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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge: Conversione in legge del decreto-legge 12 luglio 2004, n. 168, recante interventi urgenti per il contenimento della spesa pubblica.
Ricordo che nella seduta del 20 luglio è stata respinta la questione pregiudiziale Violante ed altri n. 1.
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
Avverto che i presidenti dei gruppi parlamentari della Margherita, DL-L'Ulivo e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo ne hanno chiesto l'ampliamento senza limitazioni nelle iscrizioni a parlare, ai sensi dell'articolo 83, comma 2, del regolamento.
Avverto altresì che la V Commissione (Bilancio) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Per consentire al relatore, onorevole Giancarlo Giorgetti, di giungere in aula, sospendo brevemente la seduta.
La seduta, sospesa alle 17,10, è ripresa alle 17,20.
PRESIDENTE. Il relatore, onorevole Giancarlo Giorgetti, ha facoltà di svolgere la relazione.
EUGENIO DUCA. Il Governo dov'è?
PRESIDENTE. Onorevole Duca, il Governo è rappresentato.
GIANCARLO GIORGETTI, Relatore. Signor Presidente, chiedo scusa per il ritardo, ma la Commissione sta tentando di valutare un possibile emendamento del Governo che innova il contenuto del decreto-legge e, in particolare, il testo che è stato licenziato dalla stessa Commissione. Svolgerò, quindi, la relazione all'Assemblea sulla base del testo della Commissione. Quando - e se - perverrà l'emendamento del Governo, si potranno compiere tutte le valutazioni del caso.
Con il decreto legge n. 168 del 2004, il Governo ha inteso adottare alcune misure urgenti, allo scopo di ricondurre l'andamento dei saldi di finanza pubblica per l'anno in corso entro dimensioni compatibili con gli obiettivi già stabiliti e, soprattutto, con l'esigenza di rispettare i parametri derivanti dall'appartenenza all'Unione economica e monetaria.
PRESIDENTE. Mi scusi, onorevole Giancarlo Giorgetti.
Onorevoli colleghi, vi pregherei di prendere posto o di accomodarvi fuori dall'aula, perché in questa confusione non si può lavorare. Prosegua pure, onorevole Giancarlo Giorgetti.
GIANCARLO GIORGETTI, Relatore. Già in occasione della trasmissione della relazione trimestrale di cassa erano emersi profili di criticità per quanto concerne l'andamento di alcune voci della spesa pubblica, con particolare riferimento agli oneri derivanti dai rinnovi contrattuali dei lavoratori dipendenti e dai consumi intermedi.
Successivamente alla presentazione della relazione trimestrale, è intervenuta la pronuncia del consiglio Ecofin, che ha preso atto dell'impegno del Governo italiano ad adottare tempestivamente le misure necessarie per assicurare il rispetto del limite del 3 per cento dell'indebitamento netto della pubblica amministrazione.
Il provvedimento al nostro esame costituisce, quindi, la traduzione concreta degli impegni assunti in sede Ecofin. Da ciò risultano rafforzate le ragioni di necessità ed urgenza delle diverse misure correttive inserite nel testo al nostro esame e la necessità - lo ribadisco in questa sede - di mantenere un atteggiamento di assoluta responsabilità, con riferimento all'indirizzo ed all'obiettivo correttivo delle misure da introdurre.
In termini estremamente sintetici, il provvedimento dispone una riduzione, in una misura variabile a seconda dei casi, di numerose voci di spesa risultanti dal bilancio a legislazione vigente. In particolare, l'articolo 1 prevede il taglio di 150 milioni di euro dell'autorizzazione di spesa dell'articolo 61, comma 1, della legge n. 289 del 2002. Si tratta del credito di imposta per le nuove assunzioni, istituito in occasione della legge finanziaria 2002 e già oggetto di precedenti interventi correttivi.
Il comma 2 del medesimo articolo 1 dispone la riduzione delle risorse stanziate per il finanziamento degli incentivi di cui alla legge n. 488 del 1992, per i contratti di programma e dei contratti d'area. Anche in questo caso, si tratta di una misura che incide direttamente sul sistema produttivo e sull'occupazione. La relazione di accompagnamento al decreto-legge afferma che la decurtazione delle risorse non pregiudicherebbe l'operatività dei programmi in essere. Ciò in quanto gli importi derivanti dalle revoche degli incentivi già concessi e non utilizzati risulterebbero sufficienti allo scopo. La relazione tecnica aggiunge, inoltre, ulteriori elementi di informazione, per quanto riguarda l'utilizzo delle risorse stanziate in relazione alla legge n. 488 del 1992, confermando quanto già affermato dal dottor Barca, direttore del dipartimento per le politiche di sviluppo e coesione del Ministero dell'economia e delle finanze, nel corso dell'audizione svolta l'8 luglio 2004, per cui si registrerebbe un minor interesse da parte degli imprenditori nei confronti delle misure di sostegno di cui alla legge n. 488 del 1992.
Il comma 3 dello stesso articolo 1 dispone una riduzione dell'autorizzazione di spesa relativa al fondo per le aree sottoutilizzate nell'ordine di 100 milioni di euro per l'anno in corso. I commi 4, 5, 6, 8, 9 e 10 dell'articolo 1 recano una serie di interventi di riduzione di autorizzazioni di spesa i cui importi sono dettagliatamente indicati nella tabella n. 1 allegata al testo del provvedimento.
In particolare, si prospetta una riduzione nella misura del 36 per cento degli stanziamenti relativi ai consumi intermedi. La riduzione, seppure limitata alle spese non aventi natura obbligatoria, risulta obiettivamente di entità notevole. È evidente che si tratta di un taglio che, intervenendo
oltre la metà dell'esercizio finanziario, può incidere in misura assai consistente sulla ordinaria attività delle amministrazioni interessate, oltre che ovviamente sui fornitori. In termini contabili, il taglio viene quantificato nella relazione tecnica in 1.598 milioni di euro per l'anno in corso. Vista la portata dei tagli, la Commissione ha insistito affinché il Governo fornisse più puntuali elementi di informazione al riguardo. È pur vero che le misure di riduzione si accompagnano alla previsione di un più intenso ricorso alle procedure per l'acquisto di beni e servizi effettuate attraverso la Consip, procedure che dovrebbero assicurare condizioni più vantaggiose per le amministrazioni pubbliche.
Di importo più consistente è l'effetto di risparmio derivante dalla riduzione delle autorizzazioni aventi carattere pluriennale incluse nella tabella n. 1. In questo caso, la riduzione è disposta nella misura del 50 per cento dello stanziamento, con un effetto quantificato in 1.054 milioni di euro. Un ulteriore taglio dell'ordine del 4 per cento, per un importo complessivo di 350 milioni di euro, si riferisce ai trasferimenti agli enti pubblici indicati nella tabella C della legge finanziaria.
Da ultimo, si dispone - e ciò dovrebbe interessare al Parlamento ed ai parlamentari - l'azzeramento dei fondi speciali di cui alle tabelle A e B della legge finanziaria. Sul complesso delle disposizioni richiamate il Governo ha provveduto ad integrare i dati recati nella relazione tecnica. In particolare, proprio nella giornata odierna, il Governo ha trasmesso, come richiesto dalla Commissione, un'accurata analisi dei tagli disposti dal decreto-legge con riferimento a ciascuna unità previsionale di base.
Il comma 7 dell'articolo 1 prevede un taglio dell'ordine del 50 per cento dei residui di stanziamento accertati a fine 2003. La riduzione complessiva è quantificata in oltre 692 milioni di euro.
L'articolo 2 reca una serie di disposizioni di carattere fiscale finalizzate essenzialmente all'acquisizione di maggiori entrate, soltanto parzialmente riconducibili al più organico disegno di riforma dei sistemi tributari previsto dalla legge delega n. 80 del 2003. L'effetto sul gettito atteso è quantificato nell'ordine di 437 milioni di euro, che per l'anno in corso, in termini di cassa, si riducono a 371.
A queste disposizioni si accompagna la riduzione della misura dell'agevolazione fiscale attribuita a titolo di imposte dirette agli enti non commerciali. In particolare, la norma incide sulla tassazione delle fondazioni bancarie, le quali finora si erano avvalse di un abbattimento della metà dell'aliquota IRPEG, attualmente IRES.
Infine, con l'articolo 3 si apportano alcune modifiche alla disciplina introdotta con l'ultima legge finanziaria per quanto concerne le condizioni in presenza delle quali è ammesso il ricorso all'indebitamento da parte delle regioni. Al riguardo, la relazione tecnica ricorda che tali disposizioni, pur apprezzabili in quanto hanno introdotto alcuni elementi di certezza sotto il profilo normativo in una materia di estrema importanza per l'attività degli enti territoriali, hanno tuttavia suscitato vivaci reazioni da parte degli amministratori degli stessi enti, in considerazione della preclusione della possibilità di ricorrere all'indebitamento per il finanziamento degli investimenti effettuati tramite soggetti privati.
Le modifiche inserite nel provvedimento meritano, quindi, di essere valutate positivamente in quanto migliorative rispetto al regime preesistente.
Rilevo che gli articoli 4 e 5 recano ulteriori interventi, concernenti, in primo luogo, l'inserimento di misure volte a promuovere la costituzione di fondi di investimento immobiliare mediante il trasferimento di immobili pubblici da parte del Ministero dell'economia e delle finanze. Tali disposizioni si muovono nel solco della disciplina adottata nell'ultimo decennio allo scopo di promuovere una gestione più redditizia del patrimonio immobiliare pubblico. In secondo luogo, l'articolo 5 reca l'adozione di alcune misure volte a dare seguito alla sentenza n. 196 del 2004, con la quale la Corte costituzionale ha
dichiarato la parziale illegittimità di alcune disposizioni in materia di condono edilizio introdotte con l'articolo 32 del decreto-legge n. 269 del 2003.
La Commissione bilancio, onorevoli colleghi, ha cercato di svolgere la funzione istruttoria propria dell'esame in sede referente, sia pure entro i tempi estremamente ridotti che le sono stati concessi.
A tal fine, si è proceduto ad una serie di audizioni informali, nel corso delle quali sono stati ascoltati i rappresentanti del sistema bancario ed assicurativo, i sindacati, Confindustria e i rappresentanti degli enti territoriali.
I vari soggetti intervenuti hanno evidenziato con estrema chiarezza i profili problematici e le preoccupazioni che le misure previste dal provvedimento suscitano. Particolarmente preoccupati sono risultati i numerosissimi esponenti di regioni, province e comuni, i quali hanno evidenziato che le misure di contenimento della spesa prevista dal decreto-legge, inserendosi in un contesto che già presenta numerosi elementi di precarietà per le finanze degli enti territoriali, possono pregiudicare significativamente l'ordinato svolgimento delle funzioni proprie degli stessi enti.
La Commissione ha cercato di farsi carico dei rilievi emersi, apportando al testo alcune non irrilevanti modifiche. In particolare, si è ritenuto di dover tutelare i comuni più piccoli, con popolazioni fino ai mille abitanti, e quelli montani con popolazioni sino ai cinquemila abitanti, escludendo per essi l'obbligo di avvalersi delle procedure per l'acquisto di beni e servizi per il tramite della Consip. Si tratta di una misura che intende tutelare non soltanto l'attività di tali enti, ma anche gli ordinari fornitori di questi, i quali, in genere, sono operatori economici di ridotte dimensioni, che difficilmente possono sostenere la concorrenza di imprese di maggiori dimensioni che partecipano alle gare indette dalla Consip.
Si è inoltre stabilito di escludere dall'applicazione dell'obbligo di ridurre le spese, nella misura del 10 per cento, gli enti territoriali virtuosi, vale a dire quegli enti che abbiano rispettato gli obiettivi previsti con riferimento al Patto di stabilità interno. In assenza, tuttavia, di un'adeguata strumentazione sul piano sanzionatorio e su quello degli incentivi, l'efficacia del Patto di stabilità interno rischia di essere pregiudicata.
Un'ulteriore correzione è diretta a chiarire la portata delle disposizioni sulla limitazione delle spese per gli enti territoriali. A tal fine, si è provveduto a correggere il riferimento alla spesa per consumi intermedi, che non trova riscontro nei bilanci degli enti locali con riferimento alla spesa per l'acquisto di beni e servizi.
Si è poi provveduto ad apportare alcune correzioni alle riduzioni disposte dalla tabella 1, allegata al provvedimento, di specifica autorizzazione di spesa, con un impatto complessivamente limitato sui saldi di finanza pubblica e comunque adeguatamente compensato.
Da ultimo, si sono inserite più puntuali disposizioni in materia di condono edilizio, dirette a recepire i rilievi avanzati dalla recente sentenza della Corte costituzionale.
GIANCARLO GIORGETTI, Relatore. In particolare, si è inteso modificare i termini previsti in materia, in modo da evitare eccessive complicazioni per i soggetti interessati, assicurando altresì la necessaria salvaguardia della posizione giuridica dei soggetti che abbiano già provveduto a presentare le domande per la definizione degli illeciti edilizi prima della pronuncia della Corte costituzionale.
In particolare, si è stabilito che restano comunque validi gli effetti penali della normativa introdotta nell'ambito della manovra finanziaria per l'anno in corso. Infine, allo scopo di tutelare l'erario per quanto concerne l'effettiva acquisizione dei versamenti derivanti dalla regolarizzazione degli illeciti, si è fissato al 31 dicembre 2004 il termine entro il quale le relative somme devono essere versate in tesoreria dagli intermediari della riscossione.
Le modifiche apportate dalla Commissione possono apparire limitate rispetto ai rilievi che il provvedimento ha provocato ed al numero elevato di emendamenti che sono stati presentati al testo del decreto-legge.
Occorre tuttavia rilevare che si tratta di un risultato positivo, in primo luogo in considerazione dell'estrema ristrettezza dei tempi a disposizione e, secondariamente, in considerazione dei vincoli di ordine quantitativo che si pongono con riferimento alla funzione correttiva dell'andamento dei saldi di finanza pubblica per l'anno in corso che il provvedimento si prefigge.
È comunque auspicabile che ulteriori proposte di modifica possano essere presentate nel prosieguo dell'esame del provvedimento e che il Governo si faccia carico di risolvere, eventualmente con l'emendamento che presenterà, le questioni chiaramente emerse nella fase di esame in Commissione e che non hanno potuto trovare soddisfazione attraverso l'opera emendativa del relatore in Commissione.
Concludo riaffermando che questo è lo stato dell'arte; quando il Governo presenterà il suo emendamento, che dovrebbe tendere, nello spirito correttivo della manovra, a dare in ogni caso una risposta alle questioni ancora aperte, potremo tornare su tali argomenti.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.
GIUSEPPE VEGAS, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Signor Presidente, mi riservo di intervenire in sede di replica.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Canelli. Ne ha facoltà.
VINCENZO CANELLI. Signor Presidente, il decreto-legge in esame prevede una serie di interventi volti a far sì che il risultato tendenziale, che dovrebbe superare il 3 per cento, possa essere contenuto nei limiti previsti dall'Ecofin.
Siamo a favore di tale provvedimento e ci riserviamo anche noi, come ha detto testè il relatore, di valutare l'emendamento che il Governo si appresta a presentare.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Michele Ventura. Ne ha facoltà.
MICHELE VENTURA. Signor Presidente, siamo in una situazione - ma non è la prima volta - estremamente imbarazzante, e l'imbarazzo traspariva anche dalle parole del presidente della Commissione bilancio. Stiamo discutendo un testo che, probabilmente, muterà sostanzialmente da qui a poco perché, anche se non ufficialmente, è già annunciato che su questo provvedimento verrà posta la questione di fiducia. Tale problema, per la verità non nuovo, costituisce una continua mortificazione dei lavori del Parlamento ed incide pesantemente sull'attività delle Commissioni. Infatti, è vero che abbiamo avuto un confronto in Commissione bilancio, ma era già incombente la posizione della questione di fiducia. Quindi, non siamo più nella condizione di esercitare una normale dialettica in Parlamento tra maggioranza ed opposizione.
I contenuti del maxiemendamento, ovviamente, sono misteriosi. A noi risultava dovesse essere risolta soltanto una questione attinente al Ministero della difesa; voci parlano di mutamenti più significativi.
Signor Presidente, vorrei manifestare un imbarazzo reale e credo non sia soltanto dell'opposizione. Sorprende che la maggioranza si adegui ogni volta in modo così remissivo ad un Governo che non consente neppure ai parlamentari della maggioranza di esprimere pienamente e liberamente le proprie opinioni.
Siamo in presenza di una manovra correttiva da 7,5 miliardi di euro. Tale manovra rappresenta soltanto la punta dell'iceberg rispetto alla situazione reale dei conti pubblici.
Colleghi, mi soffermerò su alcune questioni di carattere generale, seppure non mi sottrarrò dal compito di dare un giudizio sulle parti fondamentali della manovra
che ci è stata proposta, proprio perché potremmo trovarci di fronte a quel mutamento a cui prima facevo riferimento. Come dicevo, si tratta della punta dell'iceberg perché continua ad essere misteriosa la situazione dei conti pubblici in questo paese.
Il nuovo ministro dell'economia e delle finanze ha annunciato poche ore fa, alla Commissione bilancio del Senato, che il documento di programmazione economico-finanziaria sarà presentato (questo non è tuttavia ancora certo), in una forma però che dalle agenzie di stampa francamente non si riesce a comprendere. Egli ha detto che non saranno presentate soltanto le linee guida, bensì il DPEF conterrà le tabelle; ha inoltre affermato che si sentiranno le parti sociali e che si augura che il Parlamento riesca ad approvarlo prima della pausa estiva. Approfitto, colleghi, per dire che se il DPEF verrà presentato non ci sottrarremo al compito proprio del Parlamento. Tuttavia deve essere altrettanto chiaro che non si potrà pretendere, anche sul DPEF, uno strangolamento della discussione, una riduzione dei tempi; magari, presentato il DPEF, si chiederà che la Camera e il Senato lo approvino nel giro di una o due giornate. Occorrerà invece un lavoro di approfondimento, quale un documento di quella importanza richiede.
Vorrei però richiamare l'attenzione dell'Assemblea su un fatto ben più sostanziale. Siamo in presenza di una vera e propria situazione di emergenza, per quello che riguarda l'economia e le finanze di questo paese. È stato costretto alle dimissioni il superministro Tremonti, dopo l'accusa - passata quasi inosservata - che gli è stata rivolta dal Vicepresidente del Consiglio, di aver truccato i conti. Ma, soprattutto, la sostanza è che si è esaurita una fase, che è stata disastrosa per la politica economica e finanziaria del nostro paese.
Vi è tuttavia un modo di ragionare, nella maggioranza, che a me sembra non colga gli aspetti di gravità della situazione nella quale ci troviamo: la credibilità internazionale del paese è intaccata dalle politiche degli annunci e dei rinvii; le condizioni materiali del paese sono peggiorate; per il 2005 si parla di una manovra oscillante tra i 20 e i 30 miliardi di euro (perché di questo si sta parlando!); incombe (ma nessuno ovviamente se lo augura), da parte dei mercati internazionali - qualora non vengano recuperate serietà e rigore -, una penalizzazione nei confronti del nostro paese, che avrebbe effetti devastanti e disastrosi.
Non notiamo assolutamente nella maggioranza un sussulto, un'assunzione di responsabilità rispetto a questi rischi, la cui sottovalutazione da parte vostra ci colpisce. E da cosa deriva tutto ciò? Fino ad un mese fa era addirittura negata la necessità dell'attuale manovra. Ricordo il modo, anche un po' sprezzante, con il quale Tremonti rispondeva a chi parlava di una manovra correttiva; a costoro egli diceva che probabilmente non sarebbe stata necessaria. Anzi, in un'occasione ha detto: andrà a finire come l'anno scorso; siete solo delle Cassandre, non sarà necessaria una manovra correttiva.
Vi siete rifugiati, per le difficoltà politiche che state incontrando, dietro il cosiddetto complotto dei poteri forti, non ponendo attenzione all'incapacità di governo che avete dimostrato. Non siete riusciti a centrare alcuna previsione (vorrei insistere su tale questione che è il frutto dell'ennesima improvvisazione); nessuna previsione di crescita è stata, in particolare, centrata da parte del Ministero dell'economia.
Ci siamo trovati continuamente di fronte alla necessità di rivedere le previsioni. Che cosa è questa manovra se non la presa d'atto che è uscita dal controllo la spesa pubblica corrente o un'errata previsione sulla crescita? Non è un danno superiore per il paese dovere interrompere programmi e rastrellare risorse all'ultimo momento per far tornare i conti?
In sostanza, avete rinunciato a governare una società complessa, evocando, di volta in volta, alibi che hanno finito per lacerare la società e spaccare il paese. Non avete capito che, al contrario, il paese aveva e ha bisogno di funzionare come sistema proiettato sulla qualità e sull'innovazione?
Questo vi stanno chiedendo i sindacati, le associazioni industriali e di altre categorie, professionisti ed intellettuali! Questa è la riflessione che dovreste fare!
Non è, in altre parole, in discussione solo una maggioranza di Governo, ma la tenuta del paese ed è estremamente preoccupante!
D'altra parte, non avete l'uomo giusto per gestire questa difficoltà. L'onorevole Berlusconi non è in grado di compiere sintesi, come tante volte gli chiedete, proprio perché è finito il suo tempo politico. Non è un uomo di strategie per affrontare fasi che niente hanno a che fare con le favole, il nuovo miracolo, le tasse ridotte, lustrini e specchietti ed è emblematico che, proprio in questo momento, non riesca a trovare le parole giuste per dare un segnale di fiducia al paese.
Vi presentate, dunque, con una manovra che ha ricevuto un «no» sonoro da tutte le organizzazioni che sono state audite dalla Commissione bilancio, dai sindacati, da Confindustria dall'ABI, e mi riferisco anche ai pareri espressi dalle regioni e dagli enti locali.
È, infatti, una manovra che deprime e colpisce il Mezzogiorno - altri colleghi ne parleranno - e le sue imprese; toglie possibilità di ripresa e di sviluppo (mi riferisco alla legge n. 488 del 1992, al taglio ai fondi per le aree sottoutilizzate, alla programmazione negoziata, alle attese che si erano alimentate); colpisce le regioni e gli enti locali, aggravando ulteriormente la situazione. È una manovra che finirà per scaricare, anche per le misure che sono previste nei confronti delle assicurazioni e delle banche, costi ulteriori sugli utenti, continuando, inoltre, a scommettere sul condono edilizio (altri colleghi che interverranno successivamente ne parleranno).
In conclusione, vorrei dire che ci troviamo di fronte alla notifica di un fallimento clamoroso della politica economica di questo Governo. La maggioranza dovrebbe prenderne atto e metterlo all'ordine del giorno come grande argomento da affrontare, senza inseguire, di fronte a conti quali quelli emersi in Italia, altre chimere e far discutere a proposito di un'eventuale riduzione della pressione fiscale.
Questo paese ha bisogno di certezze che non siete assolutamente più in grado di fornire (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo)!
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Morgando. Ne ha facoltà.
GIANFRANCO MORGANDO. Signor Presidente, già il collega Michele Ventura ha esposto compiutamente le argomentazioni che i gruppi di opposizione hanno svolto nel breve dibattito che ci è stato consentito su questo provvedimento indubbiamente molto importante: l'importo complessivo della manovra è pari a 7 miliardi e mezzo di euro.
Per la prima volta, dopo tanti anni, siamo di fronte alla manovrina di primavera, che costituiva un classico di periodi di crisi di finanza pubblica fuori controllo e che dunque ritorna oggi a segnare la drammatica evoluzione della situazione dei nostri conti.
Si tratta quindi di una manovra importante e, a dire il vero, mi spiace un po' che, a fronte di questa discussione, il sottosegretario all'economia sia probabilmente da qualche parte a scrivere il testo dell'emendamento sul quale verrà posta la fiducia e non sia invece qui, in aula, a discutere con noi.
Tale manovra, fino a qualche tempo fa, è stata negata. Il 10 marzo, sul Il Sole-24 Ore, il ministro Tremonti annunciava trionfante: «Conti a posto, niente avviso all'Italia». E ancora, il 7 maggio, presentando la relazione trimestrale di cassa, il Governo sosteneva che l'indebitamento netto si sarebbe attestato al 2,9 per cento nel 2004, sia pure subordinatamente alla realizzazione delle condizioni normative previste dalla legge finanziaria. Poi si pensava che tutto sarebbe stato risolto attraverso l'utilizzo del decreto «taglia spese». Oggi, invece, la dura realtà, che nessun rappresentante del Governo è venuto a spiegare al Parlamento, che il ministro
non è venuto a spiegare alla Commissione bilancio della Camera dei deputati, nonostante avessimo più volte sollecitato la sua presenza.
Il ministro non è venuto a spiegarci questa dura realtà, in quanto avrebbe dovuto ammettere che ci troviamo in presenza del fallimento della strategia di finanza pubblica di questa maggioranza. Quale emblematica rappresentazione di tale fallimento è stato ricordato l'obbligo alle dimissioni del ministro dell'economia.
I contenuti, le caratteristiche, nonché la presentazione di questa manovra sanciscono il fallimento. Ciò appare dimostrato dall'andamento dell'indebitamento netto della pubblica amministrazione negli ultimi anni (nel 2000, lo 0,6 per cento; nel 2001, il 2,6 per cento; nel 2002, il 2,3 per cento, nel 2003, il 2,4 per cento; nel 2004, oltre il 4 per cento).
Questa manovra, che vale circa mezzo punto di prodotto interno lordo, non è sufficiente a riportare le cifre al di sotto del 3 per cento; dunque, anche sotto questo aspetto, appare inadeguata.
Sappiamo tutti che si tratta di una manovra largamente virtuale - lo ha ammesso anche il relatore nonché presidente della Commissione bilancio, onorevole Giancarlo Giorgetti - e l'esempio più classico è costituito dal taglio del 36 per cento dei consumi intermedi delle amministrazioni dello Stato. Siamo a luglio e già il 50 per cento è impegnato, il 36 per cento viene tagliato, dunque la pubblica amministrazione centrale deve vivere fino alla fine dell'anno con il 14 per cento. Ciò è palesemente impossibile, ci troveremo in presenza di ulteriori sfondamenti dei tetti di finanza pubblica.
Ma, non vi è soltanto un problema di virtualità della manovra, in quanto la manovra non sarebbe sufficiente a raggiungere il tetto del 3 per cento neanche se venisse interamente realizzata. Uno dei centri più importanti di analisi congiunturale, il CER, afferma: «Qualora interamente realizzata, la manovra correttiva consentirebbe di abbassare l'indebitamento per il 2004 al 3,1 per cento. Per il 2005 il disavanzo resterebbe tuttavia attestato al 3,9 per cento e su valori non dissimili si collocherebbe negli anni a venire.».
Lo abbiamo detto tante volte e questa è la dimostrazione: paghiamo i guasti delle una tantum e delle aspettative sbagliate, nonché l'incapacità di tenere sotto controllo i comportamenti dei centri di spesa. Sta capitando una cosa molto semplice nella finanza pubblica del nostro paese: diminuiscono le entrate correnti, perché i contribuenti attendono i condoni e fanno crescere l'evasione fiscale e, allo stesso tempo, aumentano le spese correnti e non esiste «tagliaspese» che tenga. Come ci ha ricordato la Corte dei conti: quanto si taglia in un anno, viene speso l'anno successivo in una terribile rincorsa che il Governo non riesce a fermare.
L'andamento dei nostri conti è ben rappresentato dall'indicatore più significativo, l'avanzo primario. Noi dovremmo mantenerlo sopra il 5 per cento del prodotto interno lordo, a causa dell'impegno europeo. Ebbene, dal 5,8 per cento del 2000, siamo passati al 2,9 per cento del 2003 e la Relazione trimestrale di cassa rivede tale cifra ulteriormente al ribasso, prevedendo che alla fine dell'anno si attesti al 2,2 per cento.
Questi sono dati drammatici, che evidenziano una situazione di finanza pubblica fuori controllo dal punto di vista strutturale. Si tratta di un elemento di grave preoccupazione per il futuro del nostro paese. Ma non c'è soltanto questo, perché stiamo discutendo di una manovra in assoluta controtendenza con le esigenze di politica di sviluppo dell'economia.
La situazione economica del nostro paese è sui giornali, sotto gli occhi di tutti: bassa crescita e alta inflazione. La bassa crescita caratterizza tutta l'Europa, ma noi abbiamo una crescita inferiore rispetto a quella della media europea; l'inflazione è attualmente un problema europeo, ma la nostra risulta più alta, rispetto a quella media europea. Ma sono soprattutto drammatici i dati strutturali; la nostra economia risulta in difficoltà proprio nei
suoi elementi strutturali, un'economia non più competitiva, con una produttività in grave crisi.
Abbiamo, infine, il problema di dover riprendere strategie di politica e di sviluppo. Queste erano state annunciate con grande enfasi, come si evidenzia spulciando qualche titolo di giornale. Il Corriere della Sera del 28 marzo titolava: «Tremonti, via al piano per la ripresa». Lo stesso giorno il quotidiano La Stampa replicava: « Nuovi meccanismi per rilanciare l'economia».
Di questa grande azione di politica economica, annunciata qualche settimana fa sui giornali, vediamo oggi soltanto alcuni aspetti francamente ridicoli, come il taglio degli incentivi per le assunzioni e per gli investimenti nel Mezzogiorno e in tutto il paese, una misura - come è stata ricordata nel corso delle audizioni dal rappresentante degli industriali italiani - grave e che rischia di danneggiare le capacità, le prospettive e le tendenze alla ripresa dello sviluppo produttivo del paese.
Chi dice bugie, signor ministro, onorevoli colleghi? Le dice la relazione tecnica, quando sostiene che si possono tagliare le risorse, in quanto non vi è tiraggio, oppure la Confindustria, che fornisce i dati sulle domande inevase?
Di questa grande manovra di politica economica annunciata, vediamo l'aumento dell'IRAP per le banche e dell'IRES per le fondazioni e si tratta, francamente, di un aspetto anche un po' ridicolo. I giornali sono pieni di riferimenti all'impegno del Governo di cancellare progressivamente l'IRAP, ma naturalmente la misura introdotta con il primo intervento di politica economica è quella di aumentare proprio l'IRAP, con buona pace degli annunci e dei grandi proclami di riforma fiscale.
Nell'ambito di questa grande azione di politica economica annunciata qualche settimana fa, inoltre, vediamo la mancanza di qualunque rapporto tra questo provvedimento straordinario e le strategie dell'imminente sessione di bilancio.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, considero ciò un aspetto grave: se fosse rispettata la legge, oggi discuteremmo del documento di programmazione economico-finanziaria e potremmo capire dove intende portarci il Governo e quali sono le strategie di lungo periodo. Come ha ricordato il collega Ventura, leggiamo sui giornali (ma lo sappiamo comunque facendo qualche conto) di una manovra per il 2005 pari a 20-30 miliardi. Vorremmo avere il piacere di poter discutere di tali questioni e di poter inquadrare anche le decisioni di carattere straordinario all'interno di una strategia più generale, per capire dove il Governo intende portare la finanza pubblica e il paese.
Ma non si tratta soltanto di una questione di rispetto della legge. Se le buone maniere parlamentari venissero rispettate, il ministro dell'economia sarebbe venuto in Commissione ad illustrare la manovra per il 2005, il raccordo con la riforma fiscale, le prospettive e le misure che intende adottare il Governo non tra alcuni mesi, ma tra poche settimane, quando dovrà essere presentata la legge finanziaria e avrà inizio la sessione di bilancio.
Denuncio dunque il fatto, che ho già sottolineato in Commissione bilancio, che stiamo discutendo il provvedimento in esame come se recasse misure ordinarie e contingenti, mentre si tratta di un provvedimento che avrà effetti sulle strategie successive e che il Governo avrebbe dovuto avere la responsabilità di inquadrare nell'ambito delle sue intenzioni per il prossimo futuro.
Intendo inoltre formulare un'osservazione non meno importante rispetto a quelle di merito che ho svolto finora. La manovra in esame colpisce al cuore i rapporti fra istituzioni. Sono rimasto particolarmente impressionato dall'audizione da parte della Commissione bilancio delle rappresentanze delle autonomie locali: numerosi sindaci, presidenti di regione e presidenti di provincia hanno affollato l'aula della Commissione per rendere, anche fisicamente, con la loro presenza la sensazione della distanza che separa oggi il sistema delle autonomie dal Governo del paese.
Si tratta, onorevoli colleghi, di un fatto molto grave, in quanto si accompagna alla
sempre più profonda separazione esistente fra il Governo del paese e le rappresentanze della società italiana. Non è un caso che il Governo rompa con i sindacati, con le autonomie locali, con le rappresentanze degli interessi economici e delle categorie. Vi è oggi nel paese l'esigenza di ricostruire le condizioni di un dialogo tra le istituzioni che parta dal rapporto fra il Governo e le autonomie. Il decreto-legge in esame, con le penalizzazioni da esso previste nei confronti della finanza locale, è quasi emblematicamente il segno di un vulnus e di una distanza che il Governo non intende colmare, assumendosi una grave responsabilità. Vi è, infatti, la responsabilità legata ai tagli dei servizi, ma vi è anche una responsabilità ancora più grande.
Il paese, nel passato, è uscito da momenti difficili dal punto di vista economico grazie all'intesa tra tutte le sue componenti; è uscito da momenti difficili perché tutti sono stati capaci di remare nella stessa direzione e di costruire strategie di intesa. Ciò in questo momento non avviene, ed è questa la grave responsabilità e l'elemento politico più significativo da sottolineare.
Concludo, signor Presidente, richiamando l'attenzione su un ulteriore aspetto. È stata ampiamente preannunciata la posizione della questione di fiducia. Tra poco il rappresentante del Governo porrà la questione di fiducia su un testo che non conosciamo. Nel corso dell'incontro con i rappresentanti delle autonomie locali, ho osservato che il Governo può porre la questione di fiducia per garantire la rapida approvazione parlamentare del provvedimento. È tuttavia dovere morale del Governo porre la questione di fiducia sui testi emersi dal dibattito in Commissione, sull'esito finale di un percorso che ha visto il nostro radicale dissenso ma anche alcune modifiche migliorative.
Non possiamo accettare di assistere al blocco del dibattito e alla presentazione di un documento di cui non abbiamo nessun sentore, i cui contenuti si dice anzi che siano significativamente diversi da quelli che in questi giorni abbiamo discusso e probabilmente conterranno anche misure particolarmente gravi e particolarmente negative.
Questo tema del rapporto tra Governo e Parlamento, che oggi viene in qualche misura messo in discussione dalla quotidiana pratica dei decreti-legge e dei voti di fiducia, è un altro aspetto di una questione più generale, quella cioè di come lavorare insieme per costruire il futuro del nostro paese. Noi vogliamo lavorare per costruire il futuro del paese sulla strada del confronto, della condivisione di posizioni, della discussione e della maturazione - nel dialogo tra la politica e la società e tra i diversi livelli istituzionali - delle soluzioni necessarie. Il Governo intende invece perseguire questo obiettivo attraverso la divisione. Mi pare un dato particolarmente grave ed è forse l'elemento più significativo dell'opposizione che noi conduciamo al provvedimento che stiamo discutendo (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo - Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Alfonso Gianni. Ne ha facoltà.
ALFONSO GIANNI. Signor Presidente, ci troviamo di fronte al disegno di legge di conversione di un decreto-legge laddove il tempo avrebbe voluto e avrebbe imposto la presentazione e la discussione di un documento di programmazione economico-finanziaria. Vi è quindi ragione di ritenere che questo provvedimento costituisca in nuce l'idea che di quel documento il Governo ha ed è questo che ci inquieta particolarmente.
Ho notato anche un certo imbarazzo da parte del relatore Giancarlo Giorgetti nell'esporlo, perché era evidente la povertà di idee che è contenuta in questo testo. Esso può essere riassunto nelle misure seguenti, salvo alcuni dettagli: il taglio agli incentivi per lo sviluppo occupazionale nel Mezzogiorno, compreso il taglio delle provvidenze per i cosiddetti e tanto decantati contratti di programma e contratti d'area; l'aggravamento delle imposte su alcune voci, alcune delle quali ricadono
come al solito su consumi ritenuti più o meno voluttuari e già perseguitati da una maniacale propaganda allarmistica da parte del Ministero della salute (mi riferisco al tabacco: sono un ex fumatore, ma sono contrario a simili americanate); la vendita di beni immobili di proprietà dello Stato, che è come dire che ogni singolo ministero, anche quello dell'onorevole Vegas, solitamente così attento e preciso, sega il ramo sul quale è seduto. Finirà con il sedere per terra - niente di personale naturalmente, rispetto le sue terga, sottosegretario - e soprattutto lascerà ai Governi futuri l'obbligo di pagare degli affitti. Certo, vi è la clausola che non è possibile per giusta causa recedere dal contratto; ci mancherebbe altro, altrimenti avremmo un ministero nelle condizioni degli extracomunitari o di coloro che stanno sotto i ponti del Tevere. Infine, vi è la proroga della misura del condono edilizio, con cui è evidente l'intenzione un po' malandrina - un ex Presidente del Consiglio avrebbe detto «mascalzona» - di aggirare la sentenza della Corte costituzionale. Ma in questo modo, siccome si dà alle regioni una responsabilità, non è affatto chiaro se il provento della proroga del condono edilizio entrerà nelle casse dello Stato.
Insomma, a me pare che, più che alla frutta, siamo all'«ammazzacaffè», come si diceva un tempo dalle mie parti. Alla finanza creativa del ministro Tremonti ha fatto seguito quella distruttiva.
È vero che il fatto che si introducono ministri di grande valore, come Siniscalco e Calderoli, dimostra che questo paese è estremamente democratico, e cioè che tutti a questo punto possono fare il ministro (e il grande Lenin aveva ragione quando diceva che anche la cuoca può andare al potere), ma c'è un limite... Prego, caro?
GUIDO GIUSEPPE ROSSI. Questo vale per tutti!
ALFONSO GIANNI. Ma l'ho detto io: tutti! È una precisazione superflua. Vale anche per te naturalmente, se temevi di essere escluso ti includo immediatamente (Commenti)! ça va sans dire, ma io sono meno ambizioso e ormai un po' tardo nell'età, per cui penso che il tempo sia passato più o meno inutilmente.
Voglio dire che siamo veramente al raschiamento del fondo del barile.
Guardate, onorevoli colleghi, che tutto ciò è molto preoccupante; soprattutto è preoccupante la serie di bugie che sono state dette, e cioè che tutto sommato eravamo nei limiti del previsto rispetto dei vincoli del patto di stabilità. Poi vi è stato un sussulto (un tempo l'Unità l'avrebbe definito con linguaggio ottocentesco «un sussulto democratico», naturalmente nel caso di Tremonti è difficile che l'aggettivo sia appropriato), vi è stata una resipiscenza per cui ad un certo punto si è detto: «Facciamo come la Francia e la Germania, diciamo a quelli di Bruxelles che a noi non ce ne importa niente del 3 per cento, lo possiamo superare, varcare».
Poi si arriva ad una manovrina, che, nel migliore dei casi - ma non sarà così sottosegretario Vegas, soprattutto per i previsti introiti del condono -, se vi va bene vi farà arrivare al 2, 9 per cento: non c'è margine di sicurezza. Tanto valeva, già che c'eravamo, spararla un po' più grossa! Non si capisce per quale motivo ponete la questione di fiducia su un provvedimento che, oltre ad essere ridicolo, potrebbe anche diventare inutile.
Insomma, come diceva il grande Ennio Flaiano, re degli aforismi, la situazione è drammatica, Presidente, ma non è mai seria! Questo è il grande problema della nostra politica e del comportamento di questo Governo.
PRESIDENTE. Ennio Flaiano diceva: «La situazione è grave, ma è non seria». Questa è la citazione esatta. Mi permetto la correzione quale contributo letterario.
ALFONSO GIANNI. Da lei, Presidente, accetto qualunque correzione. Debbo dire però che non è sostanziale rispetto al senso; la direttrice del pensiero è colta esattamente. La sua terminologia è più edulcorata, la mia è più...
PRESIDENTE. Non è edulcorata, è testuale: Flaiano scrisse proprio così!
ALFONSO GIANNI. Glielo concedo. La frase comunque rappresentativa di una situazione che si trascina: da una crisi ad una «non crisi», da una manovra ad una «non manovra», da una manovrina ad una mossa. Sembra - diciamo così - avanspettacolo. Questa è la situazione. Dove volete andare? Non c'è molto margine. Ho detto che, oltre alla frutta, siamo all'«ammazzacaffè», poi rimane solamente l'amaro Giuliani - scusi la pubblicità -, cioè un digestivo forte, ma non resta molto margine!
ALESSANDRO CÈ. L'Unicum!
ALFONSO GIANNI. Dovremmo forse discutere seriamente, però per farlo ci vorrebbero degli interlocutori seri. È un Governo che era partito con un ministro degli affari esteri uomo della FIAT: non era poca cosa dal punto di vista della relazione tra blocco politico e blocco sociale. Se n'è andato dopo un paio di settimane.
Avevamo un ministro degli interni; solamente quel ministero - diciamo così - ha subìto un certo miglioramento, strada facendo: ma si partiva molto bassi.
Per quanto riguarda il superministro dell'economia, non è che io avessi una simpatia particolare per Tremonti, dovrei risalire ad un ventennio fa, quando era uno dei commentatori economici del Manifesto, quando era cioè piccolo, aveva i capelli biondi e la 'erre' ancora più arrotondata; indubbiamente però era un uomo che era presentato nella campagna elettorale come l'estensore del programma della riduzione delle tasse, cioè un Ronald Reagan in piccolo, da telenovela anziché da film hollywoodiano. Ora siamo arrivati, diciamo così, alle controfigure, alle ombre! Signor ministro, lei capisce che il cambiamento è sensibile e notevole.
Onorevole ministro per i rapporti con il Parlamento, francamente non so, anche se il problema non è certamente mio, come farete a tirare avanti per altri due anni! Mi pare di capire, da come allarga le braccia, signor ministro, che il problema non è neanche suo (Si ride)! Forse, si affida alla Provvidenza, a ciò che sta in alto sopra di noi.
Il provvedimento in esame è certamente il simbolo di uno scadimento, di un peggioramento, di un volare basso: il tempo delle aquile, lo so, è finito, ma non dovevamo necessariamente finire a quello delle galline! Insomma, la situazione è insostenibile.
Allora, signor ministro, che lei ponga la fiducia o che non lo faccia lo considero, a questo punto, soltanto un dettaglio e le esprimo una sfiducia di carattere sostanziale: qualunque sia l'atto che riguarderà il provvedimento al nostro esame, la nostra sfiducia concerne il complesso del programma e del comportamento e, se me lo permette - senza che tale valutazione sia ispirata da alcuna motivazione di carattere privato, perché qui siedono persone che, pur nella diversità di opinioni, ho avuto occasione di stimare per la competenza, la serietà e l'impegno nello stare al tema di volta in volta in discussione (cosa già molto difficile in quest'aula, dove tutti divagano, compreso il sottoscritto) -, anche le persone!
Nell'epoca della globalizzazione, non si può creare una situazione in cui il posto dei grandi interpreti della politica viene preso da pallide ombre, ovverosia da un Governo - diciamo così - venuto su con il granone, come si diceva una volta in gergo sindacalese per indicare i burocrati cresciuti all'interno di una determinata area di sottogoverno: evidentemente, ciò non dà slancio, non dà smalto, non dà credibilità al nostro paese! Non sono per il Presidente che è stato un attore hollywoodiano né, tanto meno, per quello che è proprietario di televisioni, ma nemmeno per un semplice operatore all'interno di un sistema precostituito. Allora, lei comprenderà, signor ministro, le ragioni della nostra totale e netta sfiducia nei confronti di questo provvedimento.
Credo che questo Governo non abbia molte chance. Ministro Giovanardi, sottosegretario Vegas, azzarderò un'ipotesi: ho la vaga sensazione che, per ragioni puramente elettorali, avendo «scontato» le elezioni anticipate e, magari, l'accorpamento
tra le regionali e le politiche nel 2005, stiate meditando di «sparare» la riduzione delle tasse. In questo modo, pensate di recuperare quei consensi che avete perduto occupandovi solamente dei problemi di ristrette élite politiche o dell'alta finanza. Avete trascurato persino i ceti industriali - non che questi avessero bisogno di particolari cure, ma insomma... - ed i ceti intermedi; per non parlare di quelli popolari, che questo Governo mostra di tenere in non cale. Ebbene, pensate di «sparare» l'idea di un abbassamento delle tasse nella speranza di conquistare voti e di poter correggere la situazione con il prossimo Governo (un abbassamento dell'aliquota al 33 per cento è comunque insostenibile per un paese moderno) oppure di scaricare gli effetti di tale operazione sul Governo che verrà.
Noi che siamo un modesto partito di opposizione (siamo comunque il quarto partito del paese) accettiamo la sfida, perché non abbiamo paura di dire alla gente che un abbassamento delle tasse ed il conseguente minore introito per le finanze dello Stato, in presenza di un'evasione fiscale superiore del 10 per cento al limite considerato fisiologico, vale a dire alla media europea, provocherebbe lo sfascio della comunità italiana: lo sfascio della previdenza, della sanità, dell'istruzione, del vivere comune.
La posta in gioco è lo sfascio del paese. Questo è il dramma che si nasconde dietro questi pochi, aridi e francamente illeggibili articoli.
Per questo, soprattutto se il Governo porrà la questione di fiducia, il nostro «no» sarà ancora più forte e più convinto (Applausi dei deputati dei gruppi di Rifondazione comunista, dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e Margherita, DL-L'Ulivo - Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Tidei. Ne ha facoltà.
PIETRO TIDEI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la legge finanziaria per il 2004 aveva già pesantemente penalizzato i comuni, le province, le comunità montane e le regioni con il taglio dei trasferimenti statali e con i vincoli centralistici sulla loro autonomia di entrata e di spesa.
Ora, il Governo - evidentemente non pago di questo atto -, con il decreto-legge 12 luglio 2004, n. 168, aggrava la situazione, imponendo ai comuni sopra i cinquemila abitanti, alle province e alle regioni un taglio della spesa corrente per consumi intermedi del 10 per cento rispetto a quella del triennio 2001-2003. Per essere precisi, il taglio sarà sicuramente superiore al 10 per cento.
Per le regioni, con la disciplina del patto di stabilità si stabiliva che per gli anni 2003-2004 l'incremento degli impegni di spesa e dei pagamenti relativi alle spese correnti non doveva superare il tasso di inflazione programmato, ossia l'1,7 per cento. Con questo decreto-legge si prevede che la spesa per consumi intermedi non debba superare la media del triennio 2001-2003, meno ovviamente il 10 per cento. Pertanto, il taglio effettivo è pari al 10 per cento, oltre naturalmente all'inflazione programmata dell'1,78 per cento, più la differenza tra il valore della spesa del 2003 e il valore della spesa dei tre anni precedenti.
Per gli enti locali lo scenario è evidentemente ancora peggiore, se si pensa che l'obiettivo di stabilizzazione del patto di stabilità è pari al disavanzo più l'inflazione programmata. Ma si sa: il disavanzo poteva essere conseguito agendo sia sulle spese sia, a parità, sulle entrate.
Questa manovra non permette all'ente locale di intervenire sulle entrate per mantenere il disavanzo al livello degli anni precedenti e taglia le spese del 10 per cento, più l'1,78 di inflazione programmata. In conclusione, è la mortificazione degli amministratori locali.
Abbiamo assistito ieri mattina al pianto, alla disperazione, alla rabbia di molti sindaci venuti a reclamare e a chiedere un'inversione di tendenza ad un Governo ormai insensibile alle richieste del sistema delle autonomie locali.
Una tale misura a metà dell'esercizio finanziario del 2004 paralizza e rende impossibile il buongoverno dei comuni e
delle province. L'obbligo per regioni, province e comuni di ridurre la spesa per i consumi intermedi del 10 per cento entro i restanti cinque mesi dell'anno avrà un impatto fortissimo sulle imprese che forniscono beni e servizi alle amministrazioni locali.
Nella relazione tecnica che accompagna il decreto-legge la spesa annua per consumi intermedi viene valutata in 1,9 miliardi di euro per le regioni a statuto ordinario e in 19,1 miliardi per comuni e province. C'è un possibile taglio del 10 per cento di tale spesa pari a 2,7 miliardi di euro. Il taglio per il 2004 sarà quantitativamente minore, considerato che la norma «taglia spese» avrà effetto solo nel secondo semestre dell'anno.
Il decreto-legge afferma che la minore spesa del 10 per cento sui consumi intermedi va calcolata escludendo quelli dipendenti dalle prestazioni di servizi correlati a diritti soggettivi dell'utente. Siamo in presenza di una formulazione equivoca, che non individua e quantifica i diritti soggettivi dell'utente che legittimamente dovrebbero essere i servizi per gli anziani, per l'infanzia, per la famiglia, le attività sociali, culturali e scolastiche. Inoltre, quella dei consumi intermedi è una voce presente nel bilancio dello Stato, ma assente nei conti degli enti locali. Questo complica ulteriormente l'interpretazione della norma, anche se il presidente Giancarlo Giorgetti ha presentato una proposta emendativa che aiuta a fornire una migliore interpretazione.
Il taglio del 10 per cento opererà anche sulle spese per studi, incarichi e consulenze, inclusi quelli ad alto contenuto di professionalità, nonché sulle spese per relazioni pubbliche, rappresentanze e convegni. Il taglio delle consulenze di alto livello professionale significa ostacoli alla progettazione delle opere pubbliche più importanti, alla pianificazione e alla difesa del territorio. Faccio soltanto qualche esempio. Immaginate voi quanti enti locali, quante comunità montane, quante provincie, quante regioni oggi sono impegnate fortemente nei patti territoriali, nei contratti d'area, nei PRUST, negli obiettivi 1 e 2, nei progetti dell'Agenda 2000. Con questi progetti, con questi incarichi, si sviluppava l'economia, si dava lavoro, si attivavano cioè quegli elementi di sviluppo che poi davano agli enti locali la possibilità di essere fattori di sviluppo e di incrementare il PIL, quel PIL che non cresce e che non va avanti.
Siamo in presenza di norme assurde, che tagliano la spesa, anche se questa è all'interno di bilanci in pareggio; noi abbiamo bilanci in pareggio, grazie alle nuove entrate dovute alla lotta all'evasione fiscale e tariffaria. Si mortifica così quel coraggio dei comuni, che erano riusciti non solo a portare in pareggio il proprio bilancio, ma soprattutto a trovare nuove entrate. Si mortificano anche questi! Si disincentivano questi comuni coraggiosi! Il Governo, per ciò che riguarda gli incentivi alle imprese, praticamente riduce le somme disponibili in termini di competenza per l'anno 2004 di circa 1.250 milioni di euro: 150 milioni per il credito di imposta, 1.100 milioni per la legge n. 488 del 1992, per la programmazione negoziata e i contratti di area, che si assommano al taglio del 15 per cento della spesa degli enti locali per il fondo per le aree sottoutilizzate. Questa serie di provvedimenti provocherà inevitabilmente pesanti conseguenze, soprattutto nel Mezzogiorno.
Ma dov'è quella politica di sviluppo e rinascita del paese, del Mezzogiorno? Dov'è la ripresa sbandierata da Tremonti e Berlusconi? Siamo al declino, alla paralisi economica. Un taglio significativo è anche quello di 30,7 milioni di euro al fondo unico per la montagna, previsto dalla legge n. 97 del 1994. Mi ricordo quanti deputati del centrodestra si sono avvicendati in quest'aula a sostenere gli amici della montagna, l'economia della montagna, il valore dei comuni montani. Con questo provvedimento, si tagliano fondi all'economia montana, si condannano quelle popolazioni montane, che già vivono il disagio dell'emarginazione, a vivere ancora peggio, tagliando beni e servizi, quindi danneggiando l'economia di quei paesi.
Quindi, si tratta di norme paralizzanti per gli enti locali e di disincentivi allo sviluppo. È questo un mix regressivo e pericoloso, che non rappresenta alcuna linea economica e sociale di ripresa e risanamento del paese.
Intanto, per gli enti locali, sarà quasi impossibile - e lo affermiamo perché ieri l'hanno detto i sindaci - procedere all'assestamento di bilancio di metà esercizio annuale, così come è prevedibile un ampio contenzioso con le imprese private affidatarie di servizi e manutanzioni ordinarie, il cui onere è iscritto nei bilanci 2004 già approvati. Altro che patto di stabilità interno! Ripartirà il deficit nascosto, i debiti fuori bilancio ripartiranno nuovamente, e, in questo panorama di tagli per gli enti locali e di disincentivi per le piccole e medie imprese, si aggiunge il ritorno all'obbligo degli acquisti tramite la Consip per le pubbliche amministrazioni. La finanziaria 2004 aveva superato, dopo le proteste delle piccole e medie imprese e degli enti locali, l'obbligatorietà per le amministrazioni dello Stato di aderire alle convenzioni sottoscritte da Consip; oggi si torna indietro, introducendo sanzioni estremamente pesanti per i dirigenti e i responsabili che violano tale obbligo. Questa misura comporterà la paralisi di servizi e settori, che hanno urgente bisogno di beni e servizi per il normale funzionamento.
Inoltre, con il decreto-legge in questione, si reintroducono nell'ordinamento norme centralistiche, che le riforme della scorsa legislatura avevano superato. Viene disatteso il criterio innovativo dei controlli interni di gestione; in altre parole, si modifica l'articolo 198 del testo unico degli enti locali, imponendo agli enti di sottoporre il risultato del controllo di gestione anche alla Corte dei conti. Questa sorte di rendicontazione periodica alla Corte di conti rappresenta una aperta violazione del Titolo V della Costituzione, che ha abrogato il vecchio sistema dei controlli esterni di merito e di legittimità.
Siamo ben lontani dal riconoscimento dell'autonomia di entrata e di spesa degli enti locali, sancito dall'articolo 119 della Costituzione!
Il modello disegnato da tale articolo, infatti, individua nei tributi e nelle entrate proprie, nella compartecipazione al gettito dei tributi erariali riferiti al territorio dell'ente, nel fondo perequativo per i territori con minore capacità fiscale per abitante e negli interventi speciali le fonti di finanziamento delle attività dei comuni, delle province e delle regioni, affinché - così come la Costituzione prevede, e non ad altro! - si permetta ad essi di finanziare integralmente le funzioni pubbliche loro attribuite. Con il decreto-legge in esame, invece, si mortifica tale principio sancito dalla Costituzione.
Chiediamo di sperimentare scelte di segno federalista e di partecipazione, con pari dignità, dei diversi livelli istituzionali della Repubblica; rivendichiamo, inoltre, momenti istituzionali permanenti di consultazione e concertazione tra Stato ed autonomie locali e regionali. Vorrei segnalare che, pochi giorni fa, giustamente non si è tenuta la Conferenza Stato-regioni, poiché gli enti locali non vi hanno partecipato, in segno di protesta contro un Governo totalmente sordo alle loro esigenze!
Sono quelli che ho testè citato i punti di un federalismo finanziario e fiscale che vanno perseguiti con atti concreti. È tempo non solo di difendersi dai tagli e dal centralismo, ma di proporre misure di riforma di segno veramente federalista. È necessario prevedere, ad esempio, sulla base delle conclusioni dei lavori dell'alta commissione di studio, alcune misure, anche graduali, di federalismo finanziario e fiscale, da inserire nel prossimo disegno di legge finanziaria, nella previsione di superare il sistema dei trasferimenti attraverso una compartecipazione ai cespiti erariali e prevedendo un'ICI che riunifichi tutte le imposte e le tasse che gravano sugli immobili.
Riteniamo di confermare i trasferimenti erariali dell'esercizio finanziario 2004 con il tasso di inflazione programmato. Occorre, a nostro avviso, superare i vincoli che impongono la sospensione dell'addizionale facoltativa IRPEF, prevedendo la possibilità di decidere autonomamente
in ordine a imposte facoltative di scopo, ma purtroppo stiamo andando nella direzione opposta!
Occorre altresì prevedere risorse perequative, soprattutto per i comuni minori montani e per l'associazionismo: altro che taglio al fondo per la montagna! È necessario, inoltre, assicurare adeguate risorse di beni, servizi e personale, necessari per l'effettivo esercizio delle nuove funzioni trasferite agli enti locali. Occorre modificare, infine, i criteri punitivi del patto di stabilità interno, oggi ostativi di possibili interventi per il potenziamento dei servizi sociali e delle infrastrutture.
Il Documento di programmazione economico-finanziaria e la legge finanziaria per il 2005 dovrebbero costituire l'occasione per rendere permanente quel confronto e quel dialogo tra il Governo, gli enti locali e le regioni che, purtroppo, finora è mancato per colpa esclusiva dell'esecutivo.
Con il provvedimento in esame, signor Presidente e onorevoli colleghi, la maggioranza ha sprecato una grande occasione, inferendo un grave colpo al sistema delle autonomie locali. Non ci rimane che attendere il colpo definitivo, che assesterete al paese ed alla sua economia con il prossimo DPEF e con il disegno di legge finanziaria per il 2005. Dopo aver causato tanti guasti, è finito questo lavoro di sistematica distruzione del nostro paese: ve ne potete andare tranquillamente a casa (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo)!
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Villari. Ne ha facoltà.
RICCARDO VILLARI. Signor Presidente, oggi ci troviamo in questa Assemblea per discutere la manovra varata dal Governo per restare nei parametri finanziari previsti dai trattati europei.
Ho notato, così come ha fatto chi mi ha preceduto, sottolineandolo, l'imbarazzo del relatore, onorevole Giancarlo Giorgetti, in ordine ai contenuti del decreto-legge. Vi sono anche il nostro imbarazzo ed il nostro disagio nel ragionare su un provvedimento che, per stessa ammissione del relatore, da qui a poco potrebbe essere addirittura modificato.
Il contributo che alcuni di noi cercano di offrire in queste occasioni si sforza di essere anche originale, cercando, quindi, di non ripetere quanto è stato già affermato; tuttavia, occorre riconoscere, con grande franchezza, che ciò è piuttosto difficile, perché, con questo Governo, la storia si ripete: vi è un passato che stenta a passare, ci sono delle abitudini che si ripropongono e vi è, in definitiva, una penalizzazione, causata da questa manovra, soprattutto nei confronti dei cittadini, del Mezzogiorno e degli enti locali.
È scontato dire, signor Presidente, che è una manovra che mette tutti d'accordo nell'opporvisi, ma è anche - ciò oggettivamente sorprende - ancora una volta, una manovra ingenerosa nei confronti della parte più debole del paese, ossia il Mezzogiorno.
Ciò che deve emergere - ed è anche l'obiettivo delle mie riflessioni - è che il Governo ha compiuto una scelta precisa. Infatti, tra le decine di voci di bilancio, se ne potevano individuare altre per giungere all'obiettivo (peraltro insufficiente e che non sarà raggiunto). Invece, si è andati a colpire la parte debole, il Mezzogiorno e gli enti locali. Questi ultimi si vedono tagliate del 10 per cento le spese, il che significa una riduzione dei servizi ai cittadini che sarà più pesante laddove l'erogazione dei servizi è già inefficiente e meno presente, ossia, in definitiva, sempre nel Mezzogiorno. Ciò non offre né una prospettiva di crescita, né una prospettiva di sviluppo. Anzi, tutt'altro. I numeri sono oggettivamente sorprendenti. Quest'anno, con la presente «manovrina», o «manovra balneare» e la finanziaria per il 2005, si arriva alla sottrazione dalla nostra economia di oltre 23 miliardi di euro di risorse.
Dei 750 milioni di euro sottratti agli stanziamenti della legge n. 488 del 1992, l'80 per cento riguarda il Mezzogiorno.
Come si può conciliare ciò con quanto l'esecutivo afferma, ossia la centralità e la priorità del Mezzogiorno nella politica economica del Governo stesso? Da parte
dei sindacati, del mondo dell'artigianato, di Confindustria e degli enti locali sono state formulate varie sollecitazioni ed è stata espressa una generale indignazione, anche perché non vi è stata alcuna partecipazione degli amministratori locali ai tagli ed alla «mazzata» inferta al sistema delle autonomie.
Quali sono le conseguenze di ciò? Innanzitutto, vi è il rischio di un blocco dei pagamenti alle imprese che beneficiano di aiuti a fondo perduto. Vi è, inoltre, lo slittamento al 2005 di tutti i bandi in corso. Oltre al taglio annunciato di 1.250 milioni di euro, si vincola il Ministero delle attività produttive a non erogare, nel corso di quest'anno, più di 1,7 miliardi di euro. È noto che 1,2 miliardi di euro sono già stati spesi; per cui a disposizione dello stesso ministero rimangono appena 500 milioni di euro, che serviranno per i cofinanziamenti dei progetti europei. Il blocco di tale spesa coinvolge oltre 20 mila programmi di investimento e, oltre alla legge n. 488 del 1992, i contratti di programma, i patti e la legge n. 64 del 1986 sull'intervento straordinario.
Come affermavo in precedenza, è il Mezzogiorno ad esserne penalizzato. Oltretutto, si danneggiano accordi già conclusi tra istituzioni e mondo delle imprese e viene anche meno la fiducia che il sistema economico ripone nello Stato e nelle istituzioni. Ciò è un danno non commisurabile, ma estremamente grave.
Cito un dato impressionante rispetto alla legge n. 488 del 1992: l'anno scorso sono stati stanziati finanziamenti per un importo complessivo di 1.534 miliardi di euro, che avrebbero dovuto attivare investimenti per oltre 7 miliardi di euro e creare oltre 45 mila posti di lavoro.
Di 2.900 progetti, circa 2 mila riguardavano il Mezzogiorno. Dunque, i dati dicono chiaramente che è tale area del paese ad essere penalizzata.
Il mio intervento di questa sera vuole esprimere, in qualche modo, l'indignazione di un parlamentare meridionale rispetto ad un Governo che non considera il Mezzogiorno una priorità. Tutt'altro: esso penalizza il Mezzogiorno e gli enti locali, penalizza i cittadini e non dà orizzonte allo sviluppo. Viene spontaneo rivolgersi una domanda: tutti i provvedimenti e le previsioni di questo Governo rispetto alle entrate necessarie a coprire le spese (visto che si parla solo di condoni e di misure non strutturali) alla fine cosa hanno prodotto? Infatti, da qui nasce il «buco» finanziario. Cosa hanno consentito di recuperare i provvedimenti del Governo in termini di risorse e come è stata coperta la spesa? Infatti, alla manovra si giunge per questo motivo. Va sottolineato - e questo è un dato politico - che il problema è tutto nella «metà campo» del Governo.
La manovra si mette in campo perché il Governo sbaglia le previsioni e perché dai condoni ottiene, in termini di risorse, meno di quanto previsto, e non si può continuare a condonare. Queste manovre si mettono in campo perché il Governo lancia il segnale secondo cui pagare le tasse, tutto sommato, è un optional; pertanto, tutti attendono i condoni, nessuno paga le tasse ed il sommerso aumenta. Diciamo la verità: vi è un'economia malata. Allora, la manovra è la punta dell'iceberg.
Il problema vero è quantificare il disastro della finanza pubblica. Stiamo provvedendo ad effettuare tale rilevazione: cosa si è riusciti ad introitare per coprire le spese? Avremo sorprese assolutamente amare per il paese, che in definitiva tracciano il profilo di un Governo non affidabile, che non è in grado di controllare i centri di spesa, che pensa che lo sviluppo si faccia con i tagli e che non riesce a dare continuità a quell'azione di governo che deve tendere a recuperare il ritardo delle aree svantaggiate del paese, anche inseminando queste aree con iniziative che devono essere costanti, continue e che, in qualche modo, devono dare fiducia al sistema delle autonomie, al mondo delle imprese, delle associazioni e del lavoro. Tutto questo non si realizza: si aspetta sempre qualcosa che verrà; non c'è orizzonte e si va avanti in maniera assolutamente balbettante ed insufficiente. Questo è il risultato di tre anni di Governo.
Come il Presidente ricordava prima, Flaiano diceva ciò che diceva. Dalle mie parti, Totò diceva «questo Governo, ci faccia il piacere!», nel senso che, oggettivamente, da un Governo che governa in questo modo non c'è molto da aspettarsi (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Pennacchi. Ne ha facoltà.
LAURA MARIA PENNACCHI. Signor Presidente, la manovra correttiva costituisce un'ammissione tardiva del disastro a cui la politica economica e sociale di questo Governo...
PRESIDENTE. Prego i colleghi che si trovano nei pressi del banco del Comitato dei nove di rimuovere l'assembramento...
LAURA MARIA PENNACCHI. ...ha portato il nostro paese. È un'ammissione tardiva perché, ancora pochi giorni fa, l'onorevole Tremonti non solo negava che fosse necessaria la correzione, la stangata, ma irrideva e scherniva coloro che continuavano, viceversa, a segnalare il trend molto negativo. Ricorderete che egli ebbe a dire «rischio de che?», imitando il dialetto romanesco in modo infelice, come poi i fatti hanno dimostrato.
È però un'ammissione tardiva: le opposizioni, e tutte le persone sagge nel paese, ricorderanno quanto accaduto fin dalla prima legge finanziaria approvata da questo Governo nel 2001 (primo anno del Governo Berlusconi), un anno aperto con la denunzia da parte del ministro Tremonti del «buco», o meglio dell'extradeficit, lasciato in eredità dai precedenti governi; un «buco» che le statistiche ufficiali hanno poi accertato non esistere nella maniera più assoluta ed oggi siamo invece al «buco» gigantesco determinato dalla «finanza creativa», che è stata adottata e ripetutamente confermata in questi tre anni.
Siamo dunque ad un'ammissione tardiva di un disastro che era stato però annunciato. Gli effetti distruttivi di questa «finanza creativa», che è stata adottata da questo Governo, e dal ministro Tremonti nella fattispecie, ideata e tradotta in misure applicative di realizzazione da colui che era il suo direttore generale, e che oggi è ministro dell'economia, hanno un legame intrinseco, che non ci deve sfuggire, con la visione di fondo della politica economica di questo Governo. Questo Governo e questa maggioranza allo sbando hanno trovato un ministro dell'economia che continua la politica economica che aveva adottato a partire dal 2001.
C'è un filo rosso che collega tutte le misure di «finanza creativa» a quelle più sostanziali che danno il segno e che identificano il nucleo costitutivo, anche in termini categoriali, della politica economica del Governo Berlusconi, che, non a caso, come primo atto del proprio insediamento, abolisce le imposte su successioni e donazioni di grandi patrimoni e continua, in un crescendo, con l'introduzione dello scudo fiscale, con il quale è consentita la legalizzazione di capitali importati illegalmente all'estero. Con un obolo del 2,5 per cento, consentendo il mantenimento dell'anonimato, i capitali sono stati regolarizzati e sono rimasti in grande misura all'estero.
Andando avanti così, passando per leggi della «vergogna», oggi abbiamo la nuova legge della vergogna, che è quella sulla controriforma pensionistica; ed arriviamo ai condoni, alla «marea» di condoni (venti fattispecie diverse per una medesima tipologia di condoni), con l'invenzione di questo nuovo istituto, ovvero la proroga dei condoni.
Ci eravamo abituati a pensare, seguendo un celebre motto, che la tragedia, nella storia, si ripete in farsa. Dobbiamo dire, se percorriamo quanto è accaduto in questi anni, che la farsa protratta in questo momento si sta ripetendo in tragedia.
La manovra correttiva infligge ferite ulteriori ad un'economia e ad un tessuto produttivo e sociale molto provato; infligge ferite al Parlamento, alle istituzioni e alle regole istituzionali. Sul piano formale, i
colleghi intervenuti lo hanno sottolineato tutti, ci siamo trovati in una situazione che non era mai accaduta: tutte le istituzioni, le associazioni o le organizzazioni che abbiamo audito nella giornata di ieri hanno denunciato la gravità di quanto stava accadendo; esse sono state audite dopo che era stato di fatto «chiuso» il termine per la presentazione degli emendamenti e quindi sono state audite «a cose fatte», mettendoci a parte, in modo significativo ed istruttivo per noi, di quanto stava accadendo; certo, non c'era praticamente possibilità alcuna di registrare e prendere atto delle loro indicazioni al fine di migliorare quel poco di migliorabile presente nel provvedimento.
Il testo che abbiamo discusso in Commissione è profondamente diverso dal maxiemendamento su cui verrà posta - credo sia ormai questione di minuti - la questione di fiducia. Non so se tale testo sia già stato completato, ma sarebbe piacevole, oltre che corretto istituzionalmente, conoscerne tutti i dettagli. Su tale testo fino all'ultimo potrebbero essere apportate correzioni e variazioni molto interessate. In ipotesi, potrebbe essere ridotto il numero dei dipendenti di una determinata struttura ed aumentato, magari, il numero dei dirigenti di tale struttura. Oppure, si potrebbe surrettiziamente aumentare la pensione di dirigenti o di professori inserendo nella retribuzione base anche gli emolumenti che ricevono per loro prestazioni, ad esempio, di insegnamento. Siamo veramente arrivati ad un punto limite.
Sul piano degli equilibri di finanza pubblica la correzione apportata avrà effetti rilevanti sulle spalle dei cittadini, perché quanto viene, ad esempio, stabilito per banche ed assicurazioni sicuramente sarà poi traslato sui cittadini. Tuttavia, la suddetta correzione non è tale da riportare sotto controllo la finanza pubblica. Le condizioni di criticità che il relatore, il presidente Giorgetti, ricordava nella sua relazione - già inserite nella trimestrale di cassa per poter essere certi che il deficit si fermasse sotto il 3 per cento del PIL - sono tutte condizioni impossibili da verificarsi.
La configurazione dell'ANAS come impresa market non sarà possibile. Infatti, perché ciò possa accadere, le spese di funzionamento dell'ANAS dovrebbero essere coperte per il 50 per cento del totale con ricavi di mercato. Per quanto riguarda le entrate da alienazioni degli immobili, previste per un ammontare di 9 miliardi di euro, sappiamo benissimo che SCIP 3 è sparita nelle nebbie, non sappiamo più che fine abbia fatto. Di SCIP 2 sappiamo che non potrà assolutamente avere gli effetti che si dicono. Infatti, nel testo in esame sono inserite misure - di cui peraltro non è chiaro l'effetto che avranno realmente sull'impatto di finanza pubblica - cautelative in relazione alla costituzione del fondo immobiliare che dovrebbe presiedere all'operazione di vendita degli immobili in cui sono collocati oggi i ministeri, procedendo, poi, al riaffitto di quegli stessi immobili. Se il valore degli affitti sarà superiore ai tassi di mercato (e sarebbe stato possibile conseguire lo stesso ammontare attraverso un prestito) saremmo di fronte ad un'operazione assolutamente irrazionale, anche dal punto di vista economico.
Vorrei soffermarmi sull'alienazione degli immobili: si tratta di particolari importanti perché si sappia che la nostra non è davvero propaganda. In realtà, su un soggetto moribondo come questo Governo non c'è bisogno di infierire, ma vorrei che si avesse maggiore cognizione dello stato in cui sono stati portati la finanza pubblica ed il paese. Quando le operazioni di SCIP 1 e SCIP 2 si sono risolte positivamente, tale risoluzione positiva è stata possibile perché una società interamente posseduta dal Tesoro, la Fintecna, partecipava all'asta e comprava tutto l'invenduto.
Potremmo fare molti altri esempi di questo modo di procedere. Le ferite sono molto rilevanti anche sul piano degli effetti reali che si provocano sull'economia e sull'intera società. Siamo di fronte alla riduzione delle risorse per il Mezzogiorno e degli incentivi alle imprese per gli investimenti. Siamo di fronte a quel taglio agli enti locali, sottolineato da tanti colleghi che sono intervenuti. Siamo di fronte a
quell'abnorme soluzione trovata sul taglio dei consumi intermedi, che obbligherebbe, nella seconda metà dell'anno - come ci segnala il Servizio bilancio della Camera dei deputati, che ci ha evidenziato molte altre inadeguatezze, scorrettezze, mancanze di trasparenza ed opacità (il segno della condotta di questo Governo)! -, ad un taglio delle relative spese addirittura del 72 per cento. Cosa che palesemente non si verificherà e vi saranno, quindi, ulteriori effetti sul piano della mancanza di controllo della finanza pubblica; d'altronde, se pure si verificasse, produrrebbe effetti di malfunzionamento e di blocco totale dell'attività.
In questa situazione, ritengo del tutto irresponsabile pensare ad un taglio indiscriminato della pressione fiscale con il documento di programmazione economico-finanziaria - che non sappiamo nemmeno se verrà presentato prima dell'estate o a settembre (ed anche questo è un fatto gravissimo) - o addirittura con un altro decreto-legge speciale o comunque con la finanziaria per il 2005. È del tutto irresponsabile anche solo pensarlo! Gli effetti redistributivi perversi sarebbero enormi, a vantaggio dei più ricchi. È apparso proprio ieri un articolo sul Wall Street Journal, il quotidiano che è il santuario del mondo imprenditoriale conservatore americano, che valutava gli effetti redistributivi dei massicci tagli fiscali fatti da Bush: si tratta di effetti redistributivi tutti a vantaggio dei ricchi e dei superricchi. Inoltre, il deficit, già così rilevante, diventerebbe enorme.
Oggi su Il Sole 24 Ore vi è un'intervista di un autorevole neoconservatore economista americano, il quale afferma, tra le altre cose: la storia ci dice che una riduzione del ruolo dello Stato segue una riduzione delle imposte come reazione inevitabile ai minori introiti. Sembra di sentire il Presidente del Consiglio che proprio di recente ha detto: io non condivido la teoria che bisogna tagliare le spese per poter tagliare le imposte - peraltro è esattamente la teoria e la convinzione di tutti i nostri partner dell'Unione europea e della Commissione europea -, perché penso esattamente l'opposto, cioè che bisogna tagliare le tasse per poter essere costretti a tagliare la spesa. Spesa, colleghi, vuol dire diritti e servizi! Ciò significa, come ci traduce plasticamente l'economista che citavo poc'anzi, che il vero obiettivo è starving the beast, affamare la bestia, laddove la bestia sono i governi locali, le istituzioni pubbliche, i diritti e i servizi fondamentali. Diritti e servizi fondamentali che le istituzioni pubbliche e i Governi, nelle loro funzioni più nobili, assicurano a tutti i cittadini (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo, della Margherita, DL-L'Ulivo e Misto-Verdi-L'Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Stradiotto. Ne ha facoltà.
MARCO STRADIOTTO. Signor Presidente, il provvedimento in esame dimostra ancora una volta che questo Governo e questa maggioranza considerano le autonomie locali nemiche dello Stato.
Ormai ci siamo abituati: in questi tre anni, in ogni provvedimento che riguarda la finanza pubblica, si inseriscono norme che penalizzano gli enti locali. Sono norme che, spesso, sono in contraddizione con le norme precedenti; norme illogiche e contro il buon senso che, spesso, non producono alcun beneficio per le casse dello Stato ma, al tempo stesso, creano problemi drammatici agli enti locali che non riescono ad erogare certi servizi, neanche se dispongono di risorse proprie.
Il problema nasce dall'errata applicazione del patto di stabilità. A partire dal 2001, il Governo di centrodestra ha iniziato ad applicare, in modo completamente diverso rispetto a come veniva applicato in precedenza, il patto di stabilità per i bilanci degli enti locali. A partire dal 2001, lo Stato, con le diverse leggi finanziarie, ha applicato per gli enti locali le norme sul patto di stabilità come se provincie e comuni fossero dei ministeri, e non degli enti autonomi con entrate e bilanci propri. Sono stati previsti vincoli sulle spese correnti, sulle spese di personale, sulle modalità di acquisto da parte degli stessi enti di determinati beni e servizi.
Sono tutte norme che ledono l'autonomia degli enti locali che debbono, in questo modo, limitare l'erogazione dei servizi, anche se a totale carico dei cittadini e anche se hanno la disponibilità di risorse proprie.
Abbiamo già avuto modo di spiegare, nel corso dell'esame della legge finanziaria per il 2003, che introdurre vincoli sulla spesa corrente senza valutarla in rapporto alle entrate proprie dell'ente è un errore che rischia di penalizzare tutti i comuni più efficienti, senza peraltro portare alcun beneficio alle casse dello Stato.
Vorrei approfittare del mio intervento per porre alcune domande al sottosegretario Vegas. La prima domanda è relativa al comma 11 dell'articolo 1 del provvedimento in esame. Vorrei capire, a proposito della limitazione della spesa per consumi intermedi, l'espressione ivi inserita: «esclusa quella dipendente dalla prestazione di servizi correlati a diritti soggettivi dell'utente». Con questa frase, forse, e ci si riferisce ai servizi a domanda individuale? Non lo sappiamo, perché nel testo unico non esiste l'espressione «diritti soggettivi dell'utente». Fateci capire, perché qualcuno deve applicare queste norme.
Vi è poi un'altra domanda: al comma 5 dell'articolo 1, prevedete l'istituzione per tutti gli enti locali del controllo di gestione, mentre al comma 9 prevedete la riduzione del 15 per cento delle spese sostenute per l'affidamento di incarichi. Ciò significa che tale riduzione vale anche per la progettazione di opere pubbliche e per le spese relative alla redazione degli strumenti urbanistici? Il controllo di gestione deve essere svolto da un organo composto da volontari senza alcun compenso oppure da professionisti? Se, come credo, è vera la seconda ipotesi (ossia, si deve trattare di un organo composto da professionisti), ciò si traduce in ulteriori costi. Quindi, da una parte, obbligate gli enti a spendere meno per beni e servizi, nonché per gli incarichi e, dall'altra, prevedete un altro onere burocratico (il pagamento del nuovo organo di controllo di gestione). Credo che questo sia un modo sbagliato di porsi rispetto agli enti locali.
Che dire, poi, della Consip? La Consip è stata inventata dai Governi di centrosinistra per agevolare gli acquisti delle pubbliche amministrazioni. Nel 2003 voi l'avete fatta diventare, sbagliando, l'organo o il punto di riferimento obbligatorio per l'acquisto degli enti locali. Con la legge finanziaria per il 2004, su nostra proposta, ma anche di tanti parlamentari del centrodestra, è stato abolito tale obbligo.
Non capisco, quindi, la logica sottesa e l'incoerenza dimostrata rispetto al percorso seguito nei confronti della Consip. Era un organo che aveva una funzione di supporto (questo aveva previsto il centrosinistra); nel 2003 l'avete reso obbligatorio, mentre, con la legge finanziaria per il 2004, avete eliminato l'obbligatorietà perché vi siete resi conto che non avrebbe arrecato alcun vantaggio e avrebbe creato danni agli enti locali. Oggi, invece, ripristinate l'obbligo di fare riferimento alla Consip, creando grossissimi problemi a tanti piccoli enti ed a tante piccole aziende.
Vi rendete conto che, in questo modo, modificando in continuazione le vostre strategie, state bloccando l'attività di tutta la pubblica amministrazione? Comprendete che vi sono funzionari che, ogni mattina, devono solo verificare cosa viene adottato dal Governo per quanto riguarda la spesa relativa agli enti locali ed i relativi vincoli, senza sapere se i provvedimenti che emettono sono corretti e soggetti a determinate responsabilità?
Parlate di riforme, di decentramento, di devolution, ma proponete misure solo di tipo centralistico, che calpestano la dignità delle autonomie locali. Chi ha scritto questo provvedimento non ama le autonomie locali e non conosce il funzionamento dei bilanci comunali; chi ha scritto questo provvedimento considera gli enti locali alla stregua di qualsiasi altra amministrazione dello Stato.
Imporre ad un ministero il taglio del 10 per cento delle spese per i consumi intermedi significa ottenere risparmi; porre lo stesso vincolo ad enti con bilanci autonomi determina la modifica del tipo di spesa sostenuta, ma non un risparmio per lo
Stato. Porre vincoli alla spesa corrente o all'acquisto di beni e servizi significa che gli enti locali spenderanno di più in conto capitale, ma ciò non determina vantaggi per le casse dello Stato. Ad esempio, un comune del collegio che ho l'onore di rappresentare ha deciso - previo accordo con i genitori, che erano disposti a pagare di più - di modificare il pasto per i bambini che frequentano la scuola, prevedendo un pasto biologico. Ebbene, tali comuni oggi si trovano nella difficoltà di non riuscire a garantire questo servizio, anche se a totale carico dei genitori. Capite che, in questo modo, state impedendo ad un comune di migliorare il servizio o di fornirne uno nuovo?
Dopo la riforma del Titolo V della Costituzione, avevate la possibilità di ribaltare completamente il sistema fiscale italiano, inserendo il federalismo fiscale e ponendo in sinergia i comuni, le province, le regioni e lo Stato, attraverso il meccanismo della compartecipazione degli enti locali e delle regioni alle maggiori entrate dello Stato. Avete preferito percorrere altre strade e, anziché cercare la concertazione, avete preferito il conflitto con le autonomie locali e con le rappresentanze sociali. Invece della ricerca del sommerso e dell'evasione, avete proposto i condoni fiscali; invece di migliorare e di applicare il Titolo V della Costituzione, avete preferito litigare sulla devolution. E poi ci proponete questo provvedimento assolutamente centralistico!
Ve lo dice un autonomista e un federalista convinto: fermatevi, finché siete in tempo (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo, dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e Misto-Verdi-L'Ulivo - Congratulazioni)!
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Burtone. Ne ha facoltà.
GIOVANNI MARIO SALVINO BURTONE. Signor Presidente, la manovra di riduzione del deficit pubblico varata dal Governo tra qualche giorno acquisirà forza di legge. Si tratta di un provvedimento che abbiamo avversato da subito e che continueremo ad ostacolare in questa battaglia parlamentare, pur consapevoli della possibile decisione del Governo di porre la questione di fiducia.
La nostra opposizione nasce dalla preoccupazione in ordine agli effetti che il decreto-legge produrrà su un paese, l'Italia, da troppo tempo fermo, non trainato da un processo di modernizzazione, dalla ricerca, ma attraversato da un forte disagio economico e sociale.
Sappiamo tuttavia che le conseguenze pesanti del decreto-legge in esame ricadranno soprattutto sul Mezzogiorno, che sarà chiamato a sopportare una parte significativa della manovra. Saranno infatti ridotti di 1,15 miliardi di euro i trasferimenti alle imprese meridionali; 750 milioni di euro riguarderanno i tagli alla legge n. 488 del 1992; 250 milioni di euro i contratti di area e 150 milioni di euro il bonus occupazione. Ma ad essere ridimensionate di 100 milioni di euro saranno anche le disponibilità del fondo per le aree sottoutilizzate.
Meno risorse, dunque, per lo sviluppo dell'imprenditoria, per creare nuove aziende e quindi occupazione in un territorio che, in questi anni di Governo di centrodestra, non ha visto ridotto il proprio gap con il resto del paese sulla frontiera più delicata del riconoscimento del diritto al lavoro.
Anzi, ci sono regioni, come la Sicilia, la cui condizione sul fronte della disoccupazione si è ulteriormente aggravata. Non starò ad elencare i tanti casi di crisi aziendale, che stanno determinando una grave situazione sociale, sottovalutata dai governi regionale e nazionale. Riporto, in proposito, un dato estremamente significativo: il ricorso alla cassa integrazione straordinaria è aumentato del 229 per cento nel 2004, rispetto all'anno precedente.
Questa manovra rivela dunque, definitivamente, non certo una politica di impegno per il sud, ma il totale disimpegno del Governo nei confronti delle aree del Mezzogiorno, un disimpegno costante e continuo, che si manifesta non soltanto oggi, con questa manovra finanziaria, ma che ha caratterizzato il Governo nazionale nel corso di questi anni.
I limiti di tempo non permettono un'analisi dettagliata, ma vogliamo ricordare le difficoltà del mondo agricolo, deriso dal bluff della cosiddetta legge omnibus. Gli agricoltori non hanno ancora ricevuto un solo euro di aiuto per le calamità subite negli anni scorsi. Ricordo, inoltre, la fine sostanziale dell'utilizzo da parte degli imprenditori del credito di imposta e del bonus per l'occupazione; i provvedimenti sono bloccati non solo a causa dei limiti delle risorse, ma anche a causa delle procedure, divenute super burocratizzate e continuamente modificate da parte del Governo per non assicurare la certezza del diritto.
La stessa Svimez ha sottolineato che, dal 2001 ad oggi, le iniziative agevolate nell'industria e nei servizi hanno registrato una costante flessione. La Relazione generale sulla situazione economica del paese, a cura del Ministero dell'economia e delle finanze, ribadisce che la ricaduta occupazionale nel 2003 della legge n. 488 del 1992, comprendente gli incentivi alle imprese, è stata di oltre 60 mila nuovi posti di lavoro in tutta Italia, l'80 per cento dei quali, corrispondente a 47.319 unità, nel Mezzogiorno. Vi è stata, quindi, una crescita rallentata rispetto all'anno precedente, quando i posti di lavoro creati grazie alla suddetta legge avevano toccato complessivamente quota 78 mila.
I dati dimostrano, comunque, la validità di tale legge nel sostegno a nuovi investimenti produttivi per creare nuova occupazione; ma, al contempo, la manovra finanziaria del Governo dimostra la volontà, risalente non ad oggi ma ai mesi scorsi, di ridurre le risorse.
Per quanto ci riguarda, i fondi per lo sviluppo infrastrutturale del Mezzogiorno debbono aumentare, anche perché un altro punto dolente è rappresentato dalla spesa pubblica in conto capitale destinata al sud, ancora distante dall'obiettivo programmatico del 45 per cento, attestandosi a circa il 38 per cento.
La cosiddetta legge-obiettivo non ha dato alcun risultato concreto; gli accordi di programma-quadro, stipulati con le regioni, vanno a rilento, e ancora più grave è la mancanza di contributi derivanti dalle risorse ordinarie delle amministrazioni, proprio nei comparti fondamentali della viabilità stradale e ferroviaria e della ricerca.
C'è stato un preoccupante disimpegno delle Ferrovie e dell'ANAS, che hanno continuato a destinare al sud risorse assai modeste. È questo l'amaro quadro di un Mezzogiorno frenato dalle politiche sbagliate del Governo, un Mezzogiorno che ha invece una chiara necessità di massicci interventi strutturali e di un serio sostegno all'imprenditoria.
Subito dopo la campagna elettorale, durante la verifica, alcuni partiti della Casa delle libertà (mi riferisco in particolare ad Alleanza Nazionale e all'UDC) hanno posto il tema di un Mezzogiorno penalizzato dalle iniziative del Governo, annunciando il rilancio di un nuovo e significativo impegno. Da qualche giorno, con enorme stupore, i buoni propositi dell'UDC e di Alleanza Nazionale sono scomparsi dall'agenda politica.
È sceso il silenzio assoluto. Ci chiediamo: dove sono finiti gli esponenti di Alleanza nazionale e dell'UDC che volevano diventare i paladini del Sud, i nuovi crociati per il rilancio del Mezzogiorno? Era, la loro, una vera e propria battaglia per spostare l'asse delle politiche governative verso il Mezzogiorno o una posizione tattica per strappare qualche quota di potere?
Ancora, ci interroghiamo: hanno consapevolezza, i parlamentari di Alleanza nazionale, dell'UDC e di Forza Italia eletti nel Mezzogiorno, dei danni che provocherà questa manovra finanziaria sul debole apparato produttivo del Sud? Sappiamo che a queste domande non avremo risposte, ma sappiamo anche che tutti i parlamentari della Casa delle libertà, anche quelli eletti nel Mezzogiorno, voteranno una manovra finanziaria che ridurrà ulteriormente le capacità di rilancio dell'economia meridionale.
Riteniamo che su queste tematiche non ci possano essere ambiguità e incertezze: la questione meridionale è e rimane una questione nazionale. In termini culturali,
l'intervento per il Mezzogiorno non può essere sentito come un privilegio parassitario: il Mezzogiorno vuole concorrere al rilancio del paese, come ha fatto quando al Governo c'era il centrosinistra. Siamo contrari a una contrapposizione tra sud e nord del paese: tutti abbiamo l'interesse che la locomotiva principale del paese si modernizzi e tiri. È necessario un allineamento verso l'alto, e non verso il basso. Il sud non chiede privilegi: vuole pari opportunità, non può subire ulteriore marginalità. Oggi vi è un'emergenza occupazionale in numerose aree del Mezzogiorno. Non è soltanto un problema di finanziamenti da richiedere: vogliamo difendere quelli che sono stati previsti e chiediamo procedure efficaci e rigorose.
Le nostre proposte sono semplici: vogliamo che il Sud diventi un'area conveniente e sicura, in cui c'è voglia di fare e in cui si deve investire. Chiediamo, dunque, il ritorno a procedure trasparenti, lineari ed oggettive per il credito d'imposta e per il bonus occupazione. Si mantengano risorse adeguate per la legge n. 488 del 1992, e per fare ciò occorre votare «no» a questa manovra. Sappiamo, invece, che la maggioranza andrà dritta verso questo obiettivo. Sappiano, però, innanzitutto i parlamentari del sud, che verrà ancora una volta colpita un'area che non è riuscita ad uscire dal tunnel e che vuole soltanto integrarsi pienamente con il resto del paese, per aprire una nuova stagione di diritti e di doveri (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Carbonella. Ne ha facoltà.
GIOVANNI CARBONELLA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la filosofia che esprime il decreto-legge in esame, afferente la manovra correttiva dei conti pubblici, risulta drammaticamente coerente con lo spirito che ha animato l'azione del Governo nel corso di questi ultimi anni.
Essa è figlia, infatti, di quella creatività finanziaria che tanti danni ha provocato al nostro paese, ed esprime inoltre una cultura di governo tutta protesa a tutelare privilegi, a difendere i forti, a rendere la politica dei condoni l'anticamera di attività eversive, di illegalità diffusa e radicata, soprattutto da parte dei furbi. Nel merito, la manovra in esame rappresenta la brutta copia di precedenti manovre, in quanto manifestamente ingiusta, economicamente inefficace, socialmente pericolosa.
Questo nostro giudizio, che in apparenza può sembrare severo, è legittimato dall'innegabile rovinosa condizione economica in cui ci troviamo. Il Governo Berlusconi, infatti, in questi tre anni ha impoverito il paese, ha peggiorato le condizioni di vita di milioni di famiglie e di pensionati, ha precarizzato il mondo del lavoro, ha sfasciato lo Stato sociale, ha strangolato gli enti locali, ha cancellato gli incentivi alle imprese, ha rubato la speranza ai giovani; infine, aveva dimenticato il Mezzogiorno. Onorevoli colleghi, avete capito bene: ho detto «aveva» dimenticato il Mezzogiorno.
Sapete perché dico questo? Perché tutto si può dire tranne che in questa manovra non ci sia una particolare, direi quasi ossessiva, attenzione del Governo verso il Mezzogiorno.
Per convincervi di ciò, è sufficiente esaminare i contenuti della manovra che state per varare. Vi pare poco, per esempio, il taglio di 9.250 milioni di euro al fondo per le aree sottoutilizzate? Stiamo parlando di circa 18 mila miliardi di vecchie lire! Vi pare poco soffocare importanti iniziative di programmazione negoziata, soprattutto al sud? Vi pare poco ridurre drasticamente le risorse della legge n. 488 del 1992? Vi pare poco limitare al massimo il bonus sull'occupazione? Vi pare poco smembrare quel poco che era rimasto del credito d'imposta?
E che dire delle risorse destinate al sud per le infrastrutture, di per sé già insufficienti? O della decisione di smantellare tutti i programmi di investimenti in itinere, concordati tra Governo centrale ed amministrazioni regionali e provinciali, oltre alla devastazione di interi settori industriali
e all'abbandono dell'agricoltura, così come ha accennato prima il collega Burtone?
Non che tutto ciò fosse concretamente assodato, perché non era certo né sufficiente, ma oggi, con questa manovra, si perde quel poco che era stato promesso o programmato, ed insieme la speranza per un possibile riscatto di un sud che negli ultimi anni aveva imboccato una via virtuosa dello sviluppo, uno sviluppo basato su una progettualità inedita; un sud coraggioso, convinto delle proprie potenzialità, orgoglioso di costruire il futuro grazie alla propria capacità propositiva. Uno sviluppo che puntava sulle vocazioni territoriali, senza negare opportunità esogene ed in grado di cancellare uno stereotipo di sud piagnone, assistito, incapace di sottrarsi al vezzo di interventi straordinari o di interventi a pioggia. Un sud, insomma, che stava dimostrando doti autopropulsive ignote sino a qualche anno fa, un sud affrancato da scelte calate dall'alto e caparbio nel voler decidere il proprio destino ed il proprio futuro, investendo sulle risorse umane e culturali presenti.
Questa manovra, con questi contenuti, cancella speranze, stimoli, sensibilità e soprattutto indebolisce quel protagonismo sociale che era stato il vero caposaldo su cui si fondava l'ambizione di una crescita civile, economica, sociale e culturale che ne stava caratterizzando l'azione, la prospettiva, l'avvenire.
Per questo, dico al Governo e alla maggioranza che, se il sud deve suscitare in voi questo tipo di attenzione ed, in ragione di ciò, pagare questi prezzi altissimi vi esorto, da parlamentare meridionale, a continuare ad ignorarlo, così come avete fatto finora, proprio per evitare che, oltre al danno, si aggiunga anche la beffa.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho già detto in altre occasioni che, di fronte a scelte di questo genere, è difficile soffocare il sentimento di indignazione che assale un parlamentare del sud. Questo sentimento, però, non dovrebbe cogliere solo il parlamentare di opposizione, ma tutti i parlamentari, soprattutto quelli meridionali, se si vogliono difendere e rappresentare con dignità, coerenza e coraggio gli interessi delle popolazioni rappresentate. Inviterei i colleghi a prendere esempio dai tanti sindaci o presidenti di provincia e di regione che si stanno ribellando civilmente contro questi tagli. Tali provvedimenti impediscono l'erogazione dei servizi essenziali alla povera gente, agli anziani, ai pensionati, ai minori, ai diversamente abili. Quando si taglia il 10 per cento dei trasferimenti ai comuni, signor Presidente, onorevoli colleghi, li si costringe ad aumentare le tasse locali. Altro che promesse di riduzione delle tasse, come promesso da Berlusconi e dalla sua maggioranza!
Questa manovra, è chiaro, si caratterizza in maniera inequivocabile su due versanti: in primo luogo un pesante attacco allo Stato sociale e, in secondo luogo, un grave indebolimento delle possibilità di rilancio economico e produttivo del nostro paese. Queste ed altre molteplici ragioni ci inducono a dare battaglia, in Parlamento e nel paese, per tentare di bloccare tale manovra, che risulta iniqua in termini generali e gravissima per le sorti future del sud e del Mezzogiorno.
È per questo che noi parlamentari del centrosinistra vogliamo portare fino in fondo questa battaglia: perché vogliamo difendere le prerogative del Sud e delle sue popolazioni, che non meritano questo tipo di trattamento da parte del Governo (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e di Rifondazione comunista).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Cusumano. Ne ha facoltà.
STEFANO CUSUMANO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, senza dubbio ci troviamo di fronte ad una situazione sconfortante, tant'è vero che l'ultima Relazione trimestrale di cassa indicava una crescita del 4,2 per cento della spesa corrente al netto degli interessi, un andamento della spesa tale da determinare un incremento del fabbisogno di oltre 16 mila milioni di euro rispetto al 2003, una contrazione delle entrate tributarie dell'1,9 per cento.
A ciò si aggiunge la previsione di un indubbio peggioramento del saldo primario, che è risultato negativo nel primo trimestre dell'anno, con un'incidenza sul PIL dell'1,4. A fine anno, secondo il Governo, il saldo primario dovrebbe tornare positivo, arrivando a più 1,9 del PIL; resta comunque il valore più basso che si è registrato negli ultimi anni.
Il fabbisogno, come confermano i dati ISTAT, si aggira intorno al 6 per cento del prodotto interno lordo; in aprile la Banca d'Italia ha rilevato un nuovo record del debito pubblico italiano pari a 1.454 miliardi di euro. Gli ultimi dati ISTAT confermano che la manovra economica del prossimo autunno potrebbe risultare appena sufficiente a non superare la soglia del 4 per cento del rapporto tra deficit e prodotto interno lordo, soglia che, secondo alcune fonti, potrebbe tendere l'anno prossimo al 5 per cento.
La manovra correttiva è di 5,5 miliardi di euro, ma solo le misure relative alle tasse per le banche e le compagnie di assicurazioni, per un valore di 1,3 miliardi di euro, pari a solo il 12 per cento dell'intera manovra, sono strutturali e avranno effetto nel triennio.
Alla luce dei fatti, è evidente che ci troviamo di fronte all'ennesimo provvedimento infarcito di una tantum: ben il 78 per cento della manovra complessiva!
Intanto, il CER sottolinea come questa manovra varata dal Governo non sarà sufficiente a tenere il rapporto deficit-PIL sotto la soglia del 3 per cento. All'appuntamento con il rialzo dei rendimenti internazionali - sottolinea l'istituto di ricerca - l'Italia arriva con i conti in disordine ed un debito pubblico di nuova crescita.
Netta è la bocciatura della manovra correttiva da parte di opposizione, amministratori locali, sindacati, Confindustria, mondo dell'artigianato e piccola impresa: una politica economica assolutamente iniqua nei suoi risvolti economici e sociali, che deprime la domanda interna impedendo lo sviluppo economico e che, di fatto, redistribuisce il reddito dai meno abbienti ai più protetti.
Con questo provvedimento la spesa dei consumi intermedi degli enti locali non potrà superare l'ammontare annuo di quella sostenuta in media negli anni dal 2001 al 2003, ridotta del 10 per cento, un taglio pesantissimo e letteralmente insostenibile, con effetti devastanti sotto l'aspetto economico e sociale. La novità che ha provocato la ribellione dei sindaci e degli amministratori locali risiede nel fatto che, esattamente a metà anno, il Governo ha deciso che alcune spese non possono essere più sostenute dagli enti locali, anche se approvate dai bilanci e rientranti in programmi già definiti.
Inoltre, vengono drasticamente ridotte le spese del bilancio dello Stato attraverso un taglio netto alle risorse dei Ministeri. Si assiste ad una riduzione complessiva di stanziamenti di spesa iscritti nel bilancio dello Stato per 4.262 milioni di euro: i più colpiti sono quelli della difesa e dell'ambiente. Vi è un aumento delle imposte su assicurazioni, banche e fondazioni per 1.300 milioni di euro.
Per quanto riguarda il condono, è sicuramente una manovra economica basata su misure contingenti ed occasionali.
Per quanto concerne il Mezzogiorno, si ricorda che l'ultimo documento di programmazione economico-finanziaria approvato lo scorso anno vi dedicava un intero capitolo; si prometteva di inaugurare una nuova politica per le aree depresse al fine di assicurare una crescita economica accelerata.
Con l'occasione, il Governo coniava anche il nuovo slogan della politica dei «tre più»: più e migliori infrastrutture materiali e immateriali; più capacità ed efficienza delle istituzioni nel Mezzogiorno; più certezza e complementarità degli incentivi.
Invece, la triste realtà è che siamo di fronte ad un taglio di 1 miliardo 250 milioni di euro agli incentivi alle imprese e, in particolare, alla legge n. 408 del 1992! Si dispone la riduzione di 100 milioni di euro, per l'anno 2004, delle disponibilità del Fondo per le aree sottosviluppate e si riducono di 150 milioni di euro le risorse per favorire le assunzioni
nel Mezzogiorno! In altre parole, il provvedimento in esame misura e conferma la sua dimensione antimeridionalistica, la sua tendenza a mortificare ancora il Mezzogiorno ed il profondo sud.
Si tratta di un'inversione di tendenza preoccupante che spazza via la contrattazione negoziata, che riduce al lumicino nuove ed importanti intraprese che erano state valorizzate nel Mezzogiorno come punto massimo di impegno e di nuova attenzione. Soprattutto, vediamo azzerate le possibilità di un nuovo segnale di ripresa per la parte più debole del paese e vediamo messa a rischio la possibilità di rimuovere lo storico dualismo tra nord e sud.
Per tutti questi motivi, la componente UDEUR-Alleanza Popolare voterà convintamente contro il provvedimento al nostro esame (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-UDEUR-Alleanza Popolare, dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e di Rifondazione comunista).
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
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