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PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Alfonso Gianni. Ne ha facoltà.
ALFONSO GIANNI. Signor Presidente, questo è un rito inutile. Mi riferisco alla mia dichiarazione di voto sul decreto-legge in esame. Tuttavia, vorrei renderla meno inutile. Signor Presidente, se lei mi permette un atto inusuale - qualora mi ascoltasse, naturalmente -, vorrei dedicarla ad un mio amico, morto un paio di ore fa in età prematura, minore della mia. È un sindacalista della CGIL di Torino che, se fosse qui, esporrebbe le ragioni che adesso io le porto in modo più autentico, più sincero e migliore del mio. Si tratta di Raffaello Renzacci. Lo voglio ricordare. Abbia pazienza. Egli sarebbe stato d'accordo con me nella contrarietà a questo decreto-legge per motivi di metodo - ho già cercato di esporli in sede di discussione sulle linee generali - e per motivi di merito.
Quanto ai motivi di metodo, signor Presidente, - ne sono intimamente convinto - lei non può non essere d'accordo con me che qui siamo di fronte ad una violazione sostanziale. Non parlo della Costituzione. Lo abbiamo anche affermato, ma mi accontenterei di meno. Mi accontenterei di dire che siamo di fronte ad una violazione delle regole sostanziali che hanno animato negli anni, in questa Camera, l'idea di una sessione di bilancio. Siamo agli antipodi di un sistema anglosassone o americano che qualcuno qui cercava di imitare: una sorta di contrapposizione e bilanciamento dei poteri tra una Presidenza ed un Parlamento, che si rincorrono almeno per ciò che riguarda le cifre di spesa e di bilancio.
Qui, siamo di fronte, in realtà, ad uno svuotamento della sessione e della legislazione di bilancio. L'ottantacinque per cento delle manovre finanziarie previste sono inserite in questo decreto-legge. E su questo decreto-legge viene posta la questione di fiducia. Siamo completamente al di fuori di una democrazia parlamentare. Signor Presidente, qualora lei mi ascoltasse, le ricorderei che una democrazia parlamentare, in un sistema moderno, è particolarmente attenta non alle idee - forse -, non ai principi - forse -, non alle dichiarazioni generali - forse -, perché sa che queste idee, questi principi e queste dichiarazioni generali sono misurabili con difficoltà. Una democrazia moderna è, però, attenta alle quantità, alle cifre, alle decisioni, non per un vizio di economicismo, ma perché sa che un Governo si misura dai fatti e non dalle propensioni, e non dalle dichiarazioni di principio.
Allora, quando una democrazia viene deprivata della facoltà di poter decidere sulle quantità, viene deprivata della possibilità di potere decidere sulle qualità. Sotto la sua direzione, non dico che sia una sua responsabilità - e non vorrei per lei che potrebbe essere così ricordato nei libri di storia futura -, dico che avviene un passaggio tra una democrazia parlamentare e una democrazia governamentale, cioè una democrazia nella quale il peso della decisione del Governo, anche in campo legislativo - che non dovrebbe essere il suo proprio -, è assolutamente preponderante rispetto alla funzione, che invece è sua propria, del Parlamento di tipo legislativo. Lo abbiamo visto nella moltiplicazione dei decreti-legge e qui solo qualche sciocco può dire «ma, lo ha fatto anche il Governo di centrosinistra». A parte il fatto che questa osservazione mi tange assai poco, dal momento che è una osservazione cretina. Lo dico perché, in realtà, per chiunque abbia un senso di responsabilità, siamo di fronte non alla logica del «l'hai fatto tu, lo faccio anch'io», come i ragazzi della via Pal, ma al fatto che assistiamo ad una modificazione strisciante, ma incisiva, del nostro sistema democratico.
ALFONSO GIANNI. Oggi questo piace alla destra? Domani, che perderà le elezioni, non credo piacerà più. Dovrebbe essere interesse di tutti (Cenni di dissenso del deputato Armani)... Eh, c'è il solito deficiente che mette le dita così. Bravo, onorevole... Complimenti, onorevole Armani! Lei è davvero una persona fine: un perfetto imbecille, ecco (Commenti)... No, Presidente un accidente, perché quello non fa così!
PRESIDENTE. Scusate, per cortesia.
ALFONSO GIANNI. Quello è un cretino!
EDMONDO CIRIELLI. Cretino sei tu!
PRESIDENTE. Per cortesia, moderate i toni!
ALFONSO GIANNI. No, non modero niente, perché quello non mi fa le corna.
PIETRO ARMANI. Chiedo di parlare per fatto personale ...
ALFONSO GIANNI. Ecco, parli pure: parli se ha qualcosa da dire!
PRESIDENTE. Calma colleghi. Onorevole Armani, dopo le darò la parola per fatto personale.
ALFONSO GIANNI. Roba da matti! Lei è il Presidente però deve presiedere. Quindi, quando un deputato fa le corna a un altro mentre fa un ragionamento ...
PRESIDENTE. Ma io non l'ho visto questo ...
ALFONSO GIANNI. Lei lo deve vedere! Va bene?
PRESIDENTE. Se io guardo dalla sua parte non è che è possibile ...
ALFONSO GIANNI. Questa arroganza della destra volgare e incivile, che non capiscono neanche un ragionamento, neanche quando può andare entro un'area di pensiero persino loro, dimostra la pochezza di questa classe dirigente.
Allora, ci dobbiamo vergognare di questa ...
PRESIDENTE. Onorevole Alfonso Gianni, le chiedo scusa. Io posso deprecare il gesto ...
ALFONSO GIANNI. Non mi chieda scusa. Lei a me non deve chiedere nessuna scusa: sono io che gliela chiedo per il tono. Però, mi ha irritato e profondamente offeso quel gesto e allora lo voglio dire perché rimanga a verbale.
PRESIDENTE. Ho capito. Rimane a verbale però debbo dire che non so, non avendo visto se ci stanno...
ALFONSO GIANNI. E non ritiro nessuna accusa perché non se ne può più!
PRESIDENTE. ... Se vi è verificata una cosa deprecabile. Però, mi pare che ...
ALFONSO GIANNI. Non se ne può più di questa mancanza di cultura ...
PRESIDENTE. Scusi un attimo! Onorevole Alfonso Gianni, non continui a parlare.
ALFONSO GIANNI. ...e di civiltà!
Se il fatto si è verificato, depreco che si sia verificato. Però, evidentemente, non ho dieci occhi per dire chi o come, questo non lo so.
ALFONSO GIANNI. Ma se se verifica al bar, a me non me ne frega niente. Sono un uomo di mondo, non creda che, se Armani mi fa le corna, io mi impressiono o mi preoccupo della mia famiglia, ma mi preoccupo di quest'aula. Intendo dire che,
quando un presidente della Commissione fa una cosa del genere, vuol dire che siamo sotto i tacchi, signor Presidente (Applausi dei deputati dei gruppi di Rifondazione comunista e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo). Questo è il problema. Poi me ne faccia 100 mila, me le mandi per iscritto, mi faccia anche le telefonate la notte, cosa vuole che me ne importa!
PRESIDENTE. Colleghi, per cortesia.
ALFONSO GIANNI. Va bene, insomma - come dire? -, è inutile metterci del pathos e dell'entusiasmo, signor Presidente. Vien da scoraggiarsi.
CLAUDIO SCAJOLA. Era uno scongiuro.
ALFONSO GIANNI. Ah, era uno scongiuro! Ah, bene, allora ... Certo. Il ministro, l'ex ministro dell'interno trova sempre una soluzione sul modello democristiano per ricomporre gli animi. Perfetto, Scajola: complimenti per la battuta. Passiamo oltre. Apprezzo, comunque, come lei vede: sono un uomo di mondo o forse anche di vita.
Allora, onorevoli colleghi, perché noi siamo contrari a questo decreto-legge? Perché non risponde a nessuno dei problemi che abbiamo di fronte. Noi abbiamo di fronte un problema grave di recessione, di declino industriale, di perdita dell'occupazione.
Anche oggi i giornali, persino l'onorevole Armani, se li leggesse, sarebbe d'accordo con me, indicano che le ipotesi dello 0,5 per cento sono costruite sull'acqua, sul nulla, sullo zero, appunto sullo 0,5 per cento. Nessuno può essere tranquillo di fronte a questa situazione. Ci vorrebbe ben altra manovra economica; occorrerebbero una manovra economica, al di là delle forme che si usano (legge finanziaria o decreto-legge) espansiva ed un reintervento dello Stato nell'economia di questo paese (ne ha tanto bisogno).
Se l'Italia è cresciuta in questi anni, al di là delle diseguaglianze sociali che hanno segnato questa crescita, è perché, ad un certo punto, si è realizzato un centro di pensiero, una sinergia di volontà, di iniziative che ha spostato il pubblico sulla produzione economica e ne ha fatto dei punti di eccellenza nel mondo che noi in questi anni abbiamo schiacciato ed ucciso.
Lo dice una persona che sa benissimo che non è solo responsabilità del Governo del centrodestra. Il gruppo di Rifondazione lo ha detto in tutte le salse e ciò non è piaciuto ai gruppi di centrosinistra, ma ne siamo perfettamente convinti. Ciò non costituisce un'attenuante, ma un'aggravante.
Quando si ha alle spalle un'esperienza di tipo negativo, si dovrebbe essere avvantaggiati per poter poi voltare pagina. Bisogna dire, a chiunque lo abbia fatto, che non si agisce in questo modo. Invece, qui vige la logica infantile secondo cui: se lo hai fatto tu, lo faccio anch'io e via seguitando.
Siamo di fronte ad un decreto-legge completamente sbagliato. Inoltre, in esso viene meno - lo dico alla latina, onorevoli colleghi, anche se capisco che può dare fastidio - la pietas virgiliana, vale a dire quell'attenzione verso i deboli, i poveri, gli sfortunati, gli «sfigati», se si vuole usare un termine più modernista.
Vi sono due capitali giganteschi, diciamo così, che, al riguardo, posso utilizzare come esempio: mi riferisco all'articolo 44 che toglie la tredicesima nel calcolo della cassa integrazione e, addirittura, prevederebbe una soluzione pregressa. Qualche passo in avanti si è compiuto nel corso della discussione, ma, insomma, chi ha pensato una norma di questo genere potrebbe anche svolgere un altro mestiere e lo chiedo al ministro dell'economia.
L'articolo 47, inoltre, toglie la pensione ai lavoratori esposti all'amianto. È una perversione! Capisco che il termine potrebbe avere per voi altri significati, ma per me non lo ha quando dico che siete un po' pervertiti.
L'idea di risparmio viene convertita in un'idea di violenza sociale nei confronti di categorie bisognose. Vi sono 60 mila domande; credete che questi lavoratori (è presente un grande medico come l'onorevole
Parodi) intendano andare in pensione prima? Vogliono andare in vacanza a Parigi o fare il giro del mondo? No, tutti sanno cosa vogliono: vogliono puramente e semplicemente avere, se hanno contratto un tumore che cova negli anni, la speranza di morire nel loro letto. Non vogliono morire, colti da un acme della loro malattia, mentre svolgono e continuano a svolgere un'attività lavorativa di fabbrica. Vogliono essere tranquilli almeno negli ultimi anni della loro vita.
Qualcuno di loro - penso che nessuno di voi, onorevoli colleghi, voglia porre un limite alla divina provvidenza - potrà anche sopravanzare questo pericolo che, statisticamente, è così incidente; spero, inoltre, che molti altri, visto che ne muoiono a dozzine (peggio delle vittime del terrorismo) abbiano almeno il conforto di aver concluso il loro lavoro, di avere una pensione, di stare in famiglia, di giocarsi gli ultimi anni della loro vita come vogliono. Ma, nemmeno questo si riesce a fare!
Onorevoli colleghi, onorevole, cristianissimo Buttiglione, è pesante la responsabilità che voi vi assumete.
Non è retorica: leggete le statistiche, i bollettini, e capirete perché siamo contrari a questo decreto-legge. Mi scuso per qualche intemperanza parlamentare che deriva anche dallo stato di commozione nella quale ho parlato. Vorrei dire che la provocazione di cui sono stato oggetto è stata forte! (Applausi dei deputati del gruppo di Rifondazione comunista).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Peretti. Ne ha facoltà.
ETTORE PERETTI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, intervengo per dichiarare il voto favorevole del gruppo dell'UDC e richiamare le considerazioni espresse in sede di dichiarazione di voto sulla questione di fiducia. (Applausi dei deputati del gruppo dell'UDC).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Sergio Rossi. Ne ha facoltà.
SERGIO ROSSI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, intervengo per annunciare il voto favorevole del gruppo della Lega nord Padania e chiedere alla Presidenza l'autorizzazione alla pubblicazione in calce del resoconto stenografico della seduta odierna le considerazione della dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza sulla base dei consueti criteri.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pistone. Ne ha facoltà.
GABRIELLA PISTONE. Signor Presidente, onorevoli colleghi, noi del gruppo del Misto-Comunisti italiani esprimiamo un fermo «no» su questo provvedimento, del quale è già stato detto molto sia sulla gravità dell'utilizzo del voto di fiducia su un decreto-legge che è parte integrante della legge finanziaria e di bilancio. Si è già parlato sulla incostituzionalità dell'uso del decreto-legge che per essere ammissibile deve avere caratteri di necessità e di urgenza - è già stato detto molto durante la discussione sulle questioni pregiudiziali di costituzionalità; come pure è stato detto del grave colpo che si infligge alle regole parlamentari, purché si stravolgono le procedure di bilancio e si limita fortemente l'autonomia parlamentare. Questo decreto-legge, che è parte integrante di una manovra finanziaria che vale 16 miliardi di euro e che per due terzi comporta misure una tantum e per un terzo «tagli» agli enti locali e alla spesa sociale, comprese le tutele per i lavoratori e quello che ricordava poc'anzi sul problema dell'amianto e sui lavoratori esposti all'amianto il collega Alfonso Gianni.
Questo provvedimento, che deve essere approvato entro il primo dicembre, vale 13 miliardi e 673 milioni di euro. Il voto è «blindato» ed oggi noi ci troviamo ad esprimere un voto contrario su un provvedimento che non condividiamo nella sua essenza e non solo su alcune parti, tant'è vero che è una manovra che trova le sue componenti una tantum relativamente e principalmente alle entrate, quale ammontano a circa 10 miliardi di euro, che sono
articolate in condono edilizio, concordato preventivo, riapertura dei termini dei condoni fiscali e dismissioni immobiliari, ivi compreso il patrimonio di valore artistico e architettonico; le misure permanenti invece fanno riferimento quasi esclusivamente ai contributi sociali per i lavoratori con contratti di collaborazione coordinata e continuativa, il regime fiscale dei videogiochi e delle scommesse.
Per questa ragione, noi non pensiamo che tutto ciò risponda ad una logica di rigore e di risanamento dei conti pubblici in quanto privo delle misure strutturali volte al miglioramento del disavanzo, né tanto meno ad una logica di sostegno alla domanda e di promozione della competitività, considerata la frammentarietà degli interventi previsti e la scarsità delle risorse assegnate. Al massimo, questo provvedimento reca esclusivamente qualche peggioramento anche notevole alle condizioni sociali e di vita di molti lavoratori e cittadini.
Anche se vogliamo parlare di provvedimenti e di capitoli quali, ad esempio, la ricerca e l'innovazione, noi troviamo solo interventi di mera facciata, inidonei a sollecitare una modernizzazione dei modelli di produzione, perché non superano assolutamente il gap competitivo nel settore della ricerca e dell'innovazione e perché oltre tutto sono scarsamente finanziati.
Manca una previsione complessiva di riordino degli incentivi alla ricerca, tant'è vero che, per le imprese che investono in ricerca e in sviluppo, non viene introdotto un sistema agevolativo a carattere permanente, ma lo si concede soltanto per un breve periodo.
Tra le altre cose, si istituisce un altro istituto tecnologico - l'ennesimo - e, nel contempo, si negano le risorse finanziarie per il prosieguo dell'attività ad istituti già operanti, con ricercatori residenti in Italia e non solo all'estero. Per i ricercatori all'estero si ritrovano formule per farli rientrare nel paese, ma sostanzialmente si nega alle università la possibilità di assumere nuovi ricercatori. È tutto contraddittorio!
Le accise sugli oli minerali sono la testimonianza della totale mancanza di sensibilità nei confronti della tematica dello sviluppo sostenibile. Oltretutto, il Governo non ha alcuna strategia di medio periodo per la politica energetica.
Parliamo della famiglia e della promozione della natalità? Io penso che questi provvedimenti non siano affatto condivisibili. Essi sono di stampo assistenzialistico e, comunque, dovrebbero essere assolutamente immanenti e non di carattere transitorio. Soprattutto, dovrebbero essere valorizzati i criteri della progressività che presiedono il vigente regime delle detrazioni fiscali per i figli a carico.
Poi vi è la de-tax, l'assoluta inefficacia della lotta al carovita che, invece, è un problema essenziale e fondamentale di oggi, che riguarda milioni di cittadini, i quali si trovano stretti in una morsa sempre più feroce, perché vi è un aumento dei prezzi al consumo nei settori di prima necessità, come gli alimentari. Non vi è, quindi, una lotta adeguata a fronteggiare tali problematiche.
Poi vi è la parte relativa alla dismissione del patrimonio immobiliare pubblico. Qualche piccolo passo in avanti si è fatto, grazie anche al fatto che si è dato seguito ad una risoluzione approvata in quest'aula alla fine di luglio e quindi si è dato seguito ad alcune - purtroppo solo ad alcune - voci di quella risoluzione. Al contempo, però, si è soppresso il comma 20 dell'articolo 3 del decreto-legge n. 351 del 2001, che prevedeva la possibilità, per coloro che avevano manifestato la volontà di acquistare gli immobili, di acquistarli a prezzo di mercato allora determinato o determinabile, tutto sostanzialmente contro coloro che certamente di mezzi non ne hanno tanti.
Inoltre, vi è una scarsità, una gravità - ma non voglio neanche dilungarmi più di tanto - rispetto al condono edilizio, che è un qualcosa che completa il ricco ventaglio di condoni e sanatorie predisposti dal Governo, con un dispregio della concezione della legalità di cui questo Governo, purtroppo, si è fatto portatore.
Inoltre, vi è una nuova disciplina dei fondi di investimento immobiliare, di cui agli articoli 31 e 41-bis, e il Governo ha perso l'occasione di regolamentare la materia secondo una logica di equità che era stata approvata all'unanimità in Commissione finanze, in data 29 ottobre 2003, la quale impegnava il Governo ad intraprendere tempestivamente ogni iniziativa utile diretta a rimodulare il regime tributario dei fondi di investimento immobiliare nel senso di differenziare l'incidenza del prelievo, al fine di riservare un maggiore vantaggio fiscale ai proventi derivanti dalla partecipazione ai soli fondi comuni etici di investimento immobiliare e non a quelli di tipo speculativo.
Tutte queste occasioni si sono perse. Abbiamo presentato una serie di proposte emendative che - ahimè - sono state tutte cancellate dalla posizione della fiducia sul decreto-legge; saranno sicuramente ripresentate dal centrosinistra al disegno di legge finanziaria.
Oggi, sono stati votati tanti ordini del giorno. Alcuni sono stati accettati, altri accolti come raccomandazione. Vogliamo vedere se il Governo e questa maggioranza avranno il coraggio di cambiare, di invertire la tendenza nel disegno di legge finanziaria che, tra qualche settimana, arriverà in quest'aula e che vedrà sicuramente fare giustizia rispetto ad alcuni provvedimenti di cui tutto si può dire tranne che siano a vantaggio dei cittadini e dei lavoratori, gli stessi cittadini e gli stessi lavoratori che, qualche anno fa, hanno avuto ingiustamente fiducia nelle vostre premesse (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Comunisti italiani e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Morgando. Ne ha facoltà.
GIANFRANCO MORGANDO. Signor Presidente, siamo alla conclusione del primo atto della sessione di bilancio. Si tratta, per la verità, della conclusione un po' amara di un provvedimento piuttosto importante per i suoi contenuti che non ha avuto, né al Senato né alla Camera, la possibilità di una discussione approfondita e articolata, come abbiamo fatto notare nel corso di un'attività di Commissione sostanzialmente ristretta e del dibattito in aula che si è limitato alle linee generali del provvedimento.
Abbiamo sviluppato, in queste poche occasioni di dibattito, argomentazioni puntuali in ordine ai contenuti del provvedimento. Nel corso della mia dichiarazione di voto, cercherò di motivare le ragioni del nostro voto contrario su un piano più generale. Partirei dalla condizione del paese. Un articolo interessante di Ilvo Diamanti, apparso, qualche tempo fa su la Repubblica, analizza l'umore dell'Italia. Una frase mi ha colpito ed è la seguente: è la sfiducia economica la chiave di lettura del mutamento del clima sociale e degli orientamenti elettorali.
Diamanti rende bene il clima che si respira in questo momento in Italia. Stanno cambiando le paure. Fino a non molto tempo fa, le grandi paure degli italiani erano legate alla criminalità, alla delinquenza e, in molti casi, all'immigrazione. Oggi, sono paure di tipo diverse. Oggi, le paure si chiamano inflazione, difficoltà di trovare lavoro, diminuzione del reddito anche di chi ha un'occupazione. La fiducia nella prospettiva dell'economia sta diminuendo radicalmente, si dimezza - dichiara questo sondaggio - e, contemporaneamente, raddoppia il pessimismo degli italiani nei confronti delle prospettive personali e delle prospettive collettive del paese.
È un bel problema per chi, come questa maggioranza e questo Governo, basava tutta la sua strategia sulle aspettative positive, per chi riteneva che bastasse annunciare un mitico 3 per cento di aumento della ricchezza del paese all'anno, per tutta la durata della legislatura di Governo, per risolvere i problemi di un'economia che già allora, a metà del 2001, segnalava le sue incertezze! Un bel problema per risolvere il quale non bastano gli slogan!
In questi giorni, l'ISTAT ha annunciato che il terzo trimestre del 2003 ha visto
un'inversione di tendenza nell'andamento del prodotto interno lordo. Dopo due trimestri di andamento negativo, in cui la ricchezza del paese era diminuita, c'è stato un cambiamento, una tendenza all'aumento. Questa notizia è stata salutata da affermazioni che, francamente, mi sembrano eccessive. «Arriva la ripresa» ha detto il più importante quotidiano economico del paese. «È tornata la crescita» è stato scritto da qualcun altro. «Il ciclo negativo è alle spalle» ha detto il ministro dell'economia.
Di fronte ad affermazioni così entusiastiche, uno si aspetta cifre americane! Poi, invece, scopre che l'inversione di tendenza consiste in un aumento dello 0,5 per cento e che, se tutto va bene, se negli ultimi tre mesi le cose vanno bene, il dato confermerà le previsioni contenute nella nota di aggiornamento al DPEF, che prevedeva un aumento dello 0,5 per cento nel corso dell'anno 2003. Nel 2002, abbiamo registrato una crescita dello 0,4 ed abbiamo detto che, con quel dato, cominciava una fase di stagnazione. Ebbene, non mi pare che lo 0,5 sia molto di più! Quindi, con gli slogan e con l'enfatizzazione di una modesta inversione di tendenza del ciclo economico non si risolvono certo i problemi di una situazione difficile del paese, che come tale viene percepita dagli italiani.
Questa manovra di politica economica e di politica di finanza pubblica, della quale stiamo discutendo la prima fase, è un po' il segnale di questo scarto tra gli annunci e la realtà, di questo scarto tra la politica degli slogan e la politica delle realizzazioni concrete, della differenza tra affermare di voler perseguire alcuni obiettivi e realizzarli concretamente.
Stiamo cominciando a discutere una sorta di legge finanziaria e di manovra di politica economica e di bilancio di verità! Oggi, vengono al pettine i nodi delle leggi manifesto proposte da questo Governo ed approvate da questo Parlamento! Questa manovra doveva mettere a disposizione le risorse per la riforma fiscale. Ricordate? La grande riforma fiscale, che definiva quegli obiettivi che poi, anno per anno, sarebbero stati realizzati attraverso le risorse messe a disposizione dalle annuali leggi finanziarie! Non v'è traccia di tali risorse! Si tenta di sostituire l'effetto mediatico dello slogan fiscale con l'introduzione, con l'approvazione definitiva dei provvedimenti delegati sulla nuova imposta in materia di persone giuridiche. Su questo punto si sta scatenando una grande discussione: un autorevole commentatore, scrivendo su Il Sole 24 Ore, chiedeva la sospensione per un anno dell'introduzione dell'IRES.
Questa finanziaria doveva mettere a disposizione le risorse per la riforma della scuola. Sono 90 i milioni di euro destinati a tale scopo: ne mancano semplicemente 4 mila per raggiungere la cifra prevista dalla legge che abbiamo approvato! Anche su questo fronte, anche sul fronte della riforma della scuola, non ci sono le tanto annunciate risorse finanziarie. Si doveva attuare, con questa legge finanziaria, la legge obiettivo, per realizzare, finalmente, il salto di qualità e per dotare il paese di grandi infrastrutture. Per il 2004, su questo fronte, non c'è nulla: le risorse per gli investimenti scattano dal 2005!
Si doveva con questa finanziaria mettere le basi per consentire concretamente la realizzazione del patto per l'Italia, la riforma degli ammortizzatori sociali, come complemento necessario delle riforme del mercato del lavoro tanto enfatizzate; non ci sono risorse per realizzare questo obiettivo. Potrei continuare con questi esempi, ma ho voluto soltanto riprendere le questioni principali che evidenziano come la politica degli annunci, che è stata fatta in questi due anni, e dell'approvazione di leggi manifesto, in realtà, vede oggi concretamente il suo fallimento nella mancanza di disponibilità e di risorse messe a disposizione della politica riformatrice tanto enfatizzata dal Governo.
Il problema qual è? Il problema è che ci troviamo in presenza di una radicale caduta della capacità del paese di crescere e di essere competitivo, e questo è all'origine di tutte le difficoltà di cui stiamo discutendo. Io non sono un appassionato delle classifiche, anzi, penso che qualche
volta servano più per i giornali che non per una seria e corretta analisi dei problemi di politica economica, ma certo che leggere nel recente rapporto del World economic forum che dall'anno scorso a quest'anno abbiamo perso 8 punti in questa classifica mondiale di competitività e ci siamo fatti superare dal Botswana, dalla Giordania, dalla Lettonia, dalla Lituania, eccetera, fa un pochettino impressione; e registrare che è la terza volta consecutiva che l'Italia perde competitività e scivola verso il fondo della classifica è una cosa che, anche se diamo il giusto peso a questi indicatori, evidentemente assume un significato emblematico. Noi non vogliamo fare confronti impropri...
PRESIDENTE. Onorevole...
GIANFRANCO MORGANDO. Ho finito Presidente... non vogliamo fare confronti impropri, ma per quanto riguarda l'Italia la tendenza nella competizione globale è certamente quella di un arretramento. E allora noi registriamo che questa finanziaria non risolve nessuno dei problemi dell'arretramento di competitività, perché un paese accresce la sua capacità competitiva se è coeso, e noi invece facciamo il condono edilizio che distrugge i rapporti fra cittadini e pubblica amministrazione; se investe grandi risorse nell'innovazione - invece noi facciamo soltanto la tecno-Tremonti con 500 milioni di euro - , che tutti dicono insufficiente; se costruisce con pazienza le regole di un mercato aperto, capace di fornire servizi efficienti e competitivi ed invece noi modifichiamo tutti gli anni le regole sui servizi pubblici locali; se sfrutta le sue risorse, invece la nostra risorsa più importante, il Mezzogiorno, vede una riduzione del 25 per cento degli investimenti e vede i fondi strutturali che sostituiscono gli investimenti ordinari e vede la riduzione dei trasferimenti. Queste sono le ragioni per cui noi votiamo contro questo provvedimento (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo - Congratulazioni).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Bulgarelli. Ne ha facoltà.
MAURO BULGARELLI. Signor Presidente, qualche breve considerazione sul decretone per affermare il nostro fermo no come Verdi, anche perché in Italia al lento ma costante declino del sistema produttivo si aggiunge la rilevante perdita di quote di mercato nel commercio internazionale, la crisi dei principali settori industriali e il perdurare di una inflazione al di sopra della media europea che ci penalizza enormemente in termini di competitività, il bradisismo competitivo, come l'ha chiamato la Banca d'Italia. A questo proposito vale ricordare le recentissime statistiche sulla competitività del World economic forum, pubblicate nel suo ultimo rapporto, che mostrano come l'Italia sia ormai prossima al declino industriale. Il nostro paese scivola infatti al quarantunesimo posto della classifica mondiale rispetto al 33o della scorsa edizione. Siamo in caduta libera su tutto: ricerca, innovazione, formazione, produzione, e questo decreto, sul quale avete deciso di porre la fiducia, è genitore e figlio nello stesso tempo di questa politica economica industriale priva di uno straccio di idea credibile, un provvedimento inefficace in assenza di misure strutturali indispensabili al miglioramento della finanza pubblica, ma, soprattutto, pericoloso e dannoso per le norme che contiene, gli effetti che produce. Delle nefandezze contenute in questo testo ne abbiamo già parlato in sede di discussione generale. Questo decreto-legge rappresenta di fatto il cuore della manovra finanziaria per l'anno 2004, ossia l'85 per cento dell'intera manovra economica e, come se non bastasse la gravità delle norme che state approvando, avete pensato bene di forzare tutte le procedure, stravolgere le regole e i tempi di esame previsti per i documenti di bilancio, aggirare le norme contabili.
Infine, con il doppio ricorso alla questione di fiducia avete evitato l'esame parlamentare e umiliato il Parlamento. Non era mai avvenuto che venisse posta la
fiducia in entrambi i rami del Parlamento su un decreto-legge che non solo fa parte a tutti gli effetti della manovra economica complessiva, ma ne rappresenta addirittura i due terzi. È un testo, desidero sottolinearlo, innanzitutto umiliante per chi lo ha pensato e predisposto. Il dossier sul decreto-legge, curato dal servizio bilancio della Camera, è in questo senso impietoso; è tutto un susseguirsi di affermazioni quali: «il decreto-legge mostra profili problematici riguardo alla copertura finanziaria» oppure «numerose norme recano la copertura finanziaria senza precisare a quali specifiche maggiori entrate si debba far riferimento» o, ancora, «alcune disposizioni utilizzano espressamente per la copertura di oneri correnti maggiori entrate di conto capitale determinando un peggioramento del risparmio pubblico a legislazione vigente in deroga alla vigente disciplina contabile» e, infine, «sono state rilevate diverse modalità di copertura non previste dalla vigente disciplina contabile». Questo è il provvedimento scritto dal ministro Tremonti e firmato da tutto il Governo. Non si capisce bene se frutto più di dilettantismo o di arroganza: probabilmente di entrambi, e in dose massiccia. Non può, infatti, non preoccupare, anche e soprattutto alla luce dei risultati fin qui ottenuti, il potere abnorme che sta sempre più accentrando il ministro dell'economia e delle finanze, e questo provvedimento ne è un'ulteriore conferma. È un ministro che ormai dispone del 65 per cento del bilancio complessivo dello Stato, che decide le politiche di settore tenendo sotto scacco gran parte degli altri ministeri. I primi a denunciare quest'insopportabile e crescente invadenza di campo dovrebbero essere proprio quegli stessi ministri, ormai esautorati nei loro ruoli di indirizzo e di governo e a tutti gli effetti ministri senza portafoglio. Sorprende invece il silenzio assoluto da parte dei diversi ministri di fronte a questo lento, ma inarrestabile esproprio operato dal buon ministro Tremonti. Penso al ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca scientifica, al ministro della salute, così come al ministro dei beni e delle attività culturali; ministri, ma non sono i soli, che vedono ogni anno ridurre le risorse finanziarie a loro disposizione e che sono impossibilitati quindi a mettere in atto alcuna riforma senza il via libera del ministro Tremonti, anzi, sempre più spesso, sono scippati delle decisioni relative al loro dicastero in nome delle esigenze di cassa. É in questo senso pragmatico contare le volte che ricorre la dizione di Ministero dell'economia e delle finanze all'interno di un articolo, il 50, relativo al monitoraggio della spesa sanitaria nella cui stesura, mi domando, se sia stato almeno richiesto il parere del ministro Sirchia. Ebbene, in quest'articolo, in materia sanitaria, la dizione Ministero dell'economia e delle finanze ricorre ben ventuno volte a fronte di quattro volte in cui ritorna la dizione Ministero della salute. Per non parlare poi del Ministero dei beni e delle attività culturali dove il ruolo del ministro Urbani non è più quello di tutelare il nostro patrimonio culturale e artistico, come sarebbe suo dovere, ma quello di aiutare Tremonti a far cassa con il patrimonio culturale e artistico. Ecco, quindi, spuntare in tutta la sua gravità l'articolo 27 che consente nei fatti la svendita del patrimonio storico-artistico del nostro paese. Quest'ultimo aspetto, relativo all'articolo 27 e quindi al ministro Urbani, è una questione che ci dovrebbe far riflettere perché nel giro di pochi anni noi ci troveremo a parlare con i nostri figli partendo come si fa nelle fiabe, raccontando il paese Italia iniziando con c'era una volta un paese che era ricco di storia, era ricco di cultura, era ricco di quadri, era ricco di tutto ciò che può fare cultura nel mondo e da tutto il mondo venivano apposta a visitarlo per tutte le cose che in esso sono presenti, e finire, come si termina nelle fiabe, dicendo: ora, a causa di una scelta scellerata dei politici che gestivano il nostro paese nel 2003, tutto questo non c'è più. Ma forse anch'io ho sbagliato a parlare di fiabe, in realtà avrei dovuto terminare il mio intervento raccontando un film dell'orrore (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Verdi-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Agostini. Ne ha facoltà.
MAURO AGOSTINI. Signor Presidente, credo che a questo punto della discussione - discussione per modo di dire, perché non c'è stato nessun confronto tra maggioranza e opposizione - non sia ozioso porsi una domanda: a cosa serve una manovra di bilancio? Una manovra di bilancio dovrebbe servire sostanzialmente a mettere, rimettere o tenere i conti in regola e ad individuare misure per promuovere lo sviluppo e le relative risorse. Ebbene, se guardiamo la manovra che voi state conducendo, tutti e due questi obiettivi vengono pienamente - non clamorosamente: pienamente - falliti.
Non vi è passato neanche per l'anticamera del cervello l'idea di mettere i conti in ordine: anche in questa circostanza, infatti, chiuderemo con un rapporto deficit/PIL del 2,2 per cento, tra l'altro con una manovra finanziaria piena di una tantum che, come ha dimostrato il Servizio bilancio della Camera dei deputati, sono peraltro ampiamente sovrastimate. Sarà molto difficile, inoltre, recuperare in futuro queste una tantum: è stato citato il caso del lease-back, vale a dire la condizione per cui, attraverso gli affitti, aggraverete ulteriormente la spesa corrente, e di conseguenza il deficit.
Nonostante vi siate profusi in numerose fantasie contabili, anche sul versante del debito la situazione è gravemente pesante. Siete dovuti ricorrere a strumenti come la privatizzazione della Cassa depositi e prestiti e a forme di finte privatizzazioni per cercare di tenere sotto controllo, in qualche modo, una grandezza fondamentale come lo stock del debito; se i tassi dovessero ricominciare a salire, anche lentamente, ciò determinerebbe un ulteriore aggravio degli oneri.
Di risorse per lo sviluppo neanche a parlarne. Nella manovra avete pensato di mettere a disposizione uno 0,4 per cento del PIL, aumentando il deficit (infatti, all'inizio era l'1,8 per cento rispetto al PIL, e lo avete portato al 2,2 per cento). Si tratta di una somma di 5 miliardi di euro da mettere a disposizione per lo sviluppo, ma oltre la metà di questi 5 miliardi sono già impegnati per il rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici.
Ma dove prendere, allora, le risorse? Bisogna necessariamente ridurre la spesa sociale o la spesa previdenziale e pensionistica, come avete detto? Io dico di no, perché ci sarebbe stato un modo molto semplice, lineare ed europeo per avere oggi a disposizione maggiori risorse per lo sviluppo. Faccio un esempio molto caro al ministro dell'economia e delle finanze Tremonti: lo scudo fiscale. In queste settimane, infatti, la socialdemocratica Germania sta utilizzando uno strumento simile a questo, ma con la non piccola differenza che le aliquote applicate per il rientro dei capitali sono del 25 per cento per il primo anno e del 35 per cento per il secondo.
Non dico che in Italia avreste dovuto e potuto applicare aliquote di questo livello, ma se vi foste semplicemente limitati ad applicare l'aliquota del 12,5 per cento (vale a dire quella ordinaria per la tassazione dei redditi da capitale e da risparmio), oggi avremmo a disposizione qualcosa come 7 o 8 miliardi di euro in più, da mettere davvero al servizio di una operazione di rilancio della crescita e dello sviluppo. È questo lo scenario entro il quale vi muovete, ed avete cercato di affiancare questa manovra con l'intervento sulle pensioni per strappare a Bruxelles un nulla osta, promettendo appunto una «stangata» sui pensionati.
Ma quali sono le misure che avete pensato di inserire in questo provvedimento? Potremmo rapidamente suddividerle in misure sul versante dell'offerta ed in misure sul versante della domanda. Ci avete proposto la tecno-Tremonti, una specie di intervento «a pioggia», ministro Tremonti. Si tratta di un po' di soldi sparsi qua e là, forse per farsi perdonare i 2,7 miliardi di euro in più che dovrete prelevare, attraverso l'Ires, dal mondo delle imprese, ed attraverso la tecno-Tremonti le rimborsate.
Si tratta di un intervento, per la verità, a cui ritengo neanche lo stesso ministro
Tremonti creda più. È una specie di sfinimento della vecchia legge Tremonti, un trascinamento esausto, che non riesce più ad entusiasmare nessuno, una specie di accanimento terapeutico con un provvedimento che ha già fatto danni in passato e che continuerà a farne in questa circostanza, nonostante lo abbiate imbellettato, definendolo tecno-Tremonti.
Vi è una riduzione delle risorse per le infrastrutture: non lo diciamo noi, bensì l'associazione dei costruttori, che ha calcolato una riduzione del 13,5 per cento delle risorse del 2003 rispetto al 2002. E, sempre per parlare di ricerca e di ricercatori, solo dopo l'intervento del Presidente della Repubblica Ciampi, vi siete risolti all'assunzione di 1700 ricercatori, senza nulla fare naturalmente nei confronti dei professori che pure avevano vinto i concorsi. Parliamo, quindi, comunque di mera e anche abbastanza banale e dimessa gestione dell'esistente.
Tuttavia, non è di ciò che il paese avrebbe bisogno. La stessa operazione l'avete fatta sul Mezzogiorno, che esce duramente penalizzato da questa manovra. Avete sostanzialmente «chiuso» la legge n. 488 del 1992, i crediti di imposta per gli investimenti e l'occupazione, il prestito d'onore. Quanto alle risorse per il fondo delle aree sottoutilizzate, le avete rinviate al 2006 (campa cavallo mio, che l'erba cresce!) e non se ne parla per adesso. Assolutamente inadeguate sono le risorse e pochissimo incisive sono le politiche che avete messo a disposizione per il made in Italy. Insomma, è un'operazione assolutamente inutile dal punto di vista dell'efficienza del nostro apparato produttivo e della competitività.
Anche sul versante della domanda e dei consumi questa manovra non aiuta minimamente; anzi, peggio! Questo è un paese che ha ormai davanti a sé un fortissimo problema che riguarda la questione salariale e i pensionati. Vi è stata un'inchiesta del Corriere della Sera, che ha lavorato su 843 mila buste paga, da quelle dei dirigenti a quelle dei livelli più bassi del lavoro dipendente, da cui è emerso con grande chiarezza che in questi due anni vi è stata una riduzione drastica del potere d'acquisto del lavoro dipendente, sia dei pensionati sia dei lavoratori dipendenti ancora in esercizio. Soprattutto, ciò che più ci preoccupa è un impoverimento crescente delle fasce medie della popolazione. Non è più soltanto un problema di povertà: il problema è che un pezzo della società italiana che viveva bene e dignitosamente in questi anni sta subendo il morso della crisi. Mi riferisco alle fasce intermedie della società. Esse subiscono il morso della crisi attraverso un calo del potere di acquisto per l'inflazione assolutamente spropositata rispetto al resto d'Europa, che il nostro paese si carica sulle spalle per le scelte sbagliate che fate, attraverso i tagli alla sanità, attraverso le minori risorse che si danno ai comuni. Ciò rappresenta non solo un'erosione dello Stato sociale, ma anche una componente molto iniqua della manovra. Infatti, i servizi che gli enti locali forniscono non sono neutri nei confronti dei diversi settori della popolazione: essi colpiscono in modo selettivo. Non avere più quei servizi colpisce in modo selettivo una parte della società italiana e colpisce in maniera selettiva alla rovescia. I trasporti, gli asili nido, i servizi agli anziani, l'assistenza domiciliare: questo state colpendo, dopo averlo fatto l'anno scorso. Avete anche tagliato gli insegnanti di sostegno ai portatori di handicap nella scuola pubblica (Commenti dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale)...
PRESIDENTE. Onorevole Agostini, concluda.
MAURO AGOSTINI. Signor Presidente, mi avvio alla conclusione, ma ritengo di rientrare nei miei tempi. Questa manovra segna un paese e la sua civiltà: voi dividete il paese.
Questa è una manovra che ormai sopraggiunge a metà legislatura e che segnerà la fine della stessa; essa, infatti, ci porta al 2006.
È il momento del bilancio: il paese sta traendo il bilancio su ciò che avete fatto e sulle prospettive. Purtroppo, non fate niente nei confronti dei problemi veri, che
sono quelli della competitività del paese (Commenti dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale).
Non avete offerto nessuna sponda nemmeno all'accordo CGIL-CIS-UIL e sindacati. Di queste cose vi porteremo a parlare ancora nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, certi che avremo l'ascolto nel paese e certi, soprattutto, che le nostre proposte sono migliori delle vostre (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole De Franciscis. Ne ha facoltà.
ALESSANDRO DE FRANCISCIS. Signor Presidente, nelle dichiarazione di voto dei colleghi che mi hanno preceduto si è seguito un filo logico, dunque intervengo brevemente per annunciare il voto contrario a questo provvedimento dell'UDEUR-Popolari per l'Europa avendo ascoltato gli interventi dei colleghi Gianni, Pistone, Morgando, Bulgarelli ed Agostini.
Vorrei sottolineare l'amarezza di avere visto iniziare - ed immaginiamo possa diventare una consuetudine in questa legislatura - la totale riforma in senso restrittivo e negativo della sessione di bilancio, come abbiamo già detto durante il dibattito sulle questioni pregiudiziali. Si era lavorato con passione nei mesi estivi in Commissione bilancio, tra l'altro invitati dal Presidente della Camera Casini a vedere come razionalizzare, velocizzare e migliorare il lavoro sulla legge finanziaria. Non si immaginava che il 75-80 per cento della manovra di bilancio sarebbe passata mediante un decreto-legge sul quale, tra l'altro, sarebbe stata posta la questione di fiducia.
Per quelli di noi, colleghi della maggioranza, che amano la mitezza della politica, ma anche la certezza delle regole - perché oggi si può essere Governo e domani opposizione - credo che il dibattito su questo decreto-legge lasci, al di là delle considerazioni di merito, la preoccupazione che anche la sessione di bilancio alla quale tutti volevamo partecipare nel confronto tra maggioranza ed opposizione sia, purtroppo, saltata. Ciò pur avendo noi dichiarato che eravamo disponibili a concentrare in pochi emendamenti le questioni che volevamo discutere in aula.
Questo ci dispiace e ci porta a confermare questa sera un giudizio negativo sul provvedimento in esame. Nel dibattito politico e nello scenario economico del paese, che condividiamo fuori dalle formalità e dai riti di quest'aula, ciò porta una preoccupazione che nei mesi prossimi sarà davanti a tutti noi (Applausi dei deputati del gruppo Misto-UDEUR-Popolari per l'Europa).
PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
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