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PRESIDENTE. Ricordo che questa mattina si sono svolti gli interventi per l'illustrazione delle proposte emendative presentate.
PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto sulla questione di fiducia.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Collè. Ne ha facoltà.
IVO COLLÈ. Signor Presidente, rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, oggi siamo chiamati ad esprimere la fiducia sul cosiddetto decreto «salva reti».
Ancora una volta, ci troviamo di fronte ad un metodo, quello della fiducia, che a più riprese abbiamo evidenziato come inaccettabile e in netta opposizione alla nascita di un confronto e di un dibattito aperto su temi importanti. Ancora una volta, risulta difficile svolgere il proprio mandato in maniera concreta, giacché il Parlamento non può esprimersi pienamente e apportare quei contributi e quei miglioramenti chiesti anche dall'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Ma tale metodo, in questo caso specifico, serve anche a scavalcare quei provvedimenti e quelle osservazioni che diversi organi istituzionali hanno evidenziato sul disegno di legge Gasparri.
Mi riferisco alle osservazioni del Presidente della Repubblica Ciampi. Mi riferisco alla sentenza della Corte costituzionale che aveva ordinato il passaggio di Retequattro dal sistema analogico al satellite entro il 31 dicembre 2003. Mi riferisco, ancora, all'ordinanza della Consulta con la quale si richiedeva la soppressione della pubblicità su RAI 3.
Questa normativa scade il 27 febbraio, dopo un anno e mezzo di discussione che non ha permesso di trovare l'approvazione in Parlamento. Appellarsi al discorso tecnico per giustificare la decisione di abbreviare i tempi mi pare mera demagogia politica, dalla quale non possiamo che dissociarsi completamente. È palese come il piano dei contenuti di questo decreto-legge sia stato inficiato da altre problematiche ben più radicate. I problemi interni alla maggioranza non sono stati risolti e questo non può e non deve essere sicuramente lo strumento più opportuno per cercare di risolverli.
La questione di fiducia posta in questa circostanza nasce, infatti, per contrastare non solo chi non condivide i contenuti del decreto, ma anche coloro che, all'interno della maggioranza stessa, non hanno trovato accordo e condivisione. Purtroppo, a più riprese abbiamo fatto presente al Governo e alla maggioranza che i metodi adottati non erano condivisibili da parte nostra, così come da parte di più settori del Parlamento, ma ora ci ritroviamo ancora una volta nella medesima situazione, una situazione che non può che determinare il nostro voto contrario (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Minoranze linguistiche, Misto-UDEUR-Alleanza Popolare, Misto-Socialisti democratici italiani e Misto-Verdi-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Zanella. Ne ha facoltà.
LUANA ZANELLA. Signor Presidente, il decreto-legge «salva Retequattro» non ci ha colto certo di sorpresa. Era troppo aspettarsi dalla coalizione di Governo qualcosa di diverso, così impantanato come è quest'esecutivo, assieme alla propria maggioranza, nell'irrisolto conflitto di interessi e invischiato nel diabolico patto di potere tra i partiti che lo compongono, in cui il prezzo dello scambio è, sempre e comunque, la salvaguardia e il potenziamento del patrimonio, presente e futuro, delle aziende del Presidente del Consiglio e, quindi, del suo dominio mediatico, del suo potere. Ma il livello di spudoratezza e di spregio istituzionale che viene raggiunto blindando il decreto-legge con la richiesta del voto di fiducia non era del tutto
scontato. Spudoratezza ed arroganza di cui sono intrise le parole che, oggi, ci rivolge Berlusconi in persona, che si è sentito costretto dall'indignazione generale che monta e si estende a tutto il paese a giustificare il ricorso alla questione di fiducia per evitare la lungaggine dei tempi con tutto il lavoro che il Parlamento ha da fare.
Qualche voce isolata ma, per questo, più forte ed autorevole, si staglia dal magma di una maggioranza sempre più confusa, sfiduciata dal proprio leader massimo, che non riesce ad assumere un ruolo dignitoso e a reagire alle imposizioni, comprese quelle più impresentabili, del leader padrone. Per esempio, quella coraggiosa del vicepresidente Publio Fiori, che denuncia il gesto di protervia di Berlusconi ed il disagio difficilmente contenibile che serpeggia nelle fila di alcuni partiti del Polo. Per il resto, mentre Emilio Fede più convintamente ed energicamente si sfrega le mani, c'è comunque chi si impegna a coprire la vergogna con argomentazioni imbarazzate e imbarazzanti, come quelle di Vito e Follini, che adducono motivazioni tecniche a giustificare la decisione di porre la questione di fiducia: troppi provvedimenti in un lasso insufficiente di tempo. Ma via, vogliamo scherzare?
C'è l'ineffabile coordinatore di Forza Italia, Sandro Bondi, che, tanto per non entrare nel merito, pensa bene di sputare fiele contro il presidente Violante questa volta, ma c'è perfino chi tenta di convincere, o meglio convincersi, che questo provvedimento rappresenta un vero e proprio impulso all'innovazione tecnologica del paese, come candidamente ribadisce la relatrice Bianchi Clerici, o chi come il sottosegretario Innocenzi (che in sede di replica ieri ha affermato di voler fare un'operazione verità), rivela che il salvataggio di Retequattro dal suo sbarco sul satellite è un dettaglio marginale rispetto alla sostanza dell'iniziativa con cui il Governo si propone di accelerare un processo di vera e propria rivoluzione tecnologica, che porterà il nostro paese all'avanguardia nel campo televisivo.
Insomma, un po' di decenza, se non siete capaci di correttezza istituzionale. Vi siete dimenticati che Retequattro occupa abusivamente frequenze analogiche che avrebbero dovuto essere assegnate al legittimo concessionario, Europa 7? Che la Corte costituzionale aveva stabilito l'abbandono delle medesime entro il 31 dicembre del 2003? Che il Presidente della Repubblica ha rinviato alle Camere la vostra legge di sistema, che sistemava, in realtà, e alla grande, solo gli interessi di Berlusconi?
Il paese, questa volta, reso più accorto da una realtà quotidiana sempre più dura e crudele, di cui il Governo non si vuole assumere né responsabilità né carico, non vi crederà, e la fiducia nel Governo, che oggi sarà votata, sarà quanto di meno corrispondente al sentimento e al convincimento profondo della maggioranza delle cittadine e dei cittadini. Con questo, noi Verdi esprimiamo il voto nettamente e convintamente contrario alla questione di fiducia (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Verdi-l'Ulivo, Misto-Comunisti italiani, Misto-UDEUR-Alleanza Popolare e Misto-Socialisti democratici italiani).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Di Gioia. Ne ha facoltà.
LELLO DI GIOIA. Signor Presidente, noi ci troviamo quest'oggi a discutere sulla questione di fiducia che il Governo ha posto su questo decreto-legge e credo sia necessario parlare con chiarezza ai cittadini italiani, per evitare che vengano strumentalizzate - come è stato fatto nei mesi scorsi - le discussioni che si sono svolte all'interno di quest'aula, della difficoltà di avere nel nostro paese un sistema plurale dell'informazione. Abbiamo la necessità di discutere con la gente della nostra nazione, con i cittadini, facendo capire che non è vero che questo decreto è servito ad impedire che mille persone venissero messe fuori dalla porta (come diceva Emilio Fede): esso è servito esclusivamente a salvare Retequattro, una rete del Presidente del Consiglio.
È stata posta una questione di fiducia che non ha aspetti di carattere tecnico, ma politico. Ciò si è verificato all'interno di questo Parlamento, in cui si è sviluppata la discussione sulla legge di innovazione del sistema radiotelevisivo, la cosiddetta legge Gasparri, e in cui vi sono tanti liberali e democratici che appartengono alle file della cosiddetta Casa delle libertà o, per meglio dire, delle illibertà. Infatti, si pone all'attenzione del Parlamento un decreto-legge che, di fatto, limita la libertà dei parlamentari, sia di centrodestra sia di centrosinistra, di discutere sul sistema dell'informazione e della pluralità della democrazia: ciò significa determinare le condizioni di illibertà di un sistema democratico come il nostro.
Questi parlamentari, che si sono richiamati certamente a culture importanti della nostra storia e della nostra democrazia, hanno fatto in modo che il presidente della Commissione trasporti nonché il relatore fossero costretti a chiedere di rinviare la suddetta legge in Commissione. Di fatto, i parlamentari del centrodestra l'hanno capito e ne hanno ora la piena consapevolezza, come ce l'hanno i cittadini italiani: questo Governo fa vedere un'Italia diversa da quella che noi oggi oggettivamente e soggettivamente verifichiamo.
Si è dovuta ritirare quella legge e rinviarla di nuovo in Commissione, con il timore che gli stessi parlamentari del centrodestra (e, per la prima volta nella storia repubblicana, vi sono 100 parlamentari in più!) avrebbero di fatto bocciato questo decreto-legge. Ciò perché è un decreto-legge illiberale, perché è un decreto-legge che salva semplicemente Retequattro, perché è un decreto-legge che presenta diverse contraddizioni, come hanno sottolineato con dovizia di particolari i colleghi dell'opposizione intervenuti nel dibattito questa mattina. Essi hanno affermato che le modifiche apportate al Senato hanno addirittura peggiorato il testo del provvedimento in esame. Non si è data ai parlamentari, sia di maggioranza sia di opposizione, la possibilità di discutere nel merito di un decreto-legge che, di fatto, determina quelle condizioni di cui parlavo precedentemente.
Allora, si pone un problema di ordine politico importante: non siete in grado di governare e, per risolvere i problemi del vostro Presidente del Consiglio, avete l'obbligo di porre la questione di fiducia!
Credo che i cittadini italiani abbiano compreso tali questioni. Essi hanno capito che non siete la Casa delle libertà, ma siete la Casa delle illibertà. Infatti, illibertà significa un conflitto di interessi e significa non consentire ai parlamentari di discutere; l'illibertà fa riferimento a tutti gli atti che avete sottoposto all'attenzione di questo Parlamento.
Per tale motivo, noi Socialisti democratici italiani esprimeremo, profondamente e convintamente, un voto contrario sulla questione di fiducia, perché siamo convinti di dover restituire libertà e democrazia al popolo italiano (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Socialisti democratici italiani e della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Rizzo. Ne ha facoltà.
MARCO RIZZO. Signor Presidente, illustrerò la posizione del gruppo Misto-Comunisti italiani, che è di netta contrarietà a questo decreto-legge ed anche al metodo di porre la questione di fiducia.
Credo che con questo decreto-legge si miri esclusivamente a salvaguardare gli interessi delle televisioni del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in quanto vengono ignorate totalmente le indicazioni del Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, in primo luogo per quanto riguarda il meccanismo delle verifiche da parte dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, che era e resta insufficiente.
Allo stesso modo è insufficiente e rimane aperto il tema delle trasmissioni in tecnica digitale, in quanto portatrici di pluralismo. Ho l'impressione che il vero pluralismo si realizzerà quando saranno diversi i soggetti che potranno trasmettere programmi a loro volta diversi.
Oggi, il cosiddetto digitale, o quello che viene definito come digitale, è soltanto uno specchio di quanto viene trasmesso in analogico; uno specchio di quanto viene trasmesso dalle normali televisioni. È quindi un pretesto per mantenere il sistema inalterato, e quando si dice che il sistema si mantiene inalterato, vuol dire che resta totalmente nelle mani del Presidente del Consiglio dei ministri.
Si è cercato, anche nel corso dei dibattiti che sono stati aperti dal Governo, di dire che con questo decreto-legge non si salva soltanto Retequattro, ma anche Raitre. Sanno tutti che non è così! La vicenda di Rai 3 è ben diversa e per la prima volta da parte di questo Governo è stato messo l'accento su un tema che non è mai presente alla vostra parte politica: l'interesse dei lavoratori. Per la prima volta, parlando della vicenda del decreto-legge, si è posta attenzione giustamente all'interesse dei lavoratori di Retequattro, che se andasse sul satellite perderebbe probabilmente occupazione. Probabilmente, in linea di principio questo può anche essere vero: sappiamo che vi è differenza tra la televisione analogica ed quella che è presente sul satellite, con diverse modalità di impiego del personale e dei lavoratori.
Tuttavia, come può un'azienda come Mediaset - che rappresenta un gruppo che vede insieme Retequattro, Italia 1 e Canale 5 - pensare, con i profitti che sono stati ottenuti negli ultimi due anni e con l'ingente aumento di profitto che vi è stato da parte della stessa Mediaset, di non avere la possibilità di ricollocare all'interno dell'azienda medesima questi lavoratori.
È quindi proprio strano che, per la prima volta, dai banchi del vostro Governo si ponga l'accento sull'espressione «interesse dei lavoratori», che viene adoperata come uno specchio, in termini demagogici e di copertura. Purtroppo, l'anomalia vera che resta all'origine di questa vicenda del decreto-legge è quella di un conflitto di interessi abissale e che vede oggi, nelle moderne società occidentali, il grumo di tre poteri. Ci hanno insegnato sui libri di scuola che i poteri erano l'esecutivo, il potere giudiziario ed il legislativo.
Oggi, in una moderna società i poteri sono allocati diversamente: si trova del potere politico, economico ed anche mediatico. L'anomalia reale nella nostra società e nella nostra nazione è che tutti e tre questi poteri sono concentrati nelle mani di un'unica persona: infatti, il Presidente del Consiglio dei ministri ha il potere politico, è forse l'uomo più ricco - sicuramente è tra i più ricchi uomini d'Italia e quindi ha il potere economico -, è infine proprietario delle televisioni private, oltre ad esercitare un controllo politico sulle televisioni pubbliche. Assume quindi in sé questa anomalia che non è presente in alcuna parte del mondo.
Questa anomalia si estrinseca e si evidenzia anche nel modo con il quale viene esercitata la democrazia, in particolare quella parlamentare. Si pone la questione di fiducia e si azzera la possibilità da parte del Parlamento di intervenire su un decreto-legge che è stato oggetto del messaggio del Presidente della Repubblica.
Si tende quindi a ridurre quello che è uno dei cardini della stessa democrazia: il dibattito parlamentare. Questo «bavaglio» e questa sorta di allergia nei riguardi della discussione parlamentare sono rivolti certamente verso l'opposizione, ma anche e soprattutto in questo caso verso la maggioranza: il bavaglio viene messo infatti principalmente nei riguardi della maggioranza. Non c'è neanche più la fiducia della stessa maggioranza - è un gioco di parole rispetto ai fatti che voi praticate - a tenere in piedi questo Governo.
Lo abbiamo visto precedentemente, quando avete dovuto interrompere il normale iter della legge sul complesso del sistema di telecomunicazioni, la cosiddetta legge Gasparri. Non si trattava di motivi legati alla verifica: si tende a dare una verniciatura di nuovo alla politica che intende portare avanti la Casa delle libertà. Invece, non c'è nulla di più vecchio! Praticate uno scontro di potere, non riuscite a gestirlo nonostante vi sia un padre padrone e, poi, coprite tale vicenda con il voto di fiducia.
Non meritate tale fiducia. Non la meritate perché siete contro il paese reale e
sapete fare bene solo gli affari di famiglia. È per questo che i Comunisti italiani ed i gruppi dell'opposizione, sapendo di interpretare la reale aspettativa del paese, voteranno contro il provvedimento in esame e non vi daranno la fiducia (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Comunisti italiani).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mazzuca Poggiolini. Ne ha facoltà.
CARLA MAZZUCA POGGIOLINI. Signor Presidente, è con forte imbarazzo che sono in questa sede a motivare la decisa opposizione dei deputati di Alleanza Popolare-UDEUR alla fiducia richiesta dal Governo su un provvedimento che dovrebbe coprire la stessa maggioranza di vergogna.
In quest'aula l'opposizione, alla quale noi apparteniamo convintamente, ha più volte espresso il proprio dissenso in rapporto alla mega anomalia italiana di un Presidente del Consiglio gravato da un conflitto di interessi come non si è mai visto e, credo, mai più si vedrà in nessun tempo ed in nessun'altra parte del mondo.
Il decreto-legge su cui è stata posta la questione di fiducia è lo strumento utilizzato per mantenere nel portafoglio e bene in chiaro, cioè non sul satellite, fino all'avvento del digitale (chissà quando e per quanti pochi in Italia!), Retequattro di Mediaset. Si tratta dell'azienda del Presidente del Consiglio! Ciò avviene contro qualsiasi logica di antitrust, contro qualsiasi logica di effettivo pluralismo, contro il rispetto della legge e contro le pronunce della Corte costituzionale.
Retequattro, se non è l'ammiraglia di Mediaset, è sicuramente la più sicura nave della flotta comunicativa di Silvio Berlusconi. È guidata da un fedelissimo, Emilio Fede, disponibile a trasmettere per intero ore ed ore di interventi propagandistici senza alcun senso della misura. L'Autorità antitrust più volte ed invano ha reso noti i dati della raccolta pubblicitaria che vede le aziende del Presidente del Consiglio continuare a sforare, in modo più che consistente, i limiti di raccolta imposti dalla legge. Sono migliaia di miliardi che Mediaset, grazie a Retequattro, assorbe più del dovuto. Ciò ai danni delle tante televisioni locali, ormai allo stremo, e della carta stampata.
Quanto al pluralismo, che anche questo provvedimento nega, diventa quasi patetico il mio richiamo al messaggio ed alle parole del nostro Presidente della Repubblica. Con dolore constatiamo che sono state parole al vento, data la protervia che la maggioranza ha messo nel voler mantenere Retequattro in chiaro pur avendo avuto anni di tempo per individuare soluzioni adeguate a mantenere gli attuali livelli occupazionali e soluzioni utili a non deludere i propri telespettatori.
Il pluralismo è stato negato a causa dell'iperdimensionamento persistente in una delle aziende in campo: quella del Presidente del Consiglio. Il pluralismo è stato aggirato dalla quadriglia degli adempimenti previsti che dovranno precedere la pronuncia dell'Autorità, chissà quando.
Anche il ruolo della Corte costituzionale risulta fortemente messo in crisi dall'approvazione di tale provvedimento. È dal 1994, infatti, che essa mette in guardia sul grave deficit di pluralismo del sistema televisivo italiano, tarato da una così consistente anomalia. Nel novembre 2002 è nuovamente intervenuta chiedendo un limite certo alla proroga concessa a Retequattro. Altro che limite! Il limite certo scelto dalla maggioranza guidata da Silvio Berlusconi è stato affidato ad un marchingegno procedurale dai tempi incerti, con una modifica di concetti quali quello di copertura nazionale. Si tratta di una manipolazione legislativa che ricorda proprio il gioco delle tre carte.
Di fatto, la maggioranza sta pronunciando, con questo provvedimento e con la fiducia posta su di esso, un «chi se ne importa» delle sentenze della Corte costituzionale, nonché un plateale «chi se ne importa» delle indicazioni del Presidente della Repubblica, del rispetto della legge e dell'ottemperanza alle delibere dell'Antitrust: un menefreghismo da magliari, arrogante ed incredibile, all'interno di un
sistema democratico che dovrebbe vedere il rispetto delle norme e delle istituzioni quali pilastri fondanti della sua stessa esistenza.
Per questi motivi, i deputati dell'UDEUR-Alleanza Popolare dicono «no» con forza a tutto questo e denunciano, all'opinione pubblica e agli elettori, quanto sia grave l'aver posto la questione di fiducia su un provvedimento che ha sostanzialmente carattere elusivo, se non addirittura eversivo, per quanto prima espresso, e che costituisce a nostro parere un atto gravissimo contro la Repubblica.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Giordano. Ne ha facoltà.
FRANCESCO GIORDANO. Non ce la fate, non ce la fate proprio a reggere il confronto parlamentare (per quanto riguarda il venire in aula, vedo adesso il ministro Gasparri, ma quanto a reggere il confronto parlamentare vedo il nulla). Avete persino, in questo caso, teorizzato la fiducia preventiva, per difendervi - udite udite - da un possibile ostruzionismo. Quando sono in campo precisi interessi privati non vi fidate di nessuno, ma soprattutto non vi fidate della vostra maggioranza. La fiducia preventiva la presentate dietro una necessità tecnica. Forse avete ragione, perché con il voto segreto tecnicamente avreste perso, ma la tecnica che nominate è una foglia di fico troppo consumata e consunta, per non vedere chiaramente cosa essa tenta di coprire: essa tenta di coprire le vostre difficoltà, sempre più crescenti, nonché la crisi del sistema dei referenti sociali, che ha permesso nel 2001 la vittoria elettorale.
Sul sistema informativo, voi cancellate ogni confronto e, da tempo, state imponendo una stretta autoritaria, perché volete avere campo libero, nel tentativo di manipolare un consenso che state perdendo. D'altronde, ci devono essere spazi informativi senza possibilità alcuna di contraddittorio, per permettere al Presidente del Consiglio di affermare che gli italiani sono più ricchi e contenti, in spregio delle loro sempre più basse retribuzioni, in spregio della crescita inflazionistica, che mangia salari e pensioni, ed in spregio del drammatico declino produttivo del paese. Oscurate alla società i suoi conflitti, i movimenti e le culture critiche, con l'illusione che la rimozione dal video di tutto ciò possa far scomparire anche la condizione dei lavoratori nella realtà, magari sostituendola con culture plebiscitarie e di affidamento salvifico al leader.
La vostra debolezza manifesta per intero una pericolosità, che noi vogliamo contrastare. Il vostro liberismo vi rende illiberali. Questo provvedimento serve, di fatto, a vanificare, almeno fino al 2005, la sentenza n. 466 del 2002 della Consulta, che obbligava Retequattro a trasferirsi sul satellite. Esso non risponde al tema posto dalla sentenza e non inserisce alcun divieto specifico di posizione dominante, cercando di annacquare la posizione dominante esistente con la presenza di presunti nuovi canali digitali terrestri. I criteri di verifica, che sono stati dati all'Autorità, per calcolare la nuova situazione, sono risibili. Cosa significa che deve essere calcolata la quota del 50 per cento della popolazione italiana raggiunta dalle frequenze delle nuove reti digitali terrestri? Già oggi tale quota è raggiunta e, quindi, si tratta di un criterio falso. Se il pluralismo sta anche nel digitale terrestre, perché Retequattro non si trasferisce sul digitale terrestre e lascia libere le frequenze analogiche ad altri competitori? È il pluralismo il reale tema di confronto, non la semplice concorrenza su un mercato, peraltro distorto dalla presenza monopolistica di un gruppo.
Siamo, dunque, in un clamoroso regime di conflitto di interessi. È francamente scandaloso porre la questione di fiducia su un provvedimento da cui l'azienda Mediaset trae un clamoroso vantaggio. Non vale il ricatto occupazionale! Mediaset è un'azienda che, anche grazie alle politiche compiacenti di questo Governo, ha tratto risultati enormi e profitti considerevoli; può e deve, pertanto, garantire l'occupazione di tutti i lavoratori.
Quando si parla di occupazione, il Governo farebbe bene a salvare l'occupazione dei 1.500 lavoratori di Fiumicino, dei 400 lavoratori della Montefibre di Acerra, dei 350 lavoratori dell'Exide di Casalnuovo, dei 700 della Finmek di Santa Maria Capua Vetere, nonché ad occuparsi della vertenza di Terni (non è ancora chiaro come andrà a finire), e delle migliaia di posti di lavoro messi a rischio dall'Ilva di Taranto.
Con la crisi economica e sociale ed il declino produttivo dei punti di eccellenza industriale, ormai in atto nel paese, voi, al contrario, vi ritagliate e tutelate un piccolo e privato spazio che restringe la libertà informativa e culturale, accentuando, per questa via, i processi negativi in corso. Fate danni e diventate sempre più arroganti e autoritari! È pertanto sempre più urgente mettere fine a queste politiche e preparare un'alternativa di Governo (Applausi dei deputati dei gruppi di Rifondazione comunista, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo e Misto-Socialisti democratici italiani)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Caparini. Ne ha facoltà.
DAVIDE CAPARINI. Signor Presidente, prendendo ad esempio Ponzio Pilato, Cardinale e Vita, dopo aver pasticciato non poco con la legislazione del settore, giocato a fare il ministro ed il sottosegretario e aver fatto chiudere decine e decine di emittenti radiofoniche e televisive, hanno trovato la soluzione giusta per risolvere i guai che hanno prodotto: rinviare il tutto alla prossima legislatura con il varo di un decreto-legge. Così sarà compito del prossimo Governo attuare i piani di assegnazione delle frequenze analogiche e digitali, rinnovare le concessioni, attuare il digitale e via seguitando, lasciando sul lastrico centinaia di imprese che non sanno se proseguire nella loro attività o svendere tutto - ahimè - ai network in cerca di frequenze.
Questo è l'epitaffio di cinque anni di governo delle sinistre, scritto da un'associazione di emittenti locali, all'indomani dell'ultimo dei tre decreti-legge di proroga, varati nell'ordine da Prodi, D'Alema e Amato.
Quelli che oggi gridano allo scandalo sono gli stessi che hanno votato nel 1996 un decreto-legge che così recitava: in attesa della riforma complessiva del sistema radiotelevisivo, è consentito ai soggetti che legittimamente svolgono attività radiotelevisiva la prosecuzione dell'esercizio fino al 31 maggio 1997. Sono gli stessi che nel 1999 hanno votato nuovamente un provvedimento nel quale ai soggetti legittimamente operanti alla data del 31 gennaio 1999 era consentita la prosecuzione dell'esercizio della radiodiffusione televisiva in ambito nazionale fino al 31 luglio 1999.
Non contenti, gli stessi, nel 2001, hanno sancito che il termine del rilascio delle concessioni in ambito locale sarebbe stato differito al 15 marzo 2001. Tre Governi delle sinistre, tre decreti-legge, tre proroghe, senza particolari vincoli, se non nell'ultimo caso, quando nel 2001 viene fissato al 2006 il termine ultimo per la conversione al sistema digitale.
Quindi, quello del digitale è un passaggio obbligato, in quanto previsto da una legge che voi avete fortemente voluto nella passata legislatura. Di qui, la necessità di compiere l'ultimo sforzo per portare a termine una rivoluzione tecnologica che porrà il nostro paese all'avanguardia.
Colleghi, stiamo parlando della più grande innovazione del sistema televisivo da quando è comparsa la televisione commerciale. Non è cosa da poco!
Come mai, nel 2001, voi delle sinistre l'avete votata e, oggi, fate le barricate? Probabilmente, nelle vostre intenzioni, quella del 2001 non sarebbe stata l'ultima proroga e la vostra idea era quella di tenere sotto scacco l'intero settore, come avete sempre fatto, plasmando la normativa a vostro piacere per condizionare gli editori. Avete fatto male i conti e avete perso le elezioni!
Oggi, il digitale terrestre è una realtà; è finita l'epoca delle concessioni, delle lunghe attese fuori dalla porta di questo o quel sottosegretario. Oggi, abbiamo finalmente
frantumato le barriere di ingresso: quella fisica, moltiplicando i segnali di canali trasmissibili con la tecnica digitale; quella normativa, passando da un regime concessorio, che rispondeva alle logiche politiche, ad uno autorizzatorio, fondato su criteri oggettivi e non soggettivi.
Attualmente, sono 25 i canali televisivi in onda che utilizzano la tecnologia digitale, di cui 13 assolutamente nuovi. Si tratta di canali dai contenuti fortemente innovativi e interattivi; alcuni riguardano soggetti ed editori nuovi del settore della televisione gratuita.
Dopo anni in cui non siete riusciti in alcun modo ad intervenire sulla pianificazione delle frequenze a causa della saturazione di ogni risorsa disponibile, oggi sono nate 5 reti nazionali con standard digitali, con copertura superiore al 50 per cento. Abbiamo rifiutato ogni logica riduttiva e punitiva, diretta a circoscrivere il numero delle reti e delle risorse del sistema; non vogliamo cancellare le voci, semmai moltiplicarle.
Contrariamente a quello che voi avete fatto in passato, oggi non stiamo discutendo l'ennesima proroga di termini, stiamo definendo le modalità di cessazione del regime transitorio per l'avvio definitivo del digitale terrestre.
Al passaggio delle trasmissioni televisive dalla tecnica analogica a quella digitale corrisponde una diffusione di massa di innovazione tecnologica. L'esperienza ci ha insegnato che tale passaggio non può avvenire repentinamente, ma attraverso la costruzione di un processo evolutivo che si svolge in più fasi. Per questo motivo, attraverso il voto di oggi, l'Autorità disporrà di criteri su cui verificare se vi sia o meno il digitale terrestre.
Muoviamo da due istanze che hanno evidenziato rilievi assai precisi, ai quali abbiamo fornito piena risposta. Il primo riguarda la sentenza della Corte costituzionale n. 466 del 2002, che indicava la data del 31 dicembre 2003 quale termine ultimo per la cessazione del regime transitorio. È evidente che il decreto accoglie appieno le indicazioni della Corte, dunque, anche a seguito della verifica dell'Autorità, fino al 2006 saremo in un sistema misto analogico-digitale. Finalmente chiudiamo una fase transitoria durata fin troppo tempo!
Un secondo rilievo proviene dal Capo dello Stato: l'eccessivo lasso di tempo attribuito all'Autorità per effettuare la verifica e i poteri ad essa conferiti. Al riguardo, abbiamo ridotto i tempi da 12 a 4 mesi, confermandole il potere di chiudere le aziende. Quindi, piena rispondenza al dettato della Corte costituzionale e alle osservazioni del Presidente della Repubblica.
Stiamo assistendo ad un tentativo di spostare la discussione su un piano ideologico - un terreno nel quale, voi delle sinistre, vi trovate sicuramente a vostro agio -, piuttosto che su fatti concreti, che vorrei qui ricordare.
Nel nostro sistema radiotelevisivo vi è un doppio livello di tutela del pluralismo: quello esterno, in cui l'Antitrust punisce la posizione dominante e punta, quindi, a garantire il più ampio numero di voci possibili, e quello interno, attraverso le norme che impongono il rispetto dei requisiti di obiettività e imparzialità. Il digitale terrestre, dunque, risponde efficacemente ad entrambi i requisiti, rispettando le sentenze della Corte costituzionale a partire dal 1976, nonché i deliberati dell'Unione Europea sul concetto di «effettività».
Al riguardo, è importante sottolineare che la digitalizzazione non è un processo isolato come le sinistre ci vogliono far credere. Difatti, in un protocollo franco-tedesco, Schröder e Chirac hanno posto, tra i primi punti di cooperazione, l'innovazione tecnologica e la transizione del sistema televisivo dall'analogico al digitale; a Berlino il segnale televisivo analogico è stato spento e si è passati al digitale; a Tokyo è previsto lo switch off fra due anni.
Pertanto, non stiamo votando una proroga bensì l'introduzione di condizioni e modalità per determinare il passaggio da un sistema vecchio - quello analogico - ad un sistema misto digitale-analogico che ci porterà a pieno titolo nell'era digitale. Quindi non si tratta di un semplice differimento,
ma della chiara individuazione delle condizioni in cui il processo di innovazione può avvenire, con la verifica dell'Autorità e le relative sanzioni. Quello al nostro esame è, a mio parere, un decreto-legge chiaro, intelligibile, la cui portata ha ricadute sull'intero sistema radiotelevisivo e i cui tempi di applicazione sono estremamente brevi.
La convinzione, in attesa dell'approvazione definitiva della legge di sistema, è quella di compiere un ulteriore passo in avanti nell'arricchimento del pluralismo del sistema radiotelevisivo, rifuggendo da qualsiasi ipotesi censoria punitiva avanzata dalle sinistre (Applausi dei deputati dei gruppi della Lega Nord Federazione Padana e di Forza Italia).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Gentiloni Silveri. Ne ha facoltà.
PAOLO GENTILONI SILVERI. Signor Presidente, signor ministro, onorevoli colleghi, questa maggioranza sul decreto-legge in esame non ha problemi di numeri e di tempi - ci sono tutti i tempi per approvarlo - ma, come è noto, questa maggioranza ha dei problemi politici: pone la fiducia sul provvedimento perché non si fida di se stessa, e ponendola compie, verso il Parlamento, un atto grave. Difatti, così come sul progetto di legge, che porta la firma del ministro Gasparri, rinviato alle Camere dal Capo dello Stato, anche su questo decreto-legge « salva-Fede » voi avete rifiutato ogni dialogo, ogni miglioramento e gli stessi suggerimenti provenienti dalle Autorità di garanzia che, da ultimo, chiedevano, nel corso di un'audizione svoltasi in sede di Commissioni riunite, VII e IX della Camera, alcuni interventi di modifica sia in ordine alla data entro la quale l'indagine affidata alla Autorità dovrebbe concludersi, sia in ordine al potere sanzionatorio di cui l'Autorità deve essere fornita e che oggi, a giudizio dell'Autorità stessa, è incerto.
Su questo c'è stato da parte della maggioranza un muro: nessuna modifica e nessun dialogo. Lo avete fatto come chiudendo gli occhi e trattenendo il respiro - una maggioranza in apnea su questa vicenda -, pensando che, trattenere il fiato per qualche tempo ancora, vi consenta alla fine di portare a casa il risultato, cioè di salvare, come si dice, Retequattro in barba alla sentenza della Corte costituzionale e al messaggio del Presente della Repubblica. Signori del Governo, ministro Gasparri, non è così, e non sarà così! Questa linea miope e un po' estremista arrecherà ai vostri committenti solo danni. È troppo evidente che quell'effettivo arricchimento del pluralismo, richiesto dalla sentenza della Corte costituzionale, la n. 466 del 2002, e richiamato nel messaggio del Presidente della Repubblica, non c'è stato. Chiunque abbia una casa, una famiglia e frequenti degli amici, sa che non c'è stato un effettivo arricchimento nel pluralismo dell'offerta televisiva. Siamo alla situazione precedente, a quella che indusse la Corte a dire che, entro il 31 dicembre, Retequattro sarebbe andata sul satellite.
Signor ministro, quando fra tre mesi l'apnea sarà finita e vi troverete di fronte al definitivo ed inevitabile trasferimento di Retequattro sul satellite, noi diremo che questo accadrà in un modo non preparato ed improvviso e negativo per responsabilità vostra.
La sentenza della Corte costituzionale in virtù della quale la rete eccedente di Mediaset deve andare sul satellite risale al 1994. La legge che stabilisce le modalità attraverso le quali tale trasferimento deve compiersi risale al 1997. La sentenza della Corte costituzionale che pone una scadenza invalicabile risale al novembre 2002.
Cosa è stato fatto per dare attuazione a tali decisioni e a tali orientamenti? Se qualcuno sarà colpito dall'esito che si profila, se vi saranno a carico di qualcuno conseguenze occupazionali ed economiche, diremo loro di andare a protestare contro il Governo e diremo ad Emilio Fede di andare a largo Brazzà, sotto le finestre del Ministero delle comunicazioni: lì sono i responsabili, se, come ormai appare inevitabile, questa operazione si concluderà in tal modo.
Sono responsabili perché hanno rifiutato la linea della logica e della ricerca di soluzioni equilibrate e di compromessi, non nel senso di trattative e di «inciuci» con l'opposizione, ma in nome di un sistema pluralistico della televisione. Si tratta di una linea miope, che si concluderà con una sconfitta durissima per il gruppo Mediaset.
Tuttavia, il voto odierno presenta un ulteriore profilo, che va al di là dell'assetto del sistema radiotelevisivo e che è forse ancora più grave. In questi anni, abbiamo parlato molto dei vantaggi politici che derivano a Silvio Berlusconi dal controllo delle televisioni; ora constatiamo i vantaggi economici che derivano a Silvio Berlusconi dal controllo della maggioranza parlamentare.
Che fine ha fatto il disegno di legge Frattini? Chi l'ha visto? Perché il Senato da sette mesi non trova il tempo per la sua approvazione definitiva? La risposta è contenuta nel testo del disegno di legge stesso, in particolare negli articoli 3 e 6. L'articolo 3 prevede che il titolare di cariche di governo non possa partecipare ad atti che provocano un vantaggio patrimoniale per le aziende sue o di suoi parenti fino al secondo grado. Tale norma, se fosse stata in vigore, avrebbe vietato l'emanazione del decreto-legge in esame e la posizione della questione di fiducia sulla sua conversione. L'articolo 6 stabilisce che le aziende beneficiate da atti compiuti da titolari di cariche di governo in conflitto di interessi debbano pagare una sanzione pecuniaria pari al totale del vantaggio patrimoniale arrecato alle aziende stesse. L'approvazione del disegno di legge Frattini avrebbe pertanto reso illeciti l'adozione del decreto-legge e la posizione della questione di fiducia, e di fronte ad essi avrebbe posto a carico di Mediaset una sanzione pecuniaria pari a circa 150 milioni di euro, ovvero l'entità del vantaggio patrimoniale specifico che il provvedimento in esame produce a favore di Mediaset.
«Nessuno scandalo», dice oggi Berlusconi, a proposito del provvedimento in esame. Comprendo che per lui non sia uno scandalo il fatto che 300 miliardi di vecchie lire entrino nelle casse della sua azienda grazie a un decreto-legge convertito dal Parlamento, ma è uno scandalo per questo Parlamento: Berlusconi usa le sue televisioni per promuovere Forza Italia, e la sua maggioranza per proteggere i suoi incassi televisivi. Quello che non comprendo è cosa ci guadagnino i deputati della maggioranza che non fanno parte di Forza Italia, di quale logica e di quale «sindrome di Stoccolma» siano prigionieri: essi sembrano militarizzati per conto terzi. Qual è il beneficio che deriva dall'assicurare questo straordinario vantaggio patrimoniale all'azienda del Presidente del Consiglio per Alleanza nazionale, per l'UDC, per la Lega? Impedire la forzatura odierna andrebbe anche a loro vantaggio e contribuirebbe al riequilibrio del sistema. A nostro avviso, impedire tale forzatura risponde certamente all'interesse generale del paese e al pluralismo del sistema. Per tali motivi, il gruppo della Margherita esprimerà il proprio voto contrario sulla fiducia richiesta dal Governo e tenterà di continuare ad opporsi con tutti i mezzi a tale sconcio per il sistema televisivo e per le regole democratiche (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Butti. Ne ha facoltà.
ALESSIO BUTTI. L'onorevole Gentiloni avrebbe potuto anche rispondersi da solo.
Del resto, nella passata legislatura, il centrosinistra ha avuto a disposizione cinque anni per affrontare e risolvere il problema del conflitto d'interesse e, addirittura, l'ipocrisia è arrivata a livello tale da suggerire di non calendarizzare in Assemblea il provvedimento che affrontava il problema perché si avvicinavano elezioni.
Dunque, non lo avete risolto voi, in cinque anni, il conflitto d'interesse. Del resto, il provvedimento sul conflitto d'interesse faceva forse pendant con un altro
provvedimento che non siete stati in grado di portare a termine, il famoso disegno di legge n. 1138, che era, per così dire, la vostra riforma Gasparri.
Per vostra sfortuna, non avevate la maggioranza che oggi campeggia in quest'aula e c'era un ministro, Cardinale, che non aveva, forse, le attitudini e le capacità del ministro Gasparri.
GRAZIANO MAZZARELLO. Non è che, finora, sia andato tanto bene!
ALESSIO BUTTI. Vorrei, comunque, fosse chiaro che il Governo, su questa vicenda, avrebbe potuto limitarsi all'approvazione della semplice proroga per Retequattro e per Rai3. Avremmo così evitato la «dipartita di Fede sul satellite» (come è stata simpaticamente definita in quest'aula) ed avremmo, in tal modo, anche evitato a Rai3 di spogliarsi degli investimenti pubblicitari.
Invece, il Governo - noi abbiamo sostenuto tale scelta - ha pensato di percorrere una strada certamente più complessa dal punto di vista procedurale (ce lo avete insegnato voi, con un banale e, a volte, patetico filibustering anche in Commissione).
È stato complesso l'iter parlamentare; è stata complessa la vicenda politica, ma il Governo ha ritenuto di dover soddisfare le richieste del Quirinale. Mi riferisco, onorevoli colleghi (molti di voi non hanno nemmeno letto il testo del decreto-legge) al contenuto dell'articolo 1, comma 1, alle lettere a), b), c), ed al comma 2.
Il testo stabilisce che, entro il 30 aprile 2004, l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni debba svolgere una complessiva indagine per verificare l'offerta dei programmi televisivi digitali terrestri, accertare la quota di popolazione raggiunta dallo stesso digitale terrestre, valutare la presenza sul mercato di un congruo numero di decoder ad un prezzo accessibile e, soprattutto, accertare l'effettiva offerta al pubblico sulle reti digitali di programmi diversi da quelli diffusi dalle reti analogiche terrestri.
Il comma 2, che ho citato poco fa, richiama anche i poteri dell'Autorità. L'Autorità, infatti, contrariamente a quanto hanno asserito alcuni colleghi, ha dei poteri. Il decreto-legge stabilisce che la stessa abbia 30 giorni per verificare le tre condizioni ricordate poco fa.
I poteri sanzionatori, cari colleghi, sono quelli previsti dalla legge n. 249 del 1997 (la legge Maccanico che ben conoscete).
Abbiamo anche appreso da alcuni importanti broadcaster (la RAI, Mediaset, Telecom ed anche, ultimamente, Europa TV) che, alla data del 31 dicembre 2003, era già stata ampiamente raggiunta la copertura della popolazione richiesta.
Sappiamo che, non solo in linea teorica, ma anche pratica (seppure a livello embrionale, perché il digitale non si può realizzare con un semplice schiocco delle dita) è stato incrementato il pluralismo e che i decoder sono già disponibili sul mercato, con il finanziamento previsto di 110 milioni di euro che l'Ente poste gestirà per incentivare l'acquisto degli stessi decoder.
Non vi è alcun dubbio che l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni potrebbe, qualora accertasse infrazioni, irregolarità o l'insussistenza dei tre parametri richiesti dall'articolo 1, far cessare la diffusione analogica di Retequattro e intervenire anche su Rai3.
Ecco perché, onorevoli colleghi, a nessuno (ripeto, a nessuno) giova giocare irresponsabilmente con le parole, anche sotto il profilo del dibattito politico. Le conseguenze sarebbero certamente pessime per il gruppo privato italiano più importante, ma sarebbero disastrose per la stessa RAI.
Infatti, come ci è stato più volte ricordato (e nessuno ha avuto la forza di confutare la parole del direttore generale della RAI Cattaneo), la RAI perderebbe qualcosa come 150 milioni di euro in un momento delicatissimo per lo sviluppo dell'azienda, che finalmente si è dotata di un piano industriale impegnativo, di rilancio, per porre rimedio alle nefandezze compiute dai vertici della RAI negli anni passati. Se questo provvedimento non passasse sarebbe una sciagura per il sistema economico italiano e per l'occupazione di
migliaia di dipendenti sia del servizio pubblico RAI che di Mediaset. Questo Governo - e mi riferisco a quanto diceva poco fa il collega comunista Rizzo - ha a cuore l'occupazione e l'ha anche numericamente e percentualmente incrementata, vincendo un'importante scommessa: tutta l'occupazione, tutti i lavoratori; non facciamo l'esame del sangue ai lavoratori, né tantomeno ai proprietari delle aziende presso le quali prestano servizio questi lavoratori.
MAURA COSSUTTA. I lavoratori merce è così che li volete!
ALESSIO BUTTI. Se questo provvedimento non passasse - ascolti, che magari impara qualcosa, onorevole Maura Cossutta -, soprattutto non coglieremmo appieno il significato e la ratio della sentenza della Corte costituzionale n. 466 del 2002, che certamente non intendeva essere penalizzante per le aziende già operanti, bensì garantire il pluralismo nel mondo dell'informazione attraverso l'apertura anche a soggetti diversi dagli esistenti. La moltiplicazione dei canali e degli operatori resta determinante nella legge Gasparri e quindi anche in questo decreto-legge.
Ci si lamenta da sinistra che questo è un provvedimento che salva Retequattro. Ebbene sì, colleghi, è così e non mi sembra nemmeno un'osservazione tanto originale. Piuttosto, la ritengo incompleta, perché con Retequattro si salva anche RAI 3, ma a voi questo particolare sfugge, come sfugge il dovere del legislatore di sostenere tutte le aziende provviste di patrimonio ingente e necessario per la crescita culturale, economica e sociale del paese. Si chiama decreto-legge «salvareti» - ormai lo sanno anche i sassi - e non ci vergogniamo, perché questo provvedimento non è meramente assistenziale, come ci avete abituati qualche anno fa con gli interventi per la FIAT o per le aziende dell'ingegner De Benedetti. Qui, cari colleghi, non si assiste nessuno, ma si mettono tutte le aziende nella condizione di crescere e ogni azienda potrà far fruttare i propri talenti. Avete sensibilizzato le vostre leve sindacali e siete stati sensibilizzati dalle stesse, perché se questo provvedimento venisse respinto ciò comporterebbe la crisi lavorativa per molti dipendenti, come dicevo prima, sia dell'azienda del servizio pubblico che di Mediaset. Tuttavia, a voi questo non interessa e sacrificate sull'altare dell'odio a Berlusconi anche le battaglie che avete condotto al fianco dei lavoratori di queste due importanti aziende.
A questo punto, credo sia opportuno concludere, anche perché ci siamo detti tutto, veramente tutto, e quindi ogni polemica nulla ha da spartire con il merito del provvedimento, semmai con il metodo. Tuttavia, anche il metodo adottato, quello della fiducia al Governo, è necessario per evitare che la vostra sciagurata condotta politica e parlamentare, volta esclusivamente al reperimento di qualche consenso in più, possa generare conseguenze drammatiche sotto il profilo delle incertezze legislative in termini di occupazione per i dipendenti - lo torno a ripetere - del servizio pubblico e di Mediaset.
MAURA COSSUTTA. Non ti vergogni!
ALESSIO BUTTI. Sulla questione di fiducia sollevate pure un polverone, che per quanto alto e denso non potrà coprire la figuraccia che state attualmente facendo nell'altro ramo del Parlamento in politica estera: sto parlando della missione di pace in Iraq. Voi presentate i listoni elettorali, ma rimediate figuracce penose in politica estera, perché non siete uniti nemmeno in politica estera (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale)!
MAURA COSSUTTA. Sei fuori tema!
ALESSIO BUTTI. Nessuno ha strozzato il dibattito...
PRESIDENTE. Onorevole Maura Cossutta, lasci terminare l'onorevole Butti.
ALESSIO BUTTI. Stiamo parlando di informazione e di comunicazione ormai da due anni. Abbiamo cercato il confronto,
anche su questo decreto-legge, ma voi ve ne infischiate di quello che dice o che ha detto il Presidente della Repubblica, come ve ne infischiate delle esigenze del paese. Il vostro unico obiettivo è la polemica, la disinformazione, forse la confusione e il caos. A questo gioco non giochiamo: noi ci schieriamo con le centinaia di imprenditori che attendono certezze dalla legge per investire di tasca propria - di tasca propria! - sul futuro delle loro aziende e quindi dei loro dipendenti. Il centrodestra non spegne nessuno, non tappa la bocca a nessuno, cari colleghi, nemmeno a RAI 3, nonostante il noto ruolo politico esercitato da quella rete.
Concludo, signor Presidente, dicendo che questo decreto-legge è in qualche modo propedeutico - anzi, può anche essere definito un corollario - al disegno di legge Gasparri, che con l'avvio del digitale le voci non le spegne - non ci stancheremo mai di ripeterlo - ma le moltiplica. Pertanto, sosterremo l'azione del Governo, al quale esprimiamo convintamente la fiducia (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Bogi. Ne ha facoltà.
GIORGIO BOGI. Signor Presidente, colleghi, penso sarebbe una scelta sbagliata passare troppo tempo a rintuzzare l'argomento della maggioranza che il decreto-legge e la questione di fiducia posta su di esso siano stati motivati da ragioni di tecnica parlamentare, dall'esigenza di rispettare i tempi dei lavori parlamentari. Complessivamente gli emendamenti presentati dall'opposizione non erano più di 90 e la discussione sulle linee generali è stata affrontata con grandissima contenutezza. Il dato che emerge dall'utilizzazione dello strumento del decreto-legge e dalla posizione della questione di fiducia su di essi è che la maggioranza ed il Governo non sono stati in grado di prevedere le difficoltà e i dissensi che avrebbero incontrato nell'iter legislativo del disegno di legge Gasparri.
La sentenza della Corte costituzionale vi ha stretto. Il messaggio del Presidente della Repubblica, che ha fatto prevalente riferimento alla sentenza della Corte n. 466 ed ai giudizi delle autorità indipendenti, vi ha stretto. E, nel tentativo di salvare uno dei nodi - forse «il nodo» -, nel tentativo cioè di evitare che Retequattro sia obbligata a trasmettere da satellite, siete stati costretti all'uso di strumenti parlamentari affatto straordinari: il decreto-legge e la posizione della questione di fiducia sullo stesso decreto.
Che cos'è che vi porta a non capire? Qual è la vostra difficoltà ad inquadrare i problemi della nostra società complessa? Che cosa vi costringe a compiere questi errori? Sarà difficile sostenere che, dopo un lungo periodo di elaborazioni, siete costretti, per salvare uno dei nodi sui quali puntate, a presentare un provvedimento straordinario come il decreto-legge e poi a porre su di esso la questione di fiducia!
In realtà, la maggioranza non si ritiene affidabile: questo è il dato prevalente. E non è neppure, credete, il dato fondamentale al quale voglio riferire il mio breve intervento. La maggioranza non si ritiene affidabile e la posizione della questione di fiducia è nello stesso percorso che ha portato al rinvio in Commissione del disegno di legge Gasparri. Questi sono dati oggettivi, che voi non potete nascondere dietro all'argomento tecnico della necessità di rispettare i tempi di approvazione di altri decreti-legge all'ordine del giorno!
Questo comportamento, in realtà, esprime la vostra oggettiva difficoltà ad inquadrare culturalmente i problemi di questa nostra società e non soltanto quello attinente alla comunicazione. In quest'ultimo ambito trovate dei vincoli molto forti a risolverlo in un modo che corrisponde ad interessi, ma quello che emerge è la vostra oggettiva incapacità di inquadrare culturalmente i problemi di questo paese, al punto tale che mai abbiamo constatato un conflitto così rilevante come in questo periodo fra gli interessi particolari ancorché legittimi di questo paese. E questa difficoltà culturale di fondo vi impedisce
di inquadrare un problema delicato, complesso, come è appunto quello del sistema della comunicazione.
Per questa ragione il vostro comportamento politico conduce al prevalere di interessi particolari e, nel caso specifico, quali interessi particolari, di quale entità! Bloccate ogni confronto sul merito del problema, ponendo la questione di fiducia, perché, in realtà, non siete in grado di affrontare un confronto sugli argomenti tecnici oggettivi del provvedimento! E non siete in grado perché la vostra previsione di sviluppo tecnico dei supporti è basata sull'accenno miracolistico ed unico al digitale, mentre tutte le analisi dicono che contemporaneamente stanno emergendo le capacità di trasmissione di segnali in video di buona qualità, mediante rete telefonica, mediante fibra ottica. Si parla ormai della cosiddetta rete globale e voi ci parlate del miracolo del digitale e basta! In realtà non avete un disegno sull'evoluzione del sistema tecnico di supporto, perché è chiaro che, se voi orientate gli investimenti in un senso, mancheranno nell'altro. Non avete un disegno che corrisponda ad una concezione culturale moderna e democratica di questa società! Non parlo del mancato inquadramento corretto del mercato pubblicitario: vale quello che sono venuti a dire eminenti esponenti, fintanto che voi manterrete il valore terzo alle autorità indipendenti (cosa che state oggettivamente minacciando e non può essere un caso particolare).
Che cosa dite nel decreto-legge, funzionalmente alla possibilità di continuare il lavoro sulla cosiddetta legge Gasparri, che vi è sfuggito di mano per i motivi cui accennavo precedentemente? State definendo una nuova concezione di rete nazionale, ma, diciamo la verità - mi scuso con il Presidente, perché l'espressione forse non è adatta all'aula -, sembrate autori di una rivista goliardica: è nazionale ciò che raggiunge il 50 per cento più uno (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo)! Ma quando mai!
L'interesse particolare vi ha stretto, e la vostra debolezza culturale oggettiva non vi ha consentito di inquadrare tale interesse nell'ambito dello sviluppo di un sistema che, evolvendosi nel futuro, avrebbe potuto essere più accogliente anche verso gli interessi particolari. Non avete avuto tale capacità, ed allora avete stretto i tempi ed i modi dell'intervento in questa materia con un decreto-legge e con la posizione della questione di fiducia sul provvedimento stesso.
La proprietà di Retequattro non è un caso marginale, ma in realtà, secondo me, contrariamente a quello che sembra pensiate voi, non si tratta del nodo fondamentale per quanto concerne l'assetto del sistema italiano della comunicazione. Vorrei dirvi solamente che le società si governano non solo con le norme, ma anche con il costume, e gli uomini che ricoprono incarichi rilevanti fanno costume con il loro comportamento! Infatti, quand'anche spieghiate nei fatti agli italiani che si può procedere in questi termini nel lavoro parlamentare, a tutela di un interesse particolare ben identificabile del Presidente Consiglio, che costume avrete suggerito agli italiani? Quello al quale siete andati incontro con i condoni ed i provvedimenti particolari: ma credete che si possa governare una grande società moderna con una concezione di questo genere? Credete che siano questi i valori culturali ed etici mediante i quali una società viene guidata in un mare complesso, come quello della sopravveniente modernità?
Di questo si tratta, e non solo degli aspetti particolari di un decreto-legge che salva il salvabile del cosiddetto disegno di legge Gasparri: stiamo parlando del giudizio sulla vostra capacità di accogliere le istanze complesse di questa società e di dare loro soluzioni moderne e democratiche! È questa vostra debolezza che ci induce ad annunciare il nostro voto contrario sulla vostra richiesta di fiducia (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo e Misto-Comunisti italiani).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Sanza. Ne ha facoltà.
ANGELO SANZA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, come i deputati dell'opposizione componenti le Commissioni ben sanno, ho sempre seguito, con continuità e discrezione, il tema di cui al presente decreto-legge senza mai assumere posizioni di scontro. Infatti, non ho mai usato negli ultimi tempi toni che potessero essere considerati di scontro e di contrapposizione, come quelli che ho sentito echeggiare in queste ore, in quest'aula.
Per quanto concerne i voti di fiducia, di cui tanto si è parlato in questi giorni e in queste ore, vorrei ricordare che nella scorsa legislatura la precedente maggioranza, per lo stesso periodo di tempo, pose per oltre trenta volte la questione di fiducia; l'attuale maggioranza, invece, lo ha fatto solo per dieci volte, e per motivi attinenti ai lavori parlamentari.
La maggioranza, quindi, cari amici, non ha problemi politici sul merito del provvedimento. La votazione della fiducia rappresenta una scelta tecnica, volta a risparmiare tempo all'intenso lavoro legislativo di questo periodo, ed a superare - se me lo consentono alcuni degli amici dell'opposizione - quel muro duro che essi continuamente frappongono nel dialogo tra maggioranza e minoranza.
Onorevole Gentiloni, non c'è alcuna «sindrome di Stoccolma» né c'è un problema di difesa ad oltranza degli interessi del Presidente del Consiglio: c'è solo l'interesse, di questa maggioranza e di questo Governo, a salvare tecnologicamente un'industria ed a far sì che si possa guardare avanti almeno in questo settore, considerato che, in molti altri, il paese registra una crisi od una recessione.
Riguardo a questo tema, abbiamo più volte provato ad avere un passaggio parlamentare responsabile e costruttivo. Con il decreto-legge al nostro esame, siamo costretti ad un passaggio parziale e tecnico, che, però, non va inteso in senso riduttivo: infatti, esso non costituisce né una semplice sanatoria né una semplice proroga dell'esistente. Al contrario di quanto è avvenuto nella scorsa legislatura, nel corso della quale furono presentati ben tre decreti-legge di proroga dei termini per l'esercizio radiotelevisivo - il che denunciava l'incapacità della maggioranza di Governo di allora di giungere ad una riforma complessiva del sistema -, il presente decreto-legge, come ha ricordato bene ieri il sottosegretario Innocenzi, non intende semplicemente differire di quattro mesi il termine del 31 dicembre indicato dalla Corte costituzionale con riferimento all'esercizio delle reti televisive cosiddette eccedenti. Il provvedimento è volto ad individuare le condizioni e le modalità necessarie per inaugurare una fase nuova del sistema della comunicazione fondata sull'adozione dello standard digitale. Pertanto, esso accoglie letteralmente, senza alcuna mediazione, le indicazioni contenute nel messaggio del Presidente della Repubblica, il quale segnalava, in primo luogo, la necessità di una riduzione dei tempi per la verifica delle Autorità riguardo allo sviluppo del digitale e, in secondo luogo, l'attribuzione di poteri sanzionatori in caso di verifica negativa. Tali indicazioni sono state riprese, appunto, in modo letterale da questo decreto-legge.
Perciò, sorprende il duro atteggiamento dell'opposizione, la quale, anziché accogliere la disponibilità della maggioranza a rivedere l'impostazione del disegno complessivo della legge Gasparri proprio sui punti richiamati dal Capo dello Stato, continua ad agitare ossessivamente gli slogan fondati sul conflitto di interessi, rifiutandosi di entrare nel merito del provvedimento.
Ho constatato, anzi, che alcuni dei colleghi più addentro nella materia hanno tenuto nelle loro dichiarazioni di voto un atteggiamento estraneo alla questione della quale stiamo discutendo. Inoltre, anche chi è voluto entrare nel merito (alludo a qualche intervento che ho ascoltato ieri) ha esasperato uno scontro che, a mio avviso, è più politico che di merito, forse perché è già cominciata una campagna elettorale che si prospetta lunga.
Da decenni, ormai, siamo abituati - noi della maggioranza e questo Parlamento - a legiferare nella materia radiotelevisiva. Negli ultimi venticinque anni, tale materia è stata oggetto di una violentissima contesa politica affrontata a suon di decreti-legge, di sentenze della Corte costituzionale e di interventi normativi di ogni genere. Era tempo, però, poiché non accadeva dal 1990, di affrontare una riforma organica dell'intero sistema radiotelevisivo, così come la legge Gasparri ha inteso disegnarla, con il contributo migliorativo - perché no? - del Parlamento. Una riforma di cui questo decreto-legge è, a nostro avviso, solo un passaggio necessario ed importante, ma solo un passaggio, proprio perché ne condivide lo spirito, l'impostazione e gli obiettivi. È proprio questo il punto. Infatti, con il provvedimento che discutiamo oggi, non vogliamo salvare alcuna rete. Non è questo un decreto «salva rete», come hanno ricordato altri colleghi della maggioranza. È, invece, un testo normativo in cui si indica una serie di condizioni, perché lo stesso sistema televisivo si sviluppi e non si mortifichi, perché gli utenti abbiano più scelte gratuite e di facile accesso anziché una scelta impoverita e mortificata; insomma, perché l'intero sistema radiotelevisivo italiano possa seriamente svilupparsi.
Questa è la differenza tra chi, oggi, si propone di approvare la conversione in legge di questo decreto-legge e chi, invece, per ragioni di polemica politica, la contrasta.
Tutti, in questi mesi, si sono detti, a parole, favorevoli agli sviluppi offerti dal sistema digitale terrestre; poi, però, di fronte alle iniziative concrete, all'avvio delle reti e alla messa in onda di nuovi canali interattivi, l'unica risposta che sa dare l'opposizione è gridare alla truffa e all'ormai stantio tema del conflitto di interessi. Ne abbiamo sentita qualche eco ancora pochi minuti fa.
Colleghi dell'opposizione, date, almeno una volta, un segno di responsabilità e di maturità politica, non verso la maggioranza, ma verso il paese che vi osserva! Siamo convinti che ciò si possa fare, che si possa voltare pagina e pensare concretamente e responsabilmente allo sviluppo di questo sistema. Tutto ciò, attraverso la chiave del digitale terrestre di cui questo provvedimento - l'ho già ricordato - rappresenta solo un piccolo passo.
Alla vostra polemica sul conflitto di interessi, rispondiamo, quindi, con le condizioni concrete, con obiettivi trasparenti sottoposti al giudizio dell'Autorità per avviare un sistema nuovo.
Alla vostra richiesta di mortificare il panorama della comunicazione, limitando reti e sottraendo risorse, rispondiamo con iniziative concrete che già fanno intravedere la nascita e l'affermazione di una nuova stagione.
PRESIDENTE. Onorevole Sanza...
ANGELO SANZA. Per questi motivi, con la convinzione di fare un grande passo in avanti, voteremo favorevolmente, non solo sulla fiducia richiesta dal Governo, ma anche sulla conversione in legge di questo decreto-legge, ritenendolo una tappa importante nel quadro più ampio del riassetto del sistema della comunicazione nel nostro paese (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia e della Lega Nord Federazione Padana).
PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto sulla questione di fiducia.
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