Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 389 del 13/11/2003
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(Dichiarazioni di voto - Doc. IV-quater, n. 34)

PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Cola. Ne ha facoltà.

SERGIO COLA. Signor Presidente, intervengo brevemente per dissentire dalla proposta della Giunta, adottata non all'unanimità, ma a maggioranza. Le ragioni


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ex adverso rispetto a quanto sostenuto dal relatore, onorevole Kessler, ritengo siano individuabili nella stessa motivazione, nella quale, per la verità, non si parla di Sgarbi come giornalista, ma si fa un riferimento, oserei dire improprio, a una sentenza della Corte di cassazione che nel caso di specie ha definito quale possa essere il concetto di diffamazione, distinguendolo da rilievi di carattere politico.
Quello che invece si ritiene essere decisivo da parte del relatore ai fini della proposta di sindacabilità è costituito dalle pronunce della Corte costituzionale: si fa riferimento a venti decisioni, di cui quindici di accoglimento del conflitto di attribuzione. In particolare, viene riportato testualmente - credo opportuno darne lettura - un passo della sentenza della Corte costituzionale n. 257 del 2002. In tale sentenza si dice testualmente: a prescindere dal rilievo che alcune delle espressioni usate si sostanziano in meri insulti personali - siamo qui per valutare se sussista o meno la copertura dell'insindacabilità proprio in relazione a un fatto diffamatorio - si deve concludere che le parole pronunciate dal deputato Sgarbi non sono coperte dall'immunità, ai sensi dell'articolo 68, primo comma, della Costituzione, poiché in esse non è dato ravvisare alcuna corrispondenza di significati, né formale, né sostanziale, con il contenuto di atti parlamentari tipici.
Vorrei anche ricordare - il relatore non l'ha detto - che un caso analogo è stato risolto nel senso dell'insindacabilità nella XIII legislatura, e precisamente nella seduta del 25 luglio 2000. Si trattava di una fattispecie analoga a quella in esame, che riguardava l'avvocato Lucibello e che aveva un oggetto simile.
In questa sede, formulo un rilievo semplicissimo: la Corte costituzionale si è pronunciata prima ancora che fosse approvata ed entrasse in vigore la normativa di attuazione dell'articolo 68 della Costituzione. Tale normativa, recependo peraltro la giurisprudenza della Giunta per le autorizzazioni fatta propria dall'Assemblea, ha ampliato l'insindacabilità extra moenia, anche per quanto riguarda l'oggetto.
Infatti, la Giunta ha stabilito in moltissimi casi che riguardavano...

PRESIDENTE. Le chiedo scusa, onorevole Cola. Onorevole Iannuzzi... onorevole Gerardo Bianco, mi aiuta? Onorevole Gerardo Bianco, cortesemente... Grazie.

SERGIO COLA. Come dicevo, la normativa di attuazione dell'articolo 68 della Costituzione, recependo la giurisprudenza della Giunta per le autorizzazioni, fatta propria in numerose occasioni dall'Assemblea, ha ampliato l'insindacabilità extra moenia, andando al di là del diretto collegamento con gli atti parlamentari in senso tipico - come leggiamo nella richiamata sentenza n. 257 del 2002 della Corte costituzionale - ed estendendola anche alle denunce politiche. Se non è questa una denuncia politica, quale deve essere?
Tanto più che - il relatore non lo ha detto - le affermazioni di Sgarbi si inseriscono in una polemica che è stata oggetto di numerosi interventi dello stesso Sgarbi - non solo nella XIII legislatura, ma anche nella XII legislatura e fino a pochi mesi fa - in cui si denunciava l'esistenza di una situazione atipica a Milano, caratterizzata a suo avviso da disparità di trattamento e da un uso politico della giustizia.
È chiaro che l'attacco a Lucibello, che era un attacco a Di Pietro, si inseriva in siffatto contesto. Allora, secondo me, questa volta vi è una copertura anche formale costituita dalla modifica della disciplina relativa all'articolo 68 della Costituzione. Mi sarei aspettato dal relatore che completasse la sua relazione, tra l'altro risalente al 2002, prima che entrasse in vigore la modifica della disciplina relativa all'articolo 68, e facesse presente all'Assemblea che tale modifica avrebbe dovuto comportare la revisione della sua valutazione, espressa per la verità a maggioranza della Giunta.
Proprio per questa ragione, ritengo che sussistano tutti i presupposti per dichiarare l'insindacabilità.


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PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Sgarbi. Ne ha facoltà.

VITTORIO SGARBI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho stima del presidente Siniscalchi, del collega Bielli e, per le rare conversazioni, dovrei averla anche dell'onorevole Kessler, che oggi ha svolto una breve e laconica relazione, nella quale, oltre ad avere rispecchiato con molta delicatezza la tesi prevalente all'interno della Commissione, ha fatto, però, alcune affermazioni che - non evocando l'onore, ma evocando la dignità - vorrei ritenere irricevibili. Le dico irricevibili per ragioni che mi piacerebbe poter spiegare in maniera abbastanza argomentata e che fanno riferimento alla mia attuale posizione di oppositore di questo Governo per la materia che mi compete - vale a dire per i beni culturali - e, come osserverà l'onorevole Kessler, di latitante da molto tempo dalle televisioni Mediaset e anche, in parte, da quelle della RAI, almeno su temi di ordine politico e civile. Ciò mostra una posizione - non voglio entrare nel conflitto di interessi - tale per cui la scomodità che ho rappresentato nel passato oggi minaccio di rappresentarla per la parte politica che governa, trovandomi in una posizione di totale emarginazione.
Perché faccio questo ragionamento? Perché mai, mai, mai, in qualunque cosa io abbia fatto, la mia posizione politica è stata indifferente. Io non sono un intrattenitore televisivo, caro onorevole Kessler. Lei sarà un intrattenitore parlamentare. Io sono un uomo che ha condotto una lunga battaglia politica - che è solo e soltanto politica - e per la quale sono politicamente caduto davanti a questa maggioranza o, per lo meno, davanti a questo Governo.
Onorevole Kessler, fatte queste considerazioni, vorrei ricordarle che io sono stato il primo ed il solo, per molti anni, a sostenere l'illegittimità del processo Andreotti, trovandomi in una condizione molto difficile, con numerose querele da parte di una posizione politicamente rilevante della magistratura che oggi è venuta fuori in maniera plastica nelle questioni che lei conosce bene sulla fine del processo Andreotti. Ho ricevuto querele e ho pagato milioni per aver detto non come intrattenitore, ma da solo: il processo Andreotti è un processo politico.
Quando trovo che l'onorevole Bondi - il quale è un uomo illustre e capace che, all'epoca in cui io parlavo, stava dalla parte di Violante - fa i discorsi che ha fatto in quest'aula, lei capirà bene che, se devo pagare danaro per dire quello che oggi viene dichiarato dalla parte politica cui sono lungamente appartenuto, c'è qualcosa che non funziona. Ciò non vuol dire che io rinneghi nulla. Ma rivendico in maniera assolutamente dignitosa il mio ruolo politicamente rilevante. Quindi, quando lei, onorevole Kessler, parla di intrattenitore, parli di quello che riguarda l'intrattenimento e non la politica.
In virtù di queste cose, se il quadro di Andreotti è un quadro che oggi è ritenuto da tutti politicamente rilevante - da sinistra e da destra -, con conseguenze anche molto inquietanti nel suo stesso partito, la questione Di Pietro e Lucibello è altrettanto cogente e cruciale rispetto al fondamento di questa traballante seconda Repubblica. Le azioni di quegli anni condussero, dal suicidio di Cagliari a quello di Gardini - cose che non toccano l'intrattenimento ma la vita e la morte -, alla caduta dei partiti e alla distruzione di un sistema politico che poi si è ricostituito in modo molto incerto e pericoloso.
In tutto questo, il dottor Di Pietro - che allora era dottor Di Pietro - era talmente e politicamente rilevante che oggi ha un partito che è alleato con il suo e ha condotto una battaglia tanto politicamente rilevante che ha indotto Craxi a uscire di scena, ad andare in esilio - altri intendono in latitanza -, e a determinare dal suo ruolo di magistrato, con un conflitto di interessi gravissimo che fu definito dal dottor Ghitti corruzione di immagine - corruzione di immagine -, è diventato capo di un partito politico. Che la cosa sia politicamente rilevante mi pare dunque indubbio e io in quel clima mi ponevo, non come intrattenitore, denunciando la gravità


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di quella corruzione di immagine che voleva dire arrestare Agrusti, arrestare Calogero Mannino, arrestare qualunque personalità di rilievo politico per trarne un vantaggio politico ed io politicamente lo denunciavo in questo Parlamento decine di volte, decine, centinaia di volte come oggi non posso più fare né in Parlamento, per diverse ragioni, né in televisione.
Quanto alla questione che lei ha evocato, cioè quella tecnica, c'è un solo elemento che le dà torto. Come non posso ricevere la formula di intrattenitore se non come offesa, sia pure non evocando l'onore, come dicevo, esiste nella letteratura e nel linguaggio oltre che la forma della invettiva anche quella della iperbole, che significa che, quando parlo di molti milioni o di molti miliardi, mi riferisco a una cifra che rappresenta un rapporto teso e complesso fra due persone, come ipotizzavo tra Lucibello e Di Pietro, tanto che Pacini Battaglia, che era cliente di Lucibello, avendo fatto cose molto gravi non andò mai in carcere. Non andò mai in carcere! Non andò mai in carcere! Contrariamente a Cagliari che s'è ucciso, caro onorevole Kessler.
Quindi, era rilevante che forse ci fosse una cointeressenza tra l'amicizia di Lucibello - ci sono 37 intercettazioni telefoniche che rappresentano telefonate di Lucibello a Di Pietro - per sostenere un cliente che lo pagava bene. Fossero poi 10 milioni, 20 o 200, quella era iperbole, letterariamente. Ma l'iperbole mitigata è un elemento che mi scioglie dal realismo della sua proposta accusatoria. Io dico letteralmente «Lucibello era pagato da Pacini Battaglia pare»: pare, pare e quando «pare», il parere è un'opinione e non è un fatto.
Lei chiama fatto quella che è opinione e io chiamo iperbole, quello non ha capito, cioè che la mia azione con iperboli intendeva rappresentarsi come critica politica radicale contro la corruzione del sistema giudiziario che diventava di fatto partito politico come i fatti hanno dimostrato. Nel caso di Andreotti lo si è visto, nel caso di Di Pietro lei è alleato di quel magistrato che è alla origine di questa vicenda (Applausi di deputati dei gruppi di Forza Italia e Misto-Socialisti democratici italiani).

PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto.
Avverto che è stato chiesta la votazione mediante procedimento elettronico.

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