Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 456 del 26/4/2004
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Discussione della proposta di legge: Bertinotti ed altri: Istituzione di un nuovo meccanismo di indicizzazione automatico delle retribuzioni da lavoro dipendente (1032).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della proposta di legge di iniziativa dei deputati Bertinotti ed altri: Istituzione di un nuovo meccanismo di indicizzazione automatico delle retribuzioni da lavoro dipendente.
Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea (vedi calendario).

(Discussione sulle linee generali - A.C. 1032)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
Ha facoltà di parlare il vicepresidente della XI Commissione, onorevole Santori, in sostituzione del relatore per la maggioranza, onorevole Campa, che tra breve sarà presente in aula.

ANGELO SANTORI, Vicepresidente della XI Commissione. Signor Presidente, nel sostituire l'onorevole Campa, relatore per la maggioranza su questo provvedimento, faccio presente che lo stesso ha avuto l'incarico da parte della Commissione di riferire negativamente sul testo in esame. Pertanto, rinvio alla relazione scritta e mi riservo di intervenire in sede di discussione sulle linee generali; se il Presidente me lo consentirà.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il relatore di minoranza, onorevole Alfonso Gianni.

ALFONSO GIANNI, Relatore di minoranza. Se i colleghi della maggioranza mi avessero fatto la cortesia di dirmi che sarebbero stati così brevi, forse sarei riuscito a sistemare diversamente la mia serata. Non mi ricordo quanto sia il tempo a mia disposizione; lei, Presidente, sicuramente mi richiamerà....

PRESIDENTE. Ha a disposizione dieci minuti, onorevole Gianni.

ALFONSO GIANNI, Relatore di minoranza. Cercherò di esporre le ragioni della nostra proposta di legge. C'è una relazione scritta, credo sufficientemente motivata, che cercherò di riassumere molto sinteticamente. Siamo di fronte ad una grande questione salariale, che riguarda tutte le retribuzioni da lavoro dipendente e, a maggior ragione, i redditi da pensione.
Siamo di fronte ad una diminuzione, lungo l'arco degli anni, del valore reale delle retribuzioni e del salario. Se consideriamo la ricchezza nazionale prodotta e la facciamo uguale a 100, come si usa nelle statistiche, verifichiamo che negli ultimi 15 anni vi è stato uno spostamento molto considerevole dai redditi da lavoro dipendente ai redditi da capitale e da rendite.
Se tanti anni fa il rapporto era 60 per i redditi da lavoro contro 40 per i redditi da capitale, oggi il rapporto è sostanzialmente invertito. Sottolineo che questo avviene in maniera particolare nel nostro paese, perché anche nei paesi più liberisti dal punto di vista della politica economica, come l'Inghilterra, siamo, per dirla all'inglese, per quanto riguarda i redditi da lavoro e da capitale, ad un rapporto fifty-fifty, naturalmente con la differenza che i lavoratori sono milioni e i capitalisti sono alcuni migliaia, se non centinaia, ma questo lei, Presidente, ben lo sa. Quindi, siamo di fronte ad uno spostamento della distribuzione della ricchezza, che deriva da un incremento enorme della produttività, dovuta ad un'organizzazione del lavoro più meticolosa e ad un'innovazione tecnologica che va tutta a vantaggio di coloro che detengono la proprietà dei mezzi di produzione, mentre coloro che prestano lavoro manuale o intellettuale sono fortemente penalizzati.
Come mai siamo giunti a questa situazione? Ci sono diversi fattori da considerare. Il primo è sicuramente la moderazione sindacale nelle rivendicazioni contrattuali, mentre l'altro è la logica concertativa, che ha prodotto diversi incontri e diverse intese triangolari tra Governo, sindacati


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e Confindustria nel corso degli anni Novanta; ed è esattamente su queste intese che vogliamo intervenire con questa proposta di legge.
Nel corso di tali intese si è deciso che gli aumenti contrattuali derivanti da contratti di lavoro nazionale debbono essere pari all'incremento dell'inflazione, ma questa deve essere programmata, ossia concordata in anticipo. Questo è il dramma, perché, come lei può ben vedere, l'inflazione programmata nel corso di questi anni non è mai corrisposta all'inflazione reale. Ci sono delle divergenze di opinione tra i vari istituti di ricerca, l'ISTAT, l'EURISPES, l'Ires-CGIL, che riporto meticolosamente nella relazione scritta di minoranza allegata agli atti di questa nostra discussione.
Voglio qui prendere per buone le stime più favorevoli a questo Governo, fatte, non a caso, dall'ISTAT, e riferite nelle audizioni che la Commissione lavoro ha svolto nel corso dell'esame preliminare della proposta di legge. Nel corso di tali audizioni l'ISTAT ha sostenuto che l'inflazione si aggira intorno al 2,8 per cento, mentre l'inflazione programmata è pari all'1,4 per cento; siamo quindi al doppio.
In altri termini, tutti - e sottolineo tutti - i contratti nazionali di lavoro sono contratti in perdita. Chiunque li firmi, firma una diminuzione del salario, della retribuzione e dello stipendio reale dei lavoratori. Vi sembra questo un sistema di relazioni sindacali accettabile? È possibile che un'organizzazione sindacale, una categoria di lavoratori, firmi, dal punto di vista salariale, un suicidio? Noi pensiamo che ciò non sia possibile. Allora, abbiamo pensato ad una proposta di legge molto semplice, minimale, la quale stabilisca che, nell'eventualità in cui vi sia un discostamento tra l'inflazione programmata e quella reale, la differenza rientri nelle tasche dei lavoratori pubblici o privati nel gennaio dell'anno successivo. È una compensazione volta a fare in modo che, almeno, i lavoratori non ci rimettano.
Questo meccanismo non è la vecchia scala mobile. Naturalmente, chi vi parla non è affatto contrario a quel meccanismo, ma voglio puntualizzare che si tratta di un sistema diverso. Gli esponenti della maggioranza, signor Presidente, le diranno esattamente il contrario, ma è una bugia; la gente, non legge e non si informa, e le questioni economiche, in quest'aula, sono trattate un tanto al chilo. Le citeranno Tarantelli ucciso dalle Brigate Rosse.
Il meccanismo della scala mobile era trimestrale ed anticipatorio, mentre noi proponiamo un meccanismo a compensazione, che non produce inflazione, anzi ma è un deterrente, perché spinge la parte datoriale, tenuta a dare in caso di differenza tra inflazione reale e programmata, ad avere un comportamento virtuoso sui prezzi. Se l'inflazione programmata viene centrata, dal punto di vista della realtà dell'evoluzione dei prezzi, i datori di lavoro, privati o pubblici, non devono pagare una lira; quindi, ad essi conviene che l'inflazione si mantenga entro i termini concordati e previsti. Il meccanismo che proponiamo è per eccellenza anti-inflazionistico ed è un deterrente all'incremento dell'inflazione.
La seconda obiezione che viene solitamente mossa attiene al fatto che si disciplina con legge una materia che si è deciso sia di pertinenza delle parti sociali. Ciò è falso, in quanto non togliamo a queste ultime il compito di mettersi d'accordo, in base a logiche previsionali, su quali saranno l'inflazione e l'andamento dell'economia per il prossimo anno, ma semplicemente poniamo una clausola di salvaguardia. Le parti sociali si mettono d'accordo, ma possono sbagliare, in buona o in mala fede. Chi paga le conseguenze di questo sbaglio? Noi riteniamo che a pagare non debbano essere i lavoratori, che hanno pochi soldi da spendere, ma coloro che hanno sbagliato la previsione oppure chi, nel corso dell'anno susseguente alla previsione, ha agito, consapevolmente o inconsapevolmente, in modo tale da determinare un aumento dei prezzi e, quindi, del costo della vita.
La nostra proposta non si sostituisce alla contrattazione tra le parti sociali, ma determina semplicemente una rete di salvezza, come quella che consente agli equilibristi


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del circo, se cadono, di rimbalzare almeno sul morbido. Per di più, visto che in questo caso si tratta di lavoratrici e di lavoratori, è opportuno stabilire una rete di salvaguardia, in quanto non stiamo parlando della carriera del confindustriale o del dirigente sindacale, ma delle tasche dei lavoratori, di persone che, al massimo, si possono concedere due serate al mese in pizzeria, per i quali un 1 per cento di variazione nella stima dell'inflazione equivale ad una decurtazione del reddito estremamente consistente.
Come lei sa, signor Presidente, nell'anno passato abbiamo avuto una crescita praticamente pari allo zero; essendo un uomo di cultura ed anche un esperto, lei sa anche che la crescita prevista, quando i signori del Governo si metteranno d'accordo - e questa volta sarà difficile - sul documento di programmazione economico-finanziaria, comunque sarà al di sotto dell'1 per cento. Come facciamo a rilanciare l'economia interna se le pensioni, i salari e gli stipendi sono così contratti? Cosa può comprare la gente? Non basta cancellare le feste dal calendario! Infatti, anche se produciamo di più, nessuno comprerà né esportando, né sul mercato interno.
Evitare, quindi, che si sgonfino le tasche dei lavoratori dà benessere all'intera economia del nostro paese. Per tali ragioni, riservando di esprimermi al momento opportuno su eventuali emendamenti che verranno presentati, raccomando l'approvazione della nostra proposta di legge.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

COSIMO VENTUCCI, Sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento. Il Governo si riserva di intervenire in sede di replica attraverso il sottosegretario competente per materia, onorevole Sacconi.

ALFONSO GIANNI, Relatore di minoranza. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. A che titolo?

ALFONSO GIANNI, Relatore di minoranza. Sull'ordine dei lavori, signor Presidente.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ALFONSO GIANNI, Relatore di minoranza. Signor Presidente, non ce l'ho affatto con l'onorevole Santori, ma ho rinunciato ad altri impegni per essere presente in aula come relatore di minoranza. Non mi sembra accettabile che il relatore per la maggioranza non svolga di fatto la sua relazione e che il Governo rinvii ad un successivo intervento da parte del sottosegretario competente in materia. Questa è un'offesa per lei che presiede la seduta odierna - non certo per me che sono, come è noto, tra i peones - e per il Parlamento. La prego di fare un richiamo a chi di dovere.

PRESIDENTE. Onorevole Alfonso Gianni, non mi sento offeso, perché il deputato che è intervenuto in sostituzione del relatore è vicepresidente della Commissione lavoro e ha quindi preso la parola legittimamente, mentre il Governo è degnamente rappresentato dal sottosegretario qui presente. Pertanto, è giusto che lei, onorevole Gianni, faccia il suo dovere; gli altri faranno il loro come riterranno più opportuno. Dal punto di vista della regolarità della seduta, non ho alcun rilievo da sollevare. La ringrazio, comunque, per questa segnalazione.
La prima iscritta a parlare è l'onorevole Cordoni. Ne ha facoltà.

ELENA EMMA CORDONI. Signor Presidente, come ho già detto in Commissione, stiamo discutendo un problema molto serio ed intendo sottolineare che mi sembra vi sia, da parte della maggioranza e del Governo, un modo un po' superficiale di affrontare temi che, purtroppo, fanno in un certo senso pendant con quanto è avvenuto a Melfi.
Stiamo discutendo del potere di acquisto dei salari e delle pensioni; può non condividersi - come noi non la condividiamo - la proposta di Rifondazione comunista,


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ma ritengo che non si possa sfuggire al problema che essa pone a tutti noi ed al paese. Questa discussione si è già svolta in Commissione e continua a svilupparsi, nonostante in questi mesi la nostra attenzione sia stata richiamata dal paese, dalle sue condizioni, dalle indagini, dalle inchieste, dalle interviste e dai giornali di ogni orientamento, che ci hanno detto cosa stava succedendo con riferimento al potere di acquisto dei lavoratori e dei pensionati.
Si è discusso a lungo e vi sono state anche polemiche e confronti, ma nessuno ha potuto concludere dicendo che il problema non esiste. L'esame della proposta di legge in discussione, tra l'altro, ci ha consentito di svolgere in Commissione audizioni importanti, che ci hanno aiutato a chiarire ciò che sulla stampa era oggetto di polemica, a comprendere fino in fondo i dati ufficiali dell'ISTAT e la percezione del problema da parte delle persone, partendo dalla vita quotidiana. Abbiamo compreso, quindi, che alcune cose vanno modificate e che si possono avanzare proposte in questa direzione.
Invece, ci troviamo di fronte una maggioranza ed un Governo che (se ripeteranno quanto già affermato in Commissione lavoro) rispondono che il problema esiste, ma riguarda solamente la contrattazione, come se i pensionati beneficiassero della negoziazione salariale o tutti i lavoratori atipici e precari avessero già un contratto nazionale, vale a dire la forza di poter recuperare, attraverso appunto lo strumento della contrattazione, il potere d'acquisto perduto.
Signor Presidente, so che lei conosce bene la materia in questione, anche perché lei stesso da anni è presentatore, per quanto riguarda i pensionati, di una proposta di legge che tenta di intervenire proprio sul terreno del recupero...

PRESIDENTE. Una sfortunata proposta di legge, onorevole Cordoni (Commenti del deputato Alfonso Gianni)!

ELENA EMMA CORDONI. Sì, tuttavia anche quella proposta di legge solleva un problema vero!
Credo, quindi, che tutti quanti dovremmo avere l'obbligo di trovare il modo di rispondere ai problemi veri; poi si può anche affermare che il paese non è in grado di sostenere tutte le proposte, ed è possibile trovare anche soluzioni intermedie, o valutare su quali punti intervenire, ma quello che credo non sia possibile è far finta che i problemi non ci siano e non affrontarli.
La discussione svolta in Commissione e le audizioni informali tenute in quella sede, infatti, hanno delineato uno scenario preoccupante. È stato confermato che occorre sottoscrivere un nuovo accordo sulla politica dei redditi, poiché l'accordo del luglio 1993 oramai è superato e non riesce più a salvaguardare il potere d'acquisto delle retribuzioni; tale accordo, inoltre, non ha consentito (nonostante fosse uno dei suoi obiettivi) un'equa distribuzione dell'aumento della ricchezza nazionale derivante dall'aumento della produttività a favore del lavoro.
I dati elaborati da numerose fonti (compreso il CNEL) riferiscono che, negli ultimi anni, è diminuito il reddito complessivo del lavoro dipendente. Ciò è dovuto moltissimo anche alle nuove forme di lavoro, alla loro precarietà ed alla loro incapacità di offrire un reddito per tutto l'anno. Vi sono, per di più, i cosiddetti lavoratori poveri, i quali svolgono un lavoro, anche quotidiano, normale e regolare, la cui valenza professionale è così infima che non consente, neanche attraverso i diversi livelli della contrattazione, di evitare di cadere al di sotto della soglia di povertà.
La risposta, tuttavia, non può essere quella fornita dal Governo, che ha rinviato l'intero problema alla contrattazione. Infatti, c'è anche un possibile ruolo regolatore dello Stato, anche se tale intervento non deve riguardare il salario. Infatti, è vero che nel nostro paese il salario è tradizionalmente determinato dalle parti sociali, vale a dire dal sindacato e dal datore di lavoro, ma vorrei ribadire che vi è sicuramente anche lo spazio per il settore pubblico, il quale potrebbe effettuare alcuni interventi in grado di affrontare


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il problema della perdita del potere d'acquisto delle pensioni e dei salari.
Contrariamente al Governo, abbiamo preferito scegliere, ed in questa discussione stiamo cercando di illustrare le scelte che a nostro avviso occorrerebbe effettuare per affrontare il problema in questione, nonché le soluzioni da predisporre. Infatti, abbiamo presentato (anche se non in forma di testo alternativo, bensì come emendamenti) una serie di proposte che consentono di affrontare il problema sollevato dalla proposta di legge presentata dal gruppo di Rifondazione comunista.
Sono numerosi i fattori che hanno determinato la riduzione del potere d'acquisto degli stipendi e delle pensioni, e quando si iniziano ad enucleare si comprende che sussiste il dovere dello Stato di intervenire. Come ho affermato precedentemente, vi è stata innanzitutto la diminuzione del trasferimento sui salari dell'aumento della ricchezza prodotta nel nostro paese. Vi è stata, tuttavia, anche la precarizzazione del mercato del lavoro, la quale ha contribuito a svuotare gli stessi contratti collettivi; inoltre, spesso i profitti delle aziende non si sono tradotti in aumento delle remunerazioni dei lavoratori, né sono stati spesi in investimenti in innovazione e ricerca (il che forse oggi ci avrebbe aiutato ad affrontare anche le difficoltà che attraversa il sistema produttivo del nostro paese).
Per di più, in questi ultimi anni ci siamo trovati di fronte al taglio delle prestazioni dello Stato sociale: infatti, quando si impongono i ticket e aumentano le tariffe, è chiaro che si verifica una falcidia dei salari e degli stipendi, che sono fissi e non «lievitano» come, appunto, le tariffe o tutte le altre voci di spesa.
Quando si compie la scelta di ridurre i trasferimenti agli enti locali, che in questo paese costituiscono l'altro soggetto attivo nelle politiche di sostegno sociale (mi riferisco ai contributi per gli affitti, agli aiuti ai minori e alle altre misure che consentono ai comuni di aiutare le famiglie), di fatto si operano tagli allo Stato sociale, ed anche questo è un modo per non aiutare i lavoratori ed i pensionati a superare le difficoltà che devono affrontare.
In base ai dati in nostro possesso, infatti, è aumentato il numero delle famiglie che si collocano a ridosso della soglia di povertà totale, ed è impressionante che ciò avvenga, come ho affermato precedentemente, anche nel caso di persone che lavorano. Ci troviamo, pertanto, non sul terreno dell'esclusione sociale o della mancanza di occupazione, bensì di fronte a persone che svolgono con serietà il loro lavoro, anche se esso non consente loro di guadagnare un reddito sufficiente per poter mantenere se stessi e la propria famiglia, come recita la Costituzione.
Vi è, inoltre, un altro fattore che ha inciso sul problema in questione: dal 2001, infatti, il ministro Tremonti ha deciso che non era più il caso di restituire il fiscal drag sia ai pensionati, sia ai lavoratori dipendenti. Le statistiche fornite dai soggetti auditi dall'XI Commissione, infatti, ci riferiscono che quanto è accaduto in questi ultimi 2 o 3 anni, vale a dire la perdita del potere d'acquisto, è dovuto anche alla mancata restituzione del fiscal drag. Credo che ogni collega che intrattenga rapporti con il proprio collegio elettorale si sia visto consegnare, in questi mesi, le buste paga di pensionati che, nonostante avessero beneficiato di un aumento, grazie al quel poco di indicizzazione ancora oggi esistente e anche all'innalzamento del trattamento pensionistico, si sono ritrovati meno soldi «netti» in tasca rispetto all'anno scorso. Si sono trovati in sostanza con un minor reddito disponibile perché, aumentando lo scaglione di reddito imponibile, il contribuente viene sottoposto ad un'aliquota fiscale più elevata.
Ci troviamo di fronte, allora, alle conseguenze della mancata decisione di accantonare le risorse per finanziare la restituzione del fiscal drag ai lavoratori dipendenti ed ai pensionati. Secondo il CER, l'effetto del drenaggio fiscale sui contribuenti italiani ha comportato, per il solo anno 2003, un aggravio d'imposta di circa 2 miliardi e 500 milioni di euro, pari allo


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0,2 per cento del PIL; si tratta di un dato significativo se rapportato pro quota, vale a dire per ogni persona.
Inoltre, si registra un'assenza di controlli sui prezzi e sulle tariffe. Basti guardare, ad esempio, al caso della RC auto: nonostante anche oggi i giornali riportino come siano fortemente diminuiti gli incidenti autostradali, le tariffe assicurative non diminuiscono e continuano a mantenersi sugli stessi livelli, come se non si trattasse di un evento che dovrebbe indurre ad abbassarle.
La diminuzione del potere d'acquisto dei salari e delle pensioni rivela sia l'inadeguatezza degli strumenti pubblici esistenti, sia il fatto che il Governo in carica abbia deciso di rinunciare a svolgere una funzione di sostegno e valorizzazione del lavoro. Allora, come ho detto precedentemente, non si può rispondere, come è stato fatto in sede di Commissione, con la presentazione di un emendamento interamente soppressivo dell'articolo unico della proposta di legge presentata dal gruppo di Rifondazione comunista, senza successivamente preoccuparsi di dire al paese che cosa il Governo intenda fare per sostenere il potere d'acquisto delle pensioni e degli stipendi.
Anche grazie al confronto che si è svolto con i diversi soggetti che hanno partecipato alle audizioni tenute dalla XI Commissione, abbiamo avanzato una proposta che recepisce il problema sollevato da Rifondazione comunista, cercando tuttavia di offrire un'altra soluzione; pertanto, assumiamo e condividiamo il punto da cui tale gruppo parte, vale a dire il problema della progressiva perdita del potere d'acquisto delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti e dei pensionati, ma tentiamo di predisporre quelle risposte che, a nostro avviso, il Governo dovrebbe mettere in campo.
Noi, con le nostre proposte, diciamo che il problema esiste e che vi è bisogno di intervenire su una serie di voci. Non capisco perché non venga accettata almeno una parte di questa proposta; mi riferisco all'intento di dare all'ISTAT la possibilità di costruire un paniere ad hoc per le spese delle famiglie i cui capi siano persone con più di sessantacinque anni d'età, un paniere costruito apposta sulle persone anziane e che permetta all'ISTAT di rilevare su di esse l'andamento dell'inflazione, formulando, in un secondo tempo, un indicatore più realistico dell'andamento della stessa inflazione. Con tale paniere si potrebbe ricalcolare la rivalutazione annuale delle pensioni. Peraltro si tratta di un modello che esiste in Francia e ci vorrebbe poco ad adottarlo anche da noi.
Intanto, si potrebbe effettuare la prima operazione, ossia fornire all'ISTAT tali indicazioni. In tal modo, forse, vi sarebbe più rispondenza tra il sentire del paese e ciò che, invece, i dati non possono registrare. I dati, infatti, sono costruiti - come ci ha spiegato l'ISTAT - su un campione tipo di 28 mila famiglie italiane, in cui sono compresi la persona nullatenente, il pensionato sopra i 65 anni d'età, con una pensione minima ed anche persone con redditi molto alti. Di tutto questo si fa una media. Ma i bisogni di prima necessità hanno una conseguenza più forte, quasi totalizzante, per le persone con poche risorse; invece, le persone che dispongono di redditi più alti neppure si accorgono di ciò che succede su questo versante. A noi sembrava una proposta minima che, tuttavia, avrebbe fatto compiere un passo in avanti sul terreno della conoscenza, offrendo anche soluzioni con le quali calcolare la rivalutazione annuale delle pensioni.
Signor Presidente, anche con tali proposte non si risolverà fino in fondo il problema di mantenere le pensioni al passo con il sistema-paese, ma si impedirebbero ulteriori svuotamenti del valore delle stesse pensioni.
Proponiamo, inoltre, un intervento sull'ISTAT che permetta almeno di eliminare o mitigare gli scalini di reddito per la rivalutazione annuale delle pensioni rispetto al costo della vita. Si tratta del primo intervento che abbiamo proposto.
In Commissione, soppresso l'articolo 1 della proposta di legge, sono decaduti anche tutti gli altri emendamenti. In aula,


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proponiamo tali emendamenti come articoli aggiuntivi, perché vogliamo conoscere sul punto l'opinione della maggioranza e del Governo e le risposte che quest'ultimo intende dare al paese.
Vogliamo verificare se si bocciano proposte logiche e razionali e se, in sostanza, si propone al paese di non fare nulla. Vi è un'inflazione forte? Diminuisce molto il potere d'acquisto? Non è un problema del Governo! Non è un problema della spesa pubblica, dello Stato! La redistribuzione della ricchezza non è un problema di questo Governo!
Come detto, affrontiamo anche altre due proposte, che riguardano le pensioni. Stiamo, infatti, parlando di salari, ma anche di pensioni.
In particolare, proponiamo di rimettere all'ordine del giorno la restituzione del fiscal drag. Nei prossimi giorni avremo modo di discutere di tale punto e del perché il Governo ha sospeso questo provvedimento. Ogni tanto, nell'ambito della polemica politica, si sostiene che la restituzione del fiscal drag sarebbe stata sospesa perché l'aveva sospesa, per primo, il Governo di centrosinistra, nel 2001. Al riguardo, va sottolineato che ciò avvenne perché in tale anno vi furono le riduzioni delle tasse e - al tavolo della concertazione - si decise che si sarebbe premiata la riduzione dell'aliquota fiscale e, per quell'anno, si accantonava la restituzione del fiscal drag. Nel 2002 e nel 2003, l'aliquota minima è stata, tuttavia, aumentata. Quindi, siamo di fronte ad un'ulteriore tassazione per i redditi bassi.
Riproponiamo, dunque, la restituzione del fiscal drag, perché riteniamo sia un modo con cui aiutare a recuperare un po' del potere d'acquisto dei salari e delle pensioni.
Quanto al capitolo sulle pensioni, sappiamo che la questione delle pensioni nasce nel 1992. Sappiamo che si è trattato di uno di quegli interventi choc che il nostro paese ha dovuto assumere in tale anno, in cui si profilava dietro l'angolo la bancarotta. Da ciò è scaturito il più grande risparmio pensionistico che il paese abbia compiuto e che ci ha permesso, assieme ad altri interventi, di tenere sotto controllo la spesa previdenziale.
Tuttavia, nella riforma Dini era previsto che dopo qualche anno si sarebbe dovuta compiere una verifica e si sarebbero dovute trovare un modo ed una forma per restituire un minimo di valore alle pensioni, senza assistere, in maniera progressiva, al loro depauperamento. I pensionati, infatti, poiché non lavorano, non hanno alcuna possibilità di contrattare la produttività. Non possono, dunque, servirsi di strumenti quali quelli proposti dal Governo.
Noi pensiamo che tale capitolo vada anticipato. Ciò che sta succedendo a seguito dell'introduzione dell'euro ed ai mancati controlli al riguardo ha dato un'accelerata alla svalutazione del potere d'acquisto delle pensioni. Proponiamo di trovare una modalità che permetta di redistribuire ricchezza anche ai pensionati.
Su queste proposte vorremmo acquisire l'opinione del Governo e della maggioranza. Si tratta, infatti, di alcune soluzioni con cui pensiamo di rispondere ai problemi.
Ho detto, all'inizio, che non si tratta solo di questi aspetti. Vi sono, infatti, anche la politica sociale, le questioni delle tariffe e dei prezzi, il problema della contrattazione. Pensiamo si tratti di una parte delle risposte necessarie per offrire una soluzione vera, concreta e significativa al problema della perdita del potere d'acquisto dei salari e delle pensioni.
Come potete constatare, si tratta di proposte diverse da quelle avanzate da Rifondazione comunista. Noi non pensiamo che vada reintrodotto un meccanismo automatico, anche perché esso escluderebbe una parte del mondo del lavoro. Pensiamo che il problema prospettato sia vero, serio e vada affrontato. Abbiamo cercato, con le nostre proposte, di offrire quindi una risposta ad un problema vero.
Raccolgo il rammarico espresso dall'onorevole Alfonso Gianni rispetto al modo in cui questa discussione avviene: possiamo non essere d'accordo e pensare


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che le soluzioni siano altre, ma quando si affronta un problema come questo - il potere d'acquisto di milioni di lavoratori e di milioni di famiglie italiane - credo sia necessario un gran rispetto per ciò che si sta proponendo. Pertanto sono necessari un'interlocuzione, un confronto e una discussione, e bisogna affrontare i problemi che si sollevano.
Non è questo il momento per discuterne - il problema è già stato sollevato dai colleghi intervenuti precedentemente -, ma a Melfi è successo un fatto orribile: invece di vedere un Governo che aiuta le parti - imprese e lavoratori - a risolvere i problemi emersi in quell'area, si assiste alla politica di un esecutivo che pensa di risolvere tutto con la forza.
Se qualcuno verificasse le condizioni di lavoro e di reddito dei lavoratori dello stabilimento di Melfi, costaterebbe che esse sono peggiori di quelle dei loro colleghi al Nord.
Sono tra coloro che hanno seguito, alla fine degli anni Ottanta, la costruzione di tale stabilimento, e so che l'organizzazione del lavoro e le formule contrattuali trovate, in cambio di tale insediamento, avevano un certo prezzo, altri diritti e altre condizioni.
Dopo molti anni, i lavoratori dello stabilimento di Melfi stanno chiedendo ritmi di lavoro meno faticosi ed una retribuzione più alta. Pur lavorando la notte e facendo gli straordinari, non riescono a superare i mille euro il mese: è una condizione che non si può sopportare a lungo.
Di fronte ad una situazione di questo genere, che pone problemi reali, dovremmo mettere in campo una politica che fornisca le risposte che quelle persone hanno chiesto.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE FABIO MUSSI (ore 17,55)

ELENA EMMA CORDONI. Noi lo facciamo oggi con le nostre proposte, nella speranza che questa Assemblea abbia la capacità di confrontarsi con i problemi posti dal paese e di individuare le risposte da dare agli stessi (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Delbono. Ne ha facoltà.

EMILIO DELBONO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, credo che la discussione della proposta di legge a prima firma del collega Bertinotti ci permetta di portare in Assemblea gran parte della discussione avvenuta in Commissione sulla materia in esame. Le audizioni svoltesi in tale sede ci hanno fornito un quadro del paese, relativamente all'inflazione e al conseguente calo del potere di acquisto dei salari e delle pensioni, che interessa tutti i cittadini. Per tale ragione, mi permetto di riprendere considerazioni, dati e valutazioni già svolte dai colleghi Cordoni e Gianni.
La proposta di legge in esame parte da un assunto ampiamente condivisibile: la conservazione del valore delle retribuzioni, a fronte di una loro erosione causata dall'inflazione, e quindi la decisa volontà di difendere il potere di acquisto dei salari. È impossibile non essere d'accordo su questo assunto, che ci ha permesso di valutare la condizione del paese.
Innanzitutto, un dato che ci preoccupa non poco è quello che indica una nuova fiammata inflazionistica in Italia. Tale delicato aspetto emerge da dati forse non omogenei, in quanto provenienti sia dall'ISTAT sia dall'EURISPES. Secondo i dati dell'EURISPES, dal dicembre 2001 al dicembre 2002 l'inflazione reale si è attestata intorno all'8 per cento ed ha registrato una ulteriore crescita, sempre dell'8 per cento, anche nel periodo compreso tra il dicembre 2002 e il dicembre 2003. Sommati, questi due dati danno il 16 per cento; una distanza siderale dall'inflazione registrata dall'ISTAT nel biennio 2002-2003, ferma al 5,5 per cento. Questo differenziale fa già riflettere sugli elementi di rilevazione statistica dell'inflazione e non di meno ci preoccupa, perché l'EURISPES è un istituto che non ha caratteristiche di orientamento ideologico, come è


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stato detto da qualcuno, ma è presieduto da scienziati della materia assolutamente credibili ed autorevoli.
Per comprendere quanto l'inflazione si sia attestata su valori alti, si può guardare anche ai dati, sempre forniti dall'EURISPES, ricavati dalle interviste, che indicano come il 96,7 per cento dei cittadini abbia avvertito un incremento superiore a quello indicato dall'ISTAT nel corso del solo 2003. Nei primi mesi del 2004 i consumatori giudicano ancora più pressanti gli aumenti inflazionistici rispetto a quello rilevato all'inizio dell'anno precedente.
Per comprendere quanto sia fondata la preoccupazione degli italiani, è sufficiente citare un esempio di questi giorni: il prezzo della benzina è cresciuto a marzo del 3,6 per cento rispetto al dicembre del 2003. Già questo la dice lunga sul rilevante aumento del prezzo di un bene importante, che definisce il paniere.
La discussione odierna è anche l'occasione (lo abbiamo fatto anche con i nostri emendamenti), per valutare la delicatezza della composizione del paniere dell'ISTAT, che non rispecchia la realtà della spesa che le famiglie devono sostenere. Considerando l'incidenza percentuale delle varie voci di tale paniere sul totale delle spese, è immediatamente chiaro che esso non sempre è rispondente all'effettivo peso e alla qualità della spesa degli italiani. Alcuni esempi sono emblematici al riguardo. Per l'ISTAT, la voce «prodotti alimentari» pesa sul bilancio familiare per il 16,1 per cento; in realtà, come a tutti è noto, quasi tutte le famiglie, come altre rilevazioni dimostrano, destinano circa un quarto delle proprie disponibilità a tale voce. Per non parlare poi delle spese per l'abitazione (acqua, elettricità, gas), che secondo l'ISTAT graverebbero sui nuclei familiari per l'8,9 per cento, mentre tutti sanno che il peso reale di questa voce è molto più forte (c'è chi lo attesta intorno al 21 per cento e chi, addirittura, intorno al 30 per cento).
È quindi necessario non modificare l'elenco dei beni e dei servizi indicati nel paniere dell'ISTAT, bensì il peso percentuale che queste voci hanno sul complesso dell'inflazione presente nel nostro paese. Si tratta di un punto rilevante, perché ciò vuol dire che l'inflazione programmata è basata su dati che ormai non corrispondono più alla realtà. Probabilmente, l'inflazione percepita è molto più vicina alla realtà di quanto non lo sia l'inflazione effettiva indicata dall'ISTAT. Tutto ciò è grave, in quanto l'inflazione rilevata dall'ISTAT rappresenta un dato al quale si guarda anche per i rinnovi contrattuali, su cui si è costruita gran parte della politica dei redditi del nostro paese. Conseguentemente, il differenziale tra inflazione programmata ed inflazione reale, non colmato dagli aggiustamenti retributivi ottenuti per via contrattuale, ha provocato una perdita costante del potere di acquisto dei salari e degli stipendi che penalizza ampie fasce di lavoratori e di pensionati.
Il collega Gianni rilevava giustamente prima come l'ISTAT, anche sul fronte del potere di acquisto, fornisca dati diversi da quelli dell'EURISPES; tuttavia che ciò lo si guardi con gli strumenti dell'uno o dell'altro istituto cambia poco: il potere di acquisto dei cittadini italiani tra il 2001 ed il 2003 è stato eroso pesantemente. Per l'ISTAT, gli impiegati hanno perso il 9,2 per cento del loro potere di acquisto, mentre per l'EURISPES hanno perso il 19,8 per cento. Gli operai, per l'ISTAT, hanno perso il 5,5 per cento, per l'EURISPES il 16,1 per cento. La verità, probabilmente, sta nel mezzo, ma sicuramente il potere di acquisto di impiegati ed operai ma anche di dirigenti e quadri, si è andato erodendo pesantemente nel corso dell'ultimo triennio.
È interessante anche una elaborazione fatta dall'EURISPES per il 2001 ed il 2003 su un campione piuttosto vasto: 850 mila profili retributivi. Da questa indagine si rileva che, per gli impiegati, si è verificato un calo che ha inciso per il 32,1 per cento sulla retribuzione variabile e per il 2,8 per cento su quella fissa. È interessante notare che anche la quota che incide sulla cosiddetta retribuzione variabile ha un peso non indifferente sul trattamento retributivo dei lavoratori. Chi conosce come è


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strutturato, oggi, questo trattamento sa cosa ciò significhi in termini di valore reale dei salari e di contrattazione collettiva, sia a livello nazionale sia a livello decentrato.
Anche secondo la recente indagine sui bilanci delle famiglie italiane realizzata dalla Banca d'Italia, per le famiglie con a capo operai ed impiegati, tra il 2000 ed il 2002 si è verificato un calo del reddito in termini reali, cioè depurato dall'inflazione nominale, pari all'1,8 per cento. Insomma, che si guardi l'ISTAT, all'EURISPES o la Banca d'Italia, il potere di acquisto è calato in modo assai più significativo di quanto dimostrino i vari trend retributivi.
Ci sono anche altri elementi che fanno riflettere sul lungo termine, che costituisce un importante punto di riferimento anche per le politiche del futuro.
Da un'elaborazione ricavata dai dati OCSE emerge che, nel decennio 1991-2001, in Italia le retribuzioni lorde sono aumentate, in termini reali, solo del 3,3 per cento, a fronte di un aumento della produttività reale per addetto del 18,7 per cento. Questo ci induce a chiedere che alla produttività sia attribuito un peso differente in sede di rinnovo contrattuale, perché attualmente è il solo fatturato a costituire il dato dominante. Nello stesso decennio, in Germania le retribuzioni reali sono aumentate del 9,1 per cento, a fronte di una crescita della produttività per addetto del 21,1 per cento; in Francia tale dato è dell'8 per cento, a fronte di una produttività cresciuta del 33,6 per cento. In Italia, quindi, il differenziale tra retribuzioni e produttività è molto più negativo di quanto lo sia in Germania e Francia: a fronte di un'accresciuta produttività reale per addetto, il trend retributivo è aumentato in maniera molto più contenuta. In termini reali, quindi, i salari si stanno riducendo in modo non occasionale né transitorio. Ciò dipende non solo dallo scarto tra l'inflazione programmata e quella reale, ma anche da una politica concertativa e contrattuale non sempre adeguata, dal calo della crescita economica registrato negli ultimi anni e, come hanno ricordato altri colleghi, dalla crisi della concertazione.
Le vicende verificatesi recentemente in merito al rinnovo del contratto collettivo nel settore dell'artigianato dimostrano che i dati dell'ISTAT non sono più assunti come riferimento e che la politica della concertazione è in crisi, così come la fiducia nei confronti degli indicatori nazionali. Le organizzazioni sindacali e le imprese artigiane hanno stabilito, per rimediare all'inerzia del Governo e all'assenza di una concertazione triangolare, di introdurre un'indicizzazione di nuovo tipo (secondo il concetto di «inflazione stabilita», in luogo di quello di «inflazione programmata»), concordata direttamente tra le parti sociali. Questo è un punto centrale, perché dimostra la necessità di un intervento anche da parte del Governo, mostrando - a nostro giudizio - i limiti dell'atteggiamento inerziale palesato dall'esecutivo.
Vi sono anche responsabilità oggettive da parte del Governo e, come avevo premesso, vorrei ricordarle. Non possiamo negare che la previsione dei tassi di inflazione programmata, contenuta nei documenti di programmazione economico-finanziaria, sia stata troppo bassa, non solo rispetto a quanto poi verificatosi, ma anche rispetto a quanto era già ampiamente prevedibile. Tutti i DPEF redatti da questo Governo si sono basati su dati totalmente privi di fondamento; l'opposizione li aveva contestati - mi riferisco, in particolare, all'inflazione e al PIL -, ma è chiaro che essi hanno comunque inciso profondamente in sede di rinnovo contrattuale. Ciò, ovviamente, ha prodotto maggiore conflittualità nelle relazioni industriali e difficoltà spesso insormontabili nel metodo e nelle procedure di rinegoziazione dei contratti. Tengo a ricordare che ci sono ancora quaranta contratti collettivi in attesa di essere rinnovati.
Come ricordava inoltre l'onorevole Cordoni, a ciò va aggiunto il mancato riconoscimento degli effetti prodotti dall'inflazione sul sistema fiscale, con la mancata restituzione del fiscal drag: a seconda degli


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indicatori, tale elemento ha pesato nelle tasche dei cittadini italiani per cifre che variano da un miliardo e 800 milioni di euro a 2 miliardi e 500 milioni.
Vorrei poi denunciare con forza il crollo di fiducia verso il metodo concertativo, cui si aggiungono i costanti tentativi di dividere il fronte sindacale, metodo che non abbiamo mai condiviso e non condivideremo mai. Infine, si è tentato per troppo tempo di negare i tassi reali di inflazione, scaricandone le responsabilità dapprima sui commercianti, poi sulle massaie ed infine sull'euro e sul Presidente della Commissione europea, Romano Prodi. È stata operata una deresponsabilizzazione a tutto campo, con un atteggiamento piuttosto infantile da parte del Governo.
Sono queste, in sostanza, le ragioni e le premesse fondamentali che meritano di essere sottolineate in sede di esame di una proposta di legge che, al di là dei contenuti di merito - su cui mi soffermerò molto brevemente, essendo stati già trattati dalla collega Cordoni -, parte da un assunto fondamentale che è anche un grande tema politico: l'impoverimento dei cittadini e delle famiglie. Ha ragione l'onorevole Cordoni quando ricorda che ormai sono quasi 5 milioni le famiglie italiane a rischio di povertà; inoltre, al tradizionale milione e mezzo di famiglie povere (circa otto milioni di persone) se ne potrebbero aggiungere altre nei prossimi anni, per una cifra vicina ai due milioni e 400 mila. Questo dovrebbe essere un elemento di grande preoccupazione.
Da ultimo, non dimentichiamo che ciò accade anche a causa della totale inadeguatezza del sistema di protezione sociale. Anche in occasione dell'esame della legge finanziaria per il 2004, si sono registrati tagli su tutti i fronti della spesa sociale: un taglio dell'1,5 per cento (26 milioni di euro) al Fondo nazionale per le politiche sociali; un rischio di ridimensionamento del Sistema sanitario nazionale; il sottosegretario Vegas ha prospettato ulteriori tagli alle regioni per il Sistema sanitario nazionale in ragione di cinque miliardi di euro, per non citare i crediti vantati dalle stesse regioni nei confronti dello Stato centrale; ulteriori tagli alle pensioni. Anziché rispondere alla nuova povertà delle famiglie con un sistema di protezione sociale solido, si risparmia sul welfare; è una politica che il Governo non dovrebbe perseguire in questa fase delicatissima, con il rischio di accrescere il numero dei nuclei familiari a rischio di povertà. Anche la diminuzione dei trasferimenti agli enti locali incide sulle famiglie: le minori entrate impongono loro, infatti, di aumentare le tariffe e tagliare la spesa sociale regionale.
Tutte queste premesse spingono l'opposizione, unitariamente, a chiedere al Governo di adottare sui temi in questione una adeguata politica economica, volta a contrastare l'inflazione, a riprendere la concertazione e la politica dei redditi (il cui sostegno e indirizzo spetta proprio all'esecutivo), a costruire una politica di protezione sociale adeguata per il paese.
Abbiamo presentato alcuni emendamenti per rispondere a queste preoccupazioni, con i quali proponiamo la riforma del paniere dell'ISTAT (esigenza riconosciuta dallo stesso ministro Marzano), modificando la ponderazione delle diverse voci che lo compongono; l'introduzione di un paniere specifico per i nuclei con capofamiglia superiore a 65 anni; la reintroduzione del fiscal drag, a fronte di un'inflazione alta; modifiche al decreto legislativo n. 503 del 1992, intervenendo sulla platea dei destinatari della perequazione automatica delle pensioni.
In conclusione, onorevoli colleghi, stiamo trattando un tema di altissima rilevanza per le politiche economiche e sociali del paese, ma purtroppo il Governo non è all'altezza del momento delicato che il paese attraversa. Non è all'altezza! Lo ha dimostrato in Commissione liquidando questa proposta di legge, non con proposte alternative, come ha fatto l'Ulivo, ma proponendo una sorta di emendamento soppressivo, una sorta - come dire? - di «tombino» che viene posto definitivamente su una discussione che, invece, meriterebbe ben altra dimensione e ben altra struttura.


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Invitiamo, quindi, il relatore e il Governo a non presentare emendamenti soppressivi - o, eventualmente, a ritirarli - ma a presentare proposte alternative sulle quali il Parlamento possa discutere in modo approfondito, sulle quali ci si possa anche dividere, ma che, in qualche modo, rispondano alle paure, alle preoccupazioni fondate che molti cittadini, molti pensionati e molte famiglie italiane vivono in queste settimane.

ANGELO SANTORI, Vicepresidente della XI Commissione. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ANGELO SANTORI, Vicepresidente della XI Commissione. Signor Presidente, potrei iniziare e chiudere questo mio intervento con una battuta: i rappresentanti del centrosinistra, quando governavano, razzolavano male, mentre oggi, che sono all'opposizione, predicano bene.
Signor Presidente, oggi, ad eccezione dell'onorevole Alfonso Gianni, gli altri rappresentanti del centrosinistra, cioè l'onorevole Cordoni e l'onorevole Delbono, hanno parlato degli emendamenti che sono stati presentati e che sono tutt'altra cosa rispetto alla proposta di legge che stiamo discutendo; non ne siamo a conoscenza naturalmente, anche se sono stati già delineati alcuni profili ad essi inerenti.
Rilevo peraltro come la proposta di legge d'iniziativa del Presidente Fiori sull'indicizzazione delle pensioni, a cui faceva riferimento anche l'onorevole Cordoni, sia stata presentata anche nella precedente legislatura; eppure, allora il centrosinistra si è guardato bene dal portarla all'attenzione dell'Assemblea.
Voglio anche ricordare che questo Governo, il Governo Berlusconi, è intervenuto - magari non viene detto da nessuno, non viene ricordato - sulle pensioni minime; infatti, un milione 650 mila pensionati hanno avuto un aumento delle pensioni da 750 mila ad un milione delle vecchie lire e credo che siano tutte cose che bisognerà, in qualche modo, ricordare.
Per quanto riguarda la proposta di legge in esame, la Commissione bilancio, nel trasmettere il suo parere contrario, ha rilevato che il meccanismo proposto dai proponenti comporterebbe nel 2006 una spesa di 4 mila 774 milioni di euro. Si tratta di enormi risorse da sottrarre alla già esigua porzione di finanziamenti destinati agli investimenti e indispensabile per creare nuovi posti di lavoro e adeguare correttamente i contratti di lavoro, per non parlare delle conseguenze sul debito pubblico imposto dal patto di stabilità.
La vita politica, alimentata troppo spesso da uno scontro duro, capace soltanto di produrre rancore, si dimostra impotente di fronte all'esigenza di riunire forze ed idee da utilizzare per la soluzione dei grandi problemi che affliggono il nostro paese; infatti, ci divide, soprattutto, la presunzione ostinata della sinistra secondo la quale la politica sociale, ed in particolar modo la difesa delle classi deboli, possono venire solo dall'azione del centrosinistra.
La mia coscienza di rappresentante del centrodestra e di rigoroso osservante dei principi di democrazia e di giustizia ispirati da Forza Italia, mi spinge a ribellarmi a questo sbrigativo ed insensato dualismo: centrosinistra uguale a bene sociale; centrodestra difensore dei privilegi.
In effetti, ci divide in maniera profonda solo il metodo per raggiungere l'obiettivo: la sinistra è convinta che la giustizia sociale si deve raggiungere attraverso una equa spartizione delle ricchezze, in poche parole con lo strumento della tassazione; il centrodestra, invece, ritiene che sia più ragionevole produrre ricchezza attraverso lo sviluppo, in modo da far partecipare la più vasta porzione possibile della società all'accrescimento economico e di riservare un intervento sociale diretto a chi non è riuscito a marciare insieme allo sviluppo. In questo modo la spesa sociale non paralizza il meccanismo di produzione che, nel frattempo, produce nuove risorse da ridistribuire.
La proposta di legge dell'onorevole Bertinotti, che dichiara di avere l'obiettivo di difendere le retribuzioni dei lavoratori dall'aumento dell'inflazione, in realtà agevolerebbe


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la spirale nefasta dell'inflazione a danno dell'intera economia del paese.
La preoccupazione di Forza Italia è volta a garantire al sistema produttivo gli strumenti per operare nell'interesse comune, visto che si riesce a dare lavoro solo al 10 per cento dei cittadini in età occupazionale, e ad evitare clamorosi fallimenti, come quelli registrati nel settore dell'acciaio, nelle vicende dell'Alitalia ed in tutte le iniziative gestite dal vecchio IRI. Come è possibile, allora, non tener conto delle esigenze del meccanismo privato, che si accolla il 90 per cento delle offerte di lavoro e della gran parte delle entrate dello Stato? Non c'è dubbio che l'aumento dei salari debba avvenire contestualmente all'accrescimento della produzione e, quindi, alla creazione delle risorse finanziarie necessarie, altrimenti gli aggiustamenti salariali si trasformerebbero in un micidiale boomerang.
La reintroduzione dell'indicizzazione automatica delle retribuzioni rappresenterebbe un gravissimo pericolo inflattivo che colpirebbe l'impresa e, quindi, tutta l'economia in un momento di gravissima debolezza, producendo inflazione accompagnata da d'altra inflazione.
È sufficiente avere memoria storica per ricordare gli effetti dell'adeguamento salariale al costo della vita, avvenuti non con accordi a livello di rinnovi contrattuali ma con meccanismo automatico; infatti, è bene rammentare che, a partire dal 1977, i salari vennero aumentati automaticamente quattro volte l'anno in misura indicizzata, secondo l'inflazione che nel frattempo si era avuta.
La scala mobile non fece altro che aggravare la situazione, creando una spirale prezzi-salari indicizzati, impedendo di stabilizzare l'inflazione stessa. Il paese, non la sinistra, prese coscienza di questa anomalia e, con un memorabile referendum popolare, chiese di abolirla.
Che spiegazione sono in grado di dare, l'onorevole Bertinotti e tutta la sinistra, ai lavoratori ed al paese sul silenzio ostinato mantenuto durante i sette anni - così come dicevo all'inizio - dei governi di centrosinistra in fatto di politica salariale?
La sconfitta elettorale del Governo di centrosinistra è infatti maturata dalla protesta di una vasta parte di italiani verso l'incapacità della sinistra di dare risposte concrete ai problemi dello sviluppo del nostro paese.
Durante quei sette anni non fu varata alcuna riforma strutturale nella spesa e quindi non furono eliminate le cause del deficit pubblico che ha continuato a corrodere la ricchezza del paese.
La favorevole congiuntura economica internazionale ed il parziale risanamento delle casse dello Stato, attraverso i 121 mila miliardi entrati al tesoro con le privatizzazioni, portarono certamente alla riduzione di 7 punti dell'indebitamento netto tra il 1993 il 1997, cosa che venne determinata per ben cinque punti dalla riduzione degli interessi sul precedente debito contratto. Ma, accanto alla rigida politica deflattiva dei governi di centrosinistra - che in altra epoca sarebbe stata bollata come «selvaggia», di destra - non si è bilanciata l'azione con manovre adatte a far lievitare lo sviluppo.
L'economista Talamona ha autorevolmente dichiarato che la politica degli anni Novanta ha fatto arretrare l'economia italiana di ben ventotto anni. Questa affermazione evidenzia tutte le contraddizioni e tutti i limiti della politica della sinistra e, insieme, l'incapacità dell'opinione pubblica, abbagliata dal bombardamento della comunicazione, di reagire criticamente.
Gli organismi finanziari di tutto il mondo continuano a denunciare le falle prodotte dal nostro deficit pubblico, il più mastodontico tra i sette grandi. Il Governo Berlusconi è impegnato con decisione in questa impresa di risanamento del debito pubblico, ma deve vedersela con i muri di sbarramento costruiti con quei principi ideologici che sono alla base dei problemi dell'Italia in quanto nemici della modernizzazione.
Senza occupazione, senza sviluppo e senza difesa dall'inflazione non vi può essere un'economia sana. Agli economisti della sinistra, che mira a reprimere i consumi, non viene in mente che, se c'è stagnazione, si inibisce lo sviluppo: a rimetterci,


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è una catena composta da commercio, artigianato, agricoltura e media industria - cioè la spina dorsale della ricchezza del nostro paese! - e, a seguire, tutti gli altri attori della vita economica, tra cui i lavoratori, che, essendo i più deboli, sono anche i più esposti.
Alla base dei problemi italiani c'è sempre stata la spesa pubblica dissennata e demagogica voluta delle politiche populistiche: nell'ambito di queste, il meccanismo della scala mobile ha prosciugato le risorse finanziarie del Tesoro e, come abbiamo visto, ha gonfiato l'inflazione. Quelli passati sono stati anni di grandi ubriacature, durante i quali una consistente fetta del paese ha imparato a vivere di prestiti allo Stato - a tassi da strozzini -, che hanno generato un'economia drogata. Perché si è perseverato nell'errore? È soltanto una la spiegazione: la cultura marxista e quella concorrenziale del solidarismo cattolico di sinistra sono risultate più forti della ragione!
L'eccezione nello sviluppo di quella regola fu costituita dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi, che coinvolse gli italiani soprattutto nella speranza di un cambiamento di gestione politica. Egli ha puntato su una sorta di seconda ricostruzione del paese, con un ciclopico programma di grandi opere, che rappresenterà un fattore moltiplicatore a livello di occupazione, sviluppo e modernizzazione dell'Italia. Poiché ben presto vedremo i risultati di questo meccanismo, teso a risolvere le difficoltà della nostra economia, allora sì che i salari riprenderanno a marciare e che potremo rivivere un secondo miracolo economico, una primavera di certezze e di prosperità!
Ecco perché, a nome del gruppo di Forza Italia, dico «no» al fallimentare tentativo di reintroduzione della scala mobile. Si tratta di un «no» rafforzato dalla bocciatura che, all'esito dell'esame in Commissione, è stata espressa dai deputati del centrodestra. La disapprovazione di questa proposta di legge a firma dell'onorevole Bertinotti viene espressa anche a sostegno del grande impegno - in atto - che il Governo Berlusconi si è assunto di fronte agli italiani: quello di rendere il nostro paese moderno e libero dai lacci di un'ideologia dirigistica bocciata dalla storia e nemica del progresso.
Signor Presidente, nel concludere il mio intervento, desidero ricordare ai rappresentanti del centrosinistra che il Governo Berlusconi sta facendo ogni sforzo per cercare di restituire dignità al lavoro ed ai lavoratori. Credo che la strada da esso intrapresa, soprattutto con riferimento al programma di riduzione delle tasse, sia quella giusta per restituire a tutti coloro che hanno subito un taglio dei loro redditi la possibilità di riappropriarsi di quella capacità di spesa di cui il nostro paese ha davvero bisogno.

PRESIDENTE. Onorevole Santori, ex post debbo dirle che, essendo subentrato al Vicepresidente Fiori e non avendo seguito la prima parte della discussione, avrei dovuto dare la parola per la replica, visto che era presente, al relatore per la maggioranza, onorevole Campa, che lei ha sostituito all'inizio della seduta.

CESARE CAMPA, Relatore per la maggioranza. Ma il collega Santori non ha parlato in mia vece.

PRESIDENTE. Tuttavia, si tratta di una procedura insolita.

ANGELO SANTORI, Vicepresidente dell'XI Commissione. Signor Presidente, se mi permette di chiarire, avevo chiesto al vicepresidente Fiori di intervenire come relatore per la maggioranza in sostituzione dell'onorevole Campa, riservandomi comunque di intervenire successivamente come rappresentante della maggioranza.

PRESIDENTE. Prendo atto del suo chiarimento, onorevole Santori.
Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.

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