Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 456 del 26/4/2004
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Discussione delle mozioni Crucianelli ed altri n. 1-00277 (Nuova formulazione), Anedda ed altri n. 1-00357 e Cima ed altri n. 1-00361 sugli esiti della Conferenza di Cancun (ore 18,42).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione delle mozioni Crucianelli ed altri n. 1-00277 (Nuova formulazione), Anedda ed altri n. 1-00357 e Cima ed altri n. 1-00361 sugli esiti della Conferenza di Cancun (vedi l'allegato A - Mozioni sezione 1).
Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi riservati alla discussione delle mozioni è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea (vedi calendario).
Avverto che è stata altresì presentata la mozione Antonio Leone n. 1-00363 (vedi l'allegato A - Mozioni sezione 1) che verte sullo stesso argomento. La discussione, pertanto, si svolgerà anche su tale mozione.

(Discussione sulle linee generali)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali delle mozioni.
È iscritto a parlare l'onorevole Crucianelli, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00277 (Nuova formulazione). Ne ha facoltà.

FAMIANO CRUCIANELLI. Vorrei aprire il mio intervento citando le parole


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pronunciate qualche tempo fa da Jacques Diouf, direttore generale della FAO, il quale, prima del vertice di Cancun, affermava: «(...) è alta la posta in gioco per l'incontro ministeriale dell'Organizzazione mondiale del commercio, per esempio, una migliore economia globale e la creazione di milioni di posti di lavoro grazie all'aumento degli scambi, ma per gli 840 milioni di persone che soffrono di fame nel mondo la posta è ancora più alta. Lo sviluppo dell'agricoltura e l'aumento dei posti di lavoro nelle zone rurali potrebbero segnare la differenza tra la possibilità di sopravvivenza e la morte. Il destino di queste persone sarà fondamentale per sapere se vivremo nella stabilità o in un mondo flagellato da economie in continua crisi, da turbolenze politiche e sociali».
Con questo tipo di aspettative si era giunti, lo scorso settembre, ad avviare i lavori della quinta Conferenza ministeriale dell'Organizzazione mondiale del commercio. Oggi, dopo circa sette mesi, siamo chiamati a tracciare un bilancio e a riflettere sulle cause di tale fallimento, per lo più scontato, ma ancor di più a comprendere come, a fronte di tali aspettative che permangono drammaticamente, la politica, le nostre istituzioni, la nostra cultura possano mettere in campo risposte convincenti.
Non partiamo dal nulla, partiamo dagli errori degli ultimi decenni, dalle nostre dimenticanze, dall'aver dimenticato, per esempio, un intero continente: l'Africa! Abbiamo dimenticato che due miliardi di esseri umani vivono o sopravvivono - ma più spesso muoiono - con meno di due dollari al giorno, che 842 milioni di persone nel mondo soffrono la fame e che più di un miliardo di esse non ha accesso all'acqua potabile, che 3 milioni di bambini, ogni anno, muoiono a causa di malattie intestinali!
È da queste dimenticanze che dobbiamo ripartire! Per fortuna, devo ammettere che c'è chi aiuta a ricordare. Sono stati quei tantissimi giovani, cattolici e laici, che, impegnati in organismi non governativi, in campagne internazionali del volontariato, lo scorso 17 aprile hanno riempito le strade di Roma, dando vita ad un evento politico straordinario: una grande manifestazione per l'Africa, per la solidarietà e anche per la sostenibilità del nostro sistema sociale ed economico.
Ho inteso iniziare il mio intervento sulle mozioni in discussione a partire da questa breve riflessione perché sono convinto che la causa principale del fallimento del vertice del WTO è da ricercarsi, innanzitutto, nell'aridità politica e culturale che accompagna questi vertici internazionali.
Il vertice di Cancun è fallito perché ha dimenticato questo pezzo di mondo che era rimasto fuori! È fallito perché, al di là dei tatticismi o delle manovre più o meno occulte, non è stato in grado di rispondere a tali sfide.
I paesi del sud del mondo si sono trovati di fronte un gigante, egemonizzato dagli Stati Uniti, pronto a chiedere la liberalizzazione ai paesi poveri ma indisponibile a pur minime concessione di apertura del proprio mercato interno e ad abbassare i propri sussidi alle esportazioni.
Certo, si dirà che il WTO è un organismo democratico, dove anche il più piccolo Stato aderente può intervenire e decidere. A tale proposito, può esser utile citare le parole di una giovane delegata dell'Uganda che, in un'intervista a La Stampa, racconta così la sua esperienza: «Tutti i giorni i loro rappresentanti, in primo luogo quelli degli Stati Uniti, ci hanno chiamato a colloquio come se facessimo parte della loro delegazione e ci dettavano l'agenda (...) Voi dovete appoggiare o respingere questo o quel documento, votare quella certa mozione, rifiutare quell'altra e così via». Alla domanda su quale sarebbe stata la punizione per il mancato rispetto di tali richieste, la delegata rispondeva: minacciano di rivedere le esportazioni di cotone o la fornitura di medicinali per combattere l'AIDS; immagini qual è la rabbia e la frustrazione di una come me, che ha visto gli occhi dei bambini e degli adulti in agonia per questo male.


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Il vertice del WTO è fallito. Si è discusso e si discuterà ancora a lungo se tale fallimento abbia rappresentato una vittoria oppure una sconfitta per i paesi poveri.
Di certo, si è trattato di una sconfitta per l'Europa che, proprio all'interno di questa contraddizione, avrebbe potuto giocare un ruolo fondamentale. L'Europa si è presentata con un documento unitario con gli Stati Uniti sull'agricoltura, scelta che si è rivelata provocatoria e che ha provocato uno contro documento da parte del cosiddetto G20, con a capo il Brasile e l'India.
Si è cercato, invece del confronto, la divisione tra i paesi del G20 e si è insistito, fino alle ultime ore, per imporre una risoluzione sugli investimenti, ignorando la contrarietà totale di tutti i paesi in via di sviluppo. La nostra delegazione, che durante il vertice aveva anche la responsabilità della Presidenza di turno dell'Unione europea, non è stata capace, non ha avuto la possibilità e, forse, neanche la volontà, di mettere in campo una pur minima iniziativa politica.
È indispensabile una svolta. Chiediamo al Governo italiano di farsi promotore, innanzitutto in sede comunitaria, di un cambio di marcia. Ci sono alcune questioni emblematiche su cui impegnarsi da subito. Intanto, ne cito una: il cotone.
Il cotone, o meglio, il suo commercio internazionale, ha rappresentato uno dei punti di maggiore scontro all'interno del vertice di Cancun. Gli Stati Uniti intervengono in sussidi a favore dei propri produttori di cotone nella misura di 4 miliardi di dollari, una cifra che è più dell'intero prodotto lordo del Burkina Faso e tre volte l'intero bilancio degli Stati Uniti per gli aiuti all'Africa.
A fronte di queste cifre, per un produttore di cotone del Mali, non vi è nessuna speranza di poter competere nel commercio internazionale!
Si calcola che circa dieci milioni di agricoltori africani sono impegnati nella produzione di cotone e vivono nelle aree più depresse del sud del Sahara. Un atto importante e non simbolico, ma concreto, da parte dell'Italia, sarebbe quello di farsi carico di tale questione per farla affrontare nelle prossime assise internazionali.
Bisognerebbe passare da una forma di sussidio alle esportazioni, a beneficio unicamente della grande industria, a forme di sostegno che tutelino la qualità, i mercati locali, l'agricoltura familiare, con una particolare attenzione alle produzioni ambientalmente sostenibili, all'esclusione di OGM e a misure per lo sviluppo del biologico e della filiera del commercio equo e solidale.
Questa nuova politica favorirebbe sia i piccoli produttori europei, sia quelli africani che, oggi, sono ai margini del commercio internazionale.
Sono anni che i paesi africani richiedono un trattamento speciale e differenziato in sede WTO e regole più eque su alcuni prodotti imprescindibili per il loro sviluppo, come, per esempio, il cotone.
Non solo tali richieste non sono mai state considerate ma, al contrario, l'Unione europea ha continuato ad insistere per l'apertura di nuovi negoziati - i temi di Singapore - contro l'esplicita avversione della quasi unanimità dei paesi in via di sviluppo.
Visti questi ripetuti fallimenti, sarebbe utile ripensare se non sarebbe più opportuno investire di tali tematiche altri organismi internazionali, quali, ad esempio, la FAO e le altre agenzie delle Nazioni Unite, in quanto sedi più idonee a trattare questioni che, prima che interessi commerciali, investono temi fondamentali come l'ambiente, lo sviluppo e la stessa sopravvivenza di milioni di uomini e donne.
Altro tema di forte contrasto che ha prodotto il fallimento del vertice di Cancun è legato all'introduzione nell'agenda del WTO dei quattro temi di Singapore: investimenti, trasparenza degli appalti pubblici, concorrenza e facilitazione del commercio.
Nel testo della mozione abbiamo ampiamente ripercorso la storia recente di questi negoziati, illustrando come tali temi siano vissuti dai paesi in via di sviluppo come un'imposizione da parte del nord del


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mondo in tematiche non solo commerciali, ma che inciderebbero sulla sovranità politica e sociale dei paesi del sud.
Dobbiamo lavorare affinché l'agenda del WTO non si espanda ulteriormente, ma, anzi, si concentri sulle questioni strettamente commerciali, delegando progressivamente alle agenzie dell'ONU le questioni di loro competenza: medicinali a tutela della salute all'OMS, sovranità alimentare alla FAO, sviluppo all'UNDP e all'UNCTAD.
È urgente che i diritti sociali e umani e la tutela ambientale abbiano la precedenza sulle questioni meramente commerciali. In questa direzione, dal calendario del WTO andranno accantonati i temi di Singapore, non per riproporli - come pure si sta facendo in altre sedi - quali accordi bilaterali e regionali o in sede OCSE nella stessa forma. È certo che una regolamentazione sugli investimenti potrebbe aiutare lo sviluppo sostenibile, ma non se tali accordi puntano unicamente a garantire i diritti delle grandi corporation, minando la sovranità nazionale degli Stati e la loro possibilità di cercare un modello originale di sviluppo economico decidendo se, come e quando aprirsi ad investimenti esteri.
Vorrei concludere il mio intervento ricordando le parole del segretario generale dell'ONU Kofi Annan all'apertura dei lavori del vertice di Cancun: «Invece di una concorrenza equa, permangono i sussidi e i paesi ricchi. Invece di regole globali negoziate da tutti, nell'interesse di tutti e condivise da tutti, ci sono troppe decisioni prese a porte chiuse, troppo a protezione di interessi particolari, troppe promesse infrante. Il danno è enorme. Le vittime si contano a miliardi. Io vi imploro di dire no a politiche che aggravano la povertà, no a pratiche commerciali che compromettano gli aiuti».
Signor rappresentante del Governo, siamo giunti ad un secondo dibattito su questi temi. Il primo dibattito è stato svolto prima del vertice di Cancun. Questo dibattito riguarda il bilancio ed anche la commemorazione di quell'evento, che si rivelò, per l'appunto, un fallimento.
Mi auguro che il dibattito odierno, che avviene in un momento particolare della nostra vita politica e della situazione internazionale, e che non è estraneo alle questioni mondiali che ci bruciano oggi sulla pelle, non sia inutile.
Ricordo che nel dibattito che si svolse quando si discuteva della guerra in Afghanistan, tutti quanti, in primis il Governo, sostennero la tesi che l'iniziativa militare era solo un aspetto della guerra al terrorismo. Ricordo anche che si fece una conferenza a Monterray delle Nazioni Unite alla quale parteciparono tutti i più grandi rappresentanti politici del mondo, da Bush a Chirac, ai rappresentanti della Commissione europea, compreso Romano Prodi, fino a centinaia di ministri degli esteri. In quella sede fu riproposto da Kofi Annan e dalle Nazioni Unite il problema dello sviluppo del sud del mondo e quindi, fondamentalmente, delle regole commerciali che devono guidare l'economia mondiale.
La risposta che allora dette il Presidente degli Stati Uniti fu molto deludente, perché, rivolto a questi paesi, egli disse: se volete intraprendere un futuro fertile, dovete fare la lotta al terrorismo e poi praticare e aprirvi al libero mercato.
Sono passati ormai tre anni da quando il mondo è stato scosso da drammatiche e tremende vicende (la prima guerra in Afghanistan, la seconda guerra in Iraq). In tutto questo periodo continuativamente ogni qual volta si è discusso, anche in quest'aula, si è sempre richiamato il problema della straordinaria disperazione sociale nella quale vive una gran parte del mondo.
Mi auguro che questo dibattito, che ovviamente non può affrontare e risolvere questi problemi, possa almeno dare un contributo positivo.
In questo mio brevissimo intervento ho voluto richiamare, non a caso, solo una questione, che a Cancun - come ricorderà l'onorevole Landi di Chiavenna - ha aperto un contenzioso molto forte. La rottura a Cancun avvenne infatti, prima ancora che per iniziativa del G20, per iniziativa dei paesi africani, a fronte della


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totale e deludente risposta che si dette loro quando essi dissero: dateci una risposta positiva almeno su una questione che per noi riveste un valore emblematico, perché rappresenta la possibilità di vita per una fascia importante di povertà del nostro mondo. La risposta che si dette fu quella di mettere il cotone al ventitreesimo posto dell'Agenda finale. Ciò determinò la reazione del rappresentante africano, che si alzò e se ne andò.
Mi auguro che il Governo mostri oggi una nuova sensibilità e che si possa discutere non solo delle grandi questioni commerciali che regolano il mondo.
Ho letto un articolo, pubblicato sul Sole 24 ore, in cui si affermava che gli scambi del mondo stanno andando meglio, indicando le relative cifre. La cosa sorprendente - perché talvolta discutiamo senza avere neanche la cognizione dei dati - è che nell'attuale miglioramento del commercio mondiale, una funzione importantissima è svolta dalla Cina, di cui si parla talvolta come «pericolo giallo». La Cina, in realtà, è un paese che oggi importa più di quanto esporta. Questa è la situazione.
Dentro il quadro mondiale nel quale si giocano i grandi scambi, il problema delle risposte che dobbiamo dare a quella gran parte del mondo che neppure partecipa agli scambi commerciali, perché non è né in condizione economica né sociale per farlo, resta pesantissimo.
Ecco perché mi auguro che questo dibattito non sia rituale ed inutile e che, perlomeno su una questione che qui richiamavo per il suo valore emblematico, si possa avere un confronto e forse anche una qualche soluzione unitaria in quest'Assemblea.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Landi di Chiavenna, che illustrerà anche la mozione Anedda n. 1-00357, di cui è cofirmatario. Ne ha facoltà.

GIAN PAOLO LANDI di CHIAVENNA. Per quanto vi siano profonde divergenze di valutazione e di impostazione politica e culturale fra le mozioni, dell'opposizione e quelle della maggioranza, su un aspetto ritengo che vi sia una totale convergenza di vedute, ossia la necessità di rilanciare l'Agenda di Doha per tutta una serie di considerazioni che sono state già in parte esposte dal collega Crucianelli e che trovano una parziale condivisione da parte del sottoscritto, anche a nome della maggioranza. È necessario che il rilancio dell'agenda Doha consenta un recupero di dialogo tra i paesi del nord e del sud del mondo, che è assolutamente indispensabile per appianare quella conflittualità che, purtroppo, è emersa proprio nel corso del dibattito a Cancun.
Vorrei molto brevemente, nei limiti del tempo che mi è consentito, fare il punto della situazione al 21 aprile, sulla base almeno dei dati in mio possesso, perché in tale data si è tenuta a Ginevra la prima sessione del comitato per la negoziazione del commercio con l'estero dopo l'insuccesso di Cancun. La riunione era attesa, più che per gli aspetti sostanziali, per il segnale politico di conferma della piena ripresa del processo negoziale.
Nel suo intervento introduttivo, il direttore generale Supachai ha dichiarato che i suoi recenti incontri a livello politico lo incoraggiano a ritenere che nell'arco di tempo da qui fino alla pausa estiva possano essere fatti degli sforzi decisivi per salvare l'esito delle trattative. Sebbene non si registrino ancora dei progressi sostanziali, egli è convinto che i temi chiave e le possibili soluzioni incomincino a profilarsi con maggiore chiarezza. Supachai, infatti, è determinato a sfruttare al massimo tale periodo per identificare i termini di un accordo-quadro sulle modalità del negoziato.
In tal senso si è deciso di sfruttare al massimo il periodo di aprile-luglio per tentare di raggiungere un accordo quadro sulle modalità, che avrebbe già dovuto essere messo a punto nella conferenza ministeriale dello scorso settembre, per ottenere significativi progressi in agricoltura.
La Presidenza ha fatto cenno anche alla eventualità che a Ginevra, in concomitanza dell'ultima riunione dei gruppi di lavoro prima della pausa estiva, possa


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essere prevista la presenza di alcuni ministri, in una sorta di conferenza ministeriale che dovrebbe, almeno auspicabilmente, svolgersi a Londra verso la fine di questo mese o agli inizi del mese di maggio. L'Italia ha già vagliato posizioni e priorità con la Commissione e la Presidenza irlandese, e saranno presenti - ciò almeno è auspicabile - il Segretario di Stato americano al commercio, Zoellick, il commissario Lamy e i ministri del commercio del Brasile, del Kenya, del Messico e del Sudafrica.
Sui singoli capitoli la situazione, in sintesi, è la seguente. In materia di agricoltura sono state fissate tornate negoziali di una settimana nei quattro prossimi mesi. La Commissione ha fatto presente che permangono i noti problemi per quanto riguarda i temi ritenuti critici per i major players, cioè i sussidi all'export per l'Unione europea (ancorché l'Italia abbia ottenuto dalla Commissione l'impegno alla immediata abolizione dei sussidi all'export per i beni ritenuti sensibili per i paesi meno avanzati), l'accesso al mercato per il Giappone e gli aiuti interni per gli Stati Uniti. Anche per questo è stato sottolineato che, per raggiungere l'obiettivo di accordo quadro entro il mese di luglio, è opportuno non parlare di cifre, nel senso di non arrivare ad alcuna quantificazione numerica delle proposte sul tavolo negoziale, ma limitarsi a mettere a punto esclusivamente gli obiettivi generali. Timide aperture in questo senso sembrano essere state registrate anche nella posizione brasiliana.
Da parte di alcune delegazioni, tra cui quella italiana, è stata ribadita l'esigenza di un negoziato agricolo bilanciato, che non tralasci alcuno dei settori importanti in cambio di buoni risultati in altri campi. La Commissione ha rassicurato le delegazioni, precisando che effettuerà qualunque sforzo per arrivare ad un impegno unico, ma anche equilibrato, che porti vantaggi e miglioramenti reciproci per tutti i paesi, e soprattutto - e qui concordo con l'onorevole Crucianelli - per dare dei segnali di grande attenzione ai paesi del sud del mondo. Infatti i dati che ha citato il collega Crucianelli in ordine alle capacità reddituali, e quindi ai livelli di sopravvivenza, alle carestie endemiche e alle situazioni drammatiche in cui vivono alcuni miliardi di persone, colpiscono la sensibilità di tutti coloro che hanno a cuore questi temi, e il commercio internazionale non può prescindere da una visione solidale e umanistica. Le rinunce, che tutti auspicano, alle politiche nazionalistiche e protezionistiche debbono rivolgersi ad una economia di mercato dotata di una visione più solidaristica.
Il secondo punto all'attenzione è l'accesso al mercato: anche l'India ha mostrato qualche segnale di apertura, in particolare sulle tariffe. Questo paese, che in passato sembrava non voler accettare alcuna riduzione, ora è apparso sensibile alle argomentazioni in favore della necessità di modulare diversamente le tariffe nei confronti di paesi con diverso e minore grado di sviluppo. Sembrerebbe quindi che l'India, anche grazie al consolidamento del suo tasso di crescita intorno al 9 per cento su base annua, possa iniziare ad accettare l'idea di un trattamento migliore per il G90. Inoltre, il colosso asiatico non ha più insistito per una formula più lineare di riduzione delle tariffe, ma è sembrato disponibile a discutere eventuali tagli sui picchi tariffari. Naturalmente, solo l'avvio effettivo dei negoziati potrà mostrare quanto questi primi segnali corrispondano ad un impegno reale.
Sui temi di Singapore (questo è un punto di divergenza rispetto alla mozione dell'onorevole Crucianelli) - che noi riteniamo estremamente importanti - la Commissione, su stimolo dell'Italia, aveva fatto circolare già da dicembre, come corollario del semestre di Presidenza del nostro paese, un documento illustrativo della posizione comunitaria. Come già prospettato a Cancun, bisogna dare prova di grande flessibilità su questi temi, anche perché è chiaro che l'Unione non è disposta a pagare significative contropartite per tematiche, quali ad esempio gli investimenti, che potrebbero in primo luogo essere d'interesse dei paesi beneficiari. Quindi - mi rivolgo sempre all'amico


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Crucianelli -, forse è il caso di ridurre il tasso di «ideologizzazione» sui temi di Singapore e capire quanto essi possano essere, se trattati in modo coerente, di utilità anche per il rilancio e il rafforzamento dell'economia dei paesi poveri e in via di sviluppo.
Proprio su investimenti e concorrenza non sembra esservi, al momento, alcuna possibilità di accordo. Qualche difficoltà si registra sugli appalti pubblici, mentre le facilitazioni al commercio restano l'unico punto con buone prospettive negoziali. Le delegazioni di Regno Unito, Danimarca e Svezia hanno ribadito la necessità che la Commissione non abbandoni i temi di Singapore, in particolare quello degli appalti pubblici.
Il terzo tema affrontato nella riunione del 21 aprile scorso è quello dello sviluppo. Nel considerare gli scarsi risultati ottenuti su questo argomento attraverso l'approccio bilaterale, è stato sottolineato che, sebbene non si sia registrato a Ginevra alcun entusiasmo in merito, l'approccio multilaterale sembra rimanere l'unico possibile. Su due temi l'Italia è fortemente impegnata: le indicazioni geografiche e i farmaci salvavita, e su di essi il nostro paese svolgerà un ruolo fondamentale.
Perché è necessario rilanciare l'agenda di Doha? Per alcune considerazioni vitali per il sistema del pianeta, che vogliamo continuare o, per meglio dire, vogliamo riprendere a far vivere in un clima di nuova pacificazione e migliore prosperità, con prospettive future per la società comunque globalizzata.
La prima considerazione risiede nel complesso quadro di instabilità geopolitica che vede, nel caso iracheno e medio-orientale, la punta più avanzata in una mancanza di visione politica ed economica illuminata. Non è infatti errato sostenere che il miglioramento delle condizioni economiche di molti paesi poveri o in via di sviluppo aiuterebbe a ritrovare quel senso di responsabilità politica multilaterale che oggi è un fattore di destabilizzazione: più prosperità e più solidarietà consentirebbero azioni di sostegno politico più coese verso il contrasto fermo e risoluto al terrorismo internazionale, certamente ideologizzato, ma che trova facile terreno di coltura anche nelle grandi sacche di povertà e di disagio presenti in molte popolazioni. È come dire che, maggiore è il benessere, minori sarebbero le spinte a cooptare nelle file del terrorismo adepti preda della disperazione sociale ed economica. Più benessere sta anche alla base di processi di democratizzazione di molte aree geografiche, dove latitano i fondamentali della democrazia, secondo almeno l'accezione che noi occidentali diamo a questa parola. E non può non preoccupare il recente dato secondo il quale la maggioranza dei popoli dell'America centrale latina opterrebbero, ancora oggi, per regimi non democratici; se è vero che le democrazie non si esportano, è purtuttavia necessario lavorare per impiantare i semi della democrazia e del rispetto dei diritti umani e civili. È una sfida cruciale per nulla estranea all'economia mondiale, alle liberalizzazioni del mercato e dei commerci.
A questi processi, dunque, non possono risultare estranei gli organismi multilateriali, come l'Organizzazione del commercio mondiale e le Nazioni Unite (ognuna con responsabilità enormi), per i quali dunque è necessario auspicare un recupero di credibilità, compromessa, quanto alla Organizzazione mondiale del commercio, dal fallimento di Cancun e, quanto alle Nazioni Unite, anche purtroppo - e vanno qui ricordati - dagli scandali del programma «Petrol for food» in Iraq, che coinvolgono anche il Palazzo di vetro, e dagli insuccessi ottenuti in Africa, in Rwanda, in Somalia, e in parte anche in Kosovo.
Vi è un'altra considerazione: le liberalizzazioni sono la strada per la crescita delle economie. La ripresa economica latita in molte aree del pianeta; l'Europa né è un penoso esempio. Certo, molti eventi si sono susseguiti a giustificare questa cattiva evoluzione congiunturale: dall'attentato dell'11 settembre 2001 ai drammatici risvolti della guerra in Iraq, fino alla prepotente concorrenza cinese sui mercati internazionali e agli scandali finanziari,


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che stanno rendendo meno agevole il ricorso al debito per le imprese, quelle italiane in particolare.
Ma ogni epoca ha avuto i suoi problemi: quello che sgomenta è la scarsa capacità di reazione del sistema europeo che, a fronte dei problemi epocali, si dibatte su questioni minute interne e non è in grado di licenziare vere e serie riforme strutturali che rendano l'Europa un soggetto politico ed economico credibile e competitivo. Non esistono ricette magiche di fronte alle rigidità del sistema, alle incrostazioni ideologiche, al rigurgito della partitocrazia, alla cultura nazionalistica che frena - bisogna sottolinearlo - il processo di crescita e di arricchimento politico della vecchia Europa.
Per quanti sforzi si possano e si debbano compiere nell'ambito degli organismi multilaterali, è tuttavia necessario che gli Stati europei, unitariamente e collegialmente, capiscano che è necessario costruire veramente un mercato interno europeo, liberalizzando i settori e aprendo alla concorrenza.
L'Italia deve assumere una posizione avanzata in Europa, ponendosi alla guida del processo di unificazione dei mercati. Nel caso contrario, otterremmo probabilmente qualche vantaggio, ad esempio sulle quote latte, ma finiremmo per perdere tutte le nostre grandi imprese di servizi a causa del restringimento del mercato interno e della formazione di alleanze di carattere internazionale.
L'Italia deve favorire la crescita dimensionale delle nostre imprese, affinché siano in grado di affrontare mercati più ampi combattendo la concorrenza dei nuovi paesi industrializzati, come la Cina, certamente non con le politiche sui dazi ma perseguendo la qualità rapportata al miglior prezzo del prodotto.
L'internazionalizzazione delle relazioni commerciali costituisce un fattore strategico per il rilancio della nostra economia, che va peraltro accompagnato da coraggiose scelte in campo fiscale e dalla diminuzione del costo del lavoro. Su tali temi si manifesta la capacità politica e strategica del Governo, e in particolare del Governo di centrodestra, che forse dimostra ancora eccessiva timidezza nella cultura liberale di mercato. I dati sull'internazionalizzazione non sono incoraggianti: la costituzione di joint venture con imprese straniere è patrimonio, in Italia, solo del 5 per cento delle imprese nazionali; il 48 per cento delle imprese internazionalizza in totale isolamento, non trovando adeguati livelli di assistenza e di supporto in alcuno dei soggetti, pubblici o privati, preposti a tale strategico compito.
È dunque necessario «fare sistema»: si tratta di una sfida essenziale, nella quale - lo ripeto - si manifesta la capacità politica e strategica del Governo. L'Italia e l'Europa non possono permettersi l'errore di rinchiudersi nel proprio orticello, coltivando azioni premianti sul piano elettorale ma miopi dal punto di vista della strategia di lungo periodo.
Non meno gravi sono tuttavia le responsabilità dei paesi in via di sviluppo, come è stato avvertito chiaramente a Cancun. La sfida è certamente fra il Nord e il Sud, ma non vanno sottovalutati i problemi nell'ambito del Sud, con le gravi implicazioni che derivano e deriveranno dal contrasto politico, economico e sociale fra numerosi paesi poveri o in via di sviluppo.
È certamente necessario un commercio internazionale più equo e solidale, forse anche meno ispirato alla sola logica del profitto, ma sono sicuramente altresì necessari un minor tasso di ideologia e maggiori innesti di processi democratici. Non avrebbe senso, infatti, liberalizzare i mercati, se gli effetti positivi non dovessero ricadere sulle popolazioni la cui situazione - si tratta di quasi la metà del pianeta - è al di sotto dei livelli medi di sopravvivenza.
Non si tratta, dunque, di essere meno ricchi al Nord e più ricchi al Sud del mondo; si tratta di comprendere che le regole di un sano liberalismo economico, politico e sociale costituiscono l'unica medicina per iniziare a salvare il mondo. Occorre superare le barriere del protezionismo e delle ideologie, non in virtù di un «pensiero unico», ma per impiantare un


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seme di pace mondiale che faccia crescere la pianta della sopravvivenza del pianeta.
In tal senso, auspichiamo la pronta e decisa ripresa dell'agenda di Doha ed auspichiamo che l'Europa, l'Italia e gli Stati che hanno forti e reali responsabilità politiche ed economiche sappiano dare un segnale di attenzione. Infatti, la ripresa dei mercati in una chiave di maggiore liberalizzazione costituisce parte integrante e chiave di lettura anche per la soluzione dei gravi problemi di carattere geopolitico che stanno compromettendo gli equilibri e la pace del pianeta. Alleanza nazionale auspica pertanto la ripresa e il rilancio dell'agenda di Doha, affinché essa possa essere portata a compimento nei tempi previsti, vale a dire entro il gennaio 2005.
Il Governo è certamente impegnato a rilanciare tali questioni ed a fare quanto è nelle sue possibilità nell'ambito dell'Unione europea per stimolare l'attenzione dei paesi europei sui temi del commercio e della solidarietà. Sono tuttavia necessarie altrettanta sensibilità, altrettanta chiarezza e altrettanta capacità di interpretare la realtà in modo «de-ideologizzato» e più liberale e trasparente da parte dei paesi del Sud e in via di sviluppo, che spesso hanno dimostrato scarsa sensibilità sul piano democratico. Occorrono dunque meno ideologia, più libertà, più mercato, meno incrostazioni ideologiche, meno burocrazia e maggiore volontà di costruire un mondo libero e liberale, che sappia coniugare benessere e mercato, profitto e solidarietà.
Ciò è nell'interesse non solo dell'Italia, ma di tutto il mondo. Sono convinto che questo dibattito - condivido al riguardo l'auspicio del collega Crucianelli - possa far registrare un'ampia condivisione di almeno alcuni temi fondamentali e suscitare l'interesse del Parlamento. Non possiamo condividere alcuni aspetti delle mozioni presentate dall'opposizione, ma riscontriamo spunti di interesse sui quali occorre lavorare congiuntamente. Ci dividono visioni diverse per quanto concerne il rilancio dell'agenda di Doha e i temi di Singapore; tuttavia, ritengo sia unanime la concorde volontà di trovare almeno una piattaforma comune per rilanciare seriamente un accordo fondamentale, che è alla base della sopravvivenza del mondo. In caso contrario, il terrorismo e le piaghe sociali ed economiche continueranno a prevalere sugli interessi della collettività.

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali delle mozioni

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