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PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole D'Agrò. Ne ha facoltà.
LUIGI D'AGRÒ. Signor Presidente, questo tema riguarda aspetti estremamente importanti della competizione del nostro paese nei confronti di altre realtà, aspetti che, nella logica di globablizzazione, pongono una serie di riflessioni sul modello di sviluppo che andiamo a disegnare. Il nostro gruppo aveva presentato una sua mozione, il cui contenuto oggi è ricompreso nella mozione della Casa delle libertà, di cui, pertanto, condivido le premesse e gli impegni indicati. Mi permetto di sottolineare soltanto due passaggi.
Il primo passaggio riguarda il fatto che i settori del tessile, dell'abbigliamento e delle calzature, di fatto, rappresentano, ormai sempre più, una marginalità della cosiddetta tradizione del made in Italy, non solo per l'aspetto della contraffazione, non solo per l'aspetto della delocalizzazione di molte imprese in realtà marginali del sistema produttivo nazionale ed internazionale, ma soprattutto perché questi settori subiscono ormai una concorrenza sfrenata, certamente forte, per alcuni versi addirittura sovrastante, da parte di alcuni paesi emergenti e, in modo particolare, da parte del colosso cinese.
A tal proposito, mi viene in mente che, se guardiamo in prospettiva agli 800 milioni di lavoratori che dovranno essere trasferiti dalla campagna alla città, effettivamente il problema della concorrenza sleale, ora appena avvertito, in prospettiva sarà molto più forte e bisognerà vedere, in questi settori, che tipo di riconversione vera e profonda sarà opportuna. Oggi, però, questi settori in qualche modo vanno difesi e tutelati fin dove è possibile e come è possibile.
Quando il ministro fa riferimento al nuovo round negoziale sul WTO, indubbiamente pone alcuni problemi di collegamento del nostro sistema paese con il sistema negoziale a livello più ampio. Tuttavia, mi pare che uno dei problemi che riguardano la competizione e soprattutto la compatibilità dei mercati sia quello dei diritti civili, dei diritti sociali e dei diritti ambientali. Il ministro, con molta oculatezza e molta attenzione, ha detto che tali problemi appartengono alla coscienza del Governo, ma non possono essere messi in discussione nel momento in cui sono stati già sottoscritti, a suo tempo, alcuni accordi. È chiaro che, alla fine del dibattito negoziale sul WTO, questi problemi possono rappresentare effettivamente un termine di paragone importante per determinare una parità di concorrenza che, sul piano della lealtà e della legalità, abbia una parvenza di legittimazione.
Un'ultima considerazione prima di concludere, perché so che il tempo a mia disposizione è estremamente limitato, nonostante si tratti di un problema così delicato ed importante. Il nostro paese dal 1991 al 2000 è passato da una quota di mercato di commercio internazionale pari al 5,6 per cento all'attuale 3,2 per cento. Ciò indica un continuo deprezzamento, una continua perdita di competitività di alcuni settori chiave della nostra impresa, del sistema Italia. In modo particolare i
settori tessile, dell'abbigliamento e calzaturiero hanno perso addirittura cifre doppie rispetto a quelle che ho citato e probabilmente nel caso in esame vi sono questioni che riguardano il nuovo sistema di sviluppo del paese. Un tempo avevamo paura della concorrenza giapponese, che poi si è rivelata non essere effettivamente quella immaginata, trasformandosi addirittura in un'opportunità. Non so se in questi settori avremo l'opportunità di rivivere gli aspetti positivi termini di competitività che abbiamo sperimentato con la società giapponese. Oggi il made in Italy è riconosciuto fortissimamente in Giappone: è un punto di riferimento importante nella strategia commerciale del nostro paese. Forse, nel paese del Sol levante, la nostra presenza è forte proprio per le caratteristiche dei nostri prodotti. Non so se questo potrà avvenire in futuro anche per la Cina; certo, non dobbiamo pensare che la Cina non rappresenti un'opportunità, ma dobbiamo fare in modo che sia tale anche per altri prodotti oltre a quelli che la Cina indubbiamente sa produrre ad un prezzo decisamente inferiore rispetto al nostro e con standard sociali e ambientali al di sotto dei nostri.
Nella mozione presentata abbiamo previsto la tutela del marchio made in Italy. Il ministro ha detto testualmente che ciò era previsto nella legge finanziaria, nella quale sostanzialmente per la tutela del made in Italy vi è stato un considerevole stanziamento di risorse (anche se è stato modificato). In questi giorni sui giornali abbiamo letto che vi è l'intenzione di sostituire il marchio made in Italy con il marchio made in Europe.
Riteniamo che questa soluzione non contempli la possibilità di tutelare ciò che rappresenta una cultura, una storia e un modo di pensare che, in questi anni, ha verificato il tema fondamentale del contesto economico del nostro paese.
Sono convinto, pertanto, che anche alcuni aspetti presenti nelle altre mozioni, compresi quelli della ricerca, dello sviluppo e dell'innovazione, abbiano attinenza con il dibattito che tali atti di indirizzo hanno prodotto. In ogni caso, tuttavia, si tratta di questioni che abbiamo affrontato anche in altre occasioni (come in sede di discussione del disegno di legge finanziaria o di altre mozioni) e che, anche in questo momento, hanno bisogno di essere sottolineate, perché nel futuro e per il futuro vi è la necessità che il sistema-paese trovi, anche in questi settori, opportunità diverse rispetto a quelle che ci accingiamo a tutelare, o meglio che impegnamo il Governo a tutelare.
La tutela è un giusto diritto di tanti anni di storia produttiva del nostro paese, ma probabilmente il futuro ci riserverà la necessità di cambiare i nostri prodotti con altri, più innovativi e qualificati, per sostenere la sfida dell'innovazione e del commercio mondiale (Applausi dei deputati del gruppo dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Saglia. Ne ha facoltà.
STEFANO SAGLIA. Signor Presidente, desidero intervenire brevemente solo per sottolineare gli aspetti positivi di questa sollecitazione al Governo. Trattandosi, infatti, di una sollecitazione che riguarda il tema della concorrenza sleale e, più diffusamente, quello della tutela dei prodotti italiani nel mondo, credo che essa rappresenti qualcosa di più rispetto a quanto è stato già messo in agenda dal Governo.
Le mozioni in discussione sono state presentate prima che si svolgesse il dibattito sulla legge finanziaria. In quel provvedimento abbiamo trovato notevoli spunti sotto il profilo sia normativo, sia del sostegno economico e delle risorse, che ci hanno convinto che l'esecutivo è sulla strada giusta, anche per gli impegni assunti nei consessi internazionali: è notizia di questi giorni, infatti, il dibattito incentrato sul tema della tutela dei prodotti (e dunque, della loro provenienza e denominazione geografica). Sussisteva, quindi, la necessità di un intervento di carattere non solo economico - già esistente -, volto al sostegno della promozione all'estero dei nostri prodotti, ma anche normativo, al
fine di irrigidire tutte quelle norme che consentono di controllare davvero le merci che entrano nel nostro paese e, soprattutto, di capire, nel caso vi sia una contraffazione evidente, quali siano gli strumenti adatti a difendere le nostre produzioni.
Ci sembra che nella legge finanziaria vi siano le condizioni per costruire quel «pacchetto» made in Italy di cui il viceministro Urso è stato il protagonista, in grado di offrire una risposta efficace al mercato italiano e alle proprie produzioni. Siamo convinti, altresì, che le mozioni in discussione possano ulteriormente incentivare il Governo a far presto in tale direzione, perché è evidente che, qualora venga costituito, ad esempio, un comitato anticontraffazione, venga ulteriormente responsabilizzata la Guardia di finanza, si individui nelle dogane uno degli elementi di controllo, si predisponga un grande piano di promozione all'estero delle nostre produzioni, oppure la costruzione dell'esposizione permanente del made in Italy, si tratta di iniziative che hanno bisogno di essere messe in cantiere con rapidità. Vi è, pertanto, la necessità che il Parlamento continui a sollecitare il Governo, affinché tali obiettivi siano raggiunti in fretta.
Di fronte ad un mercato globale, infatti, non vi sono altre misure: occorre comprendere i meccanismi del mercato e far crescere le imprese (perché esiste un problema di «nanismo» delle nostre aziende), facendo in modo che abbiano la possibilità di consorziarsi e, insieme, «fare sistema». Pertanto, il giudizio del gruppo di Alleanza nazionale sugli indirizzi annunciati è assolutamente positivo.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Cima. Ne ha facoltà.
LAURA CIMA. Signor Presidente, noi riteniamo che questa discussione sia molto importante: oltre alle preoccupazioni, peraltro giuste, relative alla salvaguardia del made in Italy ed alla lotta alla contraffazione, che più mi sembrano inquietare la maggioranza, in una situazione in cui si sta creando molto «sfilacciamento» a livello internazionale (noi Verdi ne siamo anche contenti, per certi versi, anche se ci rendiamo conto che vi è l'esigenza di una regolamentazione), vanno tenute nel debito conto anche le preoccupazioni relative a tutto ciò che attiene al commercio internazionale. A questo proposito, signor sottosegretario, sembra che anche la tornata di Ginevra, dopo il primo fallimento del vertice di Cancun, non abbia risollevato le sorti del WTO.
D'altra parte, mentre parliamo di concorrenza sleale - non è questa la sede per discuterne, ma vorrei che non lo dimenticassimo -, siamo alle prese con i casi Parmalat e Cirio e, quindi, ci troviamo in piena bufera relativamente alla serietà della nostra industria, che più che fallimentare sta diventando fraudolenta. Purtroppo, questa situazione, che ha rilevanza internazionale, investe direttamente e drammaticamente il nostro paese perché le nostre industrie, anche quelle che sembravano più vivaci, rivelano un retroterra veramente penoso, che riguarda l'uso illecito di strumenti a sostegno di debiti che si rivelano insostenibili. Soprattutto, non v'è alcuna tutela reale dei consumatori e dei risparmiatori. Siamo in una situazione veramente drammatica, che richiederebbe di affrontare questi temi con molta più serietà e globalità.
In particolare, abbiamo incentrato la nostra mozione sulla situazione nuova creatasi dopo il fallimento di Cancun. In relazione al timore che la Cina, l'India ed il Brasile, messisi a capo di un nuovo raggruppamento (il G22), diventino autonomi rispetto alle decisioni della Banca mondiale, del Fondo monetario internazionale e dell'Unione europea stessa, dei quali non vogliono più subire le imposizioni - anche perché non ritengono di essere paesi di serie B rispetto al cosiddetto occidente, che non è più, per loro, un modello (in questi ultimi tempi, purtroppo, il nostro paese lo è ancora di meno) di coerenza e di correttezza in campo produttivo e commerciale -, vanno colti la novità ed il significato di tale
nuova situazione, e non ci si deve limitare a spaventarsi ed a difendersi. Insomma, quei paesi non ritengono che l'occidente possa dettare legge rispetto a questi delicati temi.
È pur vero, tuttavia, che i paesi del G77, come il sottosegretario ricordava, sono contrari a verifiche delle condizioni di lavoro. Noi Verdi siamo d'accordo sul fatto che i prodotti del made in Italy costruiti in altri paesi non possano recare più l'etichetta made in Italy. Abbiamo sempre ritenuto che sia vergognoso utilizzare lavoro sottocosto, in condizioni ambientali e sociali assolutamente insostenibili, per realizzare prodotti che poi vengono marcati come made in Italy. Abbiamo sempre condotto battaglie contro le multinazionali che utilizzavano questo sistema.
Non dimentichiamo che questo sistema viene utilizzato non solo dai paesi poveri, costretti dalla concorrenza spietata dei paesi ricchi, ma anche da questi ultimi, per farsi concorrenza tra loro.
Mi dispiace che, con riferimento al punto b) del dispositivo della mozione di cui sono prima firmataria, che è stato genericamente dichiarato di interesse, non vi sia da parte del Governo un impegno affinché la battaglia contro l'impiego di bambini nei processi produttivi e contro il mancato rispetto dei diritti umani, sindacali e sociali in vigore nello stesso paese (non usiamo i nostri criteri di misura) sia portata avanti. Credo che questa sia una battaglia di civiltà per l'introduzione della democrazia, un po' più coerente e seria rispetto alla guerra preventiva attuata per istituire la democrazia nel mondo, come vorrebbero i paesi occidentali.
Chiedo la votazione della mozione per parti separate, in modo che le parti che il Governo non ha accettato siano, in ogni caso, votate. Riteniamo importanti, infatti, i punti b), d) c) ed e) del dispositivo perché non possiamo continuare a gestire un sistema che fa acqua da tutte le parti e continuare a preoccuparci solamente della nostra realtà che, peraltro, non sappiamo neanche gestire, come le ultime vicende relative alla Cirio e alla Parmalat hanno dimostrato ampiamente.
Le regole del rispetto ambientale - come sostiene il sottosegretario - sono state, in qualche modo, all'attenzione della comunità internazionale e in particolare l'Unione europea...
PRESIDENTE. Onorevole Cima, la invito a concludere.
LAURA CIMA. Sto per concludere, Presidente.
Riteniamo, dunque, che la lettera e) del dispositivo della nostra mozione, che affronta questo tema, sia importante.
La ringrazio, Presidente, e ribadisco la mia richiesta di votazione per parti separate della mozione di cui sono prima firmataria.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Vernetti. Ne ha facoltà.
GIANNI VERNETTI. Signor Presidente, l'attuale congiuntura internazionale crea una condizione di rischio per il made in Italy, che attraversa una crisi che rischia di indebolire sensibilmente la capacità competitiva dell'economia italiana, accentuandone, in modo significativo e pericoloso, i rischi di declino.
Stiamo parlando di interi settori vitali per la nostra economia: i settori del tessile, dell'abbigliamento, delle calzature, del mobile, dell'agroalimentare, delle macchine utensili, tutti settori che rappresentano cruciali punti di forza del sistema industriale italiano, sia per i livelli di occupazione sia per il considerevole apporto in termini di bilancia dei pagamenti del nostro paese.
Rispetto a molti paesi terzi, le nostre imprese sono gravate dai costi aggiuntivi connessi al differenziale del costo del lavoro. Oggi, in quei paesi che svolgono una concorrenza sleale in particolare nei confronti del sistema che ha una limitata capacità di difesa, quello delle piccole, piccolissime e medie imprese che sono la
spina dorsale del nostro sistema industriale, la concorrenza è frutto di beni prodotti in assenza di controlli, di certificazione di qualità, di salubrità, in assenza di garanzie di sostenibilità ambientale, con l'impiego di forza lavoro minorile, senza garanzie, senza tutele sociali nei confronti dei lavoratori e in particolare delle fasce più deboli delle società locali, cioè le donne e i minori. Questo è il quadro di riferimento. Si tratta di paesi che oggi non pagano il costo della democrazia, della competizione, delle regole condivise della comunità internazionale. L'esempio più evidente è la Cina, che è il principale competitor del nostro sistema industriale.
La Cina è un grande paese, che si è aperto al libero mercato e alle regole capitalistiche ma ha mantenuto un sistema rigidamente controllato, dittatoriale, un regime non democratico. Non vi sono garanzie sindacali, non vi sono diritti politici, non vi è libertà. Ecco allora che il bene riduce drammaticamente il proprio costo e si fa strada una inaccettabile concorrenza sleale.
Dal viceministro Urso avremmo voluto più chiarezza, dal Governo italiano più incisività. Abbiamo sentito una generica invocazione di dazi e protezionismo da parte del ministro Tremonti, quando si sa che questo tipo di azione è già delegato in gran parte all'Unione europea. I dazi e il protezionismo non sono più, giustamente, materia nazionale, ma materia delegata all'Unione europea.
Vorremmo una politica doganale più incisiva, vorremmo estendere al canale rosso, quello che prevede controlli doganali rigidi, tutti i beni tipici del made in Italy. Vorremmo, ancora, maggiore reciprocità in materia di dazi, misure tese a garantire il contenimento dei fenomeni del dumping economico, normative puntuali in materia di etichettatura e di tracciabilità dei prodotti. Insomma, vorremmo un'azione di largo campo.
Qui è in gioco un'azione politica. Noi vorremmo che il Governo, in occasione degli incontri bilaterali con la Cina, e dei summit, effettuasse verifiche costanti sul rispetto dei diritti umani. Sono necessari interventi nei confronti delle nuove economie emergenti non democratiche, per fare in modo che si apra un processo democratico e di libertà all'interno di quei paesi. Il costo della democrazia, l'aumento dei costi di produzione derivati dalla compatibilità ambientale, dal rispetto dei diritti sindacali, dal rispetto dei diritti dei minori, delle donne, della forza lavoro, sono elementi che possono ridurre la concorrenza sleale e fornire garanzie e tutela al nostro sistema della piccola e media impresa, che, per le sue caratteristiche intrinseche - si tratta di piccole e piccolissime aziende, molto diffuse nell'Italia dei distretti - , non è in grado di costruire una politica di difesa in modo autonomo.
Per questi motivi, chiedo all'Assemblea di votare a favore della mozione presentata dai gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo, Misto-Socialisti democratici italiani ed annuncio il voto favorevole, a nome del gruppo della Margherita, sulla mozione Cima ed altri n. 1-00288 (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Alfonso Gianni. Ne ha facoltà.
ALFONSO GIANNI. Signor Presidente, poche parole per chiarire la posizione del gruppo di Rifondazione comunista, anche perché la distanza che separa il voto dalla discussione generale rende francamente un po' stantia questa discussione. Capisco che il Governo ne abbia approfittato per analizzare i testi proposti, ed indubbiamente il viceministro Urso, con il consueto garbo, ha fatto - almeno questo sì - una esposizione articolata, anche se io non sono stato gratificato nemmeno con un piccolo «sì», che invece è stato detto ad altri. Eppure questo è strano, perché nel dispositivo della nostra mozione viene riprodotto, con una attualizzazione nella parte analitica, niente altro che il testo di una proposta di legge di cui fummo proponenti nella passata legislatura, che raccoglieva più di 100 firme di diverse parti
politiche; una proposta di legge trasversale, controfirmata anche da membri del suo partito che oggi siedono al Governo, come il ministro Alemanno.
Capisco che la logica di chi sta all'opposizione cambia quando si va al Governo, ma vi dovrebbe essere una coerenza, soprattutto quando si parla di questioni che riguardano la condizione umana e la collocazione internazionale del nostro paese. Noi partiamo da un presupposto che sinteticamente vorrei richiamare, naturalmente con la necessaria approssimazione. Il problema della difesa del made in Italy non deriva - lo dico ai colleghi della maggioranza e della Lega Nord Federazione Padana - dalla protezione o dalla certificazione, ma dalla mancanza di produzione, deriva dal declino industriale del nostro paese.
L'ho ricordato più volte e lo ricordo ancora: dopo la siderurgia, la chimica, la bionica, l'informatica e, forse, l'automobile, ci stiamo vendendo il latte, la mozzarelle ed i pomodori, ossia i prodotti caratteristici del made in Italy. Ciò non deriva dai bollini di certificazione, ma dalle scelte di politica economica e industriale e dal livello di subordinazione alle scelte del grande capitale finanziario accettato dai Governi italiani (non solo da questo, ma particolarmente da questo).
La seconda considerazione è la seguente. È vero che India e Cina spingono l'acceleratore con gravi conseguenze anche per la loro condizione interna sull'incremento del prodotto interno lordo e che, dunque, vogliono ed hanno bisogno di esportare e di competere. Tuttavia, le potrei citare la frase con cui si chiude un celebre film americano, rimanendo, dal vostro punto di vista, nel politically correct. Humphrey Bogart, in un celebre film che vede contrapporsi stampa e potere economico, dice: «È la libertà di stampa, bellezza!» Parafrasando: «È il capitalismo, bellezza!».
Trovo culturalmente ipocrita (non dico altro e spero che l'aggettivo posticipato all'avverbio non rappresenti un'offesa) che ci si presenti come gli ideologi della libera concorrenza, della libertà di mercato, del «fai quello che vuoi ed arricchisciti quanto ti pare», e poi si consenta di fare ciò solamente a noi ed al nostro ristretto campo di alleanza e non ad altri. Questa è una sciocchezza e ritengo che i colleghi ne siano intimamente convinti. Tuttavia, al di là del fatto che si tratti di una sciocchezza ideologica, vorrei far riferimento alle affermazioni di un collega che oggi parlava sulla questione dei treni: non penso che l'ideologia possa fermare l'alta velocità, perché vorrebbe dire che l'ex ministro a cui si faceva riferimento avrebbe una forza di pensiero tale da bloccare un treno sulle rotaie. Ciò evidentemente è qualcosa che non esiste. Tuttavia, penso che esistano delle false ideologie...
PRESIDENTE. Onorevole Alfonso Gianni, lei ha esaurito il tempo a sua disposizione.
ALFONSO GIANNI. Signor Presidente, mi avvio alla conclusione.
Ci si fa una ragione che non corrisponde alla realtà. Ora, lei capirà che ciò serve a poco.
Per questo motivo, nella nostra mozione - richiamando una proposta di legge che anche autorevoli esponenti del suo partito, oggi ministri, avevano firmato - noi ci attestiamo su un duplice obbligo: promuovere nel contesto europeo la cosiddetta clausola sociale, affinché i diritti dei minori, i diritti dei lavoratori, le loro condizioni normative e le loro condizioni retributive siano garantiti e adottare nel contesto italiano iniziative affinché nel nostro sistema non siano prodotte merci (esiste, infatti, anche Francavilla Fontana), con il lavoro minorile o con sottosalari da fame e affinché, almeno a questo tipo di merci, si ponga un limite.
Questa è la ragione per cui raccomando l'approvazione della nostra mozione. Voteremo anche a favore della mozione Cima ed altri n. 1-00288. I colleghi del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo mi permetteranno, mi auguro me lo concedano per sinteticità benevola e non in senso paternalistico, di astenermi sulla loro mozione.
Naturalmente, con la stessa logica e con la stessa rigidità che il ministro ha dimostrato, esprimeremo un voto contrario sulla mozione proposta dalla maggioranza.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Lulli. Ne ha facoltà.
ANDREA LULLI. Signor Presidente, il viceministro Urso ha illustrato la posizione del Governo anche sulle questioni legate alla legge finanziaria. In questa sede vorrei dire che apprezzo il fatto che il Governo, anche su sollecitazione che spesso è venuta dalla stessa Commissione attività produttive della Camera, ha inquadrato il problema del made in Italy ed ha tentato un intervento; quest'ultimo, però, a mio avviso, è debole e, soprattutto, insufficiente.
Ciò non solo sul piano della politica dei marchi, ma soprattutto su un punto essenziale che riguarda direttamente, anche se potrebbe sembrare il contrario, la lotta alla contraffazione e la conseguente valorizzazione del made in Italy: si tratta soprattutto degli interventi a sostegno della ricerca e dell'innovazione. Di questo infatti vi è bisogno per vincere la sfida delle importazioni illegali e della contraffazione dei marchi e dei nostri prodotti. Tuttavia, vorrei ribadire al viceministro Urso, pur ringraziandolo per l'ampio consenso manifestato sull'impianto e sul dispositivo della nostra mozione, che, per quanto riguarda quest'ultimo versante, accolgo l'obiezione sul «canale rosso», non perché condivida sino in fondo la posizione espressa dal Governo, ma perché mi rendo conto che esistono logiche di buonsenso e di praticabilità di certe impostazioni. Tuttavia, vorrei sottolineare un aspetto: noi abbiamo inserito e segnalato la questione del «canale rosso» per quanto attiene alla produzione del made in Italy per un semplice motivo; infatti, se si vuole realmente condurre una lotta efficace contro la contraffazione - e qualche piccolo passo nella legge finanziaria si è compiuto, ma non è sufficiente -, bisogna essere conseguenti e parlare soprattutto il linguaggio della verità nei confronti del paese. Fare adombrare, come è stato fatto nei mesi passati, l'idea che, attraverso una politica di ripristino dei dazi, si potesse in qualche modo combattere la contraffazione e ridare competitività alle merci del made in Italy, e non affrontare invece il tema dell'innovazione e della ricerca applicata, è certamente raccontare una verità che può in qualche modo ingannare il paese e fargli perdere un nuovo appuntamento, arrecando peraltro un danno al nostro apparato industriale.
Abbiamo posto in evidenza il seguente aspetto: se vogliamo realmente condurre la lotta alla contraffazione e all'importazione illegale dobbiamo dare indicazioni precise, anche per via amministrativa, alle nostre dogane. È chiaro che il «canale rosso» provocherebbe, signor viceministro, quanto lei ha detto; allora dobbiamo con chiarezza seguire una strada più agguerrita nei confronti dei rapporti bilaterali, a partire dalla Cina, e sollecitare l'Unione europea affinchè finisca di privilegiare le ragioni della grande distribuzione a danno dei piccoli imprenditori e dei produttori. Ciò significa in qualche modo ragionare in ordine ad un impegno concreto e continuo del Governo, in qualche modo misurabile e che non si perda dietro ad una propaganda che ammicca a possibilità che, come tutti sappiamo, non sono soltanto impraticabili, ma assolutamente controproducenti per un paese come il nostro che esporta molto, e che ha un suo punto di forza nelle esportazioni nei settori del made in Italy.
Se mi permette, vorrei replicare al collega D'Agrò che già da qualche tempo sostiene che i settori del tessile e dell'abbigliamento, nonché quello calzaturiero, sarebbero vecchi! Francamente, devo dire che sono sorpreso da queste posizioni, non soltanto perché questi settori, in un paese come il nostro, con problemi sul piano industriale e su quello delle attività produttive per quanto attiene alla competitività, garantiscono un'occupazione alquanto rilevante - oltre un milione di addetti -, non soltanto perché vi sono
centinaia di migliaia di piccole imprese ed artigiani che in qualche modo combattono una lotta quotidiana per costruire ricchezza nel nostro paese e affermarla nei mercati, non soltanto perché con questi settori determiniamo un attivo nella nostra bilancia dei pagamenti, che, ahimè, sotto altri profili «piange» in modo rilevante (e quella sì che è costantemente in rosso) ma anche perché vorrei che noi conoscessimo di più il nostro apparato produttivo.
Vorrei porre una domanda a tutti, a partire dal Governo: è più produttiva e competitiva quella piccola impresa tessile che produce una maglietta in fibra di carbonio, che consente di tenere sotto controllo per 24 ore il battito cardiaco, o quelle grandi aziende che per andare avanti devono sempre rivolgersi a Pantalone? Queste, magari, giocano con la finanza per creare crediti facili che alle piccole imprese ed agli artigiani vengono quasi sempre negati, se non fatti pagare a carissimo prezzo. È sulle innovazioni che bisogna intervenire, stimolando la capacità creativa nell'utilizzo di nuovi materiali. Dobbiamo fondare il nostro successo, ancora una volta, sulle nostre capacità intellettuali. Abbiamo tanto bisogno di manodopera, ma credo vi sia bisogno anche di «teste d'opera» in tale settore. Compito del Governo dovrebbe essere quello da noi indicato nella nostra mozione.
La lotta alla contraffazione ed alle importazioni illegali deve essere più decisa ed accompagnata da una politica di sostegno alle azioni positive che riguardano la tracciabilità dei prodotti e la loro sostenibilità sociale ed ambientale. Bisogna sollecitare il mercato a comportamenti più virtuosi, isolando coloro che fanno concorrenza sleale sfruttando il lavoro e l'ambiente. Bisogna tentare di far leva sui consumatori dei paesi più sviluppati perché tali obiettivi si propaghino all'interno di tutti i mercati internazionali con la gradualità necessaria.
Vorrei dire al viceministro Urso, di cui apprezzo personalmente lo sforzo, che qualcosa nell'Unione europea si è iniziato a dibattere. Però, vorrei fosse chiaro a tutti che se l'approdo della discussione avviata nell'Unione europea fosse il made in Ue sarebbe per noi uno smacco rilevante. Si tratterebbe di uno schiaffo a tutti quegli imprenditori ed artigiani, a tutte le lavoratrici ed i lavoratori che credono nel made in Italy e si impegnano nei laboratori e nelle fabbriche mettendo a disposizione lavoro, creatività ed intellettualità.
Il fatto che accogliamo l'obiezione sul «canale rosso» e non chiediamo di metterla in votazione nel dispositivo non significa che il problema non esista. Già da due anni ho presentato un'interrogazione a tale proposito e ho già sollecitato la risposta del Governo per due volte senza ottenere risposta. Tra le interrogazioni a risposta immediata all'ordine del giorno della seduta odierna vi è quella dell'onorevole Cè, che pone la questione delle importazioni clandestine in alcuni porti italiani, dove esiste un problema serio di aggressione e di concorrenza sleale. Su questo, invece che fare demagogia, servono atti concreti. Mi rendo conto che il «canale rosso» sia una risposta spropositata, tuttavia, tra tale risposta e continuare così credo vi sia una giusta via di mezzo, che ritengo doveroso da parte del Governo e del Parlamento indicare, anche per dare fiducia ai tanti produttori, lavoratrici e lavoratori che sono molto preoccupati della situazione nel nostro paese (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Polledri. Ne ha facoltà.
MASSIMO POLLEDRI. Signor Presidente, onorevoli colleghe, onorevoli colleghi, signor viceministro, vorrei fare una domanda: questo paese, l'Italia, con le sue parti (il Nord, la Padania, il centro e il Sud) è ancora un grande paese industriale, dopo quello che ci siamo detti? Dovremo in qualche modo assumere una posizione nei confronti di questi nuovi grossi colossi che stanno crescendo nel mondo e adottare quindi una tattica di difesa, come qualcuno dice (con i dazi ad esempio), o
una tattica d'attacco (con l'innovazione), ammesso e non concesso che queste fasi non possano unirsi?
Ebbene, signor Presidente, noi ci iscriviamo nel gruppo delle persone ottimiste. Abbiamo un'immensa fiducia in questo paese e nel suo futuro industriale, ben consci però dei problemi che stiamo attraversando. Siamo ben consci di questi problemi, perché giriamo la Padania giorno per giorno, ascoltando la parte industriale del nostro paese. Ma non solo, perché recentemente alcuni esponenti del nostro movimento si sono recati in Puglia dove emerge forte, anche lì, non dico un grido di dolore, ma un cahier de doléance, una difficoltà della parte produttiva seria del nostro paese. Se è vero che dobbiamo giustamente valorizzare e pensare a categorie come quelle degli statali che si occupano di trasporti, tuttavia non dobbiamo dimenticarci di quelle persone che tutte le mattine, con il sudore della fronte e con il rischio proprio dell'imprenditore, creano ricchezza in questo paese.
Allora, si tratta o no di un problema? Ce ne vogliamo rendere conto? Vogliamo testimoniare al paese qualche dato? Personalmente credo che qualche dato vada offerto. Sentivo parlare del declino della grande industria. Ebbene, possiamo dire che nel giro di alcuni anni abbiamo perso sicuramente delle posizioni, ad esempio nelle classifiche della manifattura leggera italiana, dell'abbigliamento, della pelletteria, dei prodotti in metallo, dell'abbigliamento, degli occhiali. In questi anni abbiamo perso posizioni, scendendo dal 13 al 12 per cento. Allo stesso tempo, nel mondo, aumentava la quantità di esportazioni e di scambi legati ad altri fattori, relativamente ai quali questo paese è rimasto, ahinoi, tristemente fuori, come ricordava anche il collega Gianni: è rimasto fuori dall'industria pesante, è rimasto fuori dall'avionica; sta rimanendo fuori dalla chimica, quindi da tutta l'industria pesante ed è rimasto fuori anche dalla tecnologia dell'informazione.
Ricordiamoci che in questo paese, dove sono state fatte le privatizzazioni - magari per gli amici degli amici, facendo guadagnare a qualche grande gruppo e forse adombrando anche qualche altra presenza politica (la vendita di Telecom ha fruttato sicuramente qualche miliardo a qualche finanziere) -, non si investe una lira! Non siamo più capaci di produrre un telefonino o un componente di un computer e questo è un disastro per tutto il paese. Abbiamo perso sicuramente delle posizioni, ma contemporaneamente sono venuti fuori nuovi paesi: oggi c'è la Cina, domani ci sarà sicuramente l'India. Più decresce la quota di produzione e di esportazione italiana nei paesi dell'Europa, più cresce quella della Cina. Al riguardo, vorrei fare solo un esempio, perché credo che questi dati vadano offerti alla riflessione politica e sociale del Parlamento. Nel settore delle lampade e dell'illuminotecnica rappresentavamo il 21 per cento dell'esportazione e delle vendite in tutta Europa (parliamo di Brescia, Bergamo e di altre province), mentre oggi rappresentiamo il 12 per cento. Contemporaneamente, la Cina passa dall'1,6 per cento del 1990 a quasi il 30 per cento del 2002; dunque, questa è una bilancia. È evidente che esiste un problema Cina; dobbiamo dirlo con serenità, ma con altrettanta franchezza e determinazione.
Il problema Cina presenta due aspetti, come affermato nelle mozioni presentate: da una parte vi è una concorrenza leale, ma asimmetrica e, dall'altra, una sorta di contraffazione che ha già creato enormi disastri nell'economia europea: 200 mila posti di lavoro sono stati persi in Europa. Ogni anno solo in Italia ne scompaiono 12 mila. Di fronte a questo fenomeno il gruppo della Lega nord dice chiaramente: basta!
L'idea di una strategia di difesa non deriva soltanto da una presa di posizione sopra le righe del movimento che, in questo momento, mi onoro di rappresentare, dal momento che (tutti conosciamo il TPSSM) in Europa si sono predisposte apposite misure di salvaguardia (sono state previste il 22 luglio 2003 e possono entrare
in vigore) che prevedono che 16 prodotti siano sottoposti a dazi per periodi limitati.
Noi lanciamo l'allarme: se non giocheremo anche una partita in difesa nei prossimi tre o quattro anni, si produrrà un grande disastro per l'industria italiana, soprattutto per quella del nord, ma anche per quella del centro e del sud.
Allora, ben vengano le misure sull'innovazione, sulla ricerca (questo Governo le ha incominciate a prevedere con l'ultima finanziaria), ma ben vengano anche le misure di legittima difesa, signor ministro, con più attenzione alle dogane (con riferimento alle quali deve essere svolta un'opera, per così dire, normale), nonché ai criteri di qualità adottati in America. Non possiamo importare i giocattoli con l'acqua inquinata, come è accaduto la scorsa estate nei nostri paesi. Non possiamo derogare alle norme di sicurezza e di qualità.
Pertanto, concludo il mio intervento con l'invito politico a sostenere fortemente un'azione economica concertata del Governo che contempli misure di attacco, con riferimento all'innovazione tecnologica, alla tutela dei pilastri industriali, agli interventi strutturali per rinforzare tali pilastri (mi riferisco ai distretti delle piccole e medie imprese, alla crescita dimensionale delle medesime), nonché misure di legittima salvaguardia che prevedano anche l'introduzione di dazi di difesa per far respirare la nostra economia (Applausi dei deputati del gruppo della Lega Nord Federazione Padana).
PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto.
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