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PRESIDENTE. L'onorevole Cristaldi ha facoltà di
NICOLÒ CRISTALDI. Ci sono tre parole magiche, che hanno fatto grande l'economia del nostro paese: «prodotto in Italia», espressione che, grazie alla diffusione dell'inglese, è diventata «made in Italy». Sono tre parole che hanno consentito ai nostri operatori di conquistare gran parte dei mercati mondiali. Sono tre parole che hanno permesso ai nostri prodotti di entrare in paesi lontani dalla nostra Europa, imponendosi per qualità e prezzo.
automobili (ad esempio Ferrari) in Canada o in Australia! È una minaccia seria nei confronti dell'immagine dell'Italia nel mondo.
PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per le politiche agricole e forestali, onorevole Dozzo, ha facoltà di
GIANPAOLO DOZZO, Sottosegretario di Stato per le politiche agricole e forestali. L'interpellanza in oggetto fa riferimento al nuovo regolamento sull'etichettatura dei vini, il regolamento CE n. 316 del febbraio 2004.
al meglio il regolamento, attraverso l'utilizzo di tutti gli strumenti di difesa che lo stesso prevede.
PRESIDENTE. L'onorevole Cristaldi, cofirmatario dell'interpellanza, ha facoltà di replicare.
NICOLÒ CRISTALDI. Signor Presidente, esprimo la soddisfazione dei parlamentari del gruppo di Alleanza nazionale per la risposta fornita dal Governo. Tuttavia, manifesto anche amarezza perché, nonostante sei o sette paesi abbiano espresso parere contrario sul provvedimento adottato dall'Unione europea, non si è tenuto conto delle posizioni assunte da questi paesi e, soprattutto, non si è presa in considerazione la posizione assunta dal nostro paese.
Queste considerazioni valgono per tutti i settori dell'economia italiana, dai settori merceologici a quelli agroalimentari: basta che un prodotto porti un nome italiano, basta che si certifichi che è stato realizzato in Italia e, pur con le difficoltà che possono esistere in paesi lontani dall'Italia, si riesce a conquistare un mercato. In questi giorni è di attualità soprattutto la questione dei prodotti agroalimentari. Il Governo non avrà certo dimenticato le polemiche di qualche mese addietro attorno alla vicenda del cioccolato, né quelle, suffragate da buone ragioni, che si sono sviluppate intorno al parmigiano.
In questi ultimi giorni abbiamo assistito ad una ulteriore grande conquista in negativo del nostro paese: la Commissione europea ha autorizzato l'utilizzazione di ben diciassette vini italiani come modelli da parte di paesi extracomunitari per cercare di usare il marchio di qualità italiana per la conquista dei mercati internazionali, ma anche di quello italiano. Non è questa la sede per aprire polemiche particolari, ma è paradossale che un progetto che viene portato avanti da decenni trovi realizzazione proprio nel momento in cui un italiano presiede la Commissione europea. Non un italiano qualsiasi, ma un italiano che è stato anche Presidente del Consiglio dei ministri. Un italiano che - legittimamente - aspira a diventare di nuovo Presidente del Consiglio dei ministri.
Ci saremmo aspettati una difesa strenua del marchio di qualità del made in Italy; ma la Commissione europea - lo trovo paradossale - ha raggiunto intese suicide per l'economia del nostro paese. Sono certo che il Governo italiano abbia fatto tutto ciò che si poteva al riguardo. Non mi fermerei, comunque, alle considerazioni legate agli episodi cui ho fatto riferimento: aperta una volta la strada con il cioccolato ed il parmigiano, passando per il vino, fra qualche tempo potremmo essere autorizzati a fabbricare
Non voglio esprimere valutazioni sulla qualità del vino prodotto in Australia, in Cile, in California o in Canada. Dico che, se viene utilizzato il nome di un vino italiano per commercializzare un certo prodotto, ciò significa che quest'ultimo non ha la forza di imporsi con la propria qualità e deve essere imposto sul mercato come imitazione di un prodotto italiano.
Si tratta, in particolare, di 17 vini che riguardano soprattutto il nord d'Italia; a tale riguardo, è intervenuta anche la protesta di Spagna e Francia, a proposito di alcuni vini spagnoli e francesi, che a noi del gruppo di Alleanza nazionale appare periferica e larvata. Noi ci poniamo altri interrogativi: se, ad esempio, venisse immesso sul mercato italiano un vino dal nome italiano, - ad esempio «Amarone» - sono certo che sarebbe una ditta straniera a commercializzare l'imitazione di tale vino nel mondo. Non ho le stesse certezze circa l'eventuale commercializzazione di vini francesi senza la partecipazione delle imprese francesi.
Non sfuggirà al Governo che, ad esempio, vi è un certo interesse del Governo francese per l'economia canadese, per cui la commercializzazione di un vino dal nome francese da parte di imprese canadesi, con ogni probabilità, vedrà la partecipazione diretta delle imprese francesi. Ciò non riguarda le imprese italiane.
Siamo di fronte ad una situazione che va esaminata attentamente. Il reparto vitivinicolo costituisce la principale voce dell'export agroalimentare italiano: nella nostra bilancia commerciale, l'esportazione del vino è calcolabile in 2,5 miliardi di euro. È paradossale che, tra l'altro, a fronte di un fatturato di vini italiani originali nel mondo pari a circa 397 milioni di dollari, il giro d'affari per i vini imitativi (si tratta di vini italiani soltanto nel nome, che di fatto risultano imitazioni di vini italiani) è di circa 546 milioni di dollari. Siamo di fronte ad un miliardo di dollari di fatturato che si muove, direttamente o indirettamente, intorno al marchio italiano dei vini.
Questi aspetti ci devono preoccupare: non siamo tutelati in Europa da questo punto di vista. Temiamo che l'aggressione nel campo vitivinicolo potrà riguardare altri vini perché, nel frattempo, il Marsala o il Bianco d'Alcamo troveranno altri mercati e diventeranno famosi, potendo costituire elemento di interesse per società extracomunitarie al fine dell'ampliamento della loro commercializzazione con il nome italiano (non si sa bene con quale sicurezza questi prodotti verranno scambiati per vini originali italiani).
Sino a qualche giorno fa, fino a quando non è intervenuta l'autorizzazione ufficiale della Commissione europea all'utilizzazione del marchio dei vini italiani, era possibile ordinare il Marsala in un bar, anche italiano, e vedersi servito un Marsala prodotto in Canada, ma vi era almeno una sorta di «paletto» nell'etichetta (sulla medesima veniva scritto domestic Marsala). Ciò non accadrà più.
Adesso, anche il consumatore italiano potrà sedersi in un ristorante, ordinare un vino italiano, ad esempio un Gutturnio, e vedersi servito un prodotto californiano o australiano, senza che possa sapere con certezza se quel vino è italiano o porta soltanto il nome italiano.
Signor sottosegretario, si tratta di situazioni che noi del gruppo di Alleanza nazionale abbiamo evidenziato in più occasioni; adesso abbiamo voluto riproporle con l'interpellanza in esame per formalizzare la nostra richiesta al Governo che siano adottate misure ben precise.
C'è chi si sta attrezzando, ci sono marchi italiani che stanno cercando di tutelarsi da soli attraverso l'utilizzazione del brevetto. Tuttavia, brevettare un marchio comporta dei costi e, tra l'altro, non ci si può rivolgere ad una società per chiedere il brevetto ed ottenere il brevetto mondiale. Occorre che la ditta che intende garantire il nome e la qualità del proprio prodotto si rivolga alle società di brevetto in tutti i paesi in cui vi è mercato.
Dunque, un prodotto italiano che deve essere garantito attraverso il brevetto deve trovare un sostegno ben preciso da parte del Governo e della Commissione europea, che invece, a nostro parere, opera diversamente rispetto alle nostre considerazioni e alle nostre aspirazioni.
Ecco le ragioni per le quali abbiamo presentato l'interpellanza urgente in esame; mi auguro che il Governo tenga conto anche di queste ulteriori considerazioni, che si aggiungono alle posizioni ufficiali che il Governo ha assunto in difesa dei prodotti italiani.
Il provvedimento, che introduce sostanziali cambiamenti sulle modalità di designazione, denominazione, presentazione e protezione dei vini, offre la possibilità a paesi terzi di ricorrere ad alcune menzioni tradizionali di grandi vini europei, indebolendo così la protezione comunitaria sulle etichette e, in particolare, sulle menzioni tradizionali dei vini italiani.
Naturalmente, contrari a tale proposta sono stati tutti i paesi europei a forte vocazione vitivinicola (Francia, Spagna, Grecia, Portogallo, Lussemburgo e Italia), dato che le menzioni tradizionali costituiscono un patrimonio collettivo di carattere economico-produttivo e culturale degli utilizzatori di una denominazione di origine dei vini.
I produttori che legittimamente hanno determinato la notorietà e la reputazione di una menzione tradizionale (ad esempio, Amarone, Brunello, Recioto) devono poter tutelare questo importante patrimonio, caratteristico della viticoltura italiana e comunitaria, senza correre il rischio che, tra alcuni anni, produttori di altri paesi possano chiederne l'utilizzo sul mercato comunitario.
Il Governo italiano si è opposto decisamente al provvedimento fin dall'inizio. Infatti, già durante i lavori del comitato di gestione del vino della Commissione, nel corso dei quali è stata discussa la proposta di regolamento di modifica del regolamento CE n. 753/2002, in particolare per gli aspetti relativi alla protezione delle menzioni tradizionali dei vini, il ministero ha interposto ogni utile iniziativa atta a scongiurare l'approvazione del provvedimento.
In particolare, oltre a presentare alla Commissione memorie scritte contrarie alla proposta di regolamento di modifica, specialmente per gli aspetti legati alle menzioni tradizionali, l'Italia, insieme alla Francia, alla Spagna, al Portogallo, alla Grecia e al Lussemburgo, ha espresso voto contrario sulla proposta di regolamento nel corso del comitato di gestione vino del 10 febbraio ultimo scorso.
A tali iniziative si aggiungono due note ufficiali inviate al Presidente della Commissione Prodi ed al Commissario Monti, datate 17 febbraio 2004.
Nonostante tutto ciò, la Commissione ha adottato il regolamento di modifica, senza il parere del comitato di gestione. A tale proposito, occorre sottolineare l'esistenza di un deficit di democrazia in ordine al suddetto provvedimento adottato dall'Unione europea.
Il ministero, a questo punto, considerato che è tuttora all'esame della Corte di giustizia il ricorso presentato dal Governo italiano avverso talune previsioni del regolamento n. 753/2002, relative alle menzioni tradizionali - che peraltro sono state oggetto di modifiche con regolamento n. 316/2004 -, ha di recente interpellato il servizio del contenzioso diplomatico del Ministero degli affari esteri e l'Avvocatura generale dello Stato, al fine di valutare le soluzioni da adottare per il proseguimento dell'iter procedurale del contenzioso in essere.
Si assicura, infine, che il Governo italiano vigilerà affinché la Commissione gestisca
Quanto alla richiesta rivolta dall'onorevole interpellante sulla questione del deposito dei brevetti di questi vini presso altri Stati, faccio presente che il ministero si è già attivato, prevedendo, non solo per i vini ma anche per tutti i prodotti che hanno ottenuto DOP o IGP sulla tutela della produzione a livello comunitario, non solo il deposito presso le camere di commercio ma anche il brevetto di veri e propri marchi per aiutare i consorzi di promozione e difesa dei vini e dei prodotti tipici. Questo è il nostro intento, anche perché sappiamo che sarebbe un impegno troppo oneroso per le aziende interessate.
Accolgo con soddisfazione le dichiarazioni del Governo circa il tentativo intrapreso di tutelare i nostri marchi anche attraverso l'uso di brevetti. In questo senso, riconosco l'opportunità dell'azione avviata dal Governo con il ricorso avanzato contro la decisione assunta dalla Commissione europea. Mi auguro che i risultati conseguenti a quest'azione possano convincere la Commissione europea che quella da essa intrapresa è una strada sbagliata che, se amplificata, può creare danni all'economia dei paesi che hanno presentato ricorso. Se infatti dovesse passare questo principio, si finirebbe con l'adottare una politica suicida per l'intera Unione europea.


