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PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo 2 e delle proposte emendative ad esso presentate (vedi l'allegato A - A.C. 4636-bis sezione 1).
Ha chiesto di parlare l'onorevole Filippo Mancuso. Ne ha facoltà.
FILIPPO MANCUSO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signori del Governo, incombe, dunque - come eventualità - l'apposizione della questione di fiducia, che rischia di vanificare le brevi osservazioni che mi accingo a svolgere. Non per questo vi rinuncio. Non è estranea a tale mia decisione la speranza che, non essendo ancora formalmente posta la questione di fiducia, si voglia meditare sulla sua inopportunità. Essa, infatti, minaccia di incancrenire i dissidi ed i contrasti che, su questa delicata materia, stanno avvelenando la vita istituzionale e politica del paese.
Vorrei avere, signori ministri, tanta forza di convincimento quanto è in me la fortezza del desiderio di collaborare al rinnovamento di un sistema legislativo che è già antiquato ma, al tempo stesso, idoneo a reggere quanto ancora è reggibile in rapporto all'attività giudiziaria.
Ritengo che non sia possibile che un legislatore consapevole, un Governo responsabile davanti a se stesso, vogliano compiere un atto bellico nei confronti del dissenso spinto ai limiti della demenza. Io non ho nulla da osservare sull'esigenza e sulla necessità che questo corpus venga in essere, né sono del tutto critico nei con
fronti del lavoro che viene offerto alla nostra decisione. Si tratta, egregio ministro della giustizia, di un lavoro che ha del grandioso, almeno nei proponimenti, purtroppo servito in modo non altrettanto adeguato sotto l'aspetto tecnico. Proprio quella tecnica è una ragione di più per non rifiutare all'Assemblea un dibattito appropriato sugli emendamenti, ed ora dirò quali specifiche ragioni mi inducono a questa specifica affermazione.
Non so quanto sia stato soddisfacente - forse lo è stato in larga misura - il dibattito in Commissione e nella fase precedente. Però, con ciò non si è eliminata la ragione per la quale questa materia, ancora in parte informe, è necessitante di un'attività di meditazione, di raffinamento, di supporto logico e tecnico che, finora, non ha avuto gli effetti sperati, almeno sotto particolari profili normativi. Mi riferisco, nel dire questo, a due punti di vista, indipendentemente dai profili di costituzionalità, che definirei riflessa e non diretta. Infatti, si tratta di norme di carattere non costituzionale, ma aventi riflessi costituzionali, per cui la questione di costituzionalità può non porsi oggi, ma si potrebbe porre sia in sede di legislazione delegata sia in sede di applicazione. Una materia così delicata e così caratterizzata non la si può troncare, anche se convengo che, proprio in virtù di questo esacerbato clima di contrapposizione, le attività emendative potrebbero considerarsi in parte eccessive e superflue. Tuttavia, non è che aver ragione su un punto legittima ad aver torto su tutti gli altri.
La prima finalità che, quindi, mi propongo è esattamente questa: mediti il Governo, rifletta sul disvalore che implica, come sistema, come criterio, come fondamento dei rapporti, una decisione così drastica. Se si è ancora in tempo a non attuarla, sarà un beneficio per la Repubblica e per l'ordinamento giudiziario che - non lo nego - sta a cuore a tutti e coinvolge, anche se inconsapevolmente, i cittadini in proprio e che non può essere licenziata con un gesto di grandezza politica e di picciolezza tecnica e giuridica.
Quali sono, ad esempio, le ragioni che già si esibiscono come problematiche, rimodulate in modo non soddisfacente durante le precedenti discussioni? In primo luogo (semplifico, si capisce): la materia disciplinare, nella quale vi è un coacervo di elencazioni, che è contrario alla sistematica giuridica delle formulazioni penalistiche (le norme disciplinari hanno questa natura), e che, al tempo stesso, è piena di errori. Cosa vuol dire che il magistrato non può tenere comportamenti, anche se legittimi, che procurano un danno alla sua immagine?
Se sono legittimi - e se si capisce cosa vuol dire legittimo - non è possibile coniugare i due concetti: se è legittimo non può produrre danno, se è legittimo non può essere vietato, se è legittimo non può essere punito.
PRESIDENTE. Onorevole Mancuso, deve terminare il suo intervento.
FILIPPO MANCUSO. Signor Presidente, il suo ammonimento cade come una causa di delusione della mia buona volontà. Mi consenta di aggiungere qualcosa.
Si è meditato, nel formulare questa normativa, sul fatto che, proprio in materia disciplinare, si pongono al magistrato obbligazioni di non fare, piuttosto che definire gli obblighi di fare, di guisa che la disciplina della posizione soggettiva del magistrato finisce con il risultare in termini negativi dalla fissazione dei divieti? Questa è un'eresia, a parte gli inconvenienti pratici. Mi soffermo infine sul cosiddetto divieto di iscrizione ai partiti, iscrizione elevata ad illecito disciplinare: si tratta di un'eresia anticostituzionale, di cui v'è da vergognarsi (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-L'Ulivo, Misto-Comunisti italiani, Misto-Verdi-L'Ulivo e Misto-Alleanza Popolare-UDEUR).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Magnolfi. Ne ha facoltà.
BEATRICE MARIA MAGNOLFI. Signor Presidente, la riflessione che intendo svolgere sull'articolo 2, sulla scorta dei nostri
emendamenti, è ispirata ad un unico punto di vista: l'interesse dei cittadini. Su questa cosiddetta riforma, nel dibattito in Parlamento e fuori di esso, ho sentito troppi condizionamenti, troppi pregiudizi, come se ciascuno fosse incapace di andare oltre gli interessi di una parte in causa, quella dei magistrati, quella degli avvocati, quella degli inquisiti. Credo che, come legislatori, abbiamo il dovere di sottrarci a questo scontro, troppo ideologico, e di metterci dalla parte dei cittadini.
Cosa chiedono i cittadini alla giustizia? Una cosa semplice: di essere giusta, il che significa uguale per tutti, imparziale e funzionante. L'efficienza è un aspetto fondamentale; giustizia veloce non è di per sé sinonimo di giustizia giusta, ma un sistema che non arriva mai alla sentenza non è mai giusto, a dispetto delle garanzie formali.
In tre anni di Governo della destra non ho visto nessuna legge, nessun regolamento, nessuna circolare destinata ad accorciare i tempi dei processi, anzi, dopo le vostre «riforme» questi tempi si sono allungati a dismisura. In tre anni sono passati da una media di ottocento ad una di millecinquecento giorni. Se fossi una vittima di un reato, una persona accusata ingiustamente, millecinquecento giorni sarebbero un'eternità, per me, per la mia famiglia, per la mia attività, per quelli che lavorano con me e per la mia salute. L'inefficienza giova soltanto a chi intende sottrarsi al giudizio; per tutti gli altri è una condanna preventiva e, soprattutto, un freno al paese, al suo sviluppo, alla sua modernizzazione; uno spreco di denaro ed energie, un viatico per la criminalità che aumenta la sfiducia, l'insicurezza e l'inciviltà di un paese.
Questa riforma risponde ai bisogni dei cittadini? Interviene sulle vere cause della crisi della giustizia? Vediamo cosa è scritto nell'articolo 2, uno dei cardini del provvedimento. Per essere ammessi al concorso di uditore giudiziario non basta più una laurea in giurisprudenza, ma servono alternativamente altri titoli da aggiungere: dottorato di ricerca, funzioni direttive nella pubblica amministrazione per almeno tre anni, abilitazione alla professione forense, magistrato onorario per almeno quattro anni. Condividiamo l'obiettivo di elevare la preparazione, ma non vorremmo che vi fosse anche un malizioso disincentivo rivolto soprattutto ai figli delle famiglie meno abbienti. Le conseguenze, infatti, saranno che parteciperà al concorso soltanto chi potrà permettersi, dal punto di vista economico, di aspettare tanto tempo e trovarsi, a trent'anni, se tutto va bene, a percepire il primo stipendio.
Quanto al concorso, nel testo approvato dal Senato erano previsti due concorsi separati. Ora il concorso è unico, come unica è la commissione, e viene bandito annualmente. Tuttavia i candidati debbono indicare nella domanda, pena l'inammissibilità, se intendono accedere ai posti della funzione giudicante o requirente. Insomma, quando presento la domanda per il concorso, cioè prima di conoscere la pratica della professione, prima di avere qualunque esperienza diretta, devo sapere se ho la vocazione del giudice o quella del pubblico ministero. Su che base prenderò questa decisione? Personalmente, diffido di un eccesso di rigidità e, soprattutto, diffido di chi ha deciso sin da bambino di fare una cosa, di svolgere, in particolare, un lavoro così delicato e difficile.
Non solo. Per essere ammesso alle prove orali, il candidato dovrà superare un test di idoneità psicoattitudinale all'esercizio della funzione di magistrato anche in relazione alle funzioni indicate nella domanda di ammissione. Che significa questo? Di che tipo di test si tratta? Soprattutto, chi valuta i risultati? Quali sono le idoneità specifiche per la funzione di pubblico ministero piuttosto che per quella giudicante? Non si può non ricordare che, in una delle sue fantasiose esternazioni, il Presidente del Consiglio ha dichiarato che i magistrati sono tutti mentalmente un po' disturbati, antropologicamente diversi dagli altri. È un giudizio che in questo provvedimento rieccheggia in maniera quanto meno sospetta. Certo è che senza parametri oggettivi tale test si presta alle più arbitrarie selezioni, e ciò non è davvero nell'interesse dei cittadini.
Il passaggio di funzione dopo il concorso è possibile solo ad alcune condizioni,
concomitanti tra loro: dopo tre anni di esercizio delle funzioni giurisdizionali, dunque dopo cinque anni dal concorso, superando un ulteriore concorso per titoli e dopo aver frequentato con giudizio positivo un apposito corso di formazione. Tale passaggio può avvenire per una sola volta: è vietato pentirsi, è vietato tornare indietro. Il cambio di funzioni può avvenire solo in un distretto diverso: il magistrato dovrà accettare qualsiasi sede, altrimenti dovrà rinunciare per sempre.
Dietro tale norma vi è indubbiamente la vessata questione della separazione delle carriere, che si è caricata in questi anni di molti significati ideologici. Gli avvocati - come abbiamo sentito nelle audizioni - ritengono che una rigida separazione sia il presupposto per avere pari opportunità tra le parti in giudizio. Da parte loro, i magistrati fanno osservare che si rischia di creare una casta chiusa di pubblici accusatori, privi della cultura giudicante, impegnati solo a dimostrare di aver avuto ragione nei vari gradi del giudizio, più che ad accertare la verità. La soluzione proposta è un compromesso che non accontenterà né gli uni né gli altri. Soprattutto, essa comporta rischi per la funzionalità complessiva del sistema e, quindi, potrebbe danneggiare ulteriormente i cittadini.
Che faremo se, per ipotesi, la stragrande maggioranza dei magistrati opterà per la funzione giudicante? Verranno messi in soprannumero? Come copriremo i posti vacanti nella funzione requirente? Non c'è il rischio che gli uffici requirenti vacanti, spesso situati nelle sedi più disagiate e più difficili, siano destinati agli ultimi in graduatoria i quali, magari, dopo tre anni chiederanno di andarsene? Tutto ciò, a nostro avviso, non aumenterà la qualità del servizio giustizia.
Infine, la valutazione di professionalità è un tema per noi di grande rilevanza, perché siamo molto attenti alla qualità del servizio giustizia. Pur avendo grande rispetto per l'autonomia e l'indipendenza dei giudici, per noi la magistratura non può essere una casta di privilegiati. È giusto che il loro operato sia sottoposto ad una valutazione equa, ricorrente e di merito, e non ci sottraiamo ad una riflessione seria sui meccanismi di progressione economica e di carriera. Non siamo noi che consideriamo la magistratura una corporazione: questa è piuttosto la vostra accezione, che si palesa quando elargite privilegi come l'innalzamento dell'età pensionabile ai magistrati di Cassazione, o quando fate profferte economiche che offendono la serietà degli stessi magistrati, come quella di premiare con l'indennità di trasferta anche quelli che risiedono a pochi metri dai loro uffici. Tale proposta, per fortuna, è stata saggiamente respinta dall'Assemblea. Bastone e carota, si diceva un tempo: questo è il vostro costume, non il nostro.
Vediamo tali meccanismi di carriera: il disegno del Senato era talmente barocco che voi stessi avete cambiato strada. Tuttavia, anche il modello attuale è una sorta di torre di Babele, una scala verso il cielo di ben quattordici gradini, ai piedi della quale vi è la magistratura di primo grado, i paria della piramide, e in cima vi sono gli incarichi direttivi della magistratura giudicante, passando via via per le funzioni di appello e di legittimità. Si tratta di un castello che prevede ben sette commissioni diverse ed un vero e proprio «esamificio», attraverso il quale non necessariamente i più capaci, ma i più determinati a far carriera si arrampicheranno incessantemente.
Si è osservato che, tra coloro che sono impegnati a valutare ed esaminare e coloro che sono impegnati a produrre titoli e sostenere esami nelle aule di giustizia, non ci sarà più nessuno. Non mi sembra un'iperbole: allo stato attuale dell'organico dei magistrati, è un dato di realtà. Allo stesso modo, mi sembra reale il fatto che la magistratura di primo grado sarà relegata ad un livello inferiore, adatto soltanto per quelli che non avessero sufficiente autostima da avventurarsi in quest'arrampicata o - il che è peggio - per quelli che vivessero il loro ruolo come una missione sacra, il cui esercizio sia una ricompensa
più alta di qualunque progressione economica e di carriera. Personalmente, diffido di ambedue gli atteggiamenti.
La giustizia di primo grado è il primo ambito in cui si devono dare risposte di qualità, è la sede più importante anche riguardo al fatto che non tutti i cittadini hanno la possibilità di ricorrere in appello o in Cassazione. Noi, con i nostri emendamenti, proponiamo un altro modello: a questa insana bulimia di concorsi sostituiamo ricorrenti valutazioni di professionalità per tutti, alternate a periodi di formazione e di aggiornamento per tutti. È un modello rigoroso e severo, che vuole misurare davvero gli aspetti che contano: la capacità, la laboriosità, la diligenza, l'impegno e la capacità organizzativa. Sottolineo quest'ultima, perché gioverebbe molto ai cittadini una revisione del processo dal punto di vista dell'efficienza organizzativa. Infatti, quanti tempi inutili - che nulla aggiungono alle garanzie degli inquisiti - per far passare i fascicoli da un ufficio all'altro, senza che vengano mai aperti e mai studiati!
Il nostro modello prevede, dopo tre insuccessi, l'allontanamento dal servizio: dunque è un modello non burocratico, non gerarchico, bensì ancorato a parametri moderni, che mettono al centro la qualità. Non ci vogliamo sottrarre al confronto e lo dimostrano i nostri emendamenti, così come lo dimostra la dialettica di merito, che c'è stata per tanti mesi in Commissione. Dunque, a nostro giudizio non avete alcun alibi per la posizione del voto di fiducia, che piuttosto dipende da ciò che tutti i cittadini italiani hanno compreso, ovvero dalle divisioni all'interno della vostra maggioranza parlamentare, che non risponde più alla maggioranza del paese.
Quando governeremo noi - molto presto ci toccherà farlo - altre saranno le nostre priorità: la deflazione dei processi, lo squilibrio fra le garanzie informali e le garanzie sostanziali, la paurosa mancanza di risorse umane e strumentali. Ci toccherà ereditare un sistema che mai era stato così povero e deteriorato dal punto di vista delle risorse: manca la carta per le fotocopie, manca la benzina per i mezzi della polizia giudiziaria, manca il servizio di stenotipia, mancano i soldi per le indagini, mancano i farmaci per la sanità carceraria. All'ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia o a quello di Montelupo Fiorentino, signor ministro, i medici volontari hanno paura che vi possa essere un aumento dei suicidi, perché mancano i farmaci antidepressivi. Mancano perfino i soldi per l'affidamento in comunità dei giovani tossicodipendenti. I comuni si trovano costretti a fornire le attrezzature più indispensabili, rassegnandosi a non avere indietro i soldi dal ministero. I progetti del piano di informatizzazione della giustizia, così importanti per un recupero dell'efficienza e della qualità, si scontrano ogni giorno con la penuria di mezzi.
Sembra quasi che vi sia un impegno ad aggravare tutte le cause di crisi, per poter additare i magistrati fannulloni e politicizzati come unica causa della crisi. Quel che serve ai cittadini, secondo noi, è un approccio complessivo, che manca del tutto in questo testo, figlio dello scontro ideologico e del desiderio di vendetta. Quel che serve ai cittadini è una riforma della giustizia che la renda più giusta per tutti, e non solo per alcuni: non una riforma dei giudici, anzi, contro i giudici! Serve una riforma del sistema, non un attacco agli operatori del sistema. Serve una riforma che unisca il paese e lo aiuti a crescere: non uno scontro così aspro tra i poteri dello Stato, che è destinato solo ad indebolire la nostra democrazia (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo - Congratulazioni)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Fanfani. Ne ha facoltà.
GIUSEPPE FANFANI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei svolgere alcune brevi ma doverose considerazioni in ordine ad un provvedimento sul quale non vi era condivisione iniziale - sia nel metodo sia nei contenuti - e non vi è condivisione allo stato attuale.
La mancata condivisione permane soprattutto sul metodo, che già avevamo
dichiarato discutibile precedentemente, perché a fronte di una riforma che ritenevamo, come anche il ministro l'ha definita, epocale - in realtà lo è, non glielo contesto -, immaginavamo che fosse necessaria una condivisione più ampia, una verifica ed un'analisi più completa, un metodo che presupponesse la concertazione, di cui si contesta l'assioma ma che in riforme di questo tipo è fondamentale come approccio alle problematiche.
Realizzare una riforma, scontentando, in realtà, tutte le parti in causa, ovvero in relazione alla quale non vi è condivisione tra coloro che poi saranno i tributari del potere di metterla in atto, vuol dire creare i presupposti per il suo mancato funzionamento. Capisco la difficoltà di conciliare posizioni talvolta diametralmente opposte, ma uno sforzo di questo tipo va comunque compiuto in presenza di riforme, come questa, i cui effetti avranno tempi medio-lunghi. Si tratta, infatti, di una riforma che consentirà l'inserimento all'interno degli organici della magistratura di giovani che vi rimarranno per almeno trenta o quarant'anni; è, quindi, una riforma che produrrà i propri effetti in un tempo non breve, in relazione alla quale una condivisione era ed è assolutamente necessaria.
Questa è la censura avanzata inizialmente nei confronti di un metodo che non ci piaceva. È un metodo sicuramente legittimo che, tuttavia, ha ridotto la dialettica all'interno della maggioranza in ordine al provvedimento in esame. A tale riguardo, non sono state mosse critiche soltanto da parte nostra, ma anche da parte di alcune componenti politiche dell'attuale maggioranza che avevano avanzato e prospettato la necessità di attuare riforme di questo tipo con una dialettica più positiva nei confronti dell'opposizione. Questa scelta, tuttavia, non è stata adottata.
Oggi la critica è più pregnante per il semplice fatto che ci troviamo di fronte ad un presunto voto di fiducia; non è scandaloso se ci si pone nell'ottica della dialettica parlamentare, se lo si considera all'interno di una serie di problemi che, pubblicamente, stanno travagliando la maggioranza di questo Governo, ovvero se lo si considera come indice di debolezza politica di questa stessa maggioranza che è costretta a ricorrere al voto di fiducia per evitare quelle che, internamente, potrebbero essere chiamate imboscate, ma che, esternamente, potrebbero essere qualificate come libere manifestazioni di dissenso di fronte ad un provvedimento non condiviso. È, soprattutto in relazione alla premessa da cui ci siamo mossi, un'offesa al Parlamento.
Come si fa a pensare di realizzare una riforma di questo tipo con un voto di fiducia? È come se si attuassero riforme costituzionali o di amplissimo respiro con un voto di fiducia, ovvero con un metodo che nega la dialettica, la possibilità di dissenso interno e di discussione e che impedisce di far conoscere al paese i motivi veri per i quali ciascuno di noi è contrario ad un provvedimento di questo tipo. Questa è la censura maggiore che solleviamo. Oltretutto si va contro la sensibilità del paese, perché a nessuno di voi sarà sfuggito che si tratta di un tema che ha connotato questa campagna elettorale e sul quale la Casa della libertà ha perso.
È possibile che nessuno si ponga il problema della posizione della questione di fiducia, vale a dire di far passare, evitando la dialettica parlamentare, un provvedimento concernente un tema oggetto di discussione all'interno del paese, della campagna elettorale, sul quale vi è stato il rifiuto dei cittadini?
Credo che su tale questione si dovrebbe riflettere maggiormente ed invito i rappresentanti del Governo, presenti in quest'aula, pur comprendendo le posizioni ormai ampiamente manifestate, ad una riflessione di fondo sull'inopportunità di porre la questione di fiducia e, soprattutto, di evitare un dibattito parlamentare che, invece, per una riforma di questo tipo, costituirebbe una ricchezza per tutte le posizioni.
Chi vi parla ha del funzionamento dell'amministrazione della giustizia una visione estremamente laica e disincantata perché, nel corso della propria esperienza professionale, ne ha viste di tutti i colori
e si è trovato di fronte a situazioni che talvolta gridavano vendetta; dunque, non parto da posizioni né preconcette né ideologiche.
La giustizia non funziona, il paese ha bisogno di una riforma radicale, i tempi sono biblici, il servizio reso ai cittadini è uno dei peggiori. Ma, a fronte di una esigenza di questo tipo, non si può partire dall'ordinamento giudiziario; bisogna avere il coraggio di affrontare il problema con una organicità di pensiero che presuppone innanzitutto una valutazione dei mezzi che si intendono mettere a disposizione per il miglioramento del servizio.
Non è pensabile affrontare una riforma di questo livello senza investirci neanche dieci lire, ovvero senza partire dalle disponibilità finanziarie e costruire attorno a queste ultime tutta quella sistematica che passa dall'organizzazione e dall'efficienza del servizio e, in ultimo, dalla legalità dello stesso. Infatti, organizzare gli strumenti umani è uno degli elementi che servono a far funzionare la macchina, che tuttavia ha bisogno di una valutazione più complessiva. È come pensare di fare una corsa soltanto con i piloti o con una macchina vecchia. Ciò non basta, occorre avere la capacità di creare un pool di pensiero che realizzi una revisione organica dell'intero sistema.
Solo a queste condizioni potremo immaginare e sperare di risolvere tutti quei problemi - ai quali faceva riferimento anche la collega Magnolfi - che si pongono all'interno della riforma dell'ordinamento giudiziario e solo a queste condizioni potremo sperare di risolvere tutti quei problemi che attengono alla giustizia civile che non funziona, alla giustizia penale che presenta una marea di problematicità per chi vi capita, alla giustizia amministrativa per la quale si sono adottati provvedimenti settoriali e marginali che - come ben sapete - hanno teso soltanto a favorire determinate categorie di magistrati.
Dunque, soltanto in tal modo potremo creare le condizioni per una riforma che sia gradita al paese, mentre con il voto di fiducia non si fa nulla, si creano soltanto i presupposti per una spaccatura interna alla coscienza civile, per impedire un dialogo, per impedire un confronto e per nullificare la valenza della discussione all'interno dell'aula parlamentare.
Questi sono i motivi per i quali riconfermiamo fin da adesso un giudizio negativo sul presente provvedimento (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Antonio Leone. Ne ha facoltà.
ANTONIO LEONE. Signor Presidente, anche alla luce degli interventi dei colleghi, non vi è chi non veda come le posizioni di merito su questo provvedimento emergano esclusivamente da una posizione pregiudiziale tout court, non sul testo in esame, ma sul fatto che finalmente si intende porre mano ad una riforma che la Casa delle libertà ha voluto sin dal suo insediamento e che - al contrario di quanto affermato dal collega Fanfani - appare necessaria ai fini di un riordinamento più ampio della giustizia.
Non so cosa significhi parlare - come ho sentito poc'anzi - di organicità di pensiero nella riforma della giustizia se non si parte da fatti concreti. Riforma della giustizia non significa attribuire più soldi al comparto, non significa attribuire più funzionari e più magistrati.
Quante volte, da decenni, abbiamo ascoltato le lamentele dei procuratori generali in sede di inaugurazione dell'anno giudiziario! Si dicono sempre le stesse cose: la giustizia non funziona, è lenta, manca tutto. La ragione di tutto ciò però non risiede in un'incapacità gestionale, causata dalla mancanza di strumenti a disposizione del comparto, bensì in problemi di impostazione mentale, che impediscono al settore della giustizia di poter funzionare con efficacia. Che si tratti di strumentalizzazione è dimostrato anche dal fatto che oggi non si può lamentare, dopo mesi che questo provvedimento è stato discusso e sottoposto in Parlamento all'attenzione di tutti i colleghi che hanno
voluto interessarsene, la mancanza di tempo per il dibattito e la presunta intenzione di mettere la fiducia per tarpare le ali e mettere il bavaglio alle opposizioni, quasi che il voto di fiducia fosse un'invenzione di questo Governo e di questa maggioranza.
PIERLUIGI CASTAGNETTI. Il bavaglio alla maggioranza, non all'opposizione!
ANTONIO LEONE. Ne avete usufruito per 25 volte nel corso della passata legislatura, per cui non capisco perché si debba gridare allo scandalo ogniqualvolta il Governo intende portare a casa un provvedimento, facendolo approvare in maniera più organica! Voi non lo avete fatto e non vedo perché dovreste farlo oggi.
Torno a ripetere che il confronto con i magistrati c'è stato e le loro richieste sono state puntualmente accolte. La strumentalizzazione emerge proprio perché, nonostante l'accoglimento di tali richieste, si ritorna alla carica, affermando che questo provvedimento evidentemente non può passare in maniera liscia e non contrastata per il solo fatto di provenire da questa maggioranza e da questo Governo.
Si parla di separazione delle carriere e delle funzioni e si ritiene che la separazione delle funzioni per una categoria che opera in quel comparto, ovvero quella degli avvocati, sia insufficiente a risolvere una serie di problemi.
Anch'io, onorevole Fanfani, ne ho viste di tutti i colori nel corso della mia attività nelle aule giudiziarie. È evidente che chi chiede una divisione netta e una rivoluzione nel rapporto tra pubblico ministero e giudice lo fa a buon diritto, avendo passato la sua vita nelle aule giudiziarie dove ne ha viste di tutti i colori.
Allora, se sono stati accolti gli elementi di valutazione e le richieste dei magistrati, anche in materia di avanzamento e di cambiamento di funzione, non si capisce perché in quest'aula si debba parlare strumentalmente di un provvedimento da respingere. Diciamocela tutta: nel momento in cui si ha intenzione di cambiare un ordinamento che finora ha fatto acqua, operando una piccola rivoluzione per far partire e proseguire una rivoluzione più grande che è la riforma generale della giustizia, evidentemente emerge la volontà di conservazione e di non voler cambiare nulla, negando al paese quella svolta, anche nel comparto della giustizia, che tutti i cittadini chiedono e che la maggioranza ha comunque intenzione di portare a termine, in quanto presente nel programma della Casa delle libertà.
Per queste ragioni, non solo il gruppo di Forza Italia, ma l'intera Casa delle libertà, appoggerà con convinzione questo provvedimento, così come voluto non solo dai cittadini, ma anche da questo Governo.
PRESIDENTE. Nessun altro chiedendo di parlare...
ANTONIO BOCCIA. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. A che titolo?
ANTONIO BOCCIA. Sul complesso degli emendamenti.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ANTONIO BOCCIA Signor Presidente, devo dire con molta franchezza che avrei fatto volentieri a meno di parlare, se l'intervento del collega Leone, anziché riguardare propriamente il complesso degli emendamenti, non avesse affrontato temi di ordine politico, concernenti l'ormai prossima posizione della questione di fiducia, che aprono indubbiamente uno scenario nuovo.
In primo luogo, intendo richiamare l'attenzione sull'affermazione del collega Leone secondo cui non si vuole assolutamente mettere un bavaglio alle opposizioni. Vorrei fosse chiaro all'onorevole Leone e a tutti i colleghi che si tratta di un provvedimento per il quale la Presidenza della Camera, anche ricorrendo ad alcune forzature che abbiamo subìto, ha deciso il contingentamento dei tempi, assegnando a ciascun gruppo un tempo massimo per la discussione. Allo stato,
tutte le opposizioni hanno complessivamente a disposizione meno di tre ore per far valere le proprie ragioni e per tentare di convincere i colleghi della maggioranza a votare gli emendamenti presentati dalle opposizioni stesse ed a concorrere all'approvazione di alcuni emendamenti presentati dalla maggioranza. Ciò significa che potremmo approvare il provvedimento in esame nel corso della mattinata. È dunque evidente che vi è la precisa volontà di non ascoltare le ragioni dell'opposizione: se non si tratta di un bavaglio, di cosa si tratta?
Tuttavia, le nostre osservazioni non riguardano soltanto il bavaglio all'opposizione, ma anche il bavaglio alla maggioranza. È infatti evidente come in questo caso la posizione della questione di fiducia serva prevalentemente per impedire ai colleghi della maggioranza di far valere le proprie proposte migliorative. Dunque, il bavaglio è posto non soltanto nei confronti dell'opposizione, il che potrebbe costituire un metodo di confronto, utilizzato spessissimo in tre anni, che la maggioranza intende stabilire con l'opposizione stessa, cercando di non farla neppure parlare; in questo caso, è evidente che non si vogliono far parlare i colleghi della maggioranza, in quanto si ha il timore che possa essere approvato qualche emendamento, sia della maggioranza sia dell'opposizione.
Inoltre, il collega Leone afferma che non si tratta di un'invenzione della Casa delle libertà, e che nella scorsa legislatura si è fatto ricorso 25 volte alla questione di fiducia. Poiché non è la prima volta che viene utilizzato tale argomento, mi consenta di precisare, signor Presidente, che le condizioni nelle quali operano, in questa legislatura, il Governo e la maggioranza sono completamente diverse rispetto a quelle in cui operavano il Governo e la maggioranza nella scorsa legislatura. In quest'ultima, infatti, vi era una maggioranza di pochissimi voti; nell'attuale legislatura, per la volontà degli elettori che rispettiamo, vi è una maggioranza di quasi cento voti. Pertanto, porre la questione di fiducia per compattare la maggioranza e per «stoppare» il dibattito è estremamente più grave, soprattutto quando tale decisione è ingiustificata.
In primo luogo, essa è infatti ingiustificata perché il tempo a disposizione è contingentato. In secondo luogo, poiché vi è una maggioranza di cento deputati.
In terzo luogo, intendo rivolgermi al ministro Giovanardi, di cui riconosco, da questo punto di vista, la grande correttezza, perché se non altro è un ministro per i rapporti con il Parlamento che risponde, precisa, dice la sua opinione, non sempre condivisibile, però almeno è uno che risponde. Essendo stati presentati 500 emendamenti, si verrebbe a creare una situazione di difficoltà. Il ministro sa bene che il Presidente della Camera avrebbe potuto ridurre - e certamente lo avrebbe fatto - il numero degli emendamenti da porre in votazione. Tuttavia, ammesso e non concesso che non vi fosse - giustamente - la volontà di ridurre il numero delle votazioni, anche 500 emendamenti, non potendo essere illustrati perché i tempi per l'illustrazione sono esauriti - ahimè, le circa tre ore a disposizione servono anche per quello -, in ogni caso ci avrebbero consentito di concludere l'esame questa sera anziché alle 14. Quindi, anche la questione delle centinaia di votazioni evidentemente non regge!
In ultimo, il collega Leone sostiene - e ciò, Presidente, rasenta il paradosso, per non dire il ridicolo - che la nostra opposizione nasconde in fondo una volontà di non fare niente, quindi di conservare l'esistente, per cui alla fine in quest'aula i conservatori diventano riformatori e i riformatori diventano conservatori. Questo gioco delle tre carte, al quale ci ha abituati un po' il Presidente del Consiglio - il quale, non avendo un patrimonio ideale a cui ispirarsi, cambia posizione ogni mattina, a seconda di come si sveglia -, è inaccettabile! Noi vogliamo concorrere a modificare il sistema per renderlo più efficiente!
Il collega Fanfani ha illustrato tutta una serie di misure che noi, attraverso i nostri emendamenti, intendevamo introdurre proprio per rendere più snella, più
efficace e più funzionale l'attività della giustizia. Le riforme senza soldi non si fanno: sono riforme false! Con lo stesso numero di addetti, con lo stesso numero di cancellieri, con lo stesso numero di magistrati, hai voglia a girarci intorno! Alla fine, il cittadino, che attenderebbe una sentenza civile nel giro di sei mesi o un anno, sa che invece deve aspettare almeno cinque anni, per non dire dieci. A quel punto si chiederà: ma che riforma è? Questa non è una riforma, questa è la conservazione di uno stato di difficoltà che vi è all'interno della magistratura!
Gli addetti ai lavori poi pongono questioni più settoriali: i problemi dei concorsi, i problemi della riorganizzazione interna dell'apparato della magistratura, la riforma della presidenza della Corte dei conti. Ma ai cittadini interessa sapere se la giustizia sarà più celere, più efficace, più giusta e più equa e questo provvedimento non risponde a queste esigenze! Questo sì che è un provvedimento che conserva! Con i nostri emendamenti noi volevamo concorrere a mettere in campo un provvedimento che fosse veramente riformatore.
Quindi, per tutti questi motivi, Presidente, ho chiesto in modo inusuale di parlare, usufruendo del tempo che alla Margherita è assegnato in questa fase del dibattito, perché si facesse chiarezza: quando il ministro Giovanardi, a nome del Governo, porrà la questione di fiducia, a prescindere da tutte le motivazioni che potrà fornire, deve essere chiaro che la questione di fiducia non trova giustificazioni nelle lungaggini del Parlamento, altrimenti sentiremmo il Presidente del Consiglio dire ancora una volta che veniamo qui perché dobbiamo votare, per poter magari coltivare le nostre amicizie o, come ha detto, le amanti a Roma...
EMERENZIO BARBIERI. Si riferiva ai senatori!
ANTONIO BOCCIA. ...sentiremmo dire che non serve venire qui, perché basta che vengano due o tre persone per votare in nome e per conto di tutti gli altri del gruppo...
ANTONIO LEONE. È il voto ponderato, esiste nelle migliori democrazie!
ANTONIO BOCCIA. ...e che questo è un luogo dove si perde tempo. Niente di tutto questo!
Avremmo potuto nella giornata di oggi, con qualche modifica sostanziale magari sostenuta dall'opposizione, approvare questo provvedimento. Si tratta di una grande riforma, che ancora una volta viene approvata con un voto che impedisce all'opposizione, ma soprattutto alla maggioranza, di contribuire a modificare il provvedimento in Assemblea.
Non dico che è un colpo di mano, perché il regolamento lo prevede, ma sicuramente si tratta di «un colpo di testa», in quanto si fa una riforma senza quelle larghe convergenze che sarebbe invece opportuno mettere in campo in occasioni come questa.
PRESIDENTE. Nessun altro chiedendo di parlare, dovrei ora dare la parola al relatore ed al rappresentante del Governo per l'espressione del parere sulle proposte emendative riferite all'articolo 2. Avverto, tuttavia, che il Governo ha testè presentato l'emendamento 2.500, interamente sostitutivo dell'articolo 2 e soppressivo dei restanti articoli del disegno di legge (vedi l'allegato A - A.C. 4636-bis sezione 1).
Il Governo ha, altresì, preannunziato l'intenzione di porre la questione di fiducia sull'approvazione del medesimo emendamento.
Al fine di consentire alla Presidenza di effettuare il vaglio di ammissibilità...
LUCIANO VIOLANTE. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LUCIANO VIOLANTE. Signor Presidente, innanzitutto chiedo che i gruppi parlamentari abbiano una copia del testo dell'emendamento presentato dal Governo, per consentire anche ad essi di valutarne la portata.
Abbiamo sentito che è stata preannunciata la posizione della questione di fiducia: si tratta della quattordicesima volta in sette mesi, se non ricordo male. Quindi, questo Governo pone una questione di fiducia sostanzialmente ogni sei giorni di lavoro parlamentare: è il segno della crisi della maggioranza, resa evidente dallo scollamento che si è manifestato tra la società italiana ed il centrodestra. Non credo che vi saranno passi avanti dopo la questione della fiducia posta dal centrodestra: ritorneremo su questo tema tra poco.
Vorrei soltanto dire, Presidente, che presentare l'emendamento, così com'è stato posto, e preannunciare la questione di fiducia impedisce a questa Assemblea di discutere l'assetto di uno dei poteri centrali di una democrazia. Ma vi è un dato in più e lo dico ai colleghi che sono particolarmente esperti in questa materia: la questione sulla quale ci siamo divisi per tre anni è quella della collocazione dei poteri neutri in un sistema politico fondato sul bipolarismo e sul principio maggioritario.
Più volte abbiamo sentito critiche ed attacchi nei confronti della Corte costituzionale, delle Authority, della magistratura: al di là degli interessi personali di questi attacchi, vi è un punto radicale di fondo: qual è la collocazione che questi poteri devono avere in un sistema politico fondato sul bipolarismo, in cui i cittadini designano una maggioranza di Governo, quindi di fatto il Presidente del Consiglio e così via? È una questione di grande delicatezza politica.
Noi siamo fortemente critici nei confronti della posizione della questione di fiducia, non solo per le ragioni che qui sono state già espresse, ma perché viene impedito, signor ministro, di discutere sul vero tema che abbiamo di fronte.
Il punto non è tanto la questione della separazione delle carriere, argomento certamente importante, quanto piuttosto l'assetto del potere giudiziario nel nostro sistema politico-costituzionale. Ci impedite di riflettere, di discutere, di confrontarci su questo tema.
Queste sono riforme che non può fare una maggioranza, aspettando che la prossima cambi poi tutto! L'assetto del potere giudiziario non è tale da poter essere modificato in ogni legislatura.
Qui mi sembra che vi sia un errore di fondo, quello di pensare di regolare questa materia senza un confronto serio in aula tra tutte le parti politiche.
Lamentare la presentazione di numerosi emendamenti o l'ostruzionismo - lo sanno bene i colleghi - credo sia una sciocchezza. I tempi sono contingentati, sappiamo che sono quelli e che il numero degli emendamenti da porre in votazione può essere ridotto in relazione a ciascun gruppo. Dunque, questo problema non c'è. Vi è solo l'idea di sottrarsi ad un confronto con il Parlamento: troviamo questa cosa particolarmente grave! Anche a causa di ciò, il centrodestra ha subìto la pesantissima sconfitta dei giorni scorsi. Ritengo che non convenga continuare su questa strada.
Non credo che il mio appello verrà ascoltato dal ministro Giovanardi e dal Governo; tuttavia, li invito a riflettere sull'opportunità di consentire tempi e modalità congrui. Tra l'altro, credo che si finirà più tardi con la posizione della fiducia di quanto accadrebbe confrontandoci tra di noi.
Ritengo che la fiducia sia posta contro la maggioranza e non contro l'opposizione. Già oggi emergono molte divaricazioni sui giornali all'interno del centrodestra su posizioni certamente molto importanti. La invito pertanto, Presidente, a far sì che i gruppi parlamentari abbiano a disposizione il testo dell'emendamento per potervi riflettere.
Fermo restando naturalmente il diritto del Governo di presentare l'emendamento, credo che sarebbe più utile avviare su questa materia un tipo di riflessione che ci consenta di concludere prima, anche al fine di offrire al paese una serie di opinioni e un confronto su un tema centrale, che non riguarda soltanto la vecchia questione della separazione o meno, delle funzioni e così via, ma un dato di fondo riguardante i cittadini.
Voi avete affrontato questo tema privilegiando una sola dimensione - quella del potere della magistratura -, mentre è un'altra la questione che interessa i cittadini: quella che attiene al servizio. Ebbene, tutta la questione del servizio giustizia è estranea all'assetto che proponete, il cui nucleo di fondo è volto a costruire un meccanismo di controllo burocratico-politico sull'ordine giudiziario.
Non credo che ai cittadini serva un nuovo assetto di questo tipo. Esso servirà alle maggioranze che, a turno, si succederanno, perché il potere politico, caro ministro Castelli, è come l'acqua: si estende fin dove può arrivare, chiunque lo eserciti. Tuttavia, è una tentazione certamente negativa quella di creare un meccanismo attraverso il quale il potere politico possa controllare i vertici o pezzi del sistema giudiziario. Credo che ciò non convenga né a voi né a noi. Soprattutto, non conviene ai cittadini.
Queste sono le ragioni del nostro dissenso rispetto al progetto da lei presentato, signor ministro.
Signor Presidente, signor ministro, colleghi deputati, spero che vi sia la possibilità di riflettere con maggiore tranquillità, in modo che si possa sviluppare un confronto: senza la questione di fiducia, l'esame del provvedimento verrebbe completato prima e sarebbe consentito a tutti di esprimersi su un tema di fondo del sistema politico italiano (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Onorevole Violante, per quanto riguarda la richiesta da lei rivolta alla Presidenza, occorre fare riferimento a quanto è già avvenuto in precedenti occasioni (da ultimo, nel corso dell'esame del disegno di legge finanziaria per il 2004): il testo dell'emendamento 2.500 del Governo sarà reso noto non appena sarà stato effettuato il relativo vaglio di ammissibilità.
I precedenti in materia risalgono anche agli anni Novanta. Non appena ne sarà stata valutata l'ammissibilità, il testo dell'emendamento sarà quindi a disposizione dei gruppi parlamentari.
Al fine di consentire alla Presidenza di effettuare il vaglio di ammissibilità sull'emendamento 2.500 del Governo, sospendo la seduta.
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