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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione delle mozioni Marcora ed altri n. 1-00336 e de Ghislanzoni Cardoli ed altri n. 1-00330 sulla vaccinazione contro la blue tongue (vedi l'allegato A - Mozioni sezione 1).
Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi riservati alla discussione delle mozioni è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea (vedi calendario).
Avverto, altresì, che è stata altresì presentata la mozione Onnis ed altri n. 1-00352 (vedi l'allegato A - Mozioni sezione 1) che verte sullo stesso argomento delle mozioni all'ordine del giorno. La discussione, pertanto, si svolgerà anche su tale mozione.
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali delle mozioni.
È iscritto a parlare l'onorevole Marcora, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00336. Ne ha facoltà.
LUCA MARCORA. Signor Presidente, il caso dell'epidemia della blue tongue rappresenta un vero e proprio scandalo italiano
per quanto riguarda la cosiddetta malasanità. La blue tongue si affaccia nel nostro paese nell'agosto del 2000, in Sardegna, inizialmente, per poi diffondersi in altre regioni meridionali e dell'Italia centrale. L'allora Ministero della sanità, con ordinanza dell'11 maggio 2001, ha disposto un programma obbligatorio di vaccinazione per il controllo della febbre catarrale, la cosiddetta blue tongue degli ovini, basata sulla profilassi di una vaccinazione pianificata sia per gli ovini sia per i bovini.
Più volte è stato dichiarato che l'obbligo di vaccinazione deriva da una norma comunitaria. Debbo smentire questa affermazione, in quanto l'Italia è l'unico paese ad aver stabilito una vaccinazione a tappeto nelle zone identificate come focolai di diffusione della malattia; la Grecia non ha effettuato alcuna campagna di vaccinazione; la Francia lo ha fatto solo in Corsica e la Spagna solo nelle Baleari. Si tratta quindi di un dato mistificato da parte del Governo.
Inoltre, si è fatto ricorso (questo anno dovrebbe avere luogo la terza campagna annuale), sia sugli ovini sia sui bovini, ad un vaccino proveniente dal Sud Africa, che non è mai stato utilizzato per vaccinare i bovini e che non ha mai avuto autorizzazione da parte dell'Unione europea.
Si è, quindi, dato luogo alla vaccinazione con danni rilevanti per gli allevatori, danni diretti se consideriamo la morte degli ovini conseguente alla vaccinazione, ed indiretti se pensiamo che i bovini, che non muoiono, divengono portatori sani della malattia, che porta al blocco della movimentazione, così come si è verificato nelle zone dove sono stati identificati i focolai.
Il blocco della movimentazione ha quindi obbligato gli allevatori a tenere nelle loro aziende il bestiame, non potendolo mettere in commercio; ciò ha riguardato sia le vacche a fine carriera, sia i baliotti da vendere, sia, naturalmente, il bestiame in selezione da vita.
Tali danni indiretti, tuttavia, sono stati molto rilevanti anche per quanto concerne proprio la profilassi vaccinale, comportando perdite di produzione lattiera, aborti negli animali in stato di gravidanza, problemi di immunodepressione conseguenti alla vaccinazione e, sempre a causa del blocco della movimentazione, in qualche caso anche la necessità di superare le proprie quote latte in quanto, non potendo vendere il bestiame in soprannumero, gli allevatori hanno dovuto tenerlo in azienda per produrre latte (sforando, pertanto, il tetto produttivo stabilito dall'Unione europea).
Il Ministero della salute, sostanzialmente, non ha riconosciuto tali danni; infatti, il sottosegretario di Stato per la salute, senatore Cursi, intervenuto in Commissione agricoltura nel dicembre 2003 per presentare i dati relativi ai danni, diretti e indiretti, susseguenti alla vaccinazione, ha fornito cifre assolutamente non reali. Egli ha riferito di 21 aborti tra gli ovini e di 318 aborti tra i bovini: si tratta di dati assolutamente non rispondenti alla realtà.
Ciò è dovuto soprattutto al fatto che le procedure per l'individuazione del numero degli aborti o dei capi persi a seguito della vaccinazione non sono state codificate, e pertanto le stesse ASSL non sapevano se ricondurre tali danni alla stessa vaccinazione o meno.
Dall'altro lato, non si tiene conto sia del calo della produzione sia degli aborti verificatisi, in primo luogo perché si tratta, molto spesso, di aborti per riassorbimento (dunque, per definizione, non verificabili oggettivamente) ed, in secondo luogo, perché i feti degli animali abortiti dovevano essere trasportati presso le ASSL in celle frigorifere per poter essere successivamente esaminati in quella sede, ma non è stato possibile fornire tale servizio agli allevatori che lo avevano richiesto. Pertanto, o l'animale veniva trasportato all'istituto di zooprofilassi entro le primissime ore dall'aborto, conservandolo in celle frigorifere, oppure la connessione tra la vaccinazione e l'aborto non poteva essere riscontrata.
Premesso tutto ciò, si nutre il fortissimo dubbio che la vaccinazione abbia contribuito anche alla diffusione dell'epidemia, attraverso processi di sieroconversione
legati soprattutto ai diversi sierotipi di volta in volta riscontrati. Infatti, è stata notata la diffusione della malattia per sierotipi prima sconosciuti, vale a dire per ceppi non presenti nei focolai, proprio grazie - si pensa e si teme - a tale vaccinazione.
Di fatto, è stato utilizzato il vaccino in oggetto che, come affermato precedentemente, gli stessi produttori non hanno mai impiegato sui bovini, perché privo dell'autorizzazione dell'Unione europea; si tratta, tuttavia, di un vaccino attenuato, e non di un vaccino spento, comportando dunque danni molto superiori nelle profilassi di vaccinazione ed anche il pericolo della diffusione dell'epidemia attraverso processi di sieroconversione.
Non è stata mai avviata, invece, una seria sperimentazione riguardo al possibile utilizzo di un vaccino spento. Ci risulta che una casa farmaceutica abbia recentemente messo sul mercato un vaccino spento, che risolverebbe numerosi problemi per quanto riguarda sia i danni diretti ed indiretti, sia i processi di sieroconversione, ma il Ministro della salute, evidentemente, non ha ritenuto opportuno verificare più attentamente tale disponibilità. Pertanto, anche per la prossima campagna di vaccinazione, non ne viene previsto l'utilizzo.
A questo punto, deve iniziare una nuova campagna di vaccinazione, che dovrebbe concludersi entro il 30 aprile del corrente anno.
Oggi è il 6 aprile e ritengo del tutto improbabile raggiungere l'obiettivo, posto dal Ministero della salute, della vaccinazione dell'80 per cento dei capi presenti nelle zone oggetto di focolaio virale entro il 30 aprile. Risale alla settimana scorsa l'emanazione di una nuova ordinanza che, smentendo i contenuti delle prime adottate dal Ministero della salute e dal Ministero dell'agricoltura, porta effettivamente alcuni miglioramenti rispetto ai precedenti provvedimenti, ma lascia ancora irrisolti molti punti interrogativi.
Innanzitutto, il problema del pagamento dei danni diretti e indiretti. È questa una promessa che il ministro Alemanno ha ripetuto più volte, non da ultimo in sede di discussione della legge finanziaria per il 2004. Di fatto, le risorse finanziarie non sono state mai stanziate e, al di là delle promesse, gli agricoltori non hanno mai ricevuto un euro di indennizzo per i danni subiti in seguito alla campagna vaccinale.
In secondo luogo, non c'è stato - come dicevo - un reale confronto con gli allevatori per verificare una metodologia di rilevazione dei danni, diversa da quella presentata dal senatore Cursi in Commissione e - ripeto - non rispondente alla realtà. Una concertazione con gli allevatori sarebbe stata del tutto opportuna, anche per stabilire le metodologie per la identificazione dei danni.
Sono convinto che uno dei grossi danni subìti dagli allevatori sia rappresentato dal fatto che figurerà sul passaporto di questi animali (ogni bovino ne ha uno) il timbro con l'indicazione della vaccinazione eseguita. Ciò impedirà che gli animali stessi possano essere commercializzati in vita, in selezione, perché ovviamente nessuno prenderebbe un capo così vaccinato se la propria azienda si trovasse in una zona indenne dal focolaio. Bisognerebbe, quindi - e questa è una proposta che avanzo al Governo - considerare una modalità di determinazione forfettaria del danno che tenga conto degli aborti, della mancata produzione, dei danni relativi alla mancata movimentazione e dal deprezzamento del valore di mercato delle bovine vaccinate proprio per la apposizione del timbro sul passaporto, che ne diminuisce il valore economico.
Dall'altro lato, non è stata fatta alcuna concertazione neanche con i diversi istituti di zooprofilassi. L'unico titolato a condurre sperimentazioni, accertamenti e monitoraggio della campagna vaccinale è l'Istituto di zooprofilassi di Teramo, il quale non ha pensato di avvalersi, attraverso la collaborazione con altri istituti zooprofilattici e con le organizzazioni degli allevatori, di un monitoraggio su tutto il territorio nazionale. Nel momento in cui è stato determinato un unico istituto di zooprofilassi (quello di Teramo), e questo
non ha condiviso, coordinato e monitorato in maniera concertata gli effetti ed i risultati della vaccinazione, si è determinata una carenza di coordinamento fra i diversi istituti di zooprofilassi.
Detto questo, è nostra convinzione che sarebbe comunque un grave danno per lo Stato italiano arrivare ad un processo di endemizzazione della malattia, qualora tutto il territorio nazionale venisse dichiarato «infetto» e la malattia definita «endemica». Questo comporterebbe problemi sia per l'esportazione dei bovini all'estero sia per l'immagine dei prodotti agroalimentari italiani. La blue tongue colpisce soltanto gli ovini, non si trasmette all'uomo e dunque non c'è nessun rischio di contagio; da questo punto di vista, la sicurezza agroalimentare è garantita, ma sicuramente la dichiarazione dello stato endemico dell'Italia a causa della malattia della blue tongue avrebbe effetti negativi sull'immagine dei nostri prodotti agroalimentari.
Di fatto, siamo arrivati ad una fase in cui sarà difficile non incorrere in questo rischio, cioè nella dichiarazione dello stato endemico dell'Italia. Le vaccinazioni devono essere effettuate entro il 30 aprile, perché non possono essere fatte nei periodi in cui la temperatura è più elevata.
La nuova ordinanza, emanata, di concerto, dai ministri della salute e delle politiche agricole e forestali prevede che le regioni e le province autonome potranno prorogare tale termine, sulla base dei risultati della sorveglianza entomologica, delle condizioni climatiche e delle condizioni fisiologiche degli animali, al 31 maggio 2004. Nutriamo forti perplessità al riguardo perché in quel periodo la temperatura sarà già piuttosto elevata, soprattutto nelle regioni centrali e meridionali dell'Italia. Per tale motivo, è agevole ipotizzare effetti negativi della vaccinazione sia in termini di danni sia in termini di sieroconversione.
A questo punto, sarà difficile non incorrere nella dichiarazione di paese caratterizzato da presenza endemica dell'infezione, il che produrrà sicuramente dei danni. Il fatto è che bisognava gestire la situazione in maniera diversa. Il processo di concertazione con gli allevatori, che è stato avviato soltanto negli ultimi giorni, mediante contatti con l'Associazione italiana allevatori, andava promosso con maggiore tempestività: a ottobre o a novembre - in autunno - bisognava attivare un piano di vaccinazione serio, che non avesse, cioè, i caratteri che la suddetta ordinanza ha stabilito.
D'altra parte, la vaccinazione non è l'unico sistema per combattere la diffusione del virus, perché possono risultare efficaci anche i programmi di lotta contro gli insetti vettori. Certo, si sarebbe dovuto procedere ad uno studio entomologico per verificare la possibilità di bloccare il culicoide, che della malattia è vettore (il morbo della lingua blu si trasmette attraverso una specie di zanzara, che porta la malattia da animale ad animale). Insomma, si potevano elaborare forme sinergiche di lotta alla malattia proprio partendo dal versante entomologico e, quindi, dalla lotta agli insetti vettori.
Ciò detto, noi chiediamo la sospensione della campagna generalizzata di vaccinazione di imminente avvio. Essa andrà avviata soltanto quando saranno disponibili vaccini più sicuri, più affidabili e meno dannosi, in particolare quando sarà possibile disporre di un vaccino spento che riduca i problemi riscontrati e, soprattutto, quando saranno state messe in atto quelle misure di concertazione, con gli istituti di zooprofilassi e con gli allevatori, che sono necessarie per creare il consenso alla vaccinazione.
Oggi, il settore è esasperato: ad allevatori che hanno vaccinato per tre anni di fila è stata comunque bloccata la movimentazione del bestiame perché sono intervenuti sierotipi diversi! Vi è chi è disposto ad opporsi con la forza all'esecuzione dell'ordinanza da parte dei veterinari delle aziende sanitarie locali! Ecco perché la concertazione andava fatta prima! Adesso è già tardi, ma bisogna avviare la concertazione per la prossima campagna di vaccinazione.
La sospensione della vaccinazione si impone anche perché non abbiamo alcuna
certezza in ordine alle risorse finanziarie destinate al ristoro dei danni che gli allevatori subiranno. In questa nuova ordinanza, che - ripeto - è stata emanata di concerto dal ministro della salute e dal ministro delle politiche agricole e forestali e che è il risultato di un iter molto travagliato, tali risorse vengono date per certe; tuttavia, non essendo stata approvata alcuna legge di spesa in tal senso, si tratta, di fatto, di certezza solo sulla carta.
Un lato positivo l'ordinanza ce l'ha: essa non impone la vaccinazione a tutti, ma soltanto a quegli allevatori che abbiano intenzione di movimentare il bestiame. Si tratta di un passo avanti, ma dobbiamo stare attenti: se agli allevatori viene lasciata la facoltà di vaccinare o meno in base alle loro esigenze di movimentazione, bisogna cambiare il piano di vaccinazione depositato a Bruxelles, nel quale è stabilito che, al fine di permettere la movimentazione del bestiame, debba essere raggiunto l'obiettivo della vaccinazione dell'80 per cento degli animali. Dovremo comunicare a Bruxelles che gli obiettivi della profilassi vaccinale sono cambiati e che, di conseguenza, sono cambiate le disposizioni relative alla movimentazione degli animali.
Il ministro Alemanno deve giocare questa grande partita a Bruxelles. Se si procedesse alla vaccinazione, anche volontaria, e se la stessa si dimostrasse insufficiente a garantire la movimentazione degli animali, oltre al danno, avremmo anche la beffa.
Per questi motivi, chiediamo la sospensione della campagna generalizzata di vaccinazione. L'ordinanza, che, come ho già ricordato, è giunta in ritardo, affronta alcuni problemi senza risolverli completamente (mi riferisco, in particolare, al problema delle certezze delle risorse finanziarie e alle procedure che regolano la movimentazione degli animali). Il Governo, ovviamente, deve assumersi le proprie responsabilità (a tale proposito, ricordo che il Ministero della salute è preposto alla tutela della salute, sia degli uomini sia degli animali). Attendiamo maggiori chiarimenti sull'ultima ordinanza del 2004, per verificare la certezza delle risorse finanziarie e per capire se la scelta facoltativa permetterà effettivamente la movimentazione degli animali o se riceverà il veto di Bruxelles, giacché il piano presentato dall'Italia prevedeva l'80 per cento delle vaccinazioni.
Attendiamo chiarimenti dal ministro Sirchia o dal ministro Alemanno (è indifferente la fonte; è, invece, importante ricevere risposte certe).
Stante l'attuale situazione, manteniamo ferma la richiesta che il Parlamento si esprima per la sospensione della vaccinazione, nell'attesa di risolvere tutti i problemi che ho illustrato nel mio intervento.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Ricciuti, che illustrerà anche la mozione de Ghislanzoni Cardoli n. 1-00330, di cui è cofirmatario. Ne ha facoltà.
RICCARDO RICCIUTI. Signor Presidente, occorre innanzitutto sottolineare che le mozioni a prima firma Marcora e de Ghislanzoni Cardoli sono sostanzialmente sovrapponibili: riguardano un tema centrale per l'opinione pubblica, che ha fatto registrare toni duri ed una certa esasperazione, sia tra gli addetti ai lavori sia tra gli allevatori, interessati direttamente al provvedimento.
L'ultima ordinanza del 2004, adottata di concerto dai ministri della salute e delle politiche agricole e forestali, rappresenta un grande passo in avanti nella ricerca di una soluzione condivisa del problema. Finora, effettivamente, è mancato il concerto di tutti gli organismi interessati. Probabilmente, ciò ha determinato, in molti di coloro che si sono opposti - sicuramente, non in malafede e non per ragioni politiche -, una mancanza di chiarezza dei termini della questione, mentre erano ben chiari i danni che le loro mandrie hanno subito.
Da quasi quattro anni, ormai, tentiamo di risolvere quella che nel 2000 ha costituito un'emergenza e che oggi rappresenta una consuetudine perniciosa per il nostro sistema economico e allevatoriale. Sono stati usati toni duri, ma la storia è già stata raccontata dal collega Marcora che è
intervenuto prima di me; dunque, non la ripeterò. Tuttavia, mi sembra strano, signor Presidente, che la malattia, i cui primi focolai si sono verificati a partire dall'anno 2000, in particolare in Sardegna, e si sono diffusi soprattutto nelle regioni meridionali e centrali, abbia avuto questa connotazione geografica così ben definita: sembra quasi che il vettore della malattia (culicoide) scegliesse, con grande attenzione, il traghetto sul quale imbarcarsi per approdare sempre nei porti della Toscana, del Lazio e dell'Italia meridionale! Infatti, l'impostazione data dagli organi preposti al controllo, alla sorveglianza e alla risoluzione del problema è stata una generalizzata vaccinazione che ha riguardato tutto il bestiame, interessato direttamente (ovicaprini) e indirettamente, come vettore sano (bovini e bufalini), di tutte le mandrie centromeridionali. Questo ha determinato danni per l'uso improprio di un vaccino che andava testato in modo migliore e che presentava rischi intrinseci dovuti alla mancata sperimentazione nel paese di produzione.
Che cosa è successo poi? I danni diretti - cioè le morti e gli aborti - e tutti quelli indiretti - cioè il calo di produzione, il malessere degli animali e la produzione eccessiva di latte (quindi, sforamento della quota individuale di riferimento) - non sono stati risolti. Sono state fatte alcune promesse, sono stati assunti impegni formali e sostanziali, ma, di fatto - mi duole dirlo -, ancora non c'è stato il ristoro definitivo di questi danni e forse, allo stato, non c'è neanche la speranza di vederli quantificati in maniera corretta e riscontrabile indubbiamente nella realtà della loro fenomenologia.
Quindi, che cosa ci ripromettiamo di ottenere con l'approvazione di queste mozioni? Noi crediamo che debba essere fatta una riflessione profonda sulla possibilità di utilizzare delle alternative alle vaccinazioni di massa su tutte le mandrie presenti nell'Italia centro-meridionale e insulare, sulla possibilità di usare vaccini testati e attenuati, in modo da dare certezza al mondo degli allevatori, attuando il concerto tra i diversi soggetti (che solo recentemente si è cominciato a porre in essere). Mi riferisco all'associazione italiana allevatori, ai veterinari aziendali, all'associazione veterinari liberi professionisti, che avevano formulato delle proposte specifiche molto condivisibili per gestire queste campagne di vaccinazione. Ormai ritengo sia tardi per questa campagna, ma credo che ciò possa essere fatto soprattutto per la prossima. Infatti, attraverso un coinvolgimento di tutta la filiera e dei soggetti interessati, con la sicurezza di questa nuova campagna di vaccinazione e con la certezza del ristoro dei danni diretti ed indiretti, si può tentare di convincere chi deve veder vaccinata di nuovo la propria mandria e ha già subito danni piuttosto importanti.
È chiaro, Presidente, che il rischio di una endemizzazione della malattia sarebbe, per il nostro sistema paese, catastrofico. È vero che dai responsabili nazionali, dal commissario per la blue tongue è stato chiesto espressamente all'Unione europea che cosa sarebbe successo in caso di interruzione generica della campagna di vaccinazione e che l'Unione europea è stata drastica, fornendo una risposta assolutamente negativa su questa ipotesi, ma è pur vero che ciò è stato detto in mancanza di un'alternativa seria e credibile all'attuale sistema di vaccinazione di massa. Per cui, Presidente, noi auspichiamo che il Parlamento approvi queste mozioni, che nei contenuti - lo ripeto - sono sostanzialmente sovrapponibili; auspichiamo che il Governo prosegua in un atteggiamento costruttivo con tutti i diretti interessati - ne è dimostrazione l'emanazione dell'ordinanza congiunta del 2 aprile scorso - e che si possa arrivare presto ad una soluzione del problema, che sta diventando drammatico per il nostro sistema di allevamento. Uso il termine «drammatico» non per esasperare i toni della nostra discussione, ma perché forse non abbiamo tutti ben compreso lo stato di disagio e di disperazione economica di tutti coloro che hanno subito direttamente gli effetti di questa campagna di vaccinazione.
Pertanto, Presidente, ritengo che ormai i tempi siano maturi e che non si possa rinviare la soluzione di questo problema. Noi siamo disponibili a risolverlo, tanto che abbiamo fatto la nostra parte, presentando risoluzioni in Commissione e queste mozioni, che speriamo possano essere condivise e approvate nel più breve tempo possibile.
PRESIDENTE. Constato l'assenza dell'onorevole Onnis, iscritto a parlare: s'intende che vi abbia rinunziato.
È iscritto a parlare l'onorevole Borrelli. Ne ha facoltà.
LUIGI BORRELLI. Signor Presidente, la mozione in discussione ci offre l'opportunità di porre all'attenzione del Parlamento problematiche legate ad uno specifico comparto dell'agricoltura italiana, la zootecnia.
Il settore zootecnico è certamente il comparto agricolo che ha conosciuto maggiori difficoltà. È a tutti noto che in Italia le condizioni strutturali delle aziende - in rapporto a quelle degli altri paesi europei - sono tali da determinare un primo, importante, fattore negativo di competitività. A tali condizioni si sono aggiunti problemi europei - quali la BSE, che ha interessato l'insieme della zootecnia europea - e problemi specifici della zootecnia italiana - quali la gestione malaccorta delle quote-latte - nonché, da ultimo, gli effetti disastrosi conseguenti al morbo della cosiddetta blue tongue.
Ho il sospetto che la vaccinazione contro la febbre catarrale degli ovini sia stata avviata e portata avanti senza un'adeguata valutazione degli effetti collaterali, non attesi, che si sono presentati in maniera più forte di quanto ci si potesse immaginare. Del resto, che l'idea di vaccinare tutte le bestie, indipendentemente dal loro stato di salute o di debilitazione, fosse sbagliata, mi pare oggi accertato ed accolto da tutti.
I fatti accaduti in questi mesi stanno a dimostrare - specialmente con l'esasperazione di tutti gli allevatori - che è difficile tenere separati i problemi della sanità animale da quelle concernenti le produzioni di qualità, la sicurezza alimentare e la giusta remunerazione delle aziende zootecniche. Non si può, tuttavia, scaricare sulle stesse aziende l'inefficienza e il pressappochismo che hanno dimostrato in questi mesi le autorità agricole e sanitarie. Le aziende, infatti, non ce la fanno a sopravvivere. Continuando così, si rischia di distruggere definitivamente ciò che resta della zootecnia in vaste zone del nostro paese.
I Democratici di sinistra non chiedono di rinunziare, annullare o interrompere la strategia vaccinale. Allo stesso modo, sono contrari all'endemizzazione del morbo in Italia (siamo convinti che ciò rappresenterebbe un danno gravissimo per la nostra zootecnia e, ancora di più, per l'immagine delle nostre produzioni tipiche e di qualità, che ci esporrebbe sui mercati internazionali al rischio di forte penalizzazione). Infatti, accade ormai molto spesso che ci si avvalga di normative sanitarie, utilizzandole anche in modo inappropriato, per sbarrare la strada alla penetrazione sui mercati di prodotti alimentari di qualità, quali quelli della zootecnia italiana.
Siamo per una strategia di vaccinazione non sciatta e pressappochista quale quella messa in atto dall'autorità sanitaria, ma che sia, invece, attenta, ragionata, partecipata e che si fondi, anzitutto, sul principio sacrosanto che i danni diretti e indiretti derivanti dalla vaccinazione vanno tempestivamente compensati.
Noi chiediamo che il Governo discuta seriamente, con il mondo zootecnico e con gli ordini dei veterinari, di un protocollo d'uso del vaccino che tenga conto dello stato di salute degli animali (in termini di debilitazione, stato di gravidanza, allattamento, periodo precedente alla rimonta), per sottrarre alla vaccinazione gli animali che, in seguito a visita veterinaria, non dovessero trovarsi nelle condizioni di benessere adeguato. Occorreranno più accessi dei veterinari nelle stalle. Certamente vi saranno maggiori costi, che non possono però ricadere sulle aziende zootecniche.
Bisogna tentare di implementare la lotta contro gli insetti vettori, mettendo a disposizione maggiori risorse.
Bisogna accelerare ed implementare la ricerca, per rendere disponibile - al più presto - vaccini inattivati, in modo tale che le conseguenze della vaccinazione si riducano entro limiti accettabili. Oggi non è più vera infatti, l'affermazione che le autorità sanitarie hanno fatto in precedenza: che l'uso del vaccino derivante da virus vivo attenuato sia la sola possibilità per combattere il morbo della blue tongue. Risulta che una ditta francese, la Merial, abbia predisposto per il sierotipo 2 un vaccino alternativo al vaccino vivo e che tale vaccino sia pronto per essere usato in Corsica, regione in cui si teme che il contagio possa giungere dalla vicina Sardegna.
Il dottor Tonino Firinu, responsabile del dipartimento di Nuoro dell'istituto zooprofilattico, riferendosi a tale nuovo vaccino, ha dichiarato a La Nuova Sardegna del 31 marzo 2004 che lo stesso, «essendo costituito da virus inattivato, è capace di suscitare una risposta che protegge dal virus infettante, ma perde la capacità di nuocere, dal momento che, una volta inoculato, non è più in condizione di moltiplicarsi».
E, aggiunge il dottor Firinu: «Resterei senza parole se si lasciasse cadere la novità». Ebbene, anche noi restiamo senza parole, quando vediamo che i ministri competenti emettono una nuova ordinanza per la vaccinazione che, di fatto, è la continuazione della contestata metodologia precedente, senza cogliere l'importante novità.
Occorre aprire una trattativa seria anche con la Commissione europea. Chiedere, invece, alla Commissione semplicemente quale sarà l'atteggiamento di fronte ad un'interruzione della strategia di vaccinazione - come ha fatto il commissario straordinario, dottor Ambrosio - significa solo volersi far dare per forza una risposta negativa da usare, casomai, come scudo dietro cui nascondersi per non cambiare nulla.
Occorre chiedere alla Commissione europea di concordare una nuova strategia che utilizzi vaccini inattivati, secondo protocolli definiti che prevedano l'impiego intenso di veterinari aziendali, con azioni di lotta contro la diffusione dell'insetto vettore, con un sistema efficace di monitoraggio territoriale finalizzato a garantire un assiduo e forte contrasto alla endemizzazione della malattia, a definire percorsi per i rimborsi dei danni subiti in maniera diretta o indiretta dall'allevatore (rimborsi che, ovviamente, non possono essere considerati aiuti di Stato in violazione della concorrenza), a definire ancora criteri per la movimentazione del bestiame entro le zone infette e al di fuori di esse.
Del resto, questo si aspetta la Commissione dall'Italia. Basta leggere l'ultimo capoverso della nota n. 520703 del 26 marzo 2004, che la Commissione ha indirizzato in risposta al dottor Ambrosio, in cui si precisa che l'Italia ha affacciato solo l'ipotesi di interrompere la campagna di vaccinazione, senza che, peraltro - cito la lettera della Commissione - sia presentata alcuna strategia alternativa di controllo della malattia. Ecco, signor Presidente, questo è proprio ciò che noi, gli allevatori e le loro associazioni vogliamo mettere in campo, ossia una nuova strategia alternativa di controllo della malattia.
Veniamo brevemente all'ordinanza emessa, un po' come un pesce d'aprile, dai ministri Sirchia ed Alemanno. Mentre la Commissione agricoltura della Camera discuteva una risoluzione identica alle mozioni presentate, che peraltro aveva registrato anche l'adesione delle forze della maggioranza, il Governo chiedeva rinvii ed incontri e, poi, all'improvviso, adottava la nuova ordinanza sostanzialmente sulla vecchia strada, tranne apprezzabili novità, incurante del parere degli allevatori, delle forze politiche e anche di quello degli ordini dei veterinari e di qualche istituto zooprofilattico.
Il presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici veterinari, dottor Domenico D'Addario, con nota n. 840 del 25 marzo 2004, esprime valutazioni che i ministri avrebbero fatto bene
a non disattendere. I veterinari mettono in guardia e definiscono inutile la vaccinazione di specie diverse dagli ovini se non si ritenga di poter raggiungere un livello di copertura vaccinale superiore all'80 per cento degli animali calcolati sull'insieme dei soggetti delle specie ricettive. Aggiungono che: «Diventa sicuramente impossibile completare la campagna di vaccinazione prima della nuova stagione epidemica». Si afferma ancora: «La campagna di vaccinazione, così come prevista nel piano, apparentemente garantisce gli allevatori, ma nei fatti non consentirà di raggiungere una sufficiente copertura vaccinale e, sicuramente, determinerà una situazione conflittuale tra gli allevatori e i veterinari».
I veterinari, inoltre, denunciano: «La previsione di sottoporre a vaccinazione le vacche o gli ovicaprini da riproduzione, anche se solo nella seconda metà della gravidanza, viene categoricamente rifiutata dagli allevatori che, visti i danni della prima e seconda campagna, non intendono mettere ulteriormente a rischio i loro animali. La mancata vaccinazione di tali capi, anche superando tutte le difficoltà sopra elencate, impedirà, per un puro calcolo percentuale, che si possa superare la soglia del 50-60 per cento del patrimonio vaccinato nettamente al di sotto dell'80 per cento».
Dunque, ai ministri competenti erano arrivati avvertimenti dalle forze politiche, che hanno presentato appositi documenti parlamentari, dagli allevatori, che sono in protesta permanente, dagli organismi tecnici, come la federazione nazionale degli ordini dei medici veterinari, dai dirigenti di qualche istituto zooprofilattico e dalle regioni, che mettono in campo, anche in maniera impropria, leggi per sospendere le vaccinazioni.
Va ricordato infatti che la competenza in materia di profilassi internazionale, nell'ambito della quale ricade la blue tongue, è dello Stato, come ha affermato la Corte costituzionale con la recente sentenza n. 12 del 2004. Il Governo, tuttavia, non intende ascoltare nessuno e, chiuso a riccio dentro il proprio fortilizio, resiste a tutti gli assalti del buonsenso.
In conclusione, vorrei ricordare che le risorse predisposte per affrontare tale vicenda sono sicuramente sottostimate; del resto, è sufficiente ricordare le affermazioni del rappresentante del Governo Cursi, nel corso dell'audizione del 10 dicembre 2003, presso la Commissione agricoltura della Camera. Egli escludeva addirittura che vi fossero stati danni conseguenti alla vaccinazione; conseguenziale quindi rispetto a tale logica è il fatto che si siano stanziati pochi soldi per compensare danni che si ritenevano inesistenti.
Vorremmo quindi sollecitare il Governo a valutare con maggiore attenzione i danni che la nostra zootecnia ha subito per il morbo della blue tongue, oltre che per gli errori e la sciatteria con i quali la questione è stata affrontata dal Governo. Chiediamo pertanto con forza che siano stanziate maggiori risorse: la zootecnia italiana necessita di un rilancio serio.
È un problema che i Democratici di sinistra-L'Ulivo hanno posto anche in occasione del dibattito sul progetto di legge relativo alle quote latte. Siamo riusciti a far prevedere all'interno di quel provvedimento la predisposizione di un piano di riconversione della zootecnia da latte bovino in zootecnia estensiva da carne e da latte non bovino, indicando una prospettiva per la costruzione di prodotti di alta qualità, capaci di rendere conveniente e di mantenere la zootecnia nei territori montani ed appenninici.
Tuttavia, a testimoniare la scarsa attenzione prestata dal Governo nei riguardi del comparto, il piano di riconversione non risulta ancora pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, con il risultato di vanificare il contenuto innovativo dello stesso, che peraltro viene dotato di scarsissime risorse (10 milioni di euro).
Anche questa emergenza può rappresentare l'occasione per proporre nuovamente un sostegno nei riguardi della riconversione della zootecnia nelle zone montane ed appenniniche, al fine di realizzare una zootecnia estensiva di qualità,
con razze autoctone, marchi, prodotti tipici e la valorizzazione della produzione. Noi non rinunciamo a tali obiettivi ed anzi chiediamo al Governo attenzione e risorse maggiori, se si intende sostenere la zootecnia di qualità e, al contempo, continuare a far vivere i territori interni e quelli montani.
In conclusione, chiediamo di sospendere, per le ragioni che ho illustrato, la campagna di vaccinazione generalizzata, perché la soglia di efficacia relativa all'80 per cento del patrimonio zootecnico non può essere raggiunta entro la fine del mese di aprile o di maggio.
Chiediamo pertanto che si indirizzi la vaccinazione verso quelle aziende che presentano la necessità di movimentare le bestie e che quindi ne facciano richiesta. Si approntino pertanto, per la campagna di vaccinazione per l'anno 2005, sia il vaccino inattivato, sia il protocollo di vaccinazione, nonché una nuova trattativa con la Commissione europea che porti compensi adeguati e rapidi per i danni arrecati attraverso la vaccinazione. Si consenta infine, nel frattempo, di movimentare il bestiame all'interno di macroaree omogenee dal punto di vista sanitario.
Riteniamo che questa rappresenti una strategia ragionevole, condivisibile e percorribile per combattere efficacemente il morbo della «lingua blu» e per sostenere, nell'interesse della zootecnia italiana, le aziende in difficoltà.
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali delle mozioni.
Prendo atto che il rappresentante del Governo si riserva di intervenire nel prosieguo del dibattito.
Il seguito del dibattito è pertanto rinviato al prosieguo della seduta.
Sospendo quindi la seduta, che riprenderà alle 16.
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