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le province pugliesi da alcuni anni soffrono di difficoltà strutturali nel comparto tessile-abbigliamento-calzaturiero, il secondo del Mezzogiorno per numero di aziende e per addetti, difficoltà evidenziate dal controllo delle esportazioni, con una perdita nel periodo 2001-2002 pari a 58 milioni di euro ed il rischio, in tempi brevissimi, dell'espulsione dal lavoro di decine di migliaia di lavoratori, nonostante i benefici sul costo del lavoro previsti, in particolare, dai decreti-legge n. 510 del 1996 e n. 210 del 2002;
da un lato si segnala la vitalità con cui ancora reagisce il comparto (si vedano l'apertura di uno showroom a Milano, la recente missione economica organizzata dalla regione Puglia in Tunisia e l'apertura del sito Moda mediterranea), dall'altro si sottolinea il crescente malessere produttivo e sociale, sfociato nella serrata industriale il 16 ottobre 2003, nelle ricorrenti, massicce manifestazioni di lavoratori e nell'imputazione di responsabilità alla concorrenza cinese, sia per l'importazione di forti quantitativi di prodotti tessili a basso costo, sia per la presenza diffusa, come ha evidenziato l'operazione di polizia «Asta trading», di clandestini cinesi irregolarmente introdotti in Italia per sfruttarne il lavoro nero, principalmente in laboratori tessili -:
se non ritenga necessario dichiarare lo stato di crisi del comparto tessile-abbigliamento-calzaturiero delle province pugliesi, adottando iniziative normative volte ad estendere le provvidenze previste dalla legge n. 181 del 1989, provvedendo, inoltre, al riconoscimento dell'intero comparto tessile-abbigliamento-calzaturiero quale distretto industriale, e se non ritenga opportuno migliorare, sulla base della normativa sulla tutela del made in Italy, approvata di recente con la legge finanziaria per il 2004, i controlli dei porti e sulla provenienza delle merci.
(3-02984)
(27 gennaio 2004)