Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 416 del 2/2/2004
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Discussione delle mozioni Pacini ed altri n. 1-00308 e Violante ed altri n. 1-00313 sulle iniziative per contrastare l'antisemitismo (ore 16,36).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione delle mozioni Pacini ed altri n. 1-00308 e Violante ed altri n. 1-00313 sulle iniziative per contrastare l'antisemitismo (vedi l'allegato A - Mozioni sezione 1).
Ricordo che lo schema recante la ripartizione dei tempi riservati alla discussione delle mozioni è riprodotto in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea (vedi calendario).
Avverto che è stata altresì presentata la mozione Castagnetti ed altri n. 1-00314 (vedi l'allegato A - Mozioni sezione 1) che verte sullo stesso argomento delle mozioni all'ordine del giorno. La discussione pertanto si svolgerà anche su tale mozione.

(Discussione sulle linee generali)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali delle mozioni.
È iscritto a parlare l'onorevole Pacini, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00308. Ne ha facoltà.

MARCELLO PACINI. Signor Presidente, la cronaca delle ultime settimane, a distanza ormai di sessant'anni dalla fine della seconda guerra mondiale, ha mostrato che la lotta all'antisemitismo non è stata ancora vinta, ed anzi che l'antisemitismo è ancora una patologia sociale che trova un terreno fertile in Europa e nel mondo. Il virus dell'antisemitismo sembra trovare sempre nuovi terreni di coltura e nuove occasioni per esprimersi e rinnovarsi.


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La stampa italiana ha dato più volte notizie di sondaggi e ricerche che mostrano come, nell'opinione pubblica europea, l'antisemitismo si sia rafforzato. Un sentimento di ostilità, che pensavamo appartenere al passato ed a frange estremamente minoritarie della nostra popolazione, appare di nuovo con forza condiviso da frazioni significative della popolazione.
Tutti i paesi europei ne sono coinvolti e, purtroppo, anche il nostro. Il Parlamento italiano non può esimersi da una condanna ferma ed inequivoca di questo esecrabile fenomeno e, insieme, non può che esprimere con forza l'esigenza di avviare iniziative efficaci per contrastare con tutta la determinazione possibile questa cultura malsana, nemica della nostra società democratica.
Tuttavia, mai come oggi occorre conoscere, prima di prendere le iniziative opportune, non solo l'esistenza, ma anche la dimensione dei fenomeni e le loro cause. Per la dimensione dei fenomeni ci aiutano le rilevazioni sociologiche, le cui valutazioni quantitative non vanno enfatizzate, ma che comunque esprimono tutta la loro grande utilità quando ci aiutano a capire la qualità dei problemi e la loro novità.
Dal sondaggio condotto da Eurobarometro e ben noto dal novembre 2003, siamo informati che più della metà della popolazione dell'Unione europea considera Israele un nemico della pace. Questa percentuale è allarmante e dobbiamo sperare (ne sono sicuro) che le risposte siano state influenzate dall'ambiguità del quesito. Se veramente metà della popolazione europea fosse convinta di quella risposta, il problema sarebbe così grave da far supporre che sia impossibile un ritorno alla ragione. Il dato, inattendibile sotto il profilo quantitativo, è, invece, un indicatore affidabile di una carenza di chiarezza e di conoscenza delle cause del conflitto mediorientale ed è un primo segnale di una grande e pericolosa novità.
Il risultato ci mostra, infatti, che il legame che ormai esiste fra gli atteggiamenti antisemiti e la situazione internazionale è decisivo. Siamo lontani dai vecchi pregiudizi che hanno alimentato e che alimentano l'antisemitismo della destra radicale di stampo nazista.
Questi pregiudizi possono essere utilizzati per argomentare meglio le tesi antisemite, ma non sono la vera prima causa; l'atteggiamento antisemita che nasce attraverso la via del misconoscimento delle buone ragioni di Israele non ha necessità di credere a misteriose leggende sulla forza segreta degli ebrei, in quanto basta un'informazione insufficiente o distorta sul conflitto medio orientale. Il risultato di un'altra ricerca conferma il legame fra il nuovo antisemitismo e la situazione internazionale: mi riferisco al ben noto rapporto di ricerca commissionato all'Osservatorio europeo dei fenomeni di razzismo dall'Unione europea, non ancora pubblicato nella sua interezza, ma di cui già si conosce un allarmante risultato. Sembrerebbe esistere un diffuso atteggiamento in Europa di natura antisemita stimolato da gruppi o gruppuscoli di attivisti sociali caratterizzati tutti da un atteggiamento fortemente antiisraeliano per lo più collocati nell'ampia galassia della sinistra estrema e dei contestatori della globalizzazione.
Un ruolo significativo in questa promozione di cultura e comportamenti antisemiti sembrerebbe spettare ai gruppi di musulmani residenti in Europa. Questa è una notizia veramente drammatica almeno sotto due profili: in primo luogo, essa conferma il legame di causalità fra le vicende internazionali ed il nuovo antisemitismo; dall'altra parte, questo rivela l'esistenza di propagandisti nuovi dell'antisemitismo quali quei soggetti politici, i cui progetti considerano tutti gli ebrei, non solo lo Stato di Israele, avversari e nemici. Non siamo di fronte ad un sondaggio che misura un'opinione, ma all'individuazione di protagonisti attivi della vita europea.
Per alimentare le preoccupazioni di chi ha a cuore la vita fisiologica della democrazia non sono necessarie le misurazioni dei segmenti di popolazione che manifestano pregiudizi antisemiti, ma basta la


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constatazione che questi gruppi o gruppuscoli promuovono con determinazione comportamenti antisemiti.
Tutto ciò ci permette anche di capire che l'antisemitismo ha mutato veste e che questo cambiamento spiega la sua forza e la sua capacità di penetrazione nella società contemporanea. L'antisemitismo che trae origine nella cultura della destra radicale e neonazista continua certamente ad esistere ed io non voglio certamente esprimere alcuna sottovalutazione né della sua bassezza morale né della sua pericolosità, ma a mio avviso non costituisce una sorpresa e siamo meglio attrezzati per combatterlo. È invece il nuovo antisemitismo, che non nasce da ideologie del passato, ma da alcuni «noccioli» della vita contemporanea, che spaventa oggi.
Si può rilevare infatti che i nuovi propagandisti europei dell'antisemitismo sono tutti espressione di culture contrarie all'idea di occidente e di quella civiltà occidentale che oggi appare esprimersi in modo apparentemente egemone nel mondo. Si deve parlare sicuramente di culture e non di cultura perché questo rappresenta anche il mondo della contestazione all'occidente pluralista.
Una cultura estesa ed ancora magmatica è certamente quella che contesta la globalizzazione e che vede negli Stati Uniti un protagonista attivo e decisivo di un cambiamento epocale considerato negativo. I legami fra la politica «imperiale» americana ed Israele possono essere, e qualche volta lo sono già stati, il passaggio e la giustificazione per un atteggiamento prima filopalestinese, poi anti-israeliano ed infine antisemita.
C'è quindi il rischio che l'antisemitismo trovi alimento nella contestazione nei confronti dell'America per i processi di globalizzazione economica, nel senso che la stretta alleanza fra Stati Uniti e Israele potrebbe indurre a comportamenti anti ebraici nella convinzione che Israele sia solo un braccio operativo del cosiddetto impero americano.
Certamente dobbiamo avere presente questo lungo l'orizzonte, anche se dobbiamo ricordarci che i tempi per l'azione devono essere brevissimi, perché le contestazioni e gli atti antisemiti sono nella cronaca del nostro quotidiano. Tuttavia, non possiamo non avere questa consapevolezza perché le democrazie occidentali, se vorranno veramente affrontare alla radice il problema dell'antisemitismo moderno, dovranno impegnarsi a promuovere un nuovo quadro politico ed istituzionale internazionale, capace di gestire e correggere i processi di globalizzazione sociale, economica e tecnologica, anche attraverso un grande rinnovamento degli organismi internazionali.
La governance della globalizzazione ha effetti diretti sulla percezione degli Stati Uniti e delle democrazie occidentali, nonché, nei fatti, anche sulle culture antisemite.
L'individuazione delle ragioni profonde del nuovo antisemitismo non ci deve certamente bastare. Occorre promuovere misure immediate di informazione, ma è necessario anche avere strumenti adeguati per sperare di eliminare alla radice tale fenomeno. La stessa dimostrazione di fiducia in un'azione lungimirante volta ad assicurare una maggiore governance al processo di globalizzazione sarebbe di per sé un primo antidoto o, almeno, un primo freno all'espandersi delle culture antioccidentali e, quindi, anche antiebraiche in Italia e nel mondo.
Più gravi e più drammatici problemi nascono dalla contestazione al mondo occidentale del radicalismo politico islamico nelle sue varie espressioni. Il nesso tra il progetto del radicalismo islamico e l'antisemitismo è messo bene in luce nelle dichiarazioni di Osama Bin Laden, quando predica la guerra all'Occidente e, in primo luogo, all'America e ad Israele. Di fronte a tale contestazione siamo ancora disarmati, soprattutto sotto il profilo culturale. Cominciamo solo ora a renderci conto della pazzesca situazione in cui si trova il mondo da quando Osama Bin Laden ha deciso di attuare il suo progetto di terrorismo generalizzato. Le sue dichiarazioni di guerra all'America non dimenticano mai Israele ed il sionismo.


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Certamente, dobbiamo operare perché si raggiunga in tempi brevi la pace in Medio Oriente. Tuttavia, non dobbiamo illuderci: con la fine del conflitto mediorientale - che auspichiamo avvenga nell'immediato futuro - non finirà il confronto con il radicalismo islamico, che considera il conflitto israelo-palestinese solo uno scontro locale in una situazione di conflittualità estesa e generalizzata su scala mondiale. Comunque, in attesa che tale processo positivo si avvii e, auspicabilmente, si realizzi, è necessario affrontare con gli strumenti più adeguati il presente segnato da tali drammatici conflitti.
Gli ebrei, e non solo nello Stato di Israele, si trovano in prima linea in tale tragico scontro perché i movimenti antisemiti sono strumenti di lotta nel suddetto conflitto. Noi italiani dobbiamo operare prima in sede europea e, poi, in tutte le istituzioni internazionali affinché il processo di transizione verso un mondo che abbia risolto i nodi che hanno dato origine o, comunque, rafforzato i conflitti sia il più breve possibile. Dobbiamo anche attivarci perché siano neutralizzati i processi - quantomeno quelli che riusciremo a gestire all'interno del nostro paese - che imbarbariscono la nostra convivenza sociale.
Dobbiamo, quindi, attrezzarci per arrivare ad iniziative concrete. Una strada che conduce al pregiudizio ed alla discriminazione razziale è la coscienza della diversità e della separatezza. Un recente sondaggio ha mostrato che una frazione cospicua di italiani percepisce l'ebreo italiano come un soggetto estraneo alla nostra realtà nazionale. Si tratta di un punto chiave, un vero e proprio pregiudizio basato sull'ignoranza che deve essere definitivamente separato ed abbandonato.
Quanti, in Italia, sanno che gli ebrei italiani hanno un'identità storica e nazionale italiana molto radicata? Si ricordano frequentemente i nomi di scienziati, di artisti, di scrittori ebrei che hanno dato lustro all'Italia, come ad altri paesi europei ed americani. Tuttavia, mai accade, salvo casi eccezionali come quello della mostra documentaria allestita pochi giorni fa all'interno della Camera, di sentire ricordare la partecipazione degli ebrei alle vicende politiche dell'Italia, ad esempio alle vicende risorgimentali. Invece, vi parteciparono numerosi, motivati anche dal fatto che la lotta per l'indipendenza nazionale coincideva con la loro lotta per i diritti di cittadinanza.
Ricordare oggi tale partecipazione è non solo doveroso, ma anche utile. Quanti conoscono, ad esempio, Giuseppe Finzi, che partecipò alle cinque giornate di Milano e fu deputato del primo Parlamento italiano? Quanti sanno che nel 1848, durante la prima guerra di indipendenza, un gruppo di giovani ebrei torinesi partì, inquadrato nell'esercito piemontese, per la guerra o che fra i Mille di Garibaldi sette erano ebrei? Gli esempi potrebbero moltiplicarsi perché gli ebrei italiani hanno sempre partecipato attivamente alle vicende politiche italiane e, in particolare, alla costruzione dell'Italia repubblicana, come ci ricorda la vicenda tragica di Nello e Carlo Rosselli. Sentirli diversi è un atteggiamento senza senso, che si può spiegare solo attribuendolo ad una grande ignoranza.
Di fronte all'antisemitismo diffuso in tutta Europa vi sono già iniziative, purtroppo ancora insufficienti, volte a contrastare il deterioramento della situazione.
In qualità di presidente della delegazione italiana all'Assemblea parlamentare OSCE, vorrei ricordare rapidamente l'attività svolta dall'organizzazione nella lotta ai fenomeni di antisemitismo. L'Assemblea parlamentare dell'OSCE ha dimostrato una costante attenzione verso il tema ed ha espresso più volte la propria preoccupazione in merito al ripetersi dei fenomeni antisemiti. L'azione intrapresa dall'OSCE nella lotta all'antisemitismo è caratterizzata dall'assunto in base al quale tali fenomeni non costituiscono soltanto una minaccia per gli ebrei, ma per l'intera società, per la democrazia di tutti i paesi. In particolare, l'Assemblea parlamentare dell'OSCE ha invitato ripetutamente i paesi membri ad avviare un'azione comune e concordata. Tra queste iniziative,


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merita segnalare quella avviata dalle delegazioni americana e tedesca, a cui ho personalmente aderito, in cui si ribadisce e si chiede un impegno a lavorare in stretto contatto con tutti i paesi, per combattere l'antisemitismo e per stimolare, all'interno dei rispettivi Parlamenti nazionali, l'adozione di una serie di misure specifiche di contrasto all'azione antisemita. In Italia, possiamo e dobbiamo orientare la nostra azione anche su obiettivi più specifici.
La mozione, di cui sono primo firmatario, propone di focalizzare l'attenzione sull'identità italiana degli ebrei italiani e sul modo attivo e generoso con cui i membri della comunità ebraica hanno partecipato alle vicende politiche nazionali: italiani fra gli italiani, tutti figli della stessa Patria, tutti partecipi dello stesso sogno di riscatto nazionale e delle stesse speranze di promozione della libertà e della giustizia sociale. Occorre spiegare ai giovani italiani questa verità storica, che non deve essere né dimenticata, né offuscata, nel grande e confuso dibattito contemporaneo. La scuola è un luogo adatto per una proficua informazione. I giovani italiani devono sapere che alcuni fra di loro - i giovani di radici ebraiche - hanno una storia religiosa e sociale diversa, ma che la storia politica è unica: è la storia di un'Italia Patria comune.
Concludo, signor Presidente, ribadendo la convinzione che il rafforzamento della solidarietà nazionale sia una strada importante per ridurre l'area del pregiudizio e dell'intolleranza.

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Chiaromonte, che illustrerà anche la mozione Violante ed altri n. 1-00313, di cui è cofirmataria.

FRANCA CHIAROMONTE. La nostra mozione pone al centro la questione della memoria e la necessità che essa sia tenuta viva, presente, attuale, quotidiana direi: memoria della Shoah, dello sterminio degli ebrei; memoria del baratro in cui precipitò questa parte del mondo, l'Europa. La memoria è fondamentale per combattere il presente dell'antisemitismo, dell'odio razziale contro gli ebrei. Tenere viva la memoria non significa soltanto trasmettere il passato di una vergogna, ma significa anche - per questo il racconto è importante, così come lo sono i film e le centinaia di iniziative, che, per fortuna, si sviluppano intorno alla giornata della memoria, istituita meritoriamente dal Parlamento nella scorsa legislatura - tenere vivo il nesso profondo tra il rifiuto dell'antisemitismo e l'identità europea, com'è nello spirito delle iniziative OSCE, che citava il collega Pacini.
Dopo Auschwitz, Buchenwald, Dachau, dopo quei milioni di morti, dopo le leggi razziali varate nel cuore dell'Europa (in Italia e in Germania), la stessa parola Europa non sarebbe pronunciabile, se non a partire dal «mai più» pronunciato a Norimberga. Ogni persona ebrea - anche quegli studenti, tra i nostri studenti, che sono ebrei ed italiani allo stesso tempo - ha la memoria della Shoah nella propria testa, nel proprio cuore, nel ricordo di un fratello, di una sorella, di un padre, che sono partiti senza tornare, oppure nel racconto dei genitori o di altri parenti, o nel racconto e nel ricordo delle odiose discriminazioni - assurde, dicono i giovani quando le ascoltano, chiedendo se sono vere, se davvero c'era scritto così - previste dalle leggi razziali: quelle leggi votate sotto il fascismo, da questo Parlamento; quelle leggi, a causa delle quali lo Stato italiano ha contratto con la comunità ebraica un debito, che è nostro dovere onorare continuamente, per esempio - come è scritto nella nostra mozione - dando risposta (qualcosa in questo senso per fortuna comincia a muoversi) alle attese di risarcimento delle vittime italiane delle leggi razziali.
La memoria della Shoah, tuttavia, riguarda tutti: è nostro dovere farla rivivere, rispondendo, anche in questo modo, all'angoscia di chi, sopravvissuto, teme che, con la sua fine, finisca anche la memoria di ciò che è accaduto al popolo ebraico. La memoria della Shoah è memoria del «mai più», pronunciato solennemente a Norimberga, ma quel «mai più» va reso attuale,


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presente, intransigente. La nostra mozione parte dalla preoccupazione, dall'angoscia rispetto ai frequenti episodi di antisemitismo, la cui lotta - ha ragione il collega Pacini - non è stata ancora vinta: ultime in ordine di tempo sono le scritte antisemite comparse a Roma o le risposte date ai sondaggi europei (il modo in cui, a volte, sono state poste le domande sono il segno di una preoccupante sottovalutazione). Si aggiungano poi Internet, i gruppi nazifascisti, nonché la difficoltà a distinguere le legittime critiche alla politica del Governo israeliano dalla critica, chiamiamola così (è un eufemismo), all'esistenza stessa ed alle ragioni di esistere dello Stato di Israele.
Da questo punto di vista, sono d'accordo sulla necessità di fornire informazioni corrette sul conflitto mediorientale, ma anche sulle necessità, in sede politica (ricopriamo un certo ruolo nell'Europa), di lavorare per risolvere il conflitto mediorientale, nella consapevolezza che fare la nostra parte significa, in primo luogo, mettere al primo posto la lotta contro ogni pregiudizio razziale verso qualsiasi razza e il concetto stesso di razza. Solo in questo modo terremo alta la bandiera occidentale, europea, americana, la bandiera della tolleranza e della convivenza tra diversi, con la colpevolezza cioè che essere diversi, perché si ha una diversa storia ed un diverso colore della pelle, non significa essere tali quanto alla fruizione di diritti universali.
La memoria è importante, anche quella della nascita dello Stato di Israele, seguita alla vergogna della Shoah che aveva reso l'Europa una terra ostile per le cittadine ed i cittadini ebrei.
Oggi, noi europei abbiamo il dovere di costruire e rendere visibile la possibilità di convivere tra differenze, nel rispetto del valore universale dei diritti umani e della loro fruizione concreta da parte di tutti i popoli che si recano nelle nostre terre.
Nel dispositivo della nostra mozione si illustrano, in modo un po' più cogente rispetto a quanto non venga fatto in quella dei deputati della maggioranza (della quale, comunque, apprezziamo molti passaggi), alcuni degli atti e delle iniziative, volte a contrastare l'antisemitismo attraverso il rafforzamento dell'opera investigativa per prevenire l'azione dei gruppi nazifascisti (anche se non è solo quello, ancorché preoccupante, il fenomeno moderno dell'antisemitismo), nonché attraverso il rafforzamento e non l'indebolimento della collaborazione giudiziaria in sede europea. Tuttavia occorre soprattutto puntare alla cultura, alla trasmissione, in tutte le forme possibili, anche quelle più capaci di intercettare l'attenzione e la coscienza giovanile, di «quel mai più» che è all'origine della rinascita civile europea e della stessa Europa.
L'istituzione della giornata della memoria si pone in questa direzione ed è lodevole che la Camera dei deputati, per volontà del Presidente della Camera Casini, abbia voluto celebrarla con la mostra che ospita in questi giorni e che ci auguriamo venga visitata anche in questa sede, come è accaduto già a Milano, da moltissime persone.
Tenere viva la memoria - insisto - spetta a tutti noi, ciascuno con i suoi mezzi, ed in particolare è compito delle istituzioni culturali, prima fra tutte alla scuola. Non a caso la giornata della memoria si celebra spessissimo nelle scuole anche per iniziativa spontanea di presidi, insegnanti e studenti. La scuola può fare moltissimo, ma noi abbiamo un compito politico che attiene alla necessità di adoperarsi per combattere le cause dell'antisemitismo.
Ho già detto dell'azione in favore della risoluzione del conflitto mediorientale. Ritengo che, anche in Italia, il Governo, attraverso le azioni che indichiamo e che ho cercato di illustrare, possa compiere la propria parte (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Monaco, che illustrerà anche la mozione Castagnetti n. 1-00314, di cui è cofirmatario. Ne ha facoltà.

FRANCESCO MONACO. Signor Presidente, esattamente la scorsa settimana


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abbiamo celebrato la giornata della memoria della Shoah, per non dimenticare, per trasmettere ai nostri figli la conoscenza di una tragedia senza paragoni, affinché - come giustamente si sostiene - non si ripeta.
Nell'occasione, abbiamo ancora una volta meditato sulla natura di quella tragedia: un genocidio, secondo il concetto definito all'articolo 2 della Convenzione di Ginevra, in cui si fa riferimento ad ogni atto commesso con l'intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, razziale o religioso come tale. Dunque, un genocidio o un «delitto di natura castale», secondo il senso attribuito a questa espressione dal vecchio costituente Giuseppe Dossetti, un crimine contro l'umanità.
Abbiamo quindi meditato sulla natura di quella tragedia. In particolare, abbiamo meditato sulla sua portata: un male assoluto, un abisso di crudeltà, un buco nero nella storia dell'umanità, una tragedia di portata metafisica, che ha fatto vacillare i credenti, sfidati a riflettere sul silenzio o addirittura sulla morte di Dio, sulla notte dell'umanità, della civiltà; la notte della fede e della speranza in un Dio che si prende cura dell'uomo, che si dovrebbe prendere cura dell'uomo!
Abbiamo meditato, ancora, sulla circostanza che tale tragedia si sia consumata nel cuore dell'Europa cosiddetta cristiana, cioè nella culla della civiltà. Il che conferisce a tale tragedia un profilo ancora più misterioso, più sconcertante, più inquietante: la nuova Europa, quella delle Costituzioni democratiche e delle Carte dei diritti, affonda le sue radici lì, nella lacerante meditazione incentrata su quella immane tragedia. Ecco dunque una delle anime dell'Europa, l'ethos profondo della nuova Europa.
Inoltre, abbiamo meditato sulla connessione tra barbarie e modernità, che ci avverte dell'ambiguità del progresso scientifico e tecnico. Nel caso di quella tragedia, si tratta di un progresso scientifico e tecnico posto al servizio di un'efficientissima, diabolica, appunto scientifica, macchina di morte, di un'industria dello sterminio.
Tra l'altro, abbiamo meditato sulla circostanza che gli aguzzini, gli assassini, non avessero a prima vista il volto di belve, ma di uomini normali; addirittura - esistono studi sul punto - uomini e donne civili, istruiti, spesso con titoli di studio avanzati. Come dire che l'abominio può perfettamente insinuarsi nelle pieghe della normalità, cioè in ciascuno di noi.
Abbiamo meditato sulla considerazione che la Shoah costituisce una tragedia singolarissima - la cosiddetta unicità della Shoah - e, allo stesso tempo, anche una metafora e un archetipo di tutte le molteplici forme di pregiudizio, di intolleranza, di discriminazione. Ecco dunque il nesso tra l'unicità della Shoah e sua valenza universale; il carattere universale della lezione che dobbiamo ricavarne.
Da ultimo, abbiamo meditato sulla consapevolezza che la vigilanza, l'azione di contrasto di quei germi devono essere severe, energiche e, soprattutto, tempestive. Tali germi vanno stroncati al loro primo insorgere, senza indulgenza e senza esitazione.
Su queste basi dobbiamo sviluppare le azioni positive, cui si fa cenno in tutte e tre le mozioni presentate e che riassumo in tre direzioni. In primo luogo, un'azione di impegno per la conoscenza - sembrerebbe poco, ma così non è - della Shoah. Se, in sede storiografica, si devono confutare il revisionismo facile e anche irresponsabile, che confonde verità ed errore, bene e male, i giusti con gli aguzzini, e tanto più se dobbiamo confutare e contrastare il cosiddetto negazionismo (quella corrente storiografica che rimuove e minimizzala la portata della Shoah), allora si deve pure contrastare quel negazionismo pratico, strisciante e insidioso, figlio semplicemente dell'ignoranza e della non conoscenza, soprattutto presso i giovani, magari socialmente ai margini e abbandonati a se stessi. In questo senso, trovo consolante lo spettacolo di queste scolaresche in fila davanti a Montecitorio per visitare la mostra, allestita all'interno del Palazzo, dedicata alla memoria della Shoah ed avente il fine, come primo antidoto e come


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prima azione di contrasto, di offrire una maggiore conoscenza su questo tema.
In secondo luogo, dobbiamo sviluppare un'azione di lotta contro l'indifferenza. Le testimonianze dei protagonisti, soprattutto degli internati di allora, convergono su questo punto, cioè che l'insensibilità, l'indifferenza e l'accidia delle maggioranze hanno aperto la strada alla minoranza attiva dei carnefici. Questo vale per tutti, specie per noi italiani, perché, dal punto di vista storico, le responsabilità del fascismo sono indubbie; di qui, il dovere del risarcimento, morale e pratico, già evocato poc'anzi dalla collega Chiaromonte. A questo riguardo, così scrive Elie Wiesel: «Ricordo insensibilità, indifferenza. Noi ebrei morimmo perché il mondo fu indifferente. Abbiamo appreso che l'indifferenza per il male è essa stessa male.».
In terzo luogo, occorre un'azione positiva tesa all'uguaglianza e all'integrazione delle differenze. L'articolo 3, comma 1, della Costituzione, così recita: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». In quest'articolo è sinteticamente raccolto il senso di tutto il costituzionalismo democratico. Se intendiamo estensivamente la lezione della Shoah e la memoria della stessa - quindi, come lotta contro l'antisemitismo e contro ogni forma d'intolleranza e di discriminazione - allora, mi domando se veramente possiamo considerare la politica nostrana interamente innocente, senza peccato e al riparo da qualsiasi dovere di autocorrezione.
Nella nostra mozione c'è un rilievo specifico - di ciò mi dispiace - alle resistenze opposte dal Governo italiano, segnatamente dal ministro della giustizia, alla decisione quadro dell'Unione europea diretta a propiziare una più rigorosa e comune disciplina europea in tema di sanzioni in ordine ai reati connessi al razzismo e alla xenofobia. Quanto citato è soltanto un esempio; tuttavia, ciò che, a mio avviso, conta di più, anche se questo aspetto non è esente da problemi, è il segno complessivo delle politiche d'integrazione praticate e, quindi, dell'apertura e della fiducia verso l'altro che informa o non informa quelle politiche.
Tutto ciò, fermo restando che la politica è tributaria della cultura e della società e che spetta in primo luogo alle agenzie educative - e, dunque, alla famiglia, alla scuola, ai mezzi di comunicazione, alle associazioni - instillare la cultura della tolleranza, del dialogo, dell'accoglienza e del valore di quello che definirei l'universale umano, che estirpa alla radice il germe maligno dell'antisemitismo (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali delle mozioni.
Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

NICOLA BONO, Sottosegretario di Stato per i beni e le attività culturali. Signor Presidente, il Governo si riserva di intervenire nel prosieguo del dibattito.

PRESIDENTE. Il seguito della discussione è rinviato ad altra seduta.

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