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PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Coluccini. Ne ha facoltà.
MARGHERITA COLUCCINI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, non sono particolarmente sorpresa della contrarietà espressa dal Governo nei riguardi del mio ordine del giorno n. 9/4645/54. In esso è racchiusa un'istanza di trasparenza e di correttezza che, mi rendo conto, il Governo non è in condizione di poter garantire in quanto tutto ripiegato ed intento a coltivare, a qualunque prezzo, il campo sterminato degli interessi, del potere e della ricchezza del Presidente del Consiglio dei ministri.
Cosa si chiedeva? Di fatto, una relazione trimestrale che desse conto all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ed al Parlamento dell'esito delle verifiche tese ad accertare che la qualità dei segnali televisivi in tecnica digitale corrispondano a standard accettabili. Qualità buona, si dice, e non è un'aspirazione, ma un termine tecnico cui si fa riferimento.
Questo, appunto, è quanto il Governo ha respinto. In tale maniera ha respinto, di fatto, il principio in base al quale garantire e verificare la buona ricezione del segnale vuol dire garantire la prerogativa ed il diritto all'informazione. In tal senso la tecnologia è strumento prezioso ed utile alla formazione di conoscenza e consapevolezza.
Le contraddizioni del decreto-legge in esame sono veramente incredibili, come sono incredibili gli artifici linguistici con cui nascondete la precisa volontà di consolidare la situazione di duopolio esistente non risolvendo il deficit di pluralismo che pure era il cuore delle osservazioni avanzate dal Presidente della Repubblica. Con tali artifici linguistici e politici parlate di copertura del territorio nazionale e non vi ponete neanche il problema se la popolazione sia effettivamente raggiunta dal segnale stesso.
La vostra aspirazione al pluralismo, quindi, è evidentemente ambigua, miope, del tutto inadeguata. Quello in esame, infatti, dal nostro punto di vista è un provvedimento contro la libertà di informazione, contro le imprese editoriali, contro le TV locali, contro ogni buon senso, logica ed etica politica. Mette fuori dal mercato i concorrenti e forza le regole democratiche a beneficio di una supremazia mediatica, di parte e discriminante.
Ministro Gasparri - non lo vedo in aula, ma forse mi sta ascoltando - lei che sta facendo scudo con il suo corpo alla bramosia, alla prepotenza ed allo strapotere dell'imprenditore prestato alla politica, proprietario unico anche dell'agire politico della maggioranza, si sta chiedendo, in queste ore, che sarà del disegno di legge che porta la sua firma? È proprio certo che sarà ancora nell'agenda politica del Governo o che, invece, incassato il risultato e stretto tra le maglie pericolose di una verifica finta e, forse, fintamente conclusa, il Presidente del Consiglio non decida di soprassedere, rinviare, regolare i conti con la sua maggioranza ad elezioni avvenute?
Si ponga qualche dubbio, signor ministro, e rifletta se vale davvero la pena dare nome e faccia ad una legge brutta, inefficace e non utile al paese. Il nostro è un paese davvero grande, generoso, comprensivo ed è costretto ad ascoltare l'elogio all'immoralità che il vostro leader non rinuncia a fare ogni qual volta se ne presenti l'occasione. È una vera e propria sagra nazionale dell'indecenza!
Chiedo all'Assemblea di votare a favore del mio ordine del giorno non soltanto perché residuale strumento nelle nostre mani, ma soprattutto perché va dato un segnale, va offerta un'alternativa al paese. Mi riferisco ad una diversa possibilità che trova nella nostra indignazione, nella nostra non rassegnazione, la sponda su cui appoggiare la propria legittima domanda di futuro e di libertà (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Preda. Ne ha facoltà.
ALDO PREDA. Signor Presidente, il Governo non ha accettato l'ordine del giorno a mia prima firma. E pensare che chiedevo al Governo due impegni molto limitati! Innanzitutto, chiedevo al Governo
di inviare al Parlamento una relazione sullo stato di distribuzione degli impianti sul territorio. In secondo luogo, chiedevo che il Governo si impegnasse a favorire e sostenere iniziative di razionalizzazione della diffusione degli impianti sul territorio anche per salvaguardare la salute della popolazione e tutelare il nostro paesaggio. Si tratta di due impegni molto limitati, ma il Governo è contrario.
Chiedo all'Assemblea l'espressione del voto su questo ordine del giorno, perché, qualora venisse approvato, esso avrebbe alcune finalità, anche queste molto, molto limitate. In primo luogo, quella di riaprire uno spazio, piccolo, limitato su questa legge. In secondo luogo, quella di ridare una funzione a questo Parlamento, che viene sempre più espropriato delle proprie competenze. In terzo luogo, quella di dare forza al pluralismo dell'informazione, affinché sia un pluralismo reale, vero e non stabilito per legge. In quarto luogo, quella di gridare che restano i valori del pluralismo dell'informazione, che restano i valori stabiliti dalla nostra Carta costituzionale.
Credo che voi abbiate fatto una forzatura, chiedendo la fiducia su un provvedimento che tutela gli interessi del Presidente del Consiglio. Ma avete fatto anche un'altra forzatura, aggirando la sentenza della Corte costituzionale, attraverso una serie di disposizioni fantasiose, creative e contraddittorie. Non avete voluto sorprese, perché questa maggioranza non è compatta e coesa nel voto segreto, perché questo è sempre a rischio. Il rischio è quello che i parlamentari si lascino condurre al voto dalla loro coscienza e non più dagli interessi e dagli ordini del Presidente del Consiglio. Un Presidente del Consiglio, che non ne può più della magistratura, della Corte costituzionale e che vede come sovrastruttura anche questo Parlamento.
Infatti, alla fine il problema è che continua il conflitto di interessi, l'usurpazione e la deroga continua dai valori della nostra Carta costituzionale. Il programmato vuoto legislativo sul conflitto di interessi, presente nel Governo, non è un fatto normale. Non costituisce un'opzione come tante, con conseguenze variabili ma legittime. Il conflitto di interessi, specialmente quando si verifica al livello del Presidente del Consiglio, è un fatto che, di per sé, genera conseguenze anormali, illegittime. Esso condiziona, di fatto, tutta la dinamica del Governo, i programmi e le azioni del Governo. Rischia di influenzare, come di fatto sta facendo, anche questo Parlamento, privilegiando i percorsi che lo convogliano verso sponde congeniali al dispiegarsi degli interessi del portatore del conflitto di interessi.
Potere economico - grande! -, potere personale - grande! - e potere politico, mescolati e mischiati fra di loro, nelle stesse mani: il Presidente del Consiglio, che è anche capo dell'azienda e che adotta un decreto-legge, volto a salvaguardare la sua azienda. Questa è la combinazione che rischia di essere dirompente, autofunzionante, ad effetto calamita, capace di autonomia e ripetuta attrazione di altre risorse. Questo è il grande pericolo che stiamo correndo.
Ecco dunque la spiegazione dei nostri appelli, anche in sede di esame degli ordini del giorno, perché, pur nella limitatezza degli ordini del giorno che abbiamo presentato, vi sia la disponibilità ad aprire, in questo Parlamento - che è stato privato di una delle sue funzioni essenziali, attraverso il voto di fiducia su questo provvedimento -, piccoli spazi alla discussione. Spazi piccoli, dopo questo provvedimento, ma questa rimane la funzione di un Parlamento, che non vuole essere espropriato delle proprie funzioni (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Motta. Ne ha facoltà.
CARMEN MOTTA. L'ordine del giorno n. 9/4645/79, che reca la mia prima firma e quella del collega Nannicini, impegna il Governo a favorire e sostenere iniziative di razionalizzazione della diffusione degli impianti sul territorio per due motivi. In
primo luogo, nell'interesse prioritario della salvaguardia della salute delle popolazioni; in secondo luogo, nell'interesse della tutela del paesaggio. Inoltre, questo ordine del giorno impegna il Governo ad inviare una relazione bimestrale al Parlamento sullo stato di distribuzione sul territorio degli impianti di trasmissione radiotelevisiva, con particolare riguardo ad un territorio regionale, che non è quello di mia provenienza, ma del quale, con grande piacere, in questa occasione, rappresento le istanze: la Campania.
Devo, purtroppo, constatare che di questi contenuti (salute delle popolazioni e tutela del paesaggio relativamente alla diffusione degli impianti di trasmissione radiotelevisiva) al Governo poco importa, per non dire nulla. Il Governo non ha accettato l'ordine del giorno da me presentato e lo capisco, perché altro è il problema. Per tale motivo, il Governo è sfuggito, con riferimento al decreto-legge n. 302 del 2003, ad un serio dibattito parlamentare.
Il Governo, attraverso i suoi autorevoli esponenti, ha rilasciato in questi giorni dichiarazioni tese a spiegare al nostro paese che la questione di fiducia è stata posta sul provvedimento in esame per motivi (è il vero motivo), di «ingorgo parlamentare», mi scusi il termine, per il troppo lavoro, per i troppi provvedimenti in esame (la fiducia è un mezzo per velocizzare l'iter parlamentare), e, come è stato detto da un collega molto fedele al Presidente del Consiglio, per non recare ulteriori dispiaceri alla famiglia del Presidente Berlusconi.
Vorrei dire sommessamente, relativamente ai dispiaceri familiari, che ognuno ha i suoi. Non dico che, forse, quelli del Presidente del Consiglio siano meno seri di quelli di tanta altra gente, ma so per certo che quelli di molte famiglie italiane sono sicuramente pesantissimi in questo momento.
Per quanto riguarda la giustificazione addotta della velocizzazione dell'iter parlamentare, questa straordinaria capacità e prova di efficienza del Governo è semplicemente ridicola ed umiliante per tutti i colleghi di quest'Assemblea.
I colleghi della maggioranza se ne rendono conto? Quella della velocizzazione, della premura, dell'efficienza, sono giustificazioni che sono state utilizzate anche in sede di approvazione della legge finanziaria, mentre per le questioni importanti e determinanti per il paese non vi è mai tempo!
Il Governo chiude il confronto e lo spaccia per efficienza propria e del Parlamento; un'efficienza, però, intermittente: alcune volte, come affermato in più di un'occasione dal Presidente del Consiglio, questo Parlamento non fa nulla, è una palla al piede ed un organismo lento, mentre, altre volte, ha troppo da fare. Credo, allora, che quest'intermittenza sia dovuta ai provvedimenti che più piacciono o meno piacciono al Capo del Governo.
Quanto tempo questo Parlamento ha dedicato alla risoluzione dei problemi economici, materiali e personali del Presidente Berlusconi? Credo che, con la vicenda del decreto-legge in esame, il problema del conflitto di interessi non sia più occultabile o camuffabile agli occhi del paese e, purtroppo, a quelli dell'Europa e del mondo.
È un decreto-legge che non risponde all'esigenza di pluralismo del sistema informativo tante volte dichiarata dagli stessi esponenti del Governo. Altro che paladini della democrazia e del libero mercato! Avete avuto una sola preoccupazione: aggirare, superare le istituzioni di garanzia del nostro paese: la Presidenza della Repubblica e la Corte costituzionale, con una specie di gioco magico, il SIC, spacciando all'opinione pubblica un nuovo e altrettanto finto pluralismo, in nome della tecnologia digitale.
Non si tratta, però, solo di un problema di tecnologia, come hanno affermato anche altri colleghi. Vi è anche un problema che riguarda la qualità del segnale. Non basta parlare di decoder. A tali problemi si rifà l'ordine del giorno da me presentato con riferimento al quale sono intervenuta per dichiarazione di voto. Se questo Governo
fosse saggio e prudente farebbe bene a rivedere il suo parere negativo sul medesimo (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Buffo. Ne ha facoltà.
GLORIA BUFFO. Signor Presidente, il più importante dei fratelli Marx, mi riferisco a Groucho Marx e non a Karl Marx (lo dico per rassicurare i deputati del gruppo della Lega e di Forza Italia che vedono comunisti dappertutto), affermava: considero la televisione uno strumento per acculturarsi. Quando qualcuno l'accende, cambio stanza ed inizio a leggere un libro.
Eduardo De Filippo, ad un giornalista che gli chiedeva cosa pensasse della televisione, rispose: «Preferisco il frigorifero». Invitandoci con ironia tagliente a guardare ad altri mezzi - il libro - e a considerarla un elettrodomestico tra gli altri, entrambi questi personaggi ci ricordavano in fondo quanto la televisione fosse potente. La televisione ha fatto paura e ha fatto sempre molta gola; è stata straordinaria e può essere tremenda. Non a caso, quando vi è un colpo di Stato, la prima cosa che si corre ad occupare sono gli studi televisivi.
Nei decenni in cui la potenza del mezzo cresceva, imparavamo anche dai maestri del pensiero contemporaneo che la democrazia non consiste solo nell'esercizio del voto, ma che esistono le precondizioni della democrazia, nel senso che il diritto al lavoro, alla salute, all'istruzione, all'informazione, rendono effettivo o meno l'esercizio pieno dei diritti democratici, che costituiscono anche poteri del cittadino. Inoltre, abbiamo sempre imparato che la democrazia, che abbiamo conosciuto anche nei momenti migliori, è incompiuta. Infatti, per la legge abbiamo tutti gli stessi diritti, ma è chiaro che chi possiede una televisione è più potente degli altri e che non tutti possono possedere una televisione in quanto, per farlo, occorrono grandissime risorse.
Realizzare, anche se con fatica, un giornale è stato possibile anche per chi non aveva grande potere (forze sociali, gruppi di cittadini, partiti). Tuttavia, creare una televisione non è mai stato come creare un giornale; infatti, non è stato alla portata di un sindacato o di un partito, di chi non stava dalla parte dei forti. Ebbene, anche all'interno di tale disparità, che rende incompiute le nostre democrazie, in quanto chi ha i mezzi per fare televisione ha un potere enormemente superiore a chi tali mezzi non ha, sono stati comunque stabiliti dei limiti.
GLORIA BUFFO. Affinché una sola persona o un solo gruppo non disponesse di troppo potere televisivo, sono state emanate leggi e individuati limiti, si sono messe al lavoro Autorità antitrust. Tutto ciò è un bene ma, in Italia, non è valso!
All'epoca del Governo Craxi, abbiamo assistito a decreti e a leggi ad personam, poi alla legge Mammì del 1990, che costò le dimissioni di diversi ministri in dissenso rispetto a quella scelta. Si trattava di una legge fatta apposta per consentire ad una persona - oggi Presidente del Consiglio - di detenere tre reti televisive in chiaro. Oggi vi è la legge Gasparri che non individua limiti, nel senso che definisce un recinto, nell'ambito del quale definire tali limiti, che è pari al globo terracqueo e, adesso, siamo di fronte ad un decreto-legge anticostituzionale, votato attraverso la fiducia strozzando la maggioranza parlamentare. Tra l'altro, questa non sarà l'ultima mossa del genere, in quanto già si minaccia di mettere mano alla legge sulla par condicio.
In definitiva, ritengo - e sono partita, non a caso, da due liberissimi pensatori - che in Italia si viva un paradosso che non ha pari. Se foste veramente coerenti, nominereste - noi, ovviamente, vi impediremo di farlo - Presidente della Repubblica Fedele Confalonieri, Presidente del Consiglio Emilio Fede e Berlusconi imperatore (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Reduzzi. Ne ha facoltà.
GIULIANA REDUZZI. Signor Presidente, desidero innanzitutto ringraziare la Presidenza per avermi concesso di intervenire nuovamente su questo provvedimento. Utilizzerò il tempo a mia disposizione per rispondere ad un interrogativo che gli italiani ci stanno ponendo. Ci sentiamo chiedere: perché quest'atteggiamento ostruzionistico? Qual è il motivo di una reazione tanto dura dell'opposizione? Non certamente per mania di protagonismo e neppure per sterile masochismo. Siamo contrari al provvedimento in esame perché siamo molto preoccupati per la sorte del nostro paese. Siamo preoccupati perché l'attuale Governo ha scelto, ancora una volta, di ricorrere ad un voto di fiducia quando ha al suo attivo una maggioranza numerica tanto forte che gli consentirebbe di approvare senza timore tutto quello che vuole. L'imposizione del voto di fiducia denuncia che la maggioranza è in difficoltà, che non è coesa, che non è in grado di garantire il sostegno alle proposte governative e che non ha capacità di governo. Vincendo le elezioni ha acquisito il diritto-dovere di governare, ma non è all'altezza di questo compito e il paese ne subisce le negative conseguenze; ogni giorno, infatti, si deve prendere atto che la situazione economica e sociale della maggior parte delle famiglie italiane diventa sempre più critica, sempre più allarmante ed insostenibile. Lo testimoniano chiaramente le manifestazioni di protesta organizzate su tutto il territorio da tutti i settori della vita civile; c'è malessere nella sanità, nella scuola, nei luoghi di produzione di reddito e nella categoria dei risparmiatori.
In tale preoccupante crisi dell'Italia, la maggioranza non affronta i seri problemi che riguardano tutti i cittadini ma, al contrario, si concentra su interessi privati di qualcuno e si limita ad accusare gli altri e a trovare i responsabili e i colpevoli fuori dal proprio agire politico: la colpa è di chi ha governato prima, è dell'euro, è dell'Europa e del mondo intero. È ormai tempo di cambiare comportamento; basta con le menzogne, basta con gli inganni e con le strategie tese solo a distrarre l'attenzione pubblica dai veri problemi del paese; basta alla diffusione della cultura della illegalità!
Perché ci opponiamo al provvedimento in esame? Un motivo pesante di preoccupazione ci viene dal contenuto stesso del provvedimento legislativo in esame: ancora una volta un decreto-legge a vantaggio di pochi; ancora una volta una legge a favore di cittadini che sono al Governo; ancora una volta, un testo legislativo che mina la democrazia, che vìola i principi fondamentali della Costituzione che vorrebbero tutelati i diritti e la libertà di opinione e di comunicazione e il diritto al pluralismo nell'informazione. I dissidenti, che pure ci sono, tra i parlamentari della maggioranza, che sono stati compattati esclusivamente dal voto di fiducia, dimostrano che la nostra contrarietà al decreto-legge in esame è seriamente motivata. Tale decreto-legge non può trovare il consenso di chi vuole governare con correttezza nel rispetto dei valori di un'autentica democrazia e in conformità ai principi costituzionali. Non è lecito, infatti, consentire a Retequattro di continuare ad occupare le frequenze terrestri che spettano invece legittimamente alla rete televisiva Europa 7 che, vincendo la gara, ne ha ottenuto il diritto di uso. È antidemocratico concentrare i vantaggi della produzione televisiva nelle mani di pochi proprietari, specie se riconducibili alla stessa persona, e ancor più se questa persona coincide con il Capo del Governo che firma il decreto-legge determinando così un grave atto di conflitto di interessi.
Concludendo, con questo decreto-legge, con un'arroganza indicibile, il Governo e la sua maggioranza calpestano le sentenze della Corte costituzionale e il messaggio del Presidente della Repubblica. Non possiamo, quindi, che confermare la nostra piena ostilità nei confronti del provvedimento legislativo in questione (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Merlo. Ne ha facoltà.
GIORGIO MERLO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, tra le molte contraddizioni che caratterizzano questo provvedimento, risaltano di più agli occhi la non risposta del Governo, l'ostinato silenzio della maggioranza e la difficoltà del centrodestra nel fornire risposte sia in Commissione, nel corso delle varie audizioni, sia alle considerazioni espresse dall'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni.
Non a caso, il decreto-legge in esame affida all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni il compito di accertare l'effettivo avvio del digitale terrestre, senza tuttavia stabilire parametri precisi sui quali basare l'istruttoria, in modo tale da non permettere di verificare se sia intervenuto un effettivo ampliamento delle offerte disponibili e del pluralismo nel settore televisivo.
L'Autorità è stata chiara ed esplicita in più occasioni, nel corso delle numerose audizioni svoltesi in sede parlamentare, nel sollecitare il legislatore a definire in modo chiaro e rigoroso i criteri e le modalità con cui procedere all'accertamento di un contesto mutato a seguito di un intervenuto effettivo arricchimento del pluralismo. Il requisito del riconoscimento dell'effettivo pluralismo costituisce l'unica condizione in grado di giustificare il superamento del termine inderogabile del 31 dicembre 2003.
Sarebbe stato dunque opportuno rispondere seriamente alle richieste, alle perplessità e agli interrogativi sollevati dall'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni nel corso delle audizioni in sede parlamentare. Abbiamo registrato, come è stato sottolineato da numerosi colleghi, un mutismo ingiustificato e un silenzio assordante. Abbiamo potuto constatare che, di fronte alle reiterate richieste, osservazioni e domande dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, la maggioranza non ha saputo fornire risposte convincenti.
Il presidente Cheli ha ripetutamente insistito sulle incertezze interpretative che sarebbe stato opportuno chiarire in sede di conversione del decreto-legge in esame. Si tratta di incertezze gravi, a fronte della sussistenza o meno del pluralismo. Esse, infatti, riguardano sia le condizioni che l'Autorità è chiamata ad accertare sia, soprattutto, i provvedimenti che essa dovrà adottare nel caso di esito negativo dell'accertamento.
Il Governo, come ben sappiamo, ha scelto la strada alternativa, quella di porre la questione di fiducia, poiché non si fida neppure dei propri deputati, impedendo in tal modo la discussione da parte dell'Assemblea sulle proposte emendative presentate e imponendo una scelta verticistica, di maggioranza e blindata. Del resto, in questa legislatura è stato blindato tutto ciò che ha riguardato e che continua a riguardare il settore dell'informazione radiotelevisiva, imponendo al Parlamento scelte assolutamente insindacabili non solo da parte dell'opposizione ma anche di alcuni parlamentari della stessa maggioranza.
Non stiamo semplicemente discutendo di una norma che definisce i criteri distributivi o regolativi fra interessi divergenti. In tal caso, non saremmo qui a sottolineare il paradosso della norma che riveste un interesse specifico per il premier: si tratta, in fondo, di un problema contingente, e già sufficientemente conosciuto dai cittadini italiani (la maggioranza se ne accorgerà il 14 giugno). Ci interessa comprendere come si sta affrontando il nodo del pluralismo nei suoi assetti di struttura e di funzionalità. Ci interessa, ad esempio, comprendere se con questo provvedimento, così come lo avete voluto ed imposto, si operi per incrementare il grado di competitività tra gli attori del sistema. È certo emblematico che l'Autorità garante per la concorrenza e per il mercato abbia dovuto ricordare a più riprese a questa maggioranza i forti nessi che sussistono tra pluralismo e concorrenza, assunti del resto nella giurisprudenza costituzionale quali essenziali: il pluralismo informativo viene declinato in termini di pluralità di voci concorrenti.
Riteniamo, come ricordato con intelligenza dal collega Colasio, che la concorrenza sia un presupposto essenziale dello stesso pluralismo. Si tratta di due elementi che sono stati gravemente mortificati nel provvedimento in esame, l'uno non riconosciuto e l'altro azzerato, e che ci conducono ad una conclusione assai grave (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mosella. Ne ha facoltà.
DONATO RENATO MOSELLA. Abbiamo sperato invano che la vera battaglia, sul decreto in discussione, si svolgesse all'interno della maggioranza. Il potere mediatico e il potere politico sono incompatibili, questo è chiaro alla pluralità degli italiani, anche alla gente semplice. Come può non essere chiaro a voi? Allo stesso modo, continuate ad ignorare la questione del conflitto di interessi, questione pregiudiziale rispetto ad ogni altra. Il Presidente del Consiglio dei ministri interviene direttamente con una decisione che riguarda, anche, le proprietà della sua famiglia. Qualche autorevole collega ha affermato che, se oggi fosse in vigore la legge Frattini - la quale, peraltro è un semplice palliativo in materia - non sarebbe consentito al premier di ricorrere alla fiducia per la conversione in legge di questo decreto. Ciò che è normale in un sistema liberale, non lo è più in Italia.
Con questo decreto-legge consolidate e sviluppate l'attuale assetto di monopolio. Sul piano strettamente politico, questa è la dimostrazione che la maggioranza è ancora in preda ad una grande confusione e che non ha risolto alcuno dei suoi problemi. Quanto al contenuto del decreto, la questione di fiducia impedisce quei miglioramenti che erano stati chiesti anche dalla Authority per le comunicazioni. Ora, renderà molto più difficile il nostro lavoro e quello che la medesima Autorità svolgerà quando dovrà procedere all'indagine, di quattro mesi, in materia di sistema digitale terrestre, cui si fa riferimento nel decreto legge. Quest'ultimo affida alla Autorità per le garanzie nelle comunicazioni il compito di accertare l'effettivo avvio delle trasmissioni con sistema digitale terrestre, senza però stabilire parametri precisi sui quali dovrà basarsi l'istruttoria, così da non permettere di verificare se sia intervenuto un effettivo ampliamento delle offerte disponibili e del pluralismo nel settore televisivo.
La mancanza di chiari parametri rende complicata, all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, la formulazione di proposte di interventi diretti a favorire l'ulteriore incremento dell'offerta di programmi televisivi con sistema digitale terrestre e dell'accesso ai medesimi. L'Autorità è stata chiara e molto esplicita nel sollecitare il legislatore a definire rigorosamente i criteri e le modalità con cui procedere all'accertamento del mutato contesto a seguito di un intervento di effettivo arricchimento del pluralismo, derivante dall'espansione delle tecniche di trasmissione digitale terrestre. Quest'ultimo requisito costituisce l'unica condizione in grado di giudicare possibile il superamento del termine inderogabile del 31 dicembre 2003. Era necessario, allora, rispondere seriamente alle richieste ed alle perplessità sollevate dalla stessa Autorità per le garanzie nelle comunicazioni nel corso delle audizioni informali svolte in sede di Commissioni riunite.
Il presidente Cheli, infatti, più volte ha insistito sulle incertezze interpretative che sarebbe stato opportuno chiarire in sede di conversione del presente decreto-legge. Si tratta di incertezze che sono relative alla sussistenza o meno del pluralismo, e che riguardano sia le condizioni che l'Autorità garante è chiamata ad accertare, sia i provvedimenti che la stessa Autorità dovrà adottare in caso di accertamento negativo.
Il Governo però ha scelto di porre la questione di fiducia in Parlamento, impedendo all'intera Assemblea di discutere le proposte emendative presentate e imponendo anche una scelta verticistica, di maggioranza, blindata, così come è stato blindato in questa legislatura tutto quanto
riguarda il settore dell'informazione radiotelevisiva. Così ha imposto a questo Parlamento scelte assolutamente insindacabili da parte non solo dell'opposizione ma anche di alcuni parlamentari di quella maggioranza (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Realacci. Ne ha facoltà.
ERMETE REALACCI. Signor Presidente, quando alcuni giorni fa è stato interrotta traumaticamente dall'onorevole Romani la discussione sul disegno di legge Gasparri (ricordo che l'interruzione fu motivata da ragioni politiche non ben precisate, ma che conosciamo benissimo, ossia il malessere esistente all'interno della maggioranza; e ci auguriamo anche che un senso di onestà intellettuale nel segreto del voto segreto permetta di votare come un paese civile vorrebbe che si votasse e non come obbliga la difesa degli interessi del Presidente del Consiglio), quando fu adottata quella traumatica interruzione, noi sapevamo che quel provvedimento non sarebbe mai stato più discusso allo stesso modo. Peraltro, come stiamo dimostrando cercando di informare il paese adeguatamente di quanto accade, sarebbe stato possibile approvare quel provvedimento e in ogni caso discuterlo in tempi più ristretti di quelli che stiamo impiegando adesso: tuttavia, il rischio era appunto che alcune parti di quel provvedimento, necessarie per salvaguardare gli interessi del Presidente del Consiglio, fossero cambiate.
Sappiamo che la verifica si è conclusa con un nulla di fatto: credo che il famoso documento più volte annunciato, quando verrà alla luce, si rivelerà molto povero. L'unico obiettivo che questa verifica avrà ottenuto sarà stato, grazie alla gazzarra e ai ricatti cui abbiamo assistito tutti, quello di impedire la discussione di un'altra legge civile, il progetto di legge Boato volto a permettere al Presidente della Repubblica di concedere le grazia senza sottostare agli umori e alle opposizioni del ministro della giustizia.
Ma soprattutto, signor Presidente, onorevoli colleghi, il punto che a me preme sottolineare è che ci troviamo a lavorare, ad operare, a legiferare per il presente e per il futuro di questo paese in una condizione che è palesemente viziata da interessi privati del Presidente del Consiglio. Vede, un mio collega, l'onorevole Giachetti, è da due settimane in sciopero della fame per chiedere un atto elementare, addirittura una cosa che tutti davano per scontato sarebbe accaduta da tempo. In altre parole, l'approvazione o, se non altro, la discussione del provvedimento sul conflitto di interessi, che attualmente dovrebbe essere calendarizzato al Senato e che il Presidente del Consiglio si era impegnato ad approvare entro cento giorni dal suo insediamento. Ne sono passati oltre mille, e di questo, seppur timidissimo, disegno di legge Frattini non si vede traccia; e sappiamo anche il motivo: perché il pur timido disegno di legge Frattini - ove approvato - non avrebbe reso possibile l'obbrobrio che noi stiamo permettendo. In altre parole, stiamo legiferando in una condizione che nessun paese dell'Occidente accetterebbe, nella quale il Parlamento, il massimo organo del paese, nel fare gli interessi del Presidente del Consiglio fa leggi ad hoc che violentano il presente e il futuro del nostro paese.
In ogni caso, il punto più preoccupante di tutta questa vicenda, oltre all'oggetto del contendere, è il fatto che i segnali che stiamo dando al paese, non solo con il linguaggio dovuto delle leggi, delle deliberazioni, degli stanziamenti, ma con il linguaggio del corpo, purtroppo, della maggioranza di questo Parlamento e di questo Governo, vanno nella direzione della furbizia, dell'astuzia, del calpestare gli interessi generali del conflitto di interessi dei singoli contro la collettività. L'insieme dei provvedimenti che siamo stati chiamati ad esaminare, sempre con urgenza, sempre in condizioni di necessità - pensiamo al provvedimento sul falso in bilancio, ai provvedimenti sulle rogatorie e a quelli sui condoni -, fanno sì che il segnale che è arrivato al paese, agli interessi economici è che sostanzialmente in questo momento
chi segue le leggi, chi rispetta gli altri, chi ha a cuore l'interesse generale è un fesso, è una persona che non ha capito come gira il mondo e se poi, addirittura, come è accaduto ieri, si sostiene che è moralmente legittimo non pagare le tasse se queste sono troppo alte, si chiude il cerchio.
È chiaro che questi veleni sottili, che penetrano in un corpo sociale, che, come tutti i corpi sociali, è contraddittorio, sarà difficile estirparli. Io mi chiedo: chi decide quando una tassa è alta o non lo è? Il singolo? E chi decide quando una legge è giusta o non è giusta? Se questo è il criterio con cui vogliamo che il paese vada avanti in futuro, si preparano tempi difficili (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo - Congratulazioni)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Carra. Ne ha facoltà.
ENZO CARRA. Signor Presidente, oggi, mentre discutiamo di questo decreto-legge, l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni apre un'inchiesta proprio sulle questioni del pluralismo, inchiesta sollecitata dai capigruppo dell'opposizione, i quali hanno ricevuto proprio oggi una risposta affermativa da parte dell'Autorità, che quindi aprirà un'inchiesta sul deficit di pluralismo informativo in RAI, nel servizio pubblico.
In questa situazione, il Presidente del Consiglio, proprio oggi, ci informa di voler «mettere in soffitta», cioè di voler abolire, abrogare, come dice lui, quella legge sulla par condicio che consentiva un minimo di equilibrio in tempo di elezioni tra chi ha una TV e chi non ce l'ha. Tutto questo avviene con una semplice dichiarazione, in cui il Presidente del Consiglio ci fa sapere che quella sulla par condicio è una legge bavaglio, una legge liberticida, che esiste solo in Italia, una legge barbara che non ha eguali nei paesi europei. È una legge che va abrogata: vogliamo la libertà di comunicazione. Poverini, vogliono la libertà di comunicazione e noi non gliela vogliamo dare! Siamo dei liberticidi!
Dobbiamo fare una forte autocritica, colleghi, dobbiamo fare qualcosa per questo Presidente del Consiglio che vuole comunicare e noi non glielo lasciamo fare! È gravissimo, dobbiamo fare qualcosa! Io chiederei una Commissione d'inchiesta speciale, di quelle vere, importanti, perché c'è qualcuno tra noi che ha complottato contro il Presidente del Consiglio e contro la libertà di informazione in questo paese! Facciamo qualcosa; lo chiedo ai pochi colleghi di maggioranza la cui presenza è stata richiesta in aula. Ditelo alle vostre famiglie, ditelo ai vostri cari, ai vostri elettori: non c'è libertà di comunicare in questo paese! Diciamo all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni che quell'inchiesta che vuole aprire la apra contro di noi, che venga nelle nostre case a toglierci anche la televisione, semmai! Perché, con l'abrogazione - a questo punto molto probabile - della par condicio, succederà che Mediaset, cioè il Presidente del Consiglio, potrà raccogliere altri denari; perché, nel caso in cui le forze di opposizione, presentandosi alle prossime elezioni, vorranno apparire in televisione, dovranno pagare il Presidente del Consiglio e la sua azienda per far conoscere i loro programmi, per chiedere voti.
Così, il titolo Mediaset, che ieri, in previsione del voto su questo decreto-legge, ha fatto un passo in avanti di tre punti, ne farà altri. Allora, forse, il Presidente del Consiglio potrà comunicare poco ma, in compenso, farà un po' di soldi in più. E noi, che non siano invidiosi - almeno questo possiamo dirlo: non c'è invidia di classe! -, almeno questo dovremo apprezzarlo (e speriamo che lo apprezzi anche lui). Ma è questo, cari colleghi, il vero conflitto di interessi, il vero problema di questo paese!
Stamattina, sul Corriere della sera, che è un giornale ancora abbastanza letto - per nostra fortuna, per fortuna degli italiani e forse anche del Presidente del Consiglio - l'ex direttore, Paolo Mieli, sottolinea il coraggio e l'onestà politica del nostro collega Roberto Giachetti, che è qui con noi ed al quale chiedo di rivolgere un applauso, così come farebbe il Presidente
del Consiglio in uno dei suoi tanti show (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
Il collega Giachetti è in sciopero della fame da 15 giorni proprio per sollevare la questione del conflitto di interessi.
Mieli, notoriamente «terzista» - si dice così, cioè terzo rispetto a noi, vale a dire non aderente all'opposizione - ricorda che il Presidente del Consiglio Berlusconi aveva affermato, in una puntata del Maurizio Costanzo Show del maggio 2001, che avrebbe risolto il conflitto di interessi entro i primi cento giorni del suo Governo. Da quel momento, di giorni ne sono trascorsi oltre mille, ma il problema è ancora lì, come quello della vostra verifica! Sono trascorsi, infatti, duecentosessanta giorni, ed oggi il Presidente del Consiglio ha detto che la verifica è stata stilata, è stata fatta ed è a posto; anzi, non l'ha neanche chiamata verifica, perché notoriamente tutto ciò che sa di prima Repubblica gli suona male (perché, evidentemente, la prima Repubblica serviva soltanto ad altre cose).
PRESIDENTE. Onorevole Carra, si avvii a concludere.
ENZO CARRA. Ebbene, quei duecentosessanta giorni non sono ancora scaduti, e lo vedremo qui, perché il decreto-legge in esame passerà, ma dovrete approvare la cosiddetta legge Gasparri, e l'approverete soltanto se avrete fatto la verifica tra voi, alle spalle degli italiani (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo - Congratulazioni)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Fioroni. Ne ha facoltà.
GIUSEPPE FIORONI. Signor Presidente, oggi stiamo discutendo i nostri ordini del giorno, mentre il Presidente del Consiglio, come ha testé affermato il collega Carra, ha definito la legge sulla par condicio una legge barbara, che un Parlamento serio dovrebbe rapidamente abrogare, ma non ha detto nulla, nelle sue consuete dimenticanze, su una legge che questa mattina un noto editorialista come Paolo Mieli ha ricordato, definendola indecente. Si tratta di quella sul conflitto di interessi, portata ancora di più all'attenzione dall'esemplare sforzo civile che sta compiendo il nostro collega Giachetti, con il suo sciopero della fame. Eppure, mentre avviene tutto ciò, in questa Assemblea vi accingete ad approvare questo provvedimento. È veramente un decreto-legge della provvidenza, ma si tratta di una provvidenza per pochi, fatta soltanto per curare gli interessi di pochi.
Si tratta di un provvedimento della provvidenza che si vara ad ogni costo e al di là di ogni limite. Certo, il Presidente del Consiglio ci ha spiegato anche che siamo costretti ad approvarlo in questo modo per evitare le barbare lungaggini di un Parlamento che ha il difetto di voler comprendere e, soprattutto, di non aver ancora confuso gli interessi del Capo del Governo con quelli del paese.
Ma ciò è ovvio, per chi non sopporta la democrazia ed i controlli. Nell'attuale show odierno sulle pagine dei giornali, credo che abbiamo dato l'esatta dimensione di cosa significhi non essere un paese normale e non avere un Presidente del Consiglio che si comporta in maniera normale. Infatti, si tratta di una persona che contemporaneamente, mentre si discute ed approva in questa maniera veramente indecente il decreto-legge al nostro esame, definisce la Corte costituzionale illegittima, viziata da illegittimità a causa dei giudici che la compongono, nominati dal Presidente Scalfaro, oppure, molto probabilmente, perché si tratta della Corte costituzionale che ha avuto l'ardire di ritenere che anche questo provvedimento fosse viziato, così come altre leggi approvate, da alcuni elementi di illegittimità.
Allo stesso tempo, il Presidente del Consiglio ha esaltato l'evasione fiscale quando le tasse sono troppo alte, e forse non siamo ancora riusciti a fissare, come è stato fatto per le successioni, un limite per evitare di pagarle per chi gode di livelli di reddito che forse consentono anche il
pagamento di imposte elevate. Per concludere, egli ha ignorato completamente quanto sta avvenendo: le grida di preoccupazione e di dolore a causa del carovita che danneggia tutte le famiglie italiane, le proteste di chi manifesta contro la cosiddetta riforma Moratti e lo sciopero dei medici e di tutti gli operatori del comparto della sanità. Per questi problemi, il Presidente del Consiglio non ha speso neanche una parola.
Potremmo dire che ormai è vero che vi è una completa distorsione del concetto di democrazia e di confronto, ma soprattutto che siamo in presenza di una paranoia dissociativa per cui non vi è più distinzione tra l'interesse pubblico e quello privato, o meglio: l'interesse privato ha ormai inglobato completamente l'interesse pubblico, e si tutela soltanto quello.
Per questo motivo avete stravolto norme e regole, avete superato i limiti della decenza e, soprattutto, siete riusciti, con questo provvedimento della provvidenza per il Presidente Berlusconi, a compiere anche un'opera mirabile, vale a dire a ricompattare la maggioranza. Certo, è vero: credo che l'unico interesse che regna sovrano, e che non ha bisogno di essere verificato, è quello del Presidente del Consiglio.
Ma, questa mattina, ne ha fatta un'altra il nostro Presidente del Consiglio: non si è vergognato di chiedere al Presidente Prodi - reo di avere esercitato il diritto-dovere di esprimere le sue opinioni e di offrire la sua idea, il suo progetto politico sull'Europa - di dimettersi per tutelare la sua dignità!
Strano: il Presidente del Consiglio chiede al Presidente Prodi di dimettersi per tutelare la sua dignità, ma non riesce ad applicare a se stesso il medesimo canone nel momento in cui sta per essere approvato un provvedimento che tutela esclusivamente i suoi interessi di parte, i suoi interessi familiari!
PRESIDENTE. Onorevole Fioroni...
GIUSEPPE FIORONI. Così facendo, il Presidente del Consiglio mostra di avere fortemente danneggiato, se non calpestato, la sua dignità!
Non credo che i nostri ordini del giorno potranno riuscire a migliorare questo provvedimento, ma almeno mi auguro che i cittadini italiani riescano ad affrancarsi da quello stato di consumatori a cui sono stati abituati in questi anni, nel corso dei quali hanno acquistato anche le belle parole, le belle promesse che sono state fatte loro.
Mi auguro che i cittadini italiani trovino il tempo di meditare, di riflettere sul fatto che, nel nostro paese - tutt'altro che normale -, si vive ormai in un clima nel quale l'interesse generale è stato sostituito da un interesse personale: l'interesse del Presidente del Consiglio (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Lusetti. Ne ha facoltà.
RENZO LUSETTI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, onorevole sottosegretario Innocenzi - la vedo molto impegnato, ma tanto il mio pensiero lo conosce -, dopo avere affossato, con una libera scelta suicida, il disegno di legge Gasparri per incompatibilità di carattere tra i vari leader della Casa delle libertà e, un po', anche per l'incapacità di governare (siete capaci di fare soltanto le cose che volete, ma le altre non riuscite a farle), questa maggioranza ci impone un voto di fiducia i cui effetti cerchiamo di mitigare con serissimi ordini del giorno, non accettati da un Governo che, in tal modo, dimostra di essere anche incapace di capire quello che vogliamo dire.
Ora, poiché noi siamo parlamentari dell'opposizione, possiamo essere, com'è chiaro, di parte. Tuttavia, onorevole Innocenzi, la invito - e la pregherei di estendere l'invito anche al ministro, che sta girovagando in Transatlantico ma si guarda bene dall'entrare in aula - a leggere la risposta dell'autorevolissimo giornalista Paolo Mieli (che era stato nominato, a seguito dell'indicazione dei Presidenti
delle Camere, presidente della RAI, la sua imparzialità è evidente) al collega Giachetti (al quale va tutto il nostro plauso per lo sciopero della fame che sta attuando).
Paolo Mieli sostiene che, se il disegno di legge sul conflitto di interessi fosse stato approvato definitivamente non due anni e mezzo fa, come dichiarò Berlusconi facendo una delle sue tante promesse, ma due settimane fa, oggi il Presidente del Consiglio non avrebbe potuto porre la questione di fiducia sul decreto-legge «salva-Retequattro», dal momento che la posizione della fiducia sarebbe stata in palese contrasto con l'articolo 3, comma 1, della legge sul conflitto di interessi (che ancora non è stata approvata) e con le disposizioni che prevedono sanzioni pesantissime (ma, evidentemente, a voi del Governo le sanzioni non interessano, considerato che anche nel provvedimento al nostro esame vi disinteressate delle sanzioni che dovrebbe comminare l'Authority).
Parlate spesso, anche in questo decreto-legge, di popolazione raggiunta o di popolazione coperta. Ma io vi chiedo: di cosa stiamo parlando? Il problema è l'accesso al digitale terrestre da parte dei cittadini, accesso che non è consentito da questo decreto-legge. Parlate del mercato, parlate di decoder, ma non date ai cittadini la possibilità di fruirne perché, com'è noto, le famiglie fanno fatica ad arrivare alla fine del mese! Non è che lo dica l'Eurispes: lo dicono gli italiani, i quali constatano quanto sia difficile arrivare alla fine del mese con il loro stipendio.
Il problema, onorevole Innocenzi, riguarda i poteri dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, che non sono previsti da questo decreto-legge; il problema riguarda le sanzioni, che sono inefficaci, come ha detto in maniera molto chiara - lei era presente - il presidente Cheli, nel corso della sua audizione.
Voi parlate di fine della transizione. Non prendiamoci in giro, onorevole Innocenzi (lo dico anche ai colleghi della maggioranza)! Ma quale fine della transizione?
Sa per quale motivo non cessa il regime transitorio? Perché esiste una struttura disordinata nello scenario attuale, cui la legge Gasparri ha cercato di porre rimedio senza riuscirvi, per colpa vostra! Vi sono poche frequenze disponibili per la transizione e per la sperimentazione. Da due anni chiediamo in quest'aula risorse per la sperimentazione: non le avete date a nessuno!
C'è una sorta di convivenza tra i due sistemi, analogico e digitale, durante la transizione. Il cosiddetto simulcast non viene previsto da questo decreto-legge. Vi è una scarsissima diffusione dei decoder (l'ho ricordato in sede di discussione sulle linee generali). Nemmeno la RAI ha pronti i decoder per accedere al digitale terrestre. Come volete risolvere questo problema? Vi è la necessità di garantire la continuità del servizio analogico agli utenti e anche ai broadcaster (anche questa è ancora transizione). Vi è necessità di garantire la continuità operativa a tutti gli sperimentatori digitali. Non riuscite a fare neanche questo! Come potete pensare di far cessare il regime transitorio con un decreto-legge, il cui unico obiettivo è quello di salvare una rete del Presidente del Consiglio, senza porvi il problema di questa fase di transizione che non riuscirete mai a chiudere (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo)?
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Loddo. Ne ha facoltà.
SANTINO ADAMO LODDO. Signor Presidente, mi associo agli altri colleghi che hanno espresso solidarietà all'amico Giachetti. L'ho espressa anche alle ore 4 di questa mattina. Il Presidente Casini si è pronunciato, anche se a titolo personale. Spero che anche lei, Presidente Mastella, faccia altrettanto, prima di passare la staffetta ai vicepresidenti di turno che arriveranno successivamente.
Onorevole sottosegretario, merita un plauso per la resistenza che ha dimostrato ieri e nel corso dell'intera mattinata.
Credo che nessuno possa disconoscere la rilevanza politico-istituzionale del provvedimento
oggi in discussione. Il disegno di legge di conversione del decreto-legge 24 dicembre 2003, n. 352, con le significative modifiche apportate al Senato, riveste un significato di grande valore costituzionale. Con questo decreto-legge, si vengono a delineare le normative. L'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni avrà maggiore forza nell'accertare la presenza delle condizioni che autorizzano a sostenere, legittimamente, la sussistenza di un pluralismo leale.
Il messaggio di rinvio alle Camere del Capo dello Stato della stessa legge Gasparri deve far riflettere, senza cercare di fare sempre forzature con i cento voti che avete in più. Per questo, gli strumenti adottati da molti legislatori nazionali, in Europa e non, prevedono misure e vincoli più restrittivi al comportamento delle imprese. La concorrenza è un presupposto dello stesso pluralismo. Il mercato deve essere libero. Il monopolio, secondo me, non deve prevaricare. In ogni caso, spero che le autorità competenti in materia riescano ad arrivare alla popolazione con più incisività, senza arrivare all'imposizione, sempre e comunque, con il voto di fiducia, perché così si evitano i franchi tiratori che bocciano i provvedimenti, come spesso accade in questi ultimi tempi.
Onorevole Presidente, faccio notare che, con riferimento alla nostra protesta, le televisioni sono state un po' carenti nel trasmettere i filmati. Comunque, vi suggerisco, senza polemica: riflettete, riflettete, riflettete!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Morgando. Ne ha facoltà.
GIANFRANCO MORGANDO. Signor Presidente, rischiamo di ripeterci, soprattutto per coloro che non sono preparati, in modo specifico, su tali questioni. Tuttavia, su argomenti così importanti, le ripetizioni servono, sono utili soprattutto a richiamare il contesto in cui si colloca il provvedimento che stiamo discutendo.
L'ho già detto questa notte: noi non ci troviamo a discutere di una questione qualunque, di una questione banale, ci troviamo a discutere di un provvedimento che si colloca all'interno del dibattito sul pluralismo italiano, all'interno del dibattito sulla democrazia del nostro paese. Come hanno ricordato alcuni colleghi, è abbastanza significativo che la maggioranza affronti tali questioni con un decreto-legge e a colpi di voti di fiducia; è significativo dell'opinione che il Governo e la maggioranza hanno sulle questioni di fondo che riguardano l'assetto della nostra democrazia, i rapporti tra i poteri, la possibilità di un equilibrio nella proprietà, nella disponibilità e nella gestione di strumenti così delicati, quali gli strumenti dell'informazione e della formazione dell'opinione pubblica.
In tutte le democrazie liberali, che molte volte da tanti esponenti della maggioranza vengono richiamate, ci sono dei punti e delle questioni su cui le posizioni sono comuni, in cui ci si riconosce su alcune basi minime. Le questioni che riguardano l'informazione sono proprio queste basi minime, queste basi essenziali su cui trovare dei punti di intesa. Dal nostro punto di vista, è particolarmente grave che ci troviamo a discutere di questi problemi con un atteggiamento di chiusura, che parte dai rapporti di forza tra la maggioranza e l'opposizione, perché il voto di fiducia è il tipico strumento che rappresenta ed evidenzia l'utilizzo dei rapporti di forza tra maggioranza ed opposizione.
Il provvedimento che discutiamo costituisce una normativa molto importante per le questioni fondamentali della libertà dell'informazione nel paese e della democrazia - come ha dimostrato anche la storia recente -, e perciò ha una rilevante rilievo costituzionale. Non stiamo discutendo banalmente di una norma che definisce i criteri distributivi tra interessi divergenti; non ci interessa nemmeno sottolineare il paradosso di una norma che riveste un preciso interesse per il Presidente del Consiglio, perché questo è un problema contingente. Questo capita oggi, ma potrebbe non capitare più domani. Ci interessa capire come si sta affrontando il nodo
del pluralismo dell'informazione, come condizione della democrazia, nei suoi aspetti strutturali e nei suoi aspetti di funzionalità. Ci interessa capire se con questo provvedimento si opera per incrementare il grado di competitività tra gli attori del sistema oppure si va in una direzione opposta.
È emblematico che l'Autorità garante della concorrenza e del mercato abbia dovuto ricordare alla maggioranza i nessi forti tra pluralismo e concorrenza, assunti del resto nella giurisprudenza costituzionale come essenziali. Per cui, il pluralismo informativo viene declinato in termini di pluralità di voci concorrenti, ed esige una precisa disciplina in materia, disciplina che non è naturalmente adeguata nel provvedimento in esame (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Rusconi. Ne ha facoltà.
ANTONIO RUSCONI. Signor Presidente, oggi non dovremmo parlare della salvezza di una rete televisiva e degli interessi evidenti del suo proprietario, ma dell'articolo 21 della Costituzione e delle sue fondamentali implicazioni per la democrazia. Esso recita, infatti, che tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
Tale libertà, che si è soliti chiamare libertà di pensiero, viene definita dalla Corte costituzionale una pietra angolare dell'ordine democratico, come è scritto nella sentenza n. 84 del 1969.
Il Governo e la sua maggioranza come rispondono per garantire il principio del pluralismo esterno di cui all'articolo 21 della nostra Costituzione? Rispondono con un decreto-legge che viene spacciato come una semplice proroga in attesa dell'approvazione della legge Gasparri che, più che legge di sistema delle telecomunicazioni, è una legge che davvero sistema il potere all'interno delle telecomunicazioni a vantaggio di qualcuno che tutti noi ben conosciamo, il Presidente del Consiglio.
Tuttavia, questo decreto-legge non contiene una semplice proroga. È un salvataggio in grande stile, è una pietra tombale sulla sentenza della Corte costituzionale che stabiliva che una rete privata, Retequattro, doveva andare sul satellite entro il 31 dicembre 2003.
Vogliamo capire perché sosteniamo queste cose? È molto semplice e facilmente argomentabile. Il decreto-legge affida all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni il compito di accertare l'effettivo avvio del digitale terrestre, ma si guarda bene dallo stabilire su quali parametri dovrà basarsi questa istruttoria. Non solo: terminato l'esame, verificate le predette condizioni, l'Autorità dovrà adottare i provvedimenti indicati dal comma 7 dell'articolo 2 della legge n. 249 del 31 luglio 1997, nota come legge Maccanico. Ecco la scappatoia, perché il passaggio qui richiamato dice che l'Autorità, una volta riscontrata l'esistenza di posizioni dominanti, dovrà aprire un'istruttoria. Questo è il grande potere sanzionatorio che abbiamo messo in capo all'Autorità: un'altra istruttoria per la questione più istruita del mondo. Sono già state effettuate tre istruttorie e tutte con la medesima conclusione: sussiste, enorme ed evidente, una posizione dominante.
Dunque, ci troviamo di fronte ad un infinito gioco di specchi, che rinvia sine die una decisione che dovrebbe solo essere eseguita. Con questo decreto-legge, con un'arroganza indicibile, il Governo e la sua maggioranza non eludono le sentenze della Corte e il messaggio autorevole del Presidente della Repubblica, ma calpestano sentenze e messaggio. In tale decreto-legge non vi sono termini precisi per l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni entro i quali debbano essere adottati i provvedimenti. In questo decreto-legge non è stabilito alcun potere sanzionatorio diretto in capo all'Autorità.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, il presente decreto-legge stabilisce che l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni dovrà accertare la quota di popolazione raggiunta dalle nuove reti digitali terrestri, senza
però indicare quale sia la soglia minima. E cosa significa esattamente popolazione raggiunta?
Chiedo il voto favorevole sul mio ordine del giorno, affinché il digitale terrestre non sia un elemento di squilibrio sociale a danno della popolazione (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Papini. Ne ha facoltà.
ANDREA PAPINI. Signor Presidente, oggi non dovremmo parlare di una rete televisiva e degli interessi del suo proprietario, ma dell'articolo 21 della Costituzione e delle sue fondamentali implicazioni per la democrazia. Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. Tale libertà, che suole chiamarsi libertà di pensiero, viene definita dalla Corte costituzionale una pietra angolare dell'ordine democratico, come troviamo scritto nella sentenza n. 84 del 1969.
Il Governo e la sua maggioranza come rispondono per garantire il principio del pluralismo esterno di cui all'articolo 21 della nostra Costituzione? Rispondono con un decreto-legge che viene spacciato come una semplice proroga in attesa dell'approvazione della legge Gasparri che, più che legge di sistema delle telecomunicazioni, è una legge che davvero sistema il potere all'interno delle telecomunicazioni a vantaggio di qualcuno che tutti noi ben conosciamo, il Presidente del Consiglio.
Tuttavia, questo decreto-legge non contiene una semplice proroga. È un salvataggio in grande stile, è una pietra tombale sulla sentenza della Corte costituzionale che stabiliva che una rete privata, Retequattro, doveva andare sul satellite entro il 31 dicembre 2003.
Vogliamo capire perché sosteniamo queste cose? È molto semplice e facilmente argomentabile.
Il decreto-legge affida all'Autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni il compito di accertare l'effettivo avvio del digitale terrestre, ma si guarda bene dallo stabilire su quali parametri dovrà basarsi questa istruttoria. Non solo: terminato l'esame e verificate le predette condizioni, l'Autorità dovrà adottare i provvedimenti indicati dal comma 7 dell'articolo 2 della legge del 30 luglio 1997 n. 249, nota come legge Maccanico.
Eccola la scappatoia, perché il passaggio qui richiamato dice che l'Autorità, una volta riscontrata l'esistenza di posizioni dominanti, dovrà aprire un'istruttoria. Questo è il grande potere sanzionatorio che abbiamo messo in capo all'Autorità. Un'altra istruttoria per la questione più istruita del mondo! Ne sono già state fatte tre e tutte e tre con la medesima conclusione: sussiste, grande come una casa, una posizione dominante.
Siamo di fronte ad un infinito gioco di specchi che rinvia sine die una decisione che dovrebbe essere solo eseguita. Con questo decreto-legge, con un'arroganza indicibile, il Governo e la sua maggioranza non eludono le sentenze della Corte costituzionale e il messaggio del Presidente della Repubblica, ma calpestano sentenze e messaggio.
Non ci sono termini precisi in tale decreto-legge per l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni entro i quali devono essere adottati i provvedimenti. Non è previsto in questo decreto-legge alcun potere sanzionatorio diretto in capo all'Autorità.
Il decreto-legge stabilisce che l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni dovrà accertare la quota di popolazione raggiunta dalle nuove reti digitali terrestri, senza però indicare quale sia la soglia minima. Cosa significa esattamente popolazione raggiunta? Conta la copertura o l'effettiva ricezione del segnale digitale?
Con l'ordine del giorno presentato chiedo che il Governo si attivi almeno per preparare le infrastrutture necessarie alla ricezione del digitale terrestre, in maniera tale da non svantaggiare la popolazione della provincia di Bologna. Chiedo il voto su tale ordine del giorno affinché il digitale
terrestre non sia un elemento di squilibrio sociale a danno della popolazione.
Vorrei aggiungere, se il tempo lo consente, alcune considerazioni sulle ragioni che ci spingono ad adottare questi comportamenti.
Questo provvedimento si pone nei confronti del Parlamento come la massima espressione della pressione del Governo perché un provvedimento che nasce come decreto-legge, e ciò rappresenta già un elemento di pressione nei riguardi del Parlamento, e poi si avvale del voto di fiducia al momento della conversione, è il massimo che il Governo possa esprimere in termini di pressione nei rapporti con il Parlamento.
Al tempo stesso, questo provvedimento, com'è evidente a tutti, esprime il massimo di interesse per il capo del Governo in termini di interessi personali e privati. Questa equazione - massimo di interesse del Capo del Governo, massimo di pressione da parte del Governo nei confronti del Parlamento - nella sua sostanza e semplicità ha un inesorabile espressività: ci dice che questo è un cambiamento di sistema politico che non può essere accettato!
Sono convinto che questo sia un elemento che non soltanto connota il senso del nostro intervento in aula, ma che sia anche presente nel profondo dei pensieri di tutti i parlamentari che oggi non sono qui, ma che sono certamente anche quelli della maggioranza (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Tonino Loddo. Ne ha facoltà.
TONINO LODDO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, se devo essere sincero mi riesce difficile comprendere per quale ragione il Governo abbia rigettato l'ordine del giorno n. 9/4645/97, a mia firma, con il quale mi sembra di chiedere una tra le cose più ovvie del mondo in questo contesto, ovvero che il Governo si attivi per preparare le infrastrutture necessarie a garantire la ricezione digitale terrestre anche per la maggior parte delle popolazioni che abitano nelle province di confine.
Vede, è facile sommare il 50-60 per cento della popolazione comprendendo le grandi metropoli o le aree più densamente popolate del paese.
Perché chi vive nelle valli di montagna della provincia di Trento o nei piccoli comuni delle province sarde, che pure lavora, produce reddito e paga le tasse, deve essere escluso da questa innovazione? Tutto questo sembra così scandaloso al Governo?
Sono francamente esterrefatto, anche se non meravigliato da questo comportamento che manifesta ancora una volta, ove fosse necessario, un atteggiamento di arroganza, che la dice lunga su come il Governo intenda gli abitanti del paese.
Numeri, solo e semplicemente numeri, dati da ridurre a statistiche. Poco o nulla importa se chi non ha continuerà a non avere e chi ha continuerà ad avere di più.
Il Capo del Governo si configura come un vero e proprio Robin Hood alla rovescia, che toglie ai poveri per dare ai ricchi. Evidentemente, questi sono i parametri con cui concepisce l'amore e la fratellanza a cui nei suoi, peraltro poco credibili, sermoni egli richiama costantemente le donne e gli uomini del nostro paese.
Questo non è che un aspetto - forse, persino marginale se non toccasse da vicino il fondamentale principio della dignità e dell'uguaglianza dei cittadini - di una più complessa attività di Governo che si caratterizza, questo sì, nel continuo e totale disprezzo delle regole istituzionali. Basta prendere in esame l'iter complessivo di questo provvedimento per trovare una plastica dimostrazione di tale disprezzo, di tale arroganza.
Il decreto-legge in esame, infatti, rappresenta una violazione della Costituzione se possibile ancora più grave della legge Gasparri. Poiché entro il 31 dicembre 2003 una nuova legge di settore rispettosa del principio del pluralismo non è entrata in vigore per i noti motivi, non restava che il passaggio di Retequattro - la cui mera
proprietà, guarda caso, è nella disponibilità di quello stesso Presidente del Consiglio che predica giustizia, amore e rispetto - sul satellite senza alternative né possibilità di ulteriori compromessi.
Il sagace Berlusconi, interpretando capziosamente il messaggio del Presidente della Repubblica, ha affermato, come si legge nella relazione di accompagnamento, che la data del 31 dicembre 2003 costituisce il termine entro il quale il legislatore deve dare inizio al cosiddetto regime transitorio nell'ambito del quale Retequattro può continuare a trasmettere via etere. Geniale, davvero geniale! Peccato che la Corte costituzionale avesse già precisato, con parole chiarissime ed in tempi non sospetti, che il termine del 31 dicembre 2003 non fosse ulteriormente prorogabile né eludibile. Quindi, prorogare un termine dichiarato non prorogabile dalla Corte costituzionale è incostituzionale. Anzi, meglio, sarebbe incostituzionale, visto che il geniale avrà sicuramente pensato che l'importante era prendere tempo e che quando dovesse arrivare la pronuncia di incostituzionalità le cose sarebbero già state messe tutte ordinatamente a puntino.
Insomma - e tralascio altri aspetti burleschi della vicenda come l'affido della correttezza dei comportamenti proprio a quell'Authority per le garanzie nelle comunicazioni che finora si è rivelata maestra solo nell'aprire mille istruttorie e nel non concluderne alcuna - è evidente che il decreto-legge in esame è solo un atto di arroganza istituzionale. Di più: è una solenne presa in giro, un complesso di cavillosità curialesche che un Parlamento perbene avrebbe sommerso di risate.
Almeno, ci si risparmi la penosa considerazione secondo cui il Governo avrebbe recepito, con questo decreto-legge, il messaggio del Capo dello Stato e si sarebbe adeguato alla sentenza della Corte costituzionale. Per favore, rappresentanti del Governo, non offendete la nostra intelligenza (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Frigato. Ne ha facoltà.
GABRIELE FRIGATO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei innanzitutto esprimere una parola di solidarietà al collega Roberto Giachetti, il quale, dal 3 febbraio scorso, ha iniziato uno sciopero della fame per chiedere che il Presidente Berlusconi mantenga le sue promesse elettorali, la maggioranza mantenga i suoi impegni politici ed il Parlamento concluda l'iter inspiegabilmente infinito della legge sul conflitto di interessi.
Non credo di andare fuori tema, colleghi, se vi propongo, chiedendo qualche scusa al giornalista Paolo Mieli, la riflessione che oggi ha pubblicato in risposta a Roberto Giachetti proprio sul tema del conflitto di interessi.
Egli inizia, citando le parole del Presidente del Consiglio Berlusconi: «Ho preso l'impegno di risolvere il conflitto di interessi entro i primi 100 giorni». Dice poi: «furono le parole ripetute, ancora poche ore prima del voto, dal candidato Berlusconi nel corso del Maurizio Costanzo Show del maggio 2001. Da allora, di giorni ne sono passati più di 1000, quasi 1000 dall'inizio della legislatura, più di 850 da quando il testo Frattini è stato depositato in Parlamento, oltre 200 da quando la Camera dei deputati ha licenziato il testo per la seconda volta, più di 130 da quando il testo è stato definitivamente approvato dalla Commissione affari costituzionali del Senato. E ancora non si intravede il traguardo. Il passaggio a Palazzo Madama doveva essere una pura formalità; invece il provvedimento sul conflitto di interessi presentato dal Governo (che pure io, come lei caro Giachetti, giudico assolutamente inadeguato) è sparito dal calendario dei lavori di Palazzo Madama. Il Presidente del Senato Marcello Pera assicura che la decisione dipende dalla Conferenza dei presidenti di gruppo, il senatore Schifani dichiara solennemente che il disegno di legge non è messo al bando; ciò nonostante, quando la scorsa settimana il presidente dei senatori della Margherita Willer
Bordon ha chiesto di calendarizzarlo, la maggioranza si è opposta e ha respinto la calendarizzazione con il voto in aula. Pensare che quando vogliono - o qualcuno vuole per loro - i parlamentari della Casa delle Libertà sanno essere ben altrimenti solerti. Qualche lettore vuol sapere quanti giorni ha impiegato questa stessa maggioranza per approvare la legge Cirami? 119. Quanti ce ne sono voluti per approvare la legge sulle rogatorie internazionali? 93. Quanti per il cosiddetto lodo Maccanico-Schifani? 69. Per il conflitto di interessi, invece...» (dobbiamo ancora aspettare, dopo 1000 giorni!). «E perché sarebbe stato importante varare quel provvedimento? Se il disegno di legge Frattini sul conflitto di interessi fosse stato approvato definitivamente, non due anni e mezzo fa, come promesso, ma due settimane fa, oggi il Presidente del Consiglio Berlusconi non avrebbe potuto porre la questione di fiducia sul decreto salva Retequattro dal momento che tale voto di fiducia sarebbe stato in palese contrasto con l'articolo 3, comma 1, della legge sul conflitto di interessi, disegno di legge che peraltro prevede all'articolo 6, comma 8, proprio per questo, pesanti sanzioni. Ecco perché - risponde Paolo Mieli -, caro onorevole Giachetti, considero il suo digiuno, dedicato a questa particolare questione, uno dei momenti più significativi dell'attuale legislatura. Allo stesso modo in cui la mancata approvazione della legge sul conflitto interessi mi appare, a questo punto, come un'indecenza. Sì, una vera e propria indecenza.»
Credo che ci sia davvero, colleghi, un collegamento molto forte tra la questione di fiducia, posta su questo decreto, e la mancata approvazione del disegno di legge sul conflitto di interessi, che noi consideriamo comunque debole e insufficiente, ma che comunque sarebbe stato sufficiente ad impedire che questo decreto venisse presentato in Parlamento (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Bottino. Ne ha facoltà.
ANGELO BOTTINO. Signor Presidente, la legge di conversione del decreto-legge 24 dicembre 2003, n. 352, con le modifiche apportate dal Senato, riveste un valore forte, con una ben precisa connotazione costituzionale. Con tale decreto-legge si dovrebbero definire i parametri, che permetteranno all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni di accertare se nel nostro sistema politico sussistano, o meno, quelle condizioni che autorizzano a sostenere la sussistenza di un sistema pluralistico.
L'accanimento dimostrato dal Governo e dalla sua maggioranza (pur in evidente divisione) con la posizione della questione di fiducia su tale provvedimento dimostra come sia veramente influente la voce del padrone e come, nello stesso tempo, sia illogico impedire una discussione democratica volta a migliorare e suggerire eventuali evidenti miglioramenti che sono richiesti con riferimento a determinati articoli del provvedimento.
È evidente che la mancata discussione, il mancato esame delle proposte emendative ha prodotto un provvedimento ad personam più che una normativa necessaria alla diffusione e all'aggiornamento di nuove tecnologie.
Regolare l'assetto e la conformazione del nostro sistema radiotelevisivo dovrebbe comportare la previsione di regole e di procedure che rivestono un significato tanto più rilevante quanto più si considera il processo di cambiamento che, in questi anni, ha conosciuto la democrazia liberale in Europa ed in Italia. La garanzia delle condizioni di un effettivo pluralismo informativo attiene alle regole generali di una compiuta democrazia moderna.
La nostra sensazione è che questa maggioranza faccia finta di non aver capito il pluralismo e di non ascoltare il Presidente della Repubblica.
Questa normativa appare allora pensata per difendere un'azienda del Presidente del Consiglio dei ministri. Questa
sensazione ci riporta ad altri interventi vicini al Presidente del Consiglio: mi riferisco alla legge Cirami, a quelle sul reato di falso in bilancio, sul rientro dei capitali dall'estero e dei condoni. Anche quest'ultimo provvedimento - lo dico come sindaco di un comune turistico - è veramente particolare, assurdo e devastante per un territorio. E pensare che chi ha posto la questione di fiducia sul provvedimento in esame e sui provvedimenti precedenti dispone di una maggioranza di 100 deputati; considerato, però, che è una maggioranza granitica, non se la sente mai di discutere e preferisce, obbedendo ad ordini ben precisi, tagliare corto, ponendo la questione di fiducia.
Intanto, il paese si indebolisce, i problemi si accumulano e le riforme possono aspettare. Aspettiamo il lifting e le misure che interessano a qualcuno.
Gli italiani possono aspettare: ad essi continuiamo a dire che è morale evadere le tasse (tanto poi intervengono i condoni), dando anche un bel colpo alla Consulta dove siedono troppi magistrati di sinistra. Gli italiani devono essere usati, ad essi bisogna sempre dire bugie o raccontare programmi che, invece, non partono, dati non reali o comunicazioni non vere.
Alla fine, gli italiani che lavorano, che pagano le tasse, che rispettano le leggi e che, forse, cominciano ad avere qualche problema ad arrivare alla fine del mese cominciano ad essere tanti. Probabilmente, questi italiani spegneranno la televisione e daranno una forte spallata per fare in modo che, forse, i problemi veri, che da ormai tanti giorni non sono più affrontati, vengano riconsiderati, ripristinando quella democrazia che deve sempre rispecchiare il rispetto dei ruoli.
Purtroppo, siamo ancora testimoni di una commistione gravissima tra interessi privati, autorità pubblica e bene comune (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Stradiotto. Ne ha facoltà.
MARCO STRADIOTTO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, questo è un paese dove domina sempre di più l'incertezza e l'insicurezza, ove i risparmiatori sono sovente traditi da una finanza irresponsabile. È un paese nel quale le famiglie faticano a costruirsi un futuro, con un'inflazione senza precedenti, con prezzi che aumentano e con il welfare che si riduce. È un paese dove l'incertezza cresce tra coloro che non sanno più se potranno mandare i propri figli a tempo pieno in una scuola pubblica, se potranno ancora curare gratuitamente i propri anziani o avere ancora la certezza di un'equa previdenza. Questo, in poche parole, è un paese sempre meno europeo: l'Europa guarda con crescente diffidenza il nostro paese illiberale e caratterizzato da conflitti di interessi di proporzioni inaudite, con una Commissione europea che ha già ricordato più volte come il diritto comunitario della concorrenza contribuisca ad impedire che la troppa concentrazione metta in pericolo la libertà di opinione e con le democrazie liberali europei che ritengono che la concorrenza sia il sale della democrazia, il vero presupposto del pluralismo.
L'Europa è un luogo nel quale il mercato televisivo è aperto, plurale, libero, mentre così non è nel nostro paese.
L'assenza di libertà nell'informazione è essa stessa uno degli indicatori del declino. Come già ricordato da altri colleghi, questo è un paese nel quale vi è un forte declino morale ed economico, un paese che non cresce più, che non investe più in ricerca ed innovazione, un paese nel quale le imprese perdono complessivamente in competitività, un paese guardato con diffidenza dagli investitori stranieri.
In questo contesto di grave difficoltà, il Governo chiede la fiducia sul decreto «salva Retequattro», che fa seguito al rinvio alle Camere, disposto dal Presidente della Repubblica ai sensi dell'articolo 74 della Costituzione con messaggio motivato del 15 dicembre 2003, della cosiddetta legge Gasparri.
In particolare, il messaggio, tra i vari profili di illegittimità costituzionale della
legge, individuava la sostanziale violazione della sentenza della Corte costituzionale con riferimento alla mancata indicazione di un termine finale certo per la cessazione del regime transitorio e per il passaggio definitivo dal sistema analogico a quello digitale, nonché per la mancata previsione di poteri sanzionatori in capo all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni.
Nell'ipotesi di esito negativo dell'accertamento della complessiva offerta dei programmi televisivi digitali terrestri, secondo il messaggio presidenziale, per considerare realizzate le condizioni in grado di giustificare il superamento del termine del 31 dicembre 2003, deve necessariamente ricorrere la condizione che sia intervenuto un effettivo arricchimento del pluralismo, derivante dall'espansione della tecnica di trasmissione digitale terrestre.
Riguardo a tale profilo, il comma 1 dell'articolo 1 del decreto-legge in esame non garantisce l'effettuazione di una compiuta verifica circa la sussistenza di un concreto pluralismo informativo. Il comma si limita, infatti, ad accorciare i tempi per lo svolgimento dell'attività di ricognizione del mercato da parte dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, omettendo l'indicazione della data a cui riferire l'accertamento e riconducendo quest'ultimo non all'effettivo raggiungimento della popolazione da parte delle nuove reti, ma alla sola copertura delle reti stesse.
Il comma 2 dell'articolo 1 non stabilisce un termine preciso entro il quale l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni deve adottare le deliberazioni in ordine alle violazioni dei limiti previsti per le emittenti radiotelevisive, con il rischio della prosecuzione a tempo indefinito dell'esercizio delle reti eccedenti tali limiti. Tale comma, inoltre, non prevede alcun potere sanzionatorio diretto o derivante dall'esito negativo dell'accertamento da parte dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Il comma, infatti, in primo luogo rinvia ad un accertamento complesso e, comunque, lungo - fino a 12 mesi -, con conseguente protrazione del periodo transitorio concesso dal decreto-legge e, in secondo luogo, richiama il comma 7 dell'articolo 2 della legge n. 249 del 1997.
Signor Presidente, con l'ordine del giorno n. 9/4645/107 si tenta di indurre il Governo a ridurre un danno inevitabile. Il decreto-legge stabilisce che l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni dovrà accertare la quota di popolazione raggiunta dalle nuove reti digitali terrestri, senza tuttavia indicare quale sia la soglia minima. Dunque, con il suddetto ordine del giorno, chiedo che il Governo si attivi almeno al fine di realizzare le infrastrutture necessarie alla ricezione del digitale terrestre, in modo da non danneggiare la popolazione della regione Veneto. Insisto quindi per la votazione del mio ordine del giorno, affinché il digitale terrestre non costituisca un elemento di squilibrio sociale a danno dei cittadini (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Delbono. Ne ha facoltà.
EMILIO DELBONO. Signor Presidente, il dibattito di questi giorni dovrebbe essere caratterizzato - come sa bene il ministro Gasparri - da una sorta di bollino di protezione per i minori. Infatti, non tanto per chi interviene, quanto per il merito e il contenuto di ciò che stiamo discutendo, questo decreto-legge appare assolutamente diseducativo, poiché tratta di temi tutti fondamentali e tutti oggetto di lacerazione: la democrazia, la libertà e la legalità.
La democrazia, perché non c'è ombra di dubbio che qui viene leso, come è apparso del tutto evidente dalle sentenze della Corte costituzionale, l'articolo 21 della Costituzione. Nel nostro paese non è infatti garantita la piena libertà di espressione, di opinione e di manifestazione del pensiero nel momento in cui non vi è un eguale accesso ai mezzi di informazione; in tal modo, ne va di mezzo la qualità della democrazia e il funzionamento del nostro sistema democratico. Ecco perché
quando, qualche anno fa, il grande liberale Karl Popper - in questo senso è significativo che una coalizione che fa riferimento alla cultura liberale contraddica così pesantemente maestri autorevolissimi della cultura liberale - parlando della cattiva maestra, la televisione, diceva che era necessario introdurre un sistema normativo molto rigoroso di pluralismo e di garanzia in ordine all'accesso ai mezzi di informazione da parte delle forze politiche.
Esiste anche un'altra forma di grande violenza ed è quella portata alla libertà. È clamoroso che una coalizione che si chiama Casa delle libertà, che fa paradossalmente riferimento alla cultura non solo liberale ma anche liberista che inneggia al libero mercato, violi così pesantemente il principio della libertà che ci porta a dire che nel nostro paese non è assolutamente garantito un pluralismo dei soggetti che fanno informazione.
Il gruppo parlamentare della Margherita con grande coraggio ha detto fin dall'inizio che era disponibile a rompere questo duopolio ormai stantio e anche qualitativamente molto basso (al riguardo, Murdoch è molto contento perché aumenta il numero degli abbonati a Sky, sebbene tale aumento non dipenda soltanto dalle partite di calcio ma soprattutto dalla scarsissima qualità del sistema duopolistico italiano). Eppure questa mancanza di pluralismo e questo duopolio sono salvaguardati rigorosamente e rigidamente dal decreto-legge in esame, il quale, tra l'altro, viola un principio fondamentale: quello di garantire l'allargamento del mercato incrementando così la concorrenza dei soggetti che in esso si muovono ed agiscono.
Polemicamente si è sostenuto nel corso di questi giorni che noi non vorremmo garantire l'occupazione e che quindi faremmo perdere posti di lavoro. In realtà, è esattamente il contrario, e ciò ce lo hanno insegnato anche i maestri che siedono sui banchi del Governo: penso a Marzano e a Martino. Difatti, la concorrenza e il libero mercato dovrebbero consentire di aumentare il numero degli occupati e le occasioni di presenza di altri soggetti e, conseguentemente, il numero degli occupati in questo settore.
La legalità è il terzo principio che viene ad essere violato. La legalità perché non c'è nessuna certezza del diritto e non c'è nessuna garanzia che i criteri introdotti dal decreto-legge in esame siano sanzionati e ben individuati. Ad esempio, trovo molto particolare questa delicata differenza tra copertura e reale utilizzo del digitale terrestre. Si tratta di due criteri completamente opposti perché la copertura non significa affatto effettiva possibilità di attivazione del digitale terrestre e, quindi, accesso ad esso da parte dei cittadini; risulta quindi chiaro che la legalità diviene un'araba fenice. Non a caso i nostri ordini del giorno vanno nella direzione di introdurre alcuni criteri, come peraltro chiesto dall'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Il presidente Cheli, nel corso delle audizioni svoltesi in Parlamento, ha detto che questo decreto-legge è inapplicabile. Io credo che il presidente Cheli abbia ragione ed è pertanto necessario che il principio della legalità sia reintrodotto. È quindi fondamentale difendere - per tale motivo questa maratona ha un senso - la democrazia, la libertà e la legalità (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Rosato. Ne ha facoltà.
ETTORE ROSATO. Signor Presidente, quello al nostro esame è un provvedimento molto politico e rappresenta veramente la faccia di questa maggioranza che fa gli interessi di pochi a scapito dei diritti di tutti. Si tratta di un percorso che abbiamo già osservato con riferimento ai provvedimenti approvati in questo scorcio di legislatura, ad iniziare dalle leggi sulla giustizia e dalle decisioni assunte in materia fiscale e così via (l'elenco sarebbe molto lungo).
Oggi parliamo del problema di un imprenditore, Berlusconi, del suo conflitto di interessi e del suo interesse economico che
questo Parlamento è chiamato a valorizzare, con un provvedimento scandaloso, che diviene ancor più inaccettabile nel momento in cui il beneficiario pone alla sua maggioranza la questione di fiducia, incrinando il rapporto che dovrebbe legare le istituzioni e i cittadini del paese.
La posizione della questione di fiducia esprime non un accordo politico, bensì un accordo economico. Si promettono risorse a pensionati e famiglie a basso reddito, a fronte di situazioni di crisi economica diffuse nel paese; il ministro Tremonti si è accorto nel febbraio 2004 che è stato introdotto l'euro; non sono state mantenute le promesse su ricerca scientifica, università, sanità, scuola. Ma una promessa è stata mantenuta, quella di incrementare le risorse che costituiscono il patrimonio di Mediaset, senza fissare alcun limite e anzi cercando strumenti - questa maggioranza è stata brava a farlo - quali il SIC e l'esclusione delle telepromozioni dal tetto orario, volti a rafforzare un monopolio privato e una sudditanza del sistema pubblico che non hanno eguali in alcun paese del mondo.
Ricordo le audizioni svoltesi all'inizio del mese di gennaio presso le Commissioni riunite trasporti e cultura della Camera, nel corso dell'esame del disegno di legge Gasparri, nelle quali sono state sentite l'Autorità garante per la concorrenza e per il mercato, l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e tutti i soggetti pubblici e privati che operano nel campo dell'informazione. Mi ha colpito il fatto che vi stati soltanto due soggetti, tra quelli ascoltati, che hanno giudicato il disegno di legge Gasparri adeguato e rispondente alle esigenze del paese: il presidente di Mediaset Confalonieri - non poteva che essere così - e il direttore generale della RAI Cattaneo. In quest'ultimo caso, si tratta del segnale di come il sistema pubblico stia diventando suddito del privato.
Sarebbe stata possibile una soluzione, non ci interessa certo mettere in difficoltà Retequattro, non è questo il nostro obiettivo. Ma le misure adottate nel caso delle imprese bancarie, assicurative, lattiero-casearie e per qualsiasi segmento del mercato, potevano essere altresì adottate per il settore della raccolta pubblicitaria e per il sistema radiotelevisivo. Si sarebbe potuto imporre al proprietario di vendere la rete televisiva, in modo da creare concorrenza in un sistema che oggi è bloccato.
Entro nel merito di alcune norme (che abbiamo tentato di correggere con gli emendamenti da noi presentati), contenute nel decreto, che peraltro è di difficilissima applicazione. Anche se fosse applicato, esso non riuscirebbe a conseguire l'obiettivo di realizzare il pluralismo nell'informazione. Si pensi ad esempio al comma 1 dell'articolo 1, nel caso del quale si è scelta la via minimalista, andando a correggere in termini peggiorativi il testo presentato al Senato. Si parla di popolazione «coperta»: cosa vuol dire «popolazione coperta»? Si riduce il problema all'installazione delle antenne, indipendentemente dalla ricezione del segnale. Abbiamo proposto la sostituzione della parola «coperta» con la parola «raggiunta»; abbiamo proposto la sostituzione delle parole «popolazione coperta» con le parole «cittadini collegati con le nuove reti digitali». Abbiamo formulato sul decreto-legge in esame numerose altre osservazioni, volte a renderlo più adeguato al sistema televisivo italiano, che non sono state accolte da una maggioranza che, evidentemente, ha altri interessi.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Lettieri. Ne ha facoltà.
MARIO LETTIERI. Signor Presidente, l'ordine del giorno n. 9/4645/121, a mia firma, impegna il Governo a garantire la diffusione del digitale terrestre in almeno il 60 per cento del territorio della provincia di Potenza, al fine di consentire la ricezione da parte di almeno il 60 per cento della popolazione. Si chiede uno specifico impegno, poiché il testo del decreto-legge lascia ampi margini di incertezza e di discrezionalità interpretativa. Non vorrei che, anche per quanto concerne tale importante infrastruttura, venisse penalizzata una piccola regione
quale la Basilicata. Il territorio lucano è infatti già fortemente penalizzato dall'attuale servizio radiotelevisivo (mi riferisco al TG regionale).
In molti comuni non è possibile la ricezione del telegiornale regionale e i cittadini dell'Alto Bradano (Presidente Mastella, lei conosce bene quei comuni: Genzano, Banzi, e così via) sono penalizzati perché sono costretti a seguire, guarda caso, il telegiornale della vicina regione Puglia. Più volte ho posto questo problema, con specifiche interrogazioni, ma il sottosegretario, rispondendo in sede di Commissione, ha sostenuto che la ricezione, invece, è possibile. Se lo ricorda, sottosegretario Innocenzi? Così, invece, non è ed è un bene che sia sancito dagli atti parlamentari.
Signor sottosegretario, lei potrebbe dare alla RAI una indicazione circa l'invio di tecnici perlomeno in quei comuni, per verificare insieme agli amministratori e in una assemblea popolare l'eventuale discrasia esistente tra le affermazioni e la realtà. Non mi si risponda che la RAI è una società privata, per cui non è possibile interferire! Questa è la vostra solita, tipica ed inaccettabile risposta, quando si pongono problemi che riguardano la RAI, le Poste e così via. Sappiamo che queste ultime, di fatto, private non sono perché, come al solito, le paga Pantalone, cioè la collettività. Oltre tutto, i cittadini pagano anche il canone, che voi recentemente avete consentito fosse aumentato.
Garantire l'informazione, e una informazione corretta, è un dovere, soprattutto, del servizio pubblico e, in verità, anche del servizio privato, secondo me. Mi auguro che i giornalisti, tutti i giornalisti, abbiano sufficiente autonomia e professionalità per non trasformarsi nella voce del padrone. Certamente il Capo del Governo, anche con la richiesta di questo voto di fiducia, incarna bene il ruolo padronale anziché di primo servitore del paese, come si richiede in una vera democrazia al Presidente del Consiglio dei ministri. Tuttavia, in questo caso il Presidente Berlusconi, purtroppo, persegue fini tipicamente padronali e vuole salvare, a tutti costi, la sua Retequattro. Non abbiamo nulla di personale nei confronti di quella emittente, dei suoi operatori e dei suoi dipendenti. Di alcuni apprezziamo anche la capacità professionale; di altri, per la verità, meno, a causa del loro servilismo. Tuttavia, il Presidente lo fa e lo impone, a dispetto di tutto e di tutti, anche dei rilievi del Presidente della Repubblica e della sentenza della Corte costituzionale. Ciò dimostra che il senso delle istituzioni e dello Stato è molto alto nel nostro Presidente del Consiglio e mi auguro che i cittadini riflettano su questo aspetto.
Egli va oltre: offende e beffeggia - come ha fatto ieri ed anche stamattina, del corso di una trasmissione radiofonica - la Corte costituzionale, un organo rientrante nell'assetto costituzionale del nostro paese e che egli, per il suo ruolo di Capo del Governo, dovrebbe avere l'obbligo di rispettare. Non lo fa, rivelando - mi sia consentito dirlo - la sua alta statura di statista, di Capo del Governo. Ormai ci ha abituato a tutto ed al contrario di tutto, il Presidente del Consiglio dei ministri. Ritengo che, ormai, il limite sia stato superato dalle sue recentissime dichiarazioni a tutto campo, che vanno dall'invito ad evadere il fisco al beffeggiamento della Corte costituzionale e alla presunzione di risolvere i problemi di questo paese. Ho già avuto modo di affermare che egli i problemi li risolve, ma si tratta dei suoi problemi, quelli giudiziari e quelli relativi alle sue imprese. Ormai, il limite è stato superato.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Sinisi. Ne ha facoltà.
GIANNICOLA SINISI. Onorevoli colleghi, l'inquietudine che ho manifestato nel mio intervento in occasione dell'illustrazione dell'ordine del giorno da me presentato rimane ancora adesso nel pronunciare la dichiarazione di voto.
È un pretesto, quello dell'ordine del giorno, per affrontare un tema assai più vasto. Proporre una copertura effettiva del 60 per cento in un territorio della provincia
di Bari serve soltanto a introdurre alcuni temi di carattere generale che invece lasciano davvero turbati, non soltanto per l'andamento di questi lavori, con un ostruzionismo solitario, ma anche per quello che è accaduto in precedenza nell'adottare questo provvedimento. Noi non possiamo trascurare i precedenti e certamente non possiamo dimenticare che nella passata legislatura mancammo di adottare una legge sul conflitto di interessi, così come mancammo di adottare una legge che regolamentasse il settore. In questo senso, era chiaro dentro di noi che stavamo adottando provvedimenti che riguardavano il capo dell'opposizione e certamente ci avrebbe fatto male, avrebbe ferito il nostro paese, se all'epoca una maggioranza avesse deciso di adottare un provvedimento che avrebbe potuto soltanto ingenerare il sospetto che fosse stato in odio al capo dell'opposizione.
Oggi si sono rovesciate le parti e quel bon ton istituzionale, quel prudente apprezzamento della democrazia, che ci ispirò in quella che è stata tradotta per altri in pura insipienza, oggi ci viene rivoltato contro e addirittura questo nostro atteggiamento di prudenza diventa un'accusa per non aver saputo fare allora quello che avremmo dovuto fare.
Oggi ci troviamo dinanzi alla protervia delle istituzioni rappresentate come sono da questo Governo. Constatiamo che una legge che è stata restituita al Parlamento dal Presidente della Repubblica viene elusa attraverso quella che è una emanazione di un decreto-legge, sul quale per di più viene posta la questione di fiducia. Allora, non può essere certamente da parte nostra una complicità del silenzio quella di omettere di dire e far capire benissimo a tutti gli italiani che sanno già che quella legge, questo provvedimento, questo atto di fiducia che viene richiesto al Parlamento nei confronti del Governo, in realtà, nasce da interessi privati che si coltivano attraverso le istituzioni. Non serve al paese, non serve all'Italia avere Retequattro in chiaro, non criptata, così come accade oggi. Non è un'esigenza degli italiani, ma è un'esigenza di un'impresa che va contro gli interessi degli italiani. Gli italiani avrebbero molto più interesse ad avere un sistema radiotelevisivo pluralista, ad avere delle reti che vanno sul satellite, a far sì che molti altri imprenditori intervengano in questo settore e producano tecnologie, modernità e anche nuovi posti di lavoro. È una beffa, un insulto all'intelligenza quello che viene utilizzato ancora oggi quando si dice che si chiuderà un'azienda e verranno messe sul lastrico migliaia di persone. È il contrario e non soltanto questo è assolutamente incerto quanto al suo verificarsi, ma è assolutamente falso quanto ai presupposti. Un mercato aperto, libero, plurale, è la condizione necessaria per creare nuovi posti di lavoro. Noi oggi parliamo con grande ritardo del digitale terrestre e non facciamo caso che sarebbe già entrato in funzione da molti anni, se questo nostro sistema, bloccato da un duopolio pubblico-privato, che ormai è un monopolio di chi lo guida, avesse consentito a nuove imprese e a nuovi imprenditori di intervenire sul mercato.
Stiamo rifacendo l'errore degli anni settanta, quando per tutelare un'azienda che produceva televisori in bianco e nero evitammo al nostro paese di avere subito la televisione a colori e il destino ci assegnò di avere industrie degli elettrodomestici a basse tecnologie e non competitive nel mercato europeo e internazionale. Così oggi ci stiamo condannando ad avere un sistema radiotelevisivo non competitivo che genererà profitti per qualcuno, ma certamente non migliorerà le condizioni del nostro paese e si perderanno moltissimi posti di lavoro.
E che dire della nostra democrazia, signor Presidente, onorevoli colleghi? Una voce sola, una monocultura dominata da un sistema politico e imprenditoriale che non consente alternative. Quali saranno i diritti dei nostri figli a poter scegliere? Attraverso quali meccanismi potrà maturare quel diritto e dovere di critica dei nostri giovani se ci sarà una sola informazione di panna montata come quella che vediamo oggi in questi telegiornali? Signor Presidente, è una situazione non
più sostenibile ed è per tale motivo che in questa mia dichiarazione di voto chiedo all'aula di sostenere le ragioni che noi abbiamo avanzato con questi ordini del giorno, ma anche di fare qualcosa di più. Rifiutare di accettare l'idea che in questo paese si debba poter vivere soltanto attraverso un'informazione unica e non attraverso un'informazione plurale in un paese moderno (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Iannuzzi. Ne ha facoltà.
TINO IANNUZZI. Signor Presidente, la battaglia parlamentare che il gruppo della Margherita sta conducendo, in sintonia ed unitamente agli altri gruppi del centrosinistra, con determinazione e passione civile, riguarda un provvedimento legislativo che è tutto dentro una questione centrale di straordinaria rilevanza per il funzionamento di un moderno e vero sistema democratico: la costruzione di un assetto del sistema complessivo dell'informazione che sia effettivamente pluralistico, democratico, libero, aperto e che quindi consenta l'espressione della diversità, dell'articolazione, dell'ampiezza e della ricchezza delle opinioni che sono presenti nella nostra comunità.
Del resto, non è senza significato che il decreto-legge della cui conversione discutiamo in questo dibattito parlamentare è legato da un filo indissolubile alla cosiddetta legge di sistema, la legge di riordino generale del sistema dell'informazione - la legge Gasparri -, che è stata oggetto del rinvio motivato del Presidente della Repubblica alle Camere con una serie di indicazioni precise, che stanno tutte a sottolineare come la legge Gasparri, così come voluta dal Governo e dalla maggioranza, nei voti che si sono susseguiti fino ad oggi alla Camera e al Senato, presenti tutta una serie di gravi profili di non conformità, di scontro e di divergenza con la disciplina costituzionale, così come essa è stata ricostruita e interpretata dalla Corte costituzionale.
Per quanto riguarda le polemiche e le contrapposizioni, peraltro, va detto con grande chiarezza che esse sono state alimentate ed incentivate e sono tutte giustificate e determinate dalla decisione del Governo di ricorrere alla questione di fiducia su questo provvedimento, stroncando ogni possibilità di confronto nel merito e ogni possibilità di discussione su un argomento di tanta delicatezza e rilevanza. Ebbene, questa decisione del Governo non può che mascherare una debolezza - oramai evidente a tutto il paese - della maggioranza che, per quanto disponga in quest'aula di quasi cento voti di differenza, non riesce a ricorrere ad altro strumento se non quello di chiedere coattivamente, con una sorta di chiamata alle armi blindata, alle componenti politiche che formano la maggioranza di esprimersi con la concessione della fiducia e di approvare il decreto-legge.
Questa è l'unica via, non quella della normale dialettica parlamentare, del normale confronto sul merito delle questioni e sul voto degli emendamenti, anche per il terrore del Governo, del Presidente del Consiglio e dei leader della maggioranza di affrontare il nodo - che mai come in questo caso sarebbe stato importante rispettare - del voto segreto su tutta una serie di questioni delicate e decisive.
Ma quali sono i valori in gioco? I valori in gioco riportano tutti al terreno costituzionale e, quindi, al terreno nevralgico per il funzionamento della vita di un paese democratico. Riportano innanzitutto alla libertà di manifestazione del pensiero di cui all'articolo 21 della Costituzione, tradizionale libertà capofila del catalogo delle libertà civili e dei diritti di libertà della persona umana. Naturalmente, noi sappiamo bene che oggi la libertà di manifestazione del pensiero ha una dimensione, una configurazione, un significato profondamente diverso da quello che aveva nel secolo scorso, nel tradizionale Stato liberale o nei decenni passati del secolo che si è chiuso, perché oggi l'ambito di esercizio della libertà di manifestazione riconduce tutto al delicatissimo nodo del ruolo dei mass media, della loro incidenza decisiva
ed esorbitante sulla formazione delle opinioni e, quindi, sul normale fluire della vita democratica di un paese.
Allora, in questo campo, proprio perché bisogna contemperare la libertà di manifestazione del pensiero, il diritto di informazione del cittadino, la libertà di iniziativa economica e la formazione di un sistema d'informazione pluralistico, è indispensabile agire ed operare per evitare posizioni dominanti o fortemente preminenti. In fondo, la sentenza della Corte costituzionale n. 46 del 2002 e il messaggio del Capo dello Stato tendono ad evitare questi aspetti e questo decreto-legge, nel preoccuparsi di prorogare la vita di una emittente, così come è avvenuto fino ad oggi, scavalca, svuota e mortifica la sentenza della Corte costituzionale e il messaggio del Presidente della Repubblica e, soprattutto, non ha nulla a che vedere con l'obiettivo, che dovrebbe essere proprio di ogni democrazia moderna e di ogni Governo serio e responsabile, di costruire un sistema di informazione ricco, articolato e pluralistico (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Volpini. Ne ha facoltà.
DOMENICO VOLPINI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, oggi ci troviamo di fronte ad un fatto di inaudita gravità. Il Presidente del Consiglio in carica pone la fiducia su un provvedimento che riguarda i propri interessi personali e di famiglia: in pratica, attua un ricatto verso il Parlamento, in particolare verso la maggioranza che lo sostiene.
Non sono un giurista, ed i giuristi mi diano per scusato se cado in errore, ma a me sembra di ravvisare, in questo gravissimo atto, l'ipotesi di almeno tre reati: interesse privato in atti di ufficio, scambio di voto - vi lascio in Parlamento se con il vostro voto proteggete i miei interessi, altrimenti tutti a casa! - e, infine, concussione.
Se le cose stessero così, chi potrebbe intervenire per ristabilire la legalità? Non certo la magistratura, perché il Presidente del Consiglio la ritiene prevalentemente di parte, e perciò esautorata; non certo la Corte costituzionale, di nuovo attaccata ieri, definita in assoluta maggioranza di sinistra, e perciò esautorata.
Poco giova far notare che il centrosinistra, in Parlamento, ha eletto due magistrati della Corte costituzionale, a fronte di quattro eletti dalla Casa delle libertà e che, uniti a quelli nominati dal Presidente Scalfaro ammontano a sei, mentre gli altri sono tutti eletti dai magistrati della Cassazione e della Corte dei conti. Ma si sa, la magistratura italiana è in maggior parte «rossa», per cui anche gli eletti non possono che essere di sinistra!
Il nostro Presidente del Consiglio non si limita alla delegittimazione dei poteri e degli ordini costituzionali, ma va più a fondo, e nella sua ultima conferenza stampa piazza una bomba sotto il senso stesso di legalità proprio di ogni democrazia liberale, riconducendo al foro della coscienza individuale il fondamento non della moralità personale nella sfera del privato, ma della legalità pubblica, che è alla base della permanenza e dell'ordinato funzionamento di ogni sistema democratico.
Secondo l'onorevole Berlusconi, infatti, l'individuo, appellandosi al foro della propria coscienza, può invalidare la legalità dello Stato. Si tratta dell'affermazione di un potere personalistico assolutamente dissoluto, nel senso strettamente etimologico di sciolto da qualsiasi vincolo di legge. Questa non è democrazia liberale, ma è, sia sul piano filosofico che pratico, anarchia.
Ancora più preoccupante mi sembra il quadro politico-culturale nel quale egli sempre più si muove. L'applicazione della teoria e della metodologia delle tecniche del marketing, che egli applica sempre più alla comunicazione politica, lo porta a sopravvalutare i simboli grafici e fonetici ed i riti della comunicazione come assoluti, confondendo e inducendo i cittadini a confondere acriticamente la comunicazione mediatica con l'azione politica e con la realtà storico-politica e sociale.
In ciò, il danno per la democrazia deriva non soltanto dall'abbattimento della contrapposizione critica all'offerta del prodotto, fondamento della teoria e scopo della metodologia e delle tecniche di comunicazione di massa, ma soprattutto dall'impianto della configurazione culturale generale che il Presidente del Consiglio nella sua predicazione, più religiosa che politica, propone.
Tale configurazione culturale si sgancia totalmente dalla realtà storico-politica e sociale e va a fondarsi sull'orizzonte metastorico proprio dei miti di fondazione, nel quale gli attori sono estremamente semplificati: il male, rappresentato dagli eroi negativi, i comunisti, ed il bene, impersonato dall'eroe culturale, il Cavaliere Silvio Berlusconi. La lotta epica e la vittoria dell'eroe sul male fondano la nuova era di prosperità e l'età dell'oro.
Alcuni analisti dei discorsi dell'onorevole Berlusconi assimilano la comunicazione del Cavaliere a quella degli imbonitori di piazza. A mio avviso, tuttavia, questo ne è solo un aspetto, il più superficiale. Il quadro culturale generale nel quale egli iscrive la sua comunicazione non è quello commerciale, bensì quello prettamente mitico-magico.
Egli si muove disinvoltamente in tale ambito, nel quale la forza della «Parola», quella con la «P» maiuscola, risiede nella «Parola» stessa, ed il solo pronunciarla, nell'ambito del rito, produce nella realtà storica il contenuto semantico attinto all'orizzonte metastorico. Il rito e la formula magica destorificano il negativo e attuano realmente l'età di purezza primordiale, di prosperità e di pace dell'età dell'oro.
A mio avviso, il nostro eroe culturale, ricondotto nella storia, più che essere assimilato ad un imbonitore di piazza, può essere assimilato ad un moderno mago e cartomante dei media.
PRESIDENTE. Grazie, onorevole Volpini.
DOMENICO VOLPINI. Signor Presidente, chiedo l'autorizzazione alla pubblicazione di considerazioni integrative della mia dichiarazione di voto in calce al resoconto stenografico della seduta odierna.
PRESIDENTE. La Presidenza lo consente sulla base dei consueti criteri.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Carbonella. Ne ha facoltà.
Il suo, onorevole Carbonella, sarà l'ultimo intervento della mattinata: quando avrà terminato, sospenderò la seduta fino alle 14,45 per ragioni tecniche.
GIOVANNI CARBONELLA. Signor Presidente, allora posso parlare fino alle 14,45!
PRESIDENTE. Mi dispiace, ma non può.
Parli pure, onorevole Carbonella.
GIOVANNI CARBONELLA. Signor Presidente, oggi è un giorno molto triste per la democrazia, è un giorno triste per l'informazione, è un giorno triste per il pluralismo. Non che questo Governo non ci abbia riservato altri giorni bui come questo, anzi!
Avremmo voluto entrare nel merito del provvedimento per arricchirlo, per migliorarlo, per dare il nostro contributo, come abbiamo tentato di fare in Commissione e, in qualche circostanza, in Assemblea; invece, la questione di fiducia posta dal Governo ce l'ha impedito ed ha messo il bavaglio, ahimè, non soltanto a noi, ma all'istituzione Parlamento. Peraltro, tutto è stato fatto con atteggiamento arrogante, scovando e scavando tutti gli alibi che possono portare acqua al mulino del Governo.
Da questo punto di vista, l'ultima trovata è quella di ieri del ministro Gasparri. Con una bella faccia tosta, il ministro ha rivoltato la frittata affermando che il centrosinistra sta tentando di strumentalizzare queste giornate per coprire le divisioni al suo interno rispetto alla missione in Iraq. Io penso, invece, che sia stato il Governo a studiare, scientemente,
il recupero di un provvedimento, che peraltro ha visto la maggioranza divisa, lacerata e contrapposta. Nelle settimane passate, quando nel corso dell'esame si è tentato di discutere ed anche di fare ricorso allo scrutinio segreto, è apparso palese lo stato comatoso nel quale la maggioranza versa in questo momento. Ciò è tanto vero che l'esame del provvedimento è stato sospeso e addirittura rinviato sine die. Successivamente, si è voluto approfittare della concomitanza con la discussione sull'Iraq per un recupero frettoloso del provvedimento e per la sua conseguente iscrizione all'ordine del giorno: la maggioranza ed il Governo tentano di oscurare, di criptare, di far sì che il fumo in tal modo provocato induca gli italiani a non vigilare su un problema così delicato ed importante.
Ebbene, signor Presidente, riteniamo che non vi fossero i motivi per la decretazione d'urgenza e per la posizione del voto di fiducia, se non quello di ricompattare la maggioranza che, evidentemente, intimamente e verosimilmente, ha problemi. Poiché, occorre fare gli interessi del grande timoniere, la ricompattazione è avvenuta, non già sulla condivisione di questo provvedimento, quanto invece sulla sopravvivenza di questa maggioranza e di questo Governo, soprattutto nel dimostrare attaccamento, affettuosamente economico, per gli interessi del Presidente del Consiglio. Questo, a nostro modo di vedere, esprime un'altra filosofia. Infatti, quando si calpesta la democrazia, quando si vuole mettere il bavaglio al Parlamento, quando al popolo italiano si offre una scena così poco dignitosa, le coscienze si ribellano. Non ci sono parole per esprimere la propria indignazione. Vi è una filosofia, un modello di società che questo Governo e il centrodestra vogliono propinare: il modello di un paese lontano anni luce dal patrimonio di valori che, invece, caratterizza il centrosinistra. Volete costruire un modello di società piramidale con un vertice ed una base. Non ci deve essere nulla nel mezzo che faccia da filtro, ossia quel pluralismo, quella società di mezzo...
PRESIDENTE. Onorevole Carbonella...
GIOVANNI CARBONELLA. ...che dovrebbe avere voce in capitolo per arricchire, attraverso il pluralismo, la vita del paese.
Voi, invece, volete caratterizzare questo modello di società liberista a parole...
PRESIDENTE. Grazie.
La seduta è sospesa per ragioni tecniche. Riprenderà alle ore 14,45.
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