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PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Cima. Ne ha facoltà.
LAURA CIMA. Signor Presidente, siamo giunti al termine del lungo esame di questo provvedimento. Non è stata consentita una discussione di politica estera da svolgere precedentemente all'esame di questo decreto-legge - come avevamo chiesto - né la separazione delle varie missioni, per dare al Parlamento la possibilità di valutarle e di votarle - com'era giusto - distintamente, né lo stralcio delle missioni in cui è prevista l'applicazione del codice militare di guerra (mi riferisco non solo alla missione in Iraq, ma anche all'operazione Enduring freedom in Afghanistan). Inoltre, non è stato preso in considerazione alcun emendamento relativo al problema dell'uranio e alla cancellazione del codice militare di guerra. Rimangono assolutamente chiare le ragioni del «no» dei deputati Verdi a questo decreto-legge.
Naturalmente, vi sono ragioni politiche di altissimo livello legate all'articolo 11 della Costituzione e alla valutazione totalmente negativa del comportamento del Governo italiano rispetto alla dottrina della guerra preventiva globale di Bush, in palese violazione con la norma costituzionale.
Il Governo dovrebbe ascoltare con maggiore attenzione tutti i corpi civili di pace, Medici senza frontiere, l'associazione umanitaria di Gino Strada, le organizzazioni non governative che lavorano in tutti i paesi dove operano anche i nostri militari; essi collaborano in modo migliore con le organizzazioni non governative (per nulla finanziate o finanziate con scarse risorse) in presenza di missioni di pace, anche con il favore della popolazione.
I corpi civili di pace non vengono sviluppati...
PIETRO FOLENA. Il Governo?
PRESIDENTE. Per cortesia, chiamate il rappresentante del Governo. Non è presente in aula.
Bene, è arrivato. Può continuare, onorevole Cima.
LAURA CIMA. Fra le considerazioni negative in merito al comportamento del Governo rispetto a questa discussione (l'esecutivo ha respinto tutte le questioni che l'opposizione ha sollevato), vi è quella che né il ministro degli esteri, né quello della difesa si sono sentiti in dovere di presentarsi in Parlamento. Fino a pochi istanti fa, in fase di dichiarazioni di voto finali, non era presente neanche il sottosegretario. Ciò la dice lunga sul rispetto che il Governo nutre nei confronti delle questioni poste dal Parlamento.
Tutte le organizzazioni non governative che collaborano nelle realtà in cui operano i nostri militari come forze umanitarie e di pace hanno sempre ribadito che, in queste missioni di guerra, i nostri militari creano, anche se non lo vogliono, una situazione di tensione ulteriore; ciò impedisce anche a loro di lavorare.
Teniamo presente che la spaccatura all'interno dell'Unione europea è stata provocata dal comportamento del nostro Governo contro l'ONU e contro i paesi dell'Unione europea, che avevano ragionevolmente detto di no a questa guerra, con ragioni più che evidenti, visto il risultato e visto anche che non è stata trovata nessuna arma di distruzione di massa. Queste sono state palesi bugie per legittimare una guerra preventiva globale, che era e rimane totalmente illegittima, basata sul principio shock and awe, che è proprio il concetto contrario a quello volto a cercare di ottenere il consenso per favorire la democrazia.
Cari signori del Governo, non si è mai visto da nessuna parte che la democrazia si imponga con le armi. Con le armi non s'impone nulla: o c'è il consenso delle popolazioni - la primogenitura delle popolazioni - nel cacciare i loro tiranni (come tiranno era Saddam Hussein), oppure la situazione diventa drammatica e ingestibile; una situazione di «non Stato», come purtroppo abbiamo visto in Somalia, anche lì dopo un intervento internazionale sbagliatissimo e che temo torneremo a vedere anche in Afghanistan, se continua questa situazione di controllo a malapena solo di Kabul da parte del Governo di Karzai che è stato insediato lì - lo abbiamo ricordato nel corso del dibattito - con una produzione di droga che ha superato i livelli di produzione dei talebani. Quindi, la situazione è pericolosissima anche in quella zona.
D'altra parte, l'impegno di Bush volto a porre fine alla terribile guerra in atto da troppo tempo nei territori palestinesi e israeliani (offerto in cambio del consenso internazionale sull'attacco all'Iraq, che poi non ha in gran parte ottenuto) si è visto chiaramente che non aveva spazio per concretizzarsi: la road map è stata bloccata, la costruzione del muro da parte degli israeliani in Palestina non fa che rubare altri territori. Quindi, siamo in una situazione esplosiva in tutto il mondo, che vede il centro in Medio oriente, in Iraq, dove si stanno raggruppando, tra l'altro, le forze internazionali del terrorismo, che stanno mettendo in atto delle strategie ben precise, di cui continueremo purtroppo a vedere gli effetti non solo in Iraq.
In questa situazione, il Governo italiano, avendo fatto il primo errore drammatico mandando le truppe e legittimando quindi l'occupazione angloamericana, avrebbe dovuto rivedere la politica estera - dopo il voto fortemente spaccato di questo Parlamento, nel quale tutta l'opposizione aveva votato contro (come successivamente sull'invio degli alpini, molto contestato come altre missioni) - e avrebbe dovuto anche ragionevolmente discuterne in Parlamento. Purtroppo, Presidente, non viene mai offerta a noi parlamentari la possibilità di esprimersi in aula con mozioni di indirizzo di politica estera. O è un caso, oppure questa è la debolezza fondamentale di questo Governo; tant'è vero che anche in occasione dell'ultimo intervento del ministro Frattini sul semestre europeo non è stato previsto il voto. Questa volta, il nostro è un «no» convinto alla politica estera del Governo italiano.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pisicchio. Ne ha facoltà.
PINO PISICCHIO. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, vi è un messaggio assai efficace lanciato da John Kerry, il candidato democratico alla Casa Bianca, sulla questione irachena. Dice John Kerry: «bisogna vincere la pace». Sono molto d'accordo con questo messaggio che è anche un programma politico.
Vincere la pace in Iraq significa costruire le condizioni per una transizione verso uno Stato di diritto che, per quanto possa apparire distante dai regimi democratici e parlamentari di stampo occidentale, sia quanto meno accettabile sotto il profilo morale e, insomma, sia lontano da quel regime scellerato ed omicida instaurato dal dittatore Saddam Hussein.
Occorre, infatti, essere chiari: quale che possa essere stata la nostra posizione sull'intervento americano in Iraq e sulla dottrina della guerra preventiva - e la mia personale posizione è stata più volte espressa in quest'aula in termini critici - ora che la guerra si è consumata, è compito della Comunità internazionale far sì che l'Iraq conquisti una sua stabilità ed una sua sicurezza interna. È questo il senso della presenza italiana, una presenza che si iscrive pienamente nel solco degli interventi internazionali delle nostre Forze armate per contribuire alla pacificazione delle aree colpite da episodi bellici.
È una presenza che ha per gli italiani, dopo la tragedia di Nassiriya, un significato ed un valore ulteriori, legati al sacrificio dei nostri militari cui quest'Assemblea, commossa, ha saputo compostamente rendere omaggio.
Dare senso a quel sacrificio: è questo che ci chiedono gli italiani oggetto di un recente sondaggio di Mannheimer. Il 53 per cento degli elettori, anche quelli che non erano d'accordo sull'invio dei militari, ritiene che sia necessario restare in Iraq per concorrere alla pacificazione democratica di quel paese.
Gli italiani, dunque, dimostrano, ancora una volta, di essere più saggi di molti che professano un pacifismo ideologico. Dice Michael Walzer, un noto esponente della sinistra liberale americana, che certi pacifisti sono moralmente disastrosi quando si ostinano a negare l'uso della forza contro la brutalità, gli eccidi di massa, le pulizie etniche e i regimi di terrore, come quello praticato da Saddam Hussein contro i curdi.
Non so se il professor Walzer abbia veramente ragione. È certo, però, che diventa davvero incomprensibile non solo la pregiudizialità ideologica, che pure abbiamo ascoltato in quest'aula, ma anche la presa di distanza, attraverso il voto di astensione, dichiarata pure da chi, fino a qualche mese addietro, ha argomentato insieme a noi sul significato di pace della nostra missione.
Vorrei dire a questi colleghi che il compito dei nostri militari è oggi di vincere la pace in un quadro di partecipazione che internazionalizzi la presenza militare in quel paese anche attraverso una sempre più importante assunzione di ruolo da parte dell'Europa.
Diciamo con chiarezza anche un'altra cosa: chi ha interesse a togliere di mezzo i nostri occidentali in Medio Oriente è massimamente chi pratica l'azione terroristica.
Molto si è dibattuto in questi giorni su una frase latina detta da Prodi in un'intervista alla rivista Nigrizia: «si vis pacem, para bellum», ossia se vuoi la pace, preparati alla guerra. Dato il contesto, la rivista dei missionari, l'indole dell'intervistato e le circostanze generali, non credo che il Presidente della Commissione europea intendesse fare una professione di osservanza della teoria della guerra preventiva. È più probabile che volesse sottolineare quel principio che avevamo richiamato in precedenza sulle negatività di certe derive ideologiche. Tuttavia nel caso della nostra missione non c'è davvero nessun bellum da preparare. Oggi i nostri militari agiscono nel quadro della risoluzione n. 1511 dell'Onu; l'Iraq ha adottato
una Costituzione e si avvia, sia pure con fatica, verso l'obiettivo dell'autodeterminazione democratica.
È questo che i nostri soldati sono chiamati a fare e con essi anche la Croce rossa, che ci chiede di sostenere la difficile missione di assistenza alla popolazione irachena. Per questo, ed in coerenza con il voto da me espresso nelle precedenti occasioni in quest'aula e con l'ordine del giorno da me presentato, dichiaro di condividere il decreto-legge sulla missione italiana in Iraq.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Brugger. Ne ha facoltà.
SIEGFRIED BRUGGER. Signor Presidente, onorevoli colleghi, noi rappresentanti della Sudtiroler Volkspartei eravamo fin dall'inizio molto critici nei confronti della missione italiana in Iraq per due motivi: in primo luogo, perché non eravamo convinti - a suo tempo lo abbiamo detto in questa sede - della giustificazione di questo intervento armato in Iraq. Dubitiamo infatti fortemente che in Iraq si potessero trovare armi chimiche e biologiche e, sino ad ora, in effetti non sono state trovate.
In secondo luogo, ed era la ragione per noi determinante, perché la missione in Iraq non era e non è tuttora coperta da un mandato internazionale, che tutti avevano chiesto. Soltanto dopo precise assicurazioni, che a suo tempo ci furono date dal ministro degli esteri Frattini, che la missione italiana avesse comunque esclusivamente fini e scopi umanitari, ci eravamo astenuti. Sappiamo tutti cosa è successo negli ultimi mesi e ricordiamo anche le tragedie che hanno investito i militari italiani.
Devo purtroppo prendere atto che le nostre preoccupazioni erano del tutto fondate; tuttavia, guardare indietro non serve a niente, occorre invece guardare in avanti.
La domanda più importante in questo momento è: cosa accadrebbe se l'Iraq, dopo questo infelice e, se vogliamo, anche sciagurato, intervento fosse abbandonato a se stesso?
Nella situazione che si è creata, a nostro parere, i rischi di una logorante guerra civile sarebbero comunque molto elevati. Inoltre, a mio avviso, è preoccupante il fatto che l'Iraq rischia seriamente di diventare uno Stato fondamentalista di stile iraniano.
Per questi motivi, credo rappresenti un errore ritirare immediatamente le truppe italiane, anche se sono convinto del fatto che esse non possono essere lasciate a tempo indeterminato lì, senza copertura internazionale e senza il coinvolgimento delle Nazioni Unite.
SIEGFRIED BRUGGER. Pertanto, noi rappresentanti della Sudtiroler Volkspartei, pur con tutte le riserve, non esprimeremo voto contrario su questo provvedimento, ma ci asterremo.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole La Malfa. Ne ha facoltà.
GIORGIO LA MALFA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, per la maggior parte - se non tutti - dei colleghi dell'opposizione, il punto fondamentale di questo dibattito è andare via, andare via! Prendere i soldati italiani e ritirarli immediatamente perché il Parlamento dà loro questo ordine o perché il Parlamento «taglia» loro i finanziamenti della missione.
Scappare, precipitarsi a tornare a casa, senza tenere conto che c'è anche l'impegno e l'onore di un paese che ha mandato all'estero i suoi soldati attraverso un voto del Parlamento, poiché dietro questi soldati, le Forze armate hanno il diritto di avere alle loro spalle il Parlamento.
Per i colleghi dell'opposizione non c'è nulla che giustifichi la guerra in Iraq. Onorevoli colleghi, la fine di Saddam Hussein è nulla? La maggiore sicurezza del
popolo curdo, oggetto per anni di persecuzioni drammatiche, è nulla? Una Costituzione democratica in un paese attorno al quale vi sono solo regimi autoritari è nulla? Una risoluzione dell'ONU che dà una copertura almeno a tale parte delle missioni è nulla? Dunque, «nulla» giustifica tale azione internazionale.
Cos'è «tutto», invece, per i colleghi dell'opposizione? Il simulacro dell'unità, il tentativo di nascondere, attraverso le decisioni che verranno prese, le divisioni presenti. Così, entro un'ora, assisteremo allo spettacolo triste dei DS, della Margherita, dello SDI, di una parte del Parlamento, che su un grande tema di politica estera, sulla presenza militare del nostro paese in un difficile teatro straniero, si ammutolisce ed esce dall'aula abbandonando il suo diritto-dovere di esprimere una posizione.
Non ho capito quale sia la vostra posizione. Mi è chiara la posizione di Rifondazione comunista, dei Verdi, dei Comunisti italiani: la comprendo nella sua logica, anche se non la condivido. Ma qual è la posizione maggioritaria dei DS? Qual è la posizione della Margherita? È il «no» al decreto-legge votato con la questione pregiudiziale che avrebbe fatto venir meno il finanziamento di tutte le missioni? È il voto su quell'emendamento che toglieva il finanziamento ai soldati italiani in Iraq? È la permanenza almeno fino a giugno presente nell'ordine del giorno Violante?
Qual è la posizione di gran parte del centrosinistra? Non è favorevole all'azione militare, non è contraria, non è una posizione di astensione, ma è il «non voto». Voi, sottovoce, ci dite che il «non voto» è il punto di equilibrio del vostro raggruppamento. Onorevole Fassino, onorevole Castagnetti, onorevole Rutelli, non è il punto di equilibrio, è il punto di fuga di fronte alle responsabilità che grandi forze politiche devono sapersi assumere sui problemi della politica estera e della difesa di un paese occidentale (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia e della Lega Nord Federazione Padana)! Lo sapete benissimo! In quell'uscita dall'aula vi sarà la mestizia di forze politiche che si candidano a governare rinunziando ad esprimere una posizione sul cuore della politica di un paese: la sua politica internazionale e di difesa.
Con chi siete, onorevoli colleghi, in Europa? Con chi siete oggi, onorevole Fassino, onorevole Rutelli? Quando, tra qualche mese, sarà caduto il Governo socialista tedesco, come è caduto il Governo socialista greco, quando non vi sarà un premier socialista in Spagna, vi sarà solo una socialista in Europa: Tony Blair. Anche con quest'ultimo avete rotto i rapporti perché non siete riusciti nemmeno a fare lo sforzo di comprendere quali sono le responsabilità che una forza di sinistra, con dignità di Governo, sa prendersi di fronte ai problemi internazionali!
Onorevoli colleghi, avreste dovuto apprendere che i titoli a governare nascono dalla politica estera. Il centrodestra si conquistò tale titolo sostenendo la maggioranza di Governo sul Kosovo, nonostante le divisioni che poteva avere al suo interno e nonostante l'interesse che in quel momento avrebbe potuto indurlo a mandare casa il Governo D'Alema, che non aveva la maggioranza.
Con questo voto che vi apprestate a dare, con questa mesta uscita dall'aula, a testa china, a testa bassa, in mezzo alle divisioni, voi date all'Italia - a quell'Italia attenta, che guarda i problemi, che non dà giudizi pregiudiziali, ma che guarda le forze politiche - il messaggio che non siete pronti a governare, che non avete una politica estera degna di questo nome... (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Liberal-democratici, Repubblicani, Nuovo PSI, di Forza Italia e della Lega Nord Federazione Padana), di sinistra o di centrosinistra, riformista o rivoluzionaria! Non l'avete, e con la vostra uscita dall'aula voi rinunciate alla dignità di una posizione, che gli italiani possono giudicare! E gli italiani giudicheranno l'assenza di leadership, che il centrosinistra ha mostrato e mostra in questa, come in tante altre circostanze (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Liberal-democratici, Repubblicani, Nuovo PSI, di Forza Italia, di Alleanza nazionale e della Lega Nord Federazione
Padana - Commenti dei deputati Duca e Bindi, ai quali replica l'onorevole La Malfa)!
PRESIDENTE. Onorevole Bindi! Onorevole La Malfa! Invito tutti alla pacatezza e all'ascolto, data la rilevanza della questione che stiamo discutendo.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pecoraro Scanio. Ne ha facoltà.
ALFONSO PECORARO SCANIO. Com'è già emerso in modo chiaro, nel corso del dibattito, dagli interventi dei colleghi intervenuti, confermo che il voto dei Verdi sarà decisamente contrario nei confronti di questo decreto-legge. Vi è, da parte nostra, la ferma convinzione, che abbiamo espresso in più occasioni, di essere di fronte ad un momento delicato. Il Parlamento si trova di fronte ad una situazione gravissima, come quella esistente in Iraq, nonché di fronte al dato eclatante emerso in questi mesi: la totale mancanza delle armi di distruzione di massa, che lo scorso anno motivavano, proprio in questi giorni, in queste settimane, l'avvio delle operazioni militari e della guerra preventiva in Iraq, la cui logica era quella di prevenire l'uso delle armi di distruzione di massa.
Dopo un anno, in un Parlamento repubblicano di un paese democratico - dopo che nel Parlamento inglese (a Westminster) e nel Congresso degli Stati Uniti si è aperto un dibattito (proprio in quei paesi che sono stati promotori della guerra), che ha messo fortemente sotto accusa Bush e Blair per aver forzato, nel migliore dei casi, se non addirittura falsificato, gli elementi di conoscenza riguardo alle armi di distruzione di massa - non è stata avviata alcuna commissione di verifica e d'inchiesta su quante e quali notizie il nostro Governo avesse assunto e quante e quali avesse fornito al Parlamento; inoltre, di fronte all'evidente menzogna, raccontata qui in aula dall'attuale Governo, che parlava di una missione umanitaria che partiva per scortare un ospedale da campo a Baghdad, stiamo procedendo - in una specie di teatro un po' tragico - ad una discussione che sta diventando una farsa.
Il Governo, con un decreto-legge, ha innanzitutto prorogato una missione che era partita come umanitaria, ma che poi è diventata una missione di guerra. Vi sono poi le notizie, che abbiamo avuto negli ultimi mesi, nelle ultime settimane e negli ultimi giorni; quelle alle quali hanno fatto riferimento gli interventi in aula dei miei colleghi, i deputati Paolo Cento, Cima, Zanella e Bulgarelli, i quali sono intervenuti su questa materia, riferendosi in particolare alla lettera, che è stata pubblicata, di uno dei carabinieri sopravvissuti alla tragedia di Nassiriya.
Oggi sono giunte altre notizie sull'uranio che hanno riguardato un militare calabrese (si tratta di fonti ANSA): si afferma che i proiettili sono stati recuperati senza protezione.
In quest'aula abbiamo assistito ad un ampio dibattito sull'uranio arricchito; a tale riguardo, i deputati Verdi ed altri dell'opposizione sono tra i pochi ad occuparsi da sempre del problema delle armi che utilizzano uranio impoverito, presenti anche nelle basi del nostro paese. È patetico ascoltare gli interventi di alcuni parlamentari del centrodestra che diventano difensori della salute, ma si accingono, con tragica indifferenza, ad esprimere un voto favorevole sul prosieguo di un'azione di guerra. Noi siamo in guerra! Almeno negli Stati Uniti ed in Inghilterra si dice palesemente che si tratta di una guerra in atto. Non vi è più l'ipocrisia nel dire che la guerra è terminata a marzo dell'anno scorso.
La guerra irachena è in corso e la richiesta, formulata attraverso diversi emendamenti, del ritiro delle truppe italiane era ed è l'unica soluzione, a cui ci richiamano autorevolmente anche esponenti importanti del mondo pacifista italiano (da Gino Strada a padre Zanotelli), nonché tutte le realtà cattoliche e laiche, prive di una colorazione politica. Esse chiedono soltanto un atto di coerenza a questo Parlamento rispetto alle opinioni, largamente maggioritarie nel nostro paese, secondo le quali è palesemente sbagliato mantenere le truppe italiane in Iraq.
Questo Parlamento, ancora una volta, non sa essere rappresentativo di quelle istanze; ciò che rammarica, inoltre, è il comportamento di alcuni colleghi del centrosinistra, che con noi avevano condiviso il «no» chiaro all'invio di quella missione, quando presentava un carattere umanitario, disposta per accompagnare l'ospedale da campo (poi è stata dirottata a Nassirya sotto gli ordini del comando britannico).
Allora, esprimemmo tutti un voto contrario, perché la ritenevamo una truffa. Oggi è incomprensibile - mi rivolgo anche ai nostri colleghi - che si dica di soprassedere almeno fino al 30 giugno 2004 per poi cambiare atteggiamento, se a tale data, matureranno altre condizioni.
È sbagliato, colleghi, perché non è così che si fa chiarezza su una materia tanto delicata, altrimenti si giunge ad affermare che il decreto-legge, che dispone la proroga fino al 30 giugno, va bene nei termini in cui è stato proposto. Ma non va bene, perché il decreto-legge, nella parte prevalente relativa alla missione irachena, prevede di continuare questa drammatica operazione.
Noi ribadiamo il nostro «no» alla conversione in legge del decreto-legge in esame ed invitiamo - la speranza è l'ultima a morire - tutti i colleghi, almeno quelli dell'opposizione, ma anche quelli del centrodestra - che qualche volta riescono vagamente ad ascoltare la propria coscienza rispetto alla tragedia in atto, piuttosto che gli ordini di scuderia - a fare in modo che, una volta tanto, questo Parlamento sia capace di rappresentare il popolo italiano, in modo che vi sia una svolta nella vicenda irachena.
I falchi della amministrazione Bush potranno capire solo una scelta decisa, vale a dire il ritiro delle nostre truppe, non certo quella dello statu quo; ciò significherebbe semplicemente assistere ogni giorno, comodamente seduti di fronte ai telegiornali, alla tragedia di centinaia e di migliaia di persone innocenti, morte in quella guerra nella quale noi, purtroppo, siamo stati coinvolti da questo Governo avventurista.
Per tali motivi, preannuncio il «no» fermo e convinto dei deputati Verdi alla conversione in legge del decreto-legge in esame (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Verdi-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Villetti. Ne ha facoltà.
ROBERTO VILLETTI. Signor Presidente, credo che, in questo nostro dibattito parlamentare, l'aspetto principale da tenere presente per valutare la presenza della missione militare italiana sia costituito dalla tragedia che sta vivendo il popolo iracheno.
L'Iraq, uscito da una dittatura sanguinaria, quella di Saddam Hussein, è oggi alla ricerca di un proprio avvenire tra gravissime difficoltà. Tutti noi dell'opposizione siamo stati fermamente contrari all'intervento unilaterale degli Stati Uniti in Iraq. Certamente non l'abbiamo fatto perché pensavamo che il regime di Saddam Hussein dovesse restare in sella e avere un qualche futuro. Mi dispiace che l'onorevole Bondi, in mancanza di argomenti migliori, sia ricorso a vere e proprie deformazioni della posizione da noi assunta. Tra noi non vi è alcuno che abbia solidarizzato con il regime di Saddam Hussein; non lo ha fatto neppure l'ala estrema del nostro schieramento di opposizione. Non si può non constatare che, in molte delle idee di Rifondazione comunista e dei Verdi, vi è un'ispirazione libertaria diametralmente opposta a qualsiasi regime repressivo.
Guardiamo tutti con attenzione alle attuali condizioni dell'Iraq: è un paese occupato da truppe straniere, dilaniato da una guerra intestina tra fazioni religiose e politiche, che ne mette in discussione la stessa unità.
Siamo stati contrari all'intervento unilaterale degli Stati Uniti in Iraq e lo abbiamo fatto per molteplici ragioni, tutte riconducibili all'esigenza di conseguire la pace e la sicurezza nel mondo e di assicurare al popolo iracheno un avvenire migliore. Non è una differenza di poco
conto aver concepito sin dall'inizio una gestione della crisi irachena da parte delle Nazioni Unite, rispetto ad una visione unilaterale, predicata e praticata dall'Amministrazione americana.
Non si trattava solo di una questione di legittimità - cosa per noi di assoluta importanza -, ma anche di efficacia politica. L'intervento americano, infatti, non ha risolto nessuno dei problemi insorti dopo la tragedia dell'11 settembre. Non si sono attenuate né le gravissime tensioni esistenti nel Medio Oriente, né la spirale di odio e di violenza che attanaglia Israele e la Palestina. Non si sono colpiti i santuari del terrorismo che, come si è visto, non erano in Iraq, né si sono trovate armi di distruzione di massa.
La vittoria americana rischia quindi di trasformarsi in una sconfitta politica; dunque, non ci divide il giudizio sull'intervento americano. Da questa nostra comune valutazione derivano, tuttavia, conseguenze diverse. Ieri, è stata giustamente sottolineata da Piero Fassino la necessità di una svolta nella gestione della transizione in Iraq con un nuovo ruolo delle Nazioni Unite, e la stessa valutazione è stata fornita, sempre ieri, dall'esponente dello SDI, onorevole Intini. Ciò è giusto, in linea di principio, in quanto solo le Nazioni Unite possono attribuire legittimità ad una gestione della transizione in Iraq.
Tuttavia, non è solo una questione di principio, ma anche pratica. Infatti, gli Stati Uniti, nonostante la loro immensa potenza politica e militare, non sono in grado di gestire da soli la transizione in Iraq. Il Governo italiano dà invece l'impressione che sia possibile operare per la pace e la sicurezza in Iraq anche al di fuori delle Nazioni Unite. Ecco perché la missione militare italiana si colloca in un contesto politico che non possiamo condividere.
Ciò non significa che oggi sia opportuno e necessario un ritiro della missione militare italiana; su questo punto vi è una divisione dell'opposizione che non voglio né minimizzare, né sopravvalutare.
C'è chi chiede il ritiro immediato delle Forze armate italiane; ne comprendo le motivazioni, che mi sembrano ispirate più che altro a generali principi pacifisti, non violenti e antimilitaristi. C'è chi teme che le nostre Forze armate siano coinvolte in un'avventura militare dall'esito alquanto incerto e pericoloso. Mi pongo però un problema che non può essere accantonato: se noi oggi ritirassimo le Forze armate italiane e se venissero ritirate tutte le Forze armate dall'Iraq, a partire da quelle americane e inglesi, noi comprometteremmo la stessa possibilità di far gestire la transizione alle Nazioni Unite.
Dal punto di vista della pace, la presenza di Forze armate in Iraq è la condizione per realizzare un trasferimento della gestione della transizione nelle mani dell'ONU; non è concepibile un vuoto politico e militare, perché si aggraverebbe il caos esistente in Iraq e andrebbe in pezzi la stessa unità del paese, e per l'ONU non ci sarebbe più nessun compito da svolgere. Se non si avvierà un processo in questa direzione, se gli Stati Uniti continueranno a perseguire iniziative unilaterali, allora sarà più che giusto chiedere il ritiro delle Forze armate italiane; ma, in quel caso, onorevoli colleghi, l'opposizione dovrà chiedere non soltanto il ritiro delle Forze armate italiane ma anche il ritiro di tutte le Forze armate straniere in Iraq, perché allora questa sarà la scelta politica da fare.
Questa è una posizione chiara e limpida: non è affatto reticente, non è affatto codarda e non è, onorevole La Malfa, affatto confusa; la si può condividere o no, non la si può però deformare dicendo che è inesistente o che si tratta di una posizione a favore della guerra americana. È una posizione che esprime, dall'opposizione, quello che potrebbe essere il punto di vista di una forza di Governo. È una posizione che viene portata da importantissimi partiti socialdemocratici europei. La pace non si raggiunge con l'inazione, ma con l'azione. A nessuno può interessare che la situazione in Iraq si aggravi.
Noi avremmo preferito che questa posizione venisse espressa con migliore chiarezza di quanto è stato fatto; avremmo preferito che i gruppi parlamentari della
lista Prodi si astenessero, tuttavia, per disciplina di lista, i deputati dello SDI condivideranno la scelta del non voto. Siamo infatti convinti che comunque, con l'ordine del giorno che abbiamo presentato sul caso Iraq e con i voti espressi contro gli ordini del giorno che chiedevano l'immediato ritiro, la nostra posizione esca chiara e limpida.
In conclusione, desidero dire al Governo e alla maggioranza un'ultima cosa. Voi ci rimproverate di essere condizionati dai movimenti; ebbene, al riguardo vi diciamo quello che a suo tempo diceva un grande cancelliere tedesco e un grande Presidente dell'Internazionale socialista, Willy Brandt: molto meglio essere condizionati, per le classi dirigenti, dai movimenti pacifisti piuttosto che dai movimenti bellicisti. E se noi andremo al Governo, queste aspirazioni di pace le vogliamo portare nelle linee della nostra politica estera, e per questo lavoreremo (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Socialisti democratici italiani, dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e Misto-Verdi-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mastella. Ne ha facoltà.
MARIO CLEMENTE MASTELLA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, dico subito che i deputati di Alleanza popolare-UDEUR su questo provvedimento si asterranno, ma senza uscire dall'aula; e a quanti maliziosamente dovessero ritenere questa nostra posizione politica come pilatesca, rispondiamo che solo la logica della coalizione ci ha trattenuto dall'esprimere un voto decisamente a favore.
La nostra decisione non è figlia di un neutralismo senza valori; al contrario, ha il senso di un invito al Governo perché sulla questione Iraq vi sia un ulteriore sforzo dell'ONU sia sotto il profilo finanziario sia sotto quello del coinvolgimento di alcuni paesi membri.
Tra questi soprattutto i paesi dell'Europa comunitaria la cui unità è stata, in occasione dell'invasione irachena, troppo facilmente rotta e per molti aspetti non più ricomposta. Ancora pesa la fretta con la quale il nostro Governo firmò insieme ad altri l'adesione immediata alle decisioni americane, senza spendersi più di tanto per mantenere unita l'Europa dinanzi alle difficoltà franco tedesche. Ci fu, comunque, uno strappo alla solidarietà e l'intera vicenda ha dimostrato l'incertezza, direi quasi la pavidità istituzionale, con cui l'Europa si è mossa e continua a muoversi sul fronte della politica estera.
I problemi dell'ordine mondiale, di gestione della pace e della guerra, i rapporti diplomatici e militari con le altre parti del mondo vengono trattati sempre, tramite le diplomazie internazionali, o presso le Nazioni Unite o con la forza, comunque mai con la presenza istituzionale dell'Europa. In tale quadro di riferimento l'Italia si è trovata a svolgere un ruolo non costruttivo, caratterizzato dal prevalere di preferenze univoche e non unitarie, tradendo quindi quella funzione di mediazione e di terzietà che è stata negli anni passati un riferimento molto importante per la costruzione di ponti - come diceva La Pira - e di luoghi di mediazione tra popoli, culture e situazioni diverse, facendo del nostro paese un crocevia straordinario per i costruttori di pace di tutto il mondo.
Era questa la politica della Democrazia Cristiana. Siamo infatti convinti che la difesa della pace richieda innanzitutto un impegno preciso, per un progetto che sia davvero capace di affrontare nella sua complessità gli elementi fondanti di una convivenza pacifica tra gli uomini. Abbiamo perciò tentato, per quanto era possibile alla nostra pattuglia, al nostro piccolo pacchetto di mischia, di costruire in tutti i modi nel Parlamento italiano una proposta che consentisse all'Italia di svolgere un ruolo più attivo ed incisivo per la pace, così come abbiamo tenuto sempre presente l'alto messaggio del Papa che proprio in quest'aula, così come in altre occasioni, ci ha sempre richiamati al dovere di evitare comunque e dovunque iniziative di guerra.
Tornando alle nostre vicende domestiche e parlamentari, faccio rilevare come con questo atteggiamento l'Alleanza popolare-UDEUR
si sforzi di parlare la lingua che dovrà parlare in positivo l'intero centrosinistra, qualora abbia la voglia di tornare al Governo. Un'alleanza di Governo ha il dovere politico di decidere i tempi e i modi di quando è lecito impugnare le armi oppure di quando è giusto partecipare alla ricostruzione di un paese che ha subito, come l'Iraq, una drammatica guerra. Mentre abbiamo detto no in maniera convinta all'intervento militare unilaterale anglo-americano, manifestando un dissenso motivato dalla coscienza e dal buon senso internazionale, questa volta, colleghi dell'opposizione, siamo molto distanti e molto distinti - e di questo ce ne dispiace - da quanti con noi condivisero allora lo stesso fermo e sereno diniego all'invasione.
MARIO CLEMENTE MASTELLA. Oggi però - e l'ha detto bene un intelligente filosofo della sinistra, Biagio De Giovanni - non si può affermare che vogliamo l'ONU a gestire la transizione e allo stesso tempo invitare ad andarsene chi si trova sul posto, per tentare di stabilizzare quelle aree. Si tratta di una posizione ideologica precostituita (come ha detto appunto De Giovanni) che non tiene conto della realtà: andare via oggi sarebbe un atto di irresponsabilità internazionale.
Ci pare perciò mal posta la questione di chi è per la pace e di chi invece idolatra la spada; non ci sentiamo per queste nostre differenti valutazioni né di porgere la guancia a qualche ceffone democratico né in crisi con la nostra fede cattolica. Abbiamo rispetto dei profeti anche se in giro, per la verità, ne vediamo molto pochi, ma crediamo al valore della politica anche quando essa è fatta dai suoi professionisti. Alla politica si chiede di decidere, ma anche di capire, di rispettare le opinioni altrui anche quanto queste non sono contigue con il proprio operato giornaliero. Le si chiede, insomma, di decidere secondo l'etica della responsabilità.
Noi siamo quelli che hanno amato Dossetti ma stimato e scelto De Gasperi; siamo tra quelli nella tradizione di chi ha esaltato Don Milani, sentendosi partecipe alla scuola di Barbiana, ma ha preferito la coerente politica di Moro, piena di ragionevoli dubbi, ma capace di decidere assumendosi la propria massiccia dose di responsabilità in momenti storici molto più ambigui di questo.
Ecco perché astenersi non significa, come magari qualcuno pensa o irride, colludere con il Governo, la cui azione interna ed internazionale ci appare fragile ed incerta. Noi di Alleanza popolare-UDEUR colludiamo ora - ed è questa la nostra risposta politica e parlamentare - con l'Italia, con i ragazzi che erano a Nassiriya (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Alleanza popolare-UDEUR e Misto-Socialisti democratici italiani)
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Diliberto. Ne ha facoltà.
OLIVIERO DILIBERTO. Signor Presidente, colleghi, i Comunisti italiani voteranno con convinzione contro il rinnovo della missione in Iraq. La nostra presenza in territorio di guerra è illegale dal punto di vista del diritto internazionale, in contrasto con l'articolo 11 della Costituzione italiana e profondamente sbagliata sul piano politico.
La guerra non è più - come si diceva una volta sulla base di una celebre metafora - prosecuzione della politica sotto altre forme, ma rappresenta la sostituzione della politica estera. Guerra non solo preventiva, ma anche permanente, strumento del dominio unilaterale sul mondo, esercizio del diritto del più forte, variante neocoloniale delle peggiori logiche imperiali.
Altro che armi di distruzione di massa a difesa dei diritti umani, liberazione da un dittatore: chiunque guardi senza ipocrisie alla fase che stiamo vivendo si accorge che si tratta di una sporca guerra per il petrolio e per l'egemonia in un'area chiave del mondo.
Altro che guerra al terrorismo, cari colleghi: il terrorismo è aumentato vertiginosamente, perché alla guerra permanente si oppone il terrorismo permanente, questa sorta di guerra globale non convenzionale che sta segnando di sé un'intera generazione.
Palestina, Afghanistan, Iraq: nessuno dei problemi aperti è stato risolto. Si muore, si uccide e ci si uccide a decine, talvolta a centinaia, tutti giorni. Il mondo è ogni giorno di più un orrendo mattatoio.
L'Italia è in Iraq agli ordini dell'amministrazione Bush; decenni di cooperazione e di pace con il mondo arabo, di tessitura paziente di rapporti e di amicizie nell'area del Mediterraneo sono andati in fumo. Non siamo più alleati degli Stati Uniti d'America, siamo sudditi e, dunque, esposti alle medesime rappresaglie con altissimi rischi. Nassiriya si spiega così: i nostri soldati sono stati mandati allo sbaraglio, senza alcuna copertura politica o diplomatica, senza un adeguato supporto di intelligence. Il massacro dei nostri uomini ha, dunque, un responsabile preciso. È il Governo che ha la responsabilità politica e morale di quelle morti e noi non ci stancheremo di ripeterlo.
Oggi chiediamo il ritiro immediato delle nostre truppe che occupano uno Stato straniero sovrano agli ordini di generali stranieri: ritiro immediato! Le truppe attuali di occupazione siano sostituite da truppe dell'ONU - queste sì veramente di pace -, delle quali non facciano parte soldati di quelle potenze che hanno scatenato la guerra e, dunque, non odiati dalle popolazioni. Truppe neutrali che restituiscano al più presto la dignità nazionale e l'indipendenza all'Iraq.
Noi, dunque, voteremo convintamente contro il provvedimento in esame e non comprendiamo - lo dico con rispetto ed in amicizia - come forze politiche della sinistra e del centro-sinistra - che hanno manifestato insieme a noi contro questa guerra - possano fare una scelta diversa. La decisione di non partecipare al voto finale dei partiti che costituiranno la lista a tre per le prossime elezioni europee a me sembra contraddittoria e, sinceramente, sbagliata.
È il nostro popolo a chiederci di votare contro questa missione di guerra: è il popolo della pace, lo stesso che ha esposto per mesi le bandiere della pace alle finestre delle proprie case, lo stesso che il prossimo 20 marzo, ancora una volta, scenderà per le strade a chiedere che l'Italia si ritiri dall'Iraq.
Vedete, proprio questa diversità di voto - tra noi che voteremo contro il rinnovo della missione e tra quanti si asterranno dal voto - ci consegna un problema politico. Stiamo, infatti, vivendo un paradosso. All'interno della lista unitaria le divisioni politiche sono evidenti: dalla guerra alle pensioni, dalla giustizia alle gabbie salariali. Viceversa, a sinistra della lista unitaria - che, inevitabilmente, è già e sarà sempre di più ad egemonia moderata -, nonostante si sia d'accordo quasi su tutte le questioni - ad iniziare dalla pace -, non si riesce ad aprire un processo unitario.
Comunisti italiani, Rifondazione comunista, Verdi, lista Di Pietro-Occhetto e tantissimi, tra movimenti, associazioni, singole personalità e anche molti parlamentari di altri partiti della sinistra, sono schierati per il «no» alla guerra, senza incertezze e senza ambiguità. È possibile che si non si riesca a fare un accordo anche noi? Noi lo proponiamo con convinzione: è il grande tema della riaggregazione a sinistra, il tema di unificare ciò che è diviso e frammentato. Sinistra, che significa pace, ma anche difesa dei più deboli, dei lavoratori salariati come dei disoccupati, dei pensionati, di tutti coloro che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese.
Per questo, noi abbiamo proposto che tutti coloro che sulla pace e sulle questioni sociali e dei diritti sono d'accordo, tutti coloro che oggi, in quest'aula, ovunque siano seduti, voteranno contro la guerra, ebbene, tutti costoro possano ritrovarsi in un'unica lista di sinistra alle prossime elezioni europee: lo abbiamo proposto e lo ribadiamo in quest'aula. A gestire questa
operazione politica siano personalità fuori dalle nicchie dei rispettivi partiti per coinvolgere le associazioni e i movimenti della pace.
Vi chiediamo, cari compagni ed amici, un gesto di apertura e di generosità politica che superi ogni egoismo di partito. Noi per parte nostra siamo pronti e riproponiamo oggi questa ipotesi in un'aula del Parlamento. Sinora abbiamo avuto risposte non positive e ce ne dispiace, ma noi non comprendiamo e continuiamo a non comprendere perché a sinistra si debba continuare in una logica di divisione. Per la prima volta, c'è la possibilità di invertire questa logica: possiamo unirci.
D'altra parte - ho finito signor Presidente - ...
PRESIDENTE. Onorevole Diliberto, ha ancora due minuti e mezzo a disposizione.
OLIVIERO DILIBERTO. Magnifico, ma io occupo sempre meno tempo del previsto.
PRESIDENTE. Il dono della sintesi è raro qui dentro.
OLIVIERO DILIBERTO. Grazie, signor Presidente.
D'altra parte - ho per davvero concluso -, di fronte a temi enormi come questi, di fronte al tema gigantesco della pace e della guerra, a me viene spontanea una domanda, cari amici e cari compagni della sinistra, viene così spontanea che la prendo a prestito dal titolo di un grande libro di un grande scrittore italiano: cari compagni, se non ora, quando (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Comunisti italiani)?
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Bertinotti. Ne ha facoltà.
FAUSTO BERTINOTTI. Signor Presidente, signore deputate, signori deputati, la guerra, lo sappiamo tutti, è questione troppo grande perché possa essere ridotta alle controversie interne. Tuttavia, la guerra è anche rivelatrice dello stato della politica e delle sue istituzioni. A me e a noi pare chiaro che anche in questa occasione viene in evidenza una crisi delle istituzioni del nostro paese e della politica che risalta con tanta maggiore evidenza se si confronta all'efficacia, alla forza, al livello e alla diffusione del movimento per la pace che si dà un appuntamento così rilevante e significativo come quello del 20 marzo a Roma, che viene preparato attraverso il coinvolgimento di comunità del paese con una carovana che passa di città in città, che prepara la manifestazione, la quale a sua volta mostra una capacità di attrazione straordinaria su tanta parte del nostro popolo e sulle nuove generazioni. Si tratta di una manifestazione mondiale che si riprodurrà nelle grandi città europee e in 400 luoghi degli Stati Uniti d'America. Questo è un movimento capace di pensare in grande e di camminare per le strade del mondo e, invece, abbiamo qui un Parlamento - basta vederlo - sotto schiaffo, con un Governo che non è neppure capace della trasparenza elementare e che su una vicenda così drammatica come quella della guerra ha eretto la doppiezza a suo regime, parlando di missione di pace o di guerra a seconda delle convenienze e dell'uso politico atteso.
Non c'è neppure la capacità dell'indignazione di fronte all'enormità di questa doppiezza.
Ieri Bondi ha rivendicato la scelta della guerra, la sua giustezza e la sua utilità e ha annoverato il suo Governo nella coalizione dei volenterosi...
PRESIDENTE. Pregherei i colleghi di fare silenzio quando in sede di dichiarazione di voto si svolgono interventi che hanno un significato importante per coloro che ascoltano e che sanno ascoltare. Prego, onorevole Bertinotti.
MARCO BOATO. Anche il Governo dovrebbe ascoltare!
PRESIDENTE. Anche il Governo, naturalmente.
FAUSTO BERTINOTTI. I signori del Governo, per favore, dovrebbero evitare di disturbare. Grazie, signori.
PRESIDENTE. Il Governo è circondato... È un'attrazione fatale quella che esercita!
FAUSTO BERTINOTTI. Del resto, io non chiedevo che conferme: eccole qui le conferme del degrado del Parlamento, non per quello che mi riguarda naturalmente, ma per le condizioni in cui si svolge questa discussione. Come dicevo, Bondi ha parlato della guerra, della sua giustezza, della sua utilità e della presenza di questa compagine governativa a guida del paese nella coalizione dei volenterosi. Gli sfugge che volenterosi non vuol dire virtuosi! Ma al deputato della maggioranza sfugge soprattutto che questa scelta non è stata fatta dal Parlamento e che, quando le opposizioni hanno denunciato che ciò avveniva surrettiziamente, si trattava appunto di una accusa che oggi, invece, viene trasformata dall'esponente della maggioranza in una dichiarazione di colpevolezza, dal momento che quello che noi agitavamo come un'accusa («siete in guerra, portate il paese in guerra») è oggi da lui riconosciuto.
Così non è soltanto una guerra incostituzionale, secondo il dettato dell'articolo 11 della Costituzione, ma è oggi una guerra illegale, perché fate - ormai lo dichiarate - quello che negate di fare attraverso le scelte e le dichiarazioni in Parlamento. Così la democrazia rappresentativa viene demolita. Del resto, il Presidente del Consiglio ha avuto modo di comunicare a Blair che la conferma della missione dell'esercito italiano in Iraq era già stata approvata dal Parlamento, quando il Parlamento non aveva ancora votato. Ma, appunto, che c'entra il voto del Parlamento? La sua irrilevanza è considerata totale dal Presidente del Consiglio. E con ciò si concorre al suo degrado, al suo impoverimento.
Vorrei dire alle opposizioni tutte che, di fronte alla scelta arrogante del Governo di rifiutare persino la richiesta di una parte e poi di tutte le opposizioni di separare i voti in modo da circoscrivere un voto importante, solenne, su questa missione, di fronte al suo rifiuto, si sarebbe dovuta trarre almeno la conclusione di riconoscere la lesione dei diritti in Parlamento per poter votare contro l'intero provvedimento, non soltanto per le ragioni specifiche, ma anche per difendere appunto la dignità del Parlamento. In realtà, ritengo vi sia una sottovalutazione di questa lesione della democrazia.
Ma andiamo alla sostanza, parliamo della guerra in Iraq: tutto conferma la tesi di noi che siamo stati avversi alla guerra, la tesi dei movimenti per la pace. Non sono state trovate le armi di distruzione di massa, che è stata l'unica motivazione addotta formalmente e ufficialmente per questa guerra. Il terrorismo, invece di ridursi, si è accresciuto; alla guerra segue la guerra. Qui sono stati citati atti di formazione di una Costituzione, atti di governo in Iraq, come se quelli non fossero sommersi dalla violenza, dai massacri, dall'instabilità. Quella fragile costruzione, sotto il dominio degli eserciti di occupazione, affonda nell'incertezza. C'è un rifiuto di massa dell'occupazione, una diffusione dei conflitti armati, la drammatizzazione dei conflitti etnici e religiosi.
Ai sostenitori della guerra resta soltanto l'aver cacciato Saddam. Non userò qui l'argomento più volte usato dei tanti dittatori che si aggirano per il mondo e della domanda che occorse tuttavia porsi: perché allora per Saddam e non per altri? Pongo, invece, una questione più di fondo: possibile che siate così ignoranti del rapporto tra mezzi e fini? Possibile che non possiate indagare su quella che è la lezione di tutta la storia contemporanea, che cioè, usando mezzi che contraddicono i fini, è il fine stesso ad essere travolto, come dimostra la devastazione della società civile irachena?
Il ritiro delle truppe italiane è l'unico atto di responsabilità politica che a noi e a questo Parlamento è consentito; l'uscita da un pantano mortale, la possibilità di portare il proprio contributo, fosse anche un granello di sabbia, alla sconfitta della
teoria della pratica della guerra preventiva dell'amministrazione Bush; la possibilità di raggiungere posizioni sempre tenute da altri paesi europei, come la Francia o la Germania, di non invio delle truppe e di ripresa di un discorso in Europa sull'ONU che passi per il ritiro di tutte le truppe di occupazione. Purtroppo, invece, qui oggi avviene una divisione dell'opposizione, che è stata pure ed è unita contro la guerra dell'amministrazione Bush in Iraq.
Ma oggi, questa mi pare la domanda di fondo da fare rispetto alla scelta di voto: c'è ancora o no la guerra in Iraq? Parla - credo per tutti noi - la Tavola della pace; non qualche esponente radicale del movimento dei movimenti, ma la Tavola della pace. Oggi, in un appello formulato nei confronti di tutti parlamentari per un voto di abbandono dell'opzione militare e di ritiro dei soldati italiani, la Tavola della pace scrive che quello che viene definito dopoguerra è in realtà la prosecuzione della stessa guerra in forme nuove e terribili. Il nemico sconfitto in campo aperto continua la sua guerra. A questa guerra, mai conclusa, si aggiungono altre guerre, quelle delle potenze occupanti contro il terrorismo, della resistenza contro l'occupazione, dei fondamentalisti contro l'America e l'Occidente e degli iracheni per la conquista al potere. Siamo in guerra e dunque vanno ritirate le truppe dal teatro di guerra. Il ritiro delle truppe italiane lascerebbe qualche vuoto? Ne ha parlato qui la parlamentare Deiana quando ha fatto riferimento ad un pieno di guerra e di violenze che nessuno può negare. Il ritiro sarebbe solo il ritiro dalla violenza, ed irresponsabile è solo starci, continuare a stare nella guerra, mentre la guerra produce altra guerra. Se si vuole una svolta politica in Iraq, non basta invocarla. Non si può essere così impotenti, ma bisogna contribuire a costruire la svolta, e l'unico modo, con cui possiamo concorrere, è quello di ottenere il ritiro delle truppe italiane. Del resto, sembrano avvertiti anche i sostenitori di questa scelta così drammaticamente sbagliata di non partecipare al voto, quando propongono il ritiro delle truppe italiane post-datato. Ma, se va bene a giugno, mi volete spiegare per quale ragione sarebbe irresponsabile farlo adesso? Qual è la differenza tra adesso e giugno? Se, come ho sentito, si dice che a giugno chiederemo il ritiro di tutte le truppe di occupazione, a maggior ragione, allora, che venga chiesto adesso. Il ritiro è l'atto necessario per chi chiede la pace contro la guerra. Questa è una richiesta che abbiamo sempre avanzato, fin dal primo giorno dell'inizio della guerra. L'abbiamo chiesto anche per Nassiriya, non perché la morte drammatica dei soldati italiani rendesse particolarmente responsabile il Governo italiano delle stesse morti, ma perché il Governo italiano, con la presenza in quella zona, è responsabile generale di tutte le morti che accadono in Iraq. Richiediamo quindi, oggi come ieri, il ritiro delle nostre truppe.
PRESIDENTE. Onorevole Bertinotti, la invito a concludere.
FAUSTO BERTINOTTI. Ritroviamo in questa scelta la ragione etica di fondo, quella che ci sollecitano gli Zanotelli, i Ciotti e gli Strada. Vorremo così trasformare il tema della guerra in tabù.
Vorrei infine dire a Bianco, che ieri ha avuto l'ineleganza di attaccare Bondi, non per il suo presente di sostenitore della guerra, ma per il suo passato di comunista, che i comunisti ed i pacifisti degli anni Ottanta, in particolare i comunisti di Pio La Torre, combattendo contro tutti i missili, hanno gettato un seme che si ritrova nei movimenti della pace di oggi, di cui, in qualche modo, tutti noi ci sentiamo eredi (Applausi dei deputati del gruppo di Rifondazione comunista e di deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo - Congratulazioni).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Bricolo. Ne ha facoltà.
FEDERICO BRICOLO. Dopo il fiume di parole che, sul provvedimento in esame, sono state sprecate - debbo proprio dirlo - in quest'aula, desidero fare il punto
della situazione, anche per precisare quali saranno le conseguenze del voto che saremo chiamati ad esprimere.
Non votare a favore di questo provvedimento vorrebbe dire, di fatto, interrompere immediatamente l'operatività delle nostre missioni di pace nel mondo: i nostri uomini dovrebbero essere richiamati in patria immediatamente. Questo sarebbe il risultato se la scelta di voto che viene portata avanti dal centrosinistra fosse quella maggioritaria in questo Parlamento.
Parliamo un po' delle missioni di pace. Si parla solo dell'Iraq perché, evidentemente, conviene alle parti politiche del centrosinistra per cercare di demonizzare la posizione di questo Governo sulla missione in tale paese. Parliamo, invece, anche delle altre missione di pace!
Il nostro paese è impegnato nei Balcani. Pensiamo alla missione di pace in Albania ed all'accordo bilaterale che, finalmente, ci ha permesso di interrompere il flusso costante di immigrati che durante gli anni di Governo del centrosinistra entravano illegalmente in Italia. Tale flusso è stato interrotto. Oggi, le motovedette della Guardia di finanza possono pattugliare le coste dell'Albania e, in tal modo, possono impedire ai gommoni di trasportare a casa nostra quegli immigrati clandestini che, grazie al centrosinistra, ci siamo ritrovati nelle nostre carceri, colpevoli di furti, di rapine, di spaccio di droga e di altri reati. Tutto ciò non accade più.
Sempre nei Balcani, il nostro paese è impegnato anche in Kosovo. Ricordiamo che il Governo pacifista del primo ministro D'Alema inviava i nostri bombardieri a bombardare Belgrado senza che fosse intervenuto un voto parlamentare al riguardo. Ricordiamocelo: è successo cinque anni fa! Ora vanno alle manifestazioni con la bandiera della pace in mano; cinque anni fa erano alleati di quelli che, ora, sono i nemici americani e bombardavano la Serbia! In Kosovo hanno creato una regione assolutamente instabile dalla quale transitano droga, esseri umani e armi che giungono direttamente in Europa e nel nostro paese. Dunque, la missione di pace in Kosovo serve anche a presidiare una zona altamente instabile, creata da una guerra che noi della Lega, in quel momento storico, abbiamo contestato.
Siamo in Afghanistan. Non dimentichiamo che il territorio dell'Afghanistan era la base operativa di un network terroristico che ha portato terrore ed ha seminato morte in tutto il mondo. Ebbene, ci siamo e ci battiamo ancora per esserci. Oggi, il Governo ha accettato un ordine del giorno presentato dalla Lega Nord, a mia prima firma, che demanda ai nostri uomini il compito di interagire con le altre forze della missione di pace al fine di contrastare, oltre al fenomeno del terrorismo, anche quello che porta ad essere l'Afghanistan il più grande coltivatore di oppiacei del mondo ed il più grande esportatore di eroina (la stessa che arriva nel nostro paese). Le nostre forze servono anche ad impedire che simili attività, svolte in questi paesi, possano ripercuotersi negativamente all'interno dei nostri confini.
Infine, siamo in Iraq, dove, anche grazie alla nostra presenza militare, si è finalmente avviato un processo di democratizzazione. Non siamo in Iraq, come dice l'onorevole Pecoraro Scanio, per combattere. I nostri uomini non sparano a nessuno e non bombardano nessuno, ma sono un presidio sul territorio e cercano di favorire una democratizzazione che ha trovato una prima forma di concretizzazione con la firma di un principio di Costituzione che, gradualmente, porterà il popolo iracheno ad avere i suoi rappresentanti e, dunque, anche a porre fine alla nostra missione.
Tutte quelle che ho elencato sono azioni che, in questo momento, la Lega Nord ha deciso di portare avanti. Coerentemente, esprimeremo un voto favorevole sul provvedimento al nostro esame.
È interessante, però, analizzare come voterà il centrosinistra, che si presenta in aula assolutamente diviso. Abbiamo appena ascoltato la dichiarazione di voto dell'onorevole Mastella: la sua parte, all'interno del centrosinistra e dell'Ulivo, ha deciso di astenersi; tuttavia, lo farà soltanto perché fa parte della coalizione,
altrimenti avrebbe votato in modo decisamente favorevole (sono queste le parole di Mastella)!
Vediamo, poi, un centrosinistra che ha idee diametralmente opposte. I Comunisti italiani, i Verdi ed il «correntone» DS, che sono nell'Ulivo, sono favorevoli al ritiro immediato delle truppe dall'Iraq: hanno votato per il ritiro immediato insieme con Rifondazione comunista! Allo stesso tempo, sono contrari al proseguimento di tutte le missioni di pace. Perché questo voteranno! Voteranno «no» al provvedimento in esame.
Anche nella nuova lista cosiddetta unitaria, in questi giorni, sono esplose diverse polemiche (i socialisti democratici italiani avevano espresso l'intenzione di astenersi). Alla fine, hanno deciso (forse è la scelta più vergognosa) di non votare per non palesare le loro divisioni interne. Resteranno in questo Parlamento, creando un nuovo sistema di voto, ossia il «non voto». Non voteranno. Non si esprimeranno su un provvedimento così importante concernente la politica estera del nostro paese.
Di fatto, l'opposizione, con questi sistemi di voto complessi ed incredibili, dimostra di non essere una concreta forza alternativa di Governo. Rappresenta una minoranza che sa «abbaiare», sa urlare, sa contestare la maggioranza quando cerca di portare avanti riforme importanti in questo paese, ma non riesce a sviluppare, al suo interno, una dialettica comune. Addirittura, si arriva ad offese che le agenzie di stampa pubblicano quotidianamente e che hanno dell'incredibile: sconfessano l'operato dei loro partiti. Oggi, l'onorevole Pecoraro Scanio ha dichiarato che questo voto in Parlamento è una pagina nera per il centrosinistra. Il vicepresidente del Senato, Cesare Salvi, che è stato ministro del Governo di centrosinistra, afferma che la costituzione del nuovo «triciclo» è un'operazione politicamente sbagliata. Di Pietro, altro alleato del centrosinistra, afferma che (sono le sue testuali parole) chi non prende una decisione netta per il «sì» o per il «no» sulla missione militare in Iraq è un codardo senza dignità di parlamentare.
Questo siete, cari colleghi del centrosinistra che non voterete: siete codardi e non avete dignità di parlamentari. Il bello è che non lo dico io, ma Di Pietro, che è un vostro alleato. Queste sono le stranezze del centrosinistra che, evidentemente, dovranno far riflettere seriamente gli italiani.
La cosa più interessante l'ha detta Gino Strada, il «guru» dei centri sociali, dei pacifisti, invitato a tutti i dibattiti cui partecipano i diessini. Il nuovo ideologo della sinistra, Gino Strada, oggi afferma che tutti quelli che non si sono opposti, tutti quelli che non votano «no», tutti quelli che si astengono, tutti quelli che fanno finta di non esserci, tutta questa gentaglia deve andare a casa (Applausi dei deputati dei gruppi della Lega Nord Federazione Padana e di Forza Italia). Gino Strada vi invita ad andare a casa: questo dovete fare!
MARISA ABBONDANZIERI. Mandate a casa i bambini!
FEDERICO BRICOLO. Delinquente politico è anche chi non si oppone. Questo dice Gino Strada di voi, caro Fassino!
Oggi, abbiamo assistito in quest'aula ad un fatto incredibile: il segretario di un partito (qui presente: mi rivolgo all'onorevole Fassino) è stato delegittimato dai suoi stessi parlamentari. Fassino ha svolto in quest'aula un intervento in cui ha utilizzato più volte la parola «noi» (noi chiediamo, non vogliamo, noi voteremo, e via dicendo), indicando quella che doveva essere evidentemente una chiara linea politica o del suo partito o della sua coalizione. La sua coalizione è completamente spaccata, i voti sono del tutto divergenti. Ma la cosa interessante è che all'interno del suo stesso partito, i suoi parlamentari oggi, in quest'aula, lo hanno sconfessato, perché sul ritiro immediato delle truppe in Iraq una parte del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo ha votato a favore ed un'altra ha espresso un voto contrario.
Per la prima volta (credo sia giusto evidenziare ciò), nel Parlamento italiano un segretario politico è stato sconfessato con un voto dai suoi stessi parlamentari.
Lo schiaffo che oggi ha preso l'onorevole Fassino sono convinto che sia più forte di quelli che forse prenderà, quando, scortato, nei prossimi giorni dovrà recarsi alla manifestazione organizzata dai centri sociali. Lo hanno minacciato di questo... (Applausi dei deputati del gruppo della Lega Nord Federazione Padana e di Alleanza nazionale)
PIERO FASSINO. Preoccupati di te!
FEDERICO BRICOLO. ...che è uno schiaffo ben più sonoro. Invito l'onorevole Fassino a parlare da questo momento a titolo personale. Non è un invito retorico (Commenti dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo - Applausi dei deputati del gruppo della Lega Nord Federazione Padana).
È un invito, giacché dispone dei suoi parlamentari, a parlare a titolo personale.
MARISA ABBONDANZIERI. Ma smettila!
FEDERICO BRICOLO. Ricordo anche all'onorevole Fassino di essere coerente quando parla a titolo personale. Quattro anni fa, era favorevole, insieme agli americani, alla guerra contro il Kosovo, da pacifista (Applausi dei deputati del gruppo della Lega Nord Federazione Padana)! Da pacifista Fassino bombardavi il Kosovo; oggi, da pacifista, sei contro le missioni di pace nel mondo!
Questo è ciò che fai. Dunque, non hai neanche una coerenza personale (Commenti dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo)!
Concludo, Presidente. Penso che, dopo questo ennesimo giro di valzer, gli italiani capiranno che il povero Fassino non è altro che il rappresentante di un partito vigliacco (Commenti dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo), che non ha neanche il coraggio di votare in aula, che si nasconde, e allo stesso tempo penseranno (Commenti dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo)...
MARISA ABBONDANZIERI. Vai a casa! Smettila!
FEDERICO BRICOLO. Chi non ha il coraggio di votare, per me è un vigliacco (Commenti dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo). Al centrosinistra dico invece...
PRESIDENTE. Onorevole Bricolo, concluda il suo interessante discorso.
FEDERICO BRICOLO. Dopo Sanremo, oggi abbiamo assistito in quest'aula al festival dell'ipocrisia (Applausi dei deputati del gruppo della Lega Nord Federazione Padana, di Forza Italia e di Alleanza nazionale).
LUIGI OLIVIERI. Smettila!
PRESIDENTE. Onorevole Bricolo, ha esaurito il suo tempo da un minuto.
FEDERICO BRICOLO. Concludo, Presidente.
Dopo avere assistito in quest'aula a questo festival dell'ipocrisia, il vostro voto non favorevole a tali missioni di pace vi farà anche essere una vergogna per questo paese (Applausi dei deputati dei gruppi della Lega Nord Federazione Padana, di Forza Italia e di Alleanza nazionale).
LUIGI OLIVIERI. Bravo, buffone!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Tucci. Ne ha facoltà.
MICHELE TUCCI. Signor Presidente, questo decreto-legge, come emerso dal dibattito, contiene molti aspetti che sono stati condivisi anche dall'opposizione, seppure con motivazioni ed eccezioni diverse e variegate.
Gli aspetti sui quali sembrano concentrarsi le argomentazioni discordanti riguardano: il prolungamento della missione in Iraq, la legittimità della stessa e l'applicazione del codice penale militare di guerra. L'Iraq è certamente l'argomento a
cui dedicare maggiore attenzione e, in tal senso, il «no» alla guerra appare uno slogan anacronistico, perché oggi il problema non è la guerra, ma la costruzione della pace. La lotta al terrorismo non è conclusa, la pacificazione del paese è ancora agli inizi, l'attività umanitaria è in corso, ma con compiti gravosissimi da portare a termine; la ricostruzione è appena avviata.
Pertanto, le finalità di fondo che il Governo italiano, chiedendo l'approvazione del Parlamento, si è assunto non sono state ancora raggiunte, né ragionevolmente si può immaginare che si raggiungano in soli sei mesi. Ma va detto anche che, rispetto alle polemiche precedenti, è accaduto un fatto importante e assolutamente dirimente: il Consiglio di sicurezza, con la risoluzione n. 1511, ha dato un taglio completamente diverso alla vicenda. Oggi noi siamo in Iraq in forza di un mandato e di un'autorizzazione del Consiglio di sicurezza, e pertanto discutere sulla natura e sulla legittimità del nostro intervento umanitario è completamente fuori luogo.
Anche per questo non si può assolutamente sostenere che l'intervento italiano, come missione umanitaria, sia illegittimo. La risoluzione - lo voglio ricordare - è del 16 ottobre 2003, ed è proprio intorno a questa data che iniziano, purtroppo, i più gravi attentati, nei confronti non solo nostri, ma anche dell'ONU, della Croce rossa, delle Forze di polizia che si vanno creando in Iraq. Le azioni della guerriglia e del terrorismo prendono le mosse e tendono ad intensificarsi proprio allorquando si delinea da parte dell'ONU non già una condanna, non qualcosa che sia contro le missioni internazionali, ma addirittura una sorta di mandato, che poi l'ONU riassumerà un mese dopo, con la risoluzione del 16 ottobre 2003.
In altre parole, signor Presidente, nell'agosto, nel settembre, nell'ottobre, nel novembre 2003, ed oltre, si è voluto mandare questo messaggio alle forze internazionali: fuori dall'Iraq! E quindi fuori l'ONU, fuori la Croce rossa, fuori tutti, per tornare ad avere mano libera. L'integralismo islamico, il terrorismo, le forze che mirano ad instaurare una guerra civile permanente tra fazioni - sciiti, sunniti, curdi, e via dicendo - vogliono dire a tutti, soprattutto alle forze di pace: vi colpiremo, perché dovete andarvene! Quando i nostri soldati sono morti a Nassiriya, a novembre, noi eravamo stati legittimati a restare in Iraq.
La condizione di sicurezza, infatti, è assolutamente necessaria per condurre in porto il passaggio delle funzioni dall'amministrazione provvisoria americana al governo provvisorio, per fare un'Assemblea costituente e poi arrivare alle elezioni. Noi stiamo tutti lavorando perché in Iraq torni la democrazia e siano garantiti i diritti civili. In tal senso, signor Presidente, salutiamo con soddisfazione la firma di una Costituzione provvisoria.
I terroristi, invece, vogliono esattamente il contrario ed il passaggio dei poteri in Iraq è la migliore risposta agli atti di terrorismo perpetrati. Questo è il punto di fondo ed è su tale tema che si deve discutere. Oggi noi siamo in Iraq perché autorizzati dalle Nazioni Unite, che ci hanno anche ringraziato per questo. Quindi, vi è una piena legittimità e noi siamo lì per fare il nostro dovere, anche in nome delle Nazioni Unite.
Il punto è proprio questo, ossia se non si voglia svolgere una pura discussione di principio, demagogica e strumentale, come la sinistra sembra fare contro la guerra, contro gli americani, a favore del «tutti a casa subito e non se ne parli più», utilizzando a sproposito ogni occasione, compresa quella dei quattro piloti elicotteristi dell'esercito rimpatriati dall'Iraq e attualmente sotto indagine da parte della procura militare della Repubblica. Tali piloti - lo voglio ricordare - hanno rifiutato di essere impiegati in operazioni di volo, affermando di non essere abbastanza addestrati.
Riteniamo, a tale proposito, di condividere l'opinione espressa dal generale Roberto Tonon, vice comandante dell'aviazione dell'esercito. Il generale Tonon ha detto che quello dei militari è sembrato un atteggiamento poco giustificato per dei
professionisti preparati da sempre ad affrontare queste situazioni. Secondo l'alto ufficiale, gli elicotteri dell'esercito in missione in Iraq (e, in questo senso, va salvaguardata anche la dichiarazione del ministro Martino) dispongono di misure adeguate a fronteggiare la minaccia.
Signor Presidente, non vorrei, come qualcuno ha ipotizzato, che anche questa vicenda sia stata sollevata per ostacolare il cammino del decreto-legge in esame e che i quattro piloti, loro malgrado, siano stati oggetto di un disegno, alquanto impreciso, che va ben oltre le circostanze del singolo episodio, nel tentativo di portare discredito alla professionalità, ma anche all'addestramento e alla preparazione del nostro contingente.
Se vogliamo essere realisti, al di là delle questioni di carattere morale, emotivo ed ideologico, è necessario che la nostra missione permanga. Bisogna che il Governo collabori con l'ONU per far sì che venga di fatto attuata la risoluzione n. 1511, così da poter concorrere anche noi alla pacificazione dell'Iraq.
Tutti noi vogliamo la pace, la vogliamo senza «se» e senza «ma», ma anche senza le strumentalizzazioni di piazza ed i fiumi di odio che nelle piazze si sono riversati con la sapiente regia di antiamericani di vecchia e nuova fede che fingono di non comprendere il nostro pensiero.
La linea che abbiamo seguito, dunque, è quella ispirata con forza, seppure con sofferenza, dal Santo Padre. Giovanni Paolo II ha dato un giudizio morale, prima ancora che politico, sulla guerra con il riconoscimento della pace come valore irrinunciabile ed insostituibile per la costruzione di una società fondata sulla democrazia e sulla libertà.
Noi rispettiamo le posizioni di tutti e, quindi, anche quelle dell'opposizione, ma non l'ipocrisia di chi, in nome del valore comune della pace, trascura il dovere costante di difendere dall'intolleranza e dalle barbarie la civiltà intesa come rispetto dell'uomo e della sua dignità.
Signor Presidente, gli obiettivi di fondo sono e permangono quelli della pacificazione, della ricostruzione e della transizione ad un regime democratico dell'Iraq. Giorno dopo giorno i nostri militari, in tanti territori stranieri, contribuiscono tutti insieme alla ricostruzione e alla democratizzazione dei paesi più bisognosi.
Per questo motivo, ritengo di poter esprimere, a nome del mio gruppo parlamentare, un «sì» chiaro e convinto alla conversione in legge del decreto-legge in esame, un assenso fondato su ragioni politiche che emergono dallo sviluppo degli eventi che si svolgono in Iraq e ipotizzabili nei prossimi mesi.
I caduti di Nassiriya, come ha giustamente affermato il Presidente Casini, hanno unificato i sentimenti verso i nostri soldati e carabinieri in Italia, in una misura che non si era mai registrata. In tutto il mondo si è guardato all'esempio italiano per la compostezza, l'unità, la mancanza di polemica politica con cui tutti gli italiani si sono riversati nelle piazze, nelle chiese e nei cimiteri, facendo sentire ai familiari delle vittime e ai militari la compatta reazione di solidarietà verso tutte le componenti della missione italiana.
Ritirarci ora sarebbe un tradimento nei riguardi non soltanto degli alleati e degli iracheni, ma soprattutto della memoria delle vittime dell'attentato di Nassiriya.
Abbiamo il diritto e il dovere di mantenere i nostri militari all'estero nelle nove missione di pace, non solo per la memoria comune del sacrificio dei nostri militari morti, ma anche per confermare che il nostro paese vuole pace, democrazia, benessere e libertà (Applausi dei deputati del gruppo dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pistelli. Ne ha facoltà.
LAPO PISTELLI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, le scelte di politica internazionale, si dice, richiedono un consenso largo, bipartisan: lo richiedono nell'alternanza dei Governi, per confermare la condivisione dell'impianto consolidato, e lo richiedono quando si opera una scelta
discontinua rispetto al passato che per questo necessita di un forte sostegno.
Il dibattito che si chiude oggi e che da mesi si svolge nel paese ha visto invece, per la prima volta dopo molti anni e non solo in Italia, una «rottura» della politica estera tradizionale del nostro paese e la mancata condivisione delle scelte operate dal Governo. Un Governo che si è recato presto e volentieri in Parlamento, soltanto alla vigilia della Conferenza intergovernativa di Bruxelles, per mettere le mani avanti e dire che era meglio non avere alcun accordo piuttosto che stringere accordi al ribasso sulla nuova Costituzione, ma che è sfuggito spesso al confronto, anche in questa occasione.
I colleghi hanno argomentato in questi giorni le nostre ragioni e opinioni: a me spetta esprimere un giudizio sintetico su questo decreto-legge con la dichiarazione di voto finale a nome del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo. Noi abbiamo espresso dissenso sul metodo, sul merito e sulla prospettiva della guerra in Iraq.
In ordine al metodo, abbiamo difeso e difendiamo il metodo multilaterale che si appoggia alle grandi organizzazioni internazionali, in primo luogo le Nazioni Unite e l'Unione europea. Non ci siamo infatuati della dottrina neoconservative, semplice e brutale, ma alquanto pericolosa ed inefficace. Abbiamo denunciato immediatamente le drammatiche implicazioni derivanti dal rovesciamento di un solido principio, quando si disse che non era più un'alleanza che definisce l'obiettivo, ma l'obiettivo che definisce l'alleanza.
Abbiamo difeso sempre, prima ed ora, le Nazioni Unite quando queste venivano attaccate da entrambi i lati: da coloro che le ritenevano inutilmente democratiche e non adatte a proteggere i veri interessi nazionali e da coloro che le immaginavano pregiudizialmente disponibili ad assecondare la volontà della Casa Bianca nell'invio degli ispettori, nell'ascolto del risultato del loro lavoro e nell'eventuale voto nella sede del Consiglio di sicurezza.
Noi pensiamo che chi sostiene l'approccio multilaterale debba interrogarsi oggi sulla costruzione di un multilateralismo efficace, sulla sua effettività e sugli strumenti per imporre la volontà della comunità internazionale ai propri membri riottosi. Ma la forza di questo approccio, onorevoli colleghi, risiede nelle modalità attraverso le quali si forma la volontà internazionale; altrimenti, ciascuno potrebbe e potrà in futuro, a buon diritto, compilare la propria lista dei paesi e dei regimi che ritiene siano un ostacolo alla pace, alla sicurezza e al rispetto dei diritti umani.
Il modo con il quale si costruisce oggi la legalità internazionale è ancora più importante, dato che è diventato via via più facile vincere le guerre e sempre più difficile e lungo governare e gestire il dopoguerra.
Per questa ragione, abbiamo difeso l'Europa e la sua unità e devo dire che avremmo preferito sbagliare insieme piuttosto che avere ragione da soli. Non ci saremmo mai prestati alla logica delle due Europe, quella vecchia o quella nuova, quella nuova e quella saggia. Per questa ragione, lavoriamo e lavoreremo anche nei prossimi mesi per una politica estera di sicurezza comune da decidersi anche a maggioranza. Ne ha bisogno l'Europa per crescere, ma lo chiede anche il nuovo equilibrio mondiale.
Il Governo è stato nell'arco di questo ultimo anno protagonista di una logica nuova fondata sui rapporti bilaterali e personalizzati, che non ha prodotto alcun risultato positivo in Europa e nella quale siamo divenuti maledettamente marginali, come argomentano ormai numerosi ed insospettabili commentatori, e neanche altrove, considerato che siamo stati iscritti di diritto e di fatto fra i sostenitori di un intervento militare illegittimo senza neanche portare a casa qualcosa per noi e per il sistema paese.
Sul merito noi non abbiamo condiviso la giravolta delle motivazioni poste a base di tale guerra: i legami diretti con l'11 settembre, poi i legami diretti con Al Qaeda, poi i legami indiretti con il terrorismo, poi la presenza di armi e la capacità e la volontà di utilizzarle. Tutte quelle motivazioni sono state smentite in varie
sedi, così che oggi ci tocca persino sentire i leader protagonisti di quelle falsificazioni dire davanti alle telecamere che vogliono sapere la verità.
La motivazione più vera era, probabilmente, il regime change, l'esempio da dare per un diverso assetto del grande Medio Oriente. Un mondo senza Saddam è sicuramente migliore, ma ciò è stato possibile ad un prezzo elevatissimo di vite umane e con un disordine crescente. Rifletta il Governo sulla circostanza della non partecipazione alla coalizione dei volenterosi della Francia, che partecipò nel 1991, o del Canada, da sempre solido alleato ed amico degli Stati Uniti. Il Governo in questi 12 mesi ha difeso tutte le giravolte e ha concluso la sua danza con una piroetta finale: sostenere la guerra senza esservi, inviare una missione umanitaria che ha visto - una volta si diceva così commentando i rigori tirati bene - gli aiuti da una parte ed i militari dall'altra.
A tale finzione, nel luglio scorso, abbiamo detto «no». Dissentiamo anche sulla prospettiva: non seguiamo la logica del «tanto peggio tanto meglio» e salutiamo con soddisfazione ogni passo avanti compiuto in quel martoriato paese, come la firma dell'accordo costituzionale. Tuttavia, riteniamo vi siano ancora gravissimi rischi e molti punti aperti che è poco saggio ignorare o camuffare con un po' di retorica a buon mercato. Tutti noi pensiamo che finalmente l'ONU debba rientrare a Baghdad, ma l'ONU chiede di rientrarvi con una coerenza tra i rischi, le responsabilità ed i poteri. Ripeto: le responsabilità devono essere adeguate ai rischi ed ai poteri effettivi.
Ecco perché abbiamo posto in questo dibattito il problema della linea di comando. Non è necessario che vi sia un ricambio completo dei paesi che hanno inviato le truppe. Non lo pensiamo e, forse, l'ONU avrebbe anche più piacere ad avere gli italiani, gli inglesi o gli americani lì impegnati. Tuttavia, è necessario che cambi il quadro di riferimento per il quale la risoluzione n. 1511, come è noto, rappresenta solo il primo passo. Per noi il 30 giugno prossimo, quando la CPA dovrà dare i poteri al nuovo organismo formato da iracheni, è il termine ultimo per la verifica della nostra presenza in tale luogo.
Quale ruolo ha avuto il nostro paese in tutto ciò? Se non si può parlare di risultati, quali sforzi almeno ha compiuto per modificare il quadro di cui abbiamo parlato?
Abbiamo votato l'emendamento soppressivo dell'articolo 2 perché il Governo ci ha presentato - dovrebbe vergognarsene, lo diciamo francamente - tale missione come una proroga, come si trattasse dei termini di un condono edilizio e non della collocazione internazionale del nostro paese.
Cari colleghi, si poteva e si potrebbe discutere, in futuro, delle nostre missioni all'estero dividendole, ad esempio, in base al tipo di legittimazione internazionale: quelle coperte dalle Nazioni Unite, quelle coperte dalla NATO, quelle nuove - speriamo che aumentino sempre di più - coperte dall'Unione europea, come in Macedonia. Si potrebbe discutere delle nostre missioni in base allo scacchiere politico in cui si svolgono per definire, di volta in volta, ambizioni e responsabilità italiane. Voi avete fatto un'altra scelta: avete scelto di mescolare tutto per costringerci forzosamente a condividere ciò che non condividevamo - e non si è mai bipartisan al guinzaglio - o a negare il consenso a missioni che abbiamo deliberato nella legalità internazionale e durante la stagione dei nostri Governi.
È un'operazione «furbetta», ma indegna dell'argomento che stiamo trattando. È un'operazione pensata con un occhio alla campagna elettorale e l'altro che ammicca alla bandiera italiana, perciò ancora più «furbetta». È un'operazione spregiudicata che non vogliamo avallare e che abbiamo denunciato. Colleghi, non è possibile dare una risposta coerente ad una domanda incoerente. Non è possibile dare una risposta giusta ad una domanda sbagliata, a meno di non denunciare la strumentalità e la malizia della domanda.
Noi condividiamo il giudizio sulle otto missioni che costituiscono il 70 per cento degli uomini e delle risorse impegnati dal
decreto-legge in esame. Noi non condividiamo il giudizio sulla missione in Iraq e, soprattutto, la faciloneria delle vostre analisi, di cui abbiamo avuto qualche sconcertante esempio anche nelle dichiarazioni di voto finale, o l'abitudine a sostituire la carenza di iniziativa con la roboanza degli aggettivi e della retorica. Mi riferisco perfino - me lo consentano alcuni colleghi - a quella retorica dolorosa sui caduti di Nassiriya a cui va ancora il commosso ricordo di tutti noi.
Per tali ragioni la Margherita non parteciperà al voto e voglio dire con molta franchezza che tale scelta ci costa. Così comportandovi voi impedite al Parlamento e, dunque, almeno a mezzo paese, di discutere non di una mera proroga tecnica, ma delle scelte, delle ambizioni e delle responsabilità internazionali del nostro paese.
Il vostro è un ricatto, ma un ricatto di breve periodo, miope, che per queste ragioni mi ha fatto venire in mente una frase tratta dai Diari di Kierkegaard, che dedico volentieri alla maggioranza: state attenti, la nave è ormai nelle mani del cuoco di bordo e le parole che trasmette il megafono del comandante non riguardano più la rotta, ma quel che si mangerà domani.
Noi, a questo ricatto e alla vostra miopia, abbiamo deciso di non partecipare (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Landi di Chiavenna. Ne ha facoltà.
GIAN PAOLO LANDI di CHIAVENNA. Andrea Romano, direttore della Fondazione Italianieuropei, molto vicina agli ex Presidenti del Consiglio D'Alema e Amato, ha dichiarato: la situazione in Iraq è sensibilmente diversa da quella che c'era durante la guerra; ora c'è una presenza multinazionale, che agisce nel quadro della risoluzione n. 1511 delle Nazioni Unite e le Nazioni Unite non solo autorizzano quella presenza, ma invitano i propri membri a parteciparvi. Chi crede di attuare una vendetta contro gli Stati Uniti, con il ritiro immediato, attua invece una vendetta contro il popolo iracheno. Anche per questo la sinistra italiana non può pensare di interloquire solo con i pacifisti, disperdendosi in un'estenuante ricerca del compromesso. Gli ha fatto eco, nelle stesse ore, Gino Strada, già più volte citato, il quale ha dichiarato: gli iracheni stavano addirittura meglio ai tempi di Saddam. Non c'è il minimo dubbio che stavano meno peggio di adesso. Si ritrovano con un nuovo dittatore in casa, cioè gli americani, e vivono in una situazione di insicurezza e di pericolo costante.
Allora, onorevole Fassino, onorevole Castagnetti, onorevole Rutelli, chi è che detta la linea di politica estera dell'opposizione? Qual è il tasso di condizionamento della parte riformista, che pure è presente nelle file del centrosinistra, di fronte alle pressioni dell'estremismo parlamentare ed extraparlamentare, del quale abbiamo avuto una triste testimonianza in queste ore di dibattito? Quali garanzie potete dare all'Italia e agli italiani che non prevarrà la linea dell'estremismo, del pacifismo peloso e strumentale, dell'antiamericanismo ideologico? Quali garanzie di responsabilità politica, per la comunità internazionale, può offrire una coalizione dilaniata profondamente sui temi cruciali di interesse internazionale: temi che contraddistinguono la credibilità di un paese e ne danno un'immagine convincente da spendere nei consessi internazionali, per valorizzarne il ruolo ed il peso politico? All'onorevole Violante, il quale oggi affermava che il centrodestra può essere diviso sull'8 per mille o avere visioni differenti su come modificare il sistema previdenziale (ma non certo sul «se» modificarlo), dico e rispondo che il centrodestra è unito e coeso quando è necessario discutere di sicurezza nazionale e cercare gli equilibri necessari per ristabilire i fondamentali della democrazia nel mondo.
Potrete continuare, voi della sinistra, a criticare questo Governo e questa maggioranza, ma non potrete mai contestare a questo Governo e a questa maggioranza di non avere dimostrato di essere capace di assumersi gravose responsabilità: quelle
responsabilità che un Governo serio deve essere capace di assumersi, per il bene collettivo. Un Governo che è stato eletto per guidare il paese «senza se e senza ma» e soprattutto senza essere condizionato da valutazioni di natura meramente elettoralistica, come purtroppo invece capita a voi (ed oggi ne avete dato dimostrazione).
Se questa è la realtà, nel crudo pragmatismo di una visione politica seria ed obiettiva, che obbliga l'Italia ad essere parte attiva e necessaria nel progetto di ricostruzione delle fondamenta sociali, politiche ed istituzionali dell'Iraq, così da scongiurare il rischio del caos nel prossimo futuro anche di un regime teocratico fondamentalista, titolare di un potere assoluto, come fu quello laico di Saddam; se vogliamo scongiurare la progressiva islamizzazione fondamentalista della regione, con ripercussioni drammaticamente oscure per il futuro del pianeta; se vogliamo anche evitare che l'Europa dipenda economicamente dal petrolio iracheno nelle mani di fanatici; se vogliamo, infine, veramente stabilizzare l'area e contribuire a ristabilire principi volti alla ricerca di nuovi equilibri, che tratteggino uno scenario meno instabile, garantendo più sicurezza e più prosperità: ebbene, allora non solo l'Italia ha il dovere politico e morale di mantenere la sua presenza in tutte le missioni umanitarie militari attualmente in essere, ma l'opposizione parlamentare italiana avrebbe dovuto coltivare un progetto alternativo a quello che ha manifestato in questa sede, che lascia tristemente stupefatti per la tortuosità e la pochezza dei ragionamenti usati a sostegno.
Purtroppo, voi riformisti del centrosinistra non avete avuto il coraggio di riscattarvi di fronte all'estremizzazione ed al ricatto dell'estremismo che alligna nelle vostre file. Vogliamo ed abbiamo il dovere di vincere per la pace in Iraq, ed è per questo che siamo andati e rimaniamo in Iraq.
La pace è un bene troppo grande e troppo prezioso; troppo grande per questa opposizione, troppo impegnativo per questa sinistra e troppo fondamentale per consentirvi di tornare al Governo (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale e della Lega Nord Federazione Padana)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Sereni. Ne ha facoltà.
MARINA SERENI. Signor Presidente, colleghi, la gran parte dell'opposizione presente in quest'aula non parteciperà al voto finale sulla conversione in legge del decreto-legge in esame. Non parteciperemo per esprimere il nostro sdegno e la nostra protesta verso l'atteggiamento del Governo, che consideriamo del tutto inaccettabile.
Abbiamo chiesto, con tutti i mezzi politici e procedurali, uno sdoppiamento del provvedimento che consentisse di esaminare la proroga della missione in Iraq separatamente da tutte le altre. Lo abbiamo chiesto perché avremmo voluto esprimere un convinto voto favorevole sulle missioni in Bosnia, Kosovo, Albania, Hebron, Etiopia, Eritrea, Afghanistan, Macedonia, Bosnia-Erzegovina, Somalia e Sudan. Lo abbiamo chiesto perché avremmo voluto limpidamente esprimere un voto contrario sulla missione in Iraq.
Ieri, un esponente dell'esecutivo ha spiegato che il Governo non può accettare di separare la missione in Iraq perché, in questo modo, ammetterebbe che tale missione non è come le altre, cioè ammetterebbe nient'altro che la verità!
La missione Antica Babilonia, diversamente da tutte le altre, non discende da un'autorizzazione e da un mandato delle Nazioni Unite, non deriva da una scelta di un'organizzazione internazionale di cui l'Italia fa parte, non è inserita, ancora oggi, in una cornice multilaterale. Anche dopo la risoluzione n. 1511, infatti, sono presenti in Iraq soltanto i paesi che hanno condotto o condiviso la guerra. Non sono stati coinvolti altri paesi, oltre quelli della Coalition of the willing, e non è stata creata alcuna cabina di regia per definire condotte ed atteggiamenti delle forze presenti in Iraq.
Il nostro «no» al prolungamento di questa missione è, innanzitutto, un «no» di principio, coerente con la posizione dell'Unione europea che, con il documento di Solana sulla sicurezza, stabilisce che l'Europa prenda parte a missioni fuori dal suo territorio solo in presenza di un mandato dell'ONU.
Il nostro dissenso alla partecipazione italiana al dopoguerra iracheno è anche un giudizio sulla politica del nostro Governo in quell'area. Il dopoguerra in Iraq è la dimostrazione più evidente del fallimento dell'unilateralità americano.
L'unilateralismo può, forse, vincere la guerra, ma non è assolutamente in grado di costruire sicurezza, stabilità, pace e democrazia. Perché non riconoscere esplicitamente questa semplice e dura verità? Perché fingere che sia già tutto a posto ed appiattirsi, in maniera subalterna, sulla politica dell'amministrazione Bush? Perché rinunciare a costruire una visione unitaria dell'Europa, oggi che Gran Bretagna, Francia e Germania, schierate su fronti opposti nella guerra in Iraq, riprendono un confronto sul futuro dell'Unione? Perché anticipare un consenso alla strategia statunitense del grande Medio Oriente, senza preoccuparsi di fare maturare e di esprimere il punto di vista dell'Unione europea, posizione che oggi il ministro Frattini, solo parzialmente, corregge dal Cairo?
I dubbi espressi dal presidente egiziano Mubarak meritano attenzione ed ascolto, se l'obiettivo che vogliamo davvero perseguire è quello di combattere il terrorismo e contrastare il fondamentalismo. Esprimiamo un giudizio di grave preoccupazione per l'andamento del dopoguerra in Iraq e avremmo voluto confrontarci seriamente su questo punto.
Anche oggi, a cinque mesi dalla risoluzione n. 1511, l'ONU non è tornata in Iraq e la transizione è sostanzialmente nelle mani delle potenze occupanti. Le forze irachene chiamate a far parte del Consiglio di governo, che pure rappresentano realtà importanti del paese, rischiano di essere, giorno dopo giorno, logorate e delegittimate agli occhi della popolazione...
PRESIDENTE. Onorevole Sereni, mi scusi. Pregherei i colleghi presenti nell'emiciclo, se intendono parlare, di uscire dall'aula.
Prosegua pure, onorevole Sereni.
MARINA SERENI. Grazie, Presidente.
Le forze irachene chiamate a far parte del Consiglio di governo, dicevo, che pure rappresentano realtà importanti del paese, rischiano di essere, giorno dopo giorno, logorate e delegittimate agli occhi della popolazione per il solo fatto di essere state indicate dagli americani.
Questo problema si riproporrà se non saranno le Nazioni Unite a guidare il passaggio all'organismo transitorio iracheno che, il 30 giugno, dovrebbe subentrare all'autorità provvisoria della coalizione, presieduta da Bremer.
Le condizioni di vita materiale degli iracheni non migliorano significativamente ed anzi, sotto il profilo della sicurezza, in alcune aree sono addirittura peggiorate. Le tensioni tra gruppi etnici e religiosi stanno aumentando e rischiano di pregiudicare i fragili accordi raggiunti.
Non siamo tra quanti considerano carta straccia la Costituzione provvisoria, firmata nei giorni scorsi a Baghdad, ma sarebbe un errore non vedere le insidie e i pericoli di un percorso ancora troppo affidato ai rappresentanti delle forze occupanti. Così come non può non preoccupare un atteggiamento dell'amministrazione statunitense che, per ragioni elettorali, si dibatte tra l'esigenza di accelerare il disimpegno dal teatro iracheno e la volontà di mantenere il controllo sulle scelte fondamentali, di carattere politico ed economico, che riguardano la ricostruzione e la transizione in Iraq.
Queste sono le ragioni per le quali - se ne avessimo avuto la possibilità - avremmo espresso un voto contrario sulla missione in Iraq.
Abbiamo ritenuto inadeguata la richiesta del ritiro immediato e vogliamo ribadire questa posizione, utilizzando le parole di INTERSOS, una importante ONG italiana presente in Iraq. INTERSOS - afferma un comunicato del 1o marzo - si è
dichiarata contraria alla guerra, contraria all'invio di un contingente militare italiano di stabilizzazione privo dell'indispensabile legittimazione internazionale, rifiutando ogni contatto con i contingenti militari e ogni collaborazione con l'autorità provvisoria della coalizione. Ha poi valutato in modo estremamente negativo l'ignoranza, l'impreparazione e l'incapacità dimostrata dai nuovi occupanti nella gestione del paese, che continua a soffrire della carenza nei servizi essenziali e di opportunità di lavoro. Il comunicato prosegue che, dai continui contatti avuti, un'idea del sentimento più diffuso in Iraq gli è sembrato di essere riusciti a farsela.
Anche tra chi considera le forze militari come occupanti, tra chi non riconosce la legittimità dell'autorità provvisoria di coalizione e, quindi, del Consiglio di governo iracheno, prevale la considerazione che un'interruzione immediata della presenza militare internazionale, pur odiata e mal sopportata, potrebbe produrre condizioni di tale gravità da peggiorare di gran lunga la situazione, fino ad aprire le porte a conflitti che potrebbero facilmente e rapidamente sfociare in una sanguinosa guerra civile.
Queste sono le ragioni per le quali, pur rispettando posizioni diverse presenti nell'opposizione e anche nel nostro gruppo, non riteniamo di dover chiedere il ritiro immediato dei nostri soldati. Tuttavia, continuiamo a pensare che - per usare le parole della Tavola della pace - un altro intervento sia possibile e necessario, che la guida della transizione irachena debba essere affidata al più presto alle Nazioni Unite e che, se entro il 30 giugno non ci saranno stati passi concreti ed inequivocabili in questa direzione, sia necessario e più serio considerare esaurita la presenza italiana in Iraq (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo, della Margherita, DL-L'Ulivo, Misto-Comunisti italiani e Misto-Socialisti democratici italiani).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Michelini. Ne ha facoltà.
ALBERTO MICHELINI. Signor Presidente, il voto che ci apprestiamo ad esprimere, da una parte, permette, con il rifinanziamento, la prosecuzione delle missioni di pace dei nostri militari sui vari teatri di guerra, dai Balcani all'Afghanistan (e su questo voto la maggioranza è compatta); dall'altra, mette in evidenza clamorosamente il fallimento, l'ultimo dei tanti, della coalizione del centrosinistra sul tema più qualificante di una nazione: la politica estera e di difesa.
È vero, onorevole Violante, che a Londra e a Parigi, a Berlino e a Washington, c'è dibattito e ci sono posizioni differenti ma lì, perlomeno, si vota o «sì» o «no». L'uscita dall'aula dei riformisti, comprensibile al Senato, dove l'astensione viene considerata un voto contrario (e voi non volevate esprimere un voto contrario al Senato), non è giustificato qui alla Camera dove, per essere coerenti con il vostro atteggiamento tenuto al Senato, dovreste astenervi; invece, uscite dall'aula anche con il pretesto di non aver ottenuto il voto disgiunto sulle missioni (Commenti di deputati dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).
Lasciare l'aula però ha un significato simbolico che va ben oltre le vostre intenzioni; significa voltare le spalle ad un intero popolo sofferente che dopo decenni di dittatura sanguinaria vede, con l'approvazione di lunedì a Baghdad della Costituzione provvisoria, nonostante il terrorismo e le difficoltà, una luce di speranza in fondo al tunnel. Colpisce che, nei numerosissimi interventi svolti dall'opposizione, compresi in quelli dei segretari di partito, nessuno abbia fatto cenno ad un evento che per l'Iraq è storico, checché ne dicano Gino Strada e i tanti seguaci di un pacifismo utopico. Onorevoli colleghi, la Costituzione provvisoria contiene tutte le regole da rispettare dopo il 30 giugno, quando gli americani - gli odiati americani, invasori e guerrafondai...! - consegneranno la guida del paese ad un Governo provvisorio iracheno. Ciò è quello che voi chiedete e ciò che noi chiediamo; e la firma di quella Carta è la migliore
risposta ai criminali che compiono attentati per soffocare il processo democratico in corso in Iraq.
È per questo che siamo lì, ossia per la pace, per la libertà, per la democrazia e per la ricostruzione; non siamo invasori, ma pacificatori. Oggi, non si tratta infatti di disquisire se si tratti di pace o di guerra oppure di decidere su questo dilemma; purtroppo, la guerra c'è stata e non tutti noi, da questa parte, potevamo essere d'accordo. È stata una decisione veramente sofferta; ma dire oggi che era sbagliata non può significare abbandonare al loro destino le donne e gli uomini iracheni. Noi, del resto, avevamo scelto fin dall'inizio una posizione di non belligeranza. Si tratta oggi, invece, con senso di responsabilità, di garantire la presenza dei nostri uomini là dove stanno operando con quella capacità e con quel rigore da tutti riconosciuti. Impegno che, in particolare in Iraq, alcuni dei nostri militari hanno pagato con il prezzo del loro sangue. E, quando si paga un prezzo di sangue per un fine nobile, è triste constatare polemiche strumentali e a volte ciniche che, più che farci indignare, ci hanno rattristato.
Sul ruolo guida dell'ONU siamo tutti d'accordo; la risoluzione n. 1511 è importante, ma non basta. E la missione dell'inviato speciale di Kofi Annan in Iraq, Brahimi, nei giorni scorsi ha avuto questo obiettivo. Può essere facile vincere una guerra ma è difficile - e lo sappiamo bene - gestire il dopo. L'Iraq e gli Stati Uniti hanno bisogno dell'ONU ma, nello stesso tempo, l'ONU, come ha detto lo stesso Kofi Annan, ha bisogno delle forze di sicurezza americane. Proprio per questo non capisco come si possa, non dico chiedere ma immaginare, che le forze sul terreno, comprese le nostre, debbano ritirarsi immediatamente. Oppure si dice: non chiediamo il ritiro, ma bocciamo il rifinanziamento, che significa poi la stessa cosa. Ma a quale prezzo per un paese e per un popolo così martoriati? È un atteggiamento di pacifismo utopico di una parte della sinistra che rischia di mettere nell'angolo, se non di schiacciare e di travolgere, l'ala più realista e riformista dell'opposizione.
Onorevoli colleghi, i riformisti sono in grande difficoltà politica ogni volta che si parla di guerra, condizionati dal fardello ancora pesante della loro storia.
Ma il voto su questo provvedimento potrebbe costituire l'occasione per dimostrare umiltà e coraggio, per fare emergere definitivamente una sinistra di Governo e per lasciare all'anima ideologica la sinistra di lotta o perlomeno chiarire una volta per tutte il rapporto, per loro necessario, con quella componente radicale ancora vittima del proprio passato.
È necessario definire nuovi criteri per individuare l'uso legittimo della forza, lavorare per quel multilateralismo efficace tanto invocato ma che non può che essere costruito né contro né senza gli Stati Uniti. Su questo, colleghi dell'opposizione ma soprattutto della Margherita, mi sarei aspettato un dibattito più approfondito. È chiaro che i cittadini dell'Europa non si troveranno mai a scegliere tra una vocazione europea ed una transatlantica perché queste marciano di pari passo; Europa ed America, infatti, combattono da cinquant'anni la stessa battaglia contro il totalitarismo e per la democrazia, per lo Stato di diritto, per l'economia di mercato, per nuovi istituzioni multilaterali. Le Nazioni Unite in un mondo in rapido cambiamento dovrebbero costituire sempre di più il cardine di un nuovo sistema multilaterale in cui la legittimità dell'azione internazionale diventa centrale.
Si tratta di una legittimità politica e morale - dobbiamo riconoscerlo - che la crisi irachena ha messo in discussione come mai prima. Vanno definite le regole per l'uso della forza ed è su questo che dovremo confrontarci cercando posizioni comuni.
Vorrei, per concludere, sottolineare due aspetti contestati da diversi colleghi dell'opposizione: l'azione del Governo italiano, con le accuse di inefficacia e di subalternità all'alleato americano, nonché il ruolo del nostro contingente in Iraq. L'azione del Governo, portata avanti dal presidente Berlusconi e dai ministri degli esteri Frattini e della difesa Martino, è stata chiara fin dall'inizio: non partecipare
al conflitto, difesa della pace e della democrazia, ricostruzione dell'Iraq. L'impegno diplomatico del Governo, di coordinamento e mediazione sullo scacchiere mediorientale è stato autorevole, efficace ed apprezzato da tutti. Sulla Costituzione provvisoria si sono espressi positivamente paesi arabi come l'Egitto, l'Iran, la Giordania, l'Arabia Saudita. Da parte vostra, invece, nessuna parola, quasi preoccupati che affermare qualcosa di positivo potesse smentire le vostre posizioni.
Quanto al ruolo del nostro contingente, credo sia utile dare ascolto a chi, per esempio, come il generale Cabigiosu, è stato in questi mesi sul terreno rischiando la vita ogni giorno come tutti gli altri. Si fa presto ad improvvisarsi strateghi senza aver messo piede in Iraq. Ho incontrato ieri il generale al suo rientro ed egli ha parlato con l'esperienza di prima mano di quanto i nostri uomini siano importanti per la sicurezza del popolo, per la formazione della polizia e dell'esercito, per la ricostruzione, per la difesa del patrimonio archeologico. In otto mesi - ha aggiunto il generale in un'intervista letta da tutti voi sul Corriere della Sera - sono stati fatti cambiamenti straordinari. Nonostante il conflitto e i continui attentati Baghdad, è una città che ha ripreso a vivere con un'economia di nuovo in moto.
ALBERTO MICHELINI. Sappiamo bene che la situazione sul terreno è difficile, ma qualcosa si sta muovendo. Proprio per questo, onorevoli colleghi, grazie ai nostri militari, al sacrificio di alcuni di loro tutto questo sta avvenendo. È questo il motivo per il quale votiamo con convinzione e speranza il rifinanziamento delle missioni (Applausi dai deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza nazionale - Congratulazioni).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mussi. Ne ha facoltà.
FABIO MUSSI. Il Governo ci ha impedito di votare in modo distinto ed appropriato su materie diverse. Esso sa bene che su otto delle missioni da finanziare non c'è discussione: il Parlamento è a larghissima maggioranza d'accordo. È un bene che l'Italia svolga nel mondo, in un quadro di legittimità conferito dalle istituzioni riconosciute nella comunità internazionale, funzioni di peace keeping e peace enforcing. Tale funzione richiede anche un impiego di forze armate. Sottolineo «anche», per non dimenticare l'insostituibile ruolo dell'azione politica e diplomatica, della cooperazione economica e della solidarietà, l'impegno delle organizzazioni non governative e del volontariato. Tutti sappiamo però che il cuore della decisione di oggi riguarda la missione in Iraq, e su questo l'accordo non c'è.
A luglio quasi tutto il centrosinistra votò contro il finanziamento, avendo ottenuto, con una battaglia ostruzionistica, la possibilità di dare un voto specifico. Oggi il Governo ce lo impedisce ed allora non ho scelta: ho votato gli emendamenti per il ritiro dei soldati italiani e ora annuncio un voto contrario sul decreto-legge a titolo personale.
Non faccio questo annuncio a cuor leggero, perché il gruppo cui sono onorato di appartenere - i Democratici di sinistra - ha assunto l'orientamento del non voto, ma non so fare altrimenti perché ho un'opinione troppo forte e consolidata per rinunciare ad esprimerla e a farne derivare un voto conseguente. Penso che su materie come quelle oggi in discussione in quest'aula non si possa non votare: parliamo di pace e di guerra, e della vita di tante persone. Quelle persone - persone uccise che conosciamo, giustamente, nel dettaglio, con nomi e cognomi - fanno parte degli eserciti che occupano l'Iraq, o sono iracheni morti che, ingiustamente, contiamo all'ingrosso: si tratta di numeri senza nome e identità personale.
Dobbiamo rispetto e riconoscenza ai nostri militari che hanno già pagato un alto tributo di sangue e vivono in condizioni di rischio elevato. Il rischio ce lo hanno ricordato i quattro elicotteristi che
hanno messo sotto accusa i sistemi di difesa dei mezzi impiegati e, forse, ci aiuterà a capire meglio la procura militare che sta indagando sulle circostanze, magari sulle negligenze, che hanno reso devastanti gli effetti dell'attentato di Nassiriya. Proprio per questo sento il bisogno di assumermi una precisa responsabilità: o i soldati devono restare - e quindi la missione deve essere finanziata -, oppure si nega il finanziamento e, dunque, il contingente militare deve essere ritirato.
Non è un voto pro o contro le nostre Forze armate che, comunque, possono contare sulla solidarietà di tutto il Parlamento: si tratta di una decisione politica relativa al senso e ai contenuti della missione italiana.
Colleghi, nessuno si è infastidito se in quest'aula ritorna, inevitabilmente, la discussione sulla guerra. Noi siamo uomini e donne dell'Occidente: quale destino immaginiamo per l'Occidente di cui siamo tutti figli? Noi tutti abbiamo provato un dolore immenso (sentito come un'offesa personale) per l'attacco terroristico agli Stati Uniti d'America, con il conseguente crollo delle Torri gemelle.
Sull'Iraq, i maggiori governanti delle più forti democrazie - il Presidente Bush e il premier Blair - hanno mentito. Hanno mentito sul legame tra il dittatore Saddam Hussein e il terrorismo internazionale e sulla presenza in Iraq delle armi di distruzione di massa: questo è ormai certificato. Essi hanno ingannato i loro Parlamenti, i loro popoli, l'umanità intera. Vi sono stati leader e Governi che li hanno seguiti e, tra gli altri, quello italiano.
Voi, signori del Governo, siete in debito di spiegazioni: perché avete preso le falsificazioni per oro colato? È vero, inoltre - come dicono i servizi di intelligence di mezzo mondo -, che una delle più terrificanti tra le false prove - l'uranio del Niger per l'atomica di Saddam Hussein -, rese sexed up da Blair (con la favola della capacità di lancio in 45 minuti), è stata costruita da qualcuno presente sul territorio del nostro paese? Siete in debito di spiegazioni, anche perché il Governo italiano è stato tra i più attivi nell'opera fasulla di revisione dell'Europa, in un fronte filoamericano e in un fronte antiamericano. È in quel momento esatto che la nuova Costituzione europea ha subito un durissimo colpo; la verità, onorevoli colleghi, è che in Iraq l'Occidente sta consumando un patrimonio di autorità politica e morale sul mondo. La menzogna e la guerra ingiustificata gettano discredito sui valori di libertà e democrazia di cui, giustamente, vogliamo essere paladini.
Osservate bene, ad un anno dall'attacco la situazione in Iraq è fuori controllo; in Iran si sono rilanciate le forze più oscurantiste e reazionarie; in Medio Oriente si alza un muro che esclude palestinesi e reclude gli israeliani, e si è bloccata, in un crescendo di violenze, tanto la road map, quanto il progetto di Ginevra. Tragedia su tragedia, ecco il prezzo pagato all'esperimento della guerra preventiva. L'amministrazione Bush, seguendo il mito della forza - «il diritto naturale è il diritto del più forte», ha scritto uno dei maggiori teologi dei neoconservatori -, ha operato una sistematica distruzione delle istituzioni del diritto internazionale: ONU, WTO, Convenzione di Ginevra, Tribunale penale internazionale, Protocollo di Kyoto, trattati per la riduzione delle armi nucleari, chimiche e batteriologiche.
L'unilateralismo non è in grado di governare il mondo, e lo hanno capito per tempo i grandi movimenti per la pace e quella seconda potenza globale che è l'opinione pubblica. Nessuno irrida o faccia spallucce di fronte alla passione politica e all'impegno civile di milioni di persone di tutti i continenti. L'allarme, comunque, deve essere davvero grande, se il candidato democratico alla Presidenza degli Stati Uniti, John Kerry, scrive, come ha ricordato nel suo intervento l'onorevole Spini, che gli USA devono rientrare nella comunità internazionale. Rientrare vuol dire che ne sono usciti, a giudizio di un leader americano. Credo che occorra allora favorire questo rientro con atti concreti: è importante per tutto il mondo e, in particolare, per il nostro occidente. Una volta, un giornalista chiese al Mahatma Gandhi: che ne pensa della civiltà occidentale? Mi
pare una buona idea, rispose Gandhi. Sarà una buona idea sprecata se grandi errori politici faranno slittare il mondo lungo il piano inclinato di un conflitto di civiltà.
L'Italia si dichiarò all'inizio della guerra all'Iraq non belligerante; poi, il contingente italiano è stato inviato sotto il comando inglese, al di fuori di un accettabile quadro di legalità internazionale. Una scorta per un ospedale da campo, disse il ministro Frattini; non era vero, naturalmente. È stato gettato in una guerra fra le forze occupanti, come le ha definite la risoluzione n. 1483 delle Nazioni Unite. Ora c'è guerra e guerra civile, e la violenza dilaga. Tutto terrorismo? Pensarlo, al tempo stesso, è spaventoso e rassicurante ed è, tutto sommato, una spiegazione semplice che salva la coscienza. C'è il terrorismo, certo, che prima non disponeva del territorio dell'Iraq e ci sono, come dice il Pentagono, gli insurgentes, quelli che insorgono, protesta sociale e guerriglia.
Onorevoli colleghi, anch'io penso che non basta venir via e lavarsene le mani, che nella vita dell'umanità non vale il principio del «chi rompe paga e i cocci sono suoi». So bene che c'è un'etica della responsabilità a cui dobbiamo rispondere. Non so valutare, e nessuno è ancora in grado di farlo, se la Carta costituzionale firmata dal Governo provvisorio abbia un effettivo valore e possa contribuire ad una svolta. Me lo auguro di cuore, ma osservo che il leader spirituale degli sciiti, Al Sistani, ha già gelato molte speranze definendola un ostacolo.
Il punto è che non riesco ad immaginare come nel quadro attuale si possa trovare il bandolo di una effettiva stabilizzazione dell'Iraq, affinché sia presto restituita la sovranità al popolo iracheno. Forse c'è una carta da giocare fino in fondo: rimettere la crisi nelle mani dell'ONU, creare un nuovo quadro multilaterale, riattivando il protagonismo dell'Europa e coinvolgendo paesi che non hanno partecipato all'invasione. Tuttavia, c'è un ostacolo l'attuale politica dell'amministrazione Bush e del gruppo di falchi ed estremisti che le fanno da corona.
Il nostro - lo dico con le parole dell'onorevole Zani - deve essere un paese che non affida al proprio esercito un mandato ambiguo e confuso, che non espone al fuoco i propri soldati ponendoli sotto il comando straniero, perché tutto ciò non è degno di una grande nazione. Il Governo chiede ora un prolungamento, ma non ci sottopone alcuna idea politica su come uscire dal labirinto. Allora, dico che bisogna venir via, non perché c'è il rischio: una buona causa vale qualunque rischio, personale e collettivo. Bisogna venire via perché non c'è, allo stato dei fatti, missione di pace.
Se vogliamo creare una nuova situazione, nella quale l'Italia può tornare a svolgere funzioni anche militari di peace keeping, se si vuole andare verso una svolta, allora bisogna compiere oggi un atto che possa essere influente nella politica internazionale, come quello di un ritiro del nostro contingente. Per tutte queste ragioni, annuncio un convinto voto contrario sul decreto-legge in esame (Applausi di deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo, di deputati della Margherita, DL-L'Ulivo e dei deputati dei gruppi di Rifondazione comunista e Misto-Comunisti italiani - Congratulazioni).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Grandi. Ne ha facoltà.
ALFIERO GRANDI. Signor Presidente, intervengo brevemente per motivare la mia posizione di voto.
È stata presentata una questione pregiudiziale di costituzionalità in relazione a questo decreto-legge. Se fosse stata approvata, ora non sarebbe più possibile la proroga della missione militare in Iraq. Vi è stato un voto contrario al finanziamento della missione fino al 30 giugno 2004, che, se fosse stato approvato, avrebbe portato al rientro immediato dei militari italiani per mancanza di risorse.
Quindi, non capisco perché non trarre le conseguenze di queste due scelte, decidendo di votare contro il provvedimento in esame, che il Governo ha voluto fosse
complessivo, tenendo insieme la missione in Iraq e le altre missioni. Il voto contrario su questo decreto-legge è infatti motivato dalla contrarietà al proseguimento della missione militare in Iraq, e non delle altre missioni.
Non capisco perché non chiedere il rientro immediato dei militari italiani, la cui missione è ora definita esplicitamente dall'articolo 2 del decreto-legge come militare, e aspettare invece il 30 giugno. Infatti, il governatore americano in Iraq, Bremer, ha già detto che i militari italiani dovranno restare fino al 2005 e dall'incontro tra Blair e Berlusconi è emersa chiaramente la volontà di continuare, gli inglesi ad occupare militarmente l'Iraq con gli americani, e gli italiani a partecipare, sotto comando inglese, come forza co-occupante.
Non basta dichiarare umanitaria una missione militare perché essa cambi natura: questa è solo propaganda. Del resto, è difficile immaginare che si possa stare in un paese militarmente occupato, con propri militari, senza essere corresponsabili. L'Italia potrebbe stare in Iraq soltanto sotto la guida dell'ONU, e tanto meno può farlo con una missione di natura militare, che è in contrasto con l'articolo 11 della nostra Costituzione.
Preannuncio, quindi, con queste motivazioni, il voto contrario sul decreto-legge in esame e a favore della richiesta di rientro immediato dei militari italiani. Questa posizione è del tutto coerente con la presentazione della questione pregiudiziale di costituzionalità e con il voto contrario al rifinanziamento della missione, tanto più che sta emergendo il lato peggiore della scelta del Governo italiano di sedersi al tavolo dei presunti vincitori e quella degli affari, cioè della speranza di ottenere commesse dagli occupanti, mischiando così missione in Iraq e affari. Del resto, un viceministro in questo momento è negli Stati Uniti esattamente per questo.
Come ha detto il candidato Kerry, Bush ha rovesciato Saddam ma non aveva uno «straccio» di idea su cosa fare dopo. Purtroppo, il dopo è il caos e la presenza dei militari italiani contribuisce, loro malgrado, al mantenimento di tale situazione. Non è vero che il ritiro dei militari italiani provocherebbe il caos; il caos, in Iraq, è la conseguenza della guerra preventiva e dell'occupazione militare, e il ritiro dei militari italiani avrebbe la conseguenza di esercitare una pressione sui Governi di Stati Uniti e Gran Bretagna perché accettino di passare finalmente alle Nazioni Unite la gestione della transizione dell'Iraq verso la democrazia.
La speranza di un ruolo centrale dell'ONU è destinata a restare tale senza una pressione politica forte sui Governi occupanti. Per questo sono importanti le manifestazioni per la pace e, in particolare, quella che si svolgerà il 20 marzo a Roma. Sarebbe stato preferibile aggiungere ai punti che ci hanno trovato uniti come opposizione anche il voto contrario sul decreto-legge in esame e a favore del rientro immediato dei nostri militari presenti in Iraq.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Ascierto. Ne ha facoltà.
FILIPPO ASCIERTO. Signor Presidente, sarò breve, ma voglio ricordare i tanti militari impiegati nel mondo, i nostri militari. Quando un aereo dell'Aeronautica militare solca i cieli del mondo, quando una nave militare attraversa i mari e le nostre forze militari calpestano i suoli di altre nazioni, è solo perché l'Italia ha deciso di assumersi la responsabilità di portare pace e solidarietà in terre che la pace non la conoscono e in cui la solidarietà è un bisogno disperato. Questa è l'Italia, questa è la nostra patria, e questo è il compito che svolgono i carabinieri e i militari delle Forze armate nelle missioni internazionali di pace.
Il decreto-legge di proroga delle missioni, che doveva prevedere esclusivamente la copertura economica delle stesse, è diventato per voi dell'opposizione motivo di scontro politico interno, più che di confronto con la maggioranza e strumento per rivitalizzare la piazza pacifista. Possiamo capire le vostre diversità, ma non
possiamo accettare le gratuite accuse che abbiamo ascoltato in quest'aula nei nostri confronti, quelle di essere guerrafondai, e le strumentali posizioni verso i militari impiegati nelle missioni internazionali, che soltanto ora avete posto al centro della vostra attenzione.
Loro, i nostri militari, sanno perfettamente a cosa sono stati chiamati e cosa devono fare, e cioè solidarietà e pacificazione. Sono loro i veri pacificatori. Volete farli ritornare in patria? Cosa succederà in loro assenza? Pensate che sia possibile ciò senza altri spargimenti di sangue? Vorreste soddisfare tanti pacifisti e lasciare un popolo al suo destino? No, noi non ci stiamo a queste logiche, siamo onorati di sostenere novemila italiani in divisa che ogni giorno, in ogni angolo del mondo, difendono la pace e lo fanno con convinzione, sacrificio e dedizione, portando alto il nome dell'Italia ed il valore della solidarietà. Non sono solo uomini in armi ma sono soprattutto costruttori di futuro in terre che sembravano senza speranza. Nei deserti dell'Iraq, sui monti dell'Afghanistan, nelle città distrutte dei Balcani, costruiscono la pace, le strade, gli acquedotti, gli ospedali, giocano con i bimbi e sfamano gli anziani. È un'Italia orgogliosa ed amica, che non fa girotondi ma sceglie l'impegno più alto, anche a rischio della vita. È stato così a Nassiriya: il nome di quegli eroi oggi è nel cuore di tutti gli italiani ed è questa l'Italia migliore (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza Nazionale, del gruppo di Forza Italia e del gruppo dell'Unione dei Democratici cristiani e dei Democratici di centro).
PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
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