o regionalismo che dir si voglia, è un attributo positivo dello Stato e ne determina il modo di essere e di operare, nell'articolo 114 della Costituzione il federalismo sembra divenuto quasi un'imposizione, un limite ed un vincolo esterni al quale lo Stato si deve sottomettere e che, peraltro, non si comprende bene chi dovrà far valere.
Per l'articolo 5, lo Stato, proprio perché federale, può essere un garante credibile dell'unità e dell'indivisibilità della Repubblica; per l'articolo 114 della Costituzione, il garante di tali valori non sembra più esistere ed è affidato alla libera dialettica fra i poteri territoriali e autonomi, con le conseguenze che sono all'attenzione della Corte costituzionale.
Inoltre, onorevole Bressa, se non affermiamo tale principio, come si fa ad introdurre la cosiddetta clausola di supremazia nell'articolo 117? Guarda caso, il mio emendamento è collocato due emendamenti prima del suo, quindi non ero certamente disattento...!
Il mio emendamento 32.74 è esattamente coincidente con l'emendamento Carrara 32.8. La distinzione sta solo nel fatto che il mio emendamento dice che la Repubblica «si riparte» mentre l'emendamento Carrara 32.8 dice che la Repubblica «è costituita». Poiché non la ritengo una distinzione lessicale decisiva, non ho alcuna difficoltà a ritirare il mio emendamento e convergere sull'altro, purché in aula si raccolga quello che mi pare un comune sentire: porre rimedio ad un errore oggettivo introdotto con la legge approvata nella passata legislatura. Ciò anche per recuperare equilibrio nei poteri dello Stato, che credo sia una delle condizioni forti della democrazia.

PRESIDENTE. Onorevole Tabacci, intende dunque ritirare il suo emendamento?

BRUNO TABACCI. Signor Presidente, poiché, a mio avviso, la formulazione dei due emendamenti è esattamente coincidente, ritiro il mio emendamento e chiedo di sottoscrivere l'emendamento Carrara 32.8.

PRESIDENTE. Sta bene.

OLIVIERO DILIBERTO. Signor Presidente, facciamo nostro l'emendamento Tabacci 32.74.

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, un emendamento ritirato può essere fatto proprio da un presidente di gruppo, ma...

GIOVANNI RUSSO SPENA. Signor Presidente, lo faccio mio, a nome del gruppo di Rifondazione Comunista.

PRESIDENTE. Sta bene.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Acquarone. Ne ha facoltà.

LORENZO ACQUARONE. Signor Presidente, onorevoli colleghi, da un punto di vista politico-istituzionale non avrei ritenuto opportuno prendere la parola perché condivido pienamente le osservazioni del collega Diliberto. Tuttavia, vorrei aggiungere una considerazione a difesa di una posizione scientifica che ho sempre sostenuto e che, quindi, ritengo doveroso sostenere anche in quest'aula.
La distinzione tra Repubblica e Stato, così vivacemente criticata, ha in realtà una radice culturale antica. Infatti, si rifà a studi importanti, come quelli di Cesarini Sforza e Balladore Pallieri, che tendevano a distinguere Stato-ordinamento, Stato-apparato e Stato-persona. Se fossimo ancora nella situazione trattata da tali autorevoli studiosi, la distinzione dell'articolo 114, così come votato frettolosamente nella scorsa legislatura, avrebbe un senso. Tuttavia, nel momento in cui abbiamo attribuito potestà legislativa alle regioni, la distinzione tra Stato ordinamento e Stato persona muore perché l'ordinamento giuridico non è composto soltanto da leggi dello Stato-ordinamento, cui era sottoposto lo Stato-apparato con le regioni, le province ed i comuni.
Nel momento in cui attribuiamo potestà legislativa, soprattutto a carattere esclusivo, alle regioni, muore la distinzione tra Stato-ordinamento e Stato-persona. Quindi, anche per queste ragioni - oltre che per quelle esposte sul piano istituzionale


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dal collega Diliberto, nelle quali, ripeto, mi riconosco -, che in un certo senso sono nostalgicamente legate alla mia cultura giuridica, per aver passato anni a studiare questi problemi, voterò a favore dell'emendamento in oggetto, così come mi auguro facciano gli altri colleghi del mio gruppo (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Pop-UDEUR e Misto-Comunisti italiani).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Soda. Ne ha facoltà.

ANTONIO SODA. Signor Presidente, nel dichiarare che voteremo contro questo emendamento, per evitare di ripercorrere un dibattito che si è già svolto, in quest'aula, nel corso della passata legislatura, rammento che il fondamento del testo allora approvato (e sottoposto poi anche a referendum), trae origine dalla stessa intuizione che ebbero i Costituenti proprio con riferimento al più volte richiamato articolo 5. Al di la di classificazioni dogmatiche (Stato-apparato, Stato-comunità, Stato-ordinamento), che appartengono a tutta la cultura giuridica dell'Ottocento e dei primi cinquant'anni del secolo trascorso, in realtà i Costituenti italiani scrissero un articolo di estrema modernità, nel quadro di una ricerca del pluralismo dei poteri e del decentramento, che per molti anni fu portata avanti dalla sinistra, perché - non dimentichiamolo - in questo paese fu la sinistra ad abbracciare per prima la cultura del federalismo; sono tardivi, infatti, gli approdi al federalismo da parte della destra, così come sono tardivi (e forse strumentali) gli approdi al federalismo da parte della Lega. Non spetta a me dirlo, ma storicamente il federalismo nasce nel settore «sinistra» della politica. Ebbene, i Costituenti scrissero, all'articolo 5, che la Repubblica riconosce e promuove le autonomie locali.
Il dibattito che si svolse nell'Assemblea costituente sull'uso del termine «riconosce» (dove qualcuno lo scrisse come «ri-conosce») sta proprio ad indicare che gli enti politici territoriali propri della storia italiana, le regioni (così come si costruirono nell'Ottocento), ma soprattutto i comuni, che sono tipica ed originale costruzione italiana, non sono frutto di un atto di imperio da parte dello Stato unitario, bensì preesistono ad esso come ordinamento. È per questo che la Repubblica li «riconosce» e non li «istituisce». Dunque, la Repubblica conosce l'esistenza di questa storia di autonomie... Vedo il collega Vertone fare cenno contrario, ma questa è la storia dell'articolo 5: la Repubblica riconosce, cioè prende atto che, nella realtà istituzionale italiana, vi sono dei soggetti politici territoriali che, per storia, cultura e funzione, hanno avuto in sé dei nuclei autentici di sovranità. Questa è la storia dell'articolo 5.
D'altra parte, l'articolo 134 della Costituzione del 1948 attribuisce alle regioni la potestà di promuovere conflitti di attribuzione nei confronti dello Stato, perché nell'articolo 5 si riconosce alla regione, l'ente politico territoriale più alto, dotato di potestà legislativa (è quella potestà che caratterizza l'ente politico, il quale concorre con le sue leggi a creare l'ordinamento giuridico), una posizione di parità con lo Stato. Non bisogna avere timore a riconoscerlo!
La regione, anche nella Costituzione del 1948, nell'esercizio della potestà legislativa (la Costituzione gliela riconosce), è su un piano di parità con lo Stato, tant'è vero che può promuovere conflitti di attribuzione e far pronunciare alla Corte costituzionale una dichiarazione di illegittimità, vale a dire di contrarietà all'ordinamento delle leggi dello Stato. Quindi, la posizione paritaria di questi enti politici territoriali trova fondamento già nella Costituzione del 1948, nella cultura dei Costituenti, i quali non scrissero che lo Stato crea le autonomie territoriali, perché, come le può creare, le può distruggere, come le può esaltare, le può mortificare.
La Costituzione del 1948 riconosce e promuove tali enti e, così facendo, obbliga il legislatore nazionale e, quindi, lo Stato, nei suoi poteri di legislazione, non a creare o a distruggere le autonomie, ma a riconoscerle (perché preesistono) ed a pro


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muoverle; in tal modo, si compie una scelta a favore del pluralismo dei poteri, di un grande ed autentico decentramento democratico, come all'epoca si affermò (a mio avviso era più corretto). Successivamente, è stata introdotta l'espressione «federalismo», perché questo è il senso del cammino della storia delle nostre comunità.
Quindi, quando, con riguardo all'articolo 114, si dice che «La Repubblica è costituita da (...)», si vuol far riferimento all'ordinamento, all'insieme degli organi, delle strutture, delle norme e delle istituzioni. È la realtà dei fatti. Il legislatore costituente del 2001 ha portato a compimento l'intuizione originaria del legislatore del 1948.
Solo chi si rinchiude in una sorta di classificazione dogmatica non riesce a comprendere l'evoluzione stessa degli ordinamenti giuridici nonché l'evoluzione dei medesimi, le regole, le istituzioni ed i messaggi che essi vogliono dare: affermando o negando certi principi, sono il frutto della storia e della cultura di un popolo che non si lascia imprigionare, collega Diliberto, in qualche classificazione dogmatica.
Pertanto, voteremo per la conservazione di questo principio, perché intende garantire fino in fondo che dalla strada dell'autonomia autentica, equilibrata ed unitaria, come afferma l'articolo 5 della Costituzione, nessun altro legislatore può tornare indietro impunemente, cioè senza scalfire e violare la Costituzione.
Capisco il portato del dibattito scientifico e dottrinario, nonché le osservazioni dell'onorevole Acquarone, che non mi lasciano indifferente. Anch'io conosco le classificazioni giuridiche che fanno riferimento allo Stato-apparato, allo Stato-ordinamento ed allo Stato-comunità (sono classificazioni frutto della storia e della cultura tardo-ottocentesca che ha caratterizzato la prima parte del nostro secolo), ma non si può dimenticare che la Costituzione italiana è di straordinaria modernità e che l'articolo 114, definito nel 2001, porta a compimento quella grande intuizione profetica dei costituenti.
Invito, pertanto, i colleghi dell'Assemblea ad esprimere un voto contrario sull'emendamento in esame (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo, della Margherita, DL-L'Ulivo e Misto-Verdi-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pacini. Ne ha facoltà.

MARCELLO PACINI. Signor Presidente, per fornire una chiave di lettura al mio intervento, dico subito che sono contrario all'emendamento in esame, in quanto ci riporta indietro negli anni, introducendo un pericoloso vulnus nella recente tradizione federalista italiana.
Quando abbiamo cominciato a parlare di federalismo, abbiamo dibattuto a lungo su quale fosse la base delle entità che dovevano federarsi; qualcuno ha parlato delle cento città italiane, facendo l'ipotesi precisa di ricorrere alla base della provincia ma, ben presto, si è affermato il livello regionale quale livello più confacente per interpretare il nostro desiderio di costituire uno Stato federale. Ci siamo scontrati da subito con il discorso di fornire una legittimazione in ordine all'oggetto della federazione e abbiamo visto che, in fondo, le tradizioni che più si sposavano con questo nostro desiderio non erano quelle idealistiche dello Stato, che è la forma della nazione e della Repubblica, ma le tradizioni tocquevilliane, popolari, che davano spazio al principio di sussidiarietà e fondamento ad entità preesistenti allo Stato.
Quindi, credo che la nostra tradizione, anche recente, se proprio vuole essere ancorata ad un principio di sussidiarietà, deve riconoscere questo risultato della nostra storia che mette sullo stesso piano il comune, la regione, lo Stato.
Ritengo che, in questo modo, non si perpetri alcun attentato allo Stato, ma si interpreti correttamente il nostro desiderio, che è quello non di dar vita ad uno Stato regionale, che può essere anche fortemente decentrato e in cui le regioni sono comunque subordinate in ogni modo


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allo Stato, bensì ad una Costituzione che dà conto ad una Repubblica federale in cui convivano armoniosamente i vari livelli che la costituiscono. Tra l'altro, penso che evitare l'equipollenza tra le varie forme che costituiscono la Repubblica sarebbe un ritorno al passato che ostacolerebbe il decollo armonico di questo difficile ed estremamente innovativo Stato federale. Invito dunque i presentatori a ritirare l'emendamento in esame.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Cabras. Ne ha facoltà.

ANTONELLO CABRAS. Signor Presidente, vorrei aggiungere un ulteriore elemento di riflessione a quelli che già il collega Soda e gli altri hanno evidenziato, al fine di invitare l'Assemblea ad esprimere un voto contrario sull'emendamento in esame.
Ritengo che si tornerà sul merito di questa discussione che, oggi, svolgiamo in maniera solo nominalistica, in quanto credo che attorno a tale dibattito passi anche una profonda differenza, che interessa trasversalmente tutte le forze politiche di questo Parlamento, in ordine all'effettivo concetto di federalismo, di autonomia e di autogoverno.
La differenza con la scelta operata nella scorsa legislatura di modificare l'articolo 114 della Costituzione, che oggi si vuole cambiare - e, a proposito di errori, insisterei sul fatto che per la conferma dell'attuale formulazione di tale articolo si sono espressi liberamente milioni di elettori italiani, dunque se errore vi è stato si è perseverato nello stesso -, sta nel fatto che noi abbiamo introdotto nel nostro ordinamento l'eliminazione della gerarchia delle fonti di sovranità.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Russo Spena. Ne ha facoltà.

GIOVANNI RUSSO SPENA. Signor Presidente, nel corso di questo dibattito, sia in fase di discussione sulle linee generali che durante l'illustrazione degli emendamenti, il gruppo di Rifondazione comunista ha già richiamato motivazioni congruenti tali da indurci a far nostro l'emendamento Tabacci 32.74, che riteniamo molto diverso - su questo hanno ragione gli uffici -, icto oculi anche sul piano giuridico, dall'emendamento Carrara 32.8.
Riassumo, quindi, molto brevemente i termini della questione. È anzitutto evidente che avremmo preferito la seguente dizione, tratta dall'articolo 5 della Costituzione del 1948: «La Repubblica, una ed indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali». La nostra idea di articolazione dell'ordinamento dello Stato, infatti, prevede di fatto - come già spiegato in occasione di altri interventi - un decentramento reale, non certo pasticci di tipo federalista-liberista-secessionista, perché il federalismo serve ad unire ciò che è diviso. Pertanto, il federalismo è ben altra cosa!
Non concordiamo con le motivazioni sostenute negli interventi di alcuni illustri colleghi - peraltro da me assai stimati - in difesa di un impianto riformatore come quello configurato nella scorsa legislatura, che già allora infatti non votammo, per ragioni che qui mi limiterò soltanto a richiamare. Riteniamo che tali motivazioni siano un azzardo sul piano costituzionale; la dizione che recita «la Repubblica, una ed indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali» non ci pare infatti equivalere ad una formula di federalismo sconfinante e degradante nella devoluzione.
Inoltre, il punto fondamentale è definire cosa sia una Repubblica. Tutto il costituzionalismo democratico - come insegna l'onorevole Soda - ritiene che la Repubblica non possa diventare un mero nome riassuntivo, cui non corrisponde alcuna soggettività politico-giuridica autonoma. Infatti, quando la Costituzione recita «la Repubblica riconosce e promuove (...)», allo stesso tempo identifica una sovraordinazione, ovvero una precisa soggettività politico-giuridica. In proposito, quindi, ha ragione l'onorevole Tabacci, perché è questa la vera discriminante. È


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tale articolazione sovraordinata che promuove e riconosce, all'interno di un quadro fissato costituzionalmente, l'autonomia ordinamentale e legislativa delle regioni. Non è certo la stessa cosa, rispetto agli azzardi e alle forzature, che pure comprendo per ragioni politiche.
Tutti i costituzionalisti democratici, da Calamandrei a Ferrara, fino a Rescigno, tanto per citare i contemporanei, sono concordi su questo. Il punto è, quindi, il seguente: è la Repubblica una soggettività politico-giuridica, oppure no? È questa la discriminante, altrimenti la Repubblica diventa una risultante dell'interconnessione tra molti soggetti, rispetto ai quali si colloca su un piano di parità! A nostro avviso, invece, la Repubblica è sovraordinata, come in ogni ordinamento di Stato federale che davvero funzioni. Non intendo fare l'esempio del sistema statunitense, bensì quello dello Stato federale tedesco; in Germania esiste il Bundesrat, ovvero un Senato federale assai differente da quello proposto dalla maggioranza, di cui parleremo successivamente. Lo Stato federale tedesco, come recita la Costituzione di quel paese, è sovraordinato e ai länder spettano compiti applicativi di leggi-quadro regionali. Esiste, quindi, un decentramento forte, ma che non prevede poteri sostitutivi dello Stato e mantiene l'esercizio delle garanzie unilaterali ed universali.
Questa è l'unità della Repubblica, prevista dallo spirito costituzionale del 1948, che il gruppo di Rifondazione comunista vuole preservare: per tale ragione voteremo a favore dell'emendamento Tabacci 32.74 (Applausi dei deputati dei gruppi di Rifondazione comunista e Misto-Comunisti italiani).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Boato. Ne ha facoltà.

MARCO BOATO. Signor Presidente, ritengo si possa affermare - al di là degli scontri politici, anche molto duri, che abbiamo avuto e che avremo nel prosieguo dei nostri lavori - che il dibattito in corso sta nobilitando questa Assemblea. Ricordo un non identico, ma analogo dibattito svoltosi nella scorsa legislatura, sullo stesso tema. Chiunque leggerà il resoconto stenografico della discussione che stiamo conducendo potrà riconoscere al Parlamento della Repubblica, e nel caso specifico alla Camera dei deputati, di aver nobilitato la propria funzione di revisione costituzionale su una materia di notevole rilevanza.
Ho apprezzato, pur non condividendone le posizioni, il garbo e la pacatezza con cui il collega Tabacci ha introdotto l'argomento. Non ho condiviso, ma rispetto, la passione statalista con cui sono intervenuti altri colleghi. Si tratta di un confronto che ha luogo in quest'aula per la terza volta nella storia della Repubblica: la prima volta fu nell'Assemblea Costituente; la seconda volta fu nella scorsa legislatura, in occasione della riforma del Titolo V della Costituzione e dell'introduzione del nuovo testo dell'articolo 114.
Oggi, dunque, per la terza volta si stanno confrontando due diverse concezioni dello Stato e della Repubblica, che hanno entrambe un'assoluta dignità sul piano filosofico, giuridico e costituzionale. Tuttavia, ci troviamo in una Repubblica che ha già compiuto una scelta di fondo dal 1947-1948. Concordo pienamente con gli splendidi interventi svolti dai colleghi Bressa e Soda, ma, proprio perché ritengo che la discussione che stiamo conducendo vada al di là delle contrapposizioni di questi giorni, intendo riconoscere che anche il collega Pacini ha svolto riflessioni ampiamente condivisibili.
Credo che occorra scegliere, con questo voto, tra il ritorno a una concezione dello Stato che, come è stato ricordato, ha secoli, anzi millenni, di storia alle spalle (dall'epoca delle città-Stato) «Statocentrica», per alcuni aspetti, e per epoche più recenti hegeliana o neohegeliana, che abbiamo conosciuto anche nel nostro paese, e il passaggio ad un'altra concezione, che condivido, in linea con la Costituente del 1946-1947 e con la Costituzione entrata in vigore nel 1948, vale a dire quella di una Repubblica delle autonomie. Non si tratta


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necessariamente di una Repubblica federale: nel 1947 non fu compiuta una scelta federale. Nell'ambito di tale concezione, come ha spiegato l'onorevole Bressa, si può introdurre un processo federale, a partire non da Stati separati, ma in relazione a una Repubblica una e indivisibile. È sufficiente, per comprendere ciò, fare riferimento alla Repubblica delle autonomie delineata dalla Costituzione entrata in vigore il 1o gennaio 1948.
Prima di andare a leggere il primo comma dell'articolo 114, così come modificato nella scorsa legislatura, invito tutti i colleghi, qualunque posizione abbiano assunto, a prendere in mano la Costituzione. In primo luogo, non si tratta della Costituzione dello Stato italiano, bensì della Repubblica italiana. All'articolo 1 si afferma che «l'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro»; all'articolo 2 - poi arriverò all'articolo 5 - si afferma che «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili (...)». L'onorevole Soda ha precedentemente affrontato il tema di tale riconoscimento: tali diritti non dipendono dalla Repubblica; essi esistono già, la Repubblica li riconosce. L'articolo 4 stabilisce che «la Repubblica riconosce (...) il diritto al lavoro (...)».
Quanto all'articolo 5, non è vero che il soggetto di tale articolo è lo Stato: il soggetto dell'articolo 5 è la Repubblica, e nello stesso articolo si cita lo Stato per affermare che la Repubblica «attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento (...)». Ciò era dunque chiaro già ai Costituenti del 1946-1947.
L'onorevole Soda ha detto una cosa bellissima: sotto questo profilo - sotto altri, può essere invecchiata - la nostra Costituzione è straordinariamente moderna e supera la concezione «Statocentrica», «Statonazionalistica», «Statolatrica», pur legittima, che in altre epoche abbiamo avuto.
Quando si vuole vedere il soggetto Stato, la Costituzione lo dice, come all'articolo 7: lo Stato e la Chiesa. Ma poi, all'articolo 9, torna a parlare della Repubblica; all'articolo 6 è la Repubblica che riconosce le minoranze linguistiche! Pensate all'articolo 12, quando si parla della bandiera: non è la bandiera dello Stato; certo è la bandiera anche dello Stato, ma è la bandiera della Repubblica! È il Presidente della Repubblica che è anche Capo dello Stato!

MAURA COSSUTTA. Ma come si fa...?

MARCO BOATO. Andate a vedere i rapporti etico-sociali, i rapporti politici: troverete sempre la Repubblica come soggetto della nostra Carta costituzionale!
E se noi fra pochi minuti introdurremo, signor Presidente - come è giusto che sia -, al primo comma dell'articolo 114 della Costituzione il riferimento ai principi di sussidiarietà - che in questo caso è sussidiarietà istituzionale, verticale - e di leale collaborazione - che ormai sono pacifica e costante giurisprudenza della Corte costituzionale -, la preoccupazione che non vi sia, ovviamente anche nei soggetti costitutivi, chi sta sopra e chi sta sotto è superata, perché, se c'è il principio di sussidiarietà, vuol dire che vi sono diversi livelli istituzionali, ma tutti sono costitutivi della Repubblica e tutti diventano parte essenziale della Repubblica!
Ringrazio, quindi, per il dibattito che ha avuto luogo ed anche per l'elevato livello che ha raggiunto, ma invito a votare contro questo emendamento ed anche contro quello successivo (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Monaco. Ne ha facoltà.

FRANCESCO MONACO. Signor Presidente, in verità non abbiamo mai avuto la pretesa di sostenere che la riforma del Titolo V varata nella scorsa legislatura fosse una riforma perfetta; anzi, più di una voce si è levata ad osservare che quella riforma può e deve essere perfezionata e di sicuro va completata. Ne avevamo consapevolezza, in verità, anche quando la varammo. Tuttavia, non riesco


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ad accedere all'autocritica che ha formulato il collega Diliberto, per le ragioni che sono state ampiamente illustrate da amici e colleghi.
Rammento la riflessione e il dibattito che originarono quel testo, tuttora vigente. L'idea era che la Repubblica è la comunità politica, che è cosa altra e diversa rispetto allo Stato. Lo Stato è indubbiamente espressione e strumento della comunità politica, ma non coincide con essa e, soprattutto, non esaurisce la comunità politica! La distinzione tra questi due o addirittura tre livelli - si dice infatti comunità politica, Stato-ordinamento e Stato-apparato - non è un dettaglio. Questa distinzione - come ricordava anche l'onorevole Boato poc'anzi -, questa visione più ricca e articolata della statualità è esattamente figlia di una visione - lasciatemelo dire con parole a noi care - personalistica, autonomistica e pluralista dello Stato, uno Stato ed una Repubblica che fanno perno su una pluralità di soggetti personali, sociali ed istituzionali costituzionalmente originari - diceva bene il collega Soda - che preesistono al costituirsi dello Stato-ordinamento e dello Stato-apparato. Questo è il carattere di innovazione rispetto ad una visione non voglio dire hegeliana, perché non voglio evocare i filosofi, ma diciamo ottocentesca di uno Stato che pretendeva di coincidere con la comunità politica.
Ha ragione il collega Boato quando, passando in rassegna i primi articoli - guarda caso quelli che attengono ai principi fondamentali della nostra Carta costituzionale -, fa osservare che i Costituenti - che erano molto precisi, anche dal punto di vista lessicale - e l'incipit di molti dei primi articoli della Costituzione hanno cura di esprimersi così: la Repubblica riconosce. Il che suggerisce esattamente queste due idee. Innanzitutto, che la Repubblica è appunto la comunità politica, che è qualcosa di più e di diverso rispetto allo Stato. In secondo luogo, che essa riconosce precisamente l'esistenza - e qui mi riallaccio all'intervento del collega Soda - di quei soggetti personali, sociali ed istituzionali originari che ci si limita a riconoscere in quanto preesistenti, perché sono anteriori al costituirsi di questa statualità!
È esattamente questa la ragione, in qualche modo l'elemento di novità, che avevamo voluto rimarcare con questa dizione. Insomma, all'origine stava lo svolgimento, se volete l'espansione, di quella che fu l'idea chiave della Costituzione del 1948, che era rovesciare il rapporto tra la persona e lo Stato: non più una persona e comunità al servizio di uno Stato (questa è la visione monistica ed assolutistica dello Stato), ma uno Stato servente persone e comunità ed espressioni istituzionale di esse, che preesistono al costituirsi dello Stato (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Bressa. Ne ha facoltà.

GIANCLAUDIO BRESSA. Signor Presidente, vorrei partire da una espressione felicissima, usata dal collega Soda, che ha definito quella dell'articolo 5 una intuizione profetica dei Costituenti. Vorrei brevissimamente, solo per qualche secondo, ricordare per cenni i lavori della Costituente.
Questo tema fu introdotto da due memorabili relazioni degli onorevoli Ambrosini e Perassi, che erano state fatte in seguito all'approvazione di una proposta dell'onorevole Terracini. In quella occasione gli argomenti favorevoli all'accoglimento di un sistema di autonomie non compresso dal potere centrale venivano suggeriti non solo dai risultati negativi cui avevano condotto decenni di accentramento, prima dello Stato liberale e poi dello Stato fascista, ma anche - ed è qui il senso profetico di questa scrittura - dalla consapevolezza che risolvere in senso autonomistico o accentratore i rapporti tra Stato ed enti locali avrebbe finito per condizionare la struttura complessiva dell'ordinamento.
Ecco che, quando si dice che la Repubblica una e indivisibile riconosce e


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promuove le autonomie locali, vi è qualcosa di profetico, che si invera felicemente col primo comma dell'articolo 114, così come riformato dalla legge sul Titolo V.
Guardate, e lo dico soprattutto all'onorevole Diliberto, che fu proprio l'onorevole Mortati che chiese ed ottenne che l'articolo 5 fosse spostato dal Titolo V alla prima parte della Costituzione, poiché riteneva che quello fosse un principio fondamentale della Costituzione che avrebbe ispirato...

OLIVIERO DILIBERTO. E infatti dice esattamente il contrario!

GIANCLAUDIO BRESSA. ...tutti gli articoli dal 114 in avanti; e lo ispirava proprio nel riconoscimento della Repubblica come qualcosa di sopraordinato, qualcosa di più rispetto anche allo stesso Stato.
Quella intuizione diventa lettera costituzionale con la riforma del Titolo V e dell'articolo 114. Di questa opinione era non solo Mortati, ma, giusto per memoria di tutti, anche Benvenuti, Martines e Rescigno, che sono stati da altri citati quest'oggi (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Sabattini. Ne ha facoltà.

SERGIO SABATTINI. Signor Presidente, intervengo a titolo personale per dire una cosa molto semplice.
Penso che questo dibattito rappresenti significativamente una crisi, quella delle riforme costituzionali consolidate e di quelle evocate con strumenti costituzionali nuovi. Questa crisi, che non riguarda solo il nostro paese ma il mondo, sul piano economico e sociale è caratterizzata dalle forme di organizzazione del mercato. Impiegherò pochi secondi per spiegarlo.
Quella che noi chiamiamo globalizzazione evoca e produce il formarsi di soggettività istituzionali e politiche altre da quelle degli Stati nazionali, cosicché in un dibattito alla Camera dei deputati può accadere che dei comunisti inveterati diventino degli statalisti inveterati e che degli anticomunisti inveterati, come Lenin, pensino all'estinzione dello Stato.
Io voterò a favore di questo emendamento sulla base di una ragione politica; capisco le considerazioni svolte dall'amico e collega Soda.
Non mi convince più una cosa: l'illusione secondo la quale noi pensiamo di poter seguire il processo di globalizzazione, che frantuma ed evoca nuovi soggetti, e di rispondere alla crisi della classe dirigente nazionale e degli strumenti nazionali inseguendo i cacicchi locali (Applausi dei deputati dei gruppi di Rifondazione comunista e Misto-Comunisti italiani e del deputato Gerardo Bianco), pensando che la possibilità di salvezza sia nel villaggio contrapposto all'altro villaggio.

PRESIDENTE. Onorevole Sabattini, la invito a concludere.

SERGIO SABATTINI. Quindi, secondo la regola del minor danno possibile, poiché ritengo di avere sbagliato nel passato e poiché ritengo che sia giunto il momento di concludere la discussione sul federalismo e di aprirne un'altra sulle forme di organizzazione dello Stato e delle sue autonomie, voterò a favore, perché in questo complesso di cose e di situazioni è questo il minor danno possibile (Applausi dei deputati del gruppo di Rifondazione comunista).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Mantini. Ne ha facoltà.

PIERLUIGI MANTINI. Signor Presidente, nel breve tempo che mi ha concesso, e di cui la ringrazio, voglio ringraziare il collega Tabacci per avere posto un problema che ci induce a interrogarci nel profondo e affermare anche che non sono più d'accordo con il collega Boato, del quale condivido lo spirito e anche molte affermazioni, sul fatto che in questa sede si confrontino due concezioni molto diverse. Non è così.


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Voglio ricordare che il nostro dibattito presenta un forte grado di convenzionalità, che nelle ricerche scientifiche da tempo conosciute il termine «Stato» ha moltissimi significati e che il termine «federalismo» - basta consultare qualunque dizionario o enciclopedia del diritto - è anch'esso polisenso. Dovremmo piuttosto pervenire a qualche conclusione che, in pochi secondi, riassumerei in questo modo: l'equiparazione effettuata tra comuni, province, città metropolitane, regioni e Stato può dare il segno di un cambiamento, cioè di una dispersione del potere pubblico, che ci porta ad un'epoca in cui, sicuramente, la citazione di Mortati non è più pertinente: lo Stato non è più superiorem non recognoscens. C'è una dispersione del potere pubblico verso l'alto e verso il basso.
Detto ciò, l'equiparazione non è equivalenza. C'è un'equiparazione dello Stato-persona e dello Stato-apparato, ma non c'è una equiparazione dello Stato-ordinamento. Dunque, il problema, più che nei nomi e nei termini, sta in una convenzione di politica costituzionale su cui, davvero, dovremmo metterci d'accordo, affinché non ci siano né forme stataliste poco moderne, anzi arcaiche, e neppure quel federalismo dell'abbandono nel quale oggi viviamo. Da questo punto di vista, però, ricordo al collega Tabacci che votare la devolution non è un contributo a riacquistare un equilibrio tra i poteri e che, se fossimo in un altro contesto, cioè nel contesto di un processo di riforma costituzionale condiviso, forse saremmo giunti, insieme, a conclusioni ed anche a voti differenti.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Vertone. Ne ha facoltà.

SAVERIO VERTONE. Vorrei fare soltanto due precisazioni.
La prima riguarda un'affermazione del mio amico e compagno Soda, che stimo moltissimo ma che ha reso una dichiarazione non vera e, cioè, che le regioni preesistevano allo Stato. Le regioni sono state inventate alla fine dell'Ottocento...

MARCO BOATO. Le autonomie!

SAVERIO VERTONE. ... dai glottologi, in base alle isoglosse. Precedentemente, esistevano il Regno di Sardegna, il Regno di Napoli, il Regno lombardo-Veneto, lo Stato pontificio e il Granducato di Toscana, che era uno Stato, non una regione. Quindi, l'affermazione non è vera.
Come seconda osservazione - se mi permettete -, affermo che Storace è una persona veramente singolare perché mi pare abbia affermato, poco fa (l'ho appreso dal giornale questa mattina), che Calderoli non è federalista perché non capisce che quello che sta per varare non funziona. Ho l'impressione che Storace, molti della maggioranza e, forse, anche qualcuno dell'opposizione non abbiano capito che cosa vuole la Lega.
La Lega vorrebbe varare una riforma che non funzioni, che blocchi il funzionamento amministrativo del paese, che metta in grip lo Stato o la Repubblica (chiamatela come volete).
Se questo grande disordine esplodesse, la secessione sarebbe più facile. Siamo passati dalla fase 1, il cosiddetto colbertismo di Tremonti, che concedeva alla corona, ossia al potere personale di Berlusconi, alle feudalità locali una grande ampiezza di potere...

PRESIDENTE. Onorevole Vertone...

SAVERIO VERTONE. Tremonti ha teorizzato la nascita della «Lega sud» quando ha esaltato la finanza napoletana, sostenendo che l'unità italiana l'ha soppressa. Nel caso in cui la «Lega sud», la Lega nord, l'immobilismo, l'incapacità di decisione e di governare (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Comunisti italiani e di Rifondazione comunista)...

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Vertone.

MAURA COSSUTTA. Chiedo di parlare.


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PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MAURA COSSUTTA. Signor Presidente, intervengo per dichiarare l'intenzione di tutte le deputate e i deputati della componente politica Comunisti italiani del gruppo misto di sottoscrivere l'emendamento Tabacci 32.74, fatto proprio dal gruppo di Rifondazione comunista.

PRESIDENTE. Sta bene. Prendo atto che i deputati della componente politica dei Comunisti italiani del gruppo Misto, ad eccezione dell'onorevole Franci, hanno sottoscritto l'emendamento in esame.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Carrara. Ne ha facoltà.

NUCCIO CARRARA. Signor Presidente, si è scatenata una tempesta in un bicchiere d'acqua. Abbiamo constatato che la sinistra non ha le idee chiare, perché, a corrente alterna, è eccessivamente unitaria o eccessivamente federalista. Non riesce a mettersi d'accordo con se stessa.
Riservandomi di intervenire sull'emendamento successivo, vorrei ricordare che purtroppo non possiamo esprimere un voto favorevole sull'emendamento in esame, perché per noi l'espressione «si riparte» appartiene ad una logica che era quella della vecchia Costituzione, una logica che vedeva un impianto piramidale! Onorevole Soda, mi rivolgo a lei che è un nostalgico di quell'impianto piramidale. Poiché dobbiamo armonizzare la norma con il testo che alla fine approveremo, in un impianto orizzontale l'espressione «si costituisce» significa che il comune, la regione, la provincia sono parti organiche della Repubblica. Sul termine «Stato» mi riservo di intervenire successivamente.

PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Tabacci 32.74, fatto proprio dal gruppo di Rifondazione comunista, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 475
Votanti 470
Astenuti 5
Maggioranza 236
Hanno votato
31
Hanno votato
no 439).

Prendo atto che l'onorevole Giuseppe Drago non è riuscito a votare e che gli onorevoli Montecuollo e Potenza, che hanno erroneamente espresso il loro voto, avrebbero voluto esprimere un voto contrario.

ANTONIO BOCCIA. Chiedo di parlare sull'ordine lavori.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ANTONIO BOCCIA. Signor Presidente, vorrei chiederle una cortesia. Come lei potrà constatare, a questo articolo oggi sono stati aggiunti nel fascicolo alcuni emendamenti della Commissione. Tali proposte sono state definite ieri sera tardi dal Comitato dei nove. Alle ore 20,26, come sempre in maniera puntuale e con grande solerzia, gli uffici hanno comunicato ai gruppi l'avvenuta presentazione di questi emendamenti. Ovviamente, Presidente, scatta l'automatismo previsto dal regolamento che stabilisce che la presentazione dei subemendamenti è possibile fino ad un'ora prima dell'inizio dell'esame degli articoli.
Ebbene, Presidente, la notizia della presentazione di nuovi emendamenti, il cui esame era previsto per il giorno successivo alle 10,30, è stata trasmessa alle 20,26; lei comprenderà che ciò non ha messo i gruppi nelle condizioni di informare tutti i deputati. Dunque, oggettivamente l'esame da parte dell'Assemblea di questi emendamenti non è completo.
Allora, Presidente, siccome non si tratta di un provvedimento ordinario sul quale si possa procedere in maniera «spedita», le chiederei la cortesia di vigilare, almeno


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per il futuro. Non intendo adesso creare problemi, benché ne abbia voglia, però, se la Commissione, legittimamente, lavorando anche di notte, approva emendamenti in tarda serata, all'ultimo momento, noi dobbiamo poi avere un po' di tempo - almeno mezza giornata, una giornata - per poter informare i colleghi e consentire la presentazione dei subemendamenti entro il termine previsto (un'ora prima dell'esame). Se questo esame è previsto per la prima mattinata e a noi vengono concesse 12 ore di tempo (di notte), praticamente non abbiamo la possibilità di valutare gli emendamenti.
Le chiederei la cortesia di vigilare e di fare modo che si proceda «seriamente», in modo che tutti i colleghi possano partecipare nel subemendare le decisioni della Commissione ed eventualmente del Governo. La ringrazio per l'attenzione, Presidente.

PRESIDENTE. Onorevole Boccia, è inutile che lei dica questo. Possono vigilare anche i membri del suo gruppo, che fanno parte del Comitato dei nove, che partecipano a pieno titolo ai lavori e che, molte volte, sono anche l'elemento trainante di modifiche presentate dalla Commissione.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Armani. Ne ha facoltà.

PIETRO ARMANI. Signor Presidente, intervengo semplicemente per associarmi a quello che poco fa ha detto il collega Carrara. Mi sembra che l'emendamento Carrara 32.8 miri alla distribuzione orizzontale dei diversi livelli di sovranità all'interno della Repubblica. La Repubblica «è costituita» e non la Repubblica «si riparte»; quindi, è in senso orizzontale. In questo modo, vi è coerenza anche con il principio di sussidiarietà che abbiamo inserito.
Quindi, mi sembra che questo emendamento possa essere accolto da tutti coloro che hanno espresso perplessità sulla precedente stesura dell'articolo 114, varata nell'ambito della riforma del Titolo V nella precedente legislatura.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Giordano. Ne ha facoltà.

FRANCESCO GIORDANO. Signor Presidente, noi siamo stati, come lei ha visto, a favore dell'emendamento Tabacci, perché quell'emendamento era in sintonia con un'idea della Repubblica e con una forma di organizzazione dello Stato che da sempre è quella a cui abbiamo fatto riferimento. Adesso l'emendamento proposto da altri colleghi della maggioranza rende compatibile questa idea con le modalità di organizzazione della devoluzione alle quali siamo fortemente avversi. Tant'è che in questo momento l'onorevole Armani ha spiegato in maniera assolutamente inequivoca il senso dell'emendamento medesimo. Trovo questa un'operazione di pura furbizia. Vorrei dire all'onorevole Tabacci che forse, coerentemente e conseguentemente con il precedente emendamento, dovrebbe votare contro questo emendamento. Noi voteremo contro.

PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Carrara 32.8, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 480
Votanti 477
Astenuti 3
Maggioranza 239
Hanno votato
85
Hanno votato
no 392).

Prendo atto che i presentatori accolgono l'invito del relatore di riformulare l'emendamento Boato 32.5, nel senso di renderlo identico all'emendamento Elio Vito 32.200.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sugli identici


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emendamenti Elio Vito 32.200 e Boato 32.5 nel testo riformulato, accettati dalla Commissione e dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera approva (Vedi votazioni).
(Presenti 467
Votanti 465
Astenuti 2
Maggioranza 233
Hanno votato
462
Hanno votato
no 3).

Prendo atto che l'onorevole Lussana ha erroneamente espresso il suo voto e che avrebbe voluto votare a favore.
Passiamo alla votazione degli identici emendamenti Leoni 32.4 e Osvaldo Napoli 32.73.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Amici. Ne ha facoltà.

SESA AMICI. Signor Presidente, i deputati del centrosinistra ed i colleghi del gruppo di Rifondazione comunista hanno presentato un emendamento soppressivo della formulazione del comma 2 dell'articolo 32 del provvedimento in esame, proposto dalla maggioranza. Vorrei pertanto motivarne brevemente le ragioni, peraltro già contenute in numerosi degli interventi sul complesso delle proposte emendative presentate all'articolo 32, recante modifiche all'articolo 114 della Costituzione, ed in particolare vorrei ricostruirne la genesi.
Si parte, infatti, dall'articolo 114 della Costituzione, come modificato dalla riforma del Titolo V della nostra Carta, nella quale, per la prima volta, si era esplicitamente previsto che Roma era la capitale della Repubblica. Nella sua perentorietà, tale formulazione (molto tipica, del resto, anche di tutta la forma lessicale della nostra Costituzione) rappresentava sia un riconoscimento storico, sia l'assegnazione di un ruolo e di una funzione specifica.
Con la riformulazione proposta dalla maggioranza, invece, assistiamo di fatto a ciò che chiamerei il disconoscimento di tale principio storico. La maggioranza, infatti, riconosce - anzi, lo specifica nel dettaglio - il fatto che Roma è la capitale della Repubblica federale, e dispone altresì forme e condizioni particolari di autonomia, anche normativa, nelle materie di competenza regionale. La maggioranza cerca quasi di esaltare il fatto che Roma sia la capitale della Repubblica, ma poi compie un disconoscimento. Tale disconoscimento è dato dal fatto che, pur essendo Roma capitale della Repubblica federale, vede fissati dei limiti alle sue competenze attraverso il vincolo del loro esercizio nell'ambito delle modalità stabilite dallo statuto della regione Lazio.
Si tratta, di fatto, di un'operazione di disconoscimento di un principio, vale a dire l'essere capitale della Repubblica federale, per considerarla, invece, alla stregua di un mero capoluogo di provincia. Sono elementi che si aggiungono all'altro elemento, vale a dire alla circostanza che la legge dello Stato disciplina l'ordinamento della capitale; si tratta, inoltre, di un'operazione che rivedremo proposta anche in un subemendamento, presentato dalla maggioranza, nel quale la legge che disciplina l'ordinamento della capitale viene aggiunta alle competenze esclusive dello Stato.
Sono questi gli elementi che ci inducono a proporre la soppressione del comma 2 dell'articolo 32 del disegno di legge in esame, il quale va soppresso soprattutto perché nasconde ciò che abbiamo continuamente evidenziato nell'ambito della discussione sia sulle linee generali, sia sul complesso degli emendamenti. Infatti, anche quando si riconosce un elemento così fondato (come quello, anche storico, del riconoscimento di Roma capitale), si tenta poi di fare un regalo ad un'articolazione di potestà regolamentare di rango secondario, come lo statuto della regione Lazio, al punto tale da consentirle di stabilire dei limiti all'autonomia di Roma capitale della Repubblica federale. In questo caso, c'è una contraddizione tutta politica. L'emendamento Landolfi 32.71 è stato ritirato: probabilmente l'interesse


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anche su una questione così rilevante viene piegato a logiche di articolazione della maggioranza, pensando che si possano riformare commi di articoli della Costituzione in virtù non delle sue esigenze di funzionamento, bensì di un astratto principio ideologico e di parte (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mascia. Ne ha facoltà.

GRAZIELLA MASCIA. Signor Presidente, intervengo anch'io per sottolineare come il significato del testo del comma 2 dell'articolo 32, che gli identici emendamenti in esame si propongono di sopprimere, vada perfino oltre la sua stesura letterale.
Vorrei ricordare che esamineremo successivamente proposte emendative volte a modificare parzialmente la formulazione dell'articolo in oggetto, proponendo sia di abrogare la parola «federale», sia di riportare l'ordinamento della capitale tra le materie di competenza dello Stato comprese nell'articolo 117 della Costituzione.
Tutto ciò, però, non cambia il nostro giudizio, totalmente negativo su tale impostazione.
È stata ricordata dalla collega Amici la storia della scelta di porre in Costituzione la questione di Roma capitale. Fino ad un certo punto della storia del nostro paese ciò non si era reso necessario, perché la legge ordinaria era più che sufficiente a stabilire quanto era riconosciuto, nei fatti, nel paese, dai cittadini, nelle istituzioni, sul piano culturale e sul piano storico. Soltanto l'avvento di una cultura secessionista, che si è instaurata nel nostro paese e che, in parte, ha non dico egemonizzato, ma sicuramente fatto breccia nella maggioranza che oggi governa il paese, ha reso necessario affermare ciò che già era storicamente affermato nei fatti.
Noi non avevamo mai avvertito la necessità di costituzionalizzare tale scelta, ma oggi si capisce la ragione per cui tale passaggio politico sia stato necessario. È stato necessario proprio per contrapporsi ad una cultura che tende - e che in questo progetto è molto presente - allo smembramento ed alla frantumazione dello Stato e, comunque, al ridimensionamento della sua unitarietà.
È per tale ragione, com'è già stato ricordato dalla collega Deiana in merito alla soppressione dell'insieme dell'articolo, che tale questione assume una valenza simbolica. È, infatti, paradigmatica rispetto al progetto di cui stiamo discutendo.
Al di là delle furbizie delle singole posizioni delle forze politiche della maggioranza che, naturalmente, tentano di evidenziare le proprie peculiarità, pur senza mettere in discussione strutturalmente questo progetto, è evidente che i nodi vengono al pettine. Un progetto costituzionale non può fondarsi sulle furbizie e noi riteniamo che Roma capitale, riportata ad una dimensione regionale, sia l'esemplificazione indicativa del progetto nel suo insieme, che è confuso e pasticciato, ma si costruisce intorno alla partita della cosiddetta devoluzione. È intorno a ciò che la maggioranza ha trovato una mediazione, tutta politicista. Il nostro sforzo sarà far conoscere ai cittadini ed alle cittadine italiane che, naturalmente, ciò è l'impianto di fondo su cui si costruisce tutto il resto. Pertanto, la nostra opinione è che il secondo comma di tale articolo, in particolare il riferimento alla competenza regionale, debba essere assolutamente soppresso.

PRESIDENTE. Saluto una delegazione dei produttori agricoli di Gioia del Colle, che sta assistendo ai nostri lavori dalle tribune (Applausi).
Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sugli identici emendamenti Leoni 32.4 e Osvaldo Napoli 32.73, non accettati dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).


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Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 465
Votanti 461
Astenuti 4
Maggioranza 231
Hanno votato
203
Hanno votato
no 258).

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 32.250 della Commissione, accettato dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera approva (Vedi votazioni).
(Presenti 471
Votanti 469
Astenuti 2
Maggioranza 235
Hanno votato
466
Hanno votato
no 3).

Prendo atto che l'onorevole Pagliarini avrebbe voluto esprimere un voto contrario.
Passiamo alla votazione dell'emendamento Boato 32.72.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Leoni. Ne ha facoltà.

CARLO LEONI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, non c'è bisogno che ripeta quanto hanno già detto, con molta efficacia, diversi colleghi dell'opposizione - gli onorevoli Bettini, Amici, Cento ed altri - nel denunciare il fatto che, con questo testo che riguarda Roma capitale, da un lato si conferma la giusta scelta di riconoscere in Costituzione la capitale del paese ma, dall'altro, si compie un'operazione che rappresenta uno sfregio grossolano nei confronti della capitale stessa e, cioè, si demandano allo statuto della regione Lazio i poteri da attribuire alla capitale medesima.
Tutti capiscono che in qualunque paese del mondo è lo Stato a preoccuparsi, ad intervenire e a curare i poteri della propria capitale; in questo caso, per un accordo interno alla maggioranza, tutto ciò deve passare per le forche caudine di uno statuto regionale. Quindi, i poteri ed il ruolo della capitale vengono derubricati a quelli, se va bene, di un capoluogo di regione.
Abbiamo sostenuto questo argomento nell'emendamento interamente soppressivo dell'articolo e in quello interamente soppressivo del comma: allo scopo di ridurre il danno, con questo emendamento proponiamo almeno di eliminare il riferimento ai limiti stabiliti dallo statuto della regione Lazio ai quali bisogna sottostare per dare poteri alla capitale. Che almeno vi sia in questo momento un soprassalto di logica nel capire che o non si dà quel riconoscimento alla capitale del paese o - se lo si dà - esso deve essere pieno. Altrimenti, si prendono in giro non i romani, ma tutti gli italiani (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo, della Margherita, DL-L'Ulivo, Misto-Comunisti italiani e Misto-Verdi-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Carrara. Ne ha facoltà.

NUCCIO CARRARA. Signor Presidente, intervengo per controbattere alle imprecisioni ed alle inesattezze dei colleghi della sinistra. In un sistema in cui abbiamo immaginato che la capitale debba avere un'autonomia rafforzata, è chiaro che non possiamo pensare che tale autonomia possa consentire alla capitale di sottrarre poteri allo Stato, dal momento che non lo fanno le regioni; ma è pensabile che la capitale sul proprio territorio abbia competenze molto simili a quelle delle regioni. Quindi, bisogna sviluppare una procedura pattizia con la regione e non con lo Stato.

GOFFREDO MARIA BETTINI. Ma che dici?

PRESIDENTE. Passiamo ai voti.


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Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Boato 32.72, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 459
Votanti 457
Astenuti 2
Maggioranza 229
Hanno votato
209
Hanno votato
no 248).

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sul subemendamento 0.32.201.1 della Commissione, accettato dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera approva (Vedi votazioni).
(Presenti 477
Votanti 472
Astenuti 5
Maggioranza 237
Hanno votato
258
Hanno votato
no 214).

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Elio Vito 32.201, come subemendato accettato dalla Commissione e dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera approva (Vedi votazioni).
(Presenti 478
Votanti 475
Astenuti 3
Maggioranza 238
Hanno votato
262
Hanno votato no
213).

Passiamo alla votazione dell'articolo 32.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Leoni. Ne ha facoltà.

CARLO LEONI. Signor Presidente, esprimo il voto contrario del mio gruppo su questo articolo, per le ragioni che hanno già esposto diversi colleghi e che non riprendo. Abbiamo difeso la vigente formulazione dell'articolo 114 della Costituzione, che ha rappresentato la vera svolta federalista nell'ordinamento della Repubblica italiana.
Quando vi era chi si dilettava con le ampolle e rendeva il Po una divinità, noi in quest'aula, fino a un certo punto insieme ai colleghi del centrodestra (poi, furono loro a sottrarsi a questa prova), alla fine della scorsa legislatura, costruivamo un impianto federalista della Repubblica italiana. A questa ispirazione rimaniamo fermi e fedeli, come hanno già confermato diversi interventi dell'opposizione di centrosinistra.
Tuttavia, al tempo stesso, si costruisce una norma che riguarda la capitale del paese assolutamente inaccettabile per le ragioni che ho ricordato poco fa.
Per queste ragioni, il gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo esprime un voto contrario su questo articolo.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Giachetti. Ne ha facoltà.

ROBERTO GIACHETTI. Signor Presidente, nella mia dichiarazione di voto sull'articolo 32 non posso che ribadire il giudizio decisamente e convintamente contrario del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo e, credo, di tutti coloro che agiscono con buonsenso e, soprattutto, nell'interesse delle istituzioni.
Ritengo che questa sarà la ragione per la quale tutti coloro che credono in ciò voteranno contro tutti gli articoli del provvedimento. Nel metodo utilizzato è evidente come l'intento della maggioranza sia quello di agire a «randellate», nel senso che non si vuole minimamente prendere in considerazione l'interesse di una parte di


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questo paese. Spero comprenderemo presto di quale parte si tratta, ma sicuramente è l'interesse di una parte consistente di cittadini. Credo che avremo modo di verificarlo ulteriormente nei prossimi passaggi.
Dunque, al di là di un giudizio contrario rispetto all'intero provvedimento vi è, per le motivazioni prima spiegate, una valutazione nettamente contraria sull'articolo 32 che modifica strutturalmente la situazione, anche se lo si vuole nascondere. I colleghi della maggioranza, in particolare quelli di Alleanza nazionale, non hanno fiatato riguardo al punto principale sul quale vi era un emendamento soppressivo da parte delle opposizioni. L'intenzione sembra esclusivamente quella di colpire Roma in quanto capitale d'Italia, di colpire il passo avanti compiuto riconoscendo a Roma il valore particolare in relazione alle sue funzioni in quanto capitale. Si vuole sostanzialmente fare quello che non accade per nessuna capitale europea e mondiale. Anzi, sappiamo perfettamente che da Londra, a Parigi, a Washington tutte le capitali, tanto più se di Stati federali, hanno da parte del Parlamento una particolare attenzione proprio per le funzioni che svolgono in ragione dell'interesse del paese. Tutto questo era stato raggiunto almeno in una previsione costituzionale con la riforma fatta dal centrosinistra nel 2001 e viene ora rimesso in discussione.
Ripeto, in questo modo si sottrae - ed è bene che lo sappiano gli elettori della Lega - agli elettori della Padania la possibilità di stabilire qual è l'ordinamento e quali sono i poteri di Roma capitale. Li consegnate totalmente nelle mani (Commenti dei deputati della Lega Nord Federazione Padana)... Il fatto che dite «chi se ne frega» dimostra la valenza delle vostre argomentazioni. D'altra parte, il leader attuale della riforma, cioè il ministro Calderoli, quando era leader della Lega lombarda portava la gente a Roma a manifestare perché Roma prendesse fuoco.

GOFFREDO MARIA BETTINI. È vero, sono testimone!

ROBERTO GIACHETTI. Dunque, non mi meraviglia minimamente la vostra attenzione al valore della capitale, ne avete dato ampie dimostrazioni anche nei mesi scorsi. Come la pensiate lo sappiamo noi e lo sa il popolo italiano. Forse, sarebbe bene se lo ricordassero anche i colleghi di Alleanza nazionale, che con voi fanno gli «inciuci» per regalare a Storace quello che sicuramente i cittadini italiani gli toglieranno attraverso il referendum (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Cento. Ne ha facoltà.

PIER PAOLO CENTO. Signor Presidente, i deputati Verdi voteranno contro l'articolo 32 non solo in coerenza con l'orientamento generale che tutta l'opposizione ha preso su tutti gli articoli della riforma cosiddetta federalista, ma in particolare perché nella modifica dell'articolo 114 della Costituzione si manifesta in tutto il suo compromesso il carattere negativo di un testo che, da una parte, parla di federalismo e, dall'altra, sacrifica proprio i principi fondamentali di un autentico sviluppo delle autonomie locali. Roma in questo contesto esce penalizzata come capitale e come luogo non solo simbolico ma sostanziale di rappresentazione dell'unità nazionale.
Esce sacrificata in maniera demagogica, perché viene piegata ai ricatti della Lega e alla sua necessità di presentarsi, nella prossima campagna elettorale, con il titolo di aver fatto finalmente una riforma cosiddetta federalista, anche a costo di sfasciare e di rendere ingovernabile il sistema delle autonomie del nostro paese e, in questo contesto, di penalizzare la città di Roma. In questa vicenda, Alleanza nazionale, che ha ritirato l'emendamento Landolfi 32.71 sulla creazione del distretto di Roma capitale, che rappresentava una sua battaglia storica in questa città, esce da una parte con le ossa rotte, dall'altra, con l'incapacità di riuscire a spiegare ai cittadini romani, nella prossima campagna


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elettorale regionale, cosa significhi - se non veramente una manciata di lenticchie date al governatore Storace (il quale, però, finirà il suo mandato nella prossima primavera) - il fatto che i poteri di Roma capitale devono essere contrattati e delegati dallo statuto regionale del Lazio. È una brutta pagina, che noi contrasteremo con forza, anche su questo punto (Commenti del deputato Rizzi), nella campagna di informazione e di mobilitazione del paese fino allo svolgimento del referendum e sarà bello vedere cosa diranno i parlamentari del centrodestra eletti a Roma, ma non solo quelli, dato che la questione di Roma non riguarda solo i parlamentari romani, bensì è una grande questione nazionale, così come in tutta Europa le questioni relative alle capitali mobilitano e fanno discutere a livello nazionale. Noi non ci stiamo a far diventare Roma una questione localistica, legata ai rapporti di mediazione con la regione e sostanzialmente estromessa dalla discussione e dal rapporto con il Parlamento nazionale. Queste sono le ragioni della nostra contrarietà, di metodo, oltre che di merito, nei confronti di questo articolo 32 (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Verdi-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Volontè. Ne ha facoltà.

LUCA VOLONTÈ. Signor Presidente, vorrei segnalare le note positive dei voti espressi con riferimento all'articolo 114 della Costituzione. Non avevo dubbi, ma comunque mi fa piacere che la Camera si sia espressa favorevolmente non solo per il mantenimento della formulazione del primo comma dell'articolo 114, ma anche per l'introduzione, in tale disposizione normativa, del principio di leale collaborazione e di sussidiarietà. Lo dico perché è un importante passo in avanti nella direzione di uno Stato a federalismo solidale (che tutti diciamo di voler costruire), che abbia a cuore il principio della leale collaborazione e della sussidiarietà.
Questi due passaggi, importanti e fondamentali per l'articolo 114, sono stati condivisi da gran parte dell'attuale Parlamento (in particolare la Camera dei deputati). Mi sembra quindi sbagliato dire - come ho sentito negli interventi di autorevoli colleghi, che mi hanno preceduto - che la maggioranza sta stracciando la Costituzione e che si sta muovendo su un testo blindato. Ciò per quanto concerne, ripeto, questo articolo. Pertanto, proprio perché sono stati votati quasi all'unanimità dal Parlamento questi due passaggi sull'articolo 114, inviterei il centrosinistra - anche se so che questo appello non sarà ascoltato (ma forse sull'articolo successivo troverà una maggiore attenzione) - a rivalutare l'ipotesi quanto meno di un'astensione. Lo dico non perché io ritenga secondario il tema della capitale della Repubblica federale, ma perché abbiamo votato poco fa un emendamento che spiega chiaramente che alla lettera p), secondo comma, dell'articolo 117, tra le materie a legislazione esclusiva vi è anche quella in tema di ordinamento della capitale della Repubblica federale (oltre alla legislazione elettorale, organi di Governo e funzioni fondamentali di comuni, province e città metropolitane).
Non esprimersi nemmeno astenendosi, considerato che i due terzi dell'articolo attuale sono stati condivisi completamente ed in maniera importante per una questione lessicale (l'articolo 117 individua chiaramente la titolarità delle competenze ordinamentali esclusive rispetto alla capitale di Roma), mi sembra un'occasione mancata e, soprattutto, mi sembrerebbe tale non l'espressione del voto contrario, ma l'affermare che sull'articolo 114 della Costituzione vi è un dissenso per volere di una maggioranza che intende blindare il testo.
Chi ha seguito i nostri lavori e chi leggerà domani il resoconto stenografico della nostra discussione si renderà conto, invece, che non solo su tale articolo è stato condiviso un approccio storico-giuridico rispetto alla sussidiarietà ed alla provenienza di realtà sussidiarie (comuni, province, regioni e Stato), ma è stato anche affermato, in maniera determinante, che tale ordinamento debba fondarsi su un


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principio scontato, che, forse, proprio perché era tale, tutta la maggioranza lo ha condiviso in fondo (anche il Parlamento lo ha condiviso all'origine, inserendolo nell'articolo).
Spero - forse è un auspicio senza senso - che al di là della decisione politica di esprimere un voto contrario su tutti gli articoli (sull'articolo in esame si è manifestata una posizione favorevole di gran parte dei colleghi), vi sia un consenso più ampio anche nel voto finale.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Deiana. Ne ha facoltà.

ELETTRA DEIANA. Signor Presidente, esprimo il giudizio nettamente contrario del mio gruppo sull'articolo in esame e le ragioni sono state ampiamente illustrate. Non credo che ci si possa limitare nel giudizio sull'articolo agli aspetti relativi al problema di Roma capitale. In realtà, Roma capitale, anche con riferimento al modo con cui è stata presentata la questione all'interno del provvedimento, è un tutt'uno con la complessiva proposta che viene avanzata di revisione costituzionale. La storia relativa alla formazione dello Stato nazionale e l'avvento della Repubblica democratica sono, infatti, un tutt'uno con la storia di Roma e con il percorso storico, politico ed istituzionale che ne ha fatto la capitale del nostro paese.
Vorrei ricordare tra le altre cose - la storia ha la sua importanza - che, proprio intorno all'obiettivo storico di Roma capitale d'Italia, ebbe a coagularsi un capitolo estremamente importante della storia nazionale, cioè il complesso e difficile percorso, contraddittorio per tanti versi, di quelle forze che, nel corso della vicenda italiana, perseguirono il progetto della laicizzazione dello Stato, della secolarizzazione della politica e della collocazione del nostro paese nell'ambito giuridico della modernità.
Roma è veramente un tutt'uno con la storia di questo paese. La specialità di Roma come città capitale è, dunque, una realtà intrinseca. Non vi era bisogno di prevederla nella Costituzione esattamente per la forza di questa evidenza. Si poteva inserire tale previsione nella Costituzione per sottolinearne al massimo livello la funzione, fino a prevedere uno statuto speciale? Credo di sì! Tutte le grandi capitali godono di una specialità nei confronti delle altre città e di uno statuto speciale che rappresenti questa specialità.
Ad esempio, Berlino, tornata capitale nel 1991 della Repubblica federale tedesca, è qualificata nella Costituzione federale tra i Lander, conservando, nel contempo, lo status di comune e la regolamentazione dei suoi compiti di capitale dipende da un accordo intercorso tra Berlino e la Repubblica federale.
La comunità autonoma di Madrid è regolata nei suoi rapporti con lo Stato attraverso l'azione del Parlamento, la ley organica del 1983.
Ma il problema - come emerso chiaramente nel dibattito - è un altro: ridurre Roma ad un tassello della frammentazione della Repubblica italiana, regionalizzandone la valenza, la funzione, la rappresentazione. Questo non è solo il risultato emergente dal testo in esame, ma costituisce anche una metafora, una rappresentazione generale di ciò che si vuole fare della Carta costituzionale e, soprattutto, della realtà del nostro paese.
Le proposte avanzate dalla maggioranza sono tali da sconvolgere la Costituzione italiana; se ne stanno distorcendo le istituzioni, incrinando i fondamenti, rovesciando gli obiettivi. Il farraginoso e incongruo disegno costituzionale che verrà fuori da questa riforma porta il segno negativo della cultura reazionaria, antiunitaria, antisolidale delle piccole patrie della Lega, che qui tace perché pensa di portare a casa un ricco bottino.
La collocazione di Roma nella Costituzione nel modo da voi proposto non è soltanto una derubricazione avvilente del ruolo di capitale, è una subordinazione istituzionale e permanente, al di là del presidente Storace, nonché il segno manifesto di una volontà di ridurre la Costituzione ad una carta senza valore. Emerge


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il progetto di decostituzionalizzare le relazioni sociali, le istituzioni, la vita pubblica di questo paese.
Per tali ragioni, la nostra contrarietà sull'articolo in esame è assolutamente radicale e convinta.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mazzuca Poggiolini. Ne ha facoltà.

CARLA MAZZUCA POGGIOLINI. Signor Presidente, anche i Repubblicani europei esprimeranno un voto contrario sull'articolo 32 e non certo perché esso è stato emendato nel senso di produrre minor danno inserendo l'emendamento proposto dal centrosinistra, ma in quanto questo articolo dimostra in modo lampante le capriole, i compromessi, le piroette avvenute all'interno della maggioranza per cercare di trovare un accordo con buona pace di tutti quei cittadini, autenticamente democratici e repubblicani, che vedono nella Costituzione la Carta fondamentale che fissa in modo preciso gli ambiti di potere delle istituzioni.
Il fatto di aver sottomesso la Capitale, di cui si riconosce il valore, alle regole della regione è un qualcosa che grida vendetta, che farà sorridere gli altri paesi europei e che indica, senza possibilità di equivoco, i vostri compromessi, ma soprattutto il vostro disprezzo per la Costituzione. Un disprezzo che ci obbliga ad esprimere un voto contrario su questo articolo e su tutti quelli che seguiranno.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Carrara. Ne ha facoltà.

NUCCIO CARRARA. Signor Presidente, intervengo per esprimere il voto favorevole del gruppo di Alleanza nazionale sull'articolo 32 e per fare il punto sulla discussione, anche alla luce del dibattito che si è svolto sul termine «Stato», nonché per chiarire meglio i termini della nostra posizione (e non della nostra polemica).
Avevo anticipato che sopprimere il termine «Stato» non avrebbe avuto alcun significato rispetto al funzionamento del nostro ordinamento, ma noi abbiamo una concezione diversa dello Stato. Quindi, fermo restando che, in un sistema a schema orizzontale, riconosciamo pari dignità a regioni, comuni, città metropolitane e province, a nostro avviso lo Stato, comunque lo si veda - secondo le filosofie idealiste o positiviste -, è qualcosa di più; per noi lo Stato è il tutto laddove gli altri sono la parte.
Per noi, lo Stato è continuità storica; per noi, lo Stato è tradizione e sintesi tra presente, passato e futuro. Per noi, lo Stato è anima, non soltanto organizzazione burocratica. Per noi, lo Stato è qualcosa di alto e nobile; in coscienza, nessuno di noi ritenne opportuno utilizzare tale forzatura nella precedente Costituzione del 1948. Non accediamo alle tesi di parte della sinistra, quando vuole recuperare lo spirito di quella Costituzione, che però ha letteralmente stravolto con la riforma del 2000. Evidentemente, la sinistra ragiona a corrente alternata, pur di fare un dispetto alla maggioranza.
L'articolo in esame, comunque, va votato perché contiene un principio fondamentale, collocato però stavolta al posto giusto. Mi riferisco al principio di sussidiarietà, un principio già presente oggi nella Costituzione vigente, nella riforma del Titolo V varata dall'Ulivo, collocato però soltanto all'articolo 118, laddove si parla di funzioni amministrative di regioni, province e comuni. Ebbene, nel testo di riforma tale principio è stato opportunamente ricondotto all'articolo 114, laddove si parla in generale delle funzioni delle regioni, delle province, delle città metropolitane e dei comuni, andando quindi incontro ad una sentenza della Corte Costituzionale e fugando futuri, ulteriori e possibili dubbi interpretativi.
Al di là, infatti, della ripartizione per materia, prevista all'articolo 117, finalmente si stabilisce il principio che quanto può fare il comune - da solo, con le proprie risorse - non è necessario che lo faccia la provincia; così, ciò che può fare


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la provincia non è necessario rientri tra i compiti della città metropolitana o delle regioni.
Tale principio rappresenta una bussola, in quanto chiarisce sotto il profilo interpretativo qualsiasi dubbio. Inoltre, non solo non mette in discussione i princìpi di unità nazionale, di unità repubblicana e di unità statuale, bensì li rafforza (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza Nazionale).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Gerardo Bianco. Ne ha facoltà.

GERARDO BIANCO. Signor Presidente, annuncio il mio voto contrario, non solo per ragioni sostanziali, ma anche per ragioni linguistiche. Vorrei, infatti, che si leggesse questo articolo per capire la confusione dei linguaggi. È stato utilizzato un italiano incomprensibile, difficile da essere interpretato per qualsiasi Corte costituzionale.

ANTONIO BOCCIA. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ANTONIO BOCCIA. Signor Presidente, chiederei all'onorevole Bruno, presidente della I Commissione e relatore, che con diligenza dirige i lavori della propria Commissione, di approfittare del mio intervento per presentare immediatamente un emendamento, onde correggere la rubrica dell'articolo. Infatti, nella rubrica è rimasta la parola «federale».

DONATO BRUNO, Relatore. L'abbiamo cambiata!

MARCO BOATO. L'abbiamo cambiata!

PRESIDENTE. Onorevole Boccia, è stato preceduto dal «tandem» composto dagli onorevoli Bruno e Boato...!
Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 32, nel testo emendato.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera approva (Vedi votazioni).
(Presenti 481
Votanti 475
Astenuti 6
Maggioranza 238
Hanno votato
262
Hanno votato
no 213).

Chiedo al relatore di esprimere il parere sugli identici articoli aggiuntivi Fioroni 32.01 e Osvaldo Napoli 32.02.

DONATO BRUNO, Relatore. Signor Presidente, invito i presentatori degli identici articoli aggiuntivi Fioroni 32.01 e Osvaldo Napoli 32.02 a ritirarli. Infatti, il primo periodo di tali proposte emendative («Le relazioni tra i comuni, le città metropolitane, le province, le regioni e lo Stato si fondano sui princìpi di leale collaborazione e di sussidiarietà») fa già parte dell'articolo 32, approvato poco fa.
Inoltre, per quanto riguarda la parte restante degli identici articoli aggiuntivi, la Commissione si è fatta carico di affrontare il problema delle Conferenze, risolvendolo con il testo che è sotto gli occhi dei presentatori.
Sulla base di tali motivazioni, ritengo che i presentatori possano ritirare gli articoli aggiuntivi in esame, sui quali, altrimenti, il parere è contrario.

PRESIDENTE. Prendo atto che il parere del Governo è conforme a quello del relatore.
Onorevole Fioroni, accede all'invito al ritiro del suo articolo aggiuntivo 32.01 formulato dal relatore?

GIUSEPPE FIORONI. Signor Presidente, la ratio dell'articolo aggiuntivo in esame risiede nel concetto di leale collaborazione. La prima parte è stata recepita,


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ma la seconda parte è volta ad impedire che gli strumenti di concertazione, di coordinamento e di codecisione tra le autonomie locali e le regioni, in alcuni casi, e tra le autonomie locali, le regioni e lo Stato, non vengano, al di là delle enunciazioni di principio, sostanzialmente vanificati come avviene oggi, tenendo presente che ci troviamo già di fronte a rischi fondati di vedere le autonomie locali poste in una posizione di subordinazione, anche dal punto di vista dell'autonomia amministrativa, rispetto alle regioni, anche con riguardo, per alcuni aspetti, alle decisioni dello Stato e del Parlamento.
Ritengo pertanto che l'articolo aggiuntivo in esame abbia lo scopo di non vanificare quanto è già stato recepito nell'articolo 32. Tuttavia, se la Commissione assume l'impegno di verificare la possibilità di recepire successivamente il contenuto dell'articolo aggiuntivo, ne propongo l'accantonamento.

DONATO BRUNO, Relatore. Nulla quaestio !

PRESIDENTE. Prendo atto che l'onorevole Osvaldo Napoli concorda sulla proposta di accantonamento formulata dall'onorevole Fioroni.
Pertanto, non essendovi obiezioni, l'esame degli identici articoli aggiuntivi Fioroni 32.01 e Osvaldo Napoli 32.02 deve intendersi accantonato.

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