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PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Rosato. Ne ha facoltà.
ETTORE ROSATO. Signor Presidente, intanto ringrazio l'Assemblea per aver accolto questo ordine del giorno. Credo che sia un documento atteso dagli esuli e dalle persone che hanno sentito tante volte molto lontano lo Stato ed il Governo. Ritengo che l'indirizzo espresso dal Parlamento sia importante e significativo.
In particolare, ringrazio i colleghi della maggioranza, coloro che hanno ritenuto di sostenere con il loro voto il nostro ordine del giorno.
Vorrei ricordare, molto brevemente, come questo primo passo, indispensabile per l'ingresso della Croazia nell'Unione europea, rappresenti un atto importante non solo per la Croazia, che sta lavorando in modo sufficientemente serio per il suo ingresso nella Comunità europea, ma anche per un percorso indispensabile: quello della stabilizzazione definitiva dell'area dei Balcani.
Ricordiamo che poco più di dieci anni fa quell'area era teatro di una cruenta guerra combattuta proprio lungo i nostri confini, di cui abbiamo subìto tutte le conseguenze riguardo ai profughi, alla situazione di devastazione di quella terra e ai tanti italiani che sono andati a morire in quel territorio nell'assolvimento del loro dovere civile.
La Croazia è un paese dove vivono e dove hanno vissuto tanti italiani. Ciò deve rafforzare la nostra attenzione, da una parte, verso la tutela di una minoranza insediatasi storicamente in quel paese, di cui fa parte in maniera fondante, e riconosciuta dalle leggi fondamentali di quello Stato, e dall'altra parte, verso la problematica degli esuli, che hanno dovuto abbandonare le loro terre e le loro case, a causa di una guerra che non hanno perso per colpa loro.
Mi vorrei soffermare, in particolare, sulle vicende relative alla nostra minoranza in Croazia.
Al riguardo, dico al Governo che bisogna stare attenti a non avere un atteggiamento contraddittorio. Invero, da una parte, abbiamo sentito sottolineare, anche in quest'aula, quanto sia importante mostrare attenzione verso coloro che sono rimasti in Croazia; dall'altra, negli atti concreti e formali che questo Governo ha posto in essere, abbiamo dovuto constatare un taglio consistente dei trasferimenti alla nostra minoranza in Croazia. Mi riferisco, in particolare, al rifinanziamento delle leggi 16 marzo 2001, n. 72, e 21 marzo 2001, n. 73, che, per la disponibilità manifestata
da tutti i gruppi politici presenti in questo ramo del Parlamento, la III Commissione ha recentemente approvato in sede legislativa (domani, il provvedimento sarà all'esame dell'omologa Commissione del Senato). Il predetto taglio si ripercuote sulla capacità della minoranza in questione di conservare le sue istituzioni culturali (istituti di cultura e scuole) e le sue tradizioni, anche utilizzando mezzi di informazione in lingua italiana. Tutto ciò dipende, in massima parte, dai finanziamenti che deve garantire lo Stato italiano.
Mi corre l'obbligo di ricordare, emblematicamente, che è dovuta all'intervento del ministro Giovanardi la previsione, nelle suddette leggi di rifinanziamento, della partecipazione del Ministero degli italiani all'estero alla definizione delle convenzioni. Tengo a far notare questo aspetto non tanto per esaltare la figura del ministro, persona che sicuramente si adopera per l'assolvimento delle sue funzioni, ma per l'intrinseca logica della ricordata disposizione: italiani all'estero non sono soltanto gli emigrati, ma anche coloro che, italiani, hanno sempre avuto stabile dimora nel loro territorio. Anche su questo aspetto richiederei una maggiore attenzione da parte del Governo.
Un'altra questione che ritengo meritevole di trattazione è quella relativa ai nostri esuli, a coloro che hanno dovuto abbandonare le loro case. Il problema degli indennizzi, con riferimento al quale abbiamo appena approvato l'ordine del giorno a mia prima firma, è ancora aperto e ripropone numerosi interrogativi. Nel corso dell'esame del disegno di legge finanziaria, il Governo accolse come raccomandazione un ordine del giorno che lo impegnava a rivedere, in sostanza, gli indici per determinare il valore degli indennizzi. Anche in ordine a tale tema ci aspettiamo risposte molto più concrete dei soliti discorsi di prammatica.
Questo accordo riveste particolare importanza per il nostro paese perché la Croazia è e deve essere sempre più un paese amico, un partner commerciale, un partner culturale, un paese con cui intrattenere relazioni forti: il nostro paese ha bisogno di relazioni internazionali forti, che vanno sviluppate, in particolare, nell'area balcanica, dove ci sono paesi che guardano con amicizia e con interesse a quanto succede in Italia.
Sugli altri contenuti dell'accordo non è necessario soffermarsi, anche perché il presidente Selva, nella relazione sul provvedimento svolta qualche mese fa in Commissione, ha ben sottolineato l'importanza dell'accordo medesimo.
Il nostro voto sarà favorevole perché riteniamo vada sostenuta una politica estera che muove da un'attenzione comune delle forze politiche al problema delle relazioni con i paesi a noi vicini, da coltivare in maniera produttiva. In particolare, l'allargamento dell'Unione europea anche alla Croazia è un obiettivo importante per l'Unione stessa, ma ancora di più per il nostro paese, poiché i Balcani hanno per noi un'importanza strategica.
Ribadisco, pertanto, che il nostro voto sarà favorevole, anche in ragione dell'intervenuta approvazione, da parte di quest'Assemblea, del mio ordine del giorno n. 9/4222/1 (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mantovani. Ne ha facoltà.
RAMON MANTOVANI. Signor Presidente, il gruppo di Rifondazione comunista si asterrà su questo provvedimento. Come è noto, non siamo contrari alla logica che presiede agli accordi di associazione tra la Comunità europea e i diversi livelli istituzionali europei (come in questo caso) e gli altri Stati dell'area dei Balcani e del Mediterraneo. Vorrei spiegare i motivi della nostra astensione.
È vero che negli ultimi tempi la Croazia ha compiuto significativi passi in avanti, ma vorrei ricordare a quest'Assemblea che la Croazia nasce, come entità statale indipendente, sulla base di una discriminazione etnica nei confronti delle minoranze serba, italiana e di altre presenti storicamente
sul territorio croato. La minoranza italiana non ha subito una pulizia etnica, anche perché è stata marginale... (Commenti del deputato Menia). Cosa c'è Menia? Non mi risulta che ci siano 300 mila profughi italiani dalla Croazia!
ROBERTO MENIA. Era già successo cinquant'anni fa!
RAMON MANTOVANI. Sì, era già successo in un'altra epoca storica.
PRESIDENTE. Onorevole Menia, le ricordo che interverrà in dichiarazione di voto subito dopo l'onorevole Mantovani.
RAMON MANTOVANI. Sto svolgendo una dichiarazione di voto, a nome del mio gruppo, in ragione anche delle discriminazioni presenti, dal punto di vista costituzionale, nella formazione dello Stato croato. Non capisco tutta questa acrimonia, che si vuole «rinverdire» per altri motivi.
In questi ultimi anni, la minoranza italiana non ha subito una pulizia etnica. La minoranza serba, invece, sì. Centinaia di migliaia di serbi sono stati uccisi o costretti ad abbandonare le case, il lavoro e la terra sulla quale storicamente hanno sempre vissuto, tant'è vero che in uno dei punti dell'Accordo si formula l'auspicio che vi possa essere l'applicazione degli accordi di Deyton, che prevedono il ritorno di quei profughi. Dagli accordi di Deyton ci separano più di nove anni e in nove anni non un solo serbo è tornato in Croazia, anzi, negli ultimi anni, nonostante i passi importanti che la Croazia ha compiuto, abbiamo continuato ad assistere all'esodo dei serbi della Croazia.
Non mi risulta (ma potrei sbagliare; il sottosegretario potrà correggermi) che, nonostante i passi avanti compiuti in Croazia, sia stata cancellata la norma costituzionale che stabilisce che lo Stato croato è la Repubblica dei croati, sancendo, per via costituzionale, che le minoranze presenti su quel territorio hanno uno status di serie B.
Un altro motivo per il quale ci asterremo è il seguente. Onorevoli colleghi, vi invito a leggere attentamente i contenuti dei documenti! Mentre per ciò che attiene ai diritti umani, ai diritti dei profughi al rientro, ai diritti e alla tutela delle minoranze si formulano auspici e si spiegano quali sono i principi, ma non si prevedono norme programmatiche affinché questi principi siano attuati, per tutte le fattispecie di liberalizzazioni, di transazioni commerciali, di caduta dei dazi doganali e quant'altro, c'è un meticoloso e quasi feticistico articolato che prevede l'applicazione costante e programmatica di queste norme. Siamo in presenza, anche fuori tempo massimo (giacché la crisi della politica economica liberista ha fornito prova di sé), di una reiterazione per via bilaterale di questa politica economica, come peraltro vedremo quando esamineremo la ratifica e l'esecuzione dell'Accordo con la Repubblica libanese.
Per questi motivi, non esprimeremo un voto a favore della ratifica e dell'esecuzione di questo Accordo, ma non esprimeremo neppure un voto contrario, perché non siamo contrari all'idea che tra due Stati della stessa area geografica si possano stabilire accordi che affrontino tali temi; non siamo d'accordo sul modo in cui gli stessi sono stati affrontati (Applausi dei deputati del gruppo di Rifondazione comunista).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Menia. Ne ha facoltà.
ROBERTO MENIA. Signor Presidente, vorrei motivare con più concretezza quanto già affermato in precedenza. Il mio voto sarà contrario, e ciò prima di tutto per un problema di coscienza. Mi rendo pienamente conto che il millennio che si è appena aperto è quello della globalizzazione, dell'apertura continentale e mondiale, dell'unificazione. Penso che, all'interno di questo Parlamento, tutti siano sinceramente europeisti e tengano all'allargamento e al consolidamento di un ordine europeo stabile basato sulla cooperazione, che abbia proprio nell'Unione europea una delle sue chiavi di volta.
È chiaro che ognuno di noi si augura la stabilizzazione politica, economica ed istituzionale
della Croazia, come di tutti i paesi che un tempo facevano parte dell'Europa orientale comunista; ma, una volta enunciati questi sacri principi, ci troviamo a confrontarci ed a scontrarci su fatti concreti che, inevitabilmente, fanno sorgere alcuni problemi.
Molti colleghi hanno già soffermato la loro attenzione sulle vicende che attengono ad un contenzioso non chiuso con la Croazia, riguardante la vicenda dei beni espropriati agli esuli italiani. Una volta tanto, non intendevo polemizzare con il collega Mantovani, ma solo fare presente che, a proposito della pulizia etnica compiuta soprattutto nei confronti dei serbi una decina di anni fa, mi riferivo anche a quella avvenuta nei confronti degli italiani quasi sessanta anni fa, quando tutti, e non solo i croati, sotto la bandiera del cosiddetto esercito di liberazione iugoslavo di Tito, fecero scomparire gli italiani nelle foibe o li costrinsero all'esodo. La gran parte dei 350 mila esuli provenienti dall'Istria, da Fiume e dalla Dalmazia è fuggita da terre che oggi sono sottoposte all'amministrazione croata. Più dell'80 per cento dei cosiddetti beni abbandonati, che sarebbe più corretto definire rapinati, apparteneva agli italiani di quei territori che oggi fanno parte della Croazia.
A proposito di questi beni, è opportuno evidenziare in questa sede la vicenda della loro espropriazione, che ha radici lontane. Il trattato di pace, firmato il 10 febbraio del 1947, affermava che in nessun modo i beni degli italiani avrebbero potuto costituire risarcimento o pagamento di danni di guerra e che in nessun modo avrebbero potuto essere fatti propri dalla Repubblica socialista iugoslava. Ciò non avvenne; come è noto, quei beni furono espropriati e nazionalizzati.
ROBERTO MENIA. Dopo l'estinzione della Jugoslavia, gli Stati successori di Slovenia e Croazia, pur proclamandosi liberi, democratici ed europei non hanno assolutamente provveduto a restituire ai legittimi proprietari o ai loro eredi i beni che appartenevano a quelle famiglie, ma hanno approvato una legge assolutamente discriminatoria, sostanzialmente eguale tanto in Slovenia quanto in Croazia, denominata «legge sulla denazionalizzazione». Questa legge afferma il principio della restituzione del bene confiscato dal regime comunista al legittimo proprietario. Tuttavia, esiste una postilla, secondo la quale hanno diritto alla restituzione del bene soltanto coloro i quali optarono per la cittadinanza jugoslava, prima, e croata o slovena, poi.
Su questo fatto si fonda un principio di ingiustizia assoluta ed assolutamente antieuropeo, che già dovrebbe bastare per dire che costoro non sono pronti - a mio modo di vedere - per entrare nell'Unione europea.
La Slovenia ha risolto questa vicenda attraverso il cosiddetto lodo Solana, in base al quale gli ex proprietari avevano un diritto di prelazione per riacquistare ciò che era loro (un aborto antigiuridico); per quanto concerne la Croazia, invece, siamo impantanati in una trattativa che, a mio avviso, ad oggi non ha avuto sbocchi.
Non mi interessa se il ministro Frattini ha affermato che a settembre verrà nuovamente riunita la commissione sui beni, poiché è anche opportuno che il Parlamento sappia che, a proposito della citata commissione, questa si era instradata su un percorso assai strano, in base al quale la Croazia poteva impegnarsi, al massimo, a restituire i beni ai cosiddetti non optanti, vale a dire a coloro che non avevano optato per la cittadinanza italiana. Da tutta questa vicenda, quindi, sortirebbe il bel risultato in base al quale potrebbero tornare ad essere proprietari proprio coloro i quali non avevano scelto, per amore della libertà e dell'Italia, di andarsene e di lasciare la propria casa e la propria terra.
È evidente che, su queste basi, il passo avanti richiesto alla Croazia non è avvenuto, e non mi risulta che, ad oggi, vi siano affermazioni concrete in tal senso. Non mi risulta altresì che ad oggi siano stati assunti impegni concreti dalla Croazia, ed
allora ho tutto il diritto di dubitare che qualcosa, in questo senso ed in positivo, possa accadere per gli esuli e per i loro discendenti.
Si tratta di una questione concernente i diritti umani, di un discorso di principio, non di un fatto che mi potrebbe riguardare anche solo personalmente; ritengo tuttavia che l'Italia, tanto più un Governo di centrodestra, abbia il diritto ed il dovere di rivendicare tali diritti, a meno che questa non sia la legge della foresta, secondo la quale il principio economico - poiché a molti converrà, tra poco, costruire villaggi turistici, oppure hotel, sulle belle spiagge dalmate - debba comunque prevalere anche su questioni di giustizia.
Non credo che la vicenda dei beni degli esuli possa essere confinata alla storia di tanti anni fa, perché altrimenti vivremmo per davvero nella foresta. Non è così: una nazione che ha memoria di sé stessa ha il diritto e il dovere di rivendicare fino in fondo principi e diritti, e quanto sto affermando è un principio che concerne la giustizia, il rispetto dei diritti umani ed anche il rispetto degli standard europei, che fino ad oggi non mi sembra siano osservati.
Vi sono anche tante altre cose che mi lasciano perplesso a proposito di questa Croazia che nomina cittadino onorario di quella che fu la città veneziana di Zara - che oggi si chiama Zadar - un criminale di guerra come il generale Gotovina.
Vedete, onorevoli colleghi, la pulizia etnica si fa in tanti modi: esiste anche il genocidio culturale. Apprendo dalla Voce del popolo, quotidiano che esce a Fiume, del 26 giugno 2004 che la TV di Stato dimostrerà, attraverso 12 puntate, la croaticità di Marco Polo. Pochi sanno, ad esempio, che attualmente in Croazia si fa studiare nelle scuole che Marco Polo fu il più grande navigatore croato, nonostante fosse veneziano, e ciò perché nacque a Curzola, una bellissima isola della Dalmazia.
Il genocidio culturale ai danni degli italiani si perpetra sopprimendo le tombe degli italiani, cambiando anche i connotati dei vecchi cimiteri italiani; si perpetra croatizzando i nomi degli italiani (cosa che accade tuttora); si perpetra spacciando per storia croata quella che è storia italiana; si perpetra spacciando Marco Polo per una persona che si chiamava Marko, con la «k»; si perpetra spacciando Francesco Patrizio per Frane Petric; si perpetra spacciando l'architetto Giorgio Orsini il dalmata per Iure Dalmatinaz; si perpetra contrabbandando per croato ciò che era italiano.
Allora, questa Croazia, che ci lascia perplessi sotto numerosi aspetti...
PRESIDENTE. Onorevole Menia...
ROBERTO MENIA. ... fa sì che sia più che legittimo nutrire il sospetto che essa abbia ancora un lungo cammino da percorrere, ed è più che legittimo il sospetto che, da parte italiana, non si sappiano affermare, una volta di più, diritti e principi.
Anche se questo è il mio Governo, non concordo sul fatto che questo provvedimento oggi sia arrivato all'esame dell'Aula. Questo provvedimento era calendarizzato da molto tempo ed era rimasto in sospeso perché si diceva che si era in attesa di passi concreti da parte della Croazia. Tali passi concreti non vi sono stati. Il provvedimento, ossia l'accordo di stabilizzazione e di associazione della Croazia, è una tra le poche armi che rimangono in mano alla nostra nazione per far valere tali principi e tali diritti. Noi, mi pare, vi stiamo rinunciando.
Ecco il motivo per cui, anche se siamo tutti pregni di spirito europeista, anche se sappiamo tutti che l'Italia per la Croazia è il primo partner commerciale...
PRESIDENTE. Onorevole Menia, la prego di concludere.
ROBERTO MENIA. ...ed anche se vi sono molte ragioni, sia economiche sia politiche, a favore di questo trattato, affermiamo l'esistenza di ragioni di dignità profonda, di coscienza, di identità nazionale per cui - a nostro modo di vedere - il nostro voto non può che essere negativo.
È una questione, come dicevo, di coscienza e di affermazione di dignità (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Spini. Ne ha facoltà.
VALDO SPINI. Onorevoli colleghi, il discorso sta diventando veramente delicato, sia per l'importanza dello scacchiere adriatico nel campo della costruzione dell'Unione europea, sia per l'attenzione con cui è visto l'atteggiamento dell'Italia da parte di altre nazioni e potenze interessate - come noi - alla stabilizzazione dell'area, sia, infine, per le ferite morali che hanno subito gli esuli italiani.
Temo che alcuni colleghi intervenuti se la prendano con la Croazia non avendo il coraggio di prendersela con il Governo italiano, ponendo il problema in casa propria.
Vorrei far rilevare che l'onorevole Alessandro Maran, del gruppo dei Democratici di sinistra, in data lunedì 29 marzo 2004, ha presentato un'interrogazione a risposta scritta - ossia di quelle cui al Governo è molto facile rispondere - per sapere se vi erano effettivamente problemi che s'interponevano alla ratifica di questo trattato. È evidente che se il Governo ha ritenuto che tali problemi non vi fossero è perché è in possesso di segnali, di elementi che possono far ritenere l'esistenza di segnali positivi da parte croata. Non si comprende pertanto perché il Governo non lo affermi esplicitamente.
Altra questione - lo sanno, meglio di me, i deputati dell'area -, concerne l'esistenza di una federazione delle associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati. Tale associazione ha emesso un comunicato, il 25 giugno 2004, ossia pochi giorni fa. In tale comunicato, detta associazione se la prende con il Governo italiano, che non liquida gli indennizzi. Non ci invita a non ratificare questa convenzione, ma sostiene che - come è stato affermato, in parte, dall'onorevole Rosato - la liquidazione degli indennizzi di cui alla legge n.137 del 2001 subisce rallentamenti e che tali rallentamenti non offrono certezze in merito alla possibilità di riscuotere gli indennizzi per i beni perduti. La medesima associazione chiede che nel prossimo DPEF - ma chi lo predisporrà? - si tenga adeguatamente conto dell'esigenza di applicare tale legge dello Stato.
Terza, ed ultima, questione: con l'onorevole Rosato e l'onorevole Maran, al momento in cui, in Commissione affari esteri ed in sede legislativa, si è discusso della proroga della legge n. 72 del 1973, ossia della legge che consente di prorogare le richieste di indennizzo per la popolazione italiana esule che ha perso i propri beni, abbiamo proposto un finanziamento al Centro di studi italiani di Rovigno. Il Governo e la maggioranza hanno bocciato tale proposta.
Il problema, forse, non è prendersela con la Croazia, ma con una carenza di politica governativa. Ritengo pertanto inutile mettere in causa rapporti che stanno evolvendo in senso positivo, anche perché - lo ricordo all'onorevole Mantovani - non sarebbe possibile alcun ingresso nell'Unione europea di paesi che compiono discriminazioni dei diritti umani. Anche se lo volessimo, la stessa Unione europea non lo consentirebbe. È nel nostro interesse che si sviluppino un dialogo ed un confronto su tale piano.
Non credo, quindi, valga la pena di mettere in causa un processo di miglioramento dei rapporti, per carenze che, invece, vanno più correttamente dirette al Governo italiano o al Ministero dell'economia, che non ci ha lasciato stanziare nemmeno una modesta somma per finanziare il Centro di studi italiani di Rovigno. Chi conosce tale centro sa quale testimonianza di italianità esso ha saputo portare nel corso degli anni.
Vi è un altro aspetto - anche se mi rifiuto di prenderlo in considerazione, perché tento sempre di valutare la buona fede -, ossia che, con una mano, il Governo voterà per il miglioramento dei rapporti con la Croazia e, con l'altra,
lascerà ai deputati della propria maggioranza del luogo dire: «ma io ho votato contro».
Vi invito a riflettere su questo aspetto: ciò non giova a nessuno, perché di fatto si infierisce su ferite profonde, assolutamente comprensibili, degli esuli dall'Istria, da Fiume e dalla Dalmazia, senza nemmeno conseguire un concreto obiettivo di miglioramento della loro situazione. Anzi, al contrario, si mostrerebbe in qualche modo un'incertezza da parte del Parlamento italiano rispetto ad un'evoluzione dei rapporti con la Croazia.
Spero veramente che non si scriva questa brutta pagina, in cui vi è una maggioranza che con una mano vota a favore e con l'altra, con numeri consistenti, esprime un voto contrario. Ciò, ai miei tempi, avrebbe creato una conseguenza politica, anche se può darsi che oggi ciò non accada più.
Pertanto, nel ribadire il voto favorevole sul disegno di legge di ratifica in esame da parte dei Democratici di sinistra, voglio ricordare questi atti molto concreti e precisi - su cui assolutamente non molleremo la presa, nemmeno in sede di esame del documento di programmazione economico-finanziaria - a favore degli esuli istriani, fiumani e dalmati. Tuttavia, faccio anche un richiamo alla serietà del Parlamento italiano e della stessa maggioranza che, quando si impegna su un tema, deve esprimere un voto coerente e trasparente, da qualsiasi parte esso provenga (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Rivolta. Ne ha facoltà.
DARIO RIVOLTA. Signor Presidente, in precedenza è stato posto in votazione un ordine del giorno e molti parlamentari, tra cui chi vi parla, hanno deciso di esprimere un voto contrario. Ciò non perché essi non fossero d'accordo sul contenuto e sullo spirito dello stesso, ma perché ritenevano più saggio il suggerimento dato dal Governo, il quale aveva accolto questo ordine del giorno come raccomandazione. In effetti, se anziché di un ordine del giorno si fosse trattato di un emendamento o di un provvedimento, la Commissione bilancio non avrebbe potuto non esprimere parere contrario, dal momento che sarebbero mancati gli strumenti che garantivano la copertura finanziaria.
Tengo a sottolineare ciò perché credo che lo spirito dell'ordine del giorno sia condiviso da tutto il Parlamento. Tuttavia, il fatto di voler fissare per l'impegno un termine preciso, non conoscendo le possibilità e le disponibilità economiche del Governo, avrebbe vincolato e vincolerà (visto che l'ordine del giorno è stato approvato) l'esecutivo in un modo giudicato non corretto.
La dichiarazione di voto che intendo svolgere riguarda il provvedimento nel suo complesso. Ho ascoltato con attenzione le parole serie ed appassionate dell'onorevole Menia. Se dovessi esprimere una valutazione alla luce della mia personale emotività, non potrei che concordare totalmente con i sentimenti ed i fatti espressi dall'onorevole Menia. Tuttavia, il nostro dovere di legislatori ci impone di saperci estraniare dai sentimenti e dalle emozioni e di calarci nella realtà dei fatti, cercando di prevedere quale delle decisioni che ci accingiamo ad assumere potrà avere una conseguenza migliore ai fini degli interessi che intendiamo tutelare.
Ciò che l'onorevole Menia ha affermato - e che io stesso avevo sottolineato in precedenza - è che non possiamo ritenerci soddisfatti di tutti i passi finora compiuti dalla Croazia anche con riferimento alla tutela degli italiani della stessa Croazia e dell'italianità nella storia dell'attuale Croazia. Non siamo soddisfatti e vorremmo che le cose andassero diversamente. Tuttavia, constatiamo - l'ha fatto anche l'illustre collega - che le cose hanno cominciato ad andare diversamente, anche se non ancora in maniera soddisfacente, e che alcuni passi sono stati compiuti.
Allora, se ci domandassimo quale delle nostre azioni (nel caso specifico, un voto favorevole, contrario o di astensione sul disegno di legge di ratifica in esame)
potrebbe meglio portarci vicino all'obiettivo che tutti condividiamo - ossia tutelare gli interessi degli italiani d'Italia o che si trovano all'estero e tutelare gli interessi e la storia della nostra cultura -, e se ci domandassimo quale atto potrebbe portarci a tutelare meglio questi interessi, di sicuro non opteremmo per un voto contrario, tanto meno se esso determinasse la reiezione di questo disegno di legge di ratifica.
Direi tutt'altro, anzi, proprio il contrario: noi sappiamo, ed è stato ricordato anche da altri colleghi, che il processo di avvicinamento all'Europa è un processo lungo, tale da richiedere che il paese che ha iniziato questo cammino, se intende portarlo a termine, passi attraverso la realizzazione dei cosiddetti acquis communautaire. Noi sappiamo che, se non ci sarà una concreta apertura nei confronti delle minoranze presenti in uno Stato, quest'ultimo non potrà mai diventare a nessun effetto membro dell'Unione europea.
Noi sappiamo che, se le leggi di uno Stato dovessero mantenere aspetti di illiberalità o di preclusione verso alcuni soggetti di quel paese o di altri paesi dell'Unione europea, questi non potranno essere membri dell'Unione europea. Noi sappiamo altresì che, proprio se esiste la volontà di diventare membro dell'Unione europea, questi risultati devono essere raggiunti. Cosa succederebbe se dicessimo che non vogliamo che la Croazia diventi membro dell'Unione adesso? Cosa succederebbe se interrompessimo il cammino che la Croazia ha cominciato? Forse tuteleremmo meglio la cultura e la storia italiane in Croazia? Forse otterremmo che i cittadini italiani di Croazia fossero meglio tutelati?
Tutti sappiamo che sarebbe invece vero il contrario: se oggi interrompessimo il cammino della Croazia verso l'Unione europea, il risultato sarebbe quello di spingere la stessa Croazia verso un ulteriore e più approfondito nazionalismo, un «etnismo» e una maggiore volontà di non rispettare le minoranze ivi esistenti. Sapremmo che anche le riforme economiche di stampo liberale, già da tempo avviate in Croazia, potrebbero arrestarsi e che quel paese potrebbe desiderare una parziale autarchia. Ciò sicuramente lo porterebbe ad indirizzare le proprie leggi verso modelli di altri paesi, che non sono quelli europei.
È vero, come dicevo, che noi potremo aiutare quella nazione e tutelare meglio gli interessi dei nostri connazionali che vi risiedono, in sostanza tutelando meglio l'italianità della storia della Croazia e della Dalmazia, forzando benevolmente, in questo processo di lungo cammino, la Croazia. Inoltre, potremo fare questo se il nostro Governo, nelle negoziazioni che vi saranno in questi passaggi, saprà mantenere una ferma, se pur gentile, volontà di tutelare gli interessi che sono stati ritenuti degni di tutela da parte di tutti.
Noi esprimeremo, per questi motivi, un convinto voto favorevole sul disegno di legge di ratifica in esame, pur con le perplessità che all'inizio di questo dibattito ho evidenziato. Riteniamo, infatti, che questo sia l'unico strumento realistico sul piano politico (e non emotivo; non è infatti il più soddisfacente dal punto di vista psicologico) per ottenere efficacemente quei risultati che tutti insieme abbiamo dichiarato di condividere (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia).
GUSTAVO SELVA, Presidente della III Commissione. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GUSTAVO SELVA, Presidente della III Commissione. Signor Presidente, onorevoli colleghi, credo che l'onorevole Menia comprenderà la sofferenza che mi provoca, umana nei suoi confronti e politica più in generale, la dichiarazione che sto per svolgere al fine di esprimere un voto favorevole sul provvedimento in esame.
Vi sono delitti ed eventi che non sono indennizzabili in alcun modo; è il caso di coloro che hanno perduto la vita nelle foibe o di coloro cui non è stato riconosciuto il diritto di restare nelle loro terre.
Non si può certo pensare di indennizzare coloro i quali hanno continuato a soffrire le privazioni degli esuli.
Comprendo, quindi, tutte le ragioni per le quali l'onorevole Menia, e forse gran parte del gruppo al quale appartengo, esprimerà un voto contrario. Dico, tuttavia, anche che noi siamo autori di una nuova storia del nostro continente: una storia che vogliamo fondata su valori diametralmente opposti rispetto a quelli che hanno generato i mostri della seconda guerra mondiale, fra cui le pulizie etniche e i combattimenti che hanno determinato violenze disumane.
Noi apriamo una nuova storia: dobbiamo costruire un continente di pace, di democrazia, di libertà. Credo che anche l'onorevole Mantovani sia convinto che, pur nella difficoltà di affermare tali valori, la Croazia non potrà entrare nell'Unione europea se non rispetterà tutti i diritti umani, civili e politici dei popoli che compongono questo nuovo Stato.
Il nostro nobile compito non è guardare indietro. La storia resta scritta, certo, e se è scritta con segni di sangue pesa su di noi, in modo particolare quando dobbiamo prendere decisioni come quella di oggi. Costruire il nuovo vuol dire creare un'area a noi vicina in cui i valori sui quali è fondata la nostra Repubblica debbano diffondersi e rafforzarsi.
Vorrei ricordare che il disegno di legge in esame prevede la «Ratifica ed esecuzione dell'Accordo di stabilizzazione e di associazione tra le Comunità europee ed i loro Stati membri». Dunque, non si tratta dell'accordo per l'ingresso nell'Unione europea della Croazia. Vogliamo offrire un monito ai governanti di Zagabria, ma anche un'opportunità: nelle trattative che si apriranno quando verrà discussa la loro domanda di ingresso offriamo l'opportunità per riparare a quegli errori che restano nei rapporti tra l'Italia e la Croazia. Si tratta di un atto di buona volontà non solo generoso in astratto, ma anche in grado di favorire la soluzione di quei problemi ancora aperti tra la Croazia e l'Italia.
Per tale ragione - non so se in dissenso dal mio gruppo, perché immagino che l'onorevole Menia abbia parlato a nome di Alleanza nazionale - voterò a favore del provvedimento in esame. L'onorevole Menia sa quanto anche sotto il profilo affettivo, oltre che sotto quello politico, io senta tale problema: ho cominciato la mia carriera giornalistica a Trieste nel 1946 e ricordo splendide figure quali l'arcivescovo monsignor Santin ed il sindaco Bartoli. L'onorevole Menia, per fortuna, ha un compito diverso da quello che avevo io allora: ha il compito di essere legislatore. Vi sono fatti non modificabili quando toccano valori intimi della nostra conoscenza, della nostra famiglia, valori più che politici. Dunque, lo capisco, ma ad un collega più giovane di me, ed a tutti i colleghi più giovani, vorrei dire che oggi dimostriamo la nostra altezza, l'altezza dei nostri valori, la nostra forza anche morale ed etica. Cerchiamo di preparare la strada per far parte di una stessa comunità fondata sui valori della pace, della libertà, dei diritti civili, del progresso umano e sociale. Se possiamo contribuire a fare un passo positivo e non soltanto portarci dietro gli aspetti negativi, dobbiamo farlo. Io lo faccio con qualche difficoltà, ma conscio di servire i valori dell'Italia e di quella parte di italiani che vivono nella Repubblica di Croazia. La Croazia, insieme con l'Italia, paese fondatore dell'Unione europea, può costruire quest'area di pace, di libertà, di democrazia di progresso e di benessere (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Buontempo. Ne ha facoltà.
TEODORO BUONTEMPO. Signor Presidente, vorrei intanto ringraziare l'onorevole Menia, perché senza il suo intervento avremmo avuto una deficienza di memoria storica, in questo dibattito. Al tempo stesso, osservo con amarezza il presidente di una Commissione sposare una parte - laddove solitamente in Assemblea i presidenti delle Commissioni sono un po' defilati
dalla contrapposizione delle parti -, alterando le parole dette dal collega Menia, che non erano parole nostalgiche, bensì di alto buonsenso e niente affatto fuori luogo (come anche l'onorevole Rivolta ha osservato), che né tantomeno intendevano ribadire una posizione di contrasto all'entrata della Croazia in Europa.
Tuttavia, anche per riallacciarmi a quanto diceva il collega Rivolta, avremmo desiderato che la Croazia fosse più consapevole del fatto che entrare in Europa non significa acquistare un ticket per il supermercato del consumismo, né risolvere i propri problemi di bilancio, bensì significa l'adesione a valori di libertà, di democrazia e di rispetto delle identità, nonché significa riparazione dei drammi della storia.
Non ho infatti capito perché di fronte ai drammi della storia si debba rispondere solo da una parte, mentre tutti gli altri - anche grazie alle parole dell'onorevole Selva - sono assolti dai loro crimini e dalle loro responsabilità (Applausi di deputati del gruppo di Alleanza nazionale)! Questo è il motivo per il quale, onorevole Presidente, io voterò in modo convintamente contrario a questo provvedimento di ratifica. Lo farò, onorevole Spini, non perché questa maggioranza dia un brutto esempio di sé, ma perché un Parlamento dove vi sono ancora parlamentari capaci di rappresentare la libertà delle proprie idee e delle proprie posizioni è un Parlamento più libero, più democratico e più forte (Applausi di deputati del gruppo di Alleanza nazionale)! Non è che ogni volta che si ribadisce una diversità, peraltro con senso di responsabilità, dolore e sacrificio, dobbiamo allora sentire lo stupido ritornello dell'opposizione su una maggioranza divisa e lacerata.
Non siamo né divisi, né lacerati, bensì siamo uomini capaci, onorevole Spini, di rappresentare posizioni diverse, quando lo riteniamo necessario!
Pertanto, l'ordine del giorno presentato avrebbe potuto essere accettato, perché avrebbe dato più forza al Governo per le successive trattative. È stato un errore non farlo ed è questo il motivo per il quale noi abbiamo votato a favore, proprio perché Frattini (o chi per lui) possa dire che c'è un Governo che fa il suo dovere, ma che c'è anche un Parlamento che non dimentica e che richiama la Croazia verso le sue responsabilità - come diceva anche l'onorevole Mantovano - sulle pulizie etniche, fatte anche da uomini che sono al potere in quel paese! Quando si tratta con costoro, la memoria non va cancellata (Applausi di deputati del gruppo di Alleanza nazionale)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Cima. Ne ha facoltà.
La informo, onorevole Cima, che lei avrebbe a disposizione tre minuti, ma poiché gli altri colleghi hanno sforato nei tempi a loro disposizione, lei certamente...
LAURA CIMA. Signor Presidente, non sono intervenuta in merito ad alcun disegno di legge di ratifica, ma non ho intenzione di dilungarmi troppo; anzi, non mi piace il tono un po' retorico o tribunalizio che emerge dal dibattito.
Credo che nessuno di noi voglia passare sopra i crimini perpetrati in Croazia ed il mancato riconoscimento, in tale regione, dei diritti degli italiani. Le pulizie etniche commesse sono, infatti, nella memoria di tutti noi. Crediamo però che vi sia un unico modo per superare quanto di terribile è accaduto in seguito alla disgregazione dell'ex Jugoslavia: l'allargamento dell'Europa anche a tali regioni.
Il Governo italiano, pertanto, dovrà predisporre tutte le misure necessarie affinché la Croazia rispetti fino in fondo i parametri previsti per il suo ingresso nell'Unione europea ed i diritti umani, si assuma totalmente le sue responsabilità, tuteli il più possibile i nostri cittadini, velocizzando, come previsto nell'ordine del giorno testé approvato (che condividiamo totalmente, infatti abbiamo espresso sul medesimo un voto favorevole), tutte le procedure nei confronti degli esuli. Il resto della retorica che è stata svolta non credo sia rispondente ai contenuti del disegno di legge di ratifica e di esecuzione dell'accordo
di mutua assistenza amministrativa tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo della Repubblica di Croazia per la prevenzione, l'accertamento e la repressione delle infrazioni doganali.
Se intendiamo svolgere un dibattito serio sull'allargamento dell'Europa, sulla politica estera del nostro Governo, soprattutto nei confronti dell'ex Jugoslavia (in particolare, rispetto al Kossovo possono essere svolte affermazioni molto gravi, su cui potremmo discutere anche con riferimento alle nostre missioni all'estero), sarebbe necessario l'intervento in quest'aula del ministro degli esteri. Il resto è retorica.
Preannunzio, pertanto, il convinto voto favorevole del mio gruppo sul disegno di legge di ratifica in esame.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Gamba. Ne ha facoltà. Il suo gruppo, onorevole Gamba, ha esaurito il tempo a sua disposizione, anche quello aggiuntivo, ma le consento comunque di intervenire per due minuti.
PIERFRANCESCO EMILIO ROMANO GAMBA. Signor Presidente, la ringrazio, ma intervengo a titolo personale, perché non ho compreso la posizione ufficiale del gruppo di Alleanza nazionale su tale provvedimento. La mia posizione, e credo anche quella di molti altri deputati del mio gruppo, è assolutamente vicina a quella indicata dall'onorevole Menia. Pertanto, il mio voto sarà di contrarietà sul disegno di legge di ratifica in esame. I motivi sono stati indicati in maniera assolutamente lineare dall'onorevole Menia e, pertanto, non li richiamerò. Non posso, però, non esprimere un certo dissenso nei confronti della posizione del Governo e del presidente Selva, che mi dispiace sia intervenuto nel corso del dibattito per sottolineare questioni indicate dall'onorevole Menia con assoluta chiarezza.
Non si tratta di volgere la testa al passato o di riaprire questioni molto dolorose. Si tratta, infatti, di questioni ancora aperte ed assolutamente attuali. La nuova Europa non può nascere se non si risolvono vicende come quelle degli esuli italiani o dei beni cui si fa riferimento, perché, in tal modo, non si favorisce l'integrazione fra i paesi che dovrebbero comporre la nuova Europa.
Ci pare che, a tale riguardo, il Governo abbia abdicato al suo ruolo, senza sfruttare l'occasione offerta anche dal disegno di legge di ratifica in esame. Francamente, non avremmo voluto assistere a questo avvenimento, perché già altri Governi precedenti hanno perseguito una politica che speravamo quello attuale non volesse portare avanti. Il mio voto sarà, pertanto, contrario all'approvazione di tale disegno di legge di ratifica.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Zacchera. Ne ha facoltà.
Ricordo anche a lei, onorevole Zacchera, che il tempo a disposizione del suo gruppo è esaurito.
MARCO ZACCHERA. Signor Presidente, l'onorevole Spini - collega che stimo - prima ha detto di evitare che qualche deputato della zona possa tornare a casa con un distinguo. Io non sono eletto in quel territorio, ma mi sento veramente un deputato della zona, perché lì esistono valori che prescindono dall'aspetto territoriale.
Tuttavia - non me ne voglia l'amico e collega Selva -, non mi guardo indietro, dico semplicemente che oggi, nel 2004, la Croazia non sta mantenendo i patti (Applausi di deputati del gruppo di Alleanza nazionale).
Allora, sarebbe stato molto più saggio congelare questa decisione per riproporla tra qualche mese, dopo aver preso atto del fatto che, anche con qualche limitato atto simbolico, la Croazia voglia rispettare i patti, cosa che invece non sta facendo.
Quindi, non mi sento di partecipare alla votazione di questo provvedimento, in quanto mi sento in difficoltà quando il mio Governo - che rispetto - dimostra di voler pervicacemente votare un simile testo.
PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
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