Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 418 del 4/2/2004
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Si riprende la discussione delle mozioni (ore 16,21).

(Dichiarazioni di voto)

PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Naro. Ne ha facoltà.

GIUSEPPE NARO. Signor Presidente, sono passati poco più di due anni dalla terza Conferenza ONU sul razzismo, tenutasi a Durban, ma il tempo trascorso può essere sufficiente per guardare con più serenità e, soprattutto, con più obiettività allo spettacolo di quell'Assemblea nella quale Israele, la sola democrazia del vicino Oriente, è stata accusata di razzismo da una maggioranza costituita anche da paesi governati da dittature tra le più feroci al mondo.
Lo stesso Segretario generale dell'ONU, Kofi Annan, dava ufficialità ad una tesi aberrante: rivolgendosi ai seimila delegati provenienti da più di 160 paesi, egli paragonava la sorte dei palestinesi a quella degli ebrei ai tempi di Hitler e, in tal modo, convalidava l'accusa di razzismo ad Israele contenuta in una mozione dei paesi arabi, la cui virulenta invettiva aveva determinato il ritiro della delegazione statunitense. Si chiedeva all'Assemblea una risoluzione che equiparasse il sionismo al razzismo e che, conseguentemente, isolasse Israele in quanto Stato che pratica l'apartheid.
Anche l'Eurobarometro, secondo cui più della metà dei cittadini dell'Unione europea considera Israele un pericolo per la pace, continua a far discutere. Conosciute le risultanze dell'indagine, i vertici dei congressi ebraici mondiale ed europeo hanno ritenuto che l'Europa fosse stata debole contro l'antisemitismo ed hanno contestato l'irresponsabilità di una ricerca assurda ed inopportuna, promossa con quesiti tendenziosi che, così com'erano stati posti, dovevano necessariamente portare agli esiti cui si è pervenuti, mentre un simultaneo rapporto dell'Osservatorio sul razzismo e sulla xenofobia è rimasto chiuso nei cassetti.
In seguito a tali rimostranze, paradossalmente, il Presidente della Commissione dell'Unione europea sospendeva il seminario sull'antisemitismo già fissato, d'intesa con i rappresentanti ebraici, per il mese di febbraio. Il ministro degli esteri Frattini, qualora la decisione di annullamento si fosse protratta ancora, al collegio dei ministri degli esteri di fine gennaio, avrebbe proposto che il seminario si tenesse comunque, su iniziativa del Governo italiano. Ma la polemica tra la Commissione europea e la comunità ebraica è rientrata ed il programmato seminario si terrà secondo il progetto iniziale. Così, il massimo organismo rappresentativo della comunità internazionale e quello altrettanto rappresentativo della Comunità europea non avrebbero potuto escogitare soluzioni peggiori per esasperare gli animi!
Se poi a tali soluzioni si aggiungono le manifestazioni dei movimenti dei pacifisti globali e, conseguentemente, anche quelle dei pacifisti italiani, ben si comprende come i fenomeni di antisemitismo e di ostilità verso i componenti delle comunità ebraiche registrino il significativo e preoccupante aumento di cui si parla nelle premesse delle mozioni in discussione. Infatti, quali esiti può offrire, nelle movimentate aggregazioni dei no global ed anche dei «girotondi» nostrani, l'esaltazione delle immagini di Arafat e della bandiera dell'OLP, rispetto alla gogna riservata alle immagini di Sharon e della bandiera israeliana?


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Le forme di intolleranza antisemitica vanno inesorabilmente arrestate: è un imperativo categorico che ci è stato affidato dalla storia così com'è stata interpretata e condivisa da tutte le componenti che esprimono lo stadio attuale della nostra civiltà. Solo così è possibile arrestare una tendenza integralista in progress, che diventa ancora più devastante se accostata al terrorismo globale, quello che è nato l'11 settembre 2001 a New York e che è tuttora vitale.
Ciò premesso, diamo atto al Governo di avere responsabilmente e puntualmente operato per il contenimento del fenomeno. Lo confermano i risultati ottenuti nella lotta alla micro ed alla macrocriminalità, ai terroristi interni ed internazionali, tra i quali certamente vanno annoverati coloro che alimentano gli odi razziali e, in particolare misura, quello antisemita. Lo dimostra la volontà di rendere quanto più incisivo possibile il programma degli aiuti ai paesi poveri e sottosviluppati, la cui mancata attuazione genera manifestazioni di insofferenza che creano terreno fertile per il terrorismo e l'antisemitismo. Ne è esempio il piano Marshall per la Palestina, che ha ricevuto il consenso dell'Unione europea e del G8 al vertice di Kananaskis.
Dissentiamo, invece, dall'addebito fatto al Governo quale responsabile della mancata approvazione della proposta di decisione-quadro in sede europea. Al contrario, il punto di vista del Governo è stato positivamente accolto, perché finalmente viene posta in maniera concreta la necessità di conciliare l'ordinamento europeo con le strutture costituzionali di ogni singolo Stato. Cogliamo l'occasione, però, per sollecitare il Governo a risolvere in maniera definitiva i problemi legati al risarcimento delle vittime delle persecuzioni razziali e degli espropri da esse subiti tra gli anni 1938 e 1945, nonostante l'approvazione delle relative leggi risalga ai primi anni Cinquanta.
Nel merito, auspichiamo che finalmente sia fatto, nel corso della presente legislatura, ciò che non è stato fatto in mezzo secolo di storia repubblicana italiana. Del suo operato, in ogni caso, anche alla luce delle dichiarazioni del sottosegretario Ventucci, diamo atto al Governo. L'antisemitismo è una minaccia, non solo per gli ebrei, ma anche per l'intera società e per la democrazia di tutti i paesi.
La mozione di cui sono cofirmatario rileva la necessità di focalizzare l'attenzione sull'identità italiana degli ebrei italiani, italiani tra gli italiani, tutti figli della stessa patria. Diversa può essere la storia religiosa e sociale, ma unica è la storia politica, come ha chiosato opportunamente l'onorevole Pacini.
Concludendo, dichiaro il voto favorevole dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro sulla mozione di maggioranza e sulle parti delle mozioni Violante ed altri n. 1-00313 e Castagnetti ed altri n. 1-00314, che il Governo ha ritenuto di accettare (Applausi dei deputati del gruppo dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Zacchera. Ne ha facoltà.

MARCO ZACCHERA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, nel sottoscrivere la mozione Pacini ed altri n. 1-00308, vorrei sottolineare alcuni aspetti.
In questa mozione si parte da ciò che, in questi mesi e nelle ultime settimane, è balzato alle cronache: in molti paesi europei si è registrato un significativo e preoccupante aumento dei fenomeni di antisemitismo e di ostilità verso i componenti delle comunità ebraiche.
Si tratta di una situazione abbastanza complessa a livello europeo e che in Italia viene evidenziata attraverso alcune statistiche (redatte, a mio avviso, con una certa superficialità, o che comunque pongono quesiti in termini abbastanza ambigui), dalle quali trasparirebbe che una parte abbastanza rilevante degli italiani ritiene che gli ebrei, oltre ad avere una religione diversa, «hanno in comune caratteristiche sociali, culturali e politiche che li distinguono dal resto degli italiani».
Ebbene, penso che la risposta da parte di questa percentuale, pericolosamente


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alta, di cittadini sottintenda un modo abbastanza odioso di vedere le cose, ma soprattutto una profonda ignoranza. In primo luogo, dunque, bisognerebbe chiedere al nostro paese di approfondire la conoscenza della storia dei cittadini italiani di religione israelita e dei rapporti che si sono sviluppati, nei secoli passati e nei decenni passati, tra le diverse comunità che vivevano in Italia.
Gli ebrei hanno sempre fornito un contributo importante, più rilevante del loro numero abbastanza esiguo (dal punto di vista della percentuale della popolazione italiana), in tantissimi momenti della storia d'Italia. Sono presenti nella lotta per l'Unità d'Italia, nella prima guerra mondiale; diversi ebrei hanno partecipato, ovviamente nella sua prima fase, al movimento fascista (è una verità e non vedo perché non la si debba ricordare). Si sono comportati esattamente come tutti gli altri italiani, fornendo un contributo molto rilevante alla guerra di liberazione, alla seconda guerra mondiale e alla nascita e crescita della nostra Repubblica. Si sono comportati come tutti gli altri cittadini italiani. Vorrei, quindi, che venissero superati certi steccati attraverso la conoscenza, perché dalla storia si impara.
È opportuno ed importante che, come parlamentari, si solleciti il Governo ad intervenire maggiormente, permettendo proprio alla gente di conoscere particolari che spesso sono rimasti nel dimenticatoio.
Non si tratta soltanto di ricordare degnamente i milioni di ebrei che sono morti nelle camere a gas della Germania nazista e le altrettanto numerose persone morte nei gulag della ex Unione sovietica, ma anche di capire quanto la comunità ebraica sia inserita nel tessuto europeo e in quello italiano.
Quindi, la nostra mozione propone di intervenire soprattutto sui giovani. È veramente triste, oltre che odioso, ascoltare a volte, durante le manifestazioni sportive, slogan offensivi e cretini a questo riguardo (quali spesso sono, purtroppo, molti slogan provenienti dalle curve); non c'è dubbio che bisogna fare un salto di qualità nell'informazione, favorendo il passaggio della memoria dei fatti che si sono verificati, belli o brutti, nella storia d'Italia, avendo il coraggio di assumersi le proprie responsabilità, politiche, personali, di partito - lo abbiamo anche dimostrato -, se in certi periodi storici si è rimasti vicini a determinate posizioni che hanno prodotto le leggi razziali ed hanno portato allo sterminio di una parte della comunità ebraica italiana in Germania.
Alla stessa stregua, penso che, un volta chiarita questa volontà di fondo, sia sciocco e oggi forse anche superato dare patenti a chi è più bravo, amico o nemico degli ebrei, perché credo che questo sia al di fuori della lotta politica e rientri nelle coscienze di ciascuno di noi. Dobbiamo stare molto attenti a non equivocare tra i rapporti con la comunità ebraica, e più in generale con i cittadini del mondo che professano questa religione, e i rapporti con lo Stato di Israele. Si possono avere opinioni diverse nei confronti dello Stato di Israele, ma non per questo non si devono condannare determinati episodi, così come vanno condannati quegli stessi atti che fossero compiuti verso esponenti di qualsiasi religione, perché molte religioni, nel mondo e qualche volta anche in Europa, vengono represse. La stessa religione cristiana in molte parti del mondo islamico viene oggi repressa ed è impossibile per molti cristiani esprimere - cito come esempio il Sudan - la propria fede.
Visto che noi siamo l'espressione democraticamente eletta di un popolo, dobbiamo farci portatori di tale messaggio e seguire questa strada. Questo è il futuro che noi dobbiamo avere il coraggio e la volontà di costruire. Per tale motivo ho sottoscritto - anche se qualche passaggio non lo condivido pienamente - la mozione Pacini n. 1-00308, insieme ad altri colleghi, che rappresentano questo Parlamento anche nei diversi consessi europei, proprio per favorire un'apertura dell'Italia verso l'Europa, per far capire soprattutto ai giovani che in questo dobbiamo crescere.
Per quanto riguarda l'espressione del voto, ci comporteremo come ci è stato suggerito dal rappresentante del Governo. Mi auguro che il Governo presti veramente


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attenzione a questo tema, perché la crescita di una civiltà, la crescita di unità nazionale si ha anche quando le minoranze non vengono emarginate ma comprese, quando vengono difese, ed anche quando devono essere criticate. Infatti, bisogna avere il coraggio di criticare chiunque, non solo quando non si comporta secondo le leggi, ma anche quando assume posizioni che sono in contrasto con le norme del vivere civile, con le norme che regolano la legittima espressione del proprio credo, della propria professione religiosa, della propria fede politica. Una crescita di civiltà ci può portare avanti su tale strada. Per questo, auspico che le mozioni in discussione vengano votate nel senso indicato dal Governo (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Tocci. Ne ha facoltà.

WALTER TOCCI. Signor Presidente, nei giorni passati la memoria della Shoah ha percorso tutte le contrade d'Italia. La giornata della memoria comincia a radicarsi nella coscienza del paese e a fiorire in migliaia di iniziative. In tante scuole studenti e insegnanti hanno discusso dell'antisemitismo, in tante sinagoghe e in altri luoghi religiosi si è pregato perché non torni quella tragedia. Nella maggioranza dei comuni, dei nostri municipi, le assemblee consiliari hanno approvato deliberazioni che assumono precisi impegni nel contrasto dell'antisemitismo e della xenofobia.
Oggi, onorevoli deputati, tocca a noi in quest'aula raccogliere la partecipazione che c'è stata nel paese nella cura della memoria dell'olocausto ed assumere impegni politici precisi in questa direzione.
La nostra mozione avanza proposte molto concrete ed in merito ad esse cerchiamo un confronto con la maggioranza. Abbiamo apprezzato l'intervento svolto dall'onorevole Pacini nella seduta di lunedì e, in un momento tanto aspro della discussione politica in Italia, non ci stancheremo mai di sottolineare le parole di saggezza, quando ci sarà data la possibilità di ascoltarle dai banchi della maggioranza. Vi chiediamo, però, di far seguire impegni precisi alle parole che avete pronunciato.
In Europa è in atto una discussione sulla convergenza delle norme del diritto penale contro i fenomeni di intolleranza religiosa, di antisemitismo e di razzismo. Sono norme che consentirebbero di reprimere i centri organizzativi dell'intolleranza in Europa. L'Italia dovrebbe essere il paese più convinto in questa direzione, come lo è sempre stato in passato. Invece, il ministro Castelli ha escluso l'Italia dalla decisione quadro. A via Arenula vi sono stati tanti ministri che hanno fatto onore al nostro paese nei consessi internazionali; oggi invece da quel ministero si guarda con sospetto a qualsiasi accordo internazionale. Purtroppo, la brutta parola «forcolandia» non appartiene solo al linguaggio colorito di Bossi, ma rappresenta l'indirizzo politico del guardasigilli del nostro paese. Credo che questa brutta parola sia rifiutata non solo da noi, ma da gran parte dei deputati della maggioranza.
Allora, onorevoli colleghi, questo è il momento di far sentire la nostra voce e di correggere la posizione del ministro. Evitiamo di fare un'altra brutta figura a livello internazionale e aderiamo a quelle norme che consentirebbero di contrastare l'antisemitismo in tutta Europa.
Come dicevo, ha ragione l'onorevole Pacini nel sottolineare che alle spinte antiche dell'antisemitismo rischiano di aggiungersi nuove forme che promanano dai problemi dell'oggi, dalle acute questioni aperte in campo sociale, culturale e anche nella politica internazionale. E tra questi nuovi problemi pesa molto il conflitto mediorientale.
Non vi è dubbio: la tragedia quotidiana che vivono il popolo israeliano ed il popolo palestinese rischia di suscitare in tante menti distorte nuovi alibi per l'antisemitismo. Allora, questa è una ragione in più per contribuire con la nostra politica estera a portare la pace in quella regione, assicurando la sicurezza di Israele e la giustizia al popolo palestinese. Vi è un


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paradosso in quel conflitto: nella storia, mai un conflitto regionale ebbe un impatto così vasto nella politica internazionale e nella coscienza di miliardi di persone, e mai un conflitto così doloroso ha visto tanta inadempienza e tanta distrazione nella comunità internazionale.
Cosa può fare l'Italia per rimuovere tale paradosso? Finora, si è fatto ben poco. La politica estera delle pacche sulle spalle, degli strappi antieuropei, degli oltranzismi ideologici a fini di politica interna, la politica estera delle dichiarazioni imprudenti e delle smentite reiterate non ha prodotto nulla di buono, se non un isolamento del nostro paese come non era mai accaduto prima.
Eppure, la situazione è tanto grave da spingerci di nuovo dai banchi dell'opposizione a rivolgervi un appello, a chiedervi di cambiare rotta. Lasciate questa politica estera da luna park e impegnatevi in un'attività diplomatica sobria, moderata, saggia e, soprattutto, efficace. Si prenda in considerazione il documento di Ginevra scritto da esponenti israeliani e palestinesi, i quali non si sono limitati ad un appello per la pace, ma hanno indicato una strada realistica e tecnicamente ben fondata per costruire la pace. Il Governo italiano assuma quel documento come suo strumento per svolgere un'ampia concertazione con le cancellerie europee ed internazionali. Anche questo sarebbe un modo concreto per avere cura della memoria dell'Olocausto.
La memoria della Shoah non è mero ricordo; è un impegno per l'avvenire, è il momento più alto delle nostre responsabilità per il presente e per il futuro.
Circa mezzo secolo fa uno dei più grandi filosofi del Novecento, l'ebreo tedesco Adorno, riflettendo su Auschwitz, si chiedeva: «Come è potuto succedere nella terra di Goethe della ragione universale e del libero arbitrio?». Egli giungeva a conclusioni radicali: «È ancora possibile continuare a fare filosofia dopo Auschwitz?», si chiedeva in quel capolavoro che sono i Minima moralia. Come è potuto succedere? È la domanda di oggi che riguarda anche noi; come è potuto succedere nella nostra Europa, nella nostra Italia, in quest'aula nella quale il fascismo portò la vergogna delle leggi razziali? Come è potuto succedere a Roma, città eterna, centro spirituale dell'Occidente?
Circa sessant'anni fa, a poche centinaia di metri da qui, al Portico d'Ottavia, nel ghetto, 1022 cittadini italiani furono caricati su vagoni piombati con destinazione Auschwitz, Birkenau, Spandau: tornarono solo in 17!
In questi giorni, il sindaco Veltroni ha accompagnato le scolaresche romane in quei luoghi, per un viaggio della memoria, e migliaia di ragazzi hanno compiuto una straordinaria esperienza, culturale ed umana, che rimarrà un punto di riferimento nella loro formazione civile.
Oggi in quel quartiere romano, al Portico d'Ottavia, vive la comunità ebraica, la quale si è fatta custode dei caratteri più antichi della nostra città. In quel quartiere, la storia di Roma si fa sentire nella vita quotidiana, nella lingua, nei mestieri, nei caratteri e persino nel cibo. Li, più che in altri luoghi, ci si può sentire autenticamente romani ed italiani.
Cura della memoria, cura dei luoghi ebraici significa dare un contributo alla memoria nazionale. La meritoria iniziativa delle sinagoghe aperte di qualche mese fa ha fatto scoprire a tante persone, anche di diversa fede religiosa, la ricchezza del patrimonio storico custodito nelle sinagoghe.
Colgo l'occasione, signor rappresentante del Governo, per chiedere l'osservanza di un ordine del giorno approvato in quest'aula in occasione della legge finanziaria, con il quale si impegnava il Ministero per i beni e le attività culturali ad attuare programmi di restauro delle sinagoghe nelle principali città italiane.
Noi proponiamo pertanto di aver cura della memoria, compiendo atti concreti che rientrano nella nostra responsabilità in tutti i campi: dalla politica estera alla politica della giustizia, alla politica della tutela del patrimonio culturale.
In questo senso va la nostra mozione, rispetto alla quale dichiaro il voto favorevole da parte del mio gruppo. Ogni atto


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concreto che facciamo per mantenere viva la memoria della Shoah, risveglia come un perenne ammonimento quella domanda di Adorno: come è potuto succedere, in Germania, in Italia, in Europa? Quella domanda ci deve guidare ogni giorno nella coerenza e nella responsabilità (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo e di Rifondazione comunista)!

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Bimbi. Ne ha facoltà.

FRANCA BIMBI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il ritorno di pregiudizi antiebraici e di espressioni anche violente di antisemitismo non deve trovarci distratti o peggio ancora incerti ed inerti.
Questa deriva è tanto più preoccupante se in qualsiasi modo è connessa a forme dirette o indirette di messa in mora della sicurezza dei cittadini israeliani e dello Stato israeliano, nonché ad attacchi all'esistenza stessa dello Stato di Israele.
Questo è il comune denominatore delle tre mozioni presentate, almeno dei dispositivi, sui quali voteremo tutti favorevolmente, al di là dei limiti politici, per noi evidenti, di alcuni contenuti e della premessa di quella presentata dalla maggioranza.
Ricordiamo inoltre che il gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo e l'Ulivo in generale, contrari alla linea politica adottata dal Governo Sharon sulle questioni relative allo Stato palestinese e alla stessa sopravvivenza delle popolazioni palestinesi, pur condannando parimenti gli atti terroristici nei confronti della sicurezza dei cittadini israeliani e dello Stato ebraico, hanno fatto propria la proposta di Ginevra per una soluzione pacifica e multiculturale dei conflitti nell'area.
Sulla base di questa chiarezza politica intendiamo articolare il senso politico e culturale della nostra mozione, che risiede in tre motivazioni di fondo. Riteniamo che l'antisemitismo non possa essere considerato una delle tante ed equivalenti espressioni di pregiudizi razzisti e xenofobi. Riconosciamo che nei processi di civilizzazione occidentale l'ebreo è stato, per secoli, la figura per antonomasia - forse solo assieme a quella della donna - dell'«altro da noi» da sempre tra noi. Su tale figura sono stati costruiti, prima che proiettati, tutti i pregiudizi che hanno nutrito i processi di differenziazione culturale, di discriminazione sociale e di persecuzione violenta, religiosa e politica.
Inoltre, è necessario mantenere e rinnovare costantemente nei processi educativi, a tutti i livelli, la memoria della Shoah fra le generazioni più giovani. Ciò costituisce non un fatto in sé, ma un aspetto non secondario per l'apprendimento dei valori e dei limiti del nostro stesso universalismo dei diritti. Inoltre, ci aiuta ad imparare a guardare il mondo anche con gli occhi dell'altro ed a rafforzare, come cornice di un reale pluralismo culturale, una democrazia realmente aperta e matura, fondata su cittadini riflessivi e consapevoli.
Infine, è necessario - anche ciò è presente nella nostra mozione - promuovere una riparazione minima dei crimini del passato. Il risarcimento effettivo resta simbolico, ma la sua mancanza rinnova le violenze perpetrate. Allo stesso modo, occorre promuovere una disciplina penale europea più rigorosa in materia di contrasto dei delitti derivanti dai pregiudizi avversi a qualsiasi identità culturale, etnica e religiosa. Ciò restituisce alla lotta all'antisemitismo il suo significato universalistico di rifiuto di ogni forma di discriminazione, di violenza, di vessazione.
Dato il limitato tempo concessomi, mi soffermerò brevemente sulla prima delle tre motivazioni della nostra mozione, avendo il collega Monaco, in sede di discussione sulle linee generali, già illustrato il nostro punto di vista. L'antisemitismo, dunque, non è una delle tante espressioni di pregiudizio razzista perché, purtroppo, esso è storicamente il frutto più avvelenato, fino a produrre la Shoah, delle distorsioni di tre aspetti positivamente fondanti il modello di civilizzazione occidentale: le radici cristiane dell'Europa;


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il legato dell'illuminismo; i progetti, anche contemporanei, di razionalizzazione tecnico-scientifica.
Per il primo aspetto, ricordiamo che già con il Concilio Vaticano II, e poi con l'azione dei pontefici Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II, oltre che con l'azione convergente di altre confessioni cristiane, si è aperta la strada al riconoscimento delle responsabilità storiche e culturali, e dunque alla vera riconciliazione. Tuttavia, dobbiamo restare avvertiti sulla vulnerabilità, da parte di noi medesimi, di quei valori dell'universalismo cristiano, se essi vengono intesi nel quadro dell'assolutismo politico e di pretese di egemonia religiosa.
Per il secondo aspetto, l'illuminismo, che pure ha abbattuto le porte dei ghetti, tuttavia ha reso scientifica la «razzializzazione» delle differenze, soprattutto nel momento dell'espansione coloniale. Dunque, le teorie pseudoscientifiche della razza diffuse alla fine del secolo XIX in tutti i paesi occidentali, non solo in Germania ed in Italia, hanno riattivato il potere del pregiudizio antiebraico, facendo degli «altri da noi» che vivono tra noi lo specchio deformato delle nostre pretese virtù, ovvero la proiezione dei nostri peggiori difetti.
Non è un caso, perciò, che Baumann, interpretando criticamente la lezione weberiana, giunga ad interpretare l'Olocausto come espressione massima della tentazione umana di dominare ogni aspetto difforme della vita sociale e culturale degli individui, singoli e associati, attraverso la disciplina totalitaria sia della tecnica, sia dell'organizzazione del lavoro.
Dunque, la Shoah non può essere intesa come un incidente di percorso, ma come uno degli esiti sempre possibili della nostra forma di civilizzazione. Perciò, occorre costantemente guardare i confini, ovvero i limiti, delle nostre stesse pretese di universalismo dei diritti.
Sulle basi di queste argomentazioni, non solo ribadiamo il nostro rifiuto di ogni forma di antisemitismo, difendendo anche l'intangibilità dello Stato d'Israele e sostenendo la vita legittima dello Stato palestinese, ma chiediamo anche, a tutti i colleghi e a tutti i cittadini italiani, di qualsiasi cultura, gruppo etnico o ideologia, di imparare a guardare il mondo anche con gli occhi dell'altro, come crediamo sappiano ancora fare, in Israele e in Palestina, i bambini israeliani e palestinesi, ebrei ed arabi, di qualsiasi confessione religiosa.
Prendiamo atto che il Governo ha posto una sola difficoltà sulla premessa della nostra mozione e, soprattutto, sottolineiamo il valore emblematico dell'unanimità con cui la Camera intende esprimersi - speriamo - sui dispositivi delle mozioni in esame. In questo modo, pur nelle differenze di atteggiamento politico ed ideologico, noi davvero offriamo una testimonianza ed una pratica relativa alla lotta non solo all'antisemitismo ma a tutte le forme di esclusione e di violenza basate sulle identità culturali, religiose ed etniche, di qualsiasi tipo (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Spini. Ne ha facoltà.

VALDO SPINI. Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, ringrazio il gruppo dei Democratici di sinistra, che mi ha chiesto di intervenire, anche perché ciò mi offre l'occasione di portarvi una nota personale. I primi segnali dei diritti civili e di libertà di culto furono dati da Carlo Alberto nel 1848, quando concesse i diritti civili ai valdesi e agli ebrei. In qualche modo questo cammino nella società italiana è stato quasi parallelo, visto che le intese a norma dell'articolo 8 della Costituzione riguardarono appunto, fra i primi, i valdesi e gli ebrei.
Credo che sia molto felice questo dibattito, perché si pone il problema, che è sempre valido ed attuale, di stroncare ogni germe di antisemitismo, dietro il quale si cela sempre l'inizio di un razzismo e di una volontà di prevalenza degli uni sugli altri. Abbiamo delle tradizioni luminose in questo campo. Anch'io, come l'onorevole


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Bimbi, vorrei riprendere alcuni fatti, che hanno caratterizzato la vita di questi ultimi decenni. Quando, ad esempio, Papa Giovanni XXIII decise di abolire la preghiera Pro perfidis Iudeis - che peraltro non aveva il significato etimologico di «perfido» - egli volle che in nessun modo ci potesse essere un equivoco e così con l'abolizione di tale preghiera, dette questo segnale. Vi è stato, inoltre, il segnale di Papa Giovanni Paolo II, quando si è recato al Muro del pianto, che è stato davvero di grande forza epocale. Vorrei anche ricordare un povero professore di liceo, il quale il 3 agosto 1938 scrisse che cosa l'umanità deve ad Israele: gli deve il concetto di Dio, come colui che è supra ed extra l'universo accessibile alla mente umana; il concetto del valore assoluto della personalità umana; il concetto dell'unità della morale con la religione; il concetto dell'universalismo dei valori etici ed umani. Vorrei ricordare questo professore di liceo, che si chiamava Mario Falchi, perché riuscì a scrivere questo articolo dopo l'approvazione delle leggi razziali, morendo poi in prigione a Torino, durante la Repubblica Sociale Italiana.
Non si tratta di una lotta all'antisemitismo di facciata o di maniera, perché per noi tale lotta è estremamente radicata in una sensibilità profonda, culturale ed etica, che deve animare tutto il popolo italiano. Ciò anche perché il popolo italiano spesso rivendica la sua discendenza dai romani e sappiamo che all'origine della diaspora del popolo di Israele vi è la distruzione del Tempio. Quindi il problema ancora aperto del focolare della patria di questo popolo è in qualche modo addirittura risalente all'imperatore Tito, che ordinò la distruzione del Tempio e costrinse gli ebrei alla diaspora nel mondo. Un problema che, a tanti secoli di distanza, è ancora vivo ed attuale.
Pertanto vi è, per motivi culturali e storici, una particolare responsabilità italiana nella lotta all'antisemitismo. È una responsabilità in positivo e proprio perché siamo figli di tante esperienze e di tante tendenze, credo che possiamo dire con grande autorevolezza una parola.
Questa parola oggi va detta. Abbiamo infatti assistito (non vi è dubbio) al manifestarsi di fenomeni di intolleranza, a rigurgiti di antisemitismo che devono essere assolutamente stroncati, perché privi di giustificazione. La mozione che reca la prima firma dell'onorevole Violante, presentata dal nostro gruppo, ha posto in grande evidenza il tema di una solidarietà europea, di un'azione congiunta europea su tale campo. Credo che ciò sia coerente con chi, in quest'aula, ha più volte invitato l'Europa a intraprendere una serie di iniziative incisive in questo campo. È del resto compatibile con la nuova Costituzione europea che abolisce la distinzione fra i tre pilastri tradizionali dell'Unione europea e pone quello, nel quale rientrano i settori della giustizia e della sicurezza, sullo stesso piano delle altre missioni dell'Unione europea; in tal modo, si apre la strada ad una grande collaborazione internazionale.
Tante sono state le resistenze ad un'azione europea in questo campo (così come nei confronti di una superprocura, del mandato d'arresto europeo e via seguitando). Se vogliamo essere coerenti con la lotta al razzismo ed all'intolleranza, è importante che la Camera oggi riaffermi, con molta chiarezza, questo quadro di disposizioni legislative europee, di grande valore per gli Stati membri.
Il nostro gruppo ha presentato una mozione molto precisa, con analisi, orientamenti, prese di posizione, nonché uno spirito unitario, perché deve essere individuata una soluzione al problema all'altezza del Parlamento italiano. Abbiamo, infatti, assistito in questo periodo alla verifica di certi fatti e avvenimenti che dobbiamo ricordare: mi riferisco alla visita dell'onorevole Fini a Gerusalemme. Le sue affermazioni sull'antisemitismo e sul fascismo fanno parte di una certa consapevolezza che si sta affermando in tutto il popolo italiano.
Abbiamo pertanto presentato una mozione dai contenuti molto precisi, ma è indubbio - lo ripeto - che è necessaria


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una conclusione della questione all'altezza del Parlamento italiano più unitaria possibile.
È naturale che una battaglia rigida, senza quartiere, coerente nei confronti dell'antisemitismo non significa, in Israele, schierarsi con questo o con quel Governo, con questo o con quel movimento. Ognuno di noi è libero di sentirsi più vicino a chi crede opportuno: noi ci sentiamo vicini a quelli che il primo dicembre, a Ginevra, hanno siglato un accordo che non ha effetto giuridico, ma grande effetto politico e morale (era presente una rappresentanza palestinese), in previsione di una possibile pace. Vi è chi si sente più vicino al Governo Sharon e spero nessuno a chi oggi lo contesta per i passi che intende compiere con riferimento ai territori occupati. Questi atteggiamenti sono estremamente legittimi e, quindi, non sarei in alcun modo disponibile ad accettare un'etichetta di antisemitismo sulla base dell'adesione o meno a questa o a quella politica in Israele, nei confronti della quale il nostro giudizio deve essere assolutamente libero.
Certo, non dobbiamo dimenticare ciò che rappresenta lo Stato di Israele. Nel 1980, al congresso del partito laburista israeliano, di cui erano leader il compianto Rabin, vero martire della causa della pace, e Peres, ho condiviso quell'atmosfera democratica, quel tipo di impegno dimostrato.
Sappiamo che, da questo punto di vista, non vi possono essere strumentalizzazioni (credo che questo non sia l'atteggiamento di alcuno), ma solo un impegno radicale, preciso e lungimirante per la pace in Medio Oriente che difenda le prospettive dei figli e dei nipoti dello Stato di Israele per il prossimo futuro. Occorre, pertanto, una riaffermazione chiara e precisa sul punto: per essere coerenti e netti con la battaglia all'antisemitismo vi deve essere una coscienza coerente con tale obiettivo, una coscienza di tolleranza, di cooperazione, di apertura al dialogo fra le fedi, le religioni, i popoli e le etnie. Solo in questo modo potremmo coerentemente dire di assumere una posizione contraria nei confronti dei rigurgiti di antisemitismo che si stanno affermando.
Credo che vi sia un grande spazio per intraprendere un'opera educativa, operando sui giovani. Per questo è importante che sia istituito il giorno della memoria e che tanti enti locali e scuole abbiano organizzato viaggi di giovani nei luoghi dello sterminio. È infatti vera la domanda che si è posto l'onorevole Walter Tocci, rievocando in qualche modo la fase di Adorno: «Come è potuto succedere»? A fronte di questa raccapricciante domanda, non dobbiamo stancarci di operare affinché le nuove generazioni siano dotate di anticorpi per rifiutare le ideologie antisemite che, purtroppo, si sono affermate nel mondo.
Quindi, vi è anche un triplice «non dimenticare»: gli ebrei e le persecuzioni che hanno subito nel nostro paese; chiunque, in qualsiasi posizione politica fosse, ha dato una mano agli ebrei in quel periodo, riuscendo a salvarne qualcuno; chi, nella seconda guerra mondiale, si è battuto dalla parte giusta, affinché il disegno di dominio del mondo, che doveva significare l'Olocausto, venisse battuto impedendone la concretizzazione. È questo triplice «non dimenticare» che oggi può aiutare i nostri giovani e la nostra coscienza democratica.
L'Italia può far molto, sia per la sua collocazione, sia per la sua autorevolezza, sia per la capacità di richiamo nei confronti di tutte le parti. Non sciupiamo questa condizione e questa potenzialità del nostro paese!
Dunque, nel momento in cui raggiungiamo utili risultati nei confronti dell'antisemitismo manifestatosi qua e là nel nostro continente, ritengo che ciò avvenga proprio in una visione di cultura di tolleranza, di intesa e di pace tra i popoli, poiché è questo il fondamento effettivo di ogni battaglia coerente in tale campo.
Avverto veramente l'importanza di questo riferimento. Ricordo che l'onorevole Furio Colombo si adoperò molto per far approvare la legge sulla quale, diciamo la verità, alcuni di noi erano anche scettici


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pensando all'ennesima giornata della memoria; in realtà, quella legge ha invece prodotto molta consapevolezza, molta capacità di chinarsi su tali fenomeni per ricordarli e potersi in qualche modo «vaccinare».
Dunque, se attribuiremo all'Unione europea la possibilità di avviare iniziative compiremo passi concreti, anche attraverso l'approvazione della Costituzione europea. Penso al valore della Carta dei diritti fondamentali, che è chiarissima in ordine al rifiuto di qualsiasi forma di razzismo e di intolleranza e, quindi, di antisemitismo.
Quindi, proprio da questo Parlamento, nell'anno 2004, ritengo si debba levare da ciascuno di noi il rifiuto, alto e forte, di qualsiasi antisemitismo, di qualsiasi razzismo, di qualsiasi intolleranza, che rappresenta il grande patrimonio culturale del popolo italiano (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo)!

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Benedetti Valentini. Ne ha facoltà.

DOMENICO BENEDETTI VALENTINI. Signor Presidente, prendo brevemente la parola anche a nome di alcuni altri colleghi del mio gruppo.
Saremmo orientati, nel caso in cui la procedura lo consenta, a chiedere ai colleghi firmatari della mozione Castagnetti ed altri n. 1-00314 di apportare due lievi «ritocchi» al testo proposto, al fine di esprimere un voto favorevole sullo stesso.
Infatti, ferma restando la nostra piena e convinta adesione a tutte le iniziative per combattere ogni forma di antisemitismo e più vastamente di razzismo, nelle mozioni presentate vi sono alcune valutazioni politiche che ci inducono a qualche remora.
Chiediamo dunque che, nella mozione Castagnetti ed altri n. 1-00314, al sesto capoverso della parte motiva, siano soppresse le parole: «non ancora approvata paradossalmente a causa dell'opposizione del Governo italiano» che, come comprendete, costituisce una valutazione di censura nei confronti dell'esecutivo che non potremmo accettare, e all'ultimo capoverso del dispositivo, siano aggiunte in fine le parole: «e politici».
Nel caso in cui fossero apportate queste due lievi modifiche, io e alcuni colleghi del mio gruppo esprimeremmo un voto favorevole sulla suddetta mozione.

PRESIDENTE. Onorevole Benedetti Valentini, prima di porre in votazione la mozione Castagnetti ed altri n. 1- 00314 chiederò ai presentatori se accolgono i suggerimenti da lei proposti.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Russo Spena. Ne ha facoltà.

GIOVANNI RUSSO SPENA. Signor Presidente, noi crediamo che occorra rifuggire dalla retorica, che cela immense ipocrisie su alcuni temi, e limitare l'argomentazione alla stretta attualità, altrimenti l'emozione e la determinazione politica finiscono per annebbiarsi. La lotta all'antisemitismo è per noi discriminante culturale, etica e politica. Siamo figli di Levi - Se questo è un uomo - e, nello stesso tempo, della tragica banalità del male di Hannah Arent.
Che esistano forme nuove contemporanee d'antisemitismo, un'inquietante risorgenza, soprattutto in Europa, è un fatto. Su questo dobbiamo indagare e sconfiggerlo, evitando strumentali interpretazioni che suonano banali di fronte alla drammaticità di questa riemergenza che è, a mio avviso, frutto velenoso della modernità distorta, più ed oltre che nicchia residuale di un passato che non vuole scomparire. È il morto che afferra il vivo, trascinandolo giù nelle viscere della insicurezza globale, delle pulsioni deteriori, delle privazioni di senso e di ideali. Il semita ieri è stato il capro espiatorio dello scontro fra le statualità imperiali, ed è oggi capro espiatorio della crisi delle statualità dentro la globalizzazione liberista in crisi.
L'antisemitismo continua a vivere ammantandosi di nuove aberrazioni nel grembo dell'inconscio collettivo europeo. Vedo un rischio in tal senso che è anche un paradosso: si espande, si radica giustamente


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la memoria della Shoah, eppure essa sembra essere macinata dalla spettacolarizzazione; sembra non incidere perché poco avvertita nel profondo, poco sofferta, è come se essa fosse più estesa ma anche più superficiale e meno capace di comunicare un messaggio forte. Le risposte a questo paradosso su cui ci interroghiamo sono molteplici; oscillano fra storia, politica e psicologia collettiva. Certo, vi sono grandi filoni da indagare: la presenza in Europa di una nuova destra razzista, a volte al Governo; una diaspora islamica spesso respinta dalle incapaci politiche di accoglienza e dalla non volontà dell'Europa e dei suoi Stati di ricostruire uno Stato di diritto, una società, su un diagramma che ricomprenda uguaglianza e differenza. Ed il rancore e l'impotenza generano, come sappiamo, tremende e ingiustificabili pulsioni. Non fu del resto Gramsci a dire che parlare di una questione ebraica era antisemita?
Combattere l'antisemitismo significa allora anche lottare contro le propensioni indotte nelle popolazioni dalla globalizzazione liberista. Essa, infatti, con la sua rarefazione di senso e con il suo violento tentativo d'imposizione di un modello unico di consumo, di produzione e riproduzione sociale crea, per contraccolpo, nuove questioni identitarie nazionaliste. Il senso della comunità si trasforma in comunitarismo deteriore; si tratta, a volte, di gruppi sociali che avvertono se stessi, in Europa, come assediati, minacciati nelle proprie identità. Le identità distorte, che sempre storicamente diventano incattivite e rancorose, hanno nell'ebraismo il bersaglio perché questo è, di per sé stesso, allusione al cosmopolitismo che è l'antitesi delle identità razionalistiche. Non a caso, in questi tempi, l'altro bersaglio è diventato l'Islam, la cui identità è anch'essa non comunitarista ma oltrepassa confini e frontiere. Per questo non possiamo sottovalutare, nascondere e coprire.
Il Presidente del Consiglio italiano è da prendere maledettamente sul serio quando infila travi revisioniste nell'architettura della nostra democrazia, con le sue battutacce sul confino come villeggiatura, e altre simili nefandezze. Egli tenta in tal modo di inviare messaggi che parlano alle viscere peggiori del paese, alle debolezze culturali, alle subculture, poiché fiaccano valori, idealità e punti di riferimento e tentano di sbiadire l'antifascismo come religione civile e contratto sociale, come avrebbe detto Rousseau.
Ha ragione Habermas, quando, scrivendo del recentissimo caso delle frasi antisemite pronunciate dal deputato tedesco Hohmann, afferma che a tre generazioni da Auschwitz, gli atteggiamenti politicamente nefasti dovrebbero poter essere esposti al ludibrio politico, anche senza l'aiuto di una barriera eretta in qualche modo artificialmente, con intenti pedagogici, fra l'opinione pubblica e quella informale, fra quanto si può dire in pubblico e i pregiudizi espressi in privato. È così anche per l'islamismo, come per l'ebraismo. In Germania - sostiene Habermas - l'antisemitismo era ed è tuttora il barometro e il segnale di allarme dello stato in cui versa la cultura politica. In questa sindrome si addensano i motivi più oscuri ed imperscrutabili, le cui radici affondano, a volte, anche nelle tradizioni migliori e più antiche, che, assai prima del nazismo, hanno sviluppato con vigore la capacità di plasmare le mentalità.
Dunque, i sentimenti xenofobi rivolti contro la minoranza più numerosa e visibile - ieri quella ebrea, oggi ancora quella ebrea, con forti rigurgiti antisemiti, e quella islamica, nell'ambito della guerra preventiva e della metafora drammatica dello scontro fra civiltà, che nega la cittadinanza transnazionale - nascono dalle stesse paure e proiezioni che sono alla base dell'antisemitismo contemporaneo.
Spesso la xenofobia è di Stato - cerchiamo di non essere ipocriti - organizzata dai poteri pubblici e dai governi, al punto che i partiti conservatori o populisti, che hanno da non molto tempo iniziato a condannare l'antisemitismo, non esitano ad organizzare nelle società l'islamofobia.
Le comunità ebraiche, in Europa e in Italia, come dimostrano recenti importanti dibattiti, non a caso cominciano a temere e a ritenere controproducente la presentazione


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che la destra europea, e anche italiana, fa di Israele, raffigurata come l'avanguardia della civiltà occidentale contro l'Islam, esponendola a un rischio gravissimo. Se non vogliamo essere retorici, dobbiamo comprendere quale sia il rischio di questa descrizione che le destre, che scoprono ora la lotta all'antisemitismo, fanno di Israele quale avanguardia della civiltà occidentale contro altri popoli.
Siamo critici radicali e aspri della politica del Governo Sharon, siamo contrari alla permanenza dell'esercito di occupazione nei territori palestinesi, ma proprio ciò comporta per noi il dovere, l'attenzione, direi l'ossessione di evitare che da tale critica possano nascere, per un aberrante corto circuito, sentimenti e movimenti antisemiti o di rifiuto del riconoscimento dello Stato di Israele.
La nostra posizione è quella del refusenik dei militari israeliani, che rifiutano, pur processati e a volte incarcerati, di prestare servizio nell'esercito di occupazione. Essi sono per noi gli eroi moderni del pacifismo, la frontiera moderna del pacifismo che si oppone allo scontro fra civiltà, l'esempio della disobbedienza di chi crede nello Stato di diritto israeliano e si preoccupa del suo degrado e del fatto che Israele possa non essere più un esempio di democrazia in quelle terre ma possa degradare verso una democrazia autoritaria, che la isolerebbe dalla coscienza dei popoli vicini e dalla coscienza del mondo.
Ho voluto usare questo esempio di frontiera per chiarire come la nostra cultura lotti realmente contro l'antisemitismo, pur criticando politicamente gli errori di un governo che non va mai confuso con un popolo. L'esempio del refusenik è, a mio avviso, fondamentale, proprio per schiacciare il mostro totalizzante e organicista dell'antisemitismo (Applausi dei deputati dei gruppi di Rifondazione comunista e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Caldarola.

GIUSEPPE CALDAROLA. Signor Presidente, colleghi e colleghe, mi auguro e spero che questo dibattito parlamentare si concluda con un voto comune e, per quanto riguarda il mio gruppo, penso di poter dire che aderiamo all'invito del Governo a modificare quelle due parti della nostra mozione.
Sarebbe un segnale importante, perché l'antisemitismo, se mai è scomparso, è tornato e, visto su scala mondiale, è un fiume in piena. Qualunque cosa ciascuno di noi pensi della crisi arabo-israeliana - io resto fermo all'idea dei due popoli e due Stati -, è un fatto che l'antisemitismo, senza alcuna giustificazione, è un fenomeno popolare di grandi masse arabe guidato dall'alto. Comunque la pensiamo sul conflitto, il dilagare dell'antisemitismo nel mondo arabo è un problema che dobbiamo porci, come dobbiamo porre questo problema alle classi dirigente arabe e agli intellettuali arabi. Dobbiamo chiedere anche a loro quello che Russo Spena chiedeva ai militanti di Israele.
Ma l'antisemitismo è tornato anche nelle nostre comunità: recenti sondaggi ne rivelano la recrudescenza. In un libro autobiografico, un piccolo libro pubblicato appena un anno fa, lo scrittore Miro Silvera raccontava: «Volete proprio che ve lo dica? Vivere da ebreo significa vivere in trincea, ancora oggi che tutto pare cambiato: eppure siamo lì, nella nostra condizione nulla è cambiato». È una frase forse disperata, eppure conviviamo nelle nostre città, in molte città europee con fenomeni che ancora non ci fanno riflettere. Cominciamo, ad esempio, con il fatto che i nostri figli, nelle nostre città, vanno a scuola tranquillamente, ma in questa città, a poche centinaia di metri dal Parlamento, ci sono figli di cittadini italiani ebrei, figli di Roma, i cui genitori hanno molte più ansie di noi se frequentano scuole ebraiche e hanno bisogno di una tutela sconosciuta alle nostre famiglie e ai nostri figli. Questo è un problema.
L'antisemitismo è tornato, ma non è una oscura malattia. Non è un accidente che interrompe una convivenza altrimenti normale. L'antisemitismo è una malattia palese di cui è facile la diagnosi. L'antisemitismo è figlio di un doppio pregiudizio


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religioso delle due più grandi religioni monoteistiche, con le grandi correzioni della Chiesa cattolica e con, invece, il ritorno indietro del mondo musulmano. A fatica queste due religioni hanno cancellato la damnatio degli ebrei. L'antisemitismo è cresciuto anche nella cultura illuminata, da Voltaire in poi, come rifiuto della irriducibilità dell'esperienza di popoli della civiltà ebraica. Si è alimentato nella critica del capitalismo inteso come formazione economico-sociale nata per favorire gli ebrei. È stato alla base della cultura razzista incardinata nel nazifascismo, che ha portato alla Shoah, vale a dire alla più scientifica operazione mondiale di sterminio. L'antisemitismo è una malattia a sé, ma si alimenta nel coagulo di tutte le culture razziste. Entra anche nella politica degli Stati e nella battaglia contro lo Stato ebraico chiama a raccolta movimenti e paesi poveri che dovrebbero avere ben altrimenti collocazione.
Combattere l'antisemitismo non è tuttavia solo un'operazione di memoria. Serve la memoria, è decisiva la memoria, è bene che ci sia anche in questo paese una giornata della memoria, ma come scriveva lo scrittore ebraico Joseph Yerushalmi è lecito pensare che il contrario oblio non sia memoria, ma giustizia. Ecco, interroghiamoci su cosa vuol dire giustizia. Antisemitismo è una lotta nel presente in nome del presente, è il riconoscimento del valore di culture feconde, talvolta intrecciate con la nostra - pensiamo alla cultura europea -, talvolta non assimilabili che vengono, secondo la formula desestadt, dalla lunga vicenda della civiltà ebraica. È il riconoscimento pieno di un movimento e di una cultura politica come il sionismo, che peraltro nasce nel corpo del socialismo. È l'accettazione piena di questa civiltà che è diventata stato e che ha il diritto di difendersi.
Non credo che l'antisemitismo si combatta nel quadro più generale dell'antirazzismo. L'antisemitismo va combattuto come razzismo e va combattuto in sé: è un pregiudizio, una subcultura, una débâcle della civiltà nei popoli ricchi e nei mondi poveri. C'è chi dice che a parlarne troppo si fa male; io dico che abbiamo tollerato troppo. Nel linguaggio, quante volte sentiamo ancora parlare - e recentemente ho sentito farlo persino in un telegiornale - di razza ebraica?
Quante volte, sui nostri giornali, si parla di lobby ebraica, sia che si tratti di economia sia che si tratti di Hollywood! Quante volte, nelle nostre cronache, si dice che la capitale di Israele è Tel Aviv e non Gerusalemme! Troppe dichiarazioni di amicizia verso gli ebrei purché rinuncino alla loro storia e alla difesa di Israele. Troppi amici sub condicione.
Dobbiamo bandire chi parla di ausht contro i figli e i nipoti della Shoah: non si può usare la data terribile dello sterminio, i giorni dello sterminio, contro i figli e i nipoti della Shoah. È legittima la critica a Israele; io mi chiedo se si possa criticare con la stessa enfasi anche Arafat. Ma lo Stato ebraico è irreversibile e questa è una posizione irrevocabile per i democratici e per chi combatte l'antisemitismo.
La lotta all'antisemitismo serve a dare contenuto e sostanza alla cultura della tolleranza e della diversità: è convivenza, gara, scambio tra civiltà. La lotta all'antisemitismo è pacificazione religiosa, è il sogno di una Palestina e di un Medio Oriente in pace. Bisogna stare attenti alle guerre di civiltà: gli arabi e i musulmani sono nostri fratelli e l'Europa deve essere attenta a non creare in questa parte del mondo discriminazioni contro di loro. Però dobbiamo sempre garantire - non solo in questo paese, ma anche rispetto all'ebraismo che si è fatto Stato - un diritto di cittadinanza dentro questo mondo. Questa è una delle condizioni fondamentali perché la battaglia contro l'antisemitismo sia una battaglia seria (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Boato. Ne ha facoltà.

MARCO BOATO. Signor Presidente, credo che il dibattito che si è svolto oggi


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pomeriggio e queste dichiarazioni di voto siano di grande importanza. L'Assemblea oggi forse non è nella pienezza delle sue presenze, ma io mi rivolgo a chi è presente e non a chi è assente. Succede raramente in quest'aula che si possano condividere - come è accaduto a me in queste ore - le affermazioni, le analisi, le proposte, sia pure nelle differenze politiche, culturali e ideologiche che ci caratterizzano, di molti colleghi appartenenti ai diversi schieramenti rappresentati in quest'aula.
Da questo punto di vista, preannuncio, a nome delle componenti del centrosinistra del gruppo misto, il voto conforme a quello che è già stato annunciato dai colleghi dei Democratici di sinistra e della Margherita. Ma vorrei aggiungere che personalmente voterò a favore di tutte e tre le mozioni integralmente. So che ciascuna di esse potrebbe essere reciprocamente soggetta a rilievi critici, so che ciascuna di esse, presa separatamente, potrebbe avere limiti di inadeguatezza ed insufficienza; ma credo che daremmo un segnale molto importante e positivo se tra poco uscissimo da quest'aula con un voto che, oltre ad essere di approvazione di tutte e tre i dispositivi, fosse un voto favorevole - mi riferisco ad un voto favorevole e non soltanto di reciproca astensione - anche nei riguardi delle parti motive di tutte e tre le mozioni, pur nelle loro differenze (poco fa abbiamo esaltato giustamente la cultura delle differenze, che, anche in questo caso, ha un suo valore). Il mio voto personale vuole andare in questa direzione.
Da pochi anni abbiamo introdotto per legge - anche grazie all'opera meritoria svolta nella scorsa legislatura dal collega Furio Colombo, ma che ha visto il consenso unanime di quest'Assemblea - il «Giorno della memoria»: il 27 gennaio, il giorno dell'apertura, per così dire, del campo di sterminio di Auschwitz. Proprio in questi giorni qui alla Camera, precisamente nella Sala della regina, è in corso una mostra sull'Olocausto per quanto riguarda l'Italia, ed anche questa è stata una iniziativa importante che questo ramo del Parlamento ha assunto.
Il collega Valdo Spini poc'anzi ha detto giustamente che forse si potevano avere delle perplessità su cosa volesse dire stabilire ritualmente un giorno della memoria e al tempo stesso ha detto - ed io sono d'accordo con lui - che l'esito di quella iniziativa legislativa unanime del Parlamento forse è andato al di là delle perplessità - non nel merito, ma nel significato che avrebbe potuto avere - e delle aspettative.
Ciò perché avere anche un solo giorno della memoria ha portato alla moltiplicazione, prima e dopo (e anche in quel giorno, in particolare), di iniziative politiche, sociali, culturali, religiose e soprattutto scolastiche di grande importanza.
È stata giustamente ricordata la dichiarazione di Amos Luzzatto: «La memoria non va coltivata un solo giorno»; ed è stata ricordata anche un'altra importante dichiarazione, ad opera di Tullia Zevi: «L'esercizio del ricordare va coltivato nell'interesse non solo degli ebrei, ma di tutti». Condivido entrambe le dichiarazioni e le faccio mie, e credo, onorevoli colleghi, che le condividiamo tutti.
Ritengo importante, tuttavia, non stemperare - e debbo riconoscere che nessuno l'ha fatto - l'impegno politico, civile, culturale, sociale e religioso contro l'antisemitismo in un generale, anche se anch'esso condivisibile, impegno di lotta contro i pregiudizi, il razzismo e la xenofobia. Credo che tale impegno generale ci caratterizzi tutti (comunque, dovrebbe caratterizzare tutti), ma l'impegno contro l'antisemitismo presenta una sua peculiarità ed una sua specificità.
Ritengo che tutti noi pensiamo di sensibilizzare non solo l'intera popolazione italiana, ma anche quella europea e quella mondiale riguardo a tale tema; tuttavia, per quanto concerne il nostro paese, dobbiamo rivolgere una particolare attenzione alle giovani generazioni, che crescono in un contesto sociale, storico, politico e culturale completamente diverso dal nostro.
Infatti, se torno con la memoria alla mia adolescenza (e forse anche a quella di altri colleghi qui presenti), quando non


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c'era l'attuale diffusione dei mass media, e penso all'impatto che ebbero, nella mia giovinezza, alcune letture adolescenziali (come, ad esempio, il Flagello della svastica di Lord Russell, i libri di Primo Levi, le testimonianze terribili degli anni Cinquanta che cominciavano ad emergere da quella rimozione collettiva che rischiava di verificarsi rispetto alla Shoah) oppure film come Kapò di Gillo Pontecorvo, o Vincitori e vinti sul processo di Norimberga, rifletto su quanta importanza possano e debbano avere gli strumenti di informazione, quelli culturali e quelli scolastici, ma anche i mass media (televisione e cinema), sotto questo profilo.
In questi giorni, viene proiettato in Italia un film chiamato Rosenstrasse di Margarethe von Trotta: scusate se lo faccio in un'aula del Parlamento, ma si tratta di un film che invito ad andare a vedere e a far veder ai ragazzi di oggi. Penso anche, per tornare a qualche anno fa, a film come Train de vie o La vita è bella, su cui si è anche discusso con pareri diversi, e vorrei sottolineare l'impatto che possono avere avuto e che possono avere, ancora oggi, nella formazione della coscienza delle nuove generazioni.
Ascoltando i colleghi, mi è venuto in mente di aver incontrato qualche anno fa, qui a Roma e a Bolzano, un intellettuale israeliano, Dan Bar-On (venuto recentemente qui a Roma), il quale ha un rapporto di amicizia e collaborazione con un intellettuale palestinese, Samir Adwan.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE FABIO MUSSI (ore 17,30)

MARCO BOATO. Ebbene, nel momento in cui si è riacceso il conflitto in Medio Oriente, questi due uomini (come altri, per fortuna) hanno mantenuto il filo del dialogo e del rispetto reciproco.
Dan Bar-On è stato promotore, qualche anno fa, di un'iniziativa sulla quale la BBC inglese ha prodotto un filmato straordinario. Si trattava di mettere insieme, sotto un profilo persino terapeutico, i familiari delle vittime della Shoah con alcuni familiari dei carnefici. Ho visto il filmato, fornitomi all'epoca dall'allora ministro Laura Balbo, e mi fece un'enorme impressione, perché, da parte di un intellettuale ebreo come Dan Bar-On, era un atto di straordinaria intelligenza e di straordinario coraggio.
Ho voluto citare esempi di film, libri e filmati televisivi per far comprendere che, oltre ai documenti politici, che giustamente discutiamo e approviamo (perché è questo il nostro compito), c'è qualcosa che va molto al di là del ruolo della politica.
Il fenomeno dell'antisemitismo - ahimè - non è né marginale né residuale in Europa: è stata gravissima la sua recrudescenza in questi ultimi anni, strumentale alla seconda Intifada del 2000. Per questo, è giusto riaffermare qui, come ha fatto ad esempio la collega Franca Bimbi, la cultura della tolleranza e della convivenza. È giusto, però, che questa cultura cominciamo a praticarla anche dando concretezza al ruolo del Parlamento nell'ambito dell'impegno corale contro l'antisemitismo.
Pertanto, a nome delle componenti di centrosinistra del gruppo Misto - ma credo che vi sia la condivisione anche della componente di centrodestra - manifesto l'impegno affinché i dispositivi delle mozioni presentate siano tutti approvati. A titolo personale, voterò a favore anche delle premesse delle tre mozioni proprio per dare un segno di convergenza su un tema che richiede un impegno unitario. Grazie (Applausi del deputato Rosato).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Rizzi. Ne ha facoltà.

CESARE RIZZI. Signor Presidente, gli episodi di antisemitismo sono, purtroppo, esponenzialmente in crescita in tutti i paesi europei. Da noi, questa pericolosa deriva non ha ancora raggiunto le punte di violenza estrema verificatesi in Francia né le odiose manifestazioni registratesi in Germania, dove il comandante delle forze speciali dell'esercito si è permesso di applaudire, pubblicamente e ripetutamente,


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un deputato in carica che urlava discorsi negazionisti. Ciò si deve ad alcune fortunate circostanze.
L'Italia, salvo la deprecabile esperienza vissuta tra il 1938 ed il 1945, non ha conosciuto forme di antisemitismo storico del genere di quelle che hanno portato la Francia all'affare Dreyfus. Gli ebrei hanno contribuito alla crescita dell'Italia ed al suo progresso culturale e scientifico. Basti pensare a Levi, a Bassani, a Segré, a Fermi, alla Montalcini, che tanto lustro hanno dato al nostro paese.
È naturale, perciò, che quando vengono pubblicati sondaggi come quello dell'Eurobarometro, del novembre scorso, o come quello dell'Eurispes, recentissimo, dei primi di gennaio, desti sorpresa la scoperta che l'11 per cento degli italiani è persuaso che l'Olocausto non abbia prodotto così tante vittime come si presenta di solito e che, comunque, ben il 34,1 per cento resta ancorato all'antico stereotipo in base al quale gli ebrei controllano, in modo occulto, l'intero mondo dell'economia e della finanza: un pensiero tanto diffuso quanto alimentato dal pregiudizio e dalle manipolazioni dell'informazione pubblica e privata, interna ed internazionale.
Ci siamo lasciati manipolare anche da quell'Unione europea che ci viene sempre dipinta come paladina del rigore, dell'oggettività, del rispetto e della trasparenza, incontaminata dai loschi giochi politici di casa nostra. Infatti, l'Unione europea ha impiegato i fondi comunitari per realizzare autorevoli ricerche sul fenomeno dell'antisemitismo. L'ultima, in ordine di tempo, è stata commissionata nel 2002 dall'Osservatorio dell'Unione europea sul razzismo e la xenofobia al centro di ricerche sull'antisemitismo dell'università di Berlino. L'Osservatorio, organismo di diretta emanazione comunitaria, comprende rappresentanti di tutte le istituzioni europee. La ricerca, condotta presumibilmente con la consueta accuratezza che caratterizza le indagini comunitarie, ha messo però, nero su bianco, una verità scomoda: l'aumento degli episodi di antisemitismo non si iscrive, oggi, in un continuum storico di corsi e ricorsi, né è così nettamente legato all'inizio della seconda Intifada, ma ha avuto una genesi più complessa, cui hanno contribuito anche gruppi islamici a fini di proselitismo e di propaganda musulmana.
Non si tratta solo di fondamentalisti, poiché hanno partecipato anche quei musulmani che trovano punti di raccordo e di intesa con le sinistre filopalestinesi che mobilitano, nelle loro manifestazioni, le più eterogenee e strumentalizzabili tematiche, dai popoli oppressi all'ambiente, per disegnare un mostro capitalista multiteste che, di volta in volta, si configura in Israele, negli Stati Uniti, nell'Occidente allargato, nella ricchezza economica non meglio specificata.
Ciò è stato esplicitamente mostrato da due ricercatori dell'università di Berlino Jelane Wetzel e Werner Bergman, che hanno condotto ricerche in Spagna, in Francia, in Italia e in Svezia: una parte della sinistra dei gruppi arabo-musulmani hanno unito i loro sforzi per organizzare manifestazioni propalestinesi; slogan e banderuole sono stati sbandierati e alcune di queste manifestazioni si sono concluse con aggressioni contro gli ebrei o le istituzioni ebraiche. Tale ricerca è stata puntualmente conclusa e consegnata a febbraio 2003, come da accordi, ma nessuno ne ha saputo nulla, fino allo scoop nel novembre scorso del Financial Time, che ha trovato la ricerca blindata in qualche cassetto a Vienna, giudicata non pubblicabile perché politicamente destabilizzante. Di Israele si può infatti scrivere a piene pagine sui quotidiani che esso rappresenta, per il 59 per cento degli europei interpellati in diversi paesi, la principale minaccia del mondo (molto più rispetto a paesi come la Corea del nord, la Libia e l'Iran), ma non che tale opinione è stata forgiata, in buona parte, dalla propaganda filopalestinese di sinistra, grazie anche ai mezzi che la tanto condannata globalizzazione mette loro a disposizione (mi riferisco naturalmente ad Internet).
La scorrettezza è stata gravissima. Si è trattato di un insabbiamento di cui noi, forse, non ci siamo nemmeno resi conti. I


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presidenti del congresso ebraico mondiale e di quello europeo sono stati però più chiari, accusando direttamente e pubblicamente la Commissione europea di puro e semplice antisemitismo.
Non ho ben capito se e in che modo il presidente Prodi abbia giustificato il comportamento, per niente super partes, tenuto dall'istituzione che rappresenta e presiede. A dicembre, al vertice di Bruxelles che chiudeva il semestre di Presidenza italiana, è stato firmato l'ennesimo atto di impegno al dialogo per il Medio Oriente e di denuncia dell'antisemitismo, ma siamo ancora alla politica europea dei «due pesi e due misure», con occhio benevolo verso la parte palestinese e severità più assoluta nei confronti di Israele.
Intendiamoci: non voglio confondere il tutto. Gli ebrei non coincidono con Israele, anche se, generalmente, Israele ha alle spalle il sostegno della comunità ebraica internazionale. Israele, infatti, è una realtà politica, storicamente collocata, che deve rispondere delle sue azioni e deve rispettare i diritti internazionalmente riconosciuti, mentre l'ebraismo è una civiltà e una cultura religiosa di più vasta portata, da rispettare in quanto tale.
I governi di mezza Europa criticano senza distinguo la politica israeliana, contribuendo ad accentuare ostilità e pregiudizio e una visione manichea della realtà storica, una visione di buoni e cattivi, di carnefici e vittime. Neghiamolo! Lo ha fatto, in parte, anche il nostro paese, almeno fino all'insediarsi di questo Governo. Questo atteggiamento di parte è confluito e si è cristallizzato nella Comunità europea che, dalle dichiarazioni di Venezia del 1980, ha mantenuto una sensibilità sicuramente maggiore per il popolo palestinese e infinitamente più tollerante con Arafat e con Hamas, che pratica ed incoraggia il terrorismo suicida, che con Israele e gli israeliani. Siamo totalmente imbevuti di questa visione semplicistica da arrivare a pensare che il diritto dei palestinesi ad avere uno Stato debba passare anche per le devastazioni di miliziani di Hezbollah stanziati in Libano.
Manifestando comprensione per il terrorismo palestinese, sostenendo l'islamismo a tutti i costi, condannando tutte le azioni, anche quelle strettamente difensive messe in atto da Israele e mosse dalla paura viva di trovarsi ogni giorno a fianco di un potenziale kamikaze, si alimenta anche il pensiero dominante del mondo arabo, che vuole estirpare Israele dal Medio Oriente, perché esso rappresenta il baluardo della democrazia e dell'Occidente, l'«altro da sé» che non può essere tollerato. È qui che ritrovo una pericolosa chiusura del cerchio con la propaganda antioccidentale e anticapitalista, che appartiene molto più alla sinistra che alla destra liberaldemocratica. L'antisemitismo attecchisce all'interno dei ceti e degli orientamenti politici più allineati ai valori della libertà e della democrazia.
Concludo, signor Presidente, annunciando il voto favorevole della Lega Nord Federazione Padana sulla mozione Pacini n. 1-00308 e invitando il Governo a promuovere un'informazione più oggettiva, onesta e coraggiosa. Ovviamente, la Lega Nord Federazione Padana voterà contro le mozioni Violante n. 1-00313 e Castagnetti 1-00314 (Applausi dei deputati dei gruppi della Lega Nord Federazione Padana e di Forza Italia).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pacini. Ne ha facoltà.

MARCELLO PACINI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il dibattito che stiamo concludendo è stato molto tempestivo e, quindi, devo esprimere la mia grande soddisfazione e quella del gruppo di Forza Italia perché si è trovata l'occasione per affrontare con questa ampiezza un tema così importante. Personalmente, adempio anche ad un obbligo che mi ero assunto nell'Assemblea dell'organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, perché in quella sede era emerso come in Europa stessero moltiplicandosi i segnali pericolosi di un rinnovato antisemitismo.
Peraltro, proprio in quella sede ho potuto sempre riscontrare che il nostro


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paese è in prima fila nel contrasto di questo triste fenomeno, attraverso comportamenti concreti e attraverso una solidarietà molto diffusa dell'intera società civile.
Credo che una delle grandi sorprese che si sono avute in questo fine 2003 e inizio 2004 sia proprio la percezione manifesta che il problema dell'antisemitismo, ben lungi dall'essere congelato o dall'essere addirittura regredito, è ancora pericolosamente fiorente in Europa e anche nel nostro paese.
Personalmente, do un'importanza relativa ai sondaggi e alle ricerche sociali fatte con il sistema del campionamento e, soprattutto, non do eccessiva fiducia ai dati quantitativi, ma certamente i sondaggi sono molto importanti ed essenziali per dare la dimensione della qualità delle dinamiche sociali; quindi, anche se i sondaggi che si sono succeduti nell'autunno e in questo inizio d'inverno sul tema della antisemitismo debbono essere sempre letti con grande attenzione e con grande prudenza, certamente sono segnali univoci in una certa direzione.
In Europa e nel nostro paese l'antisemitismo è più presente oggi rispetto a cinque o dieci anni fa; anzi, il dato più pericoloso che emerge è che ormai esistono due forme di antisemitismo. In primo luogo, un antisemitismo legato alla cultura del passato, alla cultura che normalmente viene da noi etichettata come nazista o neonazista, la cultura del radicalismo estremo della destra, che si fonda sui testi apocrifi delle leggende antisemite che si sono succedute nel corso dei secoli o sui pregiudizi che si sono alimentati attraverso la vita secolare dell'Europa.
Tuttavia, questa è una forma di antisemitismo che conosciamo e che siamo più preparati a combattere ed a ridimensionare, che comunque non presenta centrali ideologiche fiorenti.
In realtà, invece, il dato pericoloso che oggi possiamo registrare è che esiste un nuovo antisemitismo che trae origine da fenomeni oggettivi di natura internazionale. Sono già state richiamate le situazioni mediorientali, che - proprio perché sono lotte incancrenite - alimentano cattive informazioni e misconoscimenti di realtà storiche come pure, anche attraverso le strutture mediatiche, i pregiudizi e la cattiva comprensione dei problemi.
Credo che quella mediorientale possa essere inserita all'interno di una situazione ancora più complessa, data dall'attuale confronto del radicalismo islamico con l'Occidente. Credo - non ho motivi per negarlo - che anche l'Occidente abbia le sue colpe, perché, di fatto, sta forse gestendo la globalizzazione, senza gli opportuni accorgimenti, per aumentarne la governance.
Pertanto, dobbiamo avere chiaro in mente che, per poter drenare l'area delle culture che alimentano il nazismo e forme di pregiudizio nei confronti delle minoranze etniche come quella degli ebrei, dobbiamo fare anche autocritica, in una prospettiva di largo respiro, al fine di correggere certe forme di eccessiva manifestazione di potere e di potenza.
Proprio all'interno di questa grande prospettiva, tesa a gestire in modi nuovi, diversi e più equilibrati il futuro ed i rapporti che vi saranno in futuro con le altre civiltà e con gli altri mondi, credo che dobbiamo assolutamente prendere provvedimenti immediati, anche perché l'antisemitismo si manifesta oggi nelle nostre società.
Credo, quindi, che il Governo debba impegnarsi (come ha affermato), affinché attraverso i mass media e la scuola vengano promosse iniziative informative. Del resto, la Camera dei deputati sta mostrando una grande sensibilità al riguardo, attraverso la mostra organizzata proprio all'interno del Palazzo.
Vi è un punto particolarmente odioso che ci ha colpito e che è diventato l'oggetto focale della nostra mozione: mi riferisco al pregiudizio emerso attraverso uno dei sondaggi secondo cui il 20 per cento degli italiani crede che gli ebrei non siano veri italiani.
Credo che questa sia una profonda ingiustizia. Basta aver letto una delle opere più importanti della letteratura italiana (il mio pensiero va ad un libro di


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uno scrittore ebreo, Il giardino dei Finzi Contini) per ricordare con quanto tratto e con quanta simpatia e sincerità l'autore descrive la vita di una famiglia italiana di origine ebraica. Credo quindi che il contributo degli ebrei alla storia nazionale sia importantissimo. È già stato richiamato il discorso del Risorgimento. Nel 1848 un gruppo di giovani ebrei si arruolò nell'esercito sardo; le cinque giornate di Milano videro fra i protagonisti alcuni ebrei, fra cui Giuseppe Finzi, e lo stesso Giuseppe Finzi diventò parlamentare del primo Parlamento italiano. Se vi è una caratteristica profonda della comunità ebraica italiana credo sia quella di aver vissuto in tutti i suoi aspetti la vita nazionale e di aver dato un contributo attivo alla nostra storia. Dobbiamo quindi alimentare la consapevolezza di questa presenza e di questa partecipazione alla vita nazionale soprattutto nelle giovani generazioni, affinché tale odioso pregiudizio scompaia.
Preannuncio, quindi, il voto favorevole di Forza Italia non solo sulla mozione che abbiamo presentato ma, seguendo le indicazioni espresse dal Governo, anche sulla mozione Castagnetti ed altri n. 1-00314, come riformulata sulla base delle osservazioni del Governo (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia).

ANTONIO BOCCIA. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ANTONIO BOCCIA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei chiedere la cortesia di correggere, se è possibile - ed in tal senso ho informato il rappresentante del Governo, riscontrando che non vi sono difficoltà - il terzultimo capoverso del dispositivo della mozione a prima firma Castagnetti, nel quale vi è la parola « velocemente» che, in quanto frutto di un refuso, potrebbe essere eliminata; inoltre, ed anche questo è stato un mero errore di stampa, le chiedo di aggiungere, alla fine dopo le parole «motivi razziali», le parole «e politici».

ANTONIO LEONE. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ANTONIO LEONE. Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei chiedere alla Presidenza la votazione per parti separate: per quanto riguarda la mozione a prima firma Violante, la richiesta riguarda la penultima parte della premessa, da «tuttavia» sino ad «intolleranza razziale»; per quanto riguarda la mozione a prima firma Castagnetti, chiedo che venga votata separatamente la quart'ultima parte della premessa, ovvero dalle parole «in tutta Europa» sino alle parole del «Governo italiano».

PIERO RUZZANTE. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PIERO RUZZANTE. Signor Presidente, onorevoli colleghi, come ha ripetuto nel corso del suo intervento l'onorevole Caldarola, ribadisco che il nostro gruppo accetta la riformulazione della parte dispositiva proposta dal Governo e, come è ovvio, chiede anche la votazione per parti separate dei dispositivi e delle premesse per tutte e tre le mozioni.

DOMENICO BENEDETTI VALENTINI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DOMENICO BENEDETTI VALENTINI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, dal momento che sembrava che la seconda parte del dispositivo della mozione a firma Pacini ed altri potesse essere riformulata in qualche modo, ma non lo è stata, chiedo, a nome di altri colleghi, la votazione per parti separate del dispositivo della mozione a firma Pacini ed altri nel senso di votare il primo capoverso e successivamente il secondo.

PRESIDENTE. Con riferimento alla richiesta avanzata dall'onorevole Boccia, non potrei, come lei sa, accogliere una


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riformulazione; tuttavia, in assenza di obiezioni e concordando il Governo, ritengo che un errore materiale possa essere corretto.
Avverto che la mozione Violante ed altri n. 1-00313 è stata sottoscritta anche dagli onorevoli Pistone, Maura Cossutta e Boato; quest'ultimo ha sottoscritto anche la mozione Castagnetti ed altri n.1-00314. Ricordo che le mozioni Violante ed altri n. 1-00313 e Castagnetti ed altri n. 1-00314 sono state riformulate dai presentatori nel senso proposto dal Governo, come veniva ora ricordato, fermo restando il mantenimento rispettivamente dei capoversi settimo della premessa della mozione Violante ed altri e sesto della premessa della mozione Castagnetti ed altri, sulla quale il Governo ha espresso parere contrario.

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