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sarebbe potuto e dovuto - ai milioni di azionisti diffusi italiani, prevalentemente famiglie, che avevano originariamente acquistato in massa ed a prezzi superiori a quelli correnti oggi in borsa;
immobiliare; l'acquirente risulterebbe la società Enotria S.p.a del gruppo Caltagirone -:
la vendita avvenuta nei giorni scorsi attraverso la Morgan Stanley del 6,6 per cento dell'ENEL da parte dell'azionista pubblico, che scende così a circa il 61 per cento del capitale, si presenta sempre più come una mera e obbligata operazione di cosmesi contabile del bilancio dello Stato, posto sotto pressione dalla improvvisa politica economica e fiscale dell'attuale Governo;
perfino un commentatore serio come Alfredo Recanatesi ha posto in dubbio, sulla Stampa del 3 novembre, il fondamento finanziario dell'operazione, rilevando che per lo Stato il risparmio sulla spesa per interessi, derivante dall'incasso di poco più di 2 miliardi di euro, sarà inferiore - e forse non di poco - al rendimento delle azioni vendute;
in pari data l'edizione londinese del Financial Times ha definito la vendita della quota di ENEL come un passo falso, e ne ha posto in dubbio il fondamento industriale e strategico;
in effetti le azioni dell'ENEL, azienda strategica dello Stato, sono finite attraverso la Morgan Stanley in mani finora ignote e incontrollate, per di più a prezzi nettamente inferiori al massimo del biennio, mentre nulla è stato dato - come si
dal punto di vista della tutela sostanziale del risparmio nazionale e della affidabilità della mano pubblica, ci troviamo nel complesso di fronte all'annesimo scippo da Robin Hood alla rovescia di questa prima metà della quattordicesima legislatura -:
quali siano i dettagli dell'operazione ENEL in questione, il suo fondamento economico-finanziario e come la stessa si inquadri in una qualche strategia industriale.
(5-02620)
nel corso dell'anno 1998 l'Istituto nazionale di previdenza per i dipendenti dell'amministrazione pubblica (Inpdap) e il Mediocredito Centrale S.p.A (all'epoca di proprietà del ministero del tesoro), su iniziativa del ministero del tesoro, hanno costituito una società di gestione del risparmio denominata «Fondi Immobiliare Italiani SGR» (FIMIT SGR), con oggetto sociale la realizzazione di fondi comuni immobiliari cosiddetti «chiusi», ivi compresi quelli ad apporti di beni immobili pubblici (previsti dal legislatore per favorire le privatizzazioni immobiliari);
le partecipazioni al capitale sociale della FIMIT SGR sono state attribuite nella misura del 40 per cento all'Inpdap e per il 60 per cento a Mediocredito Centrale S.p.A;
la FIMIT SGR ha come amministratore delegato l'ingegner Massimo Caputi, il quale ricopre numerosi incarichi che, a livello esemplificativo ma non esaustivo, possono essere così riassunti: amministratore delegato della società pubblica Sviluppo Italia (nomina governativa), consigliere e membro del comitato esecutivo del Monte dei Paschi di Siena, consigliere di amministrazione della società ACEA; nonché altri analoghi incarichi nelle società controllate e/o partecipate dalla società pubblica Sviluppo Italia;
come risulta da articoli di stampa specialistica, l'ingegner Massimo Caputi, in relazione all'attività operativa svolta, ha collegamenti con soggetti interessati al settore immobiliare;
contemporaneamente alla costituzione della FIMIT SGR, si è dato inizio all'attività per la costituzione del fondo immobiliare ad apporto, denominato ALPHA (nel giugno 2002 quotato in borsa), destinato a fare da apripista ad una prospettiva di forte intervento nell'attività di privatizzazione del patrimonio immobiliare degli enti previdenziali pubblici;
il primo apporto al fondo ALPHA, effettuato dall'Inpdap, è stato di un cospicuo pacchetto di immobili, per il quale il cedente ha ricevuto il 100 per cento del fondo di investimento, incassando il relativo prezzo-corrispettivo, ma spogliandosi della proprietà degli immobili passati nella proprietà del fondo immobiliare;
il pacchetto di immobili entrati nella disponibilità del fondo ALPHA hanno successivamente seguito un percorso che si evidenzia nelle seguenti note:
a) per quel che concerne l'immobile di viale Bruno Buozzi di Roma, dopo soltanto qualche mese dall'acquisto dell'immobile da parte dell'Inpdap e successivo apporto, il fondo immobiliare ha proceduto alla sua vendita, realizzando circa il triplo di quanto corrisposto all'Inpdap; l'acquirente risulta una certa Berrywoods Ltd dell'isola di Man, dell'orbita del paradiso fiscale;
b) anche per l'immobile di via Barberini, 47 il fondo immobiliare ha proceduto alla vendita dell'immobile, con un realizzo pari al doppio del suo valore di apporto, ovvero, l'Inpdap ha realizzato per sé la meta di quanto ha realizzato il fondo
se tutto quanto illustrato risulti conforme a criteri di trasparenza, di oculatezza, di rispetto del buon diritto dei pensionati dell'Istituto Nazionale di Previdenza per i dipendenti, nella ragionevolezza di veder tutelare le proprie risorse senza subire un grave danno;
se non si ritenga censurabile tale «espediente di spostamento» di ricchezza da chi ne è il legittimo e meritevole proprietario a chi può divenirlo con evidenti agevolazioni;
se non si ritenga in conflitto la coincidenza di ruoli tra amministrazione di Sviluppo Italia S.p.A e Fimit;
se le operazioni sopra descritte possano evidenziare il sospetto di danno erariale.
(4-08064)
con delibera CIPE n. 59 del 2 agosto 2002, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 244, serie generale del 17 ottobre 2002, l'Istituto poligrafico e Zecca dello Stato è stato trasformato in società per azioni;
il 20 novembre 2002 è stato nominato il consiglio di amministrazione del predetto ente, composto da nove membri, la cui presidenza è stata affidata al professor Claudio Varrone -:
se risponda al vero che l'Istituto poligrafico e Zecca dello Stato ha stipulato con la Repfa Bank AG un contratto di finanziamento di euro 395.178.693;
se nel piano di impresa approvato dal Consiglio di amministrazione risultano indicati gli obiettivi che si intendono realizzare con tale consistente liquidità e, nel caso affermativo, quali iniziative si intendono intraprendere;
se è compatibile con gli interessi della società la presenza nel Consiglio di amministrazione del dottor Fabio Bortolazzi e del dottor Silvano Boroli che potrebbero trovarsi in potenziale conflitto di interessi con quelli dell'Istituto, tenuto conto della loro significativa presenza, in qualità di imprenditori in settori di attività economiche analoghe a quelle in cui opera l'Istituto;
se tale situazione sia stata tenuta presente all'atto della loro nomina e quali precauzioni, l'Autorità vigilante nell'ambito della propria competenza, intenda adottare per assicurare la trasparenza della futura attività gestionale della società, in presenza di un tentativo dei suddetti dottori Bortolazzi e Boroli, peraltro non riuscito, di privare il presidente dell'Istituto degli attuali poteri di verifica e di controllo conferitigli dall'azionista.
(4-08071)