Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 503 del 31/7/2004
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INTERVENTO DEL DEPUTATO SAURO SEDIOLI IN SEDE DI ILLUSTRAZIONE DELLE PROPOSTE EMENDATIVE PRESENTATE ALL'ARTICOLO UNICO DEL DISEGNO DI LEGGE DI CONVERSIONE N. 5151

SAURO SEDIOLI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, intervengo sul complesso degli emendamenti riferiti al decreto-legge che inizialmente prevedeva disposizioni in materia di etichettatura dei prodotti agro alimentari, poi via via si sono aggiunti altri articoli sulle materie più disparate fino al punto di essere considerato un decreto «omnibus».
Omnibus in gergo parlamentare, ma, in gergo giornalistico, è stato definito da una rivista autorevole in campo agricolo «Agrisole» come «decreto minestrone, con ribollita finale». Tutta la normativa agricola ormai si determina con il ricorso alla decretazione d'urgenza, con provvedimenti delega (34 deleghe al Governo in un solo colpo con la legge n. 38 del 2003), con decreti legislativi sui quali, al massimo, siamo chiamati ad esprimere soltanto pareri, neppure vincolanti.
E tutto questo al di fuori di un quadro organico, in assenza di una vera politica agricola, in una situazione fra l'altro di grandi cambiamenti a livello delle scelte europee e internazionali.
Perché decreto minestrone? Basta guardare gli argomenti trattati nei diversi articoli e commi: si parte con le denominazioni di vendita, poi l'etichettatura, 1'obbligo di indicazione dell'origine del prodotto, poi si salta alla normativa sul regime quote latte, si gira sui progetti Leader più, poi è la volta delle assicurazioni sulle calamità per arrivare al settore della pesca. Con carattere d'urgenza si definisce anche il peso di un vitello (185 chilogrammi) ai fini della classificazione merceologica.
In più questo provvedimento arriva alla Camera «blindato», senza possibilità di apportare miglioramenti. Almeno così è avvenuto in Commissione.
Certo, questo decreto contiene cose utili, condivisibili, sollecitate dal mondo


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agricolo ed unitariamente dalla stessa Commissione agricoltura, per quanto riguarda la definizione di «latte fresco», ma sono state presentate in modo raffazzonato, occasionale, prive di un quadro di riferimento e di certezza. Insomma, siamo di fronte ad interventi tampone, tipici della legislazione in materia di agricoltura, buttati là, magari per tornarci sopra con interventi correttivi attraverso altri decreti.
L'esempio più lampante: le quote latte. S'era detto che col decreto-legge n. 49 del 2003 s'era chiusa la vicenda; detto fatto ci torniamo sopra con questo provvedimento e sicuramente non sarà finita.
Si poteva seguire un'altra strada, più certa e non meno veloce di questa.
Prendiamo ad esempio le norme sulla definizione di latte fresco. Questo provvedimento è tardivo, poteva essere assunto due anni fa, sulla base di una risoluzione assunta alla unanimità dalla Commissione agricoltura, o portando avanti speditamente la proposta di legge organica avanzata unitariamente da maggioranza e opposizione, bloccata dalle divisioni interne al Governo, che ha preferito manovre di aggiramento, con i più ricercati espedienti, nel tentativo di salvare il latte fresco microfiltrato, che di fresco non aveva proprio niente e tantomeno poteva essere difesa la sua naturalità visto che era più frutto del laboratorio che dell'attività agricola.
Come ho dimostrato, non è vero che la strada del decreto sia la più veloce.
Così, per quanto riguarda la proroga al 2005 del riconoscimento degli interventi compensativi (ex post), per le calamità naturali, anche per le produzioni assicurabili è una scelta più che condivisa. Voglio ricordare che una risoluzione da noi presentata e approvata alla unanimità dalla Commissione agricoltura andava in questa direzione. Si chiedeva questa proroga poiché le previsioni della legge n. 102 del 2004, che disponeva contributi agli agricoltori per i contratti assicurativi (ex ante), non si sono realizzate, per mancanza di regolamenti chiari, non coordinati con la normativa europea e soprattutto per mancanza di risorse.
Poiché il contributo sulla assicurazione escludeva il riconoscimento degli interventi compensativi previsti dalla legge n. 185 per le produzioni assicurabili, il coltivatore, colpito da calamità, non avrebbe ricevuto alcun sostegno.
La proroga va bene, ma va detto che nel frattempo la «manovrina» della settimana scorsa ha tagliato risorse sia al fondo di solidarietà per le calamità, sia al capitolo di spesa per contributi agli agricoltori che scelgono l'assicurazione.
Non intendo, pur intervenendo sul complesso degli emendamenti, parlare di tutte le proposte emendative.
C'è in questo decreto una questione particolare, che deve essere sicuramente corretta.
All'articolo 1-bis si introduce l'obbligatorietà dell'indicazione dell'origine o del luogo di provenienza nell'etichettatura dei prodotti alimentari.
Una sacrosanta rivendicazione delle organizzazioni agricole, non solo per meglio tutelare il loro prodotto ma per dare più trasparenza all'informazione, più certezze al consumatore che potrà scegliere con maggiore cognizione fra prodotti diversi. Questa disposizione così importante e così condivisa è stata assunta con una visione riduttiva, contingente, parziale rispetto al grande tema della sicurezza alimentare, della qualità, della competitività delle nostre produzioni.
La scelta vera sarebbe stata quella di presentare un disegno di legge sulla rintracciabilità o, in subordine, almeno un decreto legislativo per il quale il Governo ha già acquisito la delega con la legge n. 38 del 2003, ma che non ha esercitato. Ha lasciato decadere la delega, per chiedere poi una proroga che è stata concessa pochi giorni fa dal Parlamento.
Insomma, sulla rintracciabilità si chiedono soltanto proroghe. E visto che il Governo non ha fatto nulla, corre ai ripari almeno con l'indicazione obbligatoria dell'origine del prodotto.


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I ritardi per difendere e valorizzare la produzione agricola italiana sono paurosi, non solo per mancanza di leggi, ma per mancanza di strumenti e per l'inefficienza di quelli operanti. Manca una politica, mancano gli strumenti.
Per quanto riguarda l'Agenzia per la sicurezza alimentare siamo gli ultimi in Europa; non l'abbiamo.
Inoltre, l'anagrafe bovina langue.
Relativamente agli strumenti per la valorizzazione e promozione del prodotto, quanto siamo distanti dall'Agenzia francese Sopexa.
Basta guardare alla situazione del settore ortofrutticolo; in questi giorni il prezzo delle pesche alla produzione è tragico: una pesca, una sola, alla bouvette la paghiamo 70 centesimi (1400 lire), ma un chilo di pesche, non una, ma un chilo di pesche viene pagato al produttore 15-20 centesimi (300-400 lire).
Faccio questo esempio per aggiungere che nel contempo una grande catena francese di distribuzione, la Auchan, promuove nei suoi centri commerciali in Italia le pesche francesi magari col sostegno di Sopexa, ma noi non riusciamo a portare le nostre pesche in Francia per le rigidità delle regole di accesso del nostro prodotto in quel paese e per la mancanza di vere politiche di valorizzazione e promozione della nostra frutta.
Chiedo che il Governo, il ministro Alemanno intervengano con urgenza per sbloccare questa situazione, ne va non solo il reddito degli agricoltori per quest'anno, ma lo stesso futuro della nostra ortofrutticoltura.
L'articolo l-bis rende obbligatoria la indicazione dell'origine o della provenienza della componente agricola dei prodotti trasformati.
Così come formulato, l'articolo l-bis stabilisce che l'origine del prodotto trasformato coincide con l'origine delle materie prime prevalenti.
È un errore; un errore che deve essere riparato. Facciamo proposte precise con gli emendamenti.
Sappiamo che la nostra industria alimentare lavora anche materie prime non prodotte in Italia (ad esempio il cacao e il caffè). Oppure le materie prime nazionali non sono sufficienti ( ad esempio il grano duro per la pasta).
Ciò significa che il buon cioccolato dei nostri artigiani, il cioccolato di Torino o di Perugia, diventerà cioccolato giamaicano o brasiliano, luogo di origine del cacao. O la pasta italiana diventerà pasta ucraina?
Non è possibile, pensiamo ai danni non solo per l'industria, le cui difficoltà si ripercuoterebbero anche nel comparto agricolo che fornisce il 70 per cento del proprio prodotto alla trasformazione.
Pensiamo ai danni per il Made in Italy che vedrebbe vanificata la buona reputazione dei nostri prodotti alimentari trasformati che si distinguono per creatività, cultura, tradizione, tecniche e professionalità delle nostre imprese e dei nostri artigiani.
Il problema vero è combattere la contraffazione dei nostri marchi e considerare nell'origine e provenienza del prodotto trasformato il luogo di lavorazione.
È una correzione necessaria se non vogliamo determinare guasti, che forse non sono stati valutati quando il Senato ha introdotto l'articolo l-bis.

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