Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 451 del 7/4/2004
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(Interventi)

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Cicchitto. Ne ha facoltà.

FABRIZIO CICCHITTO. Signor Presidente, signor ministro, onorevoli colleghi, l'esposizione del ministro, che riguarda episodi specifici, dimostra anche la complessità della situazione dell'ordine pubblico nel nostro paese. Dobbiamo fare i conti sia con gli elementi storici e tradizionali della criminalità organizzata, che si ripresentano in termini anche diversi, sia con forme molteplici di terrorismo interno ed internazionale. Gli episodi sui quali il ministro ha riferito mettono in evidenza l'esistenza di tematiche nuove, non presenti nel passato, sia per quanto riguarda gli anarco-insurrezionalisti, sia per quanto concerne il terrorismo islamico.
Per quanto attiene alla tematica della criminalità organizzata, il ministro si è soffermato sulle vicende riguardanti Napoli. Potremmo allargare la nostra riflessione ad altre vicende per sottolineare un dato, che voglio riportare in modo sintetico. Mi riferisco alle osservazioni polemiche avanzate da un autorevole esponente dell'opposizione, l'onorevole Violante, quando disse che il Governo aveva abbassato la guardia rispetto alla criminalità organizzata. Ebbene, credo che l'esposizione del ministro sulle vicende specifiche di Napoli, ma anche altri episodi riguardanti interventi del Governo, del Ministero dell'interno, dell'autorità giudiziaria e delle autorità di pubblica sicurezza in merito all'arresto di esponenti della mafia e della 'ndrangheta, mettano in evidenza che la suddetta osservazione dell'onorevole Violante è destituita di fondamento.
Il Governo tiene la guardia alzata sulla criminalità organizzata e la combatte nelle sue varie forme, anche mediante gli arresti intervenuti a livello internazionale, che hanno richiesto una complessa attività sia delle autorità di polizia, sia delle autorità di intelligence del nostro paese. Tutto ciò, insieme all'azione portata avanti dal SISDE e dal SISMI, rende evidente l'impegno politico particolare da parte del Governo in tale materia.
L'episodio di Genova, che si correla ad un altro episodio analogo avvenuto sempre nella stessa città, mette in evidenza alcune questioni.


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L'attenzione delle forze dell'ordine nei confronti degli anarco-insurrezionalisti è, in primo luogo, recente, dal momento che precedentemente ci si concentrava sul terrorismo interno di carattere internazionale (le brigate rosse). Per molto tempo, l'azione dei magistrati (mi riferisco, ad esempio, al pubblico ministero Marini), che a Roma avevano intrapreso azioni giudiziarie in questo settore, è stata molto sottovalutata, poiché si riteneva fosse legata ad episodi marginali di terrorismo interno. Pertanto, mentre da un lato (è un paradosso storico e politico) vi è stata una crisi, una sorta di affievolimento di un'attività tradizionale (compiuta dagli anni settanta agli anni ottanta e continuata fino ai giorni nostri), che ha messo con le spalle al muro, liquidando non completamente, ma certamente in larga parte, le brigate rosse, dall'altro, è cresciuta e si è sviluppata una nuova forma di terrorismo, quella degli anarco-insurrezionalisti, caratterizzata dalla loro presenza nei centri sociali ed in manifestazioni come quella del G8 a Genova.
Si tratta di un'azione che tende ad entrare e ad uscire da forme organizzate di dissenso (in sé e per sé non condannabili, anche se si tratta di forme estremiste), che cercano di agire all'interno di certi movimenti per portarli a conseguenze estreme. Alcune punte di questo estremismo sono state riscontrate anche al G8. Altri episodi accaduti a Genova sono legati a questo fenomeno, con riferimento al quale si sono registrate conseguenze aberranti.
Vi sono stati due attentati, quello del 9 dicembre e quello avvenuto di recente, estremamente pericolosi, perché si proponevano l'obiettivo preciso (attraverso il meccanismo dei due momenti in cui è stata provocata l'esplosione) di colpire le forze dell'ordine in termini mortali.
Quindi, oggi facciamo i conti con una nuova forma di terrorismo, quella degli anarco-insurrezionalisti, che presenta caratteristiche specifiche, assolutamente diverse e lontane da quelle tradizionali delle brigate rosse, che cercano di «pescare» nei movimenti di massa ed in quelli estremi presenti nel nostro paese. Pertanto, sotto questo profilo, tali movimenti sono caratterizzati da aspetti di rilevante pericolosità (presentando una chiave diversa dalla «separatezza» praticata dalle brigate rosse).
In tale contesto, salutiamo con soddisfazione l'interesse particolare dimostrato dalle forze dell'ordine e dal Ministero dell'interno nei confronti di questa nuova forma di terrorismo, assai pericoloso poiché cerca di coinvolgere, portandole a queste conseguenze, ampie aree di estremismo che non necessariamente debordano nel terrorismo.
Occorre intervenire per far sì che l'azione preventiva e repressiva sia sviluppata con particolare attenzione, anche perché ci troviamo di fronte ad un fenomeno, per molti aspetti, nuovo.
Infine, per quanto riguarda la terza grande questione affrontata dal ministro dell'interno, quella del terrorismo internazionale di matrice islamica, nei confronti del quale è stato predisposto un intervento, anche di carattere preventivo, attraverso l'azione svolta dalle forze dell'ordine recentemente, vorrei sottolineare che il nostro gruppo condivide interamente l'impostazione generale che è alla base della linea presentata dal ministro dell'interno.
Cioè quella che, sostanzialmente, tende a sfuggire nel modo più assoluto e a fornire al terrorismo islamico la dimensione dello scontro tra due civiltà, ritenendo in modo realistico - e a mio avviso anche culturalmente corretto - che non è veritiero l'assioma secondo il quale chiunque è islamico è terrorista, che chiunque è fondamentalista è terrorista, ma che il terrorismo islamico ha due obiettivi, vale a dire quello relativo al mondo occidentale, nonché quello di colpire anche i paesi arabi moderati.
Quindi, tutta la nostra azione deve essere tesa all'isolamento di queste frange; tuttavia, tale azione di isolamento implica contemporaneamente i due termini di cui parlava il ministro dell'interno: quello del dialogo con la comunità islamica, tendente


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all'isolamento delle frange più estremiste e quello dell'estrema fermezza nei confronti di queste ultime.
Occorre un'estrema fermezza in quanto, se dovesse prendere corpo in forma organizzata il terrorismo islamico, andremmo incontro a rischi enormi; dunque, bisogna bloccare questo tentativo sul nascere, cercando in tutti i modi di evitare che il nostro paese, da base logistica e di movimento di terroristi, si trasformi in base di intervento terroristico diretto, altrimenti ci verremmo a trovare in una situazione simile a quella in cui si trovano altri paesi europei.
Dunque, il nostro consenso all'esposizione resa dal ministro, sia con riferimento all'azione relativa alla criminalità organizzata, sia in ordine all'azione di prevenzione e repressione nei confronti dei nuovi gruppi di terrorismo interno, vale a dire gli anarco-insurrezionalisti, sia nella ancor più difficile azione preventiva nei confronti del terrorismo islamico, è un consenso non solo sull'azione politica che il Governo sta conducendo, ma anche sull'ispirazione politico-culturale che, mettendo insieme i due termini del dialogo e della fermezza, ci appare idonea ad affrontare tale questione.
Concludo sottolineando che il dato fornito dal ministro poco fa, sul fatto che attraverso la legge Bossi-Fini sono state regolarizzate le posizioni di circa 600 mila immigrati, evidenzia che lo schematismo di chi ha demonizzato questa legge, affermando che si trattava di un provvedimento che avrebbe discriminato questa comunità, si è rivelato errato (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Lucidi. Ne ha facoltà.

MARCELLA LUCIDI. Signor ministro, il tempo per replicare alle sue comunicazioni è per noi tiranno. In ordine ai fatti sui quali le abbiamo chiesto di riferire vi è la successione di quanto accaduto nel paese in cinque giorni.
Sia l'attentato dinamitardo alla caserma Ilardi di Genova, sia lo scontro di Forcella con la morte di Annalisa, sia il rapimento di Anita Simoni, sono fatti di criminalità che non rappresentano neppure episodi isolati, soprattutto per quanto riguarda la criminalità eversiva. Sono fatti che si legano ad altri precedenti (verificatisi a Bologna, a Roma presso il Viminale) sia ad episodi successivi, come le due videocassette dinamitarde recapitate al DAP (dipartimento della polizia penitenziaria). Sono quindi fatti legati ad altri, che scuotono l'opinione pubblica ed aumentano il senso di insicurezza dei cittadini. Le città italiane, a nord come a sud, si confrontano con episodi criminali che, seppur diversi, hanno un unico risultato: producono e diffondono paura. Questa paura interpella la politica.
Gli attentati di matrice eversiva, i delitti di criminalità organizzata e diffusa, danno anche la dimensione di una realtà che nessuno di noi intende tollerare. Parlo di una realtà criminale che è in aumento; sono infatti in aumento i delitti, così come i reati di criminalità organizzata. La diminuzione degli omicidi di mafia si inserisce in un processo di cambiamento nell'attività delle organizzazioni criminali, diretto al loro inserimento nel tessuto economico e produttivo. Si realizzano reati diversi dal passato e funzionali al modello mafia-impresa, che tende a porsi come alternativa allo Stato e alle forze sane del paese.
Credo che questa situazione non ammetta divisioni; è una realtà che non si può piegare, come ancora una volta ha fatto poco fa l'onorevole Cicchitto, agli interessi di una parte politica del paese contro l'altra. Il rifiuto della violenza e la messa al bando dell'illegalità sono comuni alle forze democratiche ed impongono il rispetto nel dialogo e nel confronto. Siamo un paese che nell'ultimo anno ha fatto registrare una crescita dei reati; non ci sono dati rassicuranti. Sono aumentati, infatti, tutti i delitti, compresi i furti nelle abitazioni, di cui, in questi giorni, leggiamo sui cartelloni ai bordi delle strade. Potremmo dire che, in questo caso, il Governo


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non ha rispettato il cosiddetto contratto con gli italiani; è diminuito il controllo del territorio, signor ministro.
Le forze dell'ordine sono meno equipaggiate e meno pagate. L'attentato di Genova, in occasione del quale abbiamo rimarcato la dedizione, la serietà e il rigore delle forze di polizia, ha spinto le stesse forze dell'ordine a chiedere maggiori risorse, con l'aumento dell'organico in quella città.
Crediamo che la sicurezza dei cittadini non possa essere un tema di propaganda, perché così i conti non tornano. Questo è un tempo che somma la paura della criminalità con l'allarme per il terrorismo; si impone, quindi, una serietà di approccio e di azione. Non vogliamo che vengano intraprese operazioni di immagine solo per esaltare la capacità repressiva. Chiediamo, invece, che si investa seriamente sull'attività di prevenzione, di intelligence e di indagine. Sappiamo che questo non ha funzioni salvifiche, signor ministro, ma è comunque necessario per impedire che i crimini avvengano e per comprendere i legami, i collegamenti, le complicità e i finanziamenti realizzati dalle reti criminali, collegando anche la criminalità comune, quella organizzata, le agenzie dell'eversione e del terrore.
Lei ha accettato il nostro invito - la ringraziamo per questo - a dire qualcosa anche in riferimento al fermo dei 161 immigrati islamici. Dalle sue parole non traspare ancora un esito per questa operazione, signor ministro. Lei ha esercitato una sua facoltà, come misura di prevenzione e ha ben compreso quanto tale facoltà richieda una sapienza salomonica, trattandosi di uno strumento delicato da usare con cautela, perché bisogna rispettare i diritti inalienabili, in uno Stato fondato sulla certezza di diritto.
Lei ha ben compreso quanto fosse necessario l'equilibrio per distinguere tra gli onesti e i disonesti, per impedire l'equazione fra l'Islam e il terrorismo. Si tratta di un terreno difficile: è necessario anche un equilibrio tra sospetti e fatti e tra sospetto e pregiudizio.
Su questo terreno, il principio di legittima difesa viene esteso ad un ambito pregiuridico: siamo su un confine e la questione di come si costruisce il rapporto con l'Islam riguarda questo confine. Tuttavia, tale questione non può essere fondata soltanto sulle sue parole, contraddette ancora ieri da un esponente della sua maggioranza, il quale ha affermato che con l'Islam non c'è possibilità di dialogo.
Occorre non mettere ai margini l'immigrazione, anche quella regolarizzata, bensì integrarla.

PRESIDENTE. Onorevole Lucidi...

MARCELLA LUCIDI. Chiediamo, signor ministro, che vi sia un rapporto costante con il Parlamento; chiediamo che tale rapporto passi anche attraverso l'istituzione di una Commissione parlamentare specifica; chiediamo, infine, che si finisca con il gioco delle tre carte sulle risorse per la sicurezza: se tali risorse vi sono, vanno messe a disposizione (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e Misto-Verdi-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Prego i colleghi di attenersi al tempo a disposizione. Ho consentito all'onorevole Lucidi di superare leggermente tale tempo, in quanto avevo fatto altrettanto con il collega che l'aveva preceduta: confido tuttavia nell'onorevole Siniscalchi, poiché siamo vecchi colleghi!
Ha chiesto di parlare l'onorevole Siniscalchi. Ne ha facoltà.

VINCENZO SINISCALCHI. Signor Presidente, signor ministro, non mi costa alcuna fatica dare atto della puntualità e dell'ampiezza dell'informativa resa in questa sede, che certamente costituirà motivo di ulteriore riflessione, in particolare sulla questione dell'ordine pubblico a Napoli, quando potremo fare un riscontro con il testo integrale dell'intervento del ministro depositato agli atti.
Signor ministro, intendiamo rinnovare la nostra forte solidarietà alle forze dell'ordine, poiché constatiamo sempre più, nella nostra città, il senso di abnegazione


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con cui esse sopperiscono a gravi deficienze strutturali e a difficoltà organizzative. Il migliore riconoscimento alle forze dell'ordine è costituito dall'applauso corale con cui esse sono state accolte nel rione di Forcella, e non soltanto, in occasione degli imponenti funerali di Annalisa Durante e di altre manifestazioni, come quella di ieri, che ancora una volta ha riunito migliaia di napoletani per gridare «no» alla violenza. Essi non chiedono al Governo altro se non il rinnovo di un patto nel quale credono profondamente e per il quale operiamo, ovvero il patto di lealtà tra popolo e istituzioni.
Signor ministro, abbiamo posto tali problemi fin dallo scorso mese di maggio e abbiamo raggiunto un'intesa su un documento avvalendoci dell'intervento del sottosegretario Mantovano. Intendiamo sottolineare che, nel lungo programma di interventi sull'ordine pubblico a Napoli, non ci siamo abbandonati ad esternazioni cariche di rabbie improvvise o di «esplosioni» buone soltanto per ottenere consensi privi di alcun significato civile. A partire dalla missione guidata dal presidente del nostro gruppo parlamentare, onorevole Violante, nel maggio scorso, abbiamo tentato soprattutto di supportare il lavoro dei soggetti preposti all'ordine pubblico, in un certo senso «integrando» tali organismi, compresi i comitati per l'ordine e la sicurezza.
Abbiamo analizzato, abbiamo raccolto dati.
La sua informativa, signor ministro, rappresenta certamente una radiografia importante, ma ci chiediamo - e chiediamo a lei, che conosciamo sensibile interprete di questa situazione - se non sia giunto il momento di tenere conto di una serie di segnalazioni che provengono dal nostro gruppo parlamentare, dai deputati di Napoli, qualche volta in maniera anche unitaria. Il popolo napoletano, quello di tutti i quartieri, negli ultimi tempi ha assistito impotente ai delitti in corso Umberto, cioè in un centro commerciale, come a quelli di Mergellina, senza distinzione di zone su cui comunque alzare una bandiera gialla, ma sempre per l'esplosione della violenza di pochi, in qualche caso di coloro i quali la violenza continuano ad organizzarla non per finalità individuali, ma perché permangono legami con l'intollerabile sopravvivenza di organizzazioni di criminalità associata.
Ci chiediamo se non sia giunto il momento di compiere un salto di qualità, un salto che l'organizzazione dell'ordine pubblico può fare. Non possiamo non ricordare che il «prima», rispetto al delitto orrendo di Forcella e al martirio vero e proprio di Annalisa Durante, somiglia purtroppo al «dopo», nel senso che certamente le risposte di quadro generale sull'impiego di uomini, sull'aumento degli organici, obbediscono alla logica della risposta emergenziale nella tutela del territorio (e qui sopperisce quell'abnegazione delle forze dell'ordine a cui facevo riferimento). Però, continuiamo a chiedere che all'interno dell'indagine di polizia si proceda finalmente ad una revisione dei criteri di intelligence, ad una riorganizzazione dell'intelligence, parola di cui forse troppo spesso si abusa.
Dobbiamo constatare ancora una volta che, se è vero che vi sono arresti, che vi sono operazioni nei confronti di latitanti, lo smantellamento delle centrali del profitto di questa situazione tarda a venire. Non sono ancora chiari i collegamenti interforze e Napoli, dobbiamo dirlo - anche se ciò non riguarda direttamente il suo ministero, ma ella è autorevole rappresentante di questo Governo -, certo soffre in queste settimane anche della perdurante mancanza di una decisione del ministro, che potrebbe dare più forza alla procura della Repubblica, con il concerto e con la definizione della nomina del nuovo procuratore da parte del Consiglio superiore della magistratura.

PRESIDENTE. Onorevole Siniscalchi, dovrebbe concludere.

VINCENZO SINISCALCHI. Signor Presidente, mi avvio alla conclusione.
Chiediamo interventi stabilizzanti, chiediamo di decidere finalmente che cosa si


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vuole fare della videosorveglianza, di decidere finalmente se nel documento di programmazione economico-finanziaria debba cambiarsi la logica dell'ultima legge finanziaria, che ha penalizzato proprio la ricerca di dotazioni maggiori nei confronti delle strutture. Se almeno su questi tre temi organizzativi, sui quali noi lavoriamo da tanto tempo (ripeto ancora una volta, senza rabbie e senza proposte di carattere eccezionale, che lasciano il tempo che trovano), potessimo avere delle risposte, potremmo garantire ancora una volta la piena operatività dei deputati napoletani, in quello spirito di collaborazione con l'istituzione di Governo centrale che ha caratterizzato sempre i vertici delle istituzioni napoletane e, soprattutto, il lavoro del nostro gruppo parlamentare (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Pezzella. Ne ha facoltà.

ANTONIO PEZZELLA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor ministro, Annalisa Durante è morta nel vicolo più noto di Napoli, quello di Forcella: un «budello» classico, con i panni stesi ed il pavimento della strada umido e bagnato della Napoli dei film.
È qui, nel cuore di Napoli, che la camorra ha vissuto, è cresciuta, si è estesa come un cancro malefico ed ha conquistato il resto della città e della provincia. La mappa della criminalità si aggiorna di continuo: boss che finiscono in galera e guardiaspalle che ambiscono a diventare boss; clan che si dissolvono e muoiono e clan che nascono; alleanze che si frantumano e nuovi cartelli che si aggregano. Ed in ogni passaggio, viaggiano sempre a colpi di piombo: fuoco sui rivali, fuoco tra le strade, fuoco fra la gente, fuoco sugli innocenti, come Annalisa Durante. Ella era seduta sul cofano di un'auto con due amiche, perché passava così il sabato sera. Sono arrivati i killer ed hanno aperto il fuoco. Il bersaglio era Salvatore Giuliano, rampollo di una celebre dinastia camorristica; egli è scampato al fuoco dei sicari, ha risposto al fuoco ed un colpo ha colpito Annalisa.
La gente dice che si è fatto scudo della ragazza, trascinandola per i capelli, e forse è suo il proiettile che l'ha uccisa. Sembra frantumarsi il tradizionale muro di omertà, perché il vicolo reagisce, ma è solo un miraggio. Tutti addosso ai Giuliano, ma nessuno parla dei Mazzarella: nei vincoli di Forcella ormai comandano loro.
Il vecchio clan Giuliano ormai non esiste più, ed il vicolo, commosso per Annalisa, invece di scagliarsi contro i Mazzarella, se la prende con i perdenti. Sfoga così la sua rabbia verso una camorra che uccide, e l'unico modo per farlo è sfogare la rabbia contro i perdenti: i Giuliano. Sono però da sempre i camorristi, sono tali e tali rimangono: contro chi comanda, neanche una parola.
Una grande luce di speranza è tuttavia venuta dalla famiglia di Annalisa; si tratta di persone cui va un pensiero ed un ringraziamento commosso, perché hanno dimostrato dignità, forza d'animo e generosità donando gli organi della povera ragazza.
Grazie a loro, perché hanno dimostrato che a Napoli si può cambiare. Si tratta, infatti, di una città che ha visto 25 morti di camorra negli ultimi 3 mesi e più di 100 nel 2003. Lo Stato sta facendo continuamente la sua parte e la risposta l'ha già data, a partire dal luglio 2003, con l'operazione «alto impatto». Le forze di polizia stanno facendo per intero il loro dovere, fino in fondo, ai limiti delle loro energie.
Purtroppo, non c'è cittadino napoletano che non sia coinvolto, ed io sono uno di quelli, assieme alla mia famiglia: mio figlio è stato inseguito e dopo hanno sparato dei colpi di pistola per cercare di rapinarlo, ed io stesso sono stato rapinato diverse volte. Nonostante questo, la guardia non la si abbassa, e si porta avanti la tematica della sicurezza e della tranquillità del territorio.
Purtroppo, oltre a questi, esistono anche altri episodi inquietanti. Vorrei segnalarvi l'ultimo. Non c'è niente di più grave


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della morte di una ragazza, ma è vero anche che non c'è niente di più grave della mancanza di fiducia. Il fatto più grave in assoluto resta la sentenza emessa pochi giorni fa dal tribunale di Napoli, che dopo aver condannato un boss della camorra a 10 anni di reclusione, lo ha scarcerato per decorrenza dei termini di custodia cautelare.
Si tratta di Paolo Sorprendente, capo clan di una potente cosca operante a Bagnoli, che era stato catturato quattro anni fa in Brasile dopo una fuga in diversi paesi del Sudamerica. Il Sorprendente si trovava sottoposto al regime di carcere duro previsto dall'articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario.
Questa notizia ha aperto un'ulteriore squarcio nel rapporto fiduciario tra i napoletani e lo Stato. La scarcerazione del boss è un fatto gravissimo, che cade in modo assolutamente inopportuno su una città già segnata dai recenti fatti di sangue e dalle ordinarie violenze e dall'attività della macro e micro delinquenza. Una notizia che purtroppo nel quartiere caldo di Forcella è sembrata una resa dello Stato, proprio nel momento in cui da più parti si era levato un appello e un grido di aiuto contro la camorra. Vanno altresì approfondite le denunce riportate ieri dal quotidiano napoletano Il Mattino, cioè che il quartiere di Forcella, dopo una settimana di assedio delle forze dell'ordine, sarebbe - come dicevo prima - già ritornato ad essere quel pericoloso e invivibile rione una casbah, culla dell'omertà e feudo dell'illegalità.
È anche da chiarire l'ubicazione del commissariato di polizia che cittadini e istituzioni premono per avere nel cuore di Forcella, mentre i vertici della polizia sono orientati per la prospiciente zona dei tribunali.
A tutti questi interrogativi occorre dare risposte: tutto questo è doveroso nei confronti della città, anche perché non si vanifichi l'opera del Governo. Ringrazio quindi per quanto le forze di polizia stanno facendo e per l'attenzione puntata sulla città di Napoli.
Certo: non basta la polizia, c'è bisogno anche di una rivoluzione culturale che possa far dire «no» non soltanto come fatto momentaneo, ma esistenziale.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Bornacin. Ne ha facoltà.

GIORGIO BORNACIN. Signor Presidente, signor ministro, colleghi, innanzitutto dichiaro di condividere gli interventi del collega Cicchitto e del collega Pezzella, i quali affermano di condividere la linea di azione sua personale e del ministero dell'interno. Le faccio i miei complimenti e vorrei accogliere l'invito della collega Lucidi a non fare propaganda su queste cose. La propaganda, però, non la deve fare nessuno: né la maggioranza né l'opposizione. Credo tuttavia che, soprattutto sul problema della sicurezza e della lotta alla criminalità, l'opposizione faccia propaganda negando una realtà.
Il collega Cicchitto ha ricordato le frasi del presidente Violante sulla lotta alla criminalità organizzata. Mai come in questo momento, mai come in questo Governo sono stati assicurati alla giustizia latitanti appartenenti alla criminalità organizzata, sia mafia che 'ndrangheta, latitanti da anni e che, in alcuni casi, vivevano tranquillamente a casa propria. Questo è ciò che questo ministero dell'interno, signor ministro, ha assicurato alla giustizia. Non è sicuramente un caso che questo Governo, questo ministero, questo ministro e questa maggioranza abbiano riportato in Italia ed estradato terroristi degli anni di piombo, degli anni settanta e ottanta, che avevano trovato comodo rifugio all'estero e vivevano in una vita dorata ed agiata, dimentichi del dolore in cui avevano lasciato i familiari delle vittime da loro colpite in Italia facendo i terroristi. Non è un caso che proprio in questi giorni si è aperto in Francia un dibattito sulla estradizione dell'assassino Cesare Battisti, e non può bastare qualche libro giallo di successo scritto per far dimenticare che è un assassino e un delinquente comune con l'alibi della politica.
Non è un caso che sia stato scoperto e ritrovato in Brasile l'assassino Lollo, che


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ha sottoscritto una lista politica all'interno dell'ambasciata italiana in Brasile e che definisco assassino perché, come Cesare Battisti, condannato in via definitiva del tribunale di questo paese, ha ucciso, e lo ricordo bene, bruciati vivi nella loro casa a Primavalle un ragazzo di 22 e un bambino di 7 anni.

BEPPE PISANU, Ministro dell'interno. Stiamo già lavorando per il commissariato di Forcella e firmeremo tra poco un accordo con il comune per la cittadella della polizia.

GIORGIO BORNACIN. Quindi, non è un caso che si stiano rimettendo le mani su terroristi che avevano lasciato il nostro paese e che si erano ricostruiti vita dorate all'estero.
Venendo alla situazione di Genova, signor ministro, la ringrazio e, prima di tutto, desidero esprimere solidarietà alle forze di polizia ed ai carabinieri, che a Genova operano in maniera positiva e puntuale (vi sono un generale ed ufficiali dei carabinieri ed un questore molto precisi e scrupolosi).
A Genova, il G8 continua! Signor ministro, lei ha affermato che gli attentati compiuti dagli anarco-insurrezionalisti sono stati due: quello del 9 dicembre 2002 e quello di qualche settimana fa. Ebbene, un precedente attentato risale a prima dell'inizio del G8: qualche giorno prima di tale evento, un attentato analogo venne portato alla caserma dei carabinieri di San Fruttuoso e fu rivendicato, anche in quel caso, dagli anarco-insurrezionalisti.
Signor ministro, a Genova c'è un G8 che non vuole finire! Non è un caso che Genova sia la città nella quale sono stati rinviati a giudizio, per fatti commessi in occasione del G8, 76 poliziotti e 26 cosiddetti no-global. Credo che se qualcuno avesse avuto qualche dubbio - per carità, la magistratura farà il suo corso -, gli sarebbe bastato vedere, ieri, in tribunale, i due DVD presentati dal pubblico ministero che sostiene l'accusa nel processo nei confronti di 25 imputati, per rendersi conto di cosa fosse diventata la città in quei giorni.
Genova, signor ministro, è la città nella quale vengono organizzati cortei - poi dicono che uno difende la magistratura sempre e comunque! - in coincidenza con l'apertura del processo nei confronti dei 25 o 26 no-global. Genova è la città nella quale, sabato scorso, è stato organizzato un corteo per solidarizzare con tre arrestati i quali non avevano compiuto reati politici, ma avevano aggredito tre giovani, su un treno - rendendosi responsabili, quindi, di reati comuni -, soltanto perché li avevano scambiati per ragazzi di destra. Genova è la città nella quale un centro sociale occupa i locali nei quali era ubicata la Facoltà di economia e commercio (cosa sulla quale nessuno prende iniziative, mentre si assiste ad un palleggio di responsabilità). Genova è la città nella quale, da quei locali occupati, una radio trasmette in barba alle leggi dello Stato (anche su questo nessuno interviene!). Genova è la città nella quale, ogni giorno, si verificano episodi sui quali preferisco non scendere nei dettagli (alcuni episodi possono essere anche di carattere personale). Genova è la città nella quale, secondo me, c'è una sorta di humus nel quale alcune frange socio-culturali proteggono coloro che, poi, arrivano a rendersi responsabili delle azioni di cui lei, signor ministro, ci parlava poc'anzi.
La ringrazio, signor ministro, per quello che fa e chiedo alle forze dell'ordine ed al ministero di riservare una particolare attenzione alla città di Genova. Negli anni settanta e ottanta, questa città fu uno dei centri del terrorismo: di violenza politica ve n'era poca, ma il terrorismo era presente e forte. Pensiamo al rapimento di Sossi, all'assassinio di Coco, all'omicidio dei carabinieri!
Genova è la città nella quale il terrorismo rosso delle brigate rosse ha trovato coperture diffuse. Credo che dobbiamo fare molta attenzione affinché quello che è accaduto tanti anni fa, e che è costato molto a tutti gli italiani, non si ripeta ancora una volta (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale)!


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PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Loiero. Ne ha facoltà.

AGAZIO LOIERO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor ministro, all'esordio di questo mio breve intervento, desidero partire da un dato: il nostro schieramento politico non le ha fatto mancare il suo sostegno in alcuni momenti delicati; l'ha fatto anche quando una parte della sua maggioranza le muoveva critiche feroci.
Tale posizione ci spinge ad un discorso breve, ma franco, cominciando dall'operazione che lei ha definito di carattere preventivo.
Non vorremmo che il Governo, anche in quest'occasione, avesse svolto una di quelle performance comunicative di cui va fiero. Credo che, su un tema niente affatto futile come la sicurezza, sarebbe un errore grave usare la spettacolarizzazione degli avvenimenti, specie se si lasciano irrisolti i problemi di fondo. Infatti, signor ministro, la coalizione di cui lei fa parte ha vinto le elezioni del 2001, tambureggiando senza pudore sul bisogno di sicurezza del paese, giocando sulle umane e comprensibili debolezze dei pensionati e delle persone anziane per carpirne il consenso. Ora scopriamo che, dopo aver vinto le elezioni, dopo tre anni di Governo, il sistema fa acqua. Uno sguardo veloce alla mappa delle nostre insicurezze lo suggerisce, confermandoci pochissime certezze.
La prima è la seguente: in lungo e in largo per il paese, da Trento a Genova e a Napoli, si respira un'aria di anarchia. Al nord la delinquenza, in parte nazionale e in parte importata, continua imperterrita a compiere i suoi misfatti, le sue rapine (l'episodio di Trento cui lei accennava è emblematico). Al sud si vive una situazione per molti versi ancora più complessa. La questione criminale appare segnata dallo stesso abbandono che ha caratterizzato in questi anni l'altra questione, quella meridionale. L'episodio dolentissimo di Annalisa a Napoli è eloquente. Incoraggiate da una sorta di neogarantismo di maniera diffuso da questo Governo, le varie mafie hanno alzato la testa, muovono indisturbati i loro traffici, occupando a proprio piacimento il territorio, di cui si sentono esclusivi padroni.
C'è qualcuno nel Governo, a parte lei, che si preoccupa di tali condizioni? La questione della criminalità nel sud è considerata dai nuovi benpensanti non solo una questione dei meridionali, ma anche un fenomeno di autarchia con connotati di alterità quasi etnica.
Insomma, ministro, pur dandole atto di un suo impegno personale, abbiamo l'impressione che, sul fronte generale della sicurezza, il Governo nella sua interezza brancoli. Non solo non vediamo risorse da destinare ad un settore nevralgico - ha ragione il collega Siniscalchi -, malgrado lei si affanni a chiederle con insistenza all'ineffabile ministro Tremonti, ma non vediamo in giro neanche un'intelligence degna di questo nome. L'operazione di carattere preventivo sui 161 extracomunitari sembra, infatti, appagare solo certe esigenze e rischia nel tempo di trasformarsi in un boomerang. Intendiamoci, nessuno discute la legittimità dell'operazione; discutiamo, piuttosto, la sua reale utilità. Se, infatti, la si guarda con gli occhi dei magistrati dei vari pool antiterrorismo, i dubbi che affiorano sono molti. L'ipotesi che l'iniziativa della polizia abbia bruciato più di una pista investigativa è molto realistica.

BEPPE PISANU, Ministro dell'interno. È esclusa!

AGAZIO LOIERO. Perché è esclusa? Come fa a dirlo in termini così apodittici? E lo sviluppo delle indagini? Come fa a dirlo ora? Devo crederle per dogma?

BEPPE PISANU, Ministro dell'interno. Se mi consente...

PRESIDENTE. Magari in un altro momento. Forse è bene non aprire un dialogo, che pure sarebbe interessantissimo.

AGAZIO LOIERO. Ministro, non ci si rende conto che una retata di quelle


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proporzioni, volta a colpire in forma indiscriminata colpevoli ed innocenti, può fare proliferare nuovi gesti terroristici, conferendo allo stragismo islamico un doppio alone: di invincibilità e di martirio.
Ministro, vogliamo starle accanto in questo sforzo, perché riteniamo che il suo ruolo istituzionale la sottrae alle logiche rigorose degli schieramenti, ma vogliamo capire in quale direzione si proceda, quale strategia si adotti e soprattutto - lo ripeto - con quali risorse si intenda far fronte ad un problema esiziale per la vita dei nostri cittadini.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Ciro Alfano. Ne ha facoltà.

CIRO ALFANO. Signor Presidente, signor ministro, onorevoli colleghi, il tema dell'odierna articolata informativa del ministro Pisanu, a cui va il nostro apprezzamento per il costante e silenzioso lavoro svolto, sulla sicurezza dei cittadini e sull'ordine pubblico a Napoli, nonché sui recenti fatti di Genova, è purtroppo sempre più di stretta attualità e di rilevanza strategica, non solo per le realtà territoriali indicate, ma per il futuro del nostro paese e dell'intera comunità internazionale, in quanto il mantenimento dell'ordine pubblico e della sicurezza costituisce l'indispensabile presupposto per lo sviluppo ed il progresso, attraverso l'istituzione ed il rispetto di regole democratiche condivise, la tutela dei diritti fondamentali dei popoli e degli individui, il rispetto delle tradizioni e la promozione di quei valori comuni che hanno consentito lo sviluppo delle relazioni politiche, economiche e sociali tra i popoli.
I notevoli progressi compiuti dal nostro paese, infatti, sono stati resi possibili anche per l'effetto combinato di scelte politiche e strategiche lungimiranti, adottate sin dalla seconda metà del secolo scorso da nostri statisti illuminati, da parlamentari, da uomini di cultura e di Governo, da tutte le forze politiche, sociali e imprenditoriali, che hanno saputo sfruttare la trasformazione, la crescita e lo sviluppo della nostra economia. Il nostro paese, tuttavia, non avrebbe mai potuto conseguire gli ambiziosi traguardi raggiunti e l'attuale status di paese fondatore e protagonista della costruzione di questo grandioso progetto di Unione europea, insieme a Francia, Germania e Regno Unito, nonché di partner inserito ormai stabilmente anche nell'ambito dei G8, se non ci fosse stato quel clima di sicurezza, di fiducia nelle istituzioni, di mantenimento dell'ordine pubblico e della pace sociale da parte delle istituzioni all'uopo preposte.
Tale collaborazione è stata determinante per contrastare le varie minacce che, di volta in volta, hanno insediato l'unità nazionale, la concordia sociale e lo sviluppo della nostra economia. Basti pensare alle conseguenze che avrebbero potuto esservi se non fossero state contrastate con determinazione le forze disgregatrici, presenti in ogni paese, ma che nel nostro sono state e sono tuttora pericolosissime. Mi riferisco alla malavita organizzata, alle organizzazioni terroristiche, ai movimenti anarco-insurrezionalisti e politici estremistici. Le brigate rosse, in particolare, che alla fine degli anni settanta hanno sferrato un tremendo attacco allo Stato e alle sue istituzioni, compiendo numerosi attentati terroristici di inaudita ferocia, misero a dura prova l'unità del nostro paese, il quale però seppe reagire, schierandosi dalla parte delle istituzioni, fornendo al mondo intero una chiara ed inattesa dimostrazione di determinazione e di forza nel difendere lo Stato democratico e le sue istituzioni, attraverso un'azione comune di salvaguardia dei valori di una collaborazione piena ed incondizionata alle forze dell'ordine, al sistema giudiziario, alla magistratura e alle altre istituzioni coinvolte.
La chiave del successo, in tale circostanza come in altre, è da ricondursi quindi alla coesione di tutte le forze, unite in difesa di un bene supremo comune, quello della libertà e della democrazia. È a tale forza e determinazione che oggi l'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro si appella.


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Oggi, le minacce ed pericoli per il nostro paese, per gli Stati, per le istituzioni democratiche, le comunità ed i singoli individui sono presenti sotto altre sembianze ed in altre forme, anche in conseguenza dell'avvento di nuovi fenomeni, quali quelli del terrorismo internazionale di matrice islamica, che si è dimostrato, purtroppo, ancora più pericoloso di quello tradizionale. Ciò in quanto esso si fonda su basi nuove, costituite da una forte ideologia politico-religiosa, da ingenti disponibilità finanziarie, provenienti dallo sfruttamento di giacimenti petroliferi, da moderne infrastrutture tecnologiche e, soprattutto, da un'illimitata quantità di esseri umani, anche minorenni, disposti a sacrificare la loro vita per il successo di quella che definiscono come una «missione».
Sono pertanto necessarie nuove strategie di intelligence e di contrasto, basate sulla cooperazione internazionale nonché su sistemi di difesa sempre più sofisticati ed aggiornati.
Il nostro Governo ha subito adottato, come ribadito dal ministro Pisanu nella sua informativa, efficaci misure di monitoraggio, di intelligence, di prevenzione e di contrasto per combattere il terrorismo e le azioni di una criminalità organizzata che ha diversificato il proprio raggio di azione nell'ambito delle attività illecite criminose, anche con lo sfruttamento del traffico degli immigrati clandestini che approdano quasi quotidianamente sulle nostre coste in condizioni disperate, su «carrette del mare» prive di qualsiasi requisito di sicurezza e di comfort. Sono sempre, ovviamente, nostre le unità navali che vanno in loro soccorso, per portare in salvo le vite umane su di esse imbarcate, costituite prevalentemente da donne e bambini; l'alto senso di solidarietà che contraddistingue il nostro paese è noto in tutto il mondo, anche se ciò comporta, ovviamente, un ulteriore impegno di risorse e di mezzi, da adibire a tali frequenti interventi.
Infatti, accanto alle attività illecite e criminose tradizionali, ne sono sorte di nuove e più pericolose, oltre naturalmente all'esigenza di assicurare misure di contrasto sempre più sofisticate ed efficienti, per evitare attentati quali quelli di Genova e di altre città: Bologna, Viterbo, Perugia.
In tale contesto, particolarmente impegnativa è la situazione dell'ordine pubblico e della sicurezza del nostro Mezzogiorno e, segnatamente in Campania, dove al problema endemico, costituito dall'alto tasso di disoccupazione, specie nel settore giovanile, favorito dalla scarsa presenza di imprese competitive e dalla carenza di efficienti infrastrutture tali da rendere attraenti investimenti da parte di imprenditori italiani ed esteri, si somma la scarsa crescita della nostra economia e la progressiva perdita di competitività dei nostri prodotti sui mercati esteri.
Dobbiamo difendere la comunità dalle minacce e dagli attentati terroristici, che in questi ultimi tempi continuano a dimostrare la loro pericolosità, come evidenziano i recenti attacchi alla caserma della polizia di Sturla, a Genova, ed in altre città, rivendicati dalla «brigata 20 luglio», un'entità inserita nella galassia della federazione anarchica, che opera anche in Spagna e in altri paesi.
A quanto sopra, si aggiunge il grave disagio della popolazione campana, causato dal persistere dell'emergenza nel comparto dello smaltimento dei rifiuti che comporta ulteriori rischi, e delle istituzioni, per le forze dell'ordine (ecomafia) e per mantenere nei limiti della tollerabilità la situazione di rischio e di pericolo per l'incolumità e la sicurezza dei cittadini, oltre che per evitare la contaminazione ambientale del territorio e dell'habitat.
Le azioni di prevenzione e di contrasto adottate dal Parlamento e dal Governo per combattere la criminalità organizzata, la microcriminalità ed il vasto fronte delle attività illecite e criminali nelle province di Napoli e Caserta sono state importanti e di consistente entità.
La Camera ha approvato, nel luglio 2003, un'importante risoluzione sulla sicurezza dei cittadini a Napoli, che ha comportato l'attivazione dell'operazione denominata «alto impatto», volta a garantire


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maggiore sicurezza ai cittadini della suddetta provincia. Nell'ambito di tale operazione, fu previsto l'invio di circa 1.200 uomini e sono stati stanziati notevoli fondi, atti a fronteggiare le diverse situazioni di emergenza, per potenziare il presidio sul territorio da parte delle forze dell'ordine pubblico, istituendo nuove caserme e potenziando quelle esistenti, nonché dotando tali risorse di più efficienti e moderni mezzi ed infrastrutture e tecnologiche.
L'operazione «alto impatto» non si limita al solo potenziamento dell'organico e dei mezzi in dotazione alle forze dell'ordine, ma riguarda anche il rafforzamento del comparto giudiziario e di quello penitenziario, per renderli rispondenti alle esigenze, specie in quelle aree ad alta intensità abitativa dove la macro e la microcriminalità sono più diffuse e presentano maggiori criticità.
Sono azioni che devono mirare anche a ridare fiducia a quella stragrande maggioranza della popolazione, onesta e laboriosa, che nutre ancora fiducia nelle istituzioni e che si adopera fattivamente per risolvere i problemi endemici quotidiani. È necessario spronarla a non rassegnarsi mai, ma a collaborare per costruire insieme un futuro migliore, che valga la pena di essere vissuto per i propri figli e per le nuove generazioni.

PRESIDENTE. Onorevole Alfano...

CIRO ALFANO. Il Governo deve ora portare a completamento tali azioni, non solo con celerità, ma monitorandole, in quanto il fronte da presidiare è vasto, variegato e mutevole, e pertanto richiede un efficace coordinamento tra le forze dell'ordine e maggiore raccordo e collaborazione con gli enti locali.

PRESIDENTE. Onorevole Alfano, si avvii a concludere.

CIRO ALFANO. Signor Presidente, sono quasi giunto al termine del mio intervento.
I cittadini devono sentire che le istituzioni sono al loro servizio, quali unici e forti baluardi per garantire loro sicurezza. La sicurezza è, infatti, un elemento indispensabile per poter vivere serenamente in uno Stato libero e democratico.
Tuttavia, per raggiungere tali obiettivi è indispensabile che le forze di maggioranza, insieme a quelle dell'opposizione, siano consapevoli che, almeno su temi così vitali ed urgenti, si trovi un'intesa ampia e solidale, così come venne raggiunta in occasione di altre situazioni di grave crisi per l'unità e la sopravvivenza stessa del nostro paese.
È indispensabile il coordinamento di tutte le forze impegnate, un più stretto collegamento con le autorità locali ed una maggiore collaborazione dei cittadini, senza la quale ogni sforzo di collaborazione sarebbe destinato al fallimento, anche per effetto della vastità e complessità del fronte da presidiare. Dobbiamo e possiamo farcela: ne abbiamo le capacità, gli strumenti, la forza e la determinazione!

PRESIDENTE. Bisogna che i colleghi si rendano conto che, quando li invito a concludere, il tempo a loro disposizione è già stato superato di un minuto; infatti, un minuto in più lo concedo a tutti.

CIRO ALFANO. Avevo a disposizione dieci minuti!

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Mascia. Ne ha facoltà.

GRAZIELLA MASCIA. Signor Presidente, signor ministro, voglio esprimerle un sincero apprezzamento per la tempestività e la disponibilità con cui si presenta in Assemblea ogni volta che viene manifestata questa esigenza. Vorrei anche sottolineare l'equilibrio con cui lei prende la parola in passaggi anche delicati della vita del paese, come quando, dopo gli attentati di Madrid, vi furono dichiarazioni da parte del SISMI piuttosto allarmanti e lei, invece, seppe trovare parole prudenti.
Ciò nonostante, le muoveremo alcune critiche, non per una presa di posizione


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pregiudiziale né perché il Governo cui lei appartiene esprime filosofie diverse dalle nostre (ad esempio, sulle modalità con cui combattere il terrorismo e sulla questione della guerra preventiva). Riteniamo, infatti, che su questioni di questo tipo sia difficile riuscire a coniugare i diritti e a garantire la sicurezza. Quindi, è necessario un rigore nelle indagini, non facendosi prendere dalla demagogia populista e dalla propaganda spicciola che spesso vive in questo paese. In questo caso, non si tratta di una critica nei suoi confronti, come ho cercato di dire, bensì di una preoccupazione, che sottolineiamo.
Il dolore che lei ha espresso per la morte di Annalisa è anche il nostro, ed anche noi diciamo che a Napoli lo Stato c'è. Tuttavia, quella morte così tragica ci ha fatto riscoprire la povertà di questo paese e del Mezzogiorno. Non voglio neanche mettere in discussione l'impegno delle forze dell'ordine, che lei ha sottolineato, ed il faticoso lavoro che si svolge nelle realtà in cui si spezzano delle vite per le guerre dei clan, secondo una legge del più forte che si fa scudo dei soggetti più deboli. Voglio, però, dire che la morte di Annalisa ci parla di un Mezzogiorno insicuro, cancellato spesso dall'agenda politica. Infatti, sulla sicurezza si vive anche di consenso, e a volte è più facile parlare di altre questioni e mettere da parte parole come mafia e camorra.
Non voglio neanche fare la guerra dei numeri sui dati che lei ci ha fornito, né tantomeno sulla diminuzione o meno dei reati diminuiscono: questo avviene ad ogni cambio di Governo, e non ci appassiona.
Tuttavia, vorremmo sottolineare che probabilmente questa partita si gioca sulla questione dell'ordine pubblico e dell'impegno delle forze dell'ordine, ma non solo, perché si gioca sapendo anche che le risorse e gli strumenti a disposizione delle forze dell'ordine sono spesso insufficienti e che i commissariati non dispongono di tutto ciò di cui avrebbero bisogno per un efficace intervento. Quando in una città si torna ad uccidere, come avviene, per un motorino o per un cellulare, forse c'è un problema che va al di là di tutto questo. È bene, allora, parlare anche di strutture, di scuole, di assistenza per i giovani e di quartieri da risanare; è bene parlare di lavoro nero da debellare.
Lei ha ricordato il sindaco Jervolino. Anch'io vorrei citarla per la dichiarazione che ha fatto parlando proprio dei «tagli» determinati dalle scelte del Governo, ovvero dei 30 milioni di reddito minimo di inserimento che sono stati «tagliati» e di altri 30-40 milioni per spese ordinarie, scuola, politiche sociali. Questo lo diciamo non perché sia necessario dirlo come opposizione, ma perché la preoccupazione, credo comune, è quella che cittadini che si ribellano, con tanta passione e impegno nei riguardi di fatti di questo tipo, perdano poi anche la fiducia nelle istituzioni. L'attenzione che noi rivolgiamo è, dunque, un'attenzione complessiva.
Sulle altre questioni che sono state poste, vorrei ribadire ancora una volta che le bombe e gli attentati sono sempre contro la conflittualità sociale e contro la partecipazione di massa alla politica. Da qualche anno, le bombe sono attribuite agli anarco-insurrezionalisti, dei quali non sappiamo nulla; anche la relazione che lei ha svolto conferma che tutto quello che si sa è ben poco, praticamente nulla per i suoi effetti concreti.
Sappiamo, tuttavia, che le bombe danno motivazioni a progetti autoritari contro la conflittualità sociale. In particolare, gli attentati di Genova hanno avuto una evoluzione successiva che vorrei ricordare, perché qualcuno, in particolare la portavoce della questura, la mattina del 29 marzo, ha stabilito, in una dichiarazione, una forte connessione fra quegli attentati, la caserma Sturla e le tre persone legate al centro sociale «Orso» che erano state arrestate. Si è successivamente scoperto, al termine della giornata, dopo diverse smentite, che era stato sequestrato un volantino inviato al Secolo XIX; al riguardo, vi fu anche una dichiarazione in cui si stigmatizzava, da parte del direttore del Secolo XIX, rispetto al diritto di informazione.


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So che questo rientra tra le prerogative delle forze dell'ordine che indagano. Tuttavia, mi sembra che neanche quella scelta abbia prodotto risultati sul piano delle indagini. Poi si è detto - così è stato scritto sui giornali - che forse dietro queste bombe ci potevano essere i simpatizzanti del movimento e forse gli ultras del calcio.
Mi sembra che la situazione sia piuttosto complicata; tuttavia, la cosa certa è che sicuramente non vi sono connessioni, né concrete né culturali, né con il movimento di cui facciamo parte - e ci vantiamo di fare parte - né tanto meno con gli esponenti dei centri sociali ai quali è stato fatto riferimento.
Tuttavia queste dichiarazioni, che considero sempre alquanto imprudenti, prestano il fianco a strumentalizzazioni politiche. Sono riecheggiate anche stasera in quest'aula; vorrei tuttavia riprendere una dichiarazione dell'ex ministro Scajola, proprio per l'autorevolezza della fonte, il quale ha ricordato che chi ha commesso questo attentato deve essere cercato negli ambienti anarco-insurrezionalisti e che si tratta di una situazione certamente legata alla repressione per le manifestazioni del G8. Trovo questa dichiarazione alquanto irresponsabile e, mi consenta, anche cinica.
L'ex ministro Scajola ha infatti un debito nei riguardi di chi stava a Genova in quei giorni e con tutti noi: questo debito si chiama verità e giustizia. Si chiama verità e giustizia! Il nostro interesse, e quello di tutti coloro che erano Genova, è certamente che non si turbi il clima in quella città, dove sono inquisiti 26 imputati del movimento, che noi consideriamo caprii espiatori.
Auspichiamo che presto possa essere celebrato un processo a carico delle forze dell'ordine che si sono rese responsabili di abusi e violenze a Bolzaneto ed alla scuola Diaz. Potremmo chiederci, eventualmente, come qualcuno ha fatto sui giornali, chi altri possa avere interesse a determinare tali provocazioni.
In ogni caso, sull'identità degli anarco-insurrezionalisti mi pare non siano stati fatti grandi passi avanti. Possiamo prendere la parola in questa sede per dire che conosciamo quei tre ragazzi arrestati nel centro sociale Orso. Quei ragazzi, i compagni di Davide Cesare ucciso dai fascisti, in seguito picchiati dalla polizia, come è stato riconosciuto anche in quest'aula, stanno facendo uno sforzo enorme nella periferia di Milano per non lasciarsi andare al disagio sociale che si vive in quella città. Al contrario, tentano di impegnarsi sul piano più costruttivo della lotta per la casa, per il risanamento dei quartieri, per un progetto politico. Riteniamo sia meglio, comunque, evitare strumentalizzazioni su tale movimento straordinario di carattere mondiale che, in particolare, si batte per la pace e contro la guerra.
Del mondo islamico, invece, sappiamo tutti ben poco. Conosciamo solo le sofferenze degli stranieri che incontriamo con il nostro lavoro politico. Soprattutto per loro chiediamo maggiore prudenza perché il dialogo di cui lei si vanta giustamente non si realizza se poi vi sono le retate. Noi abbiamo parlato di retate, signor ministro, e ne parliamo anche oggi perché immediatamente dopo quell'operazione si sono scatenati messaggi di intolleranza. Questi sono gli effetti che spesso provocano tali operazioni. I controlli erano stati ritenuti necessari. Dunque, avrebbero dovuto svolgersi nel silenzio, nel rigore, tanto più se i risultati sono «patacche». Uso tale termine proprio perché è difficile dire che dodici espulsioni per ragioni amministrative ed un arresto per resistenza siano risultati significativi per un'operazione preventiva sul terreno antiterroristico.
Credo che l'Italia possa essere seriamente minacciata, soprattutto dopo le vicende degli ultimi giorni. Per questo ritengo non si possano sprecare risorse in inutili operazioni di facciata. Ci vuole un controspionaggio efficiente. Sappiamo che il SISMI ed il SISDE non riescono neanche a parlarsi tra di loro e ad intendersi su cosa debba fare l'uno anziché l'altro. Il Governo non è in grado di risolvere tali contrasti.


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Signor ministro, mi permetto di concludere con un appello giunto da diverse associazioni che si occupano da tempo di questioni degli immigrati. Non basta, infatti, citare i numeri delle regolarizzazioni conoscendo i problemi enormi che esistono. Alla fine di tale appello essi dicono: la vera risposta alle minacce terroristiche è rappresentata dall'abbattimento dei muri dell'esclusione e della discriminazione, dalla tenuta dello Stato di diritto e dal rispetto sostanziale della Costituzione (Applausi dei deputati dei gruppi di Rifondazione comunista e Misto-Verdi-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Boato. Ne ha facoltà.

MARCO BOATO. Signor Presidente, signor ministro, sono l'ultimo ad intervenire in questo dibattito e ho anche pochi minuti a disposizione. Dunque, il ministro mi scuserà della schematicità della mia riflessione.
Non è la prima volta, signor ministro, che le esprimo una sostanziale condivisione sull'impostazione generale del dialogo frequente che lei sta intessendo con il Parlamento - ed è un suo pregio - sia in aula, sia in Commissione affari costituzionali. Non altrettanto apprezzamento posso esprimere nei confronti di alcuni interventi che ho ascoltato da esponenti della maggioranza. Il collega Cicchitto, ad esempio, non ha perso l'occasione per instaurare una polemica politica con il presidente del principale gruppo dell'opposizione.
Il collega Bornacin ha rievocato toni di carattere ideologico da cui lei accuratamente si tiene distante quando parla di questi fenomeni, avendo la consapevolezza (che forse risale alla sua antica militanza democristiana in tempi terribili), che su questo terreno la massima unità delle forze democratiche, sia di maggioranza sia di opposizione, è uno dei capisaldi della capacità di risposta politica, istituzionale, ma anche sociale e culturale sia nei confronti del terrorismo sia nei confronti di altri aspetti della criminalità.
Non intendiamo ricambiare con lei e il suo Governo i metodi che abbiamo subìto quando facevamo parte della maggioranza; le vicende della criminalità erano sempre in prima pagina sui giornali e nelle prime notizie dei telegiornali e sembrava che fosse colpa del Governo Prodi, del Governo D'Alema e del Governo Amato che vi fossero criminali, sequestri di persona o immigrati clandestini. Non intendiamo ricambiare questo metodo indecente, perché la criminalità si sviluppa e continua a svilupparsi sia con un Governo di centrosinistra sia con un Governo di centrodestra e gli uni e gli altri, a parti rovesciate, la devono affrontare con gli strumenti e la forza, quando è necessario, di uno Stato democratico.
Il professor D'Antona è stato assassinato nel 1999, all'epoca del Governo D'Alema, mentre il professor Biagi è stato assassinato all'epoca del Governo Berlusconi. Erano due figure del tutto simili dal punto di vista culturale, ma il contesto governativo era completamente diverso. Pertanto, quando sento addirittura nel 2004 in quest'aula evocare, come ho sentito poco fa, il sequestro Sossi, che risale all'anno di grazia 1974, trent'anni fa (il 18 aprile è l'anniversario del sequestro, se non ricordo male), dico che vi è qualcuno che ha voglia di guardare sempre indietro e non riesce mai a guardare avanti: vi è una sorta di guerra civile ed ideologica che continua ad attraversare alcuni settori di questo paese, a 15 anni dalla caduta del muro di Berlino!
Do, comunque, atto a lei di non utilizzare questo metodo, di avere la piena consapevolezza dell'altissima responsabilità istituzionale che lei è stato chiamato ad assumere, proprio dopo qualche incidente in quel luogo, che poco fa la collega Mascia ha evocato, e di tenere fede allo stile che ha assunto fin dall'inizio.
Come vede, tutti noi diamo atto di ciò e a questo stile corrispondiamo positivamente. Condivido l'importanza che lei ha sottolineato non solo del ruolo delle forze di polizia e della magistratura (è giusto, ma potrebbe essere perfino scontato), ma anche della collaborazione, su questo terreno, fra Stato, enti locali ed associazionismo cittadino. A differenza della collega


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Mascia, - che comunque ha svolto un intervento molto equilibrato ed anche molto efficace, perché ha toccato argomenti non affrontati da altri colleghi vale a dire gli aspetti sociali di queste vicende, i contraccolpi che possono avere e via seguitando, ma non intendo riprendere alcuni suoi elementi di analisi che condivido -, credo che non sia eccessiva la preoccupazione nei confronti del fenomeno cosiddetto anarco-insurrezionalista.
Credo, inoltre, che lei faccia bene a mantenere viva una grande attenzione su questo terreno, ovviamente senza generalizzazioni indebite e corto circuiti ideologici, ma lei non lo ha mai fatto (gliene ne do atto), avendo sempre riferito, in modo puntuale e dettagliato, gli elementi a sua disposizione. Forse, se mi permette, un riferimento quasi ironico (per fortuna una volta si può fare ironia), mi sarei aspettato da lei (probabilmente, questo aspetto è trattato nella sua relazione scritta), che cogliesse questa occasione per dare atto al Parlamento che uno degli elementi di sua e nostra preoccupazione si è clamorosamente sgonfiato.
Mi riferisco ai cosiddetti, ormai possiamo dire, sedicenti nuclei territoriali antimperialisti del nord-est. Fortunatamente questo non si è dimostrato un fenomeno di carattere terroristico e si è totalmente sgonfiato, grazia alla capacità, anche in quel caso, della magistratura che ha saputo, con le forze di polizia, capirne anche la dimensione. Per fortuna, si sgonfiato il fatto che si trattasse di un vero e proprio fenomeno terroristico preoccupante (la sua preoccupazione la condividevo anch'io, quindi non le imputo nullo e, del resto, è sempre vigile). È questo un elemento positivo e ne possiamo dare atto al Parlamento.
Vorrei altresì cogliere questa occasione, signor ministro, per sollevare una questione di particolare delicatezza. Credo sarebbe opportuno da parte sua diffidare il ministro Gasparri, ministro delle comunicazioni (non lo deve fare pubblicamente, ma in sede di Consiglio dei ministri o dove vuole), dall'evocare, come ha fatto qualche giorno fa, addirittura una minaccia di malessere contro il Capo dello Stato da parte di appartenenti alle forze di polizia in materia di dibattito sulla grazia.
Credo che lei debba diffidare il ministro Gasparri dall'insultare le forze di polizia, dall'assumere in modo strumentale un ruolo che non gli compete e che, semmai competerebbe a lei, che mai userebbe strumentalmente le forze di polizia, tanto più nei confronti di una sorta di intimidazione verso il Capo dello Stato.
L'ultima osservazione riguarda l'attività nei confronti del terrorismo di matrice islamica. Condivido la preoccupazione che alcuni colleghi hanno espresso, ma non esprimo giudizi in quanto non faccio il suo mestiere. State attenti a non creare fenomeni di allarme e di paura in settori che nulla hanno a che fare con il terrorismo, che li portino a forme di isolamento e ad essere soggetti a reazioni xenofobe o a pregiudizi ideologici che li appiattiscano, magari involontariamente, come una sorta di boomerang, sui settori di fondamentalismo che pure esistono.
Signor ministro, lei ha detto: fermezza verso intolleranti e violenti, dialogo verso immigrati onesti e laboriosi. Condivido e sottoscrivo le sue affermazioni.
Concludo il mio intervento, signor ministro, evocando il disegno di legge Berlusconi, sottoscritto da mezzo Governo, sulla libertà religiosa. Più di un anno fa, ho partecipato con lei e il Presidente Pera ad un incontro, al Senato, per affrontare questa materia come la risposta positiva sul terreno del dialogo istituzionale e anche religioso ma, in questo caso, laico da parte dello Stato. In quell'occasione, ho sentito l'allora relatore Bondi, di Forza Italia, affermare che entro giugno tale provvedimento sarebbe divenuto legge dello Stato. È passato un anno e mezzo, questo disegno di legge è arrivato in Parlamento, la maggioranza l'ha rinviato in Commissione e sono io, Marco Boato, uno dei capigruppo dell'opposizione che, da mesi, chiedo alla Conferenza dei capigruppo, da una parte, e all'ufficio di presidenza della I Commissione, dall'altra,


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di iscrivere all'ordine del giorno il disegno di legge Berlusconi sulla libertà religiosa.
Signor ministro, le dichiarazioni che lei ha reso, e che io condivido - non la sto criticando -, hanno un senso all'esterno se poi hanno un corrispettivo sul piano parlamentare ed istituzionale. Su ciò vi è un'omissione totale da parte della maggioranza; dunque, la pregherei di voler intervenire al riguardo (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Verdi-L'Ulivo e di Rifondazione comunista).

PRESIDENTE. È così esaurito lo svolgimento dell'informativa all'ordine del giorno.

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