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La seduta, sospesa alle 19,40, è ripresa alle 19,45.
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
Avverto che la I Commissione (Affari costituzionali) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Il relatore, onorevole Saia, ha facoltà di svolgere la relazione.
MAURIZIO SAIA, Relatore. Signor Presidente, la proposta di legge in esame è volta ad istituire uno speciale riconoscimento a beneficio dei coniugi e dei prossimi congiunti delle persone che sono state soppresse per infoibamento nel periodo compreso tra l'8 settembre 1943 e il 10 febbraio 1947. Essa deve essere considerata nell'ambito del filone culturale e politico di rievocazione e riconoscimento nei confronti di quanti sono stati vittime innocenti degli errori della guerra, nella quale hanno trovato spazio delitti efferati, esasperazioni ideologiche ed etniche. Riteniamo che il ricordo di queste vittime suoni come memoria e monito anche e soprattutto in questi anni in cui si vive la preoccupazione per i tanti conflitti armati presenti nel mondo. Dopo aver rilevato come però, nel caso delle foibe, le stragi non furono nemmeno indirettamente collegate a fatti di guerra, sottolineiamo che il ricordo di queste vittime consente di abbandonare la logica della distinzione tra buoni e cattivi, dal momento che la morte di innocenti sfugge ad ogni tentativo di discriminazione.
Voglio anche sottolineare, infine, il valore onorifico del riconoscimento previsto, che consiste nel conferimento, su domanda degli interessati, di un'insegna metallica con relativo diploma firmato dal Presidente della Repubblica e da consegnare annualmente con cerimonia collettiva. Il provvedimento precisa che restano esclusi dalla previsione normativa i congiunti di coloro che siano rimasti vittime degli eventi considerati mentre facevano volontariamente parte di formazioni non a servizio dell'Italia o per i quali sia accertato con sentenza il compimento di delitti efferati contro la persona. Manifestiamo un orientamento favorevole all'approvazione della proposta di legge e comunque anticipiamo anche un possibile accoglimento di alcune delle proposte emendative presentate.
In conclusione, vorrei ringraziare il precedente relatore, onorevole Anedda, che mi ha preceduto e che, dopo la sua nomina a presidente del gruppo di Alleanza nazionale, ha lasciato questa incombenza al sottoscritto.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.
FILIPPO BERSELLI, Sottosegretario di Stato per la difesa. Mi riservo di intervenire in sede di replica.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Maran. Ne ha facoltà.
ALESSANDRO MARAN. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, colleghi deputati, la proposta in esame, che riprende in modo parziale il testo approvato dalla Camera dei deputati nella passata legislatura, intende istituire uno speciale riconoscimento ai congiunti degli infoibati ed è un proposito che noi condividiamo. Tra pochi giorni, del resto, ricorderemo tutti insieme l'esodo di massa dei nostri connazionali dai territori attribuiti alla Jugoslavia nel corso della ridefinizione del confine orientale dell'Italia, il cui forzato allontanamento ha eliminato quasi completamente dall'area una componente nazionale autoctona e segnato una frattura senza precedenti nella storia delle terre dell'alto Adriatico. Si tratta di una vicenda che, come sappiamo, è stata a lungo rimossa ed ignorata quasi del tutto dagli italiani, rispetto alla quale abbiamo anche presentato una proposta di legge per l'istituzione di una «Giornata della memoria» dell'esodo dall'Istria, da Fiume e dalle coste dalmate, che potrebbe essere agevolmente discussa e licenziata dal Parlamento.
Ci sarebbe piaciuto pertanto che per la questione che oggi esaminiamo si fosse scelta la strada di sottoscrivere insieme una proposta comune, magari sulla scorta di indicazioni provenienti dalle associazioni degli esuli. Il fatto che invece si sia deciso - o meglio abbiate deciso, colleghi della maggioranza - di fare altrimenti la dice lunga sul rischio insito nella proposta oggi in esame, che è quello dell'uso della memoria delle vittime, un uso sul quale mi voglio soffermare e che, se così fosse, sarebbe spregiudicato e perciò scandaloso.
Mi spiego. Dopo oltre mezzo secolo dalla conclusione di quelle vicende, finita l'identità comunista, visto quello che si è visto nella ex-Jugoslavia, sarebbe ora di uscire da quel genere di verità che servono unicamente a rinsaldare le reciproche identità e a nutrire il rispettivo senso di appartenenza. Infatti, quando si parla delle vicende complesse del confine orientale il più delle volte si finisce per dire delle cose che vengono sentite come vere nella misura in cui riflettono i pregiudizi che l'identità della destra e della sinistra italiana hanno rispettivamente accumulato con il tempo nei confronti degli italiani che vivevano al di là dell'Adriatico.
Vale per la destra e vale anche per la sinistra, sia chiaro. Ricordo che proprio l'anno scorso, in un articolo apparso sull'Unità sulla giornata della memoria dell'esodo dall'Istria, accanto ad alcune giuste osservazioni sulla responsabilità del fascismo nel reprimere duramente sloveni e croati, ai quali fu negata l'identità nazionale, si affermava, ad esempio, che Trieste tornò all'Italia nel 1947 e che gli italiani in Istria erano una presenza significativa solo a Pola, Fiume e Zara. Sarebbe interessante, naturalmente, conoscere in quali testi italiani o stranieri l'estensore dell'articolo abbia trovato notizie così singolari.
Resta il fatto, tuttavia, che al dunque, per una parte della sinistra, siccome un tratto dell'identità missina si basava sulla retorica dell'italianità in Istria, ne consegue che la presenza italiana in quei territori doveva essere per forza una pura invenzione del fascismo, con tutte le implicazioni che si possono dedurre da tale tesi.
In questo modo, insomma, la logica è che è sempre vero il contrario di quello che sostiene il nemico. Oggi, tuttavia, sarebbe ora di uscire da questo genere di verità. Basterebbe frequentare una qualsiasi biblioteca per scoprire, nei libri dedicati ai progetti di costruzione dello Stato e della nazione nelle aree non omogenee, sotto il profilo nazionale, che si estendono dal Baltico all'Adriatico, che la vicenda degli italiani dell'Istria è un capitolo di una storia europea.
Si tratta di una storia caratterizzata - nel Novecento, su scala incomparabilmente più ampia che in passato - da spostamenti coatti di popolazione, giustificati dall'esigenza di garantire l'omogeneità etnico-nazionale di aree territoriali determinate. È una storia europea nella quale le parti in causa sono sempre vittime e carnefici insieme.
Per questa ragione, sarebbe una sciagura se adesso la questione delle foibe venisse «esportata» nel nostro paese con la stessa logica contrapposta con la quale l'abbiamo vissuta, in questi anni, a Trieste, a Gorizia e lungo il nostro confine orientale. Bisogna evitare, allora, di fare confusione: non bisogna generalizzare con superficialità genocidi e stermini e, soprattutto, non bisogna usare le tribolazioni della gente per occultare le diverse responsabilità storiche.
Vorrei chiarire portando un esempio. Nella relazione che illustra la proposta di legge presentata dall'onorevole Menia, vi è il riferimento al ristabilirsi di presidi italiani e alla difesa del confine orientale ad opera di reparti come la X MAS o il battaglione bersaglieri «Mussolini». Si tratta di un riferimento che, tra l'altro, non compariva nella relazione che accompagnava il testo approvato dalla Camera dei deputati nella scorsa legislatura. Ma se così stanno le cose, allora vi è il rischio che, dietro la memoria delle foibe, si celi nient'altro che il rancore politico e sociale della destra sconfitta dalla guerra.
Cerco di spiegarmi meglio, e vi chiedo: Junio Valerio Borghese, comandante della X flottiglia MAS, nominato da Mussolini sottosegretario della Marina della Repubblica sociale italiana, fu al servizio dell'Italia, come prevede l'articolo 1 del provvedimento in esame? Chi organizzò il gruppo estremista di destra del Fronte nazionale del 1967, nonché il golpe fallito contro la Repubblica nel 1970, e quindi riparò nella Spagna franchista, fu al servizio dell'Italia?
Non è vero, piuttosto, che il capo della X MAS, ritenuta dall'autore della proposta di legge in esame «presidio di italianità», ha avuto in odio l'Italia democratica ed ha ordito attivamente contro di essa? Non è forse vero, invece, che Junio Valerio Borghese ha amato la dittatura ed ha auspicato e complottato affinché la dittatura di destra fosse ristabilita?
È il caso di sottolineare, allora, che quella condotta dalla X MAS e dal battaglione «Mussolini» lungo i confini orientali non fu una guerra patriottica, condotta in nome della difesa della patria. Della patria il fascismo fece scempio, usurpò l'idea di nazione e la nostra bandiera e praticò lo sciovinismo più cieco e più violento, come si confà ad ogni dittatura.
La guerra condotta sul fronte delle province orientali, accanto ai tedeschi, fu una guerra in difesa della Repubblica sociale italiana e quindi, principalmente, contro la democrazia. Non è un caso che la X MAS fu impiegata in molteplici fronti, da Nettuno a Garigliano, contro gli eserciti angloamericani, e che cercò di organizzare nelle retrovie del fronte alleato, con il battaglione Nuotatori Paracadutisti, un'attiva resistenza fascista.
Il punto è che la guerra anticomunista che la X MAS ed il battaglione «Mussolini» sostengono di aver combattuto sul fronte italiano orientale serve a celare la guerra che essi oggettivamente combatterono per difendere il fascismo ed il nazismo.
Se si sostiene di aver voluto difendere gli italiani dal pericolo delle foibe e dalla violenza comunista, allora si deve riconoscere di aver consapevolmente difeso anche le leggi razziali, le persecuzioni ebraiche e la violenza legale, quindi nota a tutti, della dittatura.
Piuttosto, l'accostamento dell'attività bellica e di repressione antipartigiana della X MAS e del battaglione «Mussolini» con le vittime delle foibe titine fa parte della classica «logica invertita», per cui si giustifica ciò di cui si è causa con l'odio praticato dal nemico. Ma è proprio l'uso della memoria delle vittime da parte dei contendenti che deve avere termine, e nei casi delle vittime, in questi casi, le forze combattenti in campo sia da una parte sia dall'altra devono rimanere innominate.
La proposta di legge in esame prevedeva, inizialmente, in merito al titolo onorifico ed al diploma di cui all'articolo 4, che nell'insegna metallica venisse scritto: «Per l'Italia»; la Commissione ha POI accolto la diversa espressione che abbiamo proposto: «La Repubblica italiana ricorda». Lo dico con soddisfazione, ma voglio chiarire le ragioni della nostra insistenza.
La dicitura «Per l'Italia», per le ragioni che ho esposto, rischiava di veicolare anche il riconoscimento di chi ha combattuto per una dittatura contro un'altra dittatura. E vi era il rischio - ma, forse, dovrei dire che il rischio c'è ancora - che per questa via si cercasse di determinare, nelle province orientali, l'identificazione aberrante tra guerra di regime e guerra patriottica e del fascismo con l'Italia: la Decima MAS ed i vari battaglioni fascisti impegnati nella repressione antipartigiana avrebbero agito, alla fine, in nome della patria ed in difesa della nazione. In questo modo, però, il valore nazionale e patriottico dell'antifascismo sarebbe completamente scalzato, il che, a nostro modo di vedere, è inaccettabile.
Non ci si può ingannare sul fatto che la guerra, soprattutto sul fronte orientale, non fu tanto una guerra patriottica, quanto piuttosto una guerra ideologica e nazionalistica; e, anche se non c'è dubbio che molti giovani giuliani di allora, vittime sia della propaganda fascista e nazionalista sia della violenza del Fronte di liberazione slavo (foibe del 1943), nutrirono autentici sentimenti di amore per la nazione e per la patria.
L'italianità, nel senso nobile del termine, è un sentimento che va riconosciuto con serietà e serenità di giudizio. È altrettanto evidente che, alla luce della storia, si impone oggi ai reduci di quell'esperienza la rielaborazione critica e severa della loro scelta di campo ed il ripudio netto e reciso del loro capo, Junio Valerio Borghese, nonché la rinuncia a schermirsi dietro le vittime dei partigiani titini, per condividere quindi con tutti i valori di democrazia ed il rispetto per i morti.
Quel che più colpisce, ancora oggi - da quei momenti terribili, sono passati quasi sessant'anni -, è la tenacia con la quale una parte della destra ed una parte della sinistra continuano a ritenersi depositarie della verità sulla violenza comunista e sul suo episodio più inquietante, le foibe, le voragini carsiche dove furono gettate le vittime della repressione.
I dati e la dimensione del fenomeno sono ancora oggi oggetto di disamina, come qualsiasi altro modo storiografico. Non è questo, però, che ci sorprende e che deve sorprendere; quel che colpisce sono l'insistenza e l'inerzia con le quali una parte della destra ed una parte della sinistra continuano a mantenere saldo uno schema interpretativo inamovibile. Una parte della destra ritiene le foibe la manifestazione non solo della violenza comunista, ma anche del tipico spirito balcanico e slavo, visceralmente e storicamente antitaliano. In questo modo, essa nega in modo reciso la natura e l'origine plurale e multietnica di quelle regioni, un prezioso serbatoio, oggi, nel quadro dell'integrazione europea. Una parte della sinistra, invece, ritiene le foibe la manifestazione di una giusta reazione contro la violenza perpetrata dallo sciovinismo della dittatura fascista e nazista e, in questo modo, nega l'evidenza della natura violenta intrinseca del comunismo, riducendolo ad una mera risposta ad altre violenze.
Questi schemi, in entrambi i casi, traggono alimento dallo spirito di appartenenza nazionale ed etnica e, puntando sul dualismo slavi-italiani, cercano di minimizzare la portata del totalitarismo, oggi impresentabile, ma a cui entrambi gli schemi continuano a restare attaccati in modo subdolo, mentre è stato proprio il totalitarismo l'ingrediente aggiuntivo indispensabile per trasformare i nazionalismi in persecuzione senza tregua per gli apolidi.
Il fatto è che la destra e la sinistra estrema, per garantirsi il consenso elettorale, devono mantenere in vita antiche contrapposizioni nazionali e devono continuare a sfruttare emotivamente la memoria delle vittime del totalitarismo, un bagaglio di dolore e di sofferenza che, anche per la colpevole assenza della sinistra, la destra è stata ben attenta a mantenere nell'alveo della rancorosa ingratitudine verso la nazione e verso la imbelle patria democratica. Ma il paradosso è proprio questo: il totalitarismo ha consumato violenze inaudite contro i nemici oggettivi: oggettivi perché molti, soggettivamente, non sapevano nemmeno di esserlo, come gli ebrei per i nazisti o i
nemici del popolo per i comunisti. Nel nostro caso, il totalitarismo ha consumato violenze inaudite contro gli slavi, oggettivamente comunisti, e gli italiani, oggettivamente fascisti, ed ha continuato a giustificare il nazionalismo più gretto e rozzo, sia pure inserito, stavolta, nel quadro del sistema democratico, perché il nazionalismo trova giustificazione nel totalitarismo dell'altro schieramento, ma mai nel proprio.
Il peso della memoria della violenza comunista delle foibe, in questo quadro, è stato indubbiamente molto grande. Si tratta di cifre e dimensioni sulle quali, come dicevo, non tutti si trovano d'accordo, al punto che fraintendimenti, strumentalizzazioni e vere e proprie falsificazioni compaiono spesso sulla stampa nazionale (e, per i motivi che ho cercato di illustrare, non si tratta di errori casuali). Ma su questo, su due momenti diversi del fenomeno, a ridosso dell'8 settembre 1943 ed a guerra finita, nel maggio del 1945, non intendo soffermarmi oltre.
Voglio soffermarmi brevemente, invece, su un altro aspetto del problema: la natura etnica dell'eccidio e la sua pianificazione.
La domanda che dobbiamo porci, in altre parole, è la seguente: l'armata di Tito programmò l'eliminazione di un'intera comunità nazionale oppure si trattò di un'eliminazione politica, non solo dei collaborazionisti e dei fascisti, ma anche di tutti coloro che semplicemente non erano comunisti?
Penso che una risposta non escluda l'altra, anzi le due risposte si rimandano a vicenda, giacché la dittatura seppe saldare, in Jugoslavia, i miti nazionali, alimentati da quella che fu, a tutti gli effetti, una guerra patriottica all'ideologia comunista inquadrata nella realizzazione socialista. Ma questa versione organica e sfaccettata è ancora lontana dall'essere acquisita intimamente. È più comodo ridurre la storia in maniera manichea. Infatti, la destra - e non solo quella neofascista - ha sempre caldeggiato, come del resto traspare dalla proposta di legge in esame e dall'intento di saldare foibe ed esodo, l'ipotesi di una natura etnica dell'eccidio. L'intento è di conferire al fenomeno delle foibe una dimensione metastorica. Il genocidio degli italiani riecheggia, infatti, l'Olocausto degli ebrei ad Auschwitz. Il risultato è di pareggiare i conti con le responsabilità del fascismo rispetto allo sterminio nazista, rilevando la pari, se non superiore, violenza politica del comunismo.
Parte della sinistra ritiene, viceversa, aberrante ogni comparazione tra le due violenze e lo schema è sempre quello: le foibe sono solo la risposta, sia pure eccessiva, alla brutalità del nazifascismo e alla pianificazione della violenza e dello sciovinismo. Inoltre, le foibe restano una risposta politica e non etnico-nazionale.
Le incomprensioni attorno a tali questioni hanno portato a contrapporre a Trieste, nella Venezia Giulia, due luoghi della memoria: il lager nazista della risiera di San Sabba e le foibe. Il confronto, spesso, ha assunto i caratteri aggressivi delle ideologie contrapposte, inchiodando la vita delle città e di quella regione alle contraddizioni del dopoguerra; senza contare che proprio il carattere di questo confronto ha reso illeggibile al resto del paese, che continua a vedere nella Venezia Giulia un luogo letterario, più spesso solo l'immenso sacrario di Redipuglia, questa pagina di storia nazionale, la stessa composita realtà regionale e la specificità della cultura e della presenza italiana lungo i confini orientali.
Oggi, alla vigilia dell'allargamento dell'Unione europea ai paesi dell'Europa centro orientale e, in primo luogo, alla Slovenia, è venuto il momento di riscoprire e comprendere fino in fondo le ragioni storiche della convivenza pacifica tra etnie e nazionalità diverse e, proprio perché questo tessuto civile e plurale è ancora vivo, nonostante i pervertimenti dei nazionalismi totalitaristici, corre l'obbligo di restituirgli cittadinanza, valore, rigettando le semplificazioni ideologiche.
Le leggi liberticide fasciste del 1926, le infami leggi razziali del 1938, la violenza della deportazione e della persecuzione nazista dell'Adriatisches Kustenland, gli eccidi delle foibe, la repressione per mano
comunista e l'esodo della comunità italiana dalla Jugoslavia di Tito devono diventare parte integrante della memoria storica della nostra democrazia.
È venuto il momento che la libertà, guadagnata dalla Resistenza e dalla vittoria degli eserciti democratici, dia un frutto che ancora non ha dato: la verità intesa come valore civile condiviso. Come ha osservato Rusconi, la diversità e l'inconciliabilità delle memorie singole devono dar luogo ad un processo di elaborazione che, mediato dagli strumenti della ricerca scientifica, approdi alla fine ad una matura memoria collettiva. È una memoria critica e solidale perché tiene in conto ed elabora i vissuti di tutti i protagonisti e testimoni, non in modo indifferenziato e relativizzante, ma secondo un ordine di valori condivisi. Nel nostro caso, quest'ordine di valore è di una democrazia che riconosce di essere storicamente frutto della Resistenza. Niente a che vedere con quel revisionismo che rinuncia al discrimine, fa qual che è giusto e quel che è ingiusto e porta a non distinguere più nulla e a confondere le responsabilità (come dire: siccome nella lotta antifascista ci furono anche le foibe, allora nessuna parte era migliore dell'altra). Si tratta, invece, di uscire dalle semplificazioni e dalle omissioni di parte, conservando la ricostruzione di tutte le responsabilità, grandi e piccole, maggiori e minori, e dandoci una storia che sia di tutti.
Per fare questo, bisogna rompere i tabù della storia ed avere il coraggio di superare gli steccati ideologici. La vittoria che sancì la fine del secondo conflitto mondiale è stata a lungo ritenuta dalla sinistra comunista una «vittoria dimezzata», perché la democrazia ritrovata era ritenuta un valore transitorio ed incompleto per chi guardava alla realizzazione del socialismo.
Da tempo, tuttavia, abbiamo riconosciuto che quell'approdo è per tutti, anche per la sinistra irriducibile, un porto sicuro ed è tempo che la destra faccia altrettanto. Le vicende della Venezia Giulia, le sofferenze e le tragedie degli italiani al confine orientale, fino alle coste dalmate, costituiscono un capitolo drammatico della storia dell'identità nazionale.
È una grande questione nazionale che richiede unità, non furbizia: l'unità del paese e delle forze politiche nella capacità di ripensare al proprio passato, nel ricordare e nell'analizzare apertamente (oggi possiamo farlo) le responsabilità e i silenzi. Ma tutto ciò richiede un riconoscimento che deve collocarsi al di fuori delle diverse opzioni ideologiche e identitarie di schieramento.
Noi sappiamo che gli italiani del Friuli-Venezia Giulia, dell'Istria, della Dalmazia, pagarono un prezzo assai elevato che fu loro imposto dalla Jugoslavia e anche dai comunisti italiani, che accettarono l'annessione alla Jugoslavia dell'Istria e delle coste dalmate; ma sappiamo che pagarono tale prezzo elevato anche per quel che avevano fatto in Istria e in Dalmazia il fascismo e i suoi epigoni della Repubblica sociale italiana, che, di fatto, accettarono l'annessione di quelle terre all'Adriatisches Kustenland, al litorale adriatico.
Noi crediamo che la coscienza nazionale sia ora in grado di fare i conti con questo passato tragico, ma non dobbiamo strumentalizzare quelle vicende ancora una volta e non dobbiamo confondere - come invita a fare la proposta di legge in esame con il riferimento alla X MAS e al battaglione Mussolini - guerra di aggressione, con i suoi eserciti e i suoi militi, e sofferenze di popolo.
Occorre anzitutto che la nazione, la Repubblica italiana, ricordi l'antifascismo italiano democratico, che a Trieste, a Gorizia, in Istria, lungo le coste dalmate, cercò disperatamente di difendere e testimoniare un'idea diversa da quella della retorica fascista e da quella comunista della fratellanza italo-slava, che copriva, in nome di un dichiarato internazionalismo, le spinte annessionistiche del nazionalismo iugoslavo.
La Repubblica oggi deve ricordare gli italiani che al confine orientale furono uccisi o sparirono sotto i colpi della violenta repressione jugoslava, come l'azionista Sverzutti e il socialista Olivi, componenti
del CNL di Gorizia, deportati ed eliminati a guerra conclusa e per i quali la richiesta di conferimento da parte della Repubblica di una medaglia d'oro al valore militare sarebbe ora un atto di giustizia e di riparazione.
Per fare questo, dobbiamo condannare anzitutto totalitarismi, razzismi, nazionalismi, e prendere tutti atto finalmente che il problema della nazione oggi non è separabile da quello della cittadinanza, e questa dipende sempre più dall'avanzare della società civile internazionale.
A tali considerazioni noi ispireremo il nostro atteggiamento in quest'aula e gli emendamenti alla proposta in esame, che mirano semplicemente a reintrodurre le previsioni contenute nel testo approvato nella scorsa legislatura. Vi invitiamo a considerarli seriamente allo scopo di unire il paese, non per dividerlo (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Rosato. Ne ha facoltà.
ETTORE ROSATO. Signor Presidente, questo è un provvedimento che nasce nella passata legislatura, un provvedimento di riconoscimento ai famigliari degli infoibati, semplice ma dal grande valore storico, politico e umano.
Lunghi anni sono stati spesi, spesso inutilmente, per spiegare che cosa sono le foibe, che non sono solo cavità carsiche; direi che ormai non lo sono più. Esse sono diventate un luogo simbolo di una tragedia che si è consumata sul Carso triestino e goriziano, nell'Istria.
Come ormai acquisito dagli studi, la maggior parte degli infoibati è stata uccisa senza che fosse neanche stata dimostrata la sua colpevolezza, con responsabilità che non sono state spesso né cercate né trovate. Spesso la repressione si è abbattuta su intere categorie ritenute colpevoli o pericolose, come i militari, i membri degli apparati dello Stato, gli appartenenti alle formazioni partigiane italiane non comuniste, i membri dello stesso Comitato di liberazione nazionale italiano. Ciò però non toglie che, accanto a questi, vennero individuati ed eliminati altri soggetti, che invece avevano fatto parte degli strumenti repressivi più odiosi, creati proprio dai nazifascisti, che nel periodo della guerra si erano distinti per la ferocia dimostrata nei confronti degli antifascisti italiani e sloveni, come pure della popolazione civile e degli ebrei.
Su tali crimini la documentazione è amplissima. Io ricordo solo una lettera che Monsignor Antonio Santin, all'epoca vescovo di Trieste, scrisse al sottosegretario per l'interno Buffarini. Egli scriveva: «Vi posso assicurare che vi è nella popolazione un sordo malcontento e una viva indignazione per questo trattamento. Ciò è contrario alle leggi dell'umanità e pregiudica il buon nome italiano. Queste cose le ho sapute da fonte diretta. Uomini e donne vengono seviziati in modo più che bestiale; vi sono particolari che fanno inorridire. Quando contro la legge da chi rappresenta la legge viene usata violenza e ingiustizia, tutto crolla».
Questo scriveva Monsignor Santin, a testimonianza di un dramma che si viveva in quegli anni sul confine orientale a motivo della forte repressione delle truppe fasciste e naziste.
Negli ultimi giorni di guerra tali criminali fuggirono da Trieste, alcuni caddero nelle mani dei partigiani italiani e furono fucilati sul posto, altri furono individuati dagli jugoslavi e finirono nelle foibe. Che lo Stato italiano li ricordi ufficialmente sembra veramente un errore. In questo senso, abbiamo presentato un emendamento, per distinguere le centinaia di persone infoibate non colpevoli di nulla.
Monsignor Edoardo Marzari, presidente del CLN giuliano, dopo aver manifestato lo spirito di alto sentire umano, cristiano ed italiano della Resistenza, scriveva ai suoi torturatori rimproverando l'infamia che attiravano sul nome italiano con i loro provvedimenti. Sarebbe un errore accomunare all'interno di questo provvedimento tutti coloro che sono stati oggetto di una simile tragedia.
Se è vero che le foibe sono anche frutto di una spirale di rancori per il ricordo delle sopraffazioni compiute dai fascisti e dai nazisti sulla popolazione, in particolare sugli sloveni e sulle formazioni partigiane, ciò non rende assolutamente la violenza di quegli anni più giustificabile o più comprensibile, perché mai la violenza può giustificare altra violenza.
In questi anni, milioni di giovani ce lo hanno detto testimoniando e manifestando contro qualsiasi tipo di guerra: è in questa logica di pace che si costruisce il futuro. Proprio non perdendo la consapevolezza che una guerra di aggressione dell'Italia fascista e della Germania nazista ha causato nella nostra Europa ferite ancora aperte dopo cinquant'anni, bisogna considerare una logica di riappacificazione, che oggi può trovare compimento anche con l'esame e con l'approfondimento di questo provvedimento, che nella scorsa legislatura non è riuscito ad ottenere l'approvazione dei due rami del Parlamento.
Trieste è una città simbolo di questo dramma, come di quello dell'esodo. A Trieste quasi tutte le famiglie, in via diretta o indiretta, hanno un familiare che è stato coinvolto nelle vicende dell'esodo (molto spesso) o in quelle delle foibe. In questa città, negli ultimi anni, si è lavorato per superare queste ferite. L'appuntamento annuale organizzato dal Comitato per i martiri delle foibe (quest'anno si celebrerà il cinquantanovesimo anniversario), costituito anche dagli enti locali, dal comune e dalla provincia, vede da anni la presenza, sulla foiba di Basovizza (che è un monumento nazionale), di rappresentanti istituzionali di tutte le forze politiche, a testimonianza di un grande sforzo che la città ha compiuto.
Con questa logica e per queste ragioni, mi auguro che l'esame del provvedimento veda l'accoglimento degli emendamenti che riportano il testo a quello approvato dalla Camera nella precedente legislatura, che tendeva proprio a misurare il contesto cui ci si rivolge e le questioni spinosamente presenti ed ancora aperte. Ho sentito il relatore esprimere una disponibilità in tal senso, e me ne rallegro. Credo che all'interno del Comitato dei nove si potrà svolgere un lavoro positivo in questo senso.
Ritengo, invece, che le proposte che inseriscono elementi nuovi, che confondono i due eventi drammatici che hanno caratterizzato la vita del confine orientale ed anche del paese (mi riferisco all'esodo e alle foibe) e che propongono un'unica data di riferimento non vadano in questa direzione. Sarà ancora più difficile spiegare al paese la complessità di un confine orientale che spesso ha lasciato la storia con dei punti di domanda.
Personalmente, considero doveroso ricordare con una giornata nazionale il dramma dell'esodo; ma, senz'altro, non si tratta di un problema di data.
È un dibattito aperto nel paese e sul quale vi è una grande volontà da parte di buona parte di tutte le forze politiche di arrivare ad un segnale importante, che rappresenti anche un segno di unità nazionale su queste questioni.
Tuttavia, oggi sulle foibe compiamo un ulteriore atto, che è un atto di pietas e di giustizia. L'esodo è un dramma nazionale che oggi va sicuramente ricordato, con uno sguardo al futuro e con la consapevolezza che le attività delle associazioni degli esuli si svolgono guardando con attenzione a quanto succede in una Europa nuova. Penso, ad esempio, alle attività dell'Istituto regionale di cultura istriana, fiumana e dalmata, nell'ambito degli importanti contatti che intrattiene con le nostre comunità in Slovenia e in Croazia.
Per queste ragioni, confido che il provvedimento in esame chiuda definitivamente una pagina di dolore, con un atto di civile memoria che lo Stato italiano compie mostrando, sia pure in ritardo, una vicinanza ai congiunti di chi, in un periodo terribile del dopoguerra, sul confine orientale ha pagato con la vita, senza colpa, la sua appartenenza religiosa o politica, il suo sentirsi italiano. Confido pertanto che il lavoro dell'intero Parlamento possa portare alla rapida approvazione di questo provvedimento.
Intendo inoltre trovare tutte le motivazioni per poter esprimere convintamente
un voto favorevole su questo provvedimento; motivazioni che non mi possono essere fornite dalla relazione che, legittimamente, il promotore di questa proposta di legge presenta, ma che mi derivano dalla conoscenza della storia della mia terra e di questo paese, che punta a guardare avanti. In questa logica, va ricondotto anche questo importante atto che lo Stato italiano oggi intende compiere (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Menia. Ne ha facoltà.
ROBERTO MENIA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, devo dire che sono sorpreso per alcuni dei passaggi che ho udito nel corso degli interventi che mi hanno preceduto, perché ritenevo che vi fosse un piano di condivisione più ampio su questo provvedimento. Come è stato ricordato, la proposta di legge ricalca quasi integralmente il provvedimento che fu approvato da questa Camera nella passata legislatura e che poi, inspiegabilmente, al Senato, nell'ultimo giorno della legislatura, fu bocciato con il voto contrario e determinante del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo. Dico questo per memoria mia e di altri.
Vorrei tuttavia dire che non ho assolutamente intenzione di fare polemica, anche perché tengo, in primo luogo per un fatto morale e vorrei dire anche personale e familiare, a questo provvedimento. Come ho avuto modo di dire in altre occasioni in quest'aula, mi sento parte di quella comunità dei giuliano-dalmati, in particolare di quella degli esuli, perché una grande parte della mia famiglia ebbe la ventura di sopportare le tragedie di quegli anni e di quei luoghi; per questa ragione ho sangue dalmata ed istriano.
Per un fatto morale e personale, tengo dunque all'approvazione di questo provvedimento e vorrei potere, una volta per tutte, superare i risentimenti, gli odi e le incomprensioni. Lo dico, ma con un sentimento di sincerità profonda. Devo dire che mi è parso di intendere invece, nelle argomentazioni di chi mi ha preceduto, che questo sentimento forse non sia stato compreso appieno.
La mia storia personale e politica è palesemente diversa da quella degli onorevoli Maran e Rosato. Abbiamo la ventura di vivere sullo stesso confine, nelle stesse città, ma - ripeto - proveniamo da storie personali e politiche diverse e penso che ognuno di noi abbia il diritto di legittimare la sua memoria e la sua storia. La ricomposizione di una memoria comune non vuol dire necessariamente essere tutti uguali, non vuol dire assumere una verità di Stato immodificabile e valida per tutti. Tuttavia, la verità su alcune cose è quella.
Il fatto che lo Stato italiano, a più di 50 anni da quegli avvenimenti, non abbia dato alcun riconoscimento tangibile di tali tragedie è una verità inoppugnabile. Su questo deve necessariamente esservi un accordo. Dopo di che, onorevole Maran, potremo continuare a «litigare» - lo dico tra virgolette - sulla scelta di chi, su quel confine, si schierò dall'una o dall'altra parte.
Ad esempio, penso che quei cento bersaglieri (sulla cui vicenda sta lavorando Onorcaduti), rinchiusi in una caverna a Tolmino e fatti saltare con la dinamite, che avevano scelto di stare là intendendo difendere quel confine, abbiano il diritto ad un ricordo. Sia chiaro che non dico ciò per fare il revisionismo che qualcuno teme. L'onorevole Rosato citava la pietas: ci sia la pietas, ma ci sia anche l'assunzione, per davvero, di responsabilità da parte di ognuno. Si abbia anche questo coraggio.
Penso che a destra abbiamo avuto molto coraggio nel dire tante cose e nel condannare tutti i totalitarismi. Lo stesso coraggio vorrei trovarlo anche dall'altra parte dello schieramento politico. Noi non abbiamo avuto alcuna difficoltà ad affermare ciò che si è affermato. Abbiamo votato all'unanimità in questa Camera l'istituzione della giornata della memoria della Shoah cui prima si è fatto indirettamente riferimento. Non accettiamo la
logica della contrapposizione, perché non vogliamo contrapporre nulla. Vogliamo semplicemente ridare una memoria che manca a questo popolo.
Nel dizionario della lingua italiana di Salinari leggo che le foibe sono le voragini carsiche in cui venivano precipitate le vittime della rappresaglia nazista: questo non è un fatto di verità. Riconosco come verità quell'immagine, da una parte terribile, dall'altra spiritualmente elevata, che è scritta anche sul frontale del monumento delle foibe di Basovizza: questa foiba è un grande calvario con il vertice sprofondato nelle viscere della terra. Fu proprio Monsignor Santin, citato precedentemente da un collega, a dettare l'epigrafe della grande foiba di Basovizza dove si dice: onore e cristiana pietà a coloro che qui sono caduti e il loro sacrificio ricordi agli uomini le vie della giustizia e dell'amore sulle quali fiorisce la vera pace. Penso che così ci si possa intendere, ci si possa trovare d'accordo. Ecco perché non voglio fare polemica sulle ricostruzioni storiche, non avrebbe alcun senso. Quello che è vero è che si è trattato di una grande tragedia, in gran parte rimossa, sulla quale si può scrivere, una volta per tutte e tutti insieme, una bella pagina di giustizia e di riconoscimento.
Nella scorsa legislatura - ho cercato il resoconto stenografico della discussione dell'epoca - ricordai una serie di figure proprio per dimostrare e testimoniare quanto detto. Nella grande mattanza delle foibe finirono sacerdoti come don Angelo Tarticchio (che fece una fine simile a quella di Cristo: con corona di spine fu crocifisso ed infoibato), don Miro Bulesic e tanti altri.
Ho ricordato Norma Cossetto, che è un po' l'immagine simbolo della tragedia; una ragazza che si stava laureando all'università di Padova (le fu concessa poi la laurea honoris causa da Concetto Marchesi). Però, c'è un falso, perché tuttora c'è una scritta che dice che fu ammazzata dai nazisti, mentre non fu proprio così: fu sequestrata e violentata da 17 carnefici e poi infoibata. Il padre, nel cercarla, fu arrestato ed anch'egli infoibato. Queste storie sono specchi di una realtà: la studentessa, il messo comunale, come quello di Gimino (Cernecca Giuseppe), che fu lapidato dopo aver scavato la fossa nella quale sarebbe stato sepolto; o la storia dei Luxardo, quelli del maraschino, portati con la barca oltre gli scogli di Zara ed annegati.
Questa proposta di legge, tra l'altro, «equipara» agli infoibati anche i tanti scomparsi ed uccisi in altro modo, perché le tecniche della «mattanza» purtroppo furono di una numerosità e di una varietà impressionante; come sapete, sulla vicenda delle foibe è ancora aperto il dibattito e ci si interroga anche sulla tragica contabilità della stessa. Non voglio confutare l'uno o l'altro storico, ma certo si tratta di migliaia di vittime. Faccio solo presente che il Comitato di liberazione nazionale inviò alla Conferenza di Parigi un memoriale che parlava di 12 mila vittime. Nell'elenco degli scomparsi di Trieste, redatto dal sindaco di allora, Gianni Bartoli, vi erano 4122 nomi (soltanto di Trieste e della terra giuliana).
A proposito della ricostruzione della vicenda delle foibe, il collega Maran ha voluto accennare a due teorie, vorrei dire estreme. Anche su questo, senza estremizzare, mi pare difficile negare - anche perché vi fu l'ammissione di Cardelli - che sulla strategia dello sterminio delle foibe, quello che oggi con termine moderno si chiama pulizia etnica, vi sia stata oggettivamente una regia ed un pensiero, che tendeva all'eliminazione della componente italiana. È infatti singolare - quanto affermo è anche verificabile - che nella prima fase, cioè negli infoibamenti del 1943, vi sia stata la caccia al professionista, al messo comunale, all'insegnante, al sacerdote, cioè a tutti coloro che potevano rappresentare o l'istituzione o la cultura o comunque un riferimento immediatamente italiano. Nella seconda parte, quella della fine della guerra, quindi dal maggio 1945 in poi - perché è noto che si continuò per tanto e tanto tempo dopo (ci sono gli scomparsi del 1947 e del 1948) -, la mattanza invece fu totale, perché bastava parlare italiano.
Inoltre, com'è noto, la vicenda delle foibe è di fatto il prodromo al grande esodo degli istriani, dei fiumani e dei dalmati, e sarebbe difficile negare che vi sia stato un rapporto immediato di causa-effetto; non c'è stato solo quello, ma il rapporto immediato di causa-effetto c'è stato. Chiedete a qualsiasi istriano o fiumano come mai i loro familiari se ne sono andati: non se ne andavano per scelta politica, ma perché avevano paura delle corriere della morte, perché avevano paura di quelli che ti spaccavano il portone di notte, entravano e ti portavano via. Fatevele raccontare queste storie!
Ho voluto presentare un emendamento a questa proposta di legge - anticipo il tema al quale si è già fatto indirettamente riferimento -, anche se ritengo che vada bene così com'è; tra l'altro, essa ha recepito molte delle proposte dell'opposizione. A me piaceva, per esempio, l'espressione «l'Italia ricorda», perché l'Italia è la mia patria, l'Italia è la nazione, l'Italia è qualcosa che va oltre la struttura statuale; pertanto, a me piaceva di più la parola «Italia». Aver voluto riaffermare, invece, che sia la Repubblica italiana, la Repubblica nata dalla Resistenza, la Repubblica richiamata spesso dalla Costituzione del 1948, è stato ritenuto un elemento fondante, di estremo interesse per tutto il centrosinistra.
Infatti, si avvertiva l'interesse di venirsi incontro, predisponendo un testo condiviso.
Il provvedimento in esame, a mio avviso, prende in considerazione tutti gli aspetti. Si prevede, a differenza di quanto affermato dall'onorevole Rosato, che coloro che hanno commesso atti di violenza non siano inclusi nell'elenco dei soggetti cui viene concesso il riconoscimento. Ho comunque voluto presentare un emendamento che muove dalle aspirazioni delle associazione degli esuli (in gran parte sono famiglie che hanno vissuto l'esperienza delle foibe), le quali, il 10 febbraio dello scorso anno, per la prima volta, con la solenne presenza del Governo italiano, hanno celebrato la loro giornata della memoria. Lo hanno fatto in quella data perché proprio il 10 febbraio del 1947 fu firmato il trattato di pace con il quale l'Italia perdeva l'Istria, Fiume, Zara, nonché le isole Cherso, Lussino, Lagosta e Pelagosa; è pertanto la data simbolo di quel dramma e di quella tragedia.
La tragedia delle foibe è, evidentemente, connessa alla successiva tragedia dell'esodo dei 350 mila istriani, fiumani e dalmati. Lo scorso anno, per la prima volta, il Governo intervenne ufficialmente: fu il vice premier Fini a chiedere scusa a quelle associazioni perché ciò non era avvenuto prima e perché l'Italia ufficiale non aveva mai reso quel ricordo.
Il 10 febbraio dello scorso anno, il Presidente della Camera Casini, volle ricordare e celebrare in Assemblea la giornata di quella memoria, affermando che l'Italia si è finalmente riconciliata con questi suoi figli, non perché si siano risolte tutte le pendenze che ancora mantengono aperte le ferite di quei giorni, ma perché è stata finalmente restituita all'esodo degli istriani quella centralità nelle vicende nazionali del secolo scorso che gli era dovuta. A ciò si associò il Governo; il ministro Tremaglia, infatti, affermò: il nostro ricordo va ai caduti, agli italiani, massacrati dalla barbarie delle foibe, ai quali rivolgiamo il nostro pensiero, il nostro atto di omaggio e di devozione.
Anche quest'anno, le associazioni degli esuli celebrano il 10 febbraio la loro giornata della memoria. Secondo quanto rilevato dalle stesse associazioni, 350 mila italiani di ogni condizione sociale abbandonarono la terra natale sotto la spinta della pulizia etnica che culminò nei massacri delle foibe. L'Italia perse oltre la metà della Venezia Giulia; fu un esodo di massa e si svuotarono quasi totalmente paesi, città e campagne. Il nesso, quindi, c'è e pertanto quella memoria non si può sezionare e fare a pezzi. Non si può ricordare l'esodo e lasciar perdere, nella memoria di quella giornata, i fatti delle foibe come se non fossero mai accaduti.
Ho presentato un emendamento, ma sono disposto a ritirarlo, a patto che ne venga predisposto uno condiviso. Mi auguro che la settimana prossima (mercoledì
sarà proprio il 10 febbraio), la Camera possa concludere questa vicenda, ricordando degnamente con una medaglia gli infoibati e la loro tragedia ed istituendo una giornata della memoria per ricordare la tragedia delle foibe e l'esodo degli istriani, dei fiumani e dei dalmati; si compierà in tal modo un passo nobilissimo, di altissimo valore morale e spirituale. Lo dico al di là di ogni polemica (non voglio assolutamente sottoscrivere questo o quell'emendamento). Per me, è anche un fatto personale e familiare. Ognuno di noi ha iniziato chissà perché a fare politica; per quanto mi riguarda, ho incominciato a fare politica perché sentivo che, in qualche modo, avendo avuto una certa storia, il mio compito sarebbe stato anche quello di perpetuare quella memoria e far sì che la giustizia fosse compiuta.
Approvando la proposta di legge in esame non si farebbe un favore al sottoscritto, ma alla nazione, nonché alle associazioni degli esuli giuliano-dalmati; sarebbe, inoltre, anche un atto di presa di coscienza che renderebbe finalmente giustizia e memoria al popolo giuliano-dalmata, rappresentando un passo in più nella riconciliazione della nazione italiana (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Boato. Ne ha facoltà.
MARCO BOATO. Signor Presidente, colleghi, come sempre accade nelle discussioni sulle linee generali, siamo rimasti in pochi in quest'aula; forse altri ci ascolteranno dall'esterno o avranno modo di leggere i nostri interventi. Comunque, ritengo si tratti di un momento importante rispetto a questa iniziativa legislativa.
Ho ascoltato con grande attenzione il collega Menia e debbo dargli atto positivamente di aver avuto un atteggiamento pacato, costruttivo e di confronto parlamentare, che è anche quello che mi ispira. L'unico aspetto che non condivido - può darsi che mi sbagli - è il suo giudizio fortemente critico sugli interventi dei colleghi Maran e Rosato, che a mio avviso - soprattutto quello del collega Maran -, erano particolarmente dettagliati in ordine alla ricostruzione storica (anche se non sono le aule del Parlamento la sede principale per le ricostruzioni storiche) e quindi costituiscono contributi costruttivi per trovare un punto di incontro su una vicenda - il collega Menia su questo punto ha ragione - che ormai si trascina da molti anni.
Anch'io, come altri colleghi, ho riesaminato l'iter precedente del provvedimento. Cominciammo a discutere di tale argomento il 17 settembre del 1998, in sede di I Commissione, e il primo relatore fu Paolo Corsini, che svolse una lunga relazione storica, anche di carattere critico, al quale successe come relatore Domenico Maselli. In quest'aula discutemmo di questa proposta di legge - a quella del collega Menia si aggiunse poi quella del collega Di Bisceglie - il 1o e il 6 marzo del 2001 cercando, a parti rovesciate - allora la maggioranza era di centrosinistra, oggi è di centrodestra -, di trovare un punto di incontro, che individuammo in un testo che fu approvato con una larga convergenza, sia pure con alcune obiezioni da parte dei Comunisti italiani e di Rifondazione comunista.
Sono d'accordo sul fatto che sia passato fin troppo tempo dalle tragiche vicende dell'autunno del 1943, della primavera del 1945 e anche degli anni successivi. Dunque, è giusto intervenire attraverso un atto di riparazione storica e di memoria storica da parte della Repubblica italiana in relazione all'immane tragedia delle foibe. Ovviamente, nessuno è in grado di fare la contabilità di quanto accaduto - e anche in questo caso do atto della correttezza problematica dimostrata dal collega Menia -; certamente furono molte migliaia di persone ad essere - tra virgolette - «giustiziate», in modo barbaro e criminale, nelle foibe.
Non vi è dubbio che vi siano anche connessioni storiche con vicende successive. Magari, in sede di Comitato dei nove e di esame degli emendamenti, discuteremo di tale aspetto con un atteggiamento di confronto costruttivo. Suggerirei al collega
relatore di non anticipare l'accoglimento di emendamenti in quanto, come ben sa, è compito del Comitato dei nove decidere se accogliere o meno eventuali proposte emendative. Tuttavia, ritengo sia opportuno svolgere in tale sede un confronto sereno e costruttivo da riproporre poi in Assemblea.
Nel dibattito svoltosi nel 2001 dissi: «Pur non avendo partecipato in modo attivo alla contesa, alle dispute e anche alle tensioni forti che ci sono state in quest'ultimo periodo, noi» - parlavo a nome dei Verdi e lo faccio ancora adesso - «abbiamo sempre espresso parere favorevole, non ci siamo mai opposti ad un iter che portasse in modo equilibrato all'approvazione di questo testo (...). È giusto affermare che questa legge aiuta a ricostruire e a recuperare la memoria storica, una memoria storica che è anche drammatica, che è stata tragica, che è difficile e che nell'anno di grazia 2001, a quasi 56 anni dalla fine della guerra, occorre avere il coraggio di affrontare a viso aperto, con equilibrio e con serenità. In questo senso, può avere senso la parola 'pacificazione'» - che il collega Giordano aveva evocato polemicamente - «essa non va intesa però nel senso che fascismo e antifascismo fossero la stessa cosa - perché la nostra Repubblica nasce proprio dalla sconfitta del fascismo ed ha un fondamento storico, politico e culturale antifascista -» - ma questo oggi lo dice anche il Vicepresidente del Consiglio dei ministri, onorevole Fini - «e non nel senso che, di fronte alla morte, i giudizi storici scompaiano».
Dissi ancora: «In uno spirito di equilibrio, di sensibilità e di attenzione alla tragedia che la nostra storia ha vissuto (...) la targa che verrà consegnata insieme al diploma riporterà semplicemente la seguente scritta: 'La Repubblica italiana ricorda, all'insegna semplicemente'» - di fronte ad un problema storico di rimozione è giusto affermare che la Repubblica italiana, sia pure tardivamente, ricorda - «- e non è poco perché le rimozioni storiche sono un fatto negativo - della memoria storica, che non attenua minimamente né la nostra fedeltà alla Costituzione né il nostro giudizio storico, politico ed etico sulla barbarie fascista. Pertanto, voteremo serenamente e consapevolmente a favore di questa legge».
Quanto detto allora oggi lo confermo, questo è il nostro atteggiamento. Si tratta di un atteggiamento positivo e costruttivo, che riconosce che questa è un'iniziativa opportuna. Però, ricordai allora - e lo ricordo anche oggi - che dopo un ampio dibattito, nel testo votato allora a larghissima maggioranza in questa sede, noi avevamo inserito al comma 3 dell'articolo 1 della legge questo periodo: «Non sono ricompresi per il riconoscimento i congiunti di coloro che, fra gli appartenenti e i collaboratori di organi e formazioni come l'ispettorato speciale di pubblica sicurezza per la Venezia-Giulia, il centro per lo studio del problema ebraico» - pensate, i collaboratori dei nazisti nello sterminio si chiamavano così - «i membri delle squadre di azione protagoniste dei pogrom anti-ebraici di Trieste, dal 1941 al 1943, secondo gli accertamenti compiuti dalla Commissione di cui all'articolo 3, tennero un comportamento efferato contro i combattenti della guerra di liberazione, contro i perseguitati politici e razziali del regime fascista e nazista e contro la popolazione civile (...)».
Noi sappiamo che quelle terre in quell'epoca storica furono, fino alla fine della guerra, terreno diretto di occupazione e di governo nazista (si chiamavano: Adriatisches Kustenland e la terra del Trentino Alto Adige si chiamava Alpenvorland); erano terre in cui il nazismo espresse direttamente non solo un'occupazione ma anche un governo. E anche le forze italiane (fra virgolette) che lì operavano erano direttamente alle dipendenze naziste e addirittura delle SS. Cosa avvenne allora? La citazione di monsignor Santin, richiamata dai colleghi Rosato e Menia, lo ricorda in modo perfino troppo cauto ma è, comunque, significativa.
Ritengo opportuno reintrodurre nel provvedimento questo comma che, in questa riedizione, a parti rovesciate, non è stato introdotto. Tuttavia, di ciò discuteremo costruttivamente e pacatamente in
sede di confronto sugli emendamenti. Detto questo, ripeto, nella guerra fredda che è finita ormai da 15 anni stanno le sciagurate ragioni di una rimozione storica di eventi così tragici. È giusto, necessario ed importante che la Repubblica italiana ricordi, e ricordi anche con un'iniziativa come questa (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Verdi-l'Ulivo, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
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