Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 426 del 23/2/2004
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Discussione della mozione Bellillo ed altri n. 1-00309 sulle iniziative per la liberazione di una parlamentare colombiana ostaggio delle forze armate rivoluzionarie della Colombia (ore 13,50).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della mozione Bellillo ed altri n. 1-00309 sulle iniziative per la


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liberazione di una parlamentare colombiana ostaggio delle forze armate rivoluzionarie della Colombia (vedi l'allegato A - Mozioni sezione 1).
Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi riservati alla discussione della mozione è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea (vedi calendario).

(Discussione sulle linee generali)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali della mozione.
È iscritta a parlare l'onorevole Bellillo, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00309. Ne ha facoltà.

KATIA BELLILLO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il 23 febbraio 2002 Ingrid Betancourt è stata fatta prigioniera dalle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC). Ingrid aveva deciso di presentare la sua candidatura come Presidente della Colombia in una competizione elettorale molto dura. Aveva deciso di presentarsi al suo popolo lacerato da cinquant'anni di guerra civile, martoriato e mortificato dalla brutale arroganza dei narcotrafficanti ed anche, purtroppo, dalla corruzione che impera nei partiti e nelle istituzioni.
Ingrid Betancourt è scesa in campo ed oggi, parlando di lei e, soprattutto, attivandoci in Italia ed a livello internazionale per la sua libertà, non la percepiamo come vittima di una violenza, ma come una donna che combatte, che ha scelto di scendere in campo per il proprio paese, che ha deciso di dare vita ad un suo partito, che ha denominato «Ossigeno», e che ha voluto misurarsi con il potere ed anche con i suoi aspetti più degradanti, contro chi vuole usare il potere stesso per comandare, per sfruttare e per lasciare senza diritti e nell'ignoranza la stragrande maggioranza degli uomini e delle donne.
Questa è Ingrid Betancourt: una donna tenuta prigioniera da due anni e che era assolutamente consapevole di ciò che faceva, nel momento in cui si presentava per essere eletta Presidente della Colombia.
La Colombia è un paese attraversato da una guerra civile. A causa di questa guerra muoiono ogni anno trentamila persone, più che nel Medio oriente ed in Afghanistan: eppure, della Colombia non se ne parla. Non abbiamo assolutamente percezione del dramma di milioni di persone, uomini e donne; il sacrificio di Ingrid serve, se non altro, a far emergere questa drammatica situazione.
Oltre a Ingrid Betancourt, vi sono attualmente più di tremila persone in mano ad una delle parti in conflitto, paramilitari o guerriglieri, senza contare il dramma dei profughi interni. Vi sono milioni di persone che, spesso nottetempo, sono costrette a fuggire ed a trovare riparo di qua e di là, in questo o quel territorio.
Ingrid vuole la fine di questo dramma, del dramma del suo popolo. Aveva lasciato Parigi, la sua bella casa, la tranquillità della vita nei paesi europei ed era ritornata nel suo paese per lottare in prima persona. Aveva denunciato la guerra in corso in Colombia e l'esigenza di riportare lo Stato di diritto in questa martoriata regione dell'America latina.
Credo che dobbiamo sostenere questa donna coraggiosa, perché attraverso lei e con la sua liberazione possiamo sostenere anche la speranza di chi in Colombia si batte, affinché, finalmente, in questo paese si possa giungere ad una soluzione pacifica del conflitto così lacerante che è ancora in corso.
In Italia, come in tutte le parti del mondo, si svolgono iniziative, manifestazioni, sit-in. Proprio sabato a Bogotà, la capitale della Colombia, si terrà una manifestazione con la presenza del marito di Ingrid Betancourt e del sindaco di Roma, Walter Veltroni, che ha voluto, insieme a tutta la città, offrire la cittadinanza onoraria a questa coraggiosa donna della politica.
Insieme al comune di Roma, tanti altri comuni hanno attribuito la cittadinanza onoraria ad Ingrid, perché per il suo tramite vogliono rappresentare il diritto


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del popolo colombiano di tornare finalmente alla democrazia ed ad uno Stato di diritto, salvaguardando finalmente la giustizia sociale e i diritti dei più deboli.
Ingrid non è la vittima, ma la donna simbolo delle battaglie delle tante donne che si rappresentano non come vittime di una presunta e violenta sessualità maschile, ma come donne che, insieme a tanti altri uomini, combattono perché finalmente non vi sia più lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e affinché gli Stati possano essere governati ed il potere usato a favore dei diritti di tutti. Lo scopo è quello della pace e dell'agire politico per, con e insieme agli altri.
Anche domani, davanti a piazza del Parlamento ci sarà un sit-in organizzato dall'associazione «Ossigeno» della quale sono presidente, e dai comitati italiani per la liberazione, insieme alle tante voci che si muovono in questi giorni per denunciare la grave situazione nella quale è costretta a vivere la popolazione della Colombia, grazie anche al sacrificio di Ingrid Betancourt, e per chiedere la sua liberazione.
Per la liberazione della Colombia, noi chiediamo al Governo di impegnarsi per attivare tutte quelle iniziative politiche e diplomatiche a livello internazionale perché siano riprese le trattative fra il Governo colombiano ed guerriglieri e perché il presidente della Colombia Uribe si decida finalmente a risolvere il conflitto civile che è in atto, non con la guerra, ma individuando percorsi di pace ed aprendo un tavolo per una soluzione pacifica del conflitto in atto, nonché per la liberazione di Ingrid e dei suoi colleghi che sono prigionieri. Infatti, il partito che Ingrid Betancourt ha voluto costruire è qualcosa di più che un'organizzazione ecologista, posto che intende rappresentare l'ottimismo della volontà di chi ritiene che in Colombia, come in tutto il mondo, la democrazia, la giustizia sociale e la moralità nel fare politica possano essere i reali strumenti per difendere uomini e donne dal ricatto del bisogno e dell'ignoranza.
Ingrid ha come obiettivo quello di superare il dramma colombiano attraverso la pace e la fuoriuscita dal conflitto in atto, ripristinando la libertà, la democrazia e soprattutto uno Stato di diritto.
Chiediamo quindi al Governo italiano di fare tutto, ma veramente tutto quello che è nelle sue possibilità, anche cercando di far conoscere quanto sta accadendo in Colombia.
Noi ci auguriamo, e concludo, che con la libertà di Ingrid Betancourt si possano avere libere elezioni, dalle quali possa essere acclamata ed eletta dal popolo colombiano la Betancourt come presidente. Tutto ciò per consentire alla Colombia di ritornare a vivere una vita dignitosa e soprattutto sicura per tutti.

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Di Serio D'Antona. Ne ha facoltà.

OLGA DI SERIO D'ANTONA. Signor Presidente, dopo l'esauriente e dettagliata illustrazione dell'onorevole Bellillo, vorrei aggiungere solo alcune considerazioni. Infatti, in un caso dove l'oblio sembra predominare su una situazione quanto mai drammatica, repetita iuvant.
Mi sarebbe piaciuto vedere in quest'aula il ministro degli esteri prendere un impegno a tal proposito. Credo, infatti, che il rapimento della Betancourt, ormai in ostaggio da due anni, sia soltanto la punta emblematica e simbolica dell'iceberg che è la situazione colombiana.
La Colombia si trova in una situazione di vera e propria guerra civile. Si tratta di un paese piegato da una corruzione ormai orizzontale e trasversale che interessa, purtroppo, sia bande criminali organizzate, sia partiti e livelli istituzionali. In Colombia si produce droga, in modo particolare si coltiva la coca. Ciò fa sì che i narcotrafficanti abbiano un enorme potere e svolgano azioni quanto mai violente.
Si parla di 30 mila persone che muoiono ogni anno; 300 persone in un rapporto di Amnesty International vengono denunciate come scomparse; 1.700 persone sono sequestrate. Dunque, quotidianamente


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nel paese vi sono omicidi, soprusi e rapimenti che coinvolgono anche bambini in tenera età. Tutto viene compiuto in nome del narcotraffico, in nome del privilegio di pochi, mentre la maggior parte della popolazione vive in condizioni di assoluta povertà, quando non di vera e propria fame. Purtroppo, in Colombia vi sono numerose bande armate. Le tre più pericolose sono le forze armate rivoluzionarie della Colombia, l'esercito di liberazione nazionale e l'unità di combattenti, un'organizzazione di estrema destra.
Ingrid Betancourt è stata prima deputato, poi senatrice e fu rapita due anni fa quando correva per la Presidenza della Colombia. Ingrid Betancourt si è formata in Europa: è figlia di un ambasciatore dell'UNICEF e si è laureata in scienze politiche a Parigi. Ciò ha fatto sì che, essendo permeata di una cultura europea, di una cultura della democrazia, non potesse accettare la condizione nella quale era piegato il suo paese. Si tratta di una condizione in cui l'ingiustizia sociale, la prevaricazione, la violenza e la corruzione dominano su tutto e tutti. Si è battuta costituendo il suo partito «Ossigeno», il cui nome voleva dimostrare simbolicamente che il paese aveva bisogno di aria pulita rispetto alla situazione di corruzione e di devastazione della natura da parte delle multinazionali. Vi era bisogno di difendere i diritti umani e civili e di costruire una società più democratica.
Quindi, Ingrid Betancourt si batte con coraggio e determinazione; nonostante la gracilità della sua figura fisica, ha una grande forza morale. Viene rapita dalle FARC, forze armate rivoluzionarie della Colombia che possono contare su 15 mila uomini (sono divise in 70 fronti di guerra) e che vengono finanziate con la richiesta di elevatissimi riscatti per i sequestri di persona e taglieggiando i produttori di coca, quindi prendendo tangenti. Più di 3 mila persone sono state sequestrate dalle FARC; oltre ad Ingrid Betancourt ed alla sua più cara amica Clara Rojas, altri cinque senatori e dodici deputati sono tuttora ostaggi delle FARC.
Chiediamo che si apra un dialogo per trovare una soluzione pacifica alla situazione della Colombia e per Ingrid Betancourt che, simbolicamente, rappresenta una condizione più generale di dramma che attraversa tutta la popolazione colombiana.
L'attuale Presidente della Colombia, Alvaro Uribe, ha, purtroppo, interrotto il dialogo che il precedente Presidente Pastrana sembrava aver avviato, scegliendo la strada dello scontro, della repressione militare e varando leggi fortemente repressive nei confronti degli atti di terrorismo. Ciò non ha migliorato la situazione colombiana, ma ha prodotto un inasprimento del conflitto, una forte limitazione delle libertà individuali dei comuni cittadini, un peggioramento della vita delle persone ed una situazione di maggiore violenza. Credo che, alla luce di tutto ciò, la comunità internazionale debba farsi carico di attuare le iniziative politiche e diplomatiche necessarie alla riapertura di un dialogo.
Lo scorso sabato, il sindaco di Bogotà, Luis Eduardo Garzon, ha promosso una grande manifestazione nell'anniversario del secondo anno di detenzione di Ingrid Betancourt.
Vorrei delineare un breve quadro della situazione della città di Bogotà: ha tre milioni di abitanti ed il 75 per cento della popolazione soffre la fame.
A questa grande manifestazione hanno partecipato, insieme alla famiglie di Ingrid Betancourt, numerose personalità di livello internazionale, tra cui anche l'ambasciatore francese Daniel Parfait e quello italiano Francesco Camillo Peano.
Il sindaco di Roma, Walter Veltroni, con una delegazione del comune di Roma ha voluto partecipare a questa grande manifestazione e farsi anche portavoce di messaggi di solidarietà da parte di sindaci rappresentanti delle più importanti città europee. Tengo a sottolineare anche un'iniziativa concreta che il sindaco di Roma ha portato nella città di Bogotà in uno dei quartieri più poveri; mi riferisco al messaggio di grande solidarietà della città di Roma attraverso il quale, con i


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fondi raccolti nelle scuole romane, sarà fondata una scuola che porterà il nome di Roma.
Con questa mozione chiediamo che il Governo italiano si faccia carico di iniziative volte a riaprire un dialogo. Facendo ciò intendiamo esprimere la più ferma condanna rispetto agli atti di terrorismo e ad ogni forma di violenza che si perpetua in quel paese. Deprechiamo tutti coloro che, con le loro azioni hanno ostacolato il raggiungimento di un accordo, tuttavia siamo convinti che, solo attraverso una massiccia e costante pressione internazionale, le cose possano cambiare.
L'Italia ha già svolto un ruolo attivo nell'ambito dei dieci paesi facilitatori, ma riteniamo che tutta la comunità internazionale debba dare prova di maggiore attenzione e impegno rispetto ad una situazione che assume, di giorno in giorno, carattere di sempre maggiore drammaticità.
Quindi, con questa mozione, chiediamo che il Governo italiano si faccia promotore di iniziative concrete, coinvolgendo gli altri paesi dell'Unione europea, affinché si creino le condizioni per abbassare il livello dello scontro, affinché sia riaperto un accordo umanitario e un negoziato di pace e affinché si ottenga il rilascio della senatrice Ingrid Betancourt e degli altri ostaggi.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Giachetti. Ne ha facoltà.

ROBERTO GIACHETTI. Signor Presidente, signor sottosegretario, onorevoli colleghi, la mozione presentata dalla collega Bellillo, che giustamente richiama l'attenzione e l'intervento del Governo sulla sorte della parlamentare franco-colombiana, Ingrid Betancourt, ormai da due anni ostaggio delle forze armate rivoluzionarie colombiane, impone in prima analisi una sintetica fotografia della situazione allarmante in cui versa uno dei più importanti Stati dell'America latina.
Quest'Assemblea, in più di un'occasione, si è confrontata con tematiche aventi ad oggetto la salvaguardia dei diritti umani fondamentali, anche perché - è bene riconoscerlo - il nostro paese ha sempre mostrato una particolare vocazione per l'impegno in prima linea contro gli abusi e le violazioni che, purtroppo in tanta parte del mondo, si perpetuano a danno di interi popoli, minoranze etniche, uomini, donne e perfino bambini.
Parlare oggi di Ingrid Betancourt significa in fondo parlare della Colombia che, lo ripeto, è uno dei maggiori Stati dell'America latina. E parlare della Colombia non vuol dire solo narcotraffico; infatti non dobbiamo dimenticare che, ormai da quarant'anni, imperversa una sanguinosa guerra civile, che vede la contrapposizione tra la guerriglia rivoluzionaria delle FARC e delle LNL che sfruttano la droga in nome di un'ideologia marxista e che, di fatto, costituiscono uno Stato dentro lo Stato, e le milizie di destra, i paramilitari, che conducono una guerra in piena regola con altri mezzi e senza fare sconti.
Il prezzo di tutto ciò è nella potenza di queste cifre: 4 mila civili uccisi, più di 1.700 persone sequestrate (tra cui, appunto, Ingrid Betancourt), più di 300 scomparse e, solo per lo scorso anno, 172 mila nuovi profughi censiti dal Governo colombiano.
In un paese in cui le condizioni politiche, economiche e sociali si rispecchiano nell'inasprimento inarrestabile di una guerra quasi perpetua tra bande militari, il buon esito della battaglia umanitaria per la liberazione di questa donna coraggiosa non può prescindere dal sostegno del Governo locale che pure - lo voglio dire con chiarezza - si trova ad affrontare un insieme di congiunture molto complesso: dalla lotta al narcotraffico, alla guerra civile, alle condizioni miserevoli di migliaia di contadini, per i quali non è facile trovare soluzioni rapide, ovvero comode vie d'uscita.
Tuttavia, la politica sin qui adottata dal Presidente colombiano Uribe insediatosi nell'autunno 2002, paradossalmente sembra aver reso molto più complicato tutto il contesto. Numerose organizzazioni non governative hanno invitato il Capo del governo colombiano a rivedere la sua


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campagna di sicurezza nazionale fondata su massicce detenzioni in base a testimonianze anonime rivelatesi poi per il 90 per cento dei casi del tutto arbitrarie. Secondo il comitato di solidarietà con i prigionieri politici, l'anno passato, di quasi 5 mila persone arrestate con l'accusa di collaborazionismo, ben 4 mila sono poi risultate estranee alle accuse e, quindi, successivamente rilasciate.
Non molto tempo fa Uribe ha tenuto un'audizione a Bruxelles, al Parlamento europeo, ed ha tentato di difendere la propria politica, ma ha ricevuto gli attacchi di quanti condannano un regime contraddistinto da violazioni dei diritti e delle libertà, da detenzioni arbitrarie, da un numero altissimo di rifugiati, tra indigeni e contadini, da esecuzioni sommarie, da impunità di cui il suo regime è reo di essersi macchiato. E questo è tanto più importante se si considera che un anno fa, a Londra, il Governo colombiano aveva sottoscritto un accordo con la Comunità internazionale incentrato, tra l'altro, sul ripristino di garanzie individuali palesemente violate; e nei trattati internazionali sappiamo bene che si tratta di clausole alla cui obbedienza è condizionato il sistema di cooperazione politica ed economica tra i paesi coinvolti.
La sorte di Ingrid Betancourt è purtroppo legata a doppio filo alle posizioni di Uribe. La madre di Ingrid non smette di ripetere, e non possiamo non convenire, che solo in un'azione diplomatica di tipo umanitario sussiste la speranza di liberare la figlia, tramite un accordo tra il Governo colombiano e le FARC, sulla base di uno scambio tra i prigionieri nelle carceri dello Stato e gli ostaggi della guerriglia. Purtroppo, però, la via del negoziato viene esclusa da Uribe che, rifiutandosi di trattare con i terroristi guerriglieri e sulla base di una nuova legislazione che per contro concede alle Forze armate competenze giudiziarie tanto ampie da permettere loro di eseguire arresti senza mandato, perquisizioni ed intercettazioni telefoniche, non riconosce che è in atto una guerra civile e non una guerra al terrorismo; una guerra che contrappone i buoni - il Governo e l'esercito - ai cattivi - i ribelli delle FARC e del MNL. Ne consegue che una posizione come questa impedisce qualunque processo di dialogo e di apertura - ricordiamo che le FARC si erano dette pronte allo scambio tra ostaggi e prigionieri politici - e mette a rischio ogni possibile esito positivo per liberare quanti sono ancora nelle mani dei ribelli. Ecco perché è ancora più urgente che si metta in moto la macchina della diplomazia e del negoziato, che la politica internazionale supporti la grande campagna di sensibilizzazione avviata da più di mille comuni in Italia e nel mondo (da Genova, a Roma e a Parigi) con la concessione della cittadinanza onoraria alla Betancourt, e che si affianchi all'impegno delle organizzazioni non governative e della Croce rossa internazionale; e ciò non solo nel rispetto della vita di questa donna coraggiosa - lasciatemelo dire - che, dopo una gioventù dorata tra Parigi e le Seychelles, ha scelto di dedicare la propria vita al suo paese. Ha deciso consapevolmente di rischiare in prima persona, denunciando i politici corrotti, esponenti di spicco del Governo colombiano collusi con il mercato della droga, ed ha condotto una battaglia appassionata contro la violenza, contro il cancro dei cartelli del narcotraffico a favore delle aree economiche disagiate e contro la miseria e la povertà dei contadini. Occorre un impegno più generale contro ogni forma di violenza e sopruso nel nome del rispetto dei diritti umani individuali ed inviolabili e a garanzia delle minoranze che si battono per la difesa della libertà e che devono poter contare sul sostegno di tutti gli Stati democratici che aborrono l'uso della forza come discriminante per imporre la propria volontà.
Sappiamo che la pressione internazionale in questi casi, in mancanza di un'azione decisa da parte dei Governi locali, può fare molto. Pensiamo, ad esempio, alla battaglia trasversale che ci ha visto tutti impegnati contro l'applicazione sessista ed indiscriminata della legge islamica - la sharia - in Nigeria, e pensiamo


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al buon esito che la campagna di sensibilizzazione ebbe poi nel caso delle condanne di Amina e di Safia.
Purtroppo, in questo caso i fattori da combattere sono molti. Eppure, ciò non può esimerci dal chiedere al Governo un'azione forte per salvare Ingrid Betancourt e gli altri ostaggi. Chiediamo quindi, aderendo alla mozione in esame di cui è prima firmataria l'onorevole Bellillo, di avviare tutte le iniziative necessarie affinché il Governo colombiano liberi i prigionieri sulla base di uno scambio umanitario con i guerriglieri del FARC.
Mai, come in questo caso, la via della diplomazia, per la delicatezza della congiuntura e per il valore della vita delle persone coinvolte, è l'unica strada possibile. Facciamo davvero in modo che lo sia e attiviamoci affinché questa donna torni ad essere libera, nell'auspicio che possa dare anche un nuovo volto alla speranza di molti cittadini colombiani (Applausi).

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali della mozione.
Prendo atto che il rappresentante del Governo rinuncia ad intervenire.
Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.
Sospendo la seduta, che riprenderà alle 16.

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