Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 425 del 17/2/2004
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(Interventi per l'illustrazione delle proposte emendative - A.C. 4645)

PRESIDENTE. Passiamo dunque agli interventi per l'illustrazione delle proposte emendative.
Ai sensi dell'articolo 116 del regolamento, così come costantemente interpretato, potranno intervenire i presentatori degli emendamenti per non più di trenta minuti ciascuno e comunque, secondo quanto convenuto in sede di Conferenza dei Presidenti di gruppo, in modo tale da consentire che la discussione si concluda entro le ore 14. In base alla costante prassi applicativa, l'intervento di ciascun presentatore varrà quale illustrazione di tutti gli emendamenti da lui sottoscritti, restando conseguentemente preclusi ulteriori interventi sui medesimi emendamenti.
Avverto infine che, ai sensi dell'articolo 96-bis, comma 7 del regolamento, la Presidenza non ritiene ammissibile l'emendamento 1.65 Lusetti (vedi l'allegato A - A.C. 4645 sezione 1), già dichiarato inammissibile in Commissione, riguardante i requisiti per la licenza di operatore di rete locale, in quanto non strettamente attinente alla materia del decreto-legge che concerne la disciplina per la definitiva cessazione del regime transitorio della legge n. 249 del 1997.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Sasso. Ne ha facoltà.

ALBA SASSO. Signor Presidente, già nel corso della discussione sulle linee generali del provvedimento svolta nella seduta di ieri, era nell'aria la decisione, poi comunicata ufficialmente dal rappresentante del Governo alle ore 16 circa, di porre la questione di fiducia sul provvedimento in esame. Mi pare ciò costituisca un ulteriore evidente segnale della crisi della coalizione di Governo, nonostante le trionfalistiche dichiarazioni sui giornali rispetto alla cosiddetta avvenuta verifica.
I fatti dicono altro e sono sotto gli occhi di tutti: il Parlamento ha trascorso le ultime settimane rinviando l'esame di tanti provvedimenti (mi riferisco, in particolare, alla legge Gasparri e alla legge Boato) sui quali la maggioranza continua a dividersi ed a litigare aspramente, fuor di metafora, come abbiamo potuto riscontrare nel corso della discussione sulla cosiddetta legge Boato.
Dopo l'incredibile ed inusuale richiesta di fiducia sulla legge finanziaria nel dicembre scorso, ieri è stato chiesto di porre la questione di fiducia sul decreto «salva Retequattro»: credo si tratti di un'ulteriore e gravissima manifestazione del conflitto di interesse, dal momento che si finisce con il legare la sorte del Governo, e forse anche della legislatura, alla soluzione di una questione patrimoniale del Presidente del Consiglio.
Se il Governo - argomentava, a conclusione del suo intervento di ieri, l'onorevole Panattoni - dovesse porre la questione di fiducia sul provvedimento in esame (non era, purtroppo, un periodo ipotetico dell'impossibilità) bisognerebbe dire agli italiani che esso, anche se la sua maggioranza dispone di cento deputati in più, sempre meno se la sente di affrontare la discussione parlamentare né con la maggioranza né con l'opposizione.
O meglio, bisognerebbe affermare che il Governo ha paura della sua stessa maggioranza e pone la questione di fiducia su un provvedimento che non può correre rischi e deve assolutamente essere approvato. Infatti, a differenza di quanto argomentato dai relatori di Camera e Senato, proprio questa scelta dimostra concretamente che non stiamo parlando di un decreto che anticipa elementi di riassetto di sistema o che risponde alla necessità di garantire quel pluralismo dell'informazione sollecitato dal rinvio alle Camere da parte del Presidente Ciampi, ma che si tratta di un decreto che deve salvare una televisione del Presidente del Consiglio.
Certo, a questo punto, appare un po' irreale intervenire sul complesso degli emendamenti, che non saranno comunque discussi, ma ritengo sia comunque necessario riprendere alcune questioni, da noi evidenziate più volte durante il dibattito in Commissione sia al Senato sia alla Camera e riprese in molti dei nostri emendamenti.


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La maggioranza sostiene che non si tratta di un puro e semplice provvedimento di proroga di quanto disposto dalla sentenza della Corte costituzionale del novembre 2002, che fissava appunto al 31 dicembre 2003 la fine del regime transitorio previsto dalla legge Maccanico, in quanto questo decreto-legge definisce le modalità di cessazione del regime transitorio per l'avvio definitivo del digitale terrestre. Dunque, secondo le parole dei relatori, si tratterebbe di un provvedimento che guarda al futuro.
Le indicazioni contenute nel decreto-legge in esame sono finalizzate a favorire l'intervento dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni affinché verifichi la sussistenza delle condizioni utili a dimostrare l'avvio del digitale terrestre nel nostro paese e a sancire così, in modo definitivo, un passaggio storico nello stesso sistema radiotelevisivo.
Tuttavia - lo abbiamo sostenuto più volte - questo provvedimento, approvato frettolosamente in dicembre e trasmesso alle Camere nel gennaio di quest'anno, piuttosto che prefigurare un nuovo assetto, appare come una veloce e tempestiva risposta alla bocciatura della legge Gasparri.
La legge Gasparri inventava un sistema per fornire risposte al problema posto dalla sentenza della Corte costituzionale, appunto l'avvento del digitale. Tuttavia, vista la mancata operatività di tale legge entro il dicembre 2003, in quanto rinviata alle Camere, occorreva approntare un decreto-legge che ne riprendesse lo spirito e gli obiettivi e, soprattutto, era necessario che tale decreto fosse convertito alla svelta.
Secondo quanto affermato dalla maggioranza, il decreto-legge risponde alle osservazioni del Presidente della Repubblica contenute nel messaggio di rinvio alle Camere, sulle quali tanto si è scritto e si è discusso in questi ultimi tempi. Tuttavia, le osservazioni del Presidente Ciampi sulla legge Gasparri riguardano in primo luogo il fatto che questa cosiddetta riforma non garantisce il pluralismo dell'informazione che, a nostro parere, costituisce la condizione essenziale, il presupposto fondamentale e il valore fondante di qualunque democrazia. Dunque, sarebbe stato giusto accogliere la nostra richiesta di discutere tutta la legge Gasparri e non solamente alcuni articoli, come invece si è deciso di fare in quest'aula.
Il pluralismo - lo hanno detto molti colleghi che mi hanno preceduta - esiste se esiste una concorrenza, se esiste la possibilità per nuovi soggetti e nuovi gestori di affacciarsi sul mercato, se vi è libertà di opinione e concorrenza tra i soggetti.
Affinché si possano considerare realizzate le condizioni in grado di giustificare il superamento del termine del 31 dicembre 2003 deve ricorrere la condizione, rientrante tra le osservazioni formulate dal Presidente della Repubblica, che sia avvenuto un effettivo arricchimento del pluralismo derivante dalla espansione della tecnica di trasmissione digitale terrestre; ma questa osservazione del Presidente Ciampi non mi pare sia rispettata e contenuta nel decreto-legge al nostro esame.
La sfida dell'innovazione - lo sottolineo - interessa molto anche noi. Sono tra quelli, ne abbiamo discusso anche durante l'esame in prima lettura della legge Gasparri, che hanno sempre pensato che la televisione non sia affatto una cattiva maestra, anzi credo che essa possa costituire un potente e ineliminabile fattore di crescita e di formazione democratica soprattutto nell'era dell'interattività. Certo, è una scommessa quella dei consumatori più avvertiti e più capaci di scegliere la qualità; però, se questi potessero scegliere tra offerte diversificate un passo avanti forse si potrebbe fare. Ma tutto ciò a patto che anche questa sfida non diventi un ennesimo e tristissimo escamotage per aggirare le norme antimonopolio e le norme antitrust al fine di riprodurre il duopolio televisivo e trasferirlo anche nel digitale.
Come riferisce Giovanni Valentini in un recente articolo apparso su la Repubblica, a parere degli esperti più attendibili e della stessa Autorità antitrust, il nuovo sistema non si realizzerà in tempi brevi. A parte i decoder e le antenne, secondo uno


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studio di Simmaco Consulting bisognerà sostituire i 38 milioni di televisori esistenti in Italia; e anche per avere un solo apparecchio digitale per famiglia, cambiandone quindi circa 20 milioni e mezzo, saranno necessari tra i 7 e i 9 anni. Conclusione: un vero mercato della TV digitale in Italia non potrà nascere prima del 2010-2012; d'altra parte, la stessa legge Gasparri prevedeva l'avvento pieno del digitale entro il 2006. Allora, cosa si può verificare entro poco più di quattro mesi? Cosa potrà verificare l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, per di più con parametri così incerti e generici come quelli definiti da questo decreto-legge? Si potrà verificare che il 50 per cento del territorio nazionale è coperto dal segnale? Ma, in quest'ultimo caso, questo non significa che i cittadini delle zone coperte riescano ad intercettare il segnale. Si potrà verificare che esistono decoder a prezzi accessibili - sappiamo che già ci sono -, ma non è detto che questi apparecchi siano realmente nelle case degli italiani. L'Autorità potrà verificare che vi è un aumento dei programmi offerti, ma non è detto che quest'incremento non possa essere la replica dell'analogico in digitale di programmi che i cittadini già vedono. Basterà questo per rappresentare un effettivo aumento del pluralismo come auspicato dal Quirinale? Basterà questo per parlare di sistema misto analogico-digitale? Oppure questo sarà un colossale aggiramento delle norme per dichiarare finito il regime transitorio e mantenere, anzi rafforzare, posizioni dominanti anche nella raccolta della pubblicità e sancire, ancora una volta, il predominio della televisione sulla carta stampata.
Noi abbiamo, dovrei dire avevamo, proposto degli emendamenti su molti aspetti di questo decreto-legge, ad iniziare dalla individuazione dei parametri percentuali per la valutazione dell'offerta dei programmi televisivi digitali terrestri, alla definizione di termini precisi entro i quali l'Autorità dovesse adottare deliberazioni in ordine alle violazioni dei limiti previsti per le emittenti televisive.
Se questo non c'è, se tali emendamenti non saranno approvati - e non lo saranno - sussiste il rischio - ma riscontro che ciò viene percepito quale rischio soltanto da parte nostra - della prosecuzione a tempo indefinito dell'esercizio delle reti eccedenti i limiti previsti. Da ciò, il sostanziale salvataggio di Retequattro.
Abbiamo posto l'esigenza di un potere sanzionatorio diretto, a seguito di un eventuale esito negativo dell'accertamento compiuto da parte dell'Autorità. Se vi fosse stata effettivamente la volontà di conferire reali poteri sanzionatori all'Autorità e non la volontà di trovare l'escamotage di cui ho parlato in precedenza, il decreto-legge avrebbe dovuto rinviare all'articolo 7 della legge n. 249 del 1997. Tale norma prevede che al termine del periodo transitorio, nel caso di superamento del limite del 20 per cento stabilito dalla legge per il possesso di reti televisive analogiche, l'Autorità indica il termine entro il quale i programmi irradiati dalle emittenti devono essere trasmessi esclusivamente via satellite o via cavo. Solo in tal modo l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni avrebbe potuto imporre l'immediata cessazione delle trasmissioni nel caso di accertamento negativo, come ha sottolineato il presidente dell'Autorità stessa, professor Cheli, in sede di audizione presso le Commissioni parlamentari.
Con la decisione di porre la questione di fiducia sul provvedimento in esame, avete impedito ai deputati, non solo dell'opposizione, ma anche della maggioranza, di migliorare il testo, o almeno di discutere su tali temi, che non appartengono solo a voi. Approverete un decreto-legge confuso e pasticciato, che si presterà a ricorsi e a quegli stessi rilievi di costituzionalità che avete respinto, sia al Senato sia alla Camera. Tuttavia, non sarà altrettanto facile che il decreto-legge resista ai rilievi dei giudici della Corte costituzionale.
Siamo convinti che lo sviluppo della tecnologia e della ricerca possa aiutare le persone, in questa società complessa, a vivere meglio e ad aumentare le relazioni, il sapere e la conoscenza. Tutto ciò è necessario


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per vivere nella cosiddetta società della conoscenza. Lo sviluppo della tecnologia e della ricerca, a nostro avviso, è un valore finalizzato a garantire i diritti di tutti, in una democrazia che, per crescere, ha bisogno di donne e uomini educati, anche dal pluralismo dell'informazione, ad esercitare autonomia di pensiero e capacità di critica. Al contrario, per voi, le parole innovazione e tecnologia sono parole vuote, alle quali non seguono i fatti. Anche in questa triste vicenda avete dimostrato che, per voi, esse sono solo parole che servono a coprire gli affari privati della ditta (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Panattoni. Ne ha facoltà.

GIORGIO PANATTONI. Signor Presidente, intendo preliminarmente segnalare l'imbarazzo e la vergogna che proviamo oggi nel doverci limitare ad illustrare emendamenti di buonsenso senza alcuno scopo: infatti il Governo, nonostante la considerevole maggioranza di cui dispone in questa Assemblea, ha deciso di porre la questione di fiducia per salvare una rete televisiva del Presidente del Consiglio.
Ha messo la fiducia contro la propria maggioranza, non contro l'opposizione, perché non si fida, perché ha paura, perché è debole, perché non ha strumenti di controllo, perché sa che sta commettendo quasi un «atto illecito».
Stamattina, in questa condizione un po' surreale, viene in mente Calvino ed il suo cavaliere inesistente, perché non c'è un Presidente del Consiglio autorevole per questa povera nazione che sta andando allo sfascio; un «Cavaliere inesistente» che, solo qualche anno fa, era un barone rampante e che, forse, alle prossime elezioni diventerà un visconte dimezzato.
Si tratta di una condizione che, francamente, ci angoscia. Non siamo infatti abituati, in quest'aula, a discutere di interessi privati di qualcuno. Credevamo che il compito del legislatore, che la nostra delega fosse quella di operare per gli interessi del paese. Siamo costretti a dover rinunciare a difendere interessi generali e a discutere di fatti privati di un potente uomo d'affari. A me pare che si sia superato ogni limite di decenza e che gli italiani non meritino un Governo che li obblighi a subire affronti di tale natura.
È poi sorprendente che anche la maggioranza più inquieta, quella che si agita nelle verifiche, quella che chiede spazio, quella che chiede visibilità, che fa finta di opporsi agli atti più ruvidi e più personali di questo Governo, assenta e si schieri sistematicamente, in tutte le decisioni importanti, con gli interessi materiali del Presidente del Consiglio.
Tale è il modo, ci pare, con cui questa maggioranza e questo Governo intendono la democrazia parlamentare: il Parlamento è un intralcio, un'inutile perdita di tempo, una perdita di efficienza nei processi decisionali per i propri affari. Ossia, è un'istituzione tra lo scomodo e l'inutile, sostanzialmente superflua, che rallenta i processi di mercato, ossia quelli che portano diritti alla salvaguardia degli interessi materiali di coloro che vi operano. C'è da restare, francamente, stupefatti e, se mi è consentito dirlo, anche spaventati.
Quando, a suo tempo, parlammo di rischio di regime, tutti ci dissero che stavamo esagerando, che non era vero. Più tempo passa, più riteniamo che tale rischio stia diventando estremamente concreto e che già si stia manifestando in tutta una serie di decisioni che nulla hanno a che vedere con gli interessi generali del paese.
Che cosa avremmo voluto discutere, di questo provvedimento? Quali emendamenti abbiamo proposto, e perché?
Innanzitutto, li abbiamo proposti perché questo provvedimento è inaccettabile, ma non solo: è confuso, impreciso, scarsamente definito; lascerà un lungo strascico di ricorsi ed un lungo contenzioso. È costruito, infatti, con l'ambiguità che consente di risolvere i problemi di Retequattro, lasciando tuttavia aperto un mare di problemi e di contraddizioni (che, ovviamente, non è in grado di risolvere, perché se li affrontasse avrebbe qualche grave problema).


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Cercherò di illustrare questi concetti venendo al contenuto dei nostri emendamenti. Come premessa, dico che non siamo solo noi a dire queste cose. Le dice anche il responsabile dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, il quale - con una richiesta di grande onestà - ha chiesto al Parlamento: ditemi cosa devo fare; non fatemi fare da solo questo misfatto, non mettete un'autorità indipendente nelle condizioni di dover fare una scelta senza avere un supporto preciso, che derivi da una responsabilità politica; siete voi, maggioranza e Governo, che dovete assumervi la responsabilità di quello che mi chiedete di fare.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE MARIO CLEMENTE MASTELLA (ore 9,35)

GIORGIO PANATTONI. Ebbene, questa maggioranza, ha colto al balzo questa richiesta e ha fatto alcune cose - lo dico con franchezza - estremamente discutibili. La prima è la definizione di rete nazionale. Ne abbiamo già parlato ieri in discussione generale, ma mi interessa richiamare la questione perché è questo uno dei punti fondamentali sui quali dobbiamo chiamare gli italiani a decidere se questo Governo stia facendo un'operazione giusta o un'operazione sbagliata. La legge in vigore definisce rete a copertura nazionale una rete che copre l'80 per cento del territorio nazionale, cioè il 90 per cento della popolazione. Questo decreto-legge definisce rete a copertura nazionale una rete che copre il 50 per cento della popolazione cioè un quinto (vale a dire il 20 per cento) del territorio nazionale. È un'assurdità: come si fa a definire nazionale un'estensione territoriale che è più piccola della Padania, per fare un esempio qualunque? Come dicevamo ieri, ci pare che occorra cambiare il dizionario della lingua italiana, perché l'Italia si è improvvisamente ristretta, è diventata piccola piccola. Questo, però, occorreva fare per salvare Retequattro e non c'è stata esitazione a proporre come nazionale una dimensione che rappresenta un quinto del territorio del paese. Giudicheranno gli italiani di questa assurdità così palese che credo non abbia bisogno di ulteriori sottolineature e commenti.
Il secondo punto che noi volevamo emendare è quello in cui il decreto-legge dice che l'Autorità deve verificare questa condizione di copertura. A quale data? Al 31 dicembre 2003, cioè la data fissata dalla Corte costituzionale? Ad altra data? Esiste, secondo il buon senso, un concetto di misura che non sia riferito a un punto, a una data, a un tempo, ossia a un riferimento certo? Ovviamente no, non esiste. Anche questa volta occorrerà cambiare il dizionario della lingua italiana, ma anche questa volta non c'è stata nessuna esitazione. Meglio lasciare nel vago, perché così si può aggiustare meglio la misura. Se poi l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha dei problemi, ciò ovviamente non riguarda la politica. Questa è la concezione con la quale questo Governo opera anche nei confronti delle autorità indipendenti. Basti pensare al modo con cui ha cancellato le sacrosante indicazioni e osservazioni dell'Autorità garante, che sul SIC credo abbia definitivamente seppellito questo concetto assolutamente nebuloso, virtuale e non misurabile. Ma questo Governo non ne tiene e non ne terrà conto.
E veniamo al terzo punto. Il decreto-legge - che noi volevamo modificare - dice che l'Autorità deve tener conto delle tendenze in atto nel mercato. Non abbiamo capito, delle due l'una: o l'Autorità misura o tiene conto delle tendenze, perché, se misura e poi deve tener conto delle tendenze, è inutile che misuri! Ma come si fa a dire ad un'Autorità che le sue misure non servono a nulla? È evidente infatti che, se si misura la tendenza verso l'innovazione e verso il futuro, è inutile che si vada a fare la misura al 31 dicembre 2003! Si dice all'Autorità: lavora e misura, ma tanto non serve, perché la decisione è già stata presa, l'abbiamo presa per legge; ti diciamo che va bene così, ma siccome formalmente, per dare una risposta «nobile» - tra virgolette - ad una delle osservazioni del Presidente della Repubblica, occorre che qualcuno dia senso e


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corpo reale alle cose che vogliamo fare, allora tu misura, tanto il risultato è già definito, è già fissato!
Bel modo di trattare le Autorità! Bel rispetto che si ha di loro in questo paese! Bella fiducia ed anche bella considerazione delle attribuzioni di responsabilità, soprattutto tenendo conto che stiamo operando nel settore televisivo dove, guarda caso, il Presidente del Consiglio ha degli interessi materiali rilevanti! È sorprendente! Anzi no, è normale, purtroppo, in questa Italia di inizio secolo. Egli ci ha abituato a considerare normali cose che noi pensavamo di non vedere mai, sta abituando gli italiani a soprusi e sopraffazioni che, francamente, speravamo di non vedere più.
Vorrei trattare un ultimo punto, che riguarda sempre gli emendamenti che abbiamo presentato. Il decreto-legge prevede che devono essere disponibili decoder a prezzo ragionevole sul mercato nazionale. Cosa vuol dire «ragionevole»? Ragionevole per chi? Per il Presidente del Consiglio, che dice che gli italiani si sono arricchiti e che non è vero che è aumentato l'indice di povertà? Un Presidente del Consiglio curioso, devo dire, perché contesta i numeri! Come sappiamo bene tutti, la povertà viene misurata in modo convenzionale a seconda della fascia di popolazione che sta sopra o sotto un certo livello di reddito e i numeri dicono che è fortemente aumentata. Questo vale per tutti, tranne che per il Presidente del Consiglio, che, quando parliamo di inflazione, dice che ha ragione l'ISTAT - che dichiara un'inflazione probabilmente inferiore alla metà di quella reale -, ma quando parliamo di povertà dice che l'ISTAT sbaglia, che non è vero, che il paese è ricco, che ormai è rilanciato e che è sbagliato preoccuparsi del costo della vita o del reddito dei lavoratori o delle incerte speranze e prospettive dei giovani, perché questo problema in Italia non c'è! Perlomeno alla televisione non si vede, quindi non c'è! Questo è il modo in cui si accredita l'immagine del paese!
Oltre al problema della ragionevolezza del costo, dove devono essere disponibili questi decoder? Nelle vetrine dei negozi, presumo, perché nelle case non ce ne era neanche uno! Quindi, basta dire che, se passando davanti ad un negozio si vede un decoder, ciò significa che è disponibile sul mercato nazionale un'apparecchiatura che mi permette di ricevere il digitale.
Ma quale decoder? Ovviamente, quello interattivo, perché il punto di forza della televisione digitale è proprio la sua interattività. Infatti, mentre la televisione analogica può essere solo guardata, con quella digitale posso anche collegarmi con la trasmissione ed avere delle risposte, perché attraverso la linea telefonica è possibile aprire uno scambio di dati e di informazioni - oserei dire di volontà - tra chi sta trasmettendo il programma e chi lo sta ricevendo.
Il prezzo ragionevole per acquistare il decoder, allora, è molto alto. D'altra parte, cosa me ne farei di una televisione digitale che è la «copia cinese» della televisione analogica? Ma dove sono l'evoluzione e l'innovazione?
Se parliamo di innovazione, allora occorre puntare sull'innovatività del decoder. Ma allora guardate che tra decoder, installazione e quant'altro il costo si aggira intorno ai 500 euro, perché è una bugia quella che ci viene raccontata. Infatti, non basta andare nei negozi, acquistare un decoder plug-in, arrivare a casa ed attaccare la spina affinché esso funzioni. Non è così, perché in qualche caso occorre addirittura cambiare l'antenna, oppure chiamare un esperto per farlo installare: il decoder digitale può funzionare, ma non è affatto detto che funzioni effettivamente!
Non è neanche vero che sia possibile compiere tale operazione nei condomini, perché talvolta bisogna cambiare addirittura tutta l'apparecchiatura, che non è in grado di supportare la distribuzione all'interno del caseggiato del digitale terrestre! Ma chi vede questi problemi? Come si affrontano? Scrivendo in un decreto-legge la parola «ragionevole»? Che vuol dire ragionevole? Ci sembra una semplificazione!
Per questo motivo, intendevamo aprire un dibattito, discutere il significato di


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questo decreto-legge, come sia possibile renderlo applicabile, quali indicazioni sia possibile impartire all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni affinché assuma le decisioni corrette, visto che è stata investita di un grande problema, vale a dire (come recita il titolo del presente decreto-legge), decidere la cessazione definitiva del regime transitorio e con quali interventi.
All'interno di tale incertezza, tutto ciò ci sembra una follia: è questo il motivo per cui riteniamo che il provvedimento sia sbagliato. Ecco perché volevamo discuterlo ed abbiamo presentato proposte emendative, tutte di merito, che toccavano i punti chiave della questione. Esse ponevano problemi, chiedendo soluzioni estremamente chiare, e non una delega in bianco a qualcuno, affinché avalli una situazione già delineata e definita politicamente.
Ma, per l'ennesima volta, questo Parlamento è privato della possibilità di discutere, perché il «Cavaliere inesistente» ha deciso di porre la fiducia contro la propria maggioranza. Questa discussione non serve, perché siamo qui non per discutere di leggi, di principi o di valori per i cittadini italiani, ma per salvaguardare gli interessi materiali del Presidente del Consiglio. Non è bello dire queste cose: anzi, dà molto fastidio, ma è così, ed è difficile sostenere il contrario.
Noi non possiamo che subire questa «violenza» - tra virgolette - dal punto di vista della vita parlamentare, ma credo che saranno gli italiani a decidere, a valutare, a schierarsi, a capire come comportarsi ed a votare: a votare, anzitutto, per stabilire se questo modo di fare democrazia sia accettabile oppure no, se questa maggioranza possa ancora governare l'Italia o se sia conveniente cambiarla, come noi riteniamo, soprattutto, per smetterla con un sistema che sta provocando danni enormi all'Italia ed agli italiani.
Questo è l'unico augurio che noi formuliamo oggi. Siamo qui a testimoniare la nostra volontà di portare avanti questa battaglia, in quest'aula, com'è doveroso, ma soprattutto nel paese, com'è importante fare nei momenti difficili, sapendo che bisogna tenere conto dei cittadini italiani, dei loro diritti e della loro speranza nel futuro (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Colasio. Ne ha facoltà.

ANDREA COLASIO. Colgo l'occasione dell'ennesima discussione su questo testo normativo per rispondere, con franchezza, ad alcune obiezioni mosseci dal sottosegretario Innocenzi. Signor sottosegretario, ieri, nella sua replica, lei ci ha accusati, non tanto velatamente, di avere avuto un approccio ideologico alla questione. Ebbene, facciamo fatica a riconoscerci in questo «quadretto». È legittima la sua posizione, ma ci sarebbe piaciuto discutere nel merito.
Il presidente Romani, al termine dell'esame nelle Commissioni, ha correttamente affermato che, pur avendo i nostri emendamenti un senso logico compiuto, la decretazione d'urgenza ed i tempi della politica fanno sì che sia opportuno discuterne in un'altra sede, in un altro contesto, quando si affronterà il disegno di legge Gasparri. Mi auguro che ciò sia vero, anche se i tempi di esame del disegno di legge Gasparri sono tali per cui questo decreto-legge chiude un ciclo politico o, almeno, ne chiude uno giuridico.
Dunque, signor sottosegretario, lei sostiene che noi abbiamo un approccio ideologico. Posso anche essere d'accordo con lei, per certi aspetti, quando afferma che il pluralismo non è un obbligo. Certo, non si è obbligati a leggere un giornale, a comprarsi il decoder ed a somministrarsi dosi massicce di televisione digitale: questo è verissimo, nel senso che il pluralismo è una potenzialità, una potenzialità correlata, come lei dice giustamente, all'evoluzione del quadro tecnologico. Su questo si potrebbe anche essere d'accordo. Tuttavia, il problema è - ed il decreto-legge, almeno nella sua impostazione filosofica, affronta seriamente il tema - quello di creare le condizioni affinché l'Autorità possa accertare l'effettivo sviluppo della tecnologia digitale.


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Apro qui un inciso, rivolgendomi al relatore Bianchi Clerici: gli emendamenti non sono tutti delle opposizioni. Più specificamente, quello concernente la contestualità è plausibile che lo sia, ma quello relativo alle tendenze evolutive del mercato è dovuto al relatore al Senato, senatore Grillo. Lo preciso solo per amore di chiarezza: sulla base delle vostre dichiarazioni di ieri, sembrava che voleste addebitare a noi anche questo.

GIOVANNA BIANCHI CLERICI, Relatore per la VII Commissione. Ho detto che erano anche delle opposizioni.

ANDREA COLASIO. Già sul congruo numero di parabole, noi ci prendiamo le nostre responsabilità, ma sulle tendenze evolutive del mercato, no!
Signor sottosegretario, per quanto riguarda le tendenze evolutive del mercato, è vero ciò che lei ha affermato. In particolare, lei ha ricordato la situazione che si era prodotta venticinque anni fa: anche in una condizione di monopolio - pensava alla vecchia RAI -, paradossalmente, veniva garantita (verrebbe quasi da dire che quelli erano bei tempi!) una sorta di pluralismo interno, sia pure con modalità legate al noto sistema politico ed alle sue modalità consociative e quant'altro.
Qual è il problema? È evidente che oggi siamo in un'altra dimensione. L'affacciarsi prepotente sulla scena del sistema politico italiano delle televisioni private ha cambiato lo scenario, ha cambiato le dinamiche competitive ed ha prodotto effetti significativi proprio sul piano delle modalità della competizione politica. Voglio essere molto chiaro al riguardo.
Signor sottosegretario (francamente, faccio fatica ad accettare l'osservazione di avere un approccio ideologico), siamo consapevoli (e ciò mi lascia un po' perplesso) che con riferimento al caso italiano esiste, di fatto, una situazione che possiamo definire anomala? Esiste un intreccio tra potere politico e potere mediatico che, per chi, come me, si riconosce nei valori liberali e democratici, costituisce un problema.
Concordo con lei quando sostiene che non esiste un asse Berlino-Tokyo-Londra per salvare Retequattro (intelligentemente, non ha evocato RO-BER-TO, l'asse Roma-Berlino-Tokyo; gliene do atto). Non è questo il problema. Non esiste alcun asse Londra-Tokyo-Berlino per salvare Retequattro; esiste, invece, un problema contingente, legato alla specificità del caso italiano. Si tratta di una democrazia difficile, bloccata. In quest'aula, la scorsa settimana, abbiamo affrontato un tema molto rilevante per la nostra storia politica, riguardante le vittime delle foibe. È evidente che la nostra classe politica porta sulle spalle - ahimè - una storia lacerata, divisa.
Lei non crede, signor sottosegretario, che queste tensioni, queste contraddizioni si configurino, ancora oggi, nel nostro sistema politico, in virtù di un'anomalia di funzionamento? Noi vediamo un'anomalia di funzionamento in quest'anomala sovrapposizione tra funzioni politiche e funzioni mediatiche. Non è un approccio ideologico, ma una constatazione, un dato di fatto che - lo ripeto -, dal nostro punto di vista, poco o nulla ha a che vedere con la necessità che, anche nel nostro paese, si sviluppi una compiuta (è stata citata anche nel messaggio del Presidente Ciampi) democrazia competitiva.
È evidente che il nesso tra compiuta democrazia competitiva, regole della concorrenza e pluralismo ci avvicina drammaticamente al problema (lo dico tra virgolette, con la massima cautela) del «conflitto di interessi» che - lo ripeto - avrebbe potuto e dovuto essere sciolto da voi.
Proprio perché credo che il nostro paese abbia bisogno di una logica di alternanza, di una legittimazione reciproca tra le parti, francamente scorgo con fatica la determinazione e la pervicacia con cui, nel difendere un legittimo interesse economico - mi riferisco al nostro premier -, introducete elementi di disfunzionalità rispetto alle funzionalità regolari del sistema politico italiano. Tutto qui, signor sottosegretario. Ahimè, è tutto qui, ma non è poco.


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È importante ciò che lei afferma. Concordo con lei, nel senso che non siamo luddisti. Siamo consapevoli e convinti. Lei ricorda che noi, quando eravamo maggioranza, abbiamo approvato la legge n. 66 del 2001, indicando, come data per lo switch off, il 2006. Ma, signor sottosegretario, in questa stessa aula, diede un'interpretazione autentica il ministro Cardinale, quando dichiarò che eravamo perfettamente consapevoli che tale data più che un dies ad quem, era un dies a quo, vale a dire una sorta di processo esortativo per far sì che nel nostro sistema radiotelevisivo vi fosse la consapevolezza che tale innovazione tecnologica era la carta vincente. Siamo d'accordo.
È evidente che la rivoluzione digitale introdurrà elementi di ridefinizione, non solo della televisione generalista - sono d'accordo con lei -, ma anche, necessariamente, delle modalità di interazione tra opinione pubblica e sistema televisivo.
Il problema, tuttavia, è che questo, purtroppo, non appartiene all'essere, non appartiene all'oggi. Francamente, siamo legislatori, non filosofi. Capisco che, da parte di qualcuno, vi sia la tentazione di fare in questa sede filosofia (non è certo il suo caso), ma rispondere con l'espressione panta rei, «tutto scorre», e che la rivoluzione tecnologica è dietro l'angolo può essere interessante per un futurologo. Noi, qui, siamo legislatori e abbiamo impegni cogenti rispetto ad una situazione giuridicamente e politicamente definita da due paletti giuridici: il messaggio del Presidente Ciampi e le sentenze della Corte costituzionale. Ci scontriamo con l'obbligo (ieri parlavo di obblighi morali prima ancora che politici) di definire una metodica, un percorso.
È vero, non ho dubbi sul fatto che l'approccio contestuale alle variabili in campo sia corretto, nel senso che la quota di popolazione raggiunta, il numero dei decoder, il numero dei programmi effettivamente veicolati all'interno delle reti digitali sono tre variabili che correttamente, ve ne do atto, vanno accertate contestualmente. Sia lei sia il relatore avete detto che il presidente Cheli in parte ha sottolineato - ed è vero - gli aspetti positivi di questo decreto-legge con il quale si sono date alcune risposte. Sono d'accordo anche con le modifiche apportate dal Senato, per noi discutibili; avete fatto riferimento al 50 per cento della popolazione, ma noi diciamo che la normativa vigente parla di 80 per cento. Lei sa benissimo che indicare il 50 per cento della popolazione vuol dire far riferimento al 20 per cento del territorio. Noi parliamo di 80 per cento della popolazione e di definizione di rete nazionale, che vuol dire copertura del 90 per cento del territorio.
Ma non è questo che mi sta a cuore; mi sta a cuore l'altro aspetto sul quale, francamente, ho insistito molto ieri senza avere delle risposte. Ho avuto dei chiarimenti parziali da lei in Commissione, quando - come ho ricordato ieri - ci ha detto che la rivoluzione è dietro l'angolo, che l'offerta c'è, ma che il problema è la domanda. Lei ci dice che il principale produttore ha avuto ordinativi per tre milioni e che a breve avremo tre milioni di apparecchi installati (li stanno costruendo). Questo è plausibile, però, ripeto, rispetto alla cogenza dei termini normativi all'interno dei quali avremmo dovuto muoverci, ciò ci fa nascere qualche dubbio. Quando è venuto in Commissione il presidente dell'Autorità garante delle comunicazioni, il professor Cheli, ha sottolineato gli aspetti positivi, ma ha anche rimarcato gli aspetti negativi: la mancanza di indicazione di soglie rispetto alle condizioni per la verifica della sussistenza del mutamento di scenario e i prezzi ed il numero dei decoder. Aveva chiesto di quantificare e di rendere «empiricamente definiti» i valori relativi alla soglia. Lei capisce che su questi aspetti, che non sono incidentali e residuali, il decreto-legge non dice nulla. I nostri emendamenti, sottosegretario, vi esortavano a tentare quanto meno di quantificare. Possiamo anche disquisire sul concetto di effettività ricettiva; noi diciamo - lo ricordava il collega Panattoni - che l'effettività ricettiva è correlata all'esistenza e all'installazione tecnica dei decoder nelle case - questa è conditio sine qua non non solo per la


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ricezione, ma anche per la dimensione interattiva -, mentre lei dice che è sufficiente che vi sia una presenza nel mercato, una sorta di latenza. Occorre trovare un equilibrio. Non le stiamo dicendo che, per verificare le condizioni di effettivo pluralismo, l'intero parco debba essere coperto con una sorta di conversione forzata e forzosa dall'analogico al digitale, però vi chiedevamo di quantificare, almeno per definirla in termini più corretti, quella dimensione tendenziale. È questo, signor sottosegretario, che ci lascia perplessi, e non si tratta di un approccio ideologico. Noi le chiediamo: cosa significa per voi dimensione tendenziale? La tendenza in atto nel mercato, come la quantificate? Non so se lei sia un economista, ma se ci fosse qualche economista ci direbbe che esistono dei tassi di sviluppo; chi fa il sociologo potrebbe dire che esiste un tasso di adesione, un tasso di partecipazione elettorale, un tasso di sindacalizzazione. Sono dei parametri discussi nella comunità scientifica, a volte condivisi, a volte controversi, sui quali, però, un punto di equilibrio si raggiunge. Voi non avete detto nulla a proposito.
Il presidente Cheli, che è il presidente dell'Autorità a cui avete dato l'ingrato compito di verificare una cosa non certo marginale, cioè l'effettivo arricchimento del pluralismo nel nostro paese, vi ha chiesto di indicare delle soglie e voi gli avete risposto parlando di tendenza nel mercato. Accettiamo anche di essere ideologici, però avremmo voluto avere da voi, dal Governo, elementi più puntuali, più rigorosi, poiché in questo momento il Governo e il Parlamento stanno definendo un percorso, volto a stabilire l'esistenza o meno nel nostro paese del pluralismo, sulla base di un approccio che, mi dispiace dirlo, sottosegretario, non esito a definire impressionista.
Dove sono gli indicatori? Il problema non è marginale e cercavo di spiegarlo ieri, quando sostenevo che affrontare oggi il problema del tasso di concentrazione dei mass media non è questione che attiene alle politiche industriali del nostro paese (è anche questo, ma non solo), ma è questione più importante, più strategica e più nobile, che attiene alle modalità con cui si inverano o meno la democrazia competitiva ed il pluralismo. In altri termini, è una sorta di continuum tra l'articolo 21 della Costituzione, l'insieme della Costituzione e questi provvedimenti che, di fatto, invadono ambiti che hanno forte rilievo costituzionale. Sono le regole del gioco.
Ciò, francamente, ci lascia perplessi: non avete detto nulla al riguardo, non avete fornito risposte, non solo a noi (cosa, di per sé, forse, irrilevante), ma nemmeno all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni.
Nel dibattito di ieri abbiamo cercato di affrontare in modo molto analitico tutte le questioni; tuttavia, vorrei soffermarmi ora su un altro tema che mi sta a cuore. Lei ha affermato che oggi esistono 22 nuovi canali che trasmettono in digitale e, di questi (vado a memoria), ben 13 rappresentano e costituiscono elementi di forte innovazione, che hanno determinato l'inserimento nel mercato di nuovi editori.
È vero, signor sottosegretario, lei è coerente: assunte la latenza e la potenzialità come elementi strategici definitori del pluralismo ed esistendo questa latenza, sta alle famiglie italiane acquistare il decoder e guardare le trasmissioni. Ciò, però, mi convince poco ed il fatto che non convinca i pubblicitari dovrebbe essere un buon indicatore di qualcosa che non funziona. Allora, perché non avete recepito i nostri emendamenti che tentavano, quanto meno, di definire il quantum di risorse pubblicitarie, rispetto alla globalità presente nel mercato, oggi canalizzato sulle reti digitali? Questo non è un criterio ideologico, bensì un parametro oggettivo.
Abbiamo anche detto di verificare, con le metodiche e le tecniche di cui sicuramente è dotata (perché preposta a questo scopo) l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, se è vero ciò che voi affermate (e ci farebbe piacere), ossia che esiste una diversificazione dell'offerta dei programmi che permette la sostituibilità.
Le ricordo come il buon Tesauro, il presidente dell'Autorità garante della concorrenza


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e del mercato, ci abbia spiegato reiteratamente che, in una consolidata disciplina antitrust a livello europeo e nazionale, il criterio discretivo per definire la concorrenza rispetto ad un prodotto ed al mercato rilevante e, correlativamente, rispetto alla posizione dominante o meno è la sostituibilità. Si tratta di un criterio che qualunque giurista ed economista ben riconosce.
Oggi, nel nostro paese, esiste questa sostituibilità tra mercato digitale e mercato analogico rispetto, non certo alle televendite, ma a quella produzione di notiziari politici e di telegiornali che rappresentano l'essenza finale ed ultima della comunicazione politica? La risposta, purtroppo, è «no». Accetto anche di essere ideologico, ma la risposta è negativa.
In questa sede, un po' tutti abbiamo fatto molta filosofia. Spesso si dice che le scienze sociali sono poco predittive, ma ieri sera ho letto in un libro qualcosa di molto curioso che mi ha colpito. In esso si diceva: nessuna democrazia è mai stata uccisa da eccesso di pluralismo. Ci sono molte democrazie sanissime e longeve, mentre più di una è stata, invece, pericolosamente indebolita dal sistematico prevalere degli interessi particolaristici sostenuti dalle più varie corporazioni e clientele sui cosiddetti interessi generali.
L'autore è un prestigioso politologo italiano, Giuliano Urbani, che scriveva queste pagine nel 1988. Sarà interessante, quando si discuterà sulla questione di fiducia, sapere cosa ne pensa (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Duca. Ne ha facoltà.

EUGENIO DUCA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, rappresentanti del Governo, la domanda che spesso ci siamo posti in questi giorni, durante il lavoro in Commissione o nelle nostre conversazioni, è: perché si è giunti a questo punto? Abbiamo predisposto un limitato numero di emendamenti al testo che è al nostro esame; in Commissione non vi è stato il minimo intento ostruzionistico, né questo si è verificato nel corso dell'esame al Senato della Repubblica. Anche per quanto riguarda la fase di esame in Assemblea, sono stati predisposti in modo ponderato un certo numero di emendamenti ed è stato garantito che non vi sarebbe stato ostruzionismo. La maggioranza ha 112 deputati in più rispetto alla minoranza, come mai è avvenuto nella storia della Repubblica italiana; eppure, ci siamo trovati da subito di fronte alla «blindatura» totale del provvedimento.
In Commissione, di fronte al lavoro appassionato di numerosi deputati - ne cito alcuni: Panattoni, Rognoni, Colasio, Giulietti e Grignaffini - che, con dovizia di argomentazioni, hanno suggerito alcune limitate modifiche al decreto-legge, abbiamo registrato purtroppo il mutismo del rappresentante del Governo, dei relatori e dei colleghi di maggioranza. Silenzio: meglio non parlare, non interloquire, né argomentare. Potremmo dire: avanti ad obbedir tacendo. Obbedire a chi? Non tenere conto di alcun suggerimento: perché? E pensare che sulla materia radiotelevisiva non sono mancati in questi ultimi due anni «consiglieri» autorevoli: il primo ed unico messaggio sino a questo momento formulato dal Presidente della Repubblica verteva proprio sui temi del pluralismo dell'informazione come caposaldo della democrazia; i richiami della Corte costituzionale sulle ripetute lesioni della legislazione vigente e le sentenze della stessa Corte; i richiami del Parlamento europeo volti a superare una situazione di monopolio dell'informazione; gli appelli accorati formulati dall'Autorità garante della concorrenza e del mercato; le segnalazioni ripetute sulla scarsità di pluralismo, sulla concentrazione di frequenze e di risorse; il rinvio della cosiddetta legge Gasparri da parte del Presidente della Repubblica per incostituzionalità. Eppure, malgrado tutti questi eminenti suggeritori, la maggioranza non è in grado di ascoltare.
Nel corso delle audizioni svolte presso le Commissioni riunite VII e IX ci è stato fornito diverso materiale; vorrei leggerne


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una parte che riguarda proprio la comunicazione dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato. Si dice che assume fondamentale importanza il tema del conferimento delle relative frequenze e delle connesse licenze ed autorizzazioni agli operatori di rete, che continua a destare non poche preoccupazioni.
È fin troppo evidente che le modalità che regolano l'assegnazione e, più in generale, il trasferimento dei diritti di uso delle frequenze hanno un impatto notevole sulla struttura concorrenziale del mercato televisivo; ed è altresì evidente che il pluralismo richiede una ottimale allocazione, in termini di attribuzione oltre che di numero, delle scarse risorse esistenti. L'assegnazione delle frequenze deve pertanto essere realizzata in modo tale da evitare concentrazioni a lungo termine, incertezze normative, privilegi acquisiti e negazioni di diritti.
Al riguardo, giova preliminarmente rilevare che in Italia, a differenza di altri paesi europei, l'allocazione delle frequenze ai fini del servizio radiotelevisivo è avvenuta in maniera disordinata. Ciò rende lo scenario attuale contraddistinto da una allocazione di tali risorse fortemente asimmetrica, discriminatoria e, in ultima analisi, inefficiente.
L'Autorità garante delle comunicazioni, nell'ambito del piano di assegnazione nazionale delle frequenze per la radiodiffusione televisiva in tecnica analogica, aveva previsto che una riorganizzazione dell'assetto sequenziale avrebbe consentito l'esistenza di 17 reti di copertura nazionale, secondo la definizione della legge n. 249 del 1997, ovvero dell'80 per cento del territorio nazionale.
Badate bene, il decreto-legge in esame stabilisce che per avere una copertura nazionale basta raggiungere il 50 per cento del territorio nazionale. L'assenza di un meccanismo centralizzato di allocazione efficiente delle risorse per la mancata attuazione del piano analogico ed il contestuale processo di accaparramento dello spettro frequenziale hanno eretto forti barriere all'ingresso nel mercato televisivo nazionale, limitando il numero di reti televisive nazionali in concorrenza. Di fatto, oggi solo due operatori televisivi hanno nella propria disponibilità reti a copertura nazionale.
Tale circostanza altera strutturalmente il gioco concorrenziale del mercato a valle della raccolta pubblicitaria televisiva. L'asimmetria nella copertura effettiva delle reti televisive si riverbera nella concorrenza sugli ascolti, in quanto la strutturale disparità nel numero massimo di telespettatori che le diverse emittenti possono raggiungere incide sulla disponibilità a pagare da parte degli inserzionisti e a danno degli operatori televisivi concorrenti.
Ciò premesso, il provvedimento cristallizza il presente assetto duopolistico. Desta, pertanto, preoccupazione l'assenza di un meccanismo che ponga rimedio a tale situazione che la Corte costituzionale, con la sentenza n. 466 del 2002, ha definito di «occupazione di fatto delle frequenze, esercizio di impianti senza rilascio di concessioni e autorizzazioni, al di fuori di ogni logica di incremento del pluralismo nella distribuzione delle frequenze e di pianificazione effettiva dell'etere».
A differenza di altri paesi europei, quali ad esempio il Regno Unito, che stanno disciplinando in modo puntuale e rigoroso la fase di transizione e, soprattutto, di allocazione delle risorse frequenziali necessarie al digitale terrestre, il provvedimento in esame rinuncia a dare piena ed effettiva attuazione al piano nazionale di assegnazione delle relative frequenze per la radiodiffusione televisiva terrestre. La delibera dell'Autorità prevede, infatti, a fronte di un'organizzazione dell'assetto frequenziale, 12 reti a copertura nazionale assegnate all'emittenza nazionale e 6 reti a copertura nazionale assegnate all'emittenza locale. In tal modo, l'immediato ingresso nel mercato della televisione digitale viene precluso sia agli attuali operatori che, nonostante la titolarità delle concessioni, non hanno potuto avviare l'effettivo esercizio della radiodiffusione - ciò costituisce una grave ferita


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all'effettività ed alla pienezza del nostro sistema di tutela giurisdizionale dei diritti - sia ai potenziali nuovi entranti.
L'Autorità ci richiama al fatto che in Italia, con tale legislazione, non vi è più un sistema di tutela giurisdizionale dei diritti. Viene meno uno dei capisaldi della democrazia: lo Stato di diritto. Anche tutto questo non conta. L'Autorità prosegue dicendo che siffatta situazione prolunga le restrizioni concorrenziali della situazione attuale alla delicata transizione verso la nuova tecnologia digitale, condizionando pesantemente lo sviluppo corale di quest'ultima e vanificando il nesso virtuoso, pur sottolineato dalla relazione di accompagnamento al disegno di legge, che collega all'innovazione tecnologica una maggiore apertura concorrenziale.
Il decreto-legge in esame non accoglie alcuno dei suddetti richiami. Perché non si possono accogliere i suggerimenti e procedere ad una legislazione rispettosa del pluralismo che consenta l'ingresso dei nuovi operatori? Forse perché vi sono in ballo 20 milioni di euro al mese, cioè 240 milioni di euro all'anno, per le casse di Mediaset. Il decreto-legge in esame, adottato dal Consiglio dei ministri e firmato dal Presidente del Consiglio, produce 1.300 milioni di vecchie lire al giorno all'imprenditore-Presidente del Consiglio.
Non solo. Una delle reti Mediaset avrebbe dovuto trasferire le proprie trasmissioni sul satellite e liberare così le frequenze, occupate illegalmente, per il nuovo operatore, che si chiama Europa 7 e che ha vinto la gara. Dunque, Europa 7 avrebbe potuto iniziare a trasmettere proprio in forza della vittoria di una gara svolta e, appunto, vinta da tale società. Per essere ancora più chiari - non con i tanti ascoltatori (in realtà pochi) che sono qui, ma forse con qualcuno che ci ascolta da casa -, un'impresa, Europa 7, ha vinto una gara per trasmettere con una propria rete televisiva. È come se un vettore aereo avesse ottenuto l'autorizzazione ad effettuare il collegamento Roma-Milano ma l'esercizio di tale attività gli venisse impedito da un altro vettore, che agisce senza l'autorizzazione, gli occupa gli slot e la pista, impedendogli così di lavorare. Ebbene, con questo decreto-legge si stabilisce che chi agisce in modo illegale può continuare a farlo e si impedisce di operare a coloro che vogliono agire in modo legale. E che importa se l'impresa Europa 7 ha acquistato gli strumenti per lavorare e se ha uno studio televisivo tra i più moderni ed efficienti nel nostro paese? E che importa se, come ci è stato detto nel corso delle audizioni svoltesi in sede di Commissioni riunite VII e IX, potrebbero trovare occupazione altre 500 lavoratrici e lavoratori?
Per cortesia - lo dico anche ai miei colleghi -, non parliamo più di conflitto di interessi del Presidente del Consiglio dei ministri. Non c'è conflitto, c'è solo l'interesse proprio: 1 miliardo e 300 milioni di vecchie lire al giorno, che, con un suo decreto, entrano nelle tasche del Presidente del Consiglio stesso. Non si tratta di pluralismo, ma dell'interesse proprio, consistente, danaroso! E, per fare ciò, si ricorre allo strumento del decreto-legge. Strano che non ci sia stata analoga fantasia da parte del Consiglio dei ministri, nell'affrontare ad esempio (sempre con un decreto-legge), la drammatica crisi che investe l'Alitalia, con 2700 lavoratrici e lavoratori in pericolo immediato per il proprio posto di lavoro. No, in quel caso non c'è urgenza, tant'è che il piano dell'impresa Alitalia giace da più di due mesi, per il relativo esame, presso le Commissioni parlamentari di merito, dal momento che il Governo ne chiede il rinvio dell'esame e dell'approvazione perché sono in corso trattative lunghissime ed estenuanti.
È strana, in questo caso, la scarsa creatività e fantasia del Governo, che non ha pensato di accogliere gli emendamenti presentati dall'opposizione in occasione dell'esame della legge finanziaria proprio per affrontare quella crisi e che oggi, di fronte alle trattative estenuanti con le organizzazioni sindacali, non individua un pronto strumento per contribuire a risolvere i problemi di quell'impresa e dei suoi lavoratori. Ci sono imprese che meritano interesse e imprese che non lo meritano. C'è Europa 7, che ha vinto una gara, alla


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quale il Governo dice: no, tu non puoi lavorare. Potrebbero lavorare 500 persone in quella rete, ma il Governo dice: no, voi dovete rimanere a casa, disoccupati, perché non c'è urgenza per voi. L'urgenza è solo quella che deriva dalle entrate del Presidente del Consiglio e, per fare questo, si va contro tutti: contro il Presidente della Repubblica italiana, contro il Garante delle comunicazioni e il Garante della concorrenza e del mercato, contro la Corte costituzionale, contro il Parlamento europeo e, infine, si mette il bavaglio al Parlamento nazionale, tant'è che, appunto, si ricorre ad un voto di fiducia, pur avendo tutti i numeri per poter approvare anche questo sciagurato e vergognoso provvedimento.
Ovviamente, l'arroganza non ha avuto limiti in questi due anni e mezzo e, forse, oggi siamo di fronte al punto più alto della risoluzione delle questioni proprie del Presidente del Consiglio: si umilia la maggioranza, inducendola a votare la questione di fiducia posta su un provvedimento che nasconde soltanto un bieco interesse economico consistente.
In questo periodo, abbiamo cercato di suggerire anche limitate modifiche per tenere conto delle proposte, dei rilievi e degli appelli accorati provenienti dalle istituzioni competenti. Voi, invece, state proseguendo con la politica del rospo: sappiate, però, che il rospo si gonfia ed, alla fine, esploderà. Continuate pure, con il vostro atteggiamento arrogante, ad umiliare le istituzioni italiane, a violare lo Stato di diritto ed a non tener conto degli appelli accorati che provengono da più parti.
Spero che molto presto gli italiani vi presenteranno il conto, consentendo finalmente di superare quest'anomalia democratica, che ormai il nostro paese conosce da troppo tempo (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo)!

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Mazzarello. Ne ha facoltà.

GRAZIANO MAZZARELLO. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, colleghi, gli italiani sono rimasti costernati di fronte alla decisione di porre la questione di fiducia sul provvedimento in esame: di nuovo (così ci è stato detto) viene posta la questione di fiducia su un provvedimento che riguarda l'interesse del Presidente del Consiglio!
Ieri, centinaia di lavoratori della Ferrania della Val Bormida hanno manifestato in piazza, non avendo prospettive per i loro posti di lavoro (affronto tale argomento perché in questa sede non se ne può mai parlare o se ne parla raramente). Qualche giorno fa, i lavoratori dell'Ilva di Cornigliano, di Taranto, i lavoratori siderurgici di Terni, nonché i lavoratori di molte aziende di Finmeccanica si sono trovati a dover affrontare una serie di indecisioni molto serie relativamente alle loro prospettive di lavoro. Sono stati citati i lavoratori di Alitalia ed è stato deciso un taglio di personale molto corposo.
I cittadini si aspettavano che, prima o poi, in Parlamento si riuscisse a discutere di tali problemi, che riguardano direttamente i cittadini. Si discute, invece, e ci si avvia a votare la questione di fiducia posta su un decreto-legge che riguarda la proprietà (miliardi di euro, come è stato quantificato nei giorni scorsi) ed un sistema di interessi del Presidente del Consiglio.
Con riferimento ai prezzi, al caro vita, è intervenuto ieri il ministro dell'economia e delle finanze, anche se con ritardo, quando ormai i buoi sono scappati dalle stalle. Sarebbe stato bene affrontare l'argomento in Parlamento. Invece, non se ne discute, perché il Parlamento è bloccato, legato alla discussione di un provvedimento che - lo ripeto - interessa solamente il Presidente del Consiglio. Questo è il motivo per cui i cittadini che ho incontrato ieri erano così colpiti e costernati dalla decisione assunta e perché considero avvilente la discussione che siamo costretti a svolgere oggi sui temi in oggetto, in assenza di un confronto vero, che invece dovrebbe avere luogo in un'aula parlamentare.
È davvero grave ed in parte inaccettabile la mancanza di un confronto (è la


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prima riflessione che mi viene in mente). Non è possibile neppure ipotizzare di introdurre alcuni miglioramenti: per evitarlo, è stata posta la questione di fiducia, non su un provvedimento fondamentale per gli interessi generali del paese o su un provvedimento che riguardi le condizioni di gran parte degli italiani. No, perché - come avete affermato ieri per motivare la richiesta di fiducia - anche i Governi di centrosinistra hanno imposto voti di fiducia. Ma, in questo caso, la questione di fiducia viene posta su un provvedimento che riguarda interessi immediati e concreti del Presidente Consiglio e dopo che la Corte costituzionale, nel 2002, ha emesso una sentenza che, per liberare le frequenze e favorire finalmente il pluralismo dell'informazione, prevede il 31 dicembre 2003 quale termine ultimo. Dunque, il decreto-legge oggi in esame viola quella sentenza e su di esso viene posta la questione di fiducia!
Tuttavia, ieri, dovendo motivare pubblicamente agli italiani tale richiesta, diversi membri della maggioranza hanno sostenuto che la questione di fiducia è un fatto tecnico per approvare il provvedimento. Ma non siamo di fronte a centinaia di emendamenti presentati dall'opposizione, bensì ad alcune proposte emendative dirette a correggere le ambiguità, le furberie, gli elementi gravi contenuti nel decreto-legge. Dunque, si tratta di emendamenti di merito che recepiscono le obiezioni sollevate dal Presidente Ciampi, ad esempio sul grande tema del pluralismo, nonché quelle puntuali e chiare evidenziate dall'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. La tecnica non c'entra nulla: c'entra il timore che avete rispetto a qualche possibile cambiamento e correzione dei provvedimenti che riguardano le aziende del Presidente del Consiglio.
Qualche giorno fa, di fronte alla possibilità che il Parlamento cambiasse qualcosa, il relatore ha proposto e ottenuto il rinvio in Commissione della cosiddetta legge Gasparri. Non possiamo andare avanti così!
Dunque, quando si affrontano questioni che riguardano le aziende del Presidente del Consiglio, l'ordine sembra essere tassativo: non si possono correre rischi, non ci possono essere confronti che potrebbero condurre a qualche correzione. È davvero impressionante l'anomalia che si riscontra nel nostro paese!
Attraverso le nostre proposte emendative, in un quadro così grave come quello da voi costruito, volevamo far avvicinare il più possibile il provvedimento in esame alla sentenza della Corte costituzionale; sentenza, per la verità, violata da tale decreto-legge. È difficile immaginare un qualsiasi cittadino, un qualsiasi imprenditore che, di fronte ad un termine stabilito da una sentenza della Corte al 31 dicembre 2003, possa prevedere di dover aspettare l'ultimo giorno possibile, sperando in una legge che prolunghi tale termine. Voi, per un'azienda del Presidente del Consiglio, avete posto in essere proprio questa operazione. Per tale motivo abbiamo insistito sul carattere incostituzionale del decreto-legge in esame.
Ricorrendo alla posizione della questione di fiducia, avete rifiutato qualsiasi confronto sui nostri emendamenti in quanto, oltre alla grave contraddizione esistente al vostro interno, non volevate un dibattito su questioni che avete impostato in maniera estremamente debole e che, attraverso le nostre proposte emendative, potevano essere positivamente corrette. Dal confronto sarebbe apparsa la debolezza e la gravità della vostra impostazione. È proprio per questo che abbiamo deciso di parlarne nonostante la posizione della questione di fiducia. Si poteva persino ragionare sulla proroga - lo dico in astratto - se, dopo quei mesi, i criteri per la verifica del pluralismo - il punto centrale della sentenza della Corte costituzionale e del messaggio del Capo dello Stato - fossero stati chiari e precisi. Invece, no: voi prolungate il termine ed introducete criteri che pongono la maggiore ambiguità possibile alla base della verifica che l'Autorità dovrà svolgere.
Voi avete introdotto, al comma 1 dell'articolo 1, la famosa espressione: «anche tenendo conto delle tendenze in atto nel mercato». Il disegno è chiaro: non ci sarà


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pluralismo e l'Antitrust potrebbe accontentarsi di valutare una tendenza; in tal modo, Retequattro è salva. Inoltre, avete introdotto, alla lettera a), comma 1, dell'articolo 1, il criterio del «coperto» piuttosto che quello del «raggiunto». Da ciò si evince che il vostro tentativo è quello di cercare di far sì che l'Autorità possa considerare sufficiente che una televisione lanci da un ripetitore un segnale; poi, anche se nessuno la vede, secondo voi il problema del pluralismo sarebbe risolto. Avete introdotto, com'è stato più volte detto durante la discussione, il cosiddetto pluralismo virtuale.
Avete introdotto anche l'altro parametro, assolutamente ridicolo, che l'offerta al pubblico su tali reti dovrà essere anche - sottolineo il termine «anche» - di programmi diversi da quelli diffusi dalle reti analogiche; sarà, quindi, sufficiente per tutti gli altri programmi una piccola modifica. Starebbe qui il pluralismo, il riconoscimento di un'impostazione pluralistica dell'informazione? Le sanzioni sono inoltre assenti nel caso in cui l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni verificasse che i parametri, peraltro inesistenti, non fossero raggiunti; in tal caso, questa dovrà procedere all'apertura di un'altra istruttoria. Ancora, vi è il parametro, non inferiore al 50 per cento, della quota di popolazione «coperta» affinché una rete digitale terrestre possa essere considerata nazionale, a fronte dell'80 per cento previsto per le reti analogiche. Neppure i numeri sono rispettati nella vostra impostazione!
Su questi aspetti intervengono, o meglio intervenivano, i nostri principali emendamenti. Non si trattava di centinaia e centinaia di proposte emendative, ma di alcuni emendamenti che, sia pure in un quadro non condivisibile, cercavano di condurre questo provvedimento il più vicino possibile alle indicazioni molto chiare fornite dal Capo dello Stato e dalla Corte costituzionale.
Come si vede, e come avranno visto quanti hanno voluto seguire la discussione svoltasi stamattina, il nostro era un tentativo per correggere le impostazioni più ambigue e le parole più false, nonché i parametri meno vincolanti da voi introdotti nel provvedimento in esame. Si tratta, quindi, di interventi di buonsenso, che potevano essere compresi persino da chi non possiede una specializzazione in questo settore.
Il decreto-legge, quindi, non contiene una semplice proroga (è questa la critica fondamentale che muoviamo ad esso). Ciò emerge anche dal rifiuto delle proposte migliorative che abbiamo avanzato. Si prevede il differimento dell'applicazione della sentenza della Corte costituzionale, non si risponde ai rilievi del Presidente della Repubblica e, anche attraverso il rifiuto del confronto sugli emendamenti da noi presentati, si vuole porre una barriera e rafforzare tale situazione.
L'atteggiamento dell'opposizione costituiva, pure in un quadro di dissenso, un tentativo di migliorare profondamente il provvedimento che il Governo ha emanato e che la maggioranza, al Senato, ha addirittura peggiorato. Siamo rammaricati del fatto che, ancora una volta, rifiutiate completamente il confronto e che, ancora una volta, su un provvedimento riguardante il Presidente del Consiglio, abbiate voluto porre la questione di fiducia (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Lusetti. Ne ha facoltà.

RENZO LUSETTI. Onorevole sottosegretario, mi rivolgo a lei perché da un anno e mezzo è esperto della materia e sa di cosa stiamo parlando, dal momento che ha seguito tutti gli iter possibili e immaginabili dei vari provvedimenti culminati nel decreto-legge in esame, che occorre convertire in fretta e furia per poter «tamponare» talune situazioni.
In primo luogo, mi consenta - uso un'espressione cara al suo Presidente del Consiglio - una premessa di carattere politico. La verifica di cui si è tanto parlato in questi giorni - forse mai iniziata o iniziata solo nella testa di qualche leader della maggioranza, ma che di fatto


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non era nelle intenzioni di chi guida la maggioranza stessa - non finisce mai, come gli esami. Il Governo, infatti, si è dovuto riunire per porre la questione di fiducia sull'articolo unico del disegno di legge di conversione, in quanto è evidente che il Governo stesso e la maggioranza non si fidano dei propri parlamentari. È, infatti, ancora sotto gli occhi di tutti il flop della cosiddetta legge Gasparri: la maggioranza è stata costretta a ritirare il provvedimento, rinviandolo in Commissione e insabbiandolo nel cassetto, nell'attesa dell'approvazione del decreto in esame, cosiddetto «salva Retequattro» o «salva reti», che in realtà salva l'interesse di qualcuno. Il semplice spauracchio di qualche voto segreto ha imposto alla maggioranza una scelta alla quale siamo ormai abituati, poiché questo Governo, che non è d'accordo su nulla, ha bisogno, per salvare se stesso, di ricorrere continuamente alla questione di fiducia, vincolando i propri parlamentari con il voto palese.
Dunque, come al solito, vengono presentati al Parlamento provvedimenti blindati. Si tratta della prassi instaurata da questo Governo, soprattutto per quanto concerne i provvedimenti che interessano in modo particolare qualche esponente del Governo stesso. In tal modo non si consente all'opposizione, ma neppure ad alcuni parlamentari della maggioranza che forse hanno idee diverse rispetto ai membri del Governo, di proporre emendamenti in grado di migliorare anche soltanto un decreto-legge.
Ci avete provato al Senato, a migliorare il decreto-legge, con alcuni problemi non risolti. Il problema vero, ad esempio (è affrontato anche nei nostri emendamenti) riguarda la modifica al primo comma dell'articolo 1, lettera a), per quanto concerne la distinzione tra la popolazione raggiunta e quella coperta. Ritengo che voi abbiate operato un lungo esercizio semantico (ve lo dico ormai da mesi: tutti i provvedimenti da voi presentati, compreso questo decreto-legge, si basano su alcune finezze semantiche).
Anche nel provvedimento in esame parrebbe che, rispetto al testo originario, inserendo - come è stato fatto al Senato - il riferimento alla quota di popolazione coperta anziché alla quota di popolazione raggiunta, si faciliti l'operato dell'authority ai fini dell'accertamento che essa dovrebbe effettuare per inviare, successivamente, una relazione al Governo.
In realtà, credo sarebbe stato meglio (se ci fosse stato consentito esaminare qualche emendamento) utilizzare un termine che rendesse l'idea di ciò che si dovrebbe fare rispetto alla popolazione raggiunta o alla popolazione coperta. Si dovrebbe infatti verificare se realmente quote di popolazione abbiano la copertura effettiva e se vi sia la ricezione del segnale.
Si parla di presenza sul mercato di decoder a prezzi accessibili. Sono tuttavia preoccupato in merito. Vede, onorevole Innocenti, al di là della polemica tra l'ISTAT e l'Eurispes (di cui, francamente, non mi interessa molto), il problema vero è che le famiglie fanno fatica ad arrivare alla fine del mese. Infatti, al di là del fatto che il Presidente del Consiglio va in televisione ad affermare che tutto va bene, ci sono molte famiglie che veramente non sanno come sbarcare il lunario. Parlare di decoder a prezzi accessibili mi sembra equivalga a dare un pugno in un occhio a tali famiglie che, ripeto, fanno fatica ad arrivare alla fine del mese.
Vorrei dunque capire come si faccia a verificare la presenza sul mercato di decoder a prezzi accessibili. Tra l'altro, non mi risulta che anche la RAI abbia tanti decoder (forse li ha acquistati o forse solamente il suo direttore generale ne ha uno, nella sua stanza). Se si effettua una ricognizione, si capirà che non sarà semplice nemmeno per il servizio pubblico, al di là dei due canali dedicati che trasmettono per qualche ora al giorno (RAI Doc e RAI Utile, mi sembra), accedere al digitale terrestre.
Al di là degli aggettivi usati, con distinzioni semantiche molto fini, non c'è un sostantivo vero che renda l'idea del significato del digitale terrestre e di come si voglia offrire alla popolazione la possibilità di essere raggiunta dal digitale su frequenze terrestri.


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Noi non siamo assolutamente contrari al digitale terrestre, anzi riteniamo che le tecnologie innovative possano offrire un contributo significativo allo sviluppo della nuova televisione. Il sistema che noi proponiamo è, purtroppo, ingessato dalle polemiche sul monopolio Mediaset-RAI, che sta diventando un duopolio duro a morire.
È un sistema bloccato dall'attuale situazione, che non trarrebbe alcun giovamento dalle soluzioni che sono state adottate, le quali nemmeno in questo decreto-legge tengono conto delle osservazioni del Capo dello Stato.
Vedete, onorevoli colleghi, noi sappiamo che il digitale terrestre - che è una tecnologia innovativa in cui crediamo fortemente - non risolverà il problema, anzi se le cose rimarranno così aggraverà la situazione, indipendentemente dai tempi di attuazione e dalla copertura del segnale digitale. Il digitale terrestre moltiplicherà l'offerta di canali, ma non favorirà la competitività e la concorrenza. Credo che la gestione del cosiddetto simulcast sarà disastrosa e dobbiamo fare in modo che si governi il processo di transizione attraverso una solida e forte sperimentazione, cosa che non è consentita nemmeno da questo decreto-legge.
Allora, in maniera molto semplice noi diciamo che con alcuni emendamenti presentati al cosiddetto decreto-legge «salvareti» ci proponiamo di sopperire ad alcune carenze in questo provvedimento che dovrebbe essere oggi convertito in legge, il quale non contiene alcuna considerazione in positivo rispetto all'esito dell'accertamento svolto dall'Autorità. Sotto questo profilo, il presidente Cheli è venuto a svolgere la sua audizione di fronte alle Commissioni riunite indicando alcuni elementi che ci hanno fatto tutti riflettere. Chi era presente quel giorno - e lei onorevole sottosegretario era presente - sa che sono state poste alcune questioni di portata generale anche sul versante delle sanzioni e per questo noi abbiamo proposto alcuni specifici emendamenti.
Il decreto-legge stabilisce che le reti eccedenti i limiti possono proseguire le trasmissioni solo fino alla data di adozione delle deliberazioni dell'Autorità che adotta i provvedimenti nel caso non si siano verificate le condizioni previste al primo comma, ossia i decoder sul mercato, i nuovi canali e così via. Ora, nel caso in cui l'Autorità accerti che queste condizioni si siano realizzate - cosa tutta da verificare perché la povertà delle famiglie a cui facevo riferimento prima è un dato di fatto e non un'invenzione dell'Eurispes -, l'Autorità stessa, a mio avviso, deve disporre con un regolamento le modalità di proseguimento delle reti eccedenti i limiti di cui sopra, che altrimenti sarebbero soggette alle disposizioni normative in vigore e che, quindi, sarebbero sottratte sostanzialmente a una verifica effettiva da parte dell'authority.
Inoltre, per facilitare l'accesso al mercato televisivo, favorendo in questo modo - io credo - il pluralismo dell'informazione e uno sviluppo maggiore del digitale terrestre - in cui, lo ripeto, noi crediamo fortemente - con questi nostri emendamenti si propone anche di abbassare gli affollamenti pubblicitari per i concessionari di più di una rete televisiva. Non è una provocazione, ma solamente un modo per dare uno sviluppo ulteriore al digitale, nonché al pluralismo dell'informazione. Ciò consentirebbe di liberare le risorse necessarie al mercato per favorire la concorrenza, accogliendo in questo modo anche il messaggio di rinvio alle Camere del Presidente della Repubblica nella parte in cui afferma che il Parlamento deve porre in essere azioni che evitino il formarsi di posizioni dominanti.
Si tratta di emendamenti molto semplici che però consentirebbero di ridurre gli affollamenti pubblicitari e far sì che la concorrenza sia effettivamente garantita: è una sorta di riedizione del SIC. Si è parlato molto di questo sistema integrato delle comunicazioni e, dopo il messaggio del Capo dello Stato, si è forse capito da parte del Governo che si era esagerato e anziché restringere di molto la torta, la si è ristretta di un po', di qualche piccolo centimetro.
In una torta che è sostanzialmente grande, è evidente che accorciare il diametro


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di qualche centimetro non significa assolutamente nulla! Voi avete riproposto, nel decreto «salvareti», la stessa logica del SIC, che era nel testo originario del provvedimento prima ancora che fosse rinviato dal Capo dello Stato alle Camere e che è anche nella versione proposta dall'onorevole Romani ed altri, cioè un semplice «asciugamento» di questo SIC. È una logica che noi non condividiamo e per questo avevamo presentato alcuni emendamenti che miravano a ridurre l'affollamento pubblicitario, per far sì che si sviluppasse la concorrenza e che si liberassero le tante risorse finanziarie che nel mercato pubblicitario vi possono essere al fine di garantire il pluralismo, la concorrenza e un'informazione che sia la più ampia possibile.
Siamo rammaricati, quindi, onorevoli colleghi, signor sottosegretario, del fatto che ci sia stato impedito di discutere nel merito qualsiasi emendamento migliorativo, perfino di un decreto-legge che, purtroppo, salva sostanzialmente Retequattro. Per la verità, non ce l'abbiamo con Retequattro; figuriamoci, noi vogliamo che vi sia uno spazio per tutti, a patto che tale spazio non travalichi i limiti della decenza e garantisca anche agli altri non soltanto di sopravvivere, ma anche di vivere bene in questa sorta di mercato dell'informazione televisiva. Per questa ragione, ci preoccupiamo sia dei lavoratori di Retequattro sia di quelli di RAI 3, come ci preoccupiamo dei lavoratori delle acciaierie di Terni, di quelli delle acciaierie di Genova - lo ha detto il collega Mazzarello che mi ha preceduto -, come ci preoccupiamo dei lavoratori del comparto siderurgico di Piombino - visto che recentemente ho avuto modo di conoscere questa realtà - e di tutte quelle situazioni di difficoltà in cui versa il nostro paese. E il Governo, anziché occuparsi dei problemi, anziché fare politica, rispondere cioè ai problemi della gente e di coloro che sono in difficoltà, si preoccupa di tamponare con qualche provvedimento - soprattutto decreti-legge, che vengono approvati in quattro e quattr'otto, in particolar modo quando su di essi viene posta la questione di fiducia -, per poter mettere l'ennesima toppa alle tante lacerazioni che il Governo stesso ha prodotto in due anni e mezzo di guida del paese!
Sono quindi rammaricato di dover insistere su una posizione per noi vitale e molto forte, ma sono ancor più rammaricato del fatto che non ci sia stato consentito di entrare nel merito degli emendamenti e di spiegare a quei parlamentari della maggioranza che sono molto più sensibili agli interessi del paese che a quelli del Presidente del Consiglio, che vi sono alcuni punti della legge che, probabilmente, potevano essere migliorati. Non mi riferisco soltanto alle grandi emittenti televisive, ma anche alle reti locali.
Vede, sottosegretario Innocenzi, allo scopo di ottenere la licenza di operatore di rete locale, è previsto che si debba investire in infrastrutture, entro cinque anni dal conseguimento della licenza, un importo non inferiore ad un milione di euro per bacino di diffusione per ciascuna regione oggetto di licenza in ambito locale. Noi avevamo anche proposto di ridurre questo importo da un milione a 500 mila euro, per una licenza limitata ad un bacino di estensione inferiore a quello regionale perché, al di là della propaganda che fa il suo ministro o qualcuno della maggioranza che si occupa di emittenza locale, noi crediamo veramente nell'emittenza radiotelevisiva locale, ci crediamo al punto tale che cerchiamo anche di favorirne, sotto questo profilo, lo sviluppo. Però voi, a parole, dite di essere sensibili, ma, nella sostanza politica di ogni provvedimento che proponete in quest'aula e, quindi, anche al paese, non vi occupate della tutela degli interessi dell'emittenza radiotelevisiva locale.
Voi avete compiuto la scelta politica di ridurre le 600 radio e televisioni locali, presenti sul territorio, a 200 o 150. Si tratta di una scelta politica di cui pagherete le conseguenze: infatti, mentre oggi si presenta il problema dei lavoratori di Retequattro, domani rischieremo di avere numerosi disoccupati nel settore della radioemittenza televisiva locale, a meno che non facciate quello che qualcuno sta facendo,


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vale a dire andare in giro a fare shopping di frequenze, non so con quanta tutela dei livelli occupazionali dell'emittenza radiotelevisiva locale!
Per questo motivo, signor Presidente e onorevoli colleghi, siamo francamente contrari sia nel metodo, sia nel merito. Siamo contrari nel metodo, perché non è possibile, in quattro e quattr'otto, porre la questione di fiducia in Parlamento, impedendo a ciascuno di noi di far discutere l'intera Assemblea sulle proposte emendative presentate, imponendo una scelta verticistica, di maggioranza e «blindata» - così come è stato blindato, in questa legislatura, tutto quanto riguardasse il settore dell'informazione radiotelevisiva -, ed imponendo al Parlamento scelte assolutamente insindacabili da parte non solo dell'opposizione, ma anche di alcuni parlamentari della stessa maggioranza.
Nel merito, non condividiamo l'impianto e le solite finezze semantiche del presente provvedimento - che ripercorrono, non solo per grandi linee, ma anche nel dettaglio, la sostanza della cosiddetta legge Gasparri -, e non condividiamo, altresì, il modo di procedere di questo Governo e di questa maggioranza.
Per questi motivi, preannunzio il nostro voto contrario al provvedimento: lo motiveremo in modo più compiuto nel corso delle dichiarazioni di voto, e intraprenderemo tutte le azioni politiche a noi consentite non solo come parlamentari, ma anche come esponenti politici che vivono in mezzo alla gente, per contrastare questo decreto-legge. Ciò per far sì che vi sia veramente libertà di informazione nel nostro paese e che siano garantite le condizioni per una effettiva, maggiore concorrenza nel mercato televisivo italiano (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Carra. Ne ha facoltà.

ENZO CARRA. Signor Presidente, cercherò di illustrare brevemente i motivi che ci lasciano stupefatti di fronte alla decisione del Governo di porre la questione di fiducia e di strozzare, in questo modo, il dibattito su una questione che successivamente tornerà comunque a galla, e che probabilmente turberà i sonni della maggioranza.
Come hanno già sostenuto il collega Lusetti e gli altri deputati intervenuti, spiegheremo le nostre proposte, volte a migliorare questo provvedimento, che non è stato possibile discutere. Vorrei illustrare brevemente, allora, quelle modifiche e quelle correzioni che avrebbero reso più forte un decreto-legge debolissimo.
Un emendamento a mia prima firma proponeva di modificare l'articolo 1, comma 1, lettera b), che recita: «la presenza sul mercato nazionale di decoder a prezzi accessibili». Se, come ci è stato spiegato più volte dalle autorità competenti in materia, il concetto di accessibilità è importante, bisogna che esso abbia qualche appiglio concreto. In altre parole, cos'è accessibile e cosa non lo è? Con il mio emendamento avevo proposto di aggiungere alle parole: «la presenza sul mercato nazionale di decoder a prezzi accessibili», le parole: «per la media della popolazione secondo i dati ufficiali ISTAT».
Ora, sappiamo che sull'ISTAT si sono addensate allarmanti polemiche e critiche. Peraltro, è curioso che il ministro titolare del potere di vigilanza, anziché convocare il presidente dell'istituto per richiamarlo - diciamo così - quando, secondo lui, le cose non vanno bene, debba aprire un'inchiesta. Perciò, se non vogliamo chiamare in causa l'ISTAT, facciamo riferimento a qualche altro istituto di ricerca - fate un po' voi -, ma l'accessibilità dei decoder in base a cosa la misuriamo? Qual è il prezzo giusto, direbbe qualche venditore televisivo di quelli che lavorano per Mediaset? Questa mi pareva una modifica ispirata a buon senso che avrebbe reso leggermente più forte un decreto-legge che, così com'è, è senz'altro debole.
Un'altra proposta emendativa riguardava l'articolo 1, comma 1, lettera c), che recita: «l'effettiva offerta al pubblico su tali reti anche di programmi diversi da quelli diffusi dalle reti analogiche». In


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sostanza, qui vengono richiamate la problematica del simulcast e tutte le questioni i cui termini sono già stati illustrati, molto abilmente, dal collega Lusetti. Ebbene, se alle parole: «l'effettiva offerta al pubblico su tali reti anche di programmi diversi da quelli diffusi dalle reti analogiche» avessimo aggiunto le seguenti: «purché diretti ad un reale ampliamento del pluralismo informativo e culturale», mi pare che la cosa sarebbe stata un po' più digeribile!
Probabilmente, già oggi, chi ha la fortuna di avere il decoder ed il digitale terrestre in casa vedrà repliche di programmi già trasmessi o programmi diffusi da televisioni straniere. Ma cos'ha chiesto il Presidente della Repubblica rinviando questa legge alle Camere? Quale problema egli ha posto? Che vi sia qualcosa di più e di meglio, che vi sia un effettivo ampliamento del pluralismo informativo e culturale, ovvero che vi siano i decoder sufficienti e la copertura del 50 per cento del territorio? Ritenendo che il problema posto dal Presidente della Repubblica sia il secondo, voi gli attribuite una preoccupazione di carattere economico: sostanzialmente, al Presidente interesserebbe sapere se questo nuovo mercato vi sia e se esso si stia sviluppando. Insomma, il Presidente della Repubblica, preso da una giusta preoccupazione per un'economia nazionale che va male, avrebbe deciso di aprire ad un altro mercato! Non mi pare questo il problema del Presidente della Repubblica.
Neanche noi ci poniamo tale problema. Questi canali giustificano l'aggiramento, come diciamo noi, o il superamento, come dite voi, della sentenza della Corte costituzionale, ma il nostro problema è che vi sia un effettivo arricchimento del pluralismo informativo e culturale. E questo mi pare il leitmotiv anche dei messaggi del Presidente della Repubblica: di quello del 2002 e di quest'ultimo con il quale ha rinviato alle Camere la legge Gasparri.
Un altro emendamento riguarda il comma 3 dell'articolo 1.
Tale comma (credo che su ciò, in maniera molto più dotta di me, siano già intervenuti i miei colleghi) stabilisce che, per quanto riguarda le decisioni da prendere anche sull'affollamento e sulle frequenze, fino alla data di adozione delle deliberazioni dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, è consentito alle emittenti che superino i limiti di cui ai commi 6, 7 e 11 dell'articolo 3 della legge 31 luglio 1997, n. 249, di proseguire l'esercizio delle reti eccedenti tali limiti.
Da tale comma si evince che effettivamente, il D-day, il 30 aprile 2004, l'Autorità dovrà riunirsi nuovamente per adottare alcune deliberazioni. Ma quali deliberazioni deve adottare l'Autorità? Ditelo! Si tratta di un modo (disciplinato in questo provvedimento estremamente sbagliato: voi lo sapete benissimo) per prendere altro tempo, per compiere (non saprei come definirla) un'altra piccola truffa. Le deliberazioni sono state già adottate: mi riferisco alla sentenza dalla Corte costituzionale e, prima ancora, al pronunciamento dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni; non c'è altro. Vi sarete posti delle domande in merito a ciò, dandovi, immagino, delle risposte.
Se, al 30 aprile, non sarete stati in grado di approvare la legge Gasparri, non sarà possibile la presenza di tre reti in capo ad un solo soggetto imprenditoriale. Lo ha dichiarato la Corte costituzionale. Il giorno dopo - il 1o maggio, festa dei lavoratori -, uno qualunque potrà chiedere il rispetto della sentenza della Corte costituzionale. Non c'è altro da fare. Non ci sono deliberazioni da adottare, riunioni o sedute da convocare, avvocati o giudici. Occorre soltanto applicare una legge che già esiste. Questo lo sapete? Vi siete preparati a quest'evento?
Ho notato la foga con cui tutti noi ci siamo interessati al digitale terrestre, al decoder. Anch'io, precedentemente, ho parlato dell'accessibilità. Ma, ascoltando alcuni pareri, deduco che i problemi riguardanti i decorder e la copertura, sono forse superabili, aggirabili (fate un po' voi). A me pare molto meno superabile - attraverso una legge e un decreto-legge che rappresentano un flash back (sono rivolti al passato come se lo stesso si sia già realizzato, ma così non è stato) - l'aspetto


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che avrebbe dovuto portare Retequattro (sulla quale c'è ben poco da decidere, stando alla sentenza della Corte costituzionale) a lasciare l'etere terrestre entro il primo gennaio. Questo mi sembra uno dei problemi meno superabili. Spero che abbiate riflettuto seriamente su ciò e su come approvare entro il 30 aprile una legge che, per un anno e mezzo, non siete riusciti a far approvare.
Sempre con riferimento al terzo comma dell'articolo 1, ho presentato un emendamento con il quale chiedevo che le parole «Fino alla data di adozione delle deliberazioni dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni» (queste famose deliberazioni! In realtà, non vi sono deliberazioni da assumere) fossero sostituite dalle seguenti: «Fino alla data di adozione delle deliberazioni dell'Autorità che completa gli accertamenti di cui al primo comma».
Non credo vi saranno molte difficoltà - se ve ne saranno, saranno superabili - sul digitale terrestre, ma, per quanto riguarda le frequenze analogiche, se non avrete prima avviato il digitale terrestre con una legge, non so come riuscirete a dire a chiunque, a chicchessia, che si può rimanere nella situazione attuale proprio perché le sentenze della Corte costituzionale possono essere superate dall'avvio del digitale terrestre. Non so proprio come farete, ma credo che voi abbiate certamente preso in esame questa vicenda.
D'altra parte noi, non soltanto in quest'ultimissima fase, abbiamo presentato emendamenti - siamo stati effettivamente anche un po' sconsiderati, per certi versi -, di buonsenso, in un'ottica di cooperazione, che anch'io credo di aver dimostrato illustrando questi miei quattro emendamenti. Invece voi, con questo voto di fiducia, non solo spazzate via le modifiche e le correzioni proposte, che pure erano possibili proprio perché le aveva presentate addirittura l'opposizione (così totale ed efferata come la descrivete), ma soprattutto infrangete, a mio giudizio (per quel pochissimo che vale), la stessa ragione d'essere della scelta, assunta in questo Parlamento tanti anni fa, di escludere il voto segreto per la votazione finale delle leggi. Infatti, se la Camera ha escluso il voto segreto per evitare - lo sappiamo bene - i franchi tiratori, non può certo avere escluso anche un dibattito sereno e un voto sugli emendamenti e sui singoli articoli, soprattutto su quegli articoli che richiedono, con una certa ragionevolezza, il voto segreto. Quindi, avete infranto anche la ratio di quella scelta, che non era assolutamente quella di strozzare un dibattito, soprattutto su leggi particolarmente delicate che toccano elementari diritti di libertà e di espressione. Voi avete strozzato un dibattito, in questo modo pensando di liberarvi delle vostre turbolenze interne; però, come sapete, anche i grandi scalatori scoppiano, e ho paura che voi stiate in questa condizione.
Credo che questo sia un vulnus - non so se si possa definire tale - , una grave decisione che va proprio a colpire il cuore del Parlamento, che va a colpire proprio il suo modo di ragionare e di legiferare. Questo non è stato evidentemente neanche preso in considerazione da voi; forse avevate fretta, immagino che sia stata più che altro la fretta a farvi superare ogni perplessità, perché quelle che vi espongo sono perplessità che certamente andranno rilevate anche in altra sede, oltre che in questa. Altrimenti, quella dell'esclusione del voto segreto, che era una scelta di libertà, potrebbe essere intesa come la scelta di un simpatico Parlamento di una simpatica Repubblica socialista di buona memoria, dove tutto quanto è normalizzato. È strano che l'abbiate fatto proprio voi che siete stati alla ribalta per anni come grandi propugnatori del maggior liberismo democratico mai esistente in questo paese.

RENZO LUSETTI. L'influenza di Putin!

ENZO CARRA. Sì, ho capito, probabilmente, come dice il mio amico Lusetti, sarà stata l'influenza di Putin. Ma alla Duma Putin queste cose certamente non riesce a farle fino a questo punto, mentre voi ci siete riusciti. Questo effettivamente


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è uno dei tanti record negativi, se permettete.
L'altro record che dovrete battere riguarderà l'accelerazione dell'iter della legge; mi sembra assolutamente incontrovertibile che, entro il 30 aprile, la cosiddetta legge Maccanico (che prende il nome dal gentile signore che mi siede vicino) andrà in qualche misura rispettata, come dichiara una sentenza della Corte costituzionale, a meno che non vi siano dei «magheggi» successivi (come direbbero i ragazzi) oppure un altro decreto-legge (ce lo aspettiamo e, al riguardo, bisognerà prepararsi).
Per quanto riguarda la verifica della presenza sul mercato dei decoder (riguardo a questo tema il collega Rognoni si è tanto appassionato da scrivere un libro dotto e pieno di citazioni), avendo ascoltato attentamente il professor Cheli ed il professor Pilati (homo nomen), ho capito che alla fine sarà facile lavarsene le mani. Si dirà che i decoder ci sono e che il 50 per cento del territorio, come abbiamo detto qualche volta in Commissione (il sottosegretario se ne ricorderà), è coperto (si sa benissimo che in Italia siamo bravissimi a creare le coperture!). In proposito, mi aspetto più facilmente un parere positivo, o perlomeno problematico, che un parere contrario e dirimente.
Tuttavia, riguardo all'altro tema, se non attuate questa inaugurazione fastosa ed accertabile dell'avvio del digitale terrestre, l'onorevole Maccanico sarà lì, come un brutto sogno per voi tutti e non vi farà dormire...

ANTONIO MACCANICO. Un brutto sogno? Questo no!

ENZO CARRA. Per loro!
Noi avevamo fatto tutto ciò dimostrando buonsenso e cooperazione in una vicenda che riguarda tutti gli italiani. Ieri, ho letto (credo che ne sia a conoscenza anche l'onorevole Rognoni) che il direttore del TG4 ci ha definiti una «manica di pazzi». Può darsi che sia così; del resto, un po' pazzi lo siamo. Il simpatico direttore del TG4 ha ragione. Egli ci ha definito una «manica di pazzi» che vorrebbe mandare Retequattro sul satellite ed ha sostenuto che, quindi, il voto di fiducia si è imposto per sgominare quella frotta di dementi che saremmo noi.
Tuttavia, siamo in una situazione che definirei, con la massima libertà personale (finché me la lasciate!), molto simile a quella della città brechtiana di Mahagonny (mi riferisco all'Ascesa e caduta della città di Mahagonny). Allora, i pazzi non sono i personaggi peggiori di quella società: lì vi sono capitalisti senza regole, gente dalla morale lasca, donnine allegre; c'è di tutto. Perciò, forse, stare dalla parte dei pazzi, in fondo, non è neanche un grande insulto.
Anzi, questo simpatico direttore potrebbe dedicare a noi la stessa attenzione che per circa un anno e mezzo prestò con il suo telegiornale, piazzando un giulivo giornalista di fronte ad un Palazzo, per correre dietro a tutte le miserie dell'Italia di allora. Potrebbe dedicare a questi pazzi lo stesso tempo e lo stesso spazio (magari, non lo stesso giornalista perché era un po' troppo giulivo e «spulezzante»). Che dedichi un po' di attenzione anche a questo tema, sapendo che non ci ha rivolto assolutamente un insulto, che noi non insultiamo loro e non vogliamo assolutamente il male di nessuno. Stiamo cercando soltanto di reagire ad un male per tutta la comunità italiana e purtroppo come abbiamo visto, a mio avviso anche per ciò che rappresenta questo Parlamento della Repubblica italiana (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Rognoni. Ne ha facoltà.

CARLO ROGNONI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor sottosegretario, c'era proprio bisogno di porre la questione di fiducia? Possibile che non vi abbia neppure sfiorato l'idea che impedire all'opposizione di esprimersi e di proporvi alcuni emendamenti migliorativi (e che ve ne fosse bisogno avremo modo di dimostrarlo) fosse una inutile forzatura, un'offesa alla dialettica parlamentare?


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Possibile che non vi abbia neppure sfiorato l'idea che chiedere alla vostra maggioranza di «blindarsi» sul provvedimento che è entrato nelle cronache giornalistiche come il decreto-legge «salva Retequattro», ovvero il decreto-legge Berlusconi pro famiglia Berlusconi, il decreto-legge Berlusconi pro azienda Berlusconi, poteva essere letto, non solo in Italia, come una miserevole caduta di stile? Possibile che il conflitto di interessi non sia per molti di voi non dico una ragione di vergogna, ma nemmeno di prudenza, un'occasione per mostrare un minimo di sensibilità istituzionale? Forse è davvero chiedervi troppo: in fondo, non a caso, sono passati mille giorni da quei cento che il cavalier Berlusconi in persona aveva promesso essere il tempo massimo per adottare una legge sul conflitto di interessi.
Eppure, ripeto la domanda: era davvero necessario porre la questione di fiducia? Lo avete fatto - avete detto - per ragioni tecniche: è una bugia grande come una casa e non vi fa onore! Si tratta infatti di una scusa palesemente inconsistente: siamo al 17 di febbraio ed il termine per la conversione in legge del decreto-legge cade il 27, fra dieci giorni. Gli emendamenti presentati non sono tanti: quelli che, se accolti, avrebbero potuto realmente migliorare il testo si contano sulle dita di una mano. Se questi emendamenti fossero stati accettati avreste potuto porre la questione di fiducia, allora sì per ragioni tecniche, al momento del terzo «passaggio» al Senato, previsto per la prossima settimana. Oppure, forti delle vostre convinzioni e di una maggioranza di cento voti, avreste potuto respingere tutti i nostri emendamenti ed imperterriti insistere nell'errore, indifferenti rispetto al detto che errare è umano, ma perseverare è diabolico!
Eppure non avete voluto seguire nemmeno questa strada: possibile che neppure questi cento voti in più vi servano a qualcosa? Continuate a ripetere: forse che il Governo Prodi non ha posto tante volte la questione di fiducia? Già, ma non vi viene in mente che, in primo luogo, non si trattava di decreti-legge pro casa Prodi e, in secondo luogo, che allora la maggioranza parlamentare era davvero risicata e bastava un'epidemia di raffreddore per perdere. Avete un numero di voti dieci volte maggiore rispetto a quello che il centrosinistra ha avuto nella scorsa legislatura. Eppure non sembrate nemmeno capaci di adoperarli, altro che ragioni tecniche! È lo spettro dei franchi tiratori che tormenta il sonno del vostro leader, è la paura che vi spinge a non guardare in faccia nessuno e che vi autorizza ad infischiarvene dell'opposizione, costringendovi ad umiliare la vostra stessa maggioranza e a «strafare» in arroganza parlamentare. Forse che fra i nostri emendamenti ve ne erano alcuni che potevano essere sottoposti al voto segreto dell'Assemblea? Allora capisco: piuttosto che ammettere che la maggioranza non esiste più e che non c'è nemmeno su un banale e volgare decreto-legge «salva Retequattro», preferite rischiare il ridicolo e la vergogna di apparire come fedeli esecutori degli interessi di un'azienda, soprattutto se questa azienda è la gallina dalle uova d'oro del capo della vostra maggioranza! Pecunia non olet, ci mancherebbe! Tuttavia spacciare per ragioni tecniche, sane e serie, ragioni di cassa, ripeto, non vi fa onore!
E pensare che alcuni nostri emendamenti meritavano, se non di essere accolti, quanto meno un minimo di considerazione; secondo me alcuni potevano anche essere votati da alcuni di voi, da quelli che non hanno perso del tutto il buonsenso o che non sono accecati dalla difesa degli interessi di uno contro tutti.
Per esempio, l'emendamento che prevede l'inserimento, all'inizio del primo articolo, dell'inciso: «al fine di valutare l'arricchimento effettivo del pluralismo televisivo». Possibile che voi non sentiate neppure il bisogno di accettare che nel decreto-legge sia scritto a chiare lettere la ragion d'essere del decreto-legge stesso, o almeno quella che dovrebbe essere tale? Come se il tormentato iter di queste leggi Gasparri e Berlusconi non fosse dovuto alla necessità di offrire una risposta proprio al giudicato costituzionale che ci


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chiede, da anni, una cosa: una legge che riporti il pluralismo nel sistema radiotelevisivo italiano.
Un paio di mesi fa mi era capitato di chiedere provocatoriamente se il decreto «salva Retequattro» fosse la truffa di Natale. La domanda, impertinente due mesi fa, era comunque giustificata. Ebbene, che di truffa si tratti oggi ho la certezza. Dopo le modifiche apportate dal Senato, dopo la blindatura del decreto-legge qui alla Camera non ho dubbi che stiate portando avanti un inganno legislativo, anche nei confronti del Quirinale che aveva firmato il decreto-legge nel testo originario, poi modificato dal Senato.
Innanzitutto, va detto che il decreto-legge, per poter avere la firma del Presidente della Repubblica, ha dovuto tenere conto del messaggio con cui il Quirinale ha rinviato alle Camere la legge Gasparri. In particolare, il Governo ha dovuto piegarsi all'idea, messa in sentenza dalla Corte costituzionale, che la data del 31 dicembre 2003 è davvero «un termine finale assolutamente certo, definitivo e, dunque, non eludibile» per il rispetto delle vigenti norme antitrust. Esse ci dicono - è bene ricordarlo - che, ferme restando le attuali tecnologie televisive analogiche, nessun imprenditore può avere più di due reti e che, dunque, Silvio Berlusconi deve rassegnarsi a mandare la sua terza rete sul satellite e a restituire le frequenze che oggi occupa. In fondo, da sette anni sa che queste sono le regole ed avrebbe avuto tutto il tempo per ridisegnare la strategia di crescita della sua azienda. Ciò a meno che l'improvviso ingresso sul mercato delle tecnologie digitali non moltiplichi l'offerta di televisione gratuita e faccia saltare l'attuale tetto antitrust. In tal caso, se le reti da undici diventano venti, ecco che il 20 per cento delle reti consentite passa da due a quattro.
Proprio su tale scommessa avveniristica si fondava la cosiddetta legge «Gasparri uno». Tuttavia, non funzionava palesemente dal punto di vista costituzionale l'aver fissato un termine di dodici mesi più uno a partire dal 1o gennaio 2004. Si trattava di un termine troppo lungo e tale da apparire - parola di Ciampi - un'ennesima proroga e, come tale, non più tollerabile secondo la Corte costituzionale. Soprattutto, non funzionava il non aver stabilito sanzioni nel caso il pluralismo, miracolosamente introdotto nel sistema radiotelevisivo grazie ad un'iniezione da cavallo di tecnologia digitale terrestre, non fosse accertato.
Ecco allora che il decreto-legge, non potendo essere una pura e semplice proroga dei termini, stabilisce che l'Autorità ha quattro mesi più uno (non più dodici più uno) per accertare se i nuovi canali digitali vi sono e contribuiscono al pluralismo, vuoi per la presenza di decoder a prezzi ragionevoli, vuoi per i programmi davvero nuovi in tecnica digitale terrestre offerti ai telespettatori, vuoi per la copertura della popolazione dei teleutenti. Se l'Autorità dovesse verificare che il pluralismo non c'è, avrebbe il potere di intervenire persino recuperando le frequenze abusivamente occupate da Retequattro. Già, ma è realistico pensare che, vigente l'attuale legge antitrust, il sistema radiotelevisivo italiano diventi pluralista da gennaio o, se preferite, tra quattro-cinque mesi?
Un testo che aveva una sua apparente dignità al Senato viene stravolto e, comunque, corretto quel tanto che basta - così credo che pensi la stessa Mediaset - per annullare gli effetti del giudicato costituzionale.
Passo ad esaminare le aggiunte apportate dal Senato al testo del decreto-legge che il Presidente Ciampi aveva firmato, a mio avviso, convinto della buona fede con cui era stato formulato. Una prima aggiunta dice «anche tenendo conto delle tendenze in atto nel mercato». Diamine! L'Autorità può svolgere un esame della complessiva offerta dei programmi televisivi digitali terrestri anche tenendo conto delle tendenze in atto sul mercato. Si tratta di una furbata miserevole! Consentitemi di dirlo anche all'Autorità, che ci ha spiegato che tale frase le piace perché le facilita il lavoro. In che senso, signori dell'Autorità? Nel senso che vi offre un alibi per chiudere un occhio sull'effettivo


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pluralismo? Non posso crederci. Mi vergogno dei cattivi pensieri che tale dichiarazione, pronunziata nel corso di un'audizione, mi ha fatto venire in mente.
D'altra parte, le tendenze in atto non vogliono dire un bel nulla rispetto al pluralismo di cui parla la Corte. Vogliono semplicemente dire che prima o poi - non importa se poi piuttosto che prima - le nuove tecnologie saranno davvero una realtà. Tuttavia, tali tecnologie sono già una realtà. Il problema è se rispondano o meno al bisogno di pluralismo di cui parla la Corte.
L'Autorità, in quella stessa audizione, ha detto una cosa che davvero mi ha colpito, cioè che non spetta ad essa, bensì alla Corte costituzionale, verificare le questioni del pluralismo. Forse ho capito male io? I capolavori emendativi messi in campo al Senato per trasformare il decreto-legge in quella che è palesemente una truffa ai danni del pluralismo non sono finiti.
Che vuol dire aver sostituito la parola «raggiunta» con la parola «coperta», alla lettera a) del comma 1 dell'articolo 1? Vuol dire che all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni basta verificare che vi sono dei ripetitori del digitale terrestre per potersi dichiarare soddisfatta. Se poi la TV digitale non la vede nessuno, poco importa, perché nessuno chiede all'Autorità di verificare che le trasmissioni siano anche viste da qualcuno. Al riguardo, quello che ci ha detto l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni è in forte contrasto con quanto ci ha detto l'antitrust, laddove, se permettete, mi pare che l'antitrust colga la questione molto meglio. Meglio rileggerle, quelle parole, anche a costo di annoiarla, signor sottosegretario, perché è importante che quanti ci ascoltano le risentano.
L'antitrust afferma che: le preoccupazioni di ordine concorrenziale, connesse alla carente disciplina della fase di transizione alla trasmissione in tecnica digitale, risultano tendenzialmente superate dalle previsioni del decreto-legge n. 352 del 24 dicembre 2003, che ha ancorato la verifica dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni all'effettiva ricezione, da parte della popolazione, dei canali digitali; il dato dell'effettiva ricezione riveste, infatti, rilevanza essenziale, atteso che il numero e le frequenze dei contatti dei telespettatori rappresentano l'elemento chiave per determinare l'ammontare dei ricavi attesi, su cui si basa l'entità degli investimenti che ciascun operatore è disposto ad effettuare.
Precisamente in tale ottica, nell'audizione del 10 settembre 2003 dinanzi alle Commissioni riunite, l'Autorità aveva suggerito di prevedere, quale momento in cui si ridetermina la base sulla quale calcolare la soglia del 20 per cento dei canali irradiabili, l'effettiva ricezione da parte degli utenti del segnale televisivo digitale, anziché la mera copertura. Il dettato del 24 dicembre 2003, nella misura in cui focalizza l'attenzione e la verifica sulla ricezione effettiva da parte degli utenti, sembra andare nella giusta direzione: peccato che al Senato lo abbiate modificato! Va da sé che l'eventuale esito negativo della verifica da parte dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni dovrebbe comportare la piena applicazione del giudicato costituzionale nel merito: ecco perché lo avete cambiato.
In un emendamento che reca la mia firma avevo proposto di sostituire la parola «raggiunta» (ma vale anche per la parola «coperta», nell'attuale formulazione del testo) con le parole «servita con buona qualità». Buona qualità o qualità buona, per chi non lo sapesse, è un'espressione tecnica: vuol dire che non basta irradiare il segnale di un ripetitore, ma bisogna che il segnale sia buono e sia tale che, se lo si vuole vedere e decodificare, ci si riesca davvero. Un segnale sporco nel digitale vuol dire non vedere niente. Cosa costava accettare questo miglioramento? So cosa vuol dire non averlo accettato: al Governo basta e avanza che la diffusione sia virtuale, magari anche sporca, perché poco gli interessa che qualcuno la catturi.
Alla lettera a) del comma 1 dell'articolo 1, la forzatura più insopportabile, tuttavia, è rappresentata dalla modifica introdotta dal Senato, in base alla quale la popolazione


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coperta dalle nuove reti digitali terrestri non deve comunque essere inferiore al 50 per cento. Questa modifica è stata mutuata pari pari dal testo della legge Gasparri; noi abbiamo proposto di sostituire le parole «non deve comunque essere inferiore al 50 per cento» con le parole «non può comunque essere inferiore a quella prevista dall'articolo 3, comma 5, della legge n. 249 del 1997». Capisco che alla maggioranza non piace ristabilire le norme esistenti, perché ciò rischia di impedirle di scavalcare il dettato costituzionale o perlomeno di impedirle di provarci!
Ora, va detto a chi ci ascolta che oggi la legge afferma che una rete, per essere nazionale, deve poter essere diffusa sull'80 per cento del territorio italiano: il che vuol dire, realisticamente, che la vede il 90 per cento degli italiani. Solo così si può parlare di rete nazionale. A che serve questa definizione? Intanto serve a fissare un criterio, sulla base del quale concedere agli imprenditori di televisione delle concessioni nazionali. La stessa legge, tuttora in vigore, stabilisce che nessun imprenditore può avere più del 20 per cento di quelle reti nazionali.
Bisogna sapere che le reti nazionali in concessione sono undici e, dunque, nessuno può avere, sulla base della legge esistente che risale al 1997 e che risponde ad un'altra sentenza della Corte Costituzionale del 1994, più di due reti. Da qui, l'ultimo giudicato costituzionale: entro il 31 dicembre 2003, in nome del pluralismo, Retequattro deve liberare le frequenze che occupa, affinché siano date in concessione ad un altro imprenditore. Non viene tolto nulla a nessuno degli spettatori. A tale riguardo, interviene la legge Gasparri che impone la corsa al digitale terrestre, alla nascita di nuove reti nazionali da sommare a quelle analogiche esistenti.
Peccato che questo Governo, per quanto si cimenti nei miracoli della moltiplicazione delle reti, non riesca a garantire che la copertura sia effettivamente simile a quella delle reti nazionali analogiche esistenti! Costa troppo portare il segnale digitale sull'80 per cento del territorio. Di qui la trovata della legge Gasparri: una volta approvata la legge, una rete, per essere riconosciuta come nazionale, basterà «che non sia locale». Leggere per credere!
Dato che una TV locale non arriva al 50 per cento della popolazione, una nazionale sarà quella che raggiunge il 50,1 per cento della popolazione. Con questo escamotage - forse dovrei chiamarlo imbroglio - si sommano le reti analogiche a quelle digitali ed il 20 per cento delle reti non farà più 2, bensì 4 o 5 o chissà quanto.
L'introduzione del riferimento del 50 per cento nel decreto-legge ha un solo obiettivo: consentire all'Autorità di dire, fra qualche mese, che il segnale digitale terrestre, magari anche sporco, raggiunge in teoria il 50 per cento degli italiani. Ma, quali italiani? Al Governo non importa se riguarderà il nord, il sud o avverrà a macchia di leopardo.
Se ci trovassimo, come siamo, in una fase puramente sperimentale, signor sottosegretario, la copertura del 50 per cento avrebbe senso, perché, in tale fase, si costruisce un processo che ha i suoi tempi ed una sua dinamica. Tuttavia, il Governo pretende che la sperimentazione non vi sia e che le reti digitali terrestri siano da subito sommabili a quelle nazionali analogiche.
Qui sta la forzatura intollerabile e l'imbroglio, anche se, personalmente, sono convinto che si tratti di un gioco delle tre carte, facilmente smascherabile da un'Autorità seria, impegnata a far rispettare il giudicato costituzionale. Se non sarà l'Autorità, toccherà, ancora una volta, alla Corte costituzionale intervenire.
Per quanto riguarda la lettera b) del comma 1 dell'articolo 1 del provvedimento di esame, secondo le previsioni di una nostra proposta emendativa, l'Autorità dovrebbe accertare non la presenza sul mercato nazionale di decoder, bensì la loro diffusione effettiva. Al riguardo, non vi è bisogno di grandi spiegazioni, convinti come siamo che, tra quattro o cinque mesi, il pluralismo di cui parla la Corte non ci sarà. Il nostro tentativo è, perlomeno,


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quello di fare in modo che quel tot in più di reti che vi saranno non siano solo virtuali e non servano solo a fare il gioco delle tre carte per l'imbonitore di turno.
Con riferimento alla lettera c) del comma 1 dell'articolo 1, vorrei segnalare un'altra ambiguità: nello stesso si parla «anche di programmi diversi da quelli diffusi dalle reti analogiche». Il termine «anche» è chiaramente di troppo: il Governo, al riguardo, non ci ha saputo spiegare da dove viene e perché. Esso contraddice, in maniera palese, l'impegno della stessa legge Gasparri, che era quello di considerare sommabili alle reti analogiche esistenti, ai fini antitrust, solo e non anche quelle reti digitali nuove e originali che trasmettono contenuti non in simulcast. Con quel termine, il Governo imbroglia se stesso ed annulla quel poco di decenza che si era dato.
Un nostro emendamento, con riferimento alla succitata lettera c), prevede l'aggiunta delle parole: «e satellitari». L'emendamento serve per spiegare che il Governo pensa che siano nuove, sommabili a quelle analogiche esistenti (è bene che chi ci ascolta capisca), concorrendo al pluralismo, quelle reti che, oggi, sono sul satellite e che, da domani, potrebbero trasmettere anche in digitale terrestre.
Ciò la dice lunga sulla visione del pluralismo del Governo. Tanto per fare nomi, Mediaset, nel suo multiplex, intende trasmettere un canale di musica, già trasmesso sul satellite, ed un canale di trailer cinematografici (cooming soon), anch'esso già sul satellite. Anche questi due canali dovrebbero concorrere al totale dei canali, sui quali calcolare il nuovo antitrust (e consentire di affermare che vi è pluralismo). Mi pare che l'esempio non abbia bisogno di grandi commenti.
Vorrei concludere con uno degli aspetti in assoluto più delicati, affrontati nel messaggio del Presidente della Repubblica, quello relativo alle mancate sanzioni nel caso l'Autorità dovesse accertare la mancanza di pluralismo.
Ricordiamo cosa diceva il messaggio del Presidente (è importante che resti tre volte agli atti, non una). «Una prima osservazione riguarda il termine massimo assegnato all'Autorità per effettuare detto esame: "entro i dodici mesi successivi al 31 dicembre 2003" (articolo 25, comma 3). Questo lasso di tempo - molto ampio rispetto alle presumibili occorrenze della verifica - si traduce, di fatto, in una proroga del termine finale indicato dalla Corte costituzionale. Una seconda osservazione concerne i poteri riconosciuti alla Autorità: questa, entro i trenta giorni successivi al completamento dell'accertamento, invia una relazione al Governo e alle competenti Commissioni parlamentari, "nella quale verifica se sia intervenuto un effettivo ampliamento delle offerte disponibili e del pluralismo nel settore televisivo ed eventualmente formula proposte di interventi diretti a favorire l'ulteriore incremento dell'offerta di programmi televisivi digitali terrestri e dell'accesso ai medesimi" (articolo 25, comma 3). Ne deriva che, se l'Autorità dovesse accertare, entro il termine assegnatole, che le suesposte condizioni non si sono verificate, non si avrebbe alcuna conseguenza certa. La legge, infatti, non fornisce indicazioni in ordine al tipo e agli effetti dei provvedimenti che dovrebbero seguire l'eventuale esito negativo dell'accertamento. Si consideri, inoltre, che il paragrafo 11, penultimo capoverso, delle considerazioni in diritto della sentenza n. 466, recita: "D'altro canto, la data del 31 dicembre 2003 offre margini temporali all'intervento del legislatore per determinare le modalità della definitiva cessazione del regime transitorio di cui al comma 7 dell'articolo 3 della legge n. 249 del 1997". Ne consegue che il 1o gennaio 2004 può essere considerato come il dies a quo non di un nuovo regime transitorio, ma dell'attuazione delle predette modalità di cessazione del regime medesimo, che devono essere determinate dal Parlamento entro il 31 dicembre 2003. Si rende, inoltre, necessario indicare il dies ad quem e, cioè, il termine di tale fase di attuazione».
Vi annoio perché siete voi che mi annoiate, in quanto le dichiarazioni dell'Autorità vi entrano da un orecchio e vi escono dall'altro! Non posso non confermare


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quanto sostenuto a questo proposito dall'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, quella che storicamente è la più equilibrata. In merito a ciò l'Autorità evidenza la mancanza del dies ad quem e invita il Parlamento ad individuarlo. Gli effetti di tale mancanza si evidenziano nel comma 7 dell'articolo 2 che, in realtà, consente all'Autorità di non fare nulla per un anno o di aprire un'inchiesta e, comunque, di non adottare alcuna decisione prima della fine della concessione. In tal modo, si arriva alla metà del 2005 (campagne elettorali per le europee, per le amministrative, per le regionali); situazione di monopolio, altro che proroga! Capisco il vostro interesse ma, consentitemi, si tratta di un vero e proprio scandalo!
Come si fa a non ripetere il senso di alcune parole usate ieri in sede di discussione sulle linee generali: si torna a respirare in quest'aula l'aria delle «leggi canaglia» (legge Cirami, legge sul falso in bilancio, rogatorie, lodo Schifani, condoni); si continua a respirare l'aria di malgoverno. Purtroppo la legge Gasparri, prima e, adesso, questo decreto-legge sono peggio delle «leggi canaglia», in quanto toccano l'essenza stessa della nostra democrazia, incidono pesantemente sulla qualità della nostra democrazia.
Signor sottosegretario, colleghi, una volta convertito il decreto-legge in esame aspetteremo il ritorno della legge Gasparri e, da come si sta muovendo il Governo Berlusconi, cresce l'impressione che avremo una drammatica conferma, cioè che, dopo quella che ho definito la «truffa di Natale», arriverà la «truffa di Pasqua»; non c'è fondo al peggio!
Ai colleghi della maggioranza, che non vedo molto presenti in aula, vorrei suggerire di non avere fretta, di non sentirsi galvanizzati dal voto di fiducia. Attenti alle Idi di marzo! A Cesare non hanno portato bene! L'avviso vale naturalmente anche a chi si crede Napoleone (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo)!

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Giulietti. Ne ha facoltà.

GIUSEPPE GIULIETTI. Signor Presidente, poiché il sottosegretario Innocenzi ha molta pazienza, mi rivolgerò a lui per manifestare, per prima cosa, la mia «commozione» (tra virgolette) per le dichiarazioni rese ieri dall'onorevole Bondi il quale, rivolgendosi al presidente del mio gruppo, onorevole Violante, non infondatamente, si è molto irritato, affermando: «Violante, ma questo è il partito della menzogna»! Ieri, l'onorevole Bondi non ha usato la parola «odio» perché era nel giorno in cui non era previsto il partito dell'amore e dell'odio, ma si è occupato della menzogna. Io, quando parlo all'onorevole Bondi, anche per antica militanza (lui, per la verità, è più radicale di me), ho sempre momenti di grande attenzione intellettuale per comprendere la positiva provocazione culturale che lo stesso propone. E ieri l'ho ascoltato con attenzione: debbo dire che il presidente Violante - magari in questo momento mi starà ascoltando - dovrebbe sentire questo appello addolorato. Perché? Perché il presidente Violante continua ancora ad occuparsi di politica e pensa che questa sia un'aula che, come tale, esprime un ragionamento politico. L'onorevole Bondi, invece, ha espresso un'altra valenza che trovo, in un mondo cinico ed arido, di un qualche interesse, non per le aule ma per gli affetti. Che cosa ha detto ieri, in sostanza, l'onorevole Bondi? Che questa legge è un atto d'amore; un atto d'amore verso un uomo che ha iniziato, dal punto di vista politico, la sua parabola discendente. Ed è un atto dovuto - e qui trovo la novità: l'introduzione degli affetti nelle aule parlamentari - contro la cattiveria dei tempi. Dico di più: contro la cattiveria della maggioranza, perché questo voto di fiducia - e cio è molto importante per i verbali della Camera - è un atto di fiducia di Berlusconi verso la sua maggioranza che è composta, evidentemente, da gente cattiva ed ingrata che, su questo tema, sia apprestava ad esercitare il diritto di voto in modo libero.


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Signor sottosegretario, si tratta, quindi, di un amore assoluto, che spero lei non condivida perché sarebbe un po' eccessivo, come nella tradizione della poesia cortese propria, per usare un termine appropriato, del rapporto tra i cavalieri. È l'omaggio dovuto al signore; in questo caso, il signore è il proprietario di una grande cohors, quella delle televisioni. È un atto, quello che voi avete compiuto con il voto di fiducia, ancora più apprezzabile perché palesemente impopolare, palesemente sbagliato e lesivo di altri interessi industriali - questo l'hanno detto molto meglio di me gli onorevoli, Rognoni, Carra ed altri colleghi intervenuti - nonché suicida dal punto di vista degli interessi del paese. Ma tutto questo, anziché portarmi a svolgere una critica feroce nei vostri confronti, come hanno fatto altri colleghi, mi porta ad apprezzare questo gesto di amore puro. Infatti, o si tratta di amore puro o il conflitto di interessi è una pietra tombale e vi costringe ad uno stato di necessità: quello che i malvagi - come sa il sottosegretario Innocenzi - hanno chiamato, in Europa e in Italia, il conflitto di interessi-anomalia italiana. Non userò le definizioni usate da Umberto Bossi perché il mio non è mai un linguaggio estremo e, quindi, cerco di svolgere sul tema del conflitto di interessi una riflessione pacata.
Signor sottosegretario, la mancata risoluzione del conflitto di interessi per noi è stata una maledizione, per voi sarà, ma questo è affar vostro, una pietra tombale, anche perché al Senato siete arrivati al punto di bloccare quella penosa e innocua legge sul conflitto di interessi per paura che potesse avere una minima validità operativa rispetto alla legge Gasparri e a questo provvedimento. In tal modo, noi dovremmo forse anche ringraziarvi. In primo luogo, per l'atto d'amore, che comunque è sempre un qualcosa che va sottolineato. In secondo luogo, perché avete reso trasparente al paese il conflitto di interessi; cioè, voi avete reso trasparente - non si tratta soltanto di una questione astratta - che cos'è l'estremismo di un grande proprietario quando va alla guida dello Stato. Colui che era nato come il papà della gratuità della televisione e della libertà del sogno appare oggi come un vecchio imprenditore monopolista e statalista, preoccupato non delle opposizioni comuniste, ma di ogni concorrente, anche omologo politicamente, che possa competere nel settore della comunicazione e della pubblicità.
Questo voto di fiducia sarà ricordato come la festa nazionale del conflitto di interessi - io stesso proporrò di istituire questo 17 febbraio come grande festa nazionale del conflitto di interessi - moderna festa negativa dell'Italia di oggi. Con il voto di fiducia voi avete rinunciato alla politica, alla mediazione, al progetto e ad un confronto sul progetto futuro del sistema industriale. Potevate fare diversamente - sì, potevate farlo -, e potevate fare come avevano fatto i ministri Maccanico e Cardinale e i sottosegretari Lauria e Vita, che, persino con eccesso di pazienza e di mediazione, su un grande provvedimento simile a questo avevano cercato fino all'ultimo istante l'accordo tra le parti; e l'avevano fatto non per un problema di astuzia politica.
Infatti, chiunque si occupi di audiovisivo, signor sottosegretario, di cinema, di industria - stiamo infatti parlando anche di un'industria, non solo di un balocco conteso fra gli schieramenti - di lavoro, di intelligenza, di capitale umano, di modernità, e conosca il settore, sa che questa è la via dell'instabilità e dell'errore, che si scaricherà non solo sul sistema politico ma anche su quello industriale.
Sarebbe stato certamente possibile percorrere un'altra strada, avviando tempestivamente la riconversione. La sentenza della Corte costituzionale risale infatti non ad alcuni mesi fa, ma ad alcuni anni fa. Qualunque altra impresa del paese - occorre fare attenzione al precedente che si stabilisce - che deve avviare una riconversione, è da voi sollecitata, spinta, talvolta provocata. Oggi, stabilite una diseguaglianza tra le imprese e tra i cittadini, tra chi ha diritto al proprio «decreto di fiducia» e chi non può godere dello stesso trattamento, introducendo elementi di livore sociale ed industriale: altro che partito


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dell'amore! Istigate all'odio fra gli interessi! Portate a casa un provvedimento che creerà un clima di malanimo, non tanto nel Parlamento, quanto fra gli interessi sociali ed industriali!
Come lei sa, signor sottosegretario, sarebbe stato possibile avviare la riconversione, ad esempio favorendo un passaggio graduale sul satellite ed anche sul digitale terrestre. Sapete che è una menzogna dire che Retequattro sarebbe stata spenta: è una menzogna, una menzogna reiterata. Si tratta infatti di una delle poche imprese del nostro paese che non corre rischi e che non è stata assaltata da alcuno. Era dunque possibile avviare un processo di riconversione sia sul satellite sia sul digitale terrestre. Perché è stata imposta alla RAI una corsa al digitale, definito l'Eldorado, il grande luogo degli ascolti e della ricchezza, e ciò non è valso per Retequattro? Si tratta di un atteggiamento chiuso ed estremista, che creerà danni alle stesse imprese che intendete tutelare e che non erano in discussione.
Sarebbe stato dunque possibile favorire un passaggio graduale sul satellite e sul digitale terrestre, rispettando i diritti dei nuovi entranti, quali Europa 7 ed altre imprese. Non si è scelta questa strada, bensì quella della sfida, e il voto di fiducia odierno costituisce una sfida più alta nei confronti della Corte costituzionale e delle regole vigenti nel nostro paese. Si tratta di un ennesimo errore: fermatevi! Ho letto ieri alcune battute ilari e anche, scusate il termine, un po' sciocche: «è una questione tecnica», «faremo prima». Ma di cosa parlate? Ci stiamo occupando di una materia delicatissima, e se vi sta effettivamente a cuore il futuro industriale di una grande impresa quale Mediaset, come è giusto che sia (lo dico senza dileggio: guai a dileggiare i grandi comparti industriali), a maggior ragione vanno usate pacatezza e intelligenza e va ricercato il confronto. Sarebbe stato possibile avviare tale percorso, signor sottosegretario, accogliendo gli emendamenti presentati, che non erano ostruzionistici.
Ma se si fa una campagna di terrorismo verbale dicendo che si sta per procedere a licenziamenti a Retequattro e a RAI 3 (ciò è falso e infondato: RAI 3 non è neppure citata dalla Corte costituzionale! Sono balle!), come si può non accogliere l'emendamento sugli ammortizzatori sociali? Se c'è la disoccupazione alle porte, perché non avete accolto la proposta di CGIL, CISL e UIL e dei sindacati dei giornalisti e dei lavoratori sugli ammortizzatori sociali? Dunque, non era vero che era in arrivo la disoccupazione! Si trattava di uno strumento propagandistico per coprire l'operazione di estremismo proprietario che riguarda poche, anzi pochissime persone, non certo l'interesse nazionale!
Sarebbe stato possibile - lei lo sa, signor sottosegretario, lo dico soltanto affinché tali considerazioni restino agli atti, nel momento in cui un nuovo corto circuito istituzionale ci costringerà a discutere nuovamente e in modo più serio tali questioni - avviare un processo di liberalizzazione. Perché avete respinto le richieste degli imprenditori, degli editori, del presidente della FIEG, Montezemolo, e di numerose imprese italiane? Perché il decreto-legge in esame non contiene almeno un segnale per le altre imprese italiane? Non c'entrano nulla gli schieramenti, si tratta di provvedimenti dovuti alle imprese italiane, altro che schemi antichi!
Vi abbiamo sfidato alla proposta, siete mancati sulla politica! Il conflitto di interessi diviene dunque una pietra tombale per chi vuole fare politica. Sarebbe stato possibile definire una moderna legge sull'audiovisivo. Signor sottosegretario, è stato lei stesso a proporla, dicendo: poi ci occuperemo di fiction, di cinema, di audiovisivo. Ma per quale motivo non si è fatto il percorso inverso, affrontando in primo luogo le grandi questioni del sistema, del cinema, dell'audiovisivo, della competizione industriale italiana? Si sarebbe potuta approvare una legge sull'editoria nuova e moderna: essa invece giace nei cassetti del Parlamento da un anno! Perché si è corso solo per un'impresa?
La domanda non è chi vuole chiudere Retequattro, ma perché non c'è un milionesimo della passione che si nutre per il


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patrimonio del Presidente del Consiglio nei confronti delle altre migliaia di imprese italiane. Non esiste una par condicio degli affetti, per voi che siete il partito dell'amore assoluto e puro, dell'omaggio cortese al signore feudale!
Trovate, nel cuore, un elemento di passione e di cortesia anche per il resto del sistema industriale italiano!
Perché non avete offerto un segnale che ponesse fine alla stagione dell'intolleranza? Ci voleva tanto a dire che almeno Enzo Biagi tornasse a fare il suo mestiere? Finiamola con il clima di chiusura ed intransigenza, che nega le liberalizzazioni e le libertà!
Perché vi è questa idea della paura e della chiusura? Siete diventati signornò della politica italiana. Va sempre escluso qualcuno: un cittadino, un'azienda, un sindacato, un'impresa. È una lista che non finisce più. Dovremmo ringraziarvi. Ma io sono preoccupato per il futuro dell'assetto di questo sistema. Non stiamo discutendo di questioni private. Parliamo del fallimento di un'idea strategica di interesse nazionale ed europeo per questo settore.
Era possibile recepire lettera e spirito delle indicazioni del Presidente Ciampi e delle altre autorità. Glielo chiedo per l'ultima volta, signor sottosegretario: ritirate la legge Gasparri! Riaprite il confronto. Raccogliete le indicazioni delle autorità. Trasformatele in vostri emendamenti. Riapriamo il confronto dall'inizio, come ha detto l'onorevole Rognoni.
Per quale ragione avete dileggiato persino il messaggio del Presidente della Repubblica, parlando di « tecnici del Quirinale »? Ecco dov'è l'estremismo, che non è contro una parte del Parlamento, ma contro l'intelligenza comune e contro le istituzioni.
Era possibile recepire in questo decreto-legge le istanze di tanta parte delle imprese, signor sottosegretario. Lei non ci ha mai spiegato per quale ragione le delicatissime questioni delle telepromozioni, dei minispot e della pubblicità istituzionale, che sono materie urgenti per riaprire un mercato, non le avete inserite in questo decreto-legge e le avete escluse dalla legge Gasparri.
Cosa c'entra, sul tema, la contrapposizione tra parti? La contrapposizione è tra voi e le parti sociali. Voi negate un riconoscimento di apertura del mercato per il terrore che possa nascere un concorrente potenziale. In più, ci mettete il voto di fiducia!
Non vi rendete conto che si tratta di una via senza ritorno? Non potevate, almeno, tentare di fornire una risposta a Europa 7, ai nuovi entranti? Non potevate raccogliere il messaggio del presidente Tesauro di redistribuire alcune frequenze nei confronti di altre emittenti italiane (radiofoniche e televisive)? Anche ciò non è stato possibile.
Quando l'onorevole Rognoni vi avverte che non basta fissare la capacità potenziale di copertura del territorio, ma occorre capire quanti italiani avranno davvero il decoder e sceglieranno tra programmi diversi, vi sta ponendo una questione a vostra tutela.
La sentenza della Corte costituzionale, infatti, parla di pluralismo interno ed esterno. Non vi è un pluralismo «teorico» di quanti decoder ci saranno. La Corte dice: occorre garantire che, nel digitale, non ci sia un duopolio che strozzi i nuovi mercati e che si possa scegliere fra prodotti alternativi, diversi; che possa scegliere la maggioranza degli italiani.
Scegliete la strada della provocazione istituzionale? Fatelo. Volete delegare ai tribunali? Fatelo.
Che senso ha che una formazione, che si dice moderna e liberista, deleghi a soggetti esterni l'organizzazione futura del mercato, perché ha paura? Allora c'è un imbroglio! Ciò crea una supposizione, non un nostro pensiero negativo, nei confronti del Governo.
Non c'entra la demonizzazione, ma vi è una tale paura di ogni parola chiara in queste norme, che si induce l'idea di un inganno, un nuovo trasferimento sui tavoli degli avvocati delle interpretazioni dei tempi


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e dei modi. Ciò è sbagliato, credetemi. Avremo modo di verificarlo, in quest'aula.
Si tratta di un provvedimento incostituzionale; un provvedimento che sarà delegato all'interpretazione delle autorità e, subito dopo, della Corte dell'Europa e dei tribunali. Ciò non gioverà alla serietà del Parlamento e della politica.
È un provvedimento viziato. È viziato, ancor più, da questo voto di fiducia. È un provvedimento destinato a creare disuguaglianza e livore tra le parti.
Il Presidente del Consiglio chiede la fiducia per se stesso. C'è poco da far finta che si tratta di un decreto-legge salva reti. Un Presidente del Consiglio chiede la fiducia per se stesso, in qualità anche di presidente dell'azienda. È così!
Quale messaggio arriva alle imprese del paese? Ai cittadini, che attendono, in queste ore, risposte alle loro emergenze lavorative, di salario, di pensione, di scuole o di sanità? Ai lavoratori, che attendono, talvolta in situazioni drammatiche? Non vi è nessun decreto di urgenza, nessun decreto che giunga all'esame di quest'aula. Voi inducete gli stessi imprenditori all'idea del decreto-legge «fai da te». Credo che questo sia molto rischioso per il futuro della politica, della destra e della sinistra, credetemi. Non è una questione che termina in queste ore: creerà dei precedenti gravi, che non gioveranno neanche a voi. Vi troverete a dover gestire ribellioni e reazioni nel cuore del sistema industriale.
Vedete, questo decreto-legge e questo voto di fiducia aumenteranno nel settore instabilità e precarietà. Qualcuno di voi - non lei, so che lei conosce la materia, ma i fedelissimi - si fregherà le mani, ma l'esito finale sarà disastroso anche per chi si voleva tutelare. Sarà disastroso perché nel centrodestra c'è chi, in queste ore, riflette sull'autonomia dei propri partiti e l'interruttore unico della comunicazione è la premessa di una riduzione dell'autonomia delle forze politiche anche del centrodestra: qui parliamo di politica, altro che di «questioncelle»! Qui parliamo del rischio che grandi interessi possano infeudare gli Stati e la politica, in Italia e altrove, e ridurre l'autonomia anche di chi oggi dovrà votare a capo chino, ma che nei corridoi dice «non l'avrei mai fatto»! Vedete, questo voto di fiducia non offende l'opposizione, bensì chiunque crede nel principio di autonomia degli Stati, della politica, del libero mercato e dell'uguaglianza tra i cittadini.
Questo voto di fiducia non è solo un atto di forza, ma un gesto di debolezza estrema. Si tratta di una fiducia chiesta dal Presidente del Consiglio Berlusconi a tutela del proprietario Silvio Berlusconi. È una fiducia contro la stessa maggioranza che lo sostiene. Presto, molto presto, accadrà il processo inverso, per cui voi oggi avete detto agli italiani «noi non ci fidiamo neanche di noi stessi e dobbiamo chiuderci a riccio con un servizio d'ordine mediatico», ma gli italiani poi vi prenderanno in parola, recepiranno la sfiducia che voi oggi state manifestando; così presto, molto presto, saranno loro a ritirare la fiducia al Presidente del Consiglio editore (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Constato l'assenza dell'onorevole Grignaffini, iscritta a parlare: s'intende che vi abbia rinunziato.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Raffaldini. Ne ha facoltà.

FRANCO RAFFALDINI. Signor Presidente, credo che non sia un artifizio retorico il racconto che molti colleghi hanno fatto questa mattina dei sentimenti che molti cittadini hanno ieri e in queste ultime ore manifestato non appena è stata resa nota la scelta di porre la questione di fiducia sul cosiddetto decreto-legge «salva Retequattro». Lo confermo anche io: le persone si guardavano tra loro incredule, non credevano alla notizia. In altre parole, il Governo mette in gioco tutto se stesso e si sottopone a un voto di fiducia, ma su cosa? Sul cosiddetto decreto-legge «salva Retequattro», proprio mentre stanno accumulandosi problemi su problemi e non ci sono segnali di attenzione e di soluzione da parte del Governo. Penso all'economia che non riesce a crescere, penso alla crisi


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della siderurgia, alle burrasche del sistema industriale italiano; penso alla prospettiva di licenziamento per migliaia di lavoratori, penso alle famiglie che faticano a giungere alla fine del mese, con i loro salari e stipendi sempre più scarsi; penso ai lavoratori e ai pensionati che vivono impauriti perché l'urto sulle pensioni rende pericoloso il loro futuro. Penso ai milioni di giovani che per la prima volta percepiscono che il loro futuro si può presentare peggiore di quello dei loro padri; penso ai genitori che vedono scomparire il tempo pieno o che sono costretti a decidere, quando il loro figlio ha 13 anni, se iscriverlo, definitivamente al cosiddetto avviamento professionale o al liceo. Penso a tutte le comunità locali che vedono disgregarsi il sistema sanitario e il sistema assistenziale. Penso al comparto dei trasporti, che mi interessa in modo particolare, nel quale in tre anni non si è aperto un nuovo cantiere con nuovi soldi del Governo, ma si sono avviate alcune opere sulla base delle risorse stanziate dal precedente Governo.
Guardiamo quello che sta succedendo all'Alitalia, interessata da una crisi profondissima, che ha scosso ormai l'insieme del comparto aereo. Il Presidente del Consiglio ieri ha detto che si tratta di un problema di difficile soluzione.
Nelle città è stato lasciato nel più totale abbandono il trasporto pubblico locale, ed anch'esso può precipitare, nei prossimi mesi, in una situazione difficilissima. Si è operato per disarticolare le ferrovie e per romperle in mille pezzi, solo per poter moltiplicare le vostre nomine. Per quanto riguarda la sicurezza, peggiorano le condizioni di serenità di molte città. Nei tribunali manca la carta per ciclostile; alla polizia a volte manca la benzina per le volanti! In Europa, il nostro Presidente del Consiglio ormai esprime un peso di quarta fila. Del contratto con gli italiani non è stato mantenuto, in modo compiuto, neanche un punto. Non siete nemmeno stati capaci - per fare un esempio specifico - di mantenere l'impegno assunto dal Presidente del Consiglio e da tutti i ministri lombardi con Milano, la provincia e la regione lombarda, di fornire 192 milioni di euro utili a completare la linea metropolitana.
Dopo quasi tre anni di governo, i cittadini vi vedono impegnati soltanto in una infinita verifica e a difendere gli interessi particolari di alcuni di voi, e tutti i membri del Governo oggi saranno qui, anche quelli che non si vedono mai, per votare la fiducia. Si discute dei problemi del nord Italia - penso a Bossi - o del sud? No, si tratta di salvare Retequattro.
Siete ormai lontani dal paese e questi atti di forza, come la posizione della questione di fiducia, sono il segno che avete paura, che siete deboli, che non avete più idee per l'Italia, che il vostro passo è ormai incerto e senza vigore. Girate a vuoto e surriscaldate il motore con parole vuote. Tutti sappiamo, però, che quando le parole degradano - ed è ciò che voi fate - degradano anche le cose. Non vi accorgete che vivete in un altro mondo, nel mondo dei vostri interessi, in cui vi guardate solo tra voi, mentre il mondo reale è teso in uno sforzo straordinario, faticoso, nelle fabbriche, negli uffici, negli ospedali, nelle scuole, nel volontariato. E, di tanto in tanto, questo mondo reale alza gli occhi, ma non vi vede. Non vi vede perché non ci siete, perché siete lontani dai bisogni dei cittadini, siete impegnati soltanto a sostenervi l'un l'altro, come si faceva un tempo, quando in campagna si appoggiavano le biciclette l'una all'altra per tenerle in piedi. Non c'è aria fresca, ma aria viziata, vecchia. Anche con questo provvedimento il segno è questo: l'aria fresca sarebbe stata il pluralismo dell'informazione, tema che ha una rilevanza costituzionale. Pluralismo, indipendenza, democrazia: sono i grandi temi delle libertà.
Il Governo e la maggioranza hanno buttato a mare una grande occasione, vale a dire quella di fare ripartire il dialogo su uno dei temi più caldi e più rilevanti. Non stiamo parlando di una legge come tante, bensì di una materia come l'informazione che, come dicevo, ha rilevanza costituzionale. Nella società della comunicazione, qual è quella in cui viviamo, l'informazione


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è davvero un quarto potere. Più pluralismo e più autonomia sono dunque i presupposti indispensabili affinché la qualità stessa della nostra democrazia se ne avvantaggi. Senza pluralismo, la nostra democrazia rischia non soltanto di non essere democrazia moderna, ma di essere azzoppata, ferita, se non addirittura dimezzata.
È con tale consapevolezza che avremmo dovuto esaminare un provvedimento come questo. Ebbene, qual è la ratio di questo decreto-legge? Mi pare del tutto evidente: prendere tempo rispetto ad un giudicato costituzionale, quello posto dalla sentenza n. 466 del 2002.
In quella sentenza si parla, infatti, del 31 dicembre 2003 come termine finale, assolutamente certo e definitivo, e dunque non eludibile, per liberare le frequenze occupate in violazione dell'esistente normativa antitrust, risalente al 1997. Queste frequenze, liberate da Retequattro, dovrebbero essere assegnate ad un altro imprenditore televisivo, fornendo in tal modo una risposta concreta al bisogno di pluralismo che tutta la giurisprudenza costituzionale invoca del 1988.
Si vuole prendere tempo, dunque, anche rispetto alla legge di riforma del sistema radiotelevisivo, dopo che il Presidente della Repubblica, con un messaggio ben documentato, ha chiesto alle Camere di riflettere e di approfondire alcuni passaggi della cosiddetta legge Gasparri che appaiano palesemente in contraddizione con il dettato costituzionale.
Non è un caso, insomma, che le cronache giornalistiche abbiano ribattezzato il presente provvedimento «il decreto-legge salva Retequattro». Esso consente, infatti, non solo di prendere tempo, ma di regalare alcuni mesi di respiro e di tranquillità a Retequattro e a Mediaset, e fa ciò in modo davvero molto generoso, soprattutto se si pensa che Mediaset sa da molti anni di trovarsi, per quanto concerne una delle sue reti, in un regime di proroga, e dunque in una situazione di illegalità rispetto alle norme antitrust. Quale altra azienda, che sapesse da sette anni di essere in pregiudicato e di dover rinunciare ad una sua parte, avrebbe potuto permettersi di non fare nulla e di puntare tutto sulla complicità e sulla benevolenza della politica, a dispetto delle regole alla base della concorrenza e del mercato? Passa anche da qui il conflitto di interessi del premier: come non vederlo?
Nel merito, il decreto-legge in questione risponde ad uno solo dei problemi sollevati dal Presidente della Repubblica Ciampi con il messaggio di rinvio alle Camere della cosiddetta legge Gasparri del 15 dicembre scorso, ricordiamocelo!
In primo luogo, infatti, allungare di un anno e un mese il tempo per verificare se il pluralismo, al 31 dicembre 2003, sia miracolosamente diventato una realtà, grazie al diffondersi delle tecnologie digitali terrestri, va considerato - ha affermato il Capo dello Stato - una proroga vera e propria, e come tale in contrasto con il dettato della sentenza della Corte costituzionale del 2002.
In secondo luogo, indicare l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni quale soggetto cui spetta di verificare l'esistenza del pluralismo non basta. In assenza di sanzioni e di misure da adottare per rimediare all'eventuale mancanza di tale pluralismo, infatti, il rischio è evidente: si protrarrebbe nel tempo, ancora di più, una situazione di illegalità rispetto alla normativa antitrust vigente.
Il messaggio di rinvio alle Camere della cosiddetta legge Gasparri conteneva anche altre importanti osservazioni, ad esempio sul Sistema integrato delle comunicazioni e sul rapporto tra stampa e televisione nella raccolta pubblicitaria. Senza dimenticare che il Presidente della Repubblica ha scritto: «Non posso esimermi dal richiamare l'attenzione del Parlamento su altre parti della legge che - per quanto attiene al rispetto del pluralismo dell'informazione - appaiono non in linea con la giurisprudenza della Corte costituzionale». Si tratta di un passaggio che, finora, la maggioranza ha preferito ignorare.
Tutti questi aspetti, comunque, dovranno essere ripresi dalle Commissioni, quando ripartirà l'esame della cosiddetta legge Gasparri, che speriamo non sia,


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come ha affermato un collega, «Gasparri 2: la vendetta», ma «Gasparri 2: l'ora della saggezza»!
Ho richiamato queste citazioni per far comprendere come il presente decreto-legge investa aspetti delicati e costituzionalmente sensibili, visto che, da solo, risponde ad uno dei punti più precisi del giudicato costituzionale, quello relativo al tempo certo, definitivo e non eludibile per l'avvio del pluralismo in Italia.
Vorrei fosse chiaro a tutti che, se nel corso del primo passaggio parlamentare, vi erano buoni motivi per indurci a presentare anche una questione pregiudiziale di costituzionalità, adesso, dopo le modifiche apportate dal Senato, di ragioni di inquietudine ve ne sono ancora di più.
Cosa ha fatto il Senato? Ha introdotto il periodo «contestualmente, anche tenendo conto delle tendenze in atto nel mercato». Ciò, di fatto, consente all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni una discrezionalità davvero eccessiva nel valutare gli effetti del digitale terrestre sul pluralismo televisivo.
È un po' come se la maggioranza, con questo emendamento, avesse voluto dire: certo, è difficile pensare che fra tre mesi il sistema televisivo, in Italia, sia diventato pluralismo, ma l'antitrust potrebbe accontentarsi di testimoniare che la tendenza è in atto. E così, Retequattro è salva!
Se poi si prendono in considerazione i criteri sulla base dei quali l'Autorità dovrebbe pronunciarsi, ecco altri due emendamenti che testimoniano la volontà della maggioranza di farsi beffe dello spirito e della lettera del messaggio presidenziale. L'Autorità, infatti, deve verificare la quota di popolazione coperta dalle nuove reti digitali terrestri: non più, quindi, la quota raggiunta, ma quella coperta. Insomma, è sufficiente che una televisione lanci un segnale da un ripetitore; poi, secondo la maggioranza, se nessuno lo vede, ai fini del pluralismo non importa.
Peggio: la copertura - si dice - non deve essere comunque inferiore al 50 per cento della popolazione. Ciò vuol dire che una rete digitale terrestre potrà considerarsi nazionale, e dunque in grado di confrontarsi con le reti analogiche, che devono avere una copertura dell'80 per cento del territorio, purché i suoi ripetitori coprano - in teoria - la metà della popolazione italiana. Insomma, per il decreto-legge in esame, il pluralismo è sufficiente che sia virtuale perché si possa sostenere di averlo messo in campo: è il recupero di una delle parti più controverse della cosiddetta legge Gasparri!
Questa disamina potrà sembrarvi irrituale, ma per noi non lo è. Voi, che avete posto la questione di fiducia, seguite questo dibattito con una certa noia, con un certo disinteresse; per noi, si tratta di un punto essenziale. A conclusione del dibattito, la mia impressione, la mia convinzione è che la vostra prepotenza vi ha accecati: avete rotto la sintonia con il paese (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo)!

PRESIDENTE. Sono così esauriti gli interventi per l'illustrazione delle proposte emendative.
Ricordo che, secondo quanto convenuto in sede di Conferenza dei presidenti di gruppo, le dichiarazioni di voto avranno luogo a partire dalle ore 14,15, mentre la votazione per appello nominale avrà inizio a partire dalle ore 16.
Sospendo pertanto la seduta.

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