Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 451 del 7/4/2004
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(Interventi)

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Adornato, al quale ricordo che dispone di sette minuti. Ha facoltà di parlare, onorevole Adornato.

FERDINANDO ADORNATO. Signor Presidente, signori del Governo, onorevoli colleghi, l'omicida aggressione che le milizie di fanatici che fanno riferimento a Moqtada Al-Sadr hanno messo in atto contro i nostri carabinieri la consideriamo rivolta a tutto il nostro paese!
Inoltre, sappiamo che chi è là, in Iraq, a fare il suo dovere, proprio questo ha bisogno di sapere oggi da noi: ha bisogno di non sentirsi solo in un avamposto di sangue; ha bisogno di sentirsi sostenuto dall'intero popolo italiano, da tutta la sua classe politica. Vogliamo sperare, onorevole Giordano, che oggi, in quest'aula, nessuno decida di astenersi da questo elementare senso di comunanza nazionale.
Di fronte a ciò che è successo non si deve commettere un drammatico errore di analisi: non siamo di fronte ad una rivolta del popolo iracheno, che chiede un immediato autogoverno democratico; al contrario, siamo di fronte alla rivolta di alcune correnti radicali, di una minoranza della stessa popolazione sciita, che mira a bloccare il già avviato processo di autogoverno, cercando di annullarlo - per far ritornare l'Iraq ostaggio di opzioni ideologiche e dittatoriali - e non esitando, per questo, a farsi scudo dei figli e delle madri del popolo iracheno.
Attenzione, dunque, a non recitare, per l'Iraq, quell'antico adagio illiberale secondo il quale si stava meglio quando si stava peggio! No, non si stava meglio nell'era dello sterminio di massa guidato da Saddam Hussein (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia e dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro)!


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Ciò a cui oggi assistiamo sono gli spasmi, le convulsioni, i tormenti che sempre accompagnano la fuoriuscita di un popolo dalla dittatura: l'alba di quella libertà che al popolo iracheno è stata sempre negata. Se pensassimo che quelle popolazioni non sono antropologicamente adatte a vivere nella libertà, penseremmo la cosa più sottilmente cupa e razzista che si potrebbe immaginare. Davvero immagineremmo come irrimediabile la distanza tra noi e quella civiltà!
Signor Presidente, non è facile il ruolo di Governo e di maggioranza di fronte ad avvenimenti come questi. In ore così difficili, si sente il bisogno del prevalere di uno spirito di verità che allarghi i confini del consenso, che metta in campo almeno un minimo di valori e di politiche condivise: fu quello che, nella scorsa legislatura, in analoghe circostanze di politica estera, il centrodestra seppe fare dall'opposizione, aiutando il Governo di allora a decidere per il bene dell'interesse nazionale ed internazionale. Noi - l'abbiamo già detto tante volte - non veniamo ripagati, oggi, con la stessa moneta: oggi siamo e ci sentiamo soli in quest'aula.
Eppure, l'accelerazione degli eventi iracheni è tale da imporci di insistere. Pur sapendo che, molto probabilmente, il nostro appello cadrà nel vuoto, siamo qui, oggi, a chiedere - noi - una svolta all'opposizione. Sì, chiediamo noi una svolta a voi! Lasciamoci alle spalle le polemiche sulla legittimità della guerra e cerchiamo di cooperare per affrontare insieme gli ancora più spinosi problemi del dopoguerra, della costruzione della pace. È possibile?
Analizziamo sul serio le ipotesi della svolta che, invece, voi chiedete a noi, ricapitolando gli eventi. In primo luogo, l'Italia, a differenza della Spagna, non ha partecipato al conflitto militare in Iraq. In secondo luogo, stiamo invece cooperando, assieme ad altri trenta paesi e legittimati da una risoluzione dell'ONU, all'opera di definitiva pacificazione e ricostruzione dell'Iraq. In terzo luogo, stiamo lavorando, con tutta la coalizione, per accelerare la transizione di potere agli iracheni. In questa direzione è stata già siglata una prima Costituzione provvisoria, evento storico per quel paese.
Ancora, il 30 giugno non è la data scelta dai pacifisti per non si sa quale redde rationem internazionale, ma è la data scelta dall'alleanza, primi tra tutti gli americani, per la devoluzione dei poteri agli iracheni, in attesa che, nei primi mesi del 2005, si svolgano regolari elezioni. Infine, non consideriamo affatto impossibile una nuova risoluzione del Palazzo di vetro che renda ancora più esplicite, dopo il 30 giugno, la presenza e la tutela dell'ONU e, dunque, anche dei paesi arabi - e, magari, anche di Francia e Germania - nell'aiuto internazionale che in nuove forme bisognerà comunque continuare a garantire all'Iraq.
Ebbene, quale svolta dovremmo compiere rispetto a questa politica? Delle due l'una: o l'ONU viene usata da voi come un paravento per sostenere in forma edulcorata il ritiro delle nostre truppe dall'Iraq oppure non si vede quali siano gli errori del Governo e quale nuova politica dovremmo mettere in campo. Le nostre posizioni sono le stesse che ragionevoli quanto isolatissimi esponenti dell'Ulivo, come Giuliano Amato, sostengono.
Dunque, quale svolta? La verità è che l'unica svolta reale che l'opposizione propone è il nostro ritiro dall'Iraq. Solo che c'è chi lo fa in modo più chiaro, assumendosi il coraggio di questa posizione, e chi invece lo fa in modo criptato. Ricordo che l'onorevole Violante ebbe a dire: ma di che vi stupite? In tutto il mondo la sinistra è divisa sulla guerra in Iraq! Già, ma in tutto il mondo la sinistra si divide tra chi dice «sì» e chi dice «no»; solo in Italia ci si è divisi e ci si divide tra chi dice «no» e chi dice «nì», laddove, non il sì, ma una semplice astensione è capace di riguadagnare all'onorevole Fassino un vergognoso atteggiamento di aggressione da parte di bellicosi pacifisti (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale e dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro).
Ecco, allora, ciò che con chiarezza vi chiediamo: non fatevi più ricattare da un


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finto pacifismo violento e intimidatorio. Abbiate il coraggio di assumere, almeno in politica estera, le posizioni di un'autentica forza riformista di Governo europeista ed atlantica. Non è chiaro neanche per quanto tempo possiate nascondervi dietro il dito di Zapatero. Possiamo sbagliarci, ma le sue troppe facili dichiarazioni elettorali dovranno quanto prima fare conti con le dure repliche della storia, con le responsabilità che spettano ad un grande paese occidentale di fronte alla guerra scatenata contro di esso e contro la civiltà dal terrorismo (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale e dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro).
Voi dite: ma oggi la situazione in Iraq è cambiata perché c'è una guerra. Seppure fosse, si tratta, com'è evidente, di una guerra condotta da minoranze fanatiche contro la pace e la democrazia.

MAURA COSSUTTA. Ma siete dei pazzi!

PRESIDENTE. Onorevole Maura Cossutta, la richiamo all'ordine.

ANTONIO GIUSEPPE MARIA VERRO. Ma stai zitta!

FILIPPO ASCIERTO. Zitta!

FERDINANDO ADORNATO. Cosa dovrebbero fare, allora, di fronte a questa guerra nuova in Iraq, i sostenitori della pace, quali sono i nostri soldati? Ritirarsi? Abbandonare a se stesso il popolo iracheno che in stragrande maggioranza vuole finalmente pace e ricostruzione? Lasciare campo libero ad ogni sorta di milizia irregolare ed omicida, a nuove guerre civili, a nuove fosse comuni? Evidentemente, no. A noi, all'Italia, alla sua grande tradizione di generosa solidarietà spetta invece di assumersi la responsabilità di fare tutto ciò che umanamente è possibile - lo ripeto: tutto ciò che è umanamente possibile - per evitare questo scenario.
Certo, ci sono dei rischi e non è detto che la pace prevalga; ma il rischio opposto sarebbe ben più grave e, domani, la coscienza non smetterebbe di rimorderci, se oggi scegliessimo la via della fuga e dell'irresponsabilità.
Il mondo è cambiato. L'11 settembre del 2001 ha aperto quella che molti definiscono - anche, recentemente, il nostro Presidente Casini - la terza guerra mondiale: la guerra del terrorismo contro il mondo civile. Non è una guerra che abbiamo dichiarato noi. Sono altri che la combattono contro di noi in modo spietato, a Nassiriya come a Madrid, a Istanbul come a Riad, contro gli USA come contro l'ONU. Purtroppo, non sta nelle nostre possibilità evitarla. Possiamo solo decidere qual è il modo migliore per difenderci.
I recenti fatti spagnoli ci hanno confermato una cosa che noi italiani già sapevamo: cedere ai ricatti del terrorismo non serve a nulla, anzi è controproducente. Domandiamoci, allora, che cosa chiede oggi Al Queda. Quali sono i suoi obiettivi? Sono tre, da loro esplicitamente rivendicati: il ritiro delle truppe in Iraq; l'isolamento politico e morale dei governi alleati; la paralisi del cammino verso la democrazia.
Al Queda, come accadde con le Brigate rosse da noi, vuole entrare nel gioco politico internazionale: vuole obbligare gli Stati a cedere ai suoi ricatti. Se ciò avvenisse, saremmo finiti. Ecco perché non ritireremo le truppe dall'Iraq. Faremo di tutto perché i Governi alleati, anche attraverso l'ONU, aumentino i loro consensi e perché proceda in fretta, ma con la necessaria gradualità, l'avvento della democrazia e dell'autogoverno in Iraq.

PRESIDENTE. Onorevole Adornato...

FERDINANDO ADORNATO. Sto per concludere, Presidente.
Ecco perché bisogna stare molto attenti, onorevoli colleghi dell'opposizione, a quel che si dice, quando si chiede il ritiro delle truppe, quando si cerca di isolare politicamente e moralmente il Governo dell'Italia.


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MAURA COSSUTTA. Ma come si fa... (Il deputato Maura Cossutta esce dall'aula)!

ANTONIO GIUSEPPE MARIA VERRO. Vai fuori che è meglio!

FERDINANDO ADORNATO. Non è una questione che possa essere affrontata con le normali contrapposizioni tra maggioranza ed opposizione, tra filoamericani e antiamericani. È in gioco qualcosa di più. Come sapete, Al Queda ha dichiarato guerra anche all'Italia.
Noi vorremmo che, al di là delle contrapposizioni, l'Italia intera, e anche voi, rispondesse ai terroristi come sempre ha risposto: di qua non passerete; contro il terrore, l'Italia è e sarà sempre unità dalla parte della pace e della libertà (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale, dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro e del deputato La Malfa).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Violante. Ne ha facoltà.

LUCIANO VIOLANTE. Signor ministro, siamo insoddisfatti e molto preoccupati per il suo intervento. Insoddisfatti perché lei non ha tenuto conto di quello che sta accadendo in queste ore in Iraq: gli Stati Uniti hanno bombardato la moschea di Falluja (ci sono stati 40 morti); è stato ucciso uno dei massimi collaboratori di Al-Sadr; ci sono centinaia di morti nella popolazione irachena e decine di morti dall'altra parte, tra le forze armate angloamericane.
Tutto questo accade perché si è scelta in Iraq la strada più sbagliata per lottare contro il terrorismo: quella della guerra. Il terrorismo si combatte con la politica, non si combatte con la guerra!
Voglio dire molto chiaramente alcune cose. Primo: Al Qaeda non esisteva in Iraq; dopo la guerra, Al Qaeda ha in Iraq una delle sue basi più forti e più pericolose.
Secondo: gli sciiti erano contro Saddam Hussein ed hanno aiutato, come sappiamo, l'ingresso delle truppe angloamericane a Baghdad; bene, oggi gli sciiti sono in rivolta. Sciiti e sunniti erano l'uno contro l'altro; Al Qaeda si proponeva che sciiti e sunniti stessero insieme, dalla stessa parte contro l'esercito angloamericano, l'esercito di occupazione; così è accaduto e sta accadendo. È accaduto il peggio, e lei ha ignorato, signor ministro, che la situazione è tragicamente degenerata dal momento in cui avete dichiarato che la guerra era finita e che era in corso una operazione di pacificazione. Altro che pace! Ci sono morti ogni giorno da una parte e dall'altra, e questa è una delle cose più gravi (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo).
Gli Stati Uniti annunciano che intendono distruggere la milizia di Al-Sadr. Questa milizia è presente in 22 province, ha 20 mila uomini: vogliamo sapere se l'esercito italiano sarà costretto a fare anche questa parte della guerra; vogliamo sapere chi comanda e chi decide (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo)! Questo vogliamo sapere!
Lei ha giustamente richiamato la solidarietà nei confronti dei soldati italiani e la stessa cosa ha fatto il collega Adornato, che ha parlato prima di me; però, veda, la solidarietà non può essere un alibi per nascondere gli errori di ieri e l'ipocrisia di oggi (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo). Noi siamo con i militari, perché sono stati mandati dicendo che andavano a fare operazioni di pace, mentre sono stati costretti ad operare in un teatro di guerra. Questo voi non gliel'avevate detto! La nostra solidarietà va a loro anche per questo.

FILIPPO ASCIERTO. Ma va'!

LUCIANO VIOLANTE. Però, adesso che la situazione è cambiata ed è quella che è, occorre assumere tutte le decisioni necessarie.
Oggi qual è la questione? Noi abbiamo avuto Libia, Corea del Nord e Iraq. Sono tre paesi con regimi dittatoriali. Con la Libia si sono aperte relazioni diplomatiche,


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e la Libia aveva anche armi di distruzione di massa; nei confronti della Corea del Nord, con armi di distruzione di massa, si è fatta una politica diversa; contro l'Iraq, che non aveva le armi di distruzione di massa, si è fatta la guerra. Ma qual è la ragione?
E quando lei ha parlato degli amici di Saddam Hussein, caro ministro, si deve rivolgere alla sua destra, non a noi, perché nessuno di noi è andato a trovare Saddam Hussein, mentre altri ci sono andati (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo). E l'Iraq non c'entra niente con la lotta contro il terrorismo, lo sappiamo, c'entra con l'abbattimento di un dittatore. La lotta contro il terrorismo si è fatta in Afghanistan, dove c'è stata una copertura generale, con la partecipazione anche di reparti militari di paesi arabi. Cosa che qui non è accaduta. L'unilateralismo di questa guerra sta franando nelle strade delle città irachene; questa è la tragedia!
A questo punto il conflitto si sta allargando, la pace non c'è, ma di fronte a questa tragedia noi non siamo per un Iraq abbandonato a se stesso. Riprendo le parole che Oliviero Diliberto ha detto oggi: non siamo per un Iraq abbandonato a se stesso. Stiamo dicendo un'altra cosa, però non bisogna nascondere la testa nella sabbia, non bisogna ignorare che le cose sono cambiate, non bisogna pensare che le cose, andando così, andranno meglio; se le cose vanno così, vanno peggio, non meglio!
È stata sabotata l'applicazione della risoluzione ONU n. 1511, che stabiliva espressamente, al capitolo 13, che ci sarebbe stata una forza multinazionale sotto un comando unificato. Questa forza multinazionale non c'è, non c'è stata, perché le forze che stanno lì sono quelle che c'erano prima; dopo questa risoluzione non è cambiato nulla. Se vi sarà una nuova risoluzione dell'ONU, sulla quale noi siamo d'accordo, bisogna valutare che contenuti avrà, che cosa stabilirà, come si farà ad applicarla. In ogni caso, la questione è la seguente: al 30 giugno, data del passaggio delle consegne dall'amministrazione Bremer al Governo provvisorio iracheno, mancano 11 settimane. Il 30 giugno è la data termine, non quella iniziale. In queste 11 settimane, che fare? Occorre porre fine all'occupazione e aprire la fase della cooperazione internazionale. Ciò è assolutamente necessario, con atti immediati ed urgenti.
Per quanto riguarda la questione della risoluzione ONU, il ministro ha affermato che è favorevole; il Presidente del Consiglio aveva detto - non so se ve lo ricordate - che era un documento inutile: non so chi di voi abbia ragione, né chi di voi alla fine deciderà, ma dite con chiarezza una parola unitaria. Il Governo non sia diviso anche su questo! Dite una parola unitaria, innanzi tutto, su cosa farà l'Italia affinché la risoluzione ONU sia emanata al più presto e su quali saranno i contenuti di tale risoluzione!
Seconda questione. Lei, signor ministro, non ha parlato dell'altra tragedia, parallela e strettamente concatenata a quella irachena: la tragedia del Medio Oriente. È illusorio pensare che si possa avere la pace in un luogo e la guerra in un altro. O vi è la pace in entrambi i luoghi, oppure la guerra in entrambi. Ignorare che la questione mediorientale è strettamente connessa a ciò che succede in quell'area credo sia un atto d'ingenuità politica, se non peggio.
L'Italia, paese importante dell'Unione europea, nonostante la conduzione del semestre italiano di Presidenza della stessa, può lavorare per un patto di associazione tra Israele, Palestina, Giordania ed altri paesi e la medesima Unione europea (come avvenne, credo, con paesi nordici che non facevano parte dell'Unione europea, con i quali si strinse un patto di alleanza).
Si possono integrare all'interno di un'area comune europea tali soggetti che, come sapete, non ne condivideranno le istituzioni, ma le politiche? Non è un modo per stemperare il conflitto? Non è un modo per far diminuire la tensione? Non è un modo per dimostrare che abbiamo un orizzonte più ampio? Infatti, se


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bisogna condurre la lotta (non la guerra) contro il terrorismo, credo ci siano arrivati insegnamenti sulla lotta contro il terrorismo.
Onorevoli colleghi, in questi banchi - lo sapete benissimo - non vi è mai stato nessun cedimento, nessun dubbio, su tale punto. Il problema è: come si conduce la lotta contro il terrorismo? Il terrorismo è aumentato, non diminuito. I pericoli sono aumentati, non diminuiti. Ciò vuol dire che la strada scelta è sbagliata. Questo è il punto che noi poniamo. Avete sbagliato strada!
È la politica che deve tornare. Ve lo sta dicendo L'Osservatore romano di oggi, non il gruppo dei Democratici di sinistra. Ve lo dice il generale Arpino (che ha parlato oggi), certamente più esperto di me in questioni militari. Ripeto: è la politica che deve tornare. La scelta della guerra è sbagliata.
Lavorare per un patto di associazione di paesi quali Israele, la Palestina, la Giordania (ossia quei paesi che possono essere con noi) è un atto di forza che stempera le tensioni. Lavorare affinché vi sia un'azione dell'Unione europea nei confronti di quella parte del mondo - prevalentemente islamico - che vive con 2 dollari al giorno e dove si contano 24 mila morti di fame al giorno è un punto essenziale di tale politica, non perché vi sia un rapporto tra povertà e terrorismo, ma perché il mondo povero è costretto dal terrorismo a guardare a noi come a coloro che li affamano. Sappiamo che non è così - almeno in parte -, ma dobbiamo dimostrarlo.
In tale ambito vi è il reclutamento, il consenso e il non impegno contro il terrorismo. Occorre una strategia globale. Infine, occorre che l'Unione europea conduca un'azione unitaria nei confronti del problema. Oggi non vi è nessuna azione unitaria.
È disposto, il Governo italiano, a chiedere una riunione per operare una valutazione, tra Capi di Stato e di Governo (o fra ministri degli esteri) sulla vicenda irachena? Abbiamo opinioni diverse, in Europa, ma non è possibile sedersi attorno a un tavolo e iniziare a discutere del dopo, del domani? O dobbiamo restare con opinioni diverse? Il fatto che Gran Bretagna, Francia e Germania si siedono ad uno stesso tavolo, pur avendo posizioni diverse sulla guerra, vuol dire che ciò si può fare.
Queste sono le nostre posizioni: risoluzione ONU con contenuti precisi; rapporto diverso con il Medio Oriente; impegno nei confronti delle questioni della fame e della miseria, che sono la palude nella quale il terrorismo può nascere. Sono tutti aspetti che consideriamo essenziali, indispensabili.
Noi riconsidereremo il senso della nostra presenza in Iraq, se non vi saranno rapidi e immediati atti politici del Governo che vadano in tale direzione. Riterremo, altrimenti, che tale presenza sarà, per noi, completamente esaurita (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo, Misto-comunisti italiani, della Margherita, DL-L'Ulivo e del gruppo Misto-SDI).

PRESIDENTE. Aggiorno i colleghi deputati sulla «contabilità» dei minuti utilizzati: ho fatto parlare 9 minuti, anziché 7, l'onorevole Adornato e l'onorevole Violante. Ciò varrà anche per l'onorevole Selva, che ha chiesto di parlare.
Ha facoltà di parlare, onorevole Selva.

GUSTAVO SELVA. Signor Presidente, onorevole ministro, ho molto apprezzato il tono sereno con cui lei ha annunciato una decisione difficile. Peraltro, quando si tratta della vita dei nostri soldati e degli uomini, è sempre difficile parlarne.
Tuttavia, onorevole ministro, concordo pienamente con lei sul fatto che oggi il ritiro dei nostri soldati sarebbe non soltanto una sconfitta per gli Stati Uniti, che pure sono nostri alleati, ma una sconfitta per la sicurezza e le prospettive della vita democratica degli iracheni, che vogliono lavorare per costruire un futuro di pace per sé stessi ed un più ordinato svolgimento della vita di tutti i giorni dopo la terribile dittatura di Saddam Hussein.
Credo che di Saddam Hussein cominciamo a vedere troppi «inni» anche nei


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cortei cosiddetti pacifici, dove viene mostrata la sua fotografia, per non temerlo. Il nostro ritiro non sarebbe la liberazione dall'occupazione americana, ma la ripresa di lotte tribali ed etniche, come abbiamo già visto nei giorni scorsi con l'uccisione di un capo sciita, della quale sarebbe responsabile un altro esponente sciita. Sarebbe la speranza per i nostalgici di Saddam Hussein, che non mancano neppure in Italia, di riacquistare un ruolo nelle forze armate e nella polizia, che potrebbero ritornare (dato che l'esperienza è già stata fatta) strumenti di persecuzione e di vendetta nei confronti dei suoi nemici politici.
Il risultato che potrebbe delinearsi nello scenario iracheno e mediorientale non è quello della «cacciata degli angloamericani», che vi sta tanto a cuore, ma quello che già abbiamo visto realizzato in Somalia, quando gli americani decisero di lasciare andare questo paese ad una deriva che ha determinato la rivalità del tribalismo, con i clan in lotta fra di loro, dei traffici illegali, degli aiuti al terrorismo e, comunque, di un disordine permanente da cui il popolo somalo non si è ancora potuto riprendere.
Onorevoli colleghi della sinistra, è questo che volete per l'Italia? Per uno spirito anti Bush, volete che gli americani ripetano gli errori che hanno compiuto in Somalia? Se è così, ditelo chiaramente e senza perifrasi.
L'Italia con il ritiro immediato dei suoi soldati - che voi chiedete - si assumerebbe la colpa di aver favorito (forse elettoralmente, per gli amici di Kerry) una decisione che farebbe cadere nel caos la situazione politica ed economica dell'Iraq. Una sconfitta così bruciante degli Stati Uniti d'America e dei suoi alleati in una battaglia importante della guerra contro il terrorismo darebbe forza a tutti coloro che considerano gli Stati Uniti d'America il «peggiore nemico» ed il «peggiore pericolo» per l'ordine mondiale (e voi sapete che, in primo luogo, questi sono proprio i terroristi). Si sentirebbe vincitore, Bin Laden, perché in un'area di vitale importanza vedrebbe sconfitto il «Satana americano» e vittorioso il fondamentalismo islamico.
Vi è la soluzione spagnola, dite voi. Anch'io, a tal proposito, ragiono come il collega Adornato: per cortesia, aspettiamo il 30 giugno per emettere giudizi così drastici. Zapatero, per ora, ha detto soltanto che la Spagna lascerà il campo il 30 giugno, se non vi sarà la missione dell'ONU. Ciò significa che la missione dell'ONU, volta a dare pace, ordine, scuole, lavoro e finalizzata ad eliminare i guerriglieri terroristi, ha bisogno soltanto del «cappello» dell'ONU, dal momento che le operazioni militari e politiche si stanno già svolgendo e non vedo come potrebbero cambiare volto mutando solo il «cappello».
Escludendo, dunque, che il solo cambio di «cappello» (il casco blu anziché le bandiere angloamericane di 36 altre nazioni) serva ad ottenere i risultati che noi vogliamo, ossia dare la democrazia, la pace e la libertà, il ritiro immediato sarebbe soltanto un modo per indurre l'ONU a non ritornare.
I terroristi che hanno fatto saltare la sede dell'ONU a Bagdad ed ucciso il vicesegretario generale Vera De Mello non hanno usato le manifestazioni ed i cortei pacifisti, bensì il tritolo. Se ciò dovesse servire a far fuggire addirittura gli alleati degli americani, stiamo pur certi che il rifornimento del tritolo per i guerriglieri crescerebbe.
Questo è il tema sul quale dobbiamo discutere; sulle ragioni e sui motivi possiamo anche, a volte, cercare soluzioni più problematiche. Oggi invece ci troviamo a fare i conti con questa realtà!
Il problema non è dunque rappresentato soltanto dal passaggio di consegne dall'amministrazione anglo-americana, per il quale è necessaria sicuramente la presenza dei nostri militari (immaginate cosa farebbe la nostra Barbara Contini, che si trova in quei luoghi, se non avesse la sicurezza che i militari possono proteggere il suo lavoro) bensì dalla vittoria - diciamolo sinceramente - nella battaglia dell'Iraq, per non incoraggiare, con il ritiro dei soldati oggi, il domani di un'altra


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missione per vincere quella «terza guerra mondiale» che il terrorismo ha scatenato contro il nostro mondo: la guerra iniziata l'11 settembre 2001 con l'abbattimento delle due torri gemelle e del Pentagono e sbarcata in Europa l'11 marzo scorso.
È una guerra da vincere non per orgoglio, non per appoggiare soltanto la presunta unilateralità degli Stati uniti d'America, che voi ritrovate come elemento negativo di questa battaglia, né tanto meno per una sete di potenza che voi attribuite agli Stati Uniti d'America, come dicono tutti coloro che vedono il nemico nell'America di Bush o addirittura nell'America tout court.
Lo so, ministro Frattini, credo che questo lo avvertiamo tutti: è difficile prendere decisioni che possono riguardare la vita dei nostri connazionali, ma è nell'ora delle decisioni difficili che si mettono alla prova, onorevoli colleghi, lo spirito ed il coraggio degli statisti.
Lo fece Churchill quando su Londra vi fu il pericolo dell'invasione di Hitler; oggi, contro la guerra mondiale del terrorismo - perché di questo si deve parlare - dobbiamo dimostrare la determinazione dei forti, dei convinti - passeremo anche alla fase politica e diplomatica -, perché in ogni caso l'Italia non può discostarsi - lo dico con grande chiarezza - dalla posizione degli Stati Uniti d'America, qualunque sia il presidente che guida questo paese.
Per questo, inviando un saluto ed un ringraziamento ai nostri militari, dico al Governo, al Presidente del Consiglio e al ministro degli esteri, ma vorrei dirlo anche all'opposizione più consapevole, che la vicinanza, onorevole Violante, ai nostri soldati non si dimostra soltanto attraverso le dichiarazioni, ma anche con gli atti politici che assumono le persone coraggiose (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale e del deputato La Malfa - Congratulazioni).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Castagnetti. Ne ha facoltà.

PIERLUIGI CASTAGNETTI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la situazione in Iraq non è più la stessa, ma la posizione del Governo italiano rimane la stessa. Questo è il problema!
Appena pochi minuti fa abbiamo avuto notizia del bombardamento della moschea di Falluja, che potrebbe provocare chissà quali reazioni.
Signor ministro, ci perdoni, ma noi non abbiamo colto, nella sua relazione, la piena consapevolezza del dramma nel quale il nostro paese si trova, all'interno di una situazione di evidente crisi che coinvolge l'intera coalizione dei cosiddetti paesi volenterosi. Manca, nel nostro Governo, la capacità di interrogarsi e di interrogare gli alleati sul cosa fare di fronte alla drammatica, anche se non imprevista, materializzazione dello spettro del Vietnam.
Mancano persino, a noi pare, allo stesso Governo tutte le informazioni necessarie in tali momenti. Basta mettere a confronto le interviste di alcuni nostri generali sui giornali italiani di questa mattina.
Noi, signor ministro, non vogliamo scappare dall'Iraq, ma vogliamo capire se la situazione sia già giunta ad un punto di non ritorno, un punto in cui forse è già troppo tardi per decisioni che dovevano essere prese prima. Lo chiediamo a lei, signor ministro. Non vi chiediamo di riportare a casa oggi stesso il nostro contingente militare; non vi chiediamo di esprimere il nostro stesso giudizio sulla follia di questa guerra; non vi chiediamo di rompere con gli Stati Uniti. Vi chiediamo di non ripetere ossessivamente le stesse valutazioni e le stesse parole con cui avete accompagnato la vostra decisione di mandare là un contingente italiano al quale, in ogni caso, va la nostra totale solidarietà.
Vi chiediamo da settimane di dirci come pensate se ne possa uscire, come si possa uscire da un dopoguerra armato che si è già trasformato in una guerra. In tale guerra anche il nostro paese, nonostante l'abilità e l'umanità dei nostri militari, è diventato parte. Come se ne esce?
Siete voluti andare là per dare una mano agli americani - unici responsabili,


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insieme ai britannici, di una guerra preventiva priva di legalità - con un contingente che, vogliamo ricordarlo, è il terzo contingente militare presente sul suolo iracheno dopo quello americano e quello britannico. Tale contingente avrebbe dovuto avere - voi ci avete detto questo e il Parlamento su questo ha deliberato - finalità umanitarie. Oggi ci troviamo oggettivamente, anche se non intenzionalmente, invischiati in una guerra. Signor ministro, è cambiata la condizione delle nostre truppe e nelle sue parole non abbiamo colto il dramma di tale cambiamento e neppure la consapevolezza.
Il generale Arpino, non certo un pericoloso oppositore politico, ieri sosteneva che occorrerebbero altri 320 mila uomini, ma non ci sono, neanche in America. Ne manderemo forse altri 50 mila - ha detto il generale Arpino - ma ha aggiunto che in tal caso, verosimilmente, le truppe di occupazione sarebbero costrette a rimanere blindate nei loro sei compounds collegati lasciando il resto del territorio in balia del caos. Come se ne esce?
Noi vi abbiamo indicato una strada: quella dell'ONU. Può non essere l'unica, ma almeno è una strada. La vostra qual è? Il Capo del Governo non può dire - come ha fatto ancora ieri - che anche con l'ONU non cambierebbe niente. No, cambierebbe molto! Cambierebbe il comando, non più tenuto da americani e britannici. Cambierebbe la composizione del contingente militare nel quale potrebbero entrare anche paesi non considerati ostili, come alcuni paesi arabi. Cambierebbero le aspettative sulla futura gestione del petrolio e le varie etnie e comunità religiose irachene potrebbero convincersi che quelle immense riserve di oro nero che il buon Dio ha collocato sotto i loro piedi rimarrebbero a loro disposizione per costruirsi il loro futuro. Questo significa il passaggio all'ONU. Così forse - nessuno ne ha la certezza - potrebbe spezzarsi la spirale di odio di quei popoli verso l'America e l'Europa. Si tratta della vera calamità politica che continuerà a sfidarci e terrorizzarci per lunghi anni ancora.
Tuttavia, l'ONU non si muove - lo ha ripetuto anche lei - non è operativa, è priva di arsenali al sole, è lenta, è senza soldi. Queste e molte altre sono le obiezioni. È giunto il tempo di smetterla con queste ipocrisie, signor ministro. L'ONU è ciò che l'Occidente, gli USA per primi, decidono che sia. Conta ciò che le potenze del Consiglio di sicurezza le consentono. Ha le risorse e i mezzi che le assegnano; esercita la sovranità politica e militare - chiamiamola così solo per capirci - che le viene riconosciuta.
Occorre muoversi, in particolare verso l'Europa, i cui vertici sono i Capi dei Governi riuniti in collegio. Bisognerà pure che qualcuno spieghi al nostro Presidente del Consiglio che il vertice dell'Europa non è il Presidente della Commissione europea, che ha solo il compito di custodire i trattati e di dare esecuzione alle delibere del Consiglio europeo (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo, dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e di deputati del gruppo Misto-Verdi-L'Ulivo).
Occorre costruire ciò che non si è voluto fare prima (soprattutto per responsabilità dell'Italia), cioè una strategia unitaria e compatta, che coinvolga tutti i grandi paesi dell'Unione, Francia e Germania in primis. Occorre assumere iniziative verso il grande alleato statunitense; se si è alleati, se si è amici, lo si è per poter assumere iniziative, per parlarsi, per dare consigli, per chiedere che vengano fatte certe cose. Occorre anche un'iniziativa verso la Russia e verso le Nazioni Unite.
L'unica cosa che non possiamo accettare, signor ministro, è la vostra inerzia, la vostra attitudine a decidere ciò che altri fanno accadere. Come vede, signor ministro, non vi abbiamo detto: subito a casa! Siamo pazienti e realisti, ma non possiamo essere complici della vostra inerzia. Per questo diciamo che se entro il 30 giugno questo non avverrà, chiederemo il ritiro del nostro contingente, non per viltà ma per serietà e responsabilità. La politica estera, soprattutto quando c'è di mezzo una guerra, non è descrizione, signor ministro, ma azione. Quei soldati italiani, che sono in Iraq, li sentiamo anche nostri, così


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come sentiamo anche nostra l'apprensione dei nostri concittadini dopo l'11 marzo di Madrid.
Per questo non ci bastano le promesse generiche. Lei, signor ministro, ci ha detto: stiamo lavorando, stiamo facendo. Vorremmo sapere che cosa state facendo. Dove? Quando? In che direzione? Con chi? Vogliamo sapere tutto. Abbiamo diritto, il Parlamento ha diritto di conoscere tutto di questa sciagura, che più passano i giorni più ci coinvolge, e possibilmente vorremmo saperlo non da un'agenzia di stampa straniera, come è accaduto ieri per le ultime vicende di Nassiryia. Siate meno reticenti, più aperti, più leali con il Parlamento e riceverete lealtà e responsabilità (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo, dei Democratici di sinistra-L'Ulivo, di Rifondazione comunista, Misto-Comunisti italiani e Misto-Socialisti democratici italiani - Congratulazioni).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Naro. Ne ha facoltà.

GIUSEPPE NARO. Desidero preliminarmente esprimere apprezzamento al ministro Frattini, per la puntuale ed efficace informativa. In Iraq la situazione si è fatta più incandescente. Esistono gruppi sedicenti politici che apparentemente sono riconducibili a posizioni religiose estreme di minoranza della realtà sciita ed anche di quella sunnita, ma che nella sostanza sono espressione di vere e proprie bande, guidate da fomentatori del terrore globale. Tali gruppi da qualche giorno stanno mettendo a ferro e fuoco l'Iraq. L'obiettivo, come da tempo si paventava, si sta manifestando in tutta la sua evidenza: impedire il passaggio dei poteri tra forze alleate e Governo provvisorio iracheno, già fissato per il prossimo 30 giugno. Il passaggio dei poteri, infatti, agevolerebbe il cammino verso l'emancipazione e la democrazia del paese. Per questo i terroristi vogliono (e lo chiedono a gran voce) che i contingenti stranieri lascino il suolo iracheno. Solo nel caos la violenza prende il potere, solo nel voto libero un popolo autodetermina il proprio benessere.
Per la prima volta dalla fine della guerra gli attacchi sono mirati e simultanei, come già si era verificato l'11 settembre 2001 a New York e a Washington o l'11 marzo scorso sui treni che convergevano su Madrid o come ancora sarebbe potuto avvenire nei giorni immediatamente precedenti se fossero andati in porto gli attentati, di cui i lanci di agenzia hanno dato notizia nella giornata di ieri.
A Londra è stato scoperto dai servizi segreti britannici e statunitensi un mancato attacco chimico, mentre ad Amman in Giordania è stato sventato un attentato all'ambasciata americana, secondo fonti USA.
Tutto il mondo è in allarme sia per le minacce del gruppo integralista Ansar Al Qaeda di trasformare la Spagna in un inferno se non saranno ritirate le truppe dall'Iraq e dall'Afganistan, sia per la coincidenza della Pasqua ebraica e di quella cristiana nella giornata dell'11 aprile prossimo (ben sappiamo quale importanza rivesta per il terrorismo stragista di Al Qaeda la valenza di questo numero se riferito alla progettazione degli attentati). Ne consegue che la situazione irachena non resta circoscritta alla sola area mediorientale, ma interessa tutti i paesi occidentali e quei paesi arabi retti da governi moderati: ad entrambi punta il terrore della strategia globale. Questo è il motivo per cui oggi non possiamo cedere alle milizie sciite.
Nessuno può assumersi la responsabilità di ritirare le truppe. Se lo si facesse, si condannerebbe quel popolo ad un ulteriore deterioramento delle sue già precarie condizioni ed, inoltre, tutti i paesi del mondo cosiddetto civile rimarrebbero sotto la costante minaccia di un terrore cieco che, al valore della vita, antepone l'esaltazione dei kamikaze. Il ricatto diverrebbe la nostra tomba; così come non ci sogneremmo di sollecitare il Governo, qualora si aggravasse la situazione in Kosovo, a ritirare i nostri militari impegnati in quella zona.
Quanto sta accadendo in Iraq è per noi motivo di preoccupazione, ansia e forte trepidazione per i nostri ragazzi, ma an


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che per i tanti giovani di altri paesi che mettono a rischio la propria vita per garantire la pace in un'area che potremmo definire esclusiva. Tanti sono i morti tra i manifestanti ed anche tra la folla: bambini, donne ed anziani, incolpevoli vittime.
Il Presidente del Repubblica, nella qualità di rappresentante di tutta la nostra patria, ha immediatamente espresso la sua vicinanza ai nostri soldati feriti, la solidarietà e l'apprezzamento per l'apporto del nostro contingente, sempre ispirato al perseguimento della pace. Lo ha fatto anche lei, Presidente Casini, estendendo la solidarietà anche alle vittime di questa assurda tragedia, giovani militari ed incolpevoli civili.
Il maggiore Schiavoni, portavoce del contingente militare, pur riconoscendo la fluidità della situazione, ha dichiarato: da Nassiriya non ce ne andiamo. Vi sono atti di orgoglio e di irresponsabilità che convivono con le ansie prodotte dalle difficili situazioni in cui quegli uomini operano. Ecco perché i nostri ragazzi si aspettano dalla loro patria un messaggio che faccia sentire loro il paese tutto unito. Sarebbe l'ideale che l'Assemblea esprimesse all'unanimità una tale riconoscenza. È stato così per i morti, per i feriti e per quanti si trovano in quel luogo per portare la pace.
Signor Presidente della Camera, signor ministro, chiedo che venga fatto il possibile perché le istituzioni, delle quali siete autorevoli rappresentanti, promuovano qualcosa di concreto ed importante, perché il sentimento del paese reale sia loro rappresentato in maniera forte ed appropriata (un titolo di merito, ad esempio).
La linea emergente nel paese ed, in maniera meno evidente, in quest'aula è che l'Iraq non debba essere abbandonato e che il terrorismo vada contrastato in maniera energica. Diamo atto al Governo di essersi puntualmente e coerentemente mosso sul tema in discussione, così come anche la sua informativa, onorevole Frattini, ci ha consentito di verificare.
Certamente si è impegnato per un coinvolgimento più chiaro e più diretto dell'ONU, come veniva ed ancora viene chiesto da più parti, ma l'avallo è stato già concesso dall'ONU, con la risoluzione n. 1511 e, conseguentemente, ogni riserva sarebbe dovuta essere già rimossa da tempo. Comunque, una nuova risoluzione sarebbe opportuna ed in merito a ciò è impegnato anche il Governo per venire incontro alle preoccupazioni avanzate da alcuni paesi, per consentire al concerto europeo di essere più unito e consapevole del mandato presente e futuro.
Riteniamo, infatti, che debba essere riconosciuto, con la copertura politica che merita, il ruolo di garante che l'ONU è chiamata a svolgere, soprattutto per quanto concerne il percorso che, dopo il passaggio dei poteri, porterà gli iracheni alle libere elezioni.
Concludo osservando che, come da più parti richiesto, occorre che l'Europa, in questo momento veramente difficile per la storia dei popoli, si pronunci con una sola voce, perciò la firma della nuova Costituzione non deve subire rinvii.
Il Consiglio di Bruxelles del 25-26 marzo ha assunto decisioni importanti per quanto riguarda la lotta al terrorismo, ma tale lotta perde di efficacia se non si estirpa una delle sue più deleterie radici: la situazione irachena accoppiata, purtroppo, a quella israelo-palestinese.
Il terrorismo globale non sarà più un problema se le due battaglie saranno vinte e se insieme ad esse lo sviluppo, il benessere e la dignità di uomini e donne diverranno responsabilità di tutte le nazioni (Applausi dei deputati dei gruppi dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro, di Alleanza nazionale e del deputato La Malfa).

PRESIDENTE. Rivolgo un saluto al preside, agli insegnanti, al personale e agli alunni della classe III della scuola media di Muro Lucano e Castelgrande, in provincia di Potenza (Applausi).
Ha chiesto di parlare l'onorevole Deiana. Ne ha facoltà.

ELETTRA DEIANA. Signor ministro, innanzitutto voglio esprimere a nome del mio gruppo la profonda insoddisfazione e


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la critica più netta per il modo con cui il Governo ha deciso di affrontare in sede parlamentare le ultime drammatiche vicende irachene, attraverso un dibattito frettoloso, con informative separate, vale a dire la sua, signor ministro, e quella del ministro Martino nella riunione congiunta delle Commissioni difesa di Camera e Senato. Entrambe le informative appaiono assolutamente incongrue rispetto alla necessità di un vasto ed approfondito confronto parlamentare sulla vostra scelta nefasta di andare in guerra e su quanto sta accadendo.
Non potete più nascondervi dietro l'alibi del terrorismo, siete obbligati a capire e a fornirci informazioni su quanto sta avvenendo in quei territori, sul complesso processo di mobilitazione di settori crescenti di popolazione, che è cosa altra e diversa dai colpi di coda dei manipoli di Saddam Hussein e dalle azioni terroristiche dei seguaci di Al Qaeda, che sicuramente operano ed hanno operato, ma che non esauriscono quanto sta avvenendo in quel paese.
Il suo Governo, signor ministro, trascinando il nostro paese nell'avventura della guerra preventiva contro l'Iraq, ha provocato una rottura di inaudita violenza nell'ordine costituzionale e oggi occorre ribadirlo con forza di fronte a quanto sta succedendo.
È veramente sconvolgente constatare la ritualità, la mancanza di intelligenza politica con cui vi confrontate rispetto a quanto sta avvenendo. Vi chiedo quando la smetterete di cianciare vanamente di fronte ad ossequiose telecamere - come ha fatto ieri il Presidente del Consiglio nel tranquillo salotto di Vespa -, parlando di pace, democrazia e aiuti umanitari per l'Iraq. Ancora oggi abbiamo dovuto subire chiacchiere di questo genere!
Cos'altro deve succedere perché proviate vergogna delle vostre parole? Cosa si deve fare per impedire che lei, signor ministro, e il suo premier decidiate, già in sedi diverse dalle aule parlamentari, che le forze militari italiane restino in Iraq oltre il 30 giugno?
I militari italiani, signor ministro, hanno sparato contro una folla nella quale si mescolavano gente comune e uomini armati. Che tali forme e tali mescolanze si formino è normale, succede sovente in situazioni come quella dell'Iraq di oggi, quando si sviluppano - come lì si stanno vistosamente sviluppando - pratiche di insofferenza, insubordinazione e vera e propria resistenza popolare contro le truppe occupanti. Di ciò si deve parlare, vale a dire di una presenza italiana in Iraq che oggi è segnata dal sangue e che è destinata sempre più ad alimentare la drammatica spirale di violenza in quel paese e in altre parti del mondo.
Il suo Governo si è reso responsabile di un gravissimo e aperto atto di guerra; è responsabile dei feriti italiani ed anche dei morti iracheni, 15 come dicono le cronache, tra cui donne e bambini. È corresponsabile, inoltre, del bombardamento sulla moschea di Falluja.
Abbiamo più volte chiesto nei mesi scorsi che ci venissero spiegate nei dettagli le regole di ingaggio dei militari italiani, ma non avete mai risposto. Abbiamo più volte chiesto quali fossero i rapporti tra il comando italiano e quello angloamericano, perché da quest'ultimo dipende il nostro contingente. In particolare, abbiamo chiesto di sapere se ci fosse - e quale fosse - il margine di autonomia del contingente italiano rispetto ad ordini insensati che provenissero da quello angloamericano. Non avete mai risposto e neanche lei ha detto oggi nulla in proposito, così come il ministro Martino non ci ha informato su tali aspetti.
È stato sulla base di un ordine angloamericano, a quanto dicono le cronache, che i militari italiani hanno ricevuto l'ordine di sgombrare a Nassiriya uno o due ponti, non si sa con esattezza quanti, occupati dalla folla.
Per tutti questi motivi, chiediamo l'istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta per accertare la verità sui fatti, per fare chiarezza su come e perché il contingente italiano abbia ricevuto quell'ordine, in una situazione così confusa e così rischiosa. Vogliamo avere informazioni


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su come e perché il contingente italiano si sia attenuto alle indicazioni del comando angloamericano e quali siano le responsabilità di questa avventura militare.
Voi continuate ad essere subalterni ed inerti di fronte a quello che decide l'amministrazione Bush, di fronte all'agenda statunitense che dispone in merito ai meccanismi che dovrebbero garantire, entro il 30 giugno, la cosiddetta transizione democratica. Ho già detto, a proposito di questa guerra, che gli dèi accecano coloro che vogliono perdere: a voi sta accadendo questo.
Ribadiamo la nostra posizione: l'unica politica realistica, oggi come ieri, è quella che noi, insieme con la stragrande maggioranza dell'opinione pubblica del nostro paese, ma non soltanto del nostro, abbiamo invocato in tutti questi mesi e che il grande movimento pacifista ha portato in piazza il 20 marzo scorso. Sono due i punti, chiari e semplici, su cui dobbiamo costruire questa nuova politica, realizzare quella svolta, che non può limitarsi ad essere solo un cambio di cappello sulla situazione attuale, non può essere soltanto rappresentata da una risoluzione dell'ONU, che si limiti a giudicare positivamente lo statu quo e a prevedere che gli Stati Uniti possano continuare a spadroneggiare, purché ci sia il cappello delle Nazioni Unite. I punti di svolta sono invece il ritiro immediato dell'esercito statunitense e delle forze militari loro alleate, Italia in primis, insieme all'assunzione contestuale di una responsabilità netta, totale, trasparente, chiaramente individuata come tale, da parte della popolazione irachena e dei soggetti che oggi si stanno muovendo contro l'occupazione angloamericana. Non parlo soltanto, quindi, di quelli che gli americani hanno definito come buoni, ovvero gli «yes men» iracheni, ma anche dei cosiddetti cattivi, ovvero quelli che a loro si oppongono. È importante che si tratti di un'assunzione di responsabilità netta, totale e trasparente, percepita come tale dall'insieme della popolazione irachena, da parte anche di uno schieramento di forze di pace formato rigorosamente da quei paesi che non hanno partecipato in alcun modo alla guerra. Mi riferisco ai paesi dell'Europa della pace ed a quelli della Lega araba, sotto la direzione incondizionata dell'ONU.
È questo l'unico modo per operare una vera e propria soluzione di continuità rispetto alla guerra, per offrire un segno tangibile di pace e di rispetto nei confronti della popolazione irachena, per spezzare quella micidiale connessione tra guerra e terrorismo che si sta sviluppando in tutto il mondo. Occorre interrompere anche il collegamento tra il Governo di occupazione e il caos montante in Iraq, affrontandolo anche con la consapevolezza che non si può definire solo come terrorismo quanto sta accadendo in quel paese. Così si sfalda quel paese, che è già ridotto a un ammasso di rabbia, sofferenza e risentimento antioccidentale, con il rischio che si scavi un solco incolmabile tra quella parte di mondo e l'Occidente.
Faremo tutto ciò che è umanamente possibile per restituire il nostro paese al compito straordinario di agente attivo, di pace e di pacificazione - tra pace e pacificazione c'è un nesso, altrimenti non si comprende a cosa ci si riferisca quando si parla di pacificazione - che la Costituzione ci impone (Applausi dei deputati dei gruppi di Rifondazione comunista e Misto-Verdi-L'Ulivo. Congratulazioni).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Armando Cossutta. Ne ha facoltà.

ARMANDO COSSUTTA. Signor Presidente, signor ministro, è sempre più grande la nostra angoscia per la situazione in Iraq, per i morti di qualche mese fa, per i feriti di questi giorni e per i morti che continuano a succedersi in quella terra martoriata. È di oggi la notizia dell'aggressione americana a una moschea, luogo sacro, in cui sono stati uccisi quaranta iracheni.
Ancora più grande è la nostra collera contro questo Governo, che ha ingannato il paese dicendo che saremmo andati a svolgere un'azione umanitaria e ha trascinato


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i nostri soldati in un'azione di guerra. Li ha ingannati: è di oggi la notizia, pubblicata dalla stampa, che alcuni di quei ragazzi hanno mentito alle proprie famiglie dicendo che sarebbero andati nel Kosovo, e dunque le famiglie non sapevano che si sarebbero recati in Iraq.
Il Governo ha abbandonato i nostri soldati a se stessi e al proprio destino, come emerge dalle dichiarazioni, colme di cinismo, rilasciate dal Presidente del Consiglio, il quale, di fronte all'emozione di larga parte dell'opinione pubblica, ha osato dire che quei soldati sono volontari e sono ben pagati: in tal modo li ha abbandonati al proprio destino.
Il Governo ha portato il nostro paese in una guerra ingiusta, che tutto il mondo ha condannato e che oggi determina, non soltanto per quel paese, situazioni ancora più tragiche rispetto al passato e che contribuisce a fomentare, anziché a combattere e a vincere, il terrorismo.
Di fronte a tale situazione che di giorno in giorno si fa più grave, più angosciante e più pericolosa, è necessario assumere una decisione urgente per uscirne e per fare uscire l'Italia e i nostri soldati da questa tragedia, richiamandoli in patria. Occorre assumere una decisione politica: non vogliamo lasciare l'Iraq a se stesso e privarlo dell'aiuto proveniente da ogni parte del mondo affinché possano ristabilirsi la sicurezza e la possibilità di sviluppo. Occorre contribuire a spingere le Nazioni Unite ad inviare in Iraq truppe provenienti da numerosi paesi del mondo sotto il comando delle Nazioni Unite stesse e non delle forze statunitensi, che hanno condotto la guerra, bombardato e ucciso, che sono considerate truppe di occupazione e che sollevano di giorno in giorno, fra i sunniti, gli sciiti e tutte le comunità, odio e rancore nei loro confronti e, purtroppo, anche nei confronti di tutto l'Occidente.
Va dunque compiuta una scelta politica per spingere le Nazioni Unite ad assumersi fino in fondo le proprie responsabilità, con la presenza di truppe di numerosi paesi e sotto il comando non più statunitense ma delle Nazioni Unite stesse.
A questo deve contribuire la nostra decisione, la decisione di un grande paese come l'Italia, la decisione del ritiro immediato delle nostre truppe, che è un fatto non soltanto umanitario ma, in questo caso, anche politico, perché può contribuire a far cambiare politica in Medio Oriente agli stessi Stati Uniti d'America.
Se Israele rifiuta la possibilità di un accordo di pace, se Israele giunge alle aberranti posizioni che abbiamo avuto sotto gli occhi negli ultimi giorni è anche perché il mondo intero consente ad Israele di continuare a fare quello che sta facendo, in primo luogo gli Stati Uniti d'America.
Una nostra decisione può servire per l'Italia, può servire per l'Europa, può servire per una politica di pace in Medio Oriente e in tutto il mondo (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Comunisti italiani e di Rifondazione comunista e di deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo - Congratulazioni).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Potenza. Ne ha facoltà.

ANTONIO POTENZA. Signor Presidente, noi non cambiamo idea: quello che sta succedendo è terribile, ma purtroppo era prevedibile. Esprimiamo la profonda partecipazione ai nostri militari per la situazione di tensione e di difficoltà in cui essi si trovano in queste ore. Andarsene adesso non è possibile, sarebbe sbagliato, ma tanto più, se bisogna restare - e in questo momento restare sembra inevitabile -, occorre farlo in un quadro diverso, un quadro che sia garantito dalle Nazioni Unite, con una forte partecipazione degli altri paesi arabi.
Sono queste le parole del Presidente Prodi in un'intervista apparsa oggi su un autorevole quotidiano italiano e l'UDEUR-Alleanza Popolare le fa proprie, perché in linea con la nostra posizione politica, manifestata a più riprese nei vari dibattiti parlamentari. Le ragioni di ieri sono più che confermate dagli avvenimenti drammatici di queste ultime ore. L'Italia non può ritirarsi di fronte all'esplodere del


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terrorismo organizzato, ma non può nemmeno partecipare all'imposizione di strategie e provvedimenti estranei ad un mondo di cui siamo tutti tenuti a rispettare la cultura, le tradizioni, la fede religiosa e la storica civiltà.
Quelle che non comprendiamo, perché non sono affatto chiare, sono le iniziative che il Governo italiano sta assumendo, sia per rilanciare una presenza veramente attiva delle Nazioni Unite sia per correggere, integrare e colmare le evidenti e gravi lacune della gestione politica in Iraq da parte del Governo americano e del suo rappresentante in quel paese. Se poi a tutto questo si aggiungono i bombardamenti di oggi, la situazione diventa sempre più drammatica e senza soluzione.
Ecco perché occorre che il Governo italiano faccia qualcosa di più, spingendo l'amministrazione americana a ricercare soluzioni di pace e non di guerra (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-UDEUR-Alleanza Popolare e della Margherita, DL-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Intini. Ne ha facoltà.

UGO INTINI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor ministro, maggioranza e opposizione si trovano di fronte ad una tragedia e ad una emergenza nazionale. L'opinione pubblica perciò non perdonerà né propaganda né strumentalizzazioni. Diciamo con toni pacati la verità e cerchiamo una soluzione.
Questa guerra è paradossale, perché ormai non si sa più per quale motivo è iniziata. Non perché Saddam avesse armi di distruzione di massa, non perché fosse legato al terrorismo islamico e al fondamentalismo; anzi, Saddam fece uccidere il padre dell'ayatollah che oggi guida gli sciiti contro i nostri soldati. I seguaci di Saddam e i fondamentalisti si ammazzavano tra di loro; adesso si sono uniti per ammazzare noi!
Occupare l'Iraq è stato l'errore catastrofico di Bush che suo padre stesso aveva sconsigliato; l'errore dell'Italia è stato quello di seguire l'America e di intervenire pensando di mandare i soldati in una missione di pace. Credevamo che la guerra fosse finita e, invece, la guerra era appena iniziata. Su questo punto mi sono sbagliato anch'io.
Ciò detto, è inutile recriminare: bisogna uscire dalla trappola. Il Governo non può fingere che il problema non esista e fare propaganda sostenendo che siamo in Iraq perché siamo amici degli americani e nemici del terrorismo. Noi potremmo chiedere al Governo perché mai l'Italia sia nella trappola irachena ed il Canada no: forse perché i canadesi sono meno amici degli americani?
Una parte dell'opposizione non può manifestare chiedendo il ritiro immediato di tutte le truppe occupanti e l'intervento delle Nazioni Unite. Ci si deve domandare responsabilmente: e nel frattempo? Nel frattempo, ci sarebbe un bagno di sangue inimmaginabile tra gli iracheni; nel frattempo, l'Iraq si trasformerebbe nel quartiere generale del terrorismo islamico mondiale, e quest'ultimo è un pericolo mortale non solo per gli Stati uniti d'America, ma anche per tutti noi.
Non si può, dunque, restare in Iraq in queste condizioni, ma neppure si può andare via lasciandosi alle spalle una polveriera incontrollata. Non si può seguire la politica catastrofica di Bush - che rischia, tra l'altro, di estendere il conflitto all'Iran -, ma neppure si può spezzare, di fronte alla minaccia comune del terrorismo, l'alleanza tra l'Europa e gli Stati Uniti, perché Bush passa, ma l'America resta.
La strada tra questi due precipizi è stretta, ma deve essere percorsa, anche per dare un aiuto concreto ai nostri soldati, cui va la nostra solidarietà. La strada è stretta, ma può essere percorsa se ritornano la politica e la diplomazia. La responsabilità per la transizione democratica in Iraq deve passare dagli Stati Uniti alle Nazioni Unite: lo chiede oggi anche L'Osservatore Romano. L'unica speranza, l'unica strada è questa: l'internazionalizzazione della crisi. Il Governo italiano si unisca a quello spagnolo per percorrerla, consapevole che il precipitare della crisi richiede tempi ancora più stretti ed una tremenda accelerazione dell'azione diplomatica.


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Paradossalmente, l'errore di inviare truppe italiane dà a noi, come alla Spagna, una forte capacità di pressione sull'amministrazione Bush. Usiamo tale capacità di pressione fino in fondo, spiegando con chiarezza che ritireremo le nostre truppe entro il 30 giugno se le Nazioni Unite non assumeranno la guida della crisi. Questo un'opposizione responsabile può e deve chiedere al Governo, con un'urgenza moltiplicata dal continuo aggravarsi della situazione.
Vorrei concludere osservando che non deve stupire la divisione dell'opposizione sull'Iraq, ma deve stupire l'unità della maggioranza. Il Papa era contrario alla guerra, ma i cattolici della maggioranza - tutti - sono invece a favore. La Casa delle libertà sta per lo più nel Partito popolare europeo, dove alcuni sono favorevoli alla guerra ed altri, come Chirac e Giscard, sono contrari.
La destra europea è divisa, ma solo la destra italiana sembra unita nel non avere dubbi: è meglio che la destra italiana alimenti dubbi e spirito critico, prima che sia troppo tardi (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Socialisti democratici italiani, dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e Misto-Verdi-L'Ulivo)!

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Pecoraro Scanio. Ne ha facoltà.

ALFONSO PECORARO SCANIO. Onorevole ministro, la sua relazione è veramente imbarazzante, perché lei è venuto alla Camera per dirci che non c'è la guerra!
Non so se forse gli impegni del suo Ministero le rendano difficile seguire le televisioni, ma purtroppo basta guardare la cronaca, anche quella trasmessa dai nostri telegiornali, che vogliono adottare, per quanto con difficoltà, un patriottismo che risulta imbarazzante quando si scontra con la verità. Infatti, quanto vediamo ogni giorno sulle emittenti di tutto il pianeta è una condizione di conflitto continuo e crescente.
Noi Verdi eravamo presenti in quest'aula, ed allora abbiamo affermato con chiarezza che non ci fidavamo delle rassicurazioni - peraltro, un po' sui generis - date da questo Governo, il quale sosteneva di voler inviare una missione umanitaria perché occorreva allestire un ospedale a Baghdad; successivamente, ci è stato detto che dovevamo restaurare i monumenti e sistemare i reperti dell'antica civiltà assiro-babilonese nel museo di Baghdad.
Ci avete preso in giro, ed è insopportabile che oggi veniate nuovamente a riferire che in Iraq stiamo prestando cure e sistemando monumenti all'indomani della tragica evenienza in cui le nostre forze armate hanno dovuto sparare sui civili iracheni: è questo il dato!
La colpa non è certo dei giovani, che avete mandato sotto gli ordini di un'occupazione militare, vissuta come tale dalla popolazione. In un dibattito su Sky il corrispondente del quotidiano Il Sole 24ore, che non è propriamente un giornale di estrema sinistra, diceva una cosa elementare, cioè che l'ostilità della popolazione civile contro le truppe di occupazione ormai è palpabile, diffusa e radicata. Stiamo costruendo una condizione pazzesca! La situazione è precipitata! Non vi è una guerra tra sciiti e sunniti che dobbiamo calmare. C'è la rivolta progressiva, sicuramente fomentata dalle parti più radicali delle comunità degli sciiti e dei sunniti, contro l'occupazione militare occidentale. Questo è il dato: come si fa a dire che non è così? La guerra c'è! È in corso. E voi qui non venite a chiedere - cosa che potreste fare per lealtà - di cambiare il mandato dicendo, chiedendo a questo punto al Parlamento italiano di entrare in guerra. Perché non avete il coraggio, perché sapete che sarebbe contro la Costituzione italiana che, all'articolo 11, vieta una guerra offensiva e ripudia in ogni caso la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti.
Altri governi hanno fatto scelte sbagliate, ma non al punto di mentire al Parlamento, come invece si arriva a fare con questa vicenda paradossale italiana.
La situazione è drammatica: noi chiediamo il ritiro della missione italiana, perché quella missione umanitaria, richiesta


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come tale, non ha ragione di essere in una guerra. O venite e chiedete di entrare in guerra - e noi non solo vi voteremo contro ma alimenteremo la massima mobilitazione popolare contro questa follia - oppure è insopportabile che continuiate a far finta di nulla e ad affermare che la guerra non c'è.
Il ritiro è l'unica soluzione possibile che obbliga peraltro anche il comando angloamericano a riflettere sulla necessità immediata di dare il via libera ad una sostituzione da parte delle truppe di pace dell'ONU rispetto a quella che oggi è vista come un'occupazione militare. Non è vero che stiamo difendendo i civili iracheni nei confronti di alcune truppe o alcuni miliziani. In realtà, ci troviamo drammaticamente in una condizione pazzesca, in cui, a causa delle regole cosiddette di ingaggio - cui fa riferimento Martino -, i nostri soldati sono stati costretti a sparare sulla popolazione civile: questo è il dato! Quando poi si afferma che è necessario un attacco a tutti i miliziani di Al Sadr, come chiedono i comandi americani, occorre ricordare che si tratta di ventimila persone armate!
È peraltro evidente che vi è la necessità impellente del ritiro. Il ministro faceva riferimento ai rapporti con la Lega araba: ebbene, la Lega araba ha chiesto di porre fine all'assedio delle città e all'attacco delle truppe di occupazione nei confronti dei civili iracheni. Questo è quello che ha chiesto ufficialmente - ed è di oggi la notizia - il rappresentante della Lega araba. Allora noi chiediamo al Governo di avere il coraggio di riconoscere che questa è un'avventura drammatica che rischia di essere foriera di guai e di disastri.
Non vogliamo che alla sanguinosa dittatura di Saddam - e concludo, Presidente - si sostituisca una sanguinosa occupazione militare, poiché siamo vicini a tutte le vittime e riteniamo che questa guerra sia gravissima e che si rischi di lasciare l'Iraq in condizioni drammatiche, come accadde in Somalia o in altri paesi dove la guerra ha lasciato solo disastri, morti e miserie.
Chiediamo dunque al Governo, mobilitandoci come cittadini italiani, l'immediato ritiro delle truppe e l'immediata fine dell'occupazione militare in Iraq.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Craxi. Ne ha facoltà.

BOBO CRAXI. Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, anzitutto, mi unisco ai sentimenti di solidarietà nei confronti dei militari italiani presenti in terra d'Iraq, già espressi da altri colleghi. D'altro canto, mi unisce ad altri colleghi la consapevolezza che quella che abbiamo di fronte è un'escalation violenta e preoccupante, da affrontare, prima di tutto, con le armi della politica. L'ultima cosa da fare, in questa vicenda, è quella di sottrarsi alle responsabilità, ma, allo stesso modo, dopo essersi assunti delle responsabilità, l'ultima cosa da fare è anche quella di agire senza essere pronti a predisporsi ad una nuova fase politica e militare.
Insomma, proprio in virtù della posizione che abbiamo assunto, proprio in virtù del carattere dell'alleanza che abbiamo stabilito con l'Amministrazione americana, dobbiamo esprimere il nostro pensiero ad alta voce: senza una politica efficace, condivisa non dalla maggioranza dell'opinione pubblica europea, ma dalla maggioranza del popolo iracheno, possiamo soltanto prepararci al peggio. La stabilizzazione e la ricostruzione democratica potranno avvenire soltanto se più larga e convincente sarà l'opera di sostegno di quelle popolazioni.
La presenza occidentale non può più essere rappresentata soltanto dalla cosiddetta coalizione dei volenterosi. Vi sono questioni sulle quali la comunità internazionale e le forti democrazie occidentali hanno assunto alcuni impegni: impegni che non hanno fatto alcun passo in avanti in alcuna direzione! Gli errori che sono stati commessi sono sotto gli occhi di tutti, a partire dal ritardo e dalle inadempienze con cui è stata affrontata la questione palestinese. Lo stesso impegno del nostro paese, lo stesso prolungamento della missione,


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di cui ha parlato il Presidente del Consiglio, hanno senso soltanto se, in prospettiva, subito, vi sarà la forza per rompere questo stato di cose, per rilanciare una politica efficace volta alla stabilizzazione dell'area, condivisa ed apprezzata dalle parti, per rilanciare un'azione multilaterale ed il formale coinvolgimento delle Nazioni Unite (questione non più eludibile). Vi sono argomenti forti che debbono essere sostenuti con energia.
Mi auguro, ministro Frattini ...

PRESIDENTE. Onorevole Craxi...

BOBO CRAXI. ... che lei lo faccia, affrontando a testa alta l'Amministrazione americana e ragionando con essa ad alta voce e da pari.
Senza un immediato ed efficace cambio di strategia politica, si può soltanto preparare quel peggio che, invece, io ed i Socialisti crediamo debba essere scongiurato (Applausi dei deputati Milioto e Maura Cossutta).

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Craxi.
Ha chiesto di parlare l'onorevole La Malfa. Ne ha facoltà.

GIORGIO LA MALFA. Signor Presidente, signor ministro, onorevoli colleghi, a chi è stato contrario alla guerra, a chi è stato contrario anche alla partecipazione italiana alla ricostruzione postbellica in Iraq, a chi è stato contrario al finanziamento della missione italiana, appare comprensibile e legittimo chiedere, oggi, che, di fronte ad una situazione indubbiamente più grave, l'Italia si ritiri. Perciò, capisco bene la posizione dei colleghi di Rifondazione comunista, dei Comunisti italiani, dei Verdi e di quanti sostengono, appunto, tale tesi.
Tuttavia, signor Presidente, signor ministro, questa è la posizione di una minoranza dell'opposizione. Il dibattito odierno ci offre l'occasione di constatare che dai colleghi che rappresentano la maggioranza dell'opposizione non viene la richiesta di un ritiro immediato. Ovviamente, vengono usati toni diversi: l'onorevole Violante non ha indicato una data, ma un'iniziativa politica; l'onorevole Castagnetti ha affermato che, se quell'iniziativa non avrà luogo entro il 30 giugno, allora ci si dovrà ritirare; gli onorevole Intini e Potenza, invece, hanno detto che sarebbe sbagliato ritirarsi, mentre il professor Prodi, che dovrebbe essere il leader della coalizione, ha dichiarato testualmente: andarsene adesso non è possibile e sarebbe sbagliato.
Ad ogni modo, si tratta di posizioni molto diverse. Ciò costituirà un problema per l'opposizione quando, alle prossime elezioni, o alle future elezioni politiche, vorrà presentarsi come uno schieramento pur essendo così divisa su temi fondamentali di politica estera.
Tuttavia, non è questo, oggi, il tema.
Oggi, a mio avviso, il Governo può prendere atto che una larga parte del Parlamento è contraria ad un immediato ritiro. Dunque, da questo dibattito emerge che una larga maggioranza del Parlamento ritiene che sarebbe un disonore per l'Italia ritirarsi e che il Governo fa bene a seguire la via dell'onore, a non ritirarsi dall'Iraq e ad agire per coinvolgere l'ONU, la NATO e la comunità internazionale.
Per questo motivo, signor ministro, forte di questa mia valutazione, i deputati Repubblicani non possono che confermare molto fermamente il consenso per l'azione che il Governo sta svolgendo.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, a titolo personale, l'onorevole Vertone. Ne ha facoltà.

SAVERIO VERTONE. Signor Presidente, mi rivolgo a lei perché non ritengo valga la pena contestare le dichiarazioni del ministro (d'altra parte, sono già state ampiamente contestate); esse non meritano altra attenzione.
Meritano invece attenzione le parole che lei ieri ha pronunciato; esse mi hanno colpito molto, considerata l'ammirazione ed il rispetto che nutro nei suoi confronti. Ieri lei ha dichiarato che le nostre truppe sono in Iraq per una missione di pace.
Signor Presidente, mi consenta di farle osservare che Parlamento significa luogo in


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cui possiamo parlare e scambiarci utilmente le informazioni. Il significato delle parole deve essere condiviso; il consenso su tale significato deve essere bipartisan. Non si può divaricare il significato delle parole dal loro uso oltre un certo limite, pena l'incomunicabilità. Lei tuttavia insiste nel ritenere che le nostre truppe siano state mandate in Iraq per compiere una missione di pace mentre lì infuria la guerra, una guerra classica che ci fa assistere ad un'insurrezione popolare di massa contro eserciti di occupazione, tra cui il nostro (abbiamo mandato i soldati con i fucili ed il biberon inserito nella canna; ciononostante, i fucili sparano e non sparano certamente bottiglie di latte!).
Signor Presidente, ribadisco la stima e l'ammirazione che nutro nei suoi confronti, ma ritengo che occorra cambiare il nome del Parlamento. Infatti non si può parlare se le parole non hanno più il loro significato (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Comunisti italiani, Misto-Verdi-L'Ulivo e dell'onorevole Bonito).

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Vertone.
Sarebbe fin troppo facile risponderle che l'ho chiamata «missione di pace» in analogia con altre missioni, come quella in Kosovo dove purtroppo si è stati costretti a sparare (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza nazionale), esattamente come in talune circostanze, purtroppo, sono obbligati a fare i militari in missione di pace ai quali (credo di interpretare con ciò la volontà della Camera dei deputati anche dopo questo dibattito) vorrei esprimere (l'ho fatto ieri sera anche nei confronti del generale Chiarini) la solidarietà affettuosa di tutti, maggioranza ed opposizione (Applausi), anche di chi non ritiene di poter dare al Governo l'assenso sulla linea di condotta in Iraq. Ma questo, naturalmente, com'è stato detto in tutti gli interventi, non può riguardare l'affetto e la solidarietà ai militari italiani.

MAURA COSSUTTA. Non è una missione di pace!

PRESIDENTE. È così esaurita la trattazione dell'informativa urgente del Governo.
Sospendo brevemente la seduta.

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