Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 388 del 12/11/2003
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(Interventi)

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Adornato. Ne ha facoltà.

FERDINANDO ADORNATO. Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, signori del Governo, onorevoli colleghi, la storia sa essere terribile e così quattordici, e forse più, delle nostre famiglie, accompagnate dal lutto dell'intera nazione, si trovano a piangere i propri figli, i propri fratelli. Vorremmo davvero, al di là dei riti e delle cerimonie, che le nostre parole in quest'aula riuscissero ad arrivare vicino a loro condividendo un improvviso ed incredibile sgomento e testimoniando l'amicizia, l'affetto e la solidarietà di ogni donna e di ogni uomo del nostro paese. Analogamente, vorremmo che il nostro sentimento di dolore giungesse alle famiglie dei civili iracheni assassinati e, tramite loro, ad una comunità così frequentemente visitata dalla morte.
Altre facce ed altri nomi si aggiungono oggi, purtroppo, al già alto numero di italiani che nella nostra storia hanno perduto la vita per garantire sicurezza a noi tutti e per difendere libertà e democrazia dal vortice assassino del terrorismo. Molti di essi erano carabinieri, da sempre protagonisti di una grande dedizione alla nostra patria. A quell'Arma va oggi il commosso riconoscimento di Forza Italia assieme a quello di tutto il paese (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale e dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro).
I soldati caduti a Nassiriya non ci tenevano per niente a diventare eroi e l'Italia non aveva e non ha alcun bisogno di eroi. Loro malgrado, nostro malgrado, quei ragazzi diventano oggi, però, per tutti noi, il simbolo di una nazione colpita nei suoi sentimenti più profondi. La memoria del loro sacrificio accompagnerà per sempre la nostra storia futura.
Signor Presidente, come già osservato da qualcuno, oggi è un po' il nostro 11 settembre. Il terrorismo internazionale che lo scorso 18 ottobre, dagli ormai tristemente famosi schermi di Al-Jazeera, aveva minacciato numerose nazioni democratiche, tra le quali la nostra, ha mantenuto le sue deliranti promesse di morte. Ha attaccato i nostri militari che lavoravano, finalmente sotto l'egida dell'ONU, per rendere meno difficile la situazione di una popolazione che, dopo decenni di persecuzioni di Saddam, non vede l'ora di riappropriarsi della sua vita e della sua terra. È proprio questo il traguardo che il terrorismo vuole impedire nella tragica allucinazione che l'Iraq possa tornare in mano ai fanatici ed ai carnefici. In nome


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di tale allucinazione i loro attentati, ormai quotidiani, stanno sfidando il mondo intero. Hanno fatto e fanno strage di sciiti, di americani, di inglesi, di polacchi. Hanno colpito l'ONU e l'indimenticato Sergio Vieira de Mello, hanno attaccato la Croce rossa, hanno straziato anche Riad per intimidire l'islam moderato che cerca di sottrarsi al ricatto dell'islamismo terrorista. Oggi hanno colpito l'Italia.
Ebbene, signor Presidente, proprio il dolore che proviamo ci spinge a ricordare ai signori della morte di Al Qaeda ciò che gli italiani hanno sempre ricordato ad ogni terrorista, anche a quelli di casa nostra: con le vostre azioni potete certo straziare persone e popoli innocenti, ma l'Italia non si lascerà piegare... (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale, dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro e della Lega nord Padania) e assieme alle altre nazioni libere ed alla stragrande maggioranza dell'islam proseguirà la sua battaglia, per estirpare definitivamente il seme della violenza e garantire all'Iraq un futuro di libertà e di sicurezza.
Il portavoce dell'Alto commissario dell'ONU per i rifugiati, Laura Boldrini, ha oggi dichiarato: chi sta dietro a questi attentati non ha a cuore le sorti del popolo iracheno. Ha un solo obiettivo chiaro: destabilizzare il paese per mantenere il caos.
Ebbene, onorevoli colleghi, forse l'intera comunità internazionale e noi stessi ci siamo un po' illusi che la guerra potesse finire con la liberazione di Bagdad. La delicatezza della transizione irachena ci ha mostrato invece come in quel paese la costruzione della pace con le missioni umanitarie sia permanentemente sottoposta alla costante guerra del terrorismo. Dobbiamo allora forse liberarci di quell'illusione se, dopo aver vinto la guerra, vogliamo anche vincere la pace.
Il nostro Governo deve continuare ad essere protagonista di un'azione determinata, che chiami l'intera comunità internazionale ad assumere con maggiore unità, con maggiore impegno e con maggiore dispiegamento di mezzi la questione irachena come la prima e decisiva questione dell'agenda politica del pianeta. Dobbiamo cioè proseguire nello sforzo, cominciato già prima di assumere la Presidenza dell'Unione europea, affinché parte dell'Europa e gli Stati Uniti superino i residui contrasti, collaborando alla positiva chiusura della transizione in quel paese. La recente risoluzione ONU aiuta questo sforzo.
Le posizioni, del resto, sono chiare: da una parte, c'è il mondo libero, che vuole accelerare in tutti i modi il completo ritorno dell'Iraq ad una democrazia pienamente e legittimamente governata dal suo popolo; dall'altra, c'è il terrorismo che, al contrario, intende rendere permanenti caos, violenza ed anarchia, per impedire che una nuova democrazia irachena diventi esempio per l'intera area mediorientale. Perciò, sconfiggere il terrorismo e restituire la parola al popolo iracheno devono essere gli obiettivi contestuali ed irrinunciabili di tutta la comunità internazionale.
Noi pensiamo che questi siano obiettivi condivisi dalla maggioranza del popolo italiano e ci auguriamo che essi possano essere fatti propri anche dall'insieme delle forze politiche di questo Parlamento: non è il momento di dividersi. Apprezziamo davvero le parole di Fassino, di Rutelli, di Castagnetti, tutti concordi nel ritenere che oggi non possa essere giorno di polemica. Per la verità, noi speriamo che non lo sia neanche domani, perché davvero non ne vedremmo il motivo.
A quei settori - pochi per la verità -, che invece chiedono legittimamente il ritiro dei nostri soldati dall'Iraq, vorremmo ricordare politicamente, senza alcuno spirito polemico, che questo è in realtà proprio l'obiettivo dei terroristi. Omar Bakri, il principale sostenitore di Bin Laden in Europa, il 18 ottobre diceva: se fossi il Governo italiano, richiamerei immediatamente i miei cittadini da tutta l'area del Golfo perché sono in pericolo di morte.
Ebbene no, onorevoli colleghi, in tutta la sua storia l'Italia non ha mai ceduto ai ricatti dei terroristi (Applausi dei deputati


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dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale e della Lega nord Padania, cui si associano i membri del Governo)!
Che cosa sarebbe successo se nei nostri terribili anni settanta avessimo suonato la ritirata per lo Stato e per le forze dell'ordine? La nostra, oggi, non sarebbe forse neanche più una democrazia. Su questi principi siamo sempre stati tutti uniti; la stessa cosa dobbiamo saper fare oggi con il terrorismo internazionale.
Oggi siamo stati colpiti e il paese piange i suoi morti, ma il popolo italiano conosce bene le proprie risorse di serenità, di generosità e di coraggio, le stesse che ispiravano la vita dei nostri militari assassinati, e sa che le forze della morte e del terrore verranno alla fine sconfitte dall'umanità del mondo libero (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale, dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro, della Lega nord Padania e misto-Liberal-democratici, Repubblicani, Nuovo PSI)!

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole D'Alema. Ne ha facoltà.

MASSIMO D'ALEMA. Signor Presidente, amici deputati, rappresentanti del Governo, quella di oggi è una tragedia che colpisce l'Italia intera. Mai, in dimensioni così tragiche e devastanti, il nostro paese era stato colpito, in questo dopoguerra, da un attacco militare e terroristico. Mai le nostre Forze armate avevano pagato un prezzo così alto nel corso di una missione internazionale.
Ci sentiamo vicini all'Arma dei carabinieri, all'esercito, alle Forze armate tutte, alle famiglie dei caduti, alla trepidazione dei feriti e delle loro famiglie, alle numerose vittime civili irachene che si aggiungono agli altri cittadini di quel paese caduti oggi a Falluja e in altre parti dell'Iraq, un paese che ci appare sconvolto dalla guerra e in preda al caos.
Un sentimento profondo di solidarietà e di cordoglio, tanto più forte in chi si è trovato - consentitemi di dirlo - per ragioni delle sue responsabilità istituzionali a decidere l'invio di militari italiani in missioni di pace e in chi conosce, in modo anche diretto, la capacità professionale, lo spirito di umanità, l'attenzione alle popolazioni civili, che hanno sempre caratterizzato i nostri militari e li hanno fatti apprezzare negli scenari più drammatici del mondo.
Non credo che di fronte al barbaro attacco terroristico, nel momento del dolore e dell'orrore, possa venire dal Parlamento la direttiva: ritiratevi! Noi, che se fossimo stati al Governo non avremmo mandato nostri militari in Iraq, così come non hanno mandato propri militari molti dei principali paesi europei - la maggioranza di quelli dell'Unione, la quasi totalità dei paesi fondatori dell'Unione europea -, noi diciamo oggi che, in questo momento, non sarebbe né ragionevole né degno aprire una disputa su questo punto.
Verrà il momento di discutere - anche sulla base di un bilancio dell'attuazione della risoluzione n. 1511 che, nei prossimi giorni, attende scadenze determinanti - a quali condizioni, con quali compiti, in quale contesto di legittimità e di impegno internazionale abbia senso la prosecuzione della presenza italiana in Iraq.
Oggi vi è un appello alla solidarietà e alla coesione. Nessuno di noi può pregiudizialmente sottrarsi al valore di questo appello, ma non sarebbe giusto, neppure verso le vittime, far tacere le ragioni della politica, le ragioni di un esame obiettivo e sereno della realtà.
Solidarietà, certo, per cosa? Per cambiare strada, per aiutare non i nostri soldati, ma la comunità internazionale ad uscire da una situazione disastrosa. L'Iraq non appare sulla via della normalizzazione e della pacificazione: al nord si accendono scontri con i gruppi curdi; l'ONU si è ritirato dall'Iraq, così la Croce rossa internazionale; nel sud anche tra gli sciiti, che pure furono contro Saddam Hussein, cresce il sentimento antioccidentale.
Questo è il frutto di una sequela di errori, a partire da una guerra unilaterale non condivisa dalla comunità internazionale e che ha diffuso sentimenti antiamericani e antioccidentali non solo in Iraq, ma in gran parte del mondo islamico; è il


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frutto di una valutazione sbagliata della situazione da parte di chi credeva che le truppe liberatrici sarebbero state accolte da folle di cittadini festanti; è il frutto di errori che si sono realizzati dal dopoguerra, dallo scioglimento delle forze armate irachene - che ha messo allo sbando 300 mila persone armate - alla campagna di liquidazione della pubblica amministrazione perché legata al partito Baath, alla campagna contro l'Iran, che ha destabilizzato le aree sciite di quel paese.
E, sullo sfondo, c'è l'incapacità dell'occidente - degli Stati Uniti e dell'Europa - di giocare con forza un ruolo per spingere in avanti con equità un processo di pace nel Medio Oriente, che era la principale promessa del dopoguerra verso il mondo arabo; c'è il sostegno acritico all'occupazione militare dei territori, alla costruzione del muro, alla logica della repressione.
Dunque, è evidente che si deve cambiare strada. È evidente che questa strategia di lotta al terrorismo non solo non ha ridotto, ma ha accresciuto il pericolo: rischia di determinare un allargamento del conflitto, rischia di precipitare il mondo verso quel conflitto di civiltà che è esattamente ciò che i terroristi volevano.
La strada è l'ONU, certo; la costruzione delle condizioni per l'autogoverno iracheno, certo; un rinnovato impegno comune dell'Europa, per il quale vorremmo che il Governo italiano facesse di più.
Dunque, una svolta; per una svolta noi siamo pronti. La retorica non renderebbe onore neppure a chi è caduto per la pace e nella lotta contro il terrorismo (Vivi, prolungati applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo, Misto-Comunisti italiani, Misto-Verdi-l'Ulivo e Misto-Socialisti democratici italiani e di deputati del gruppo di Forza Italia - Congratulazioni).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Anedda. Ne ha facoltà.

GIAN FRANCO ANEDDA. Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli rappresentanti del Governo, oggi come non mai Alleanza nazionale e i parlamentari tutti di Alleanza nazionale, uniti nel lutto, nel dolore e nel cordoglio, esprimono piena solidarietà a tutti i soldati, ai carabinieri, ai caduti, alle loro famiglie, a tutti coloro che, come questi italiani, sono stati vittima del terrorismo.
La perdita di vite umane è sempre una tragedia. L'azione contro gli italiani non è guerra, è terrorismo. È un terrorismo che ammanta di eroismo ciò che è soltanto viltà. È grave che questo atto trovi complicità - fortunatamente poche - anche in Italia, in coloro che non vogliono comprendere che il primo fronte per la lotta contro il terrorismo è costituito dall'Iraq e dai paesi alleati.
Vi è un momento per il dolore, vi è un momento per le recriminazioni, certo oggi non è neppure il momento dei dubbi.
Avremmo gradito che tutta l'opposizione - mi riferisco a comunicati stampa non esaltanti - sapesse distaccarsi da un pretestuoso pacifismo di maniera, da un non troppo velato antiamericanismo e sapesse ritrovare la strada di un sentimento unitario, così come la seppe ritrovare l'opposizione degli Stati Uniti quando, in un solo terribile colpo, quel paese perdette 3 mila vite umane.
Così non è stato e ce ne rammarichiamo. Ma, nel rammarico, diciamo chiaramente che non vi sono da parte nostra recriminazioni in ordine a decisioni già prese. Non possiamo recriminare e non possono esservi recriminazioni, perché sappiamo che quella decisione fu giusta. Sappiamo di essere nel giusto, e di essere stati nel giusto quando abbiamo deciso di far partecipare l'Italia all'iniziativa umanitaria di pace per contribuire a condurre l'Iraq sulla strada della ricostruzione, della democrazia e della pace, per accompagnare il popolo iracheno su questa strada e per contribuire a salvare l'Iraq e, con l'Iraq, tutti i cittadini del mondo, perché, se vince il terrorismo, siamo tutti vittime potenziali del terrorismo, di un terrorismo cieco, bieco, insensato, crudele.
Siamo ed eravamo consapevoli dei rischi, come lo erano i nostri militari. Ma siamo altrettanto consapevoli che solo la


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solidarietà e lo sforzo comune delle democrazie potrà sconfiggere il terrorismo (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale, di Forza Italia, dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro e della Lega nord Padania).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Rutelli. Ne ha facoltà.

FRANCESCO RUTELLI. Signor Presidente, oggi è un giorno di dolore e di lutto. La nostra comunità nazionale è unita in questo dolore. È al fianco dei nostri carabinieri e dei nostri soldati, dei civili italiani e parimenti dei cittadini iracheni, dei loro familiari e dei loro colleghi. Piangiamo le vittime. Siamo vicini ai feriti. Il Parlamento deve esprimere oggi questo sentimento. Ancora di più deve esprimere la condivisione politica ed istituzionale di quel che non deve mai dividerci. Dietro quelle divise ci sono nostri concittadini alla cui memoria ci inchiniamo. Dentro quei corpi martoriati si rispecchia il dovere comune di chi è italiano. Non credo che possiamo dire mai quel che proclamava l'antico poeta, che possa considerarsi dolce morire per la patria, tanto meno oggi. Ma degno sì. Siamo qui a testimoniare, come Parlamento, la dignità del servizio di chi si è sacrificato per adempiere ad un mandato rischioso, difficile, personalmente svolto con dedizione e coraggio.
Verranno, Presidente, nei prossimi giorni le occasioni in cui quest'Assemblea sarà chiamata a giudicare i fatti di oggi, il modo in cui i nostri uomini sono stati schierati e difesi dalle minacce incombenti. Verrà soprattutto il momento per rispondere alle domande che ogni italiano si pone ormai da mesi.
Signor ministro, sono le domande che da questi banchi abbiamo sollevato nei precedenti dibattiti parlamentari sulla guerra e, altrettanto, sul sanguinoso dopoguerra iracheno; sugli obiettivi, sui compiti e sulle modalità operative della missione italiana; sul modo migliore di onorare la lealtà atlantica; sul modo migliore di far valere il ruolo attuale dell'Italia come Presidente di turno dell'Unione europea; sul ruolo di guida da attribuire da domani alle Nazioni Unite, anche a seguito della recente risoluzione 1511; sull'indispensabile accelerazione del processo di conferimento dei poteri ad una nuova sovranità irachena; sulla necessità, infine, di rendere veramente prioritaria, costante ed efficace la capacità della comunità internazionale di prevenire e contrastare il terrorismo assassino e di come gli atti di questi ultimi ventisei mesi dopo l'11 settembre e, soprattutto, la guerra in Iraq siano stati capaci di rafforzare o non piuttosto di indebolire la lotta al terrorismo e di indebolire o non piuttosto di rafforzare la minaccia e la realtà del terrorismo. Questi sono - lo ribadisco, Presidente - gli argomenti di domani.
Oggi è effettivamente il giorno per inchinarsi, tutti e senza ambiguità, davanti a tanto dolore, a tanto sacrificio.
Un grande uomo di fede, ma anche di civile impegno, il cardinale Roger Etchegaray, che fu l'ultimo estremo inviato del Papa a Bagdad prima della guerra, disse alcuni anni fa che i cimiteri militari sono dei campi di grano falciati non ancora maturi e disse anche, riferendosi ai costruttori di pace, che le cause per le quali non si muore più sono quelle che muoiono.
Colleghi, io penso che il compito di questo Parlamento sarà di individuare, con grande chiarezza morale e politica, quali siano e fin dove si spingano le giuste cause per le quali noi siamo legittimati a chiedere ai nostri concittadini di rischiare la vita, perché oggi ciascuno di noi ha il dovere di umiltà di sentirsi addosso le uniformi insanguinate di Mimmo Intravaia, Alfio Ragazzi, Giovanni Cavallaro, Daniele Ghione, Silvio Olla, Enzo Fregosi, Alfonso Trincone, Massimiliano Bruno e degli altri caduti di cui non conosciamo ancora i nomi.
Tanta sofferenza esige unità, ma anche, finalmente, chiarezza, rigore e un profondo cambiamento di quanto l'Italia ha fatto e sta facendo in Iraq. È quello che vi ricordiamo oggi e che vi chiederemo da domani, signori del Governo (Applausi dei


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deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, Misto-Comunisti italiani e Misto-Socialisti democratici italiani).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Volontè. Ne ha facoltà.

LUCA VOLONTÈ. Onorevole Presidente, onorevole Presidente del Consiglio, colleghi, in questi momenti, davanti a tragici avvenimenti come quelli odierni, ogni parola rischia di essere superflua. Il rispetto per i militari uccisi, il cordoglio per le famiglie delle vittime, la solidarietà a tutti i militari impegnati in missioni di pace riteniamo meriti innanzitutto rispetto. Solidarietà anche a lei, onorevole ministro della difesa, e a tutto il Governo.
La missione in Iraq, come tutte le altre missioni italiane, continua ad essere condivisa e necessaria per la pace, per il benessere, per l'assistenza umanitaria al popolo di quella nazione.
Il colore di oggi, onorevoli colleghi, è il lutto sulla nostra bandiera e sulla nostra patria, l'Italia.
Vogliamo esprimere tutta la solidarietà alle famiglie e invitare tutti all'unità senza «se» e senza «ma», senza alcun distinguo contro ogni e qualunque terrorismo.
In queste ore la nostra tristezza è pari al rispetto per il dolore e alla preghiera per le vittime. Tutti siamo uniti nel dolore, nel cordoglio, nella solidarietà e nella comune volontà di contrastare, ovunque, il terrorismo nazionale e internazionale. Ogni altra parola, ogni altro commento mi sembra fuori da questo tempo del dolore e contro i sentimenti stessi che ognuno di noi vive e che vive il popolo italiano. La morte non fa distinguo: non ne facciamo noi e speriamo nessuno si avventuri su questa strada della polemica politica.
Onorevole Presidente della Camera, onorevole Presidente del Consiglio, condividiamo le vostre parole, come quelle del Presidente della Repubblica, Ciampi, come quelle del Santo Padre. Condividiamo il dolore di tutto il paese e l'impegno di tutti contro ogni forma di terrorismo.
Ci sarà anche il tempo delle analisi e delle cause, il tempo per riflettere sulla politica di sviluppo, sull'ONU, su tutto quello che abbiamo ascoltato fino a poco fa: ci sarà. Spero, però, che l'unità di oggi non vada dispersa con le discussioni di domani, ma oggi, comunque, viviamo il dolore, viviamo la solidarietà, siamo con i nostri uomini, i nostri soldati di pace nell'intero mondo (Applausi dei deputati dei gruppi dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro, di Forza Italia e di Alleanza nazionale).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Cè. Ne ha facoltà.

ALESSANDRO CÈ. Signor Presidente, Presidente del Consiglio, colleghi, esprimiamo ferma condanna per il vile attentato che ha spento la vita di almeno ventiquattro persone, sedici italiani ed otto iracheni, lacerato i corpi di molti altri uomini e gettato nell'angoscia intere famiglie. Oggi viviamo il momento del cordoglio e del dolore, ma anche quello della triste e amara constatazione che l'uomo non riesce ad uscire, nella sua storia millenaria, dall'uso cieco della violenza e della morte.
A titolo personale, a nome di tutto il gruppo della Lega nord, voglio esprimere la più sentita solidarietà alle famiglie dei feriti e dei militari caduti, anche se la perdita di un figlio, di un marito o di un padre non può trovare consolazione in nessuna parola. Un pensiero profondo per questi ragazzi, giovani che avevano deciso di mettere la propria vita, le proprie energie, il proprio entusiasmo (Commenti)... Signor Presidente, non si capisce il motivo per cui fino ad un certo punto in aula vi è silenzio, poi...

PRESIDENTE. Vi prego, onorevoli colleghi. Onorevoli colleghi, credo che...

ALESSANDRO CÈ. Scusatemi, colleghi, la situazione imporrebbe il silenzio...

PRESIDENTE. Non vi è dubbio.

ALESSANDRO CÈ. ...non tanto per rispetto del sottoscritto, ma della situazione


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(Applausi dei deputati dei gruppi della Lega nord Padania, di Forza Italia, di Alleanza nazionale, dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro e del deputato Innocenti)!

PRESIDENTE. Non vi è dubbio. Prego, onorevole Cè.

ALESSANDRO CÈ. Un pensiero profondo - lo ripeto - per questi ragazzi, giovani che avevano deciso di mettere la propria vita, le proprie energie, il proprio entusiasmo, al servizio non solo del paese, ma del mondo intero.
Ognuno di loro sicuramente pensava di poter dare un contributo importante alla pace, al benessere presente e, soprattutto, futuro di un popolo lontano. Un gesto folle ha stroncato in un sol colpo i loro pensieri, la loro positiva volontà, i loro progetti e le loro vite.
In questa occasione, comunque, uno Stato, una collettività devono dare dimostrazione reale della consapevolezza del proprio ruolo, della convinzione e della saldezza delle proprie idee. Devono confermare la convinzione e la volontà di garantire all'Iraq quel futuro di democrazia e di diritti, fortemente voluto dalla maggioranza delle persone di quel paese.
Si impone, peraltro, una riflessione realistica sull'accaduto: l'Italia ha deciso di dare il proprio contributo alle aree di crisi del mondo solo con azioni di mantenimento e di rafforzamento della pace. Tale scelta non ci pone però in una situazione di minor pericolo.
L'attentato di oggi dimostra che i terroristi, al servizio dell'idea integralista, considerano il nostro paese a tutti gli effetti un nemico da eliminare. Anche se ne eravamo già consapevoli, oggi abbiamo avuto la conferma che le azioni di pace nei teatri di guerra comportano gli stessi pericoli delle azioni militari vere e proprie. Dobbiamo approfondire il perché della pericolosa deriva di queste azioni violente.
L'attentato suicida è il più difficile da prevenire ed il più facile da organizzare e da compiere. Appartiene alla sfera dell'irrazionale, di chi nega valore alla propria vita. Non appartiene alla nostra cultura, al nostro modo di pensare. È inutile aggiungere che, da questo momento, deve essere massima la nostra attenzione, affinché quanto accaduto in Iraq non possa in futuro ripetersi o addirittura possa verificarsi nel nostro paese.
Non vogliamo però oggi andare oltre in considerazioni che troppo si scosterebbero dal triste sentimento che schiaccia i nostri cuori. Noi non avremmo nemmeno voluto questo dibattito, signor Presidente; avremmo preferito ci si limitasse all'informativa, doverosa, e ad un momento di raccoglimento di tutta la Camera. Alcune volte il silenzio vale molto di più di mille parole.
Ci spiace che qualcuno abbia approfittato di questi ragazzi morti per puro calcolo politico, per attacchi e considerazioni che davvero oggi sono assolutamente fuori luogo. Mi rivolgo a lei, Diliberto, a lei, Cossutta, a lei, Cento, a lei, Bertinotti, a lei, Pecoraro Scanio: le dichiarazioni rese oggi dalla stampa non vi fanno certamente onore (Applausi dei deputati dei gruppi della Lega nord Padania, di Forza Italia, di Alleanza nazionale e dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro)!
La politica dovrebbe essere al servizio dell'uomo e dovrebbe imparare a capire e rispettare necessità e sentimenti dell'uomo.
Oggi ragione ed affettività avrebbero dovuto coincidere: anche lei, D'Alema, lo avrebbe dovuto comprendere. Il suo cinismo purtroppo non glielo ha (Commenti dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo)...

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, ognuno ha il diritto di esprimere la propria idea. Vi prego: penso sia inutile che io aggiunga qualcosa. Comprendiamo tutti: interrompere, in questa situazione, è davvero disdicevole.

ALESSANDRO CÈ. Anche lei, D'Alema, lo avrebbe dovuto comprendere: il suo cinismo purtroppo non glielo ha consentito.


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Colleghi, è doveroso conoscere, rispettare e distinguere i tempi del lutto da quelli della politica: la politica oggi avrebbe dovuto semplicemente rispettare i tempi del dolore (Applausi dei deputati dei gruppi della Lega nord Padania, di Forza Italia e di Alleanza nazionale)!

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Mantovani. Ne ha facoltà.

RAMON MANTOVANI. Signor Presidente, signori del Governo, onorevoli colleghi e colleghe, desidero in primo luogo, come hanno già fatto tutti i colleghi degli altri gruppi, esprimere il più profondo cordoglio alle famiglie e agli amici delle vittime e il senso della nostra solidarietà a tutte le Forze armate per il colpo subito.
Le morti di stamattina provocano in noi un profondo ed acuto dolore, che è tanto più sentito in quanto, come è noto, noi siamo stati contrari a quella guerra e a quella missione e in quanto non siamo avvezzi alla retorica militarista o nazionalista.
La morte di questi soldati italiani è la morte di chi compiva il proprio dovere: un dovere cui erano stati chiamati da una decisione del Governo, avallata e ratificata da un voto di questa Camera.
Noi pensiamo che questa Camera, signor Presidente, sia un luogo di pensiero e di confronto. Noi non ci associamo alla richiesta che in questa Camera si diventi tutti dimentichi delle nostre ragioni, delle nostre posizioni politiche, per poi magari affidarle a qualche polemica, forse degna di miglior causa, sulle agenzie di stampa o in qualche talk show televisivo.
Pensiamo, anche difendendo le nostre ragioni, le nostre valutazioni e le nostre proposte, di onorare nel miglior modo la memoria di queste persone che sono cadute in divisa e la memoria dei tanti civili che hanno perso la vita a migliaia in questa guerra.
Compiere una missione militare espone chi la compie a rischi. Noi non cederemo alla tentazione - lo dico con la massima chiarezza - di usare queste morti per ottenere un surplus di ragione nelle nostre scelte politiche contrarie a questa missione. Ma non accettiamo nemmeno che chi ha difeso le ragioni di questa guerra e di questa missione usi queste morti per darsi più ragione. Non strumentalizziamo queste morti, ma difendiamo le nostre ragioni.
Questa guerra è stata scatenata per obiettivi che sono stati ormai dichiarati fasulli. Questa guerra si proponeva l'obiettivo di pacificare l'Iraq: l'Iraq è in preda al caos e questa guerra sta continuando come guerra di occupazione. Questa guerra ha perseguito con tutta chiarezza - almeno per conto nostro - l'obiettivo di umiliare le Nazioni Unite e di renderle, come il sottosegretario di Stato degli Usa aveva predetto, un ente inutile. Questa guerra aveva l'obiettivo di dividere l'Unione europea ed anche questo obiettivo è stato raggiunto.
Per queste ragioni e non per le morti che ci sono state, non per i rischi cui andrebbero incontro i soldati italiani, come quelli di altre nazionalità, noi riteniamo che si debba porre fine a questa iniziativa, che sia necessario ritirare le truppe del nostro paese e invitare gli altri paesi occupanti a ritirarle, come presupposto di una missione delle Nazioni Unite che non contempli la presenza militare dei paesi che hanno appoggiato e fatto la guerra in Iraq.
Noi continueremo a batterci contro questa guerra e contro il terrorismo - che peraltro, da questa guerra, è stato terribilmente alimentato - con il movimento per la pace che in tutto il mondo ha fatto sentire la sua voce il 15 febbraio scorso, che ha continuato a farla sentire e che continuerà a farla sentire, perché non rinunciamo, in nome di una falsa Realpolitik o di un falso pragmatismo, non rinunciamo, in nome di una ragion di Stato, all'idea che il mondo si possa e si debba incamminare sulla via della pace invece che sulla via della guerra (Applausi dei deputati dei gruppi di Rifondazione comunista, Misto-Comunisti italiani e Misto-Verdi-l'Ulivo, di deputati dei gruppi dei


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Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo e dei deputati Biondi e Sgarbi).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Pisicchio. Ne ha facoltà.

PINO PISICCHIO. Onorevole Presidente, onorevole Presidente del Consiglio, onorevole ministri, onorevoli colleghi, oggi è giornata di lutto per gli italiani. Ad altro momento saranno consegnate riflessioni più interne a scelte e a dinamiche legate alla presenza delle Forze armate italiane in Iraq. Oggi le forze politiche non possono non stringersi, in un gesto che si faccia carico del sentimento nazionale, attorno alle famiglie dei nostri ragazzi, morti in questo posto lontano, nell'inferno senza fine della terra liberata.
Molti pensieri si affollano oggi nelle nostre menti. Il primo, il più lacerante, è dedicato ai compagni di queste vittime incolpevoli. Quale sarà d'ora in poi la condizione dei militari italiani la cui ragione di presenza in Iraq non è certamente legata a motivi di guerra, ma che tuttavia saranno costretti a subire gli effetti devastanti di una guerriglia senza regole e senza quartiere, che ha colpito ed ucciso i loro compagni? Perché i limiti operativi segnati dal nostro Parlamento alla presenza dei militari italiani in Iraq erano netti: una presenza, legittimata dalle Nazioni Unite, nel segno del presidio di pace, di sicurezza, a garanzia delle popolazioni, a tutela dei servizi sanitari.
Vi sarà, io credo, a brevissimo, un tempo in cui dovranno essere date risposte a questo primo, fondamentale quesito relativo alla compatibilità dell'uso dei nostri militari con i limiti segnati da questo Parlamento.
La verità è che questo incubo del dopoguerra iracheno che fa fuggire il presidio delle Nazioni Unite e quello della Croce rossa a causa dei feroci e ciechi attentati terroristici si sta dimostrando un incubo peggiore del peggiore Vietnam, peggiore della Somalia, dello stesso Afghanistan, del Libano, dei Balcani; vicende emblematiche della drammatica impraticabilità di un rapporto tra militari e popolazioni, dell'impossibilità di gestire e sostenere un intervento militare in assenza di condizioni minime di stabilità politica e di relazioni con il territorio.
Questo è il cuore della riflessione che dovremo affrontare con grande rigore e fuori da ogni impropria strumentalità nel tempo più breve. Non potremo farlo da soli. Non potremo farlo fuori da un contesto di collaborazioni e di responsabilità internazionali in cui l'Unione europea - e questo va detto al Presidente del Consiglio Berlusconi, che è Presidente per il semestre dell'Unione europea - dovrà svolgere un ruolo impulsivo che, fino ad oggi, non è riuscita a svolgere in questa devastante crisi irachena, così carica anche di risvolti inerenti alla diversità delle culture, della cultura islamica rispetto alla cultura occidentale, elemento che forse non è stato adeguatamente soppesato. Ma, oggi, non è giorno di divisioni, è giorno di cordoglio ma non di silenzio della politica, perché, quando si spegne la politica, muore anche la speranza ed è questo che vogliono tutti i terrorismi del mondo.
A quei ragazzi italiani, alle loro famiglie, all'Arma dei carabinieri, all'esercito, alle Forze armate tutte vada la nostra solidarietà e l'impegno solenne del Parlamento a far sì che quelle giovani incolpevoli vite recise a Nassiriya non abbiano compiute un sacrificio vano (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-UDEUR-Popolari per l'Europa, della Margherita, DL-l'Ulivo e Misto-Socialisti democratici italiani).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Diliberto. Ne ha facoltà.

OLIVIERO DILIBERTO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, questo è un giorno tragico per l'Italia; è autenticamente un giorno di lutto nazionale. Ci inchiniamo di fronte alle vittime e siamo solidali con le Forze armate, così come esprimiamo solidarietà profonda e sincera per le vittime, per le famiglie, non solo per le famiglie di coloro che sono morti, ma anche per le famiglie degli altri militari italiani impegnati in Iraq che da oggi


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vivranno in modo lacerante le ore e i giorni.
Ma questa, signori del Governo, è l'unica cosa che ci accomuna, perché questa angoscia che sicuramente è di tutti si accompagna ad una grande rabbia, ad una collera che non si placa.
Voi dovete rispondere al paese: in nome di che cosa sono morti i nostri soldati? Per quale motivo? Sotto quale bandiera? Perché erano lì, in un paese occupato, dopo una guerra illegittima dal punto di vista del diritto internazionale e in aperta violazione dell'articolo 11 della Costituzione?
Non è tempo di ipocrisie: sono stati mandati allo sbaraglio, dalla maggioranza e dal Governo...

MIRKO TREMAGLIA, Ministro per gli italiani nel mondo. Dal Parlamento!

OLIVIERO DILIBERTO. ...è un fatto, è un fatto... da un Governo che gestisce la politica estera con una superficialità che fa per davvero paura, che ci mette tutti in pericolo.
Decenni di politica estera italiana, decenni di pace e di cooperazione nel bacino del Mediterraneo, verso il mondo arabo si sono dissolti! Pazienti tessiture di rapporti, di diplomazie che avevano messo il nostro paese al riparo dagli attentati e dal terrorismo sono, ormai, un vago ricordo. I nostri soldati sono stati mandati allo sbaraglio senza alcuna copertura politico-diplomatica, senza quell'indispensabile rete di rapporti ed intese necessari quando si sta in territorio di guerra.
Ricordate la missione in Libano? Difficilissima: decenni di guerra civile! Ma l'Italia ne uscì a testa alta, con accresciuto peso internazionale, compiendo una vera missione di pace, perché vi era quella rete di rapporti, di diplomazie.
Oggi, tutto è cambiato! Oggi, la politica estera di questo Governo è quella delle cene nelle ville della costa Smeralda, delle canzoni di Apicella...

GENNARO MALGIERI. Ma non è possibile!

OLIVIERO DILIBERTO. ...delle pacche sulle spalle, degli ammiccamenti e della totale subalternità all'Amministrazione americana (Vivi commenti dei deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza nazionale)...

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, ognuno ha il senso dell'opportunità che ritiene, per cui, per favore...

OLIVIERO DILIBERTO. ...a Bush! Il nostro ruolo internazionale è pari a zero.
Nell'Iraq vi è il caos più totale, con il rischio dell'estensione del conflitto ad altre zone, come dimostrano le sanzioni nei confronti della Siria. Tutto è sfuggito al controllo, mentre, in Palestina, non vi è stato alcun passo in avanti e, anzi, prosegue la costruzione del muro della vergogna.
È il fallimento completo di una politica estera fondata sulla guerra e sulla cancellazione del diritto internazionale. Purtroppo, si sono verificate, oggi, le più fosche previsioni! Avevamo chiesto - disperatamente - di non mandare alcun uomo italiano in Iraq, come hanno fatto paesi certo non nemici degli Stati Uniti come Francia e Germania.

VALENTINA APREA, Sottosegretario di Stato per l'istruzione, l'università e la ricerca. Bell'esempio!

OLIVIERO DILIBERTO. Avevamo chiesto, ben prima dell'attentato, molto prima dell'attentato, che il nostro contingente venisse ritirato. Invece, addirittura ne è stato prolungato il mandato.
Oggi, indipendentemente dalla tragedia - oggi - voi avete un solo dovere: riportare subito i nostri soldati, sani e salvi, in Italia, non perché c'è stato l'attentato, ma perché questa guerra è un orrore infinito, per giunta inutile e, anzi, alimenta le ragioni dei terroristi.
Voi siete politicamente responsabili, moralmente responsabili. Se foste un Governo degno di questo nome, vi sareste presentati dimissionari in Parlamento! Ma non lo siete, non rappresentate l'Italia...


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FILIPPO ASCIERTO. La rappresenti tu l'Italia!

OLIVIERO DILIBERTO. ...la sua ansia di pace (Commenti dei deputati di Alleanza nazionale)...

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi...

OLIVIERO DILIBERTO. ...e di convivenza tra i popoli, il suo largo e convinto desiderio di serenità.
Signori del Governo, voi vi dovreste soltanto vergognare (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Comunisti italiani - Vivi commenti dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale)!

ROBERTO MENIA. Vergognati tu!

NINO STRANO. Vergognati tu, porco!

PRESIDENTE. Grazie.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Intini, al quale ricordo che dispone di quattro minuti. Ne ha facoltà.

UGO INTINI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, è il momento di stringersi intorno ai nostri militari, alle loro famiglie, di unire e non dividere la nazione, di risparmiare a tutti la retorica e, soprattutto, le polemiche, di lasciare da parte le discussioni sul passato e le recriminazioni e di guardare con lucidità al futuro, per cercare di trovare una soluzione politica realistica. Bisogna, allora, parlare con franchezza in una situazione che è nuova.
Un giornale americano ha fatto una fotografia cruda della situazione in Iraq, con queste parole: non sappiamo con certezza come siamo finiti lì dentro; non sappiamo con certezza come ne verremo fuori. È amaro ed è paradossale, ma, in parte, è così.
È una pia illusione immaginare che i nostri soldati abbiano un ruolo diverso dagli altri, in particolare da quelli americani. È ipocrisia immaginare che siano visti in modo diverso dagli altri soldati da parte del popolo iracheno e che siano, quindi, esclusi dal rischio che la missione comporta per tutti. Ne abbiamo avuto una tragica conferma.
Certo, è la cosa più facile da dire, ma è un'illusione pensare che il problema si risolva affidando, al più presto, il controllo della situazione agli iracheni stessi, perché l'Iraq è un paese finto e si spaccherebbe in tre prezzi conflittuali. Le milizie irachene non sono né fidate né sufficientemente organizzate per combattere la guerriglia. Dopo un mese, il paese sprofonderebbe nel caos e nella guerra civile. Non si vede come le truppe irachene possano riuscire dove quelle americane non riescono!
Ogni settimana che passa, la situazione peggiora, sul piano militare e su quello politico e psicologico.
Sul piano militare si è cominciato con attentati isolati. Rumsfeld ha detto all'inizio: non c'è da preoccuparsi perché ci sono più americani assassinati a New York ogni giorno che in Iraq. Adesso si è arrivati agli elicotteri abbattuti come in Vietnam.
Sul piano politico, gli occidentali sono visti come truppe di occupazione e sono attaccati da quattro parti: dagli uomini del vecchio regime Baath, dagli stranieri infiltrati, dalle milizie sciite, da una nuova resistenza dai contorni ancora confusi. Peggio, non un solo paese arabo può accettare l'attuale occupazione; peggio ancora, gli Stati Uniti hanno attaccato l'Iraq mentre dovevano concentrare gli sforzi contro il terrorismo internazionale, con due risultati perciò: si sono impegnati e si logorano su un fronte non vitale, ma marginale, hanno infiammato i sentimenti antioccidentali dovunque e gettato benzina sul fuoco del terrorismo, che si allarga ormai in Arabia Saudita e si rafforza in Afghanistan e rende ancora più insolubile il problema palestinese.
È chiaro che non si possono ritirare le truppe, su questo è d'accordo la stragrande maggioranza del Parlamento, tuttavia c'è un'unica strada da percorrere: l'internazionalizzazione della crisi irachena, una strada urgente. Bisogna riportare sotto il controllo delle Nazioni Unite la situazione; bisogna mandare più truppe,


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di molti paesi, di molti paesi islamici, non solo la Turchia, dell'Unione europea, della Francia e della Germania, con le quali bisogna recuperare la solidarietà.
Sarà un processo lungo, ma per avviarlo bisogna risolvere una difficoltà di fondo: il processo deve davvero svolgersi sotto la guida politica, non degli Stati Uniti, ma dell'ONU.
Dispiace dirlo: chi ha rotto i piatti può chiedere che gli altri incollino i cocci; l'Europa e le Nazioni Unite lo debbono fare, devono aiutare Washington ad uscire dal pantano iracheno, ma Washington non può chiedere che i cocci siano incollati dagli altri sotto i propri ordini. Anche se lo accettassimo, non funzionerebbe. La guerriglia irachena, infatti, al punto in cui siamo, può piegarsi all'autorità delle Nazioni Unite, ma non a quella dell'amministrazione Bush.
Il Governo italiano non può ritirare i suoi soldati, li può lasciare, signor Presidente, avendo chiaro che il suo compito è quello di contribuire ad un cambiamento della politica americana, alla internazionalizzazione della crisi, al suo ritorno sotto la guida delle Nazioni Unite.
Un paese maturo, di fronte alla tragedia, non si divide, non polemizza, ma neppure rinuncia a cercare con razionalità una soluzione politica alla crisi (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Socialisti democratici italiani, della Margherita, DL-l'Ulivo, Misto-Comunisti italiani e di deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Pecoraro Scanio. Ne ha facoltà.

ALFONSO PECORARO SCANIO. Signor Presidente, oggi è un giorno di lutto e noi Verdi riteniamo occorra l'unità nella solidarietà alle famiglie; ed è un lutto vero che non deve essere ammantato di una retorica patriottarda, ma di una solidarietà reale. Non è un caso, signor Presidente, che noi non abbiamo applaudito, come invece ha fatto gran parte di quest'Assemblea, il ministro e il Governo, che riteniamo inadeguati, ma abbiamo applaudito con convinzione quando il Presidente della Camera si è espresso per la solidarietà alle famiglie delle vittime, perché questo è un elemento vero di unità delle nostre coscienze e del nostro modo di sentire.
Questa missione era partita come una scorta per un ospedale da campo a Bagdad, questa è stata la motivazione della richiesta del voto parlamentare. Noi già all'epoca dicemmo che eravamo preoccupati, perché temevamo che si andasse invece in guerra e che non fosse chiaro il discorso fatto in Parlamento. Quello che abbiamo visto è che il pericolo del terrorismo è aumentato, non è diminuito, e che oggi tanti, anche in quest'Assemblea, hanno riconosciuto che le nostre truppe sono in guerra in Iraq, purtroppo, contro quello che prevede la nostra Costituzione, purtroppo subendo quella che è una politica fallimentare, l'azzardo della guerra preventiva dell'Amministrazione Bush, che oggi - va ricordato - negli Stati Uniti d'America viene condannata dalla maggioranza assoluta dei cittadini americani, che chiedono a Bush di mettere fine a questa occupazione. Anche il partito di opposizione negli Stati Uniti - i democratici -, oltre ai Verdi che già lo chiedevano prima, oggi chiede che vengano sostituite le truppe di occupazione con le Nazioni Unite.
Il nostro compito oggi è come evitare altri morti, come garantire la pace in Iraq e nel mondo.
Noi Verdi oggi non abbiamo detto che è colpa del Governo quello che è accaduto oggi, non ci siamo voluti associare ad una ipotesi che poteva sembrare di grave strumentalizzazione, ma non vorremmo nemmeno sentire da parte vostra la pervicacia nel dire che tutto continua come nulla fosse, perché questo sarebbe un oltraggio ai morti, uno schiaffo agli italiani e alle tante famiglie che oggi vedono come dramma la vicenda irachena.
Noi vi chiediamo di nuovo, non oggi, ma da tempo, di ritirare le truppe perché non è più una missione umanitaria, ma è una guerra.


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Noi non possiamo stare in questa guerra! Dobbiamo agire in sede di Nazioni Unite, in sede internazionale, per portare la pace e per arrivare rapidamente alla fine di un'occupazione militare che rischia di avvelenare il clima del pianeta. Questo è il nostro impegno, e questo oggi noi lo dobbiamo, come vero atto di solidarietà, ai nostri giovani. Non bastano il lutto e il cordoglio ma dobbiamo, da domani, iniziare a lavorare affinché non accadano più situazioni drammatiche e tragiche come quella di oggi (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Verdi-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Craxi. Ne ha facoltà.

BOBO CRAXI. Signor Presidente, esprimo a nome dei deputati del gruppo misto-Liberal-democratici, Repubblicani, Nuovo PSI, tutto il cordoglio alle famiglie delle vittime dell'attentato in terra irachena, ed una forte solidarietà per tramite suo, ministro della difesa, all'Arma dei carabinieri e all'esercito italiano.
È il più grave atto militare compiuto contro italiani in armi dal dopoguerra ad oggi. Una tragedia di queste dimensioni investe il nostro senso di responsabilità e rinnova a tutte le forze politiche il compito di esprimere una salda e concreta unità. La missione in Iraq era, ed è, una missione militare ad altissima componente di rischio; essa si era resa necessaria per svolgere un'opera di contrasto efficace alle reti collegate ad un terrorismo in grado di offendere, ed ha il compito ancora di restituire, in tempi brevi, l'Iraq agli iracheni. Dinanzi a questa escalation di violenza, noi sentiamo il dovere di esprimere la necessità di garantire a questa missione il massimo sostegno nello spirito del nuovo orientamento espresso dalle Nazioni Unite, che vede un loro impegno politico diretto in Iraq.
Sentiamo, altresì, la necessità di manifestare con altrettanto vigore la nostra preoccupazione per le crescenti difficoltà che registra il percorso di pacificazione e di chiarimento in tutta l'area mediorientale, e che l'attacco indiscriminato alle forze occidentali, da parte del terrorismo fanatico, evidentemente, allontana anziché riavvicinare.
Il Governo italiano, confermando i propri impegni, deve e può sapere riorientare gli indirizzi politici nel Medio Oriente; a maggior ragione oggi che, per la pace e la stabilità, paga un tributo di sangue molto alto e molto doloroso per tutti noi. Un conflitto, quello in Medio Oriente, che non conosce tregua, e che ha sostituito alla rotta per una pace possibile, e cioè ad una road map, il muro della divisione che gli europei non debbono contribuire a costruire. Pace nella sicurezza, riapertura di un dialogo decisivo per le sorti del Medio Oriente, sostegno alle forze occidentali presenti nell'area; senza uno sbocco politico nell'area mediorientale possiamo soltanto preparare il peggio, e noi dobbiamo fare di tutto per scongiurare altri pericoli, altri dolori e sofferenze alla nostra e alle altre nazioni del mondo (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Liberal-democratici, Repubblicani, Nuovo PSI).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Detomas. Ne ha facoltà.

GIUSEPPE DETOMAS. Signor Presidente, i deputati del gruppo misto-Minoranze linguistiche si stringe attorno alle famiglie dei carabinieri, degli ufficiali dell'esercito italiano e dei civili, vittime di questo mostruoso attentato terroristico. Il cordoglio e la solidarietà vanno anche all'Arma dei carabinieri, all'esercito italiano e alle altre Forze armate per il sacrificio dei loro uomini.
Non è questo il momento per le dispute politiche sul senso della missione italiana in Iraq o sul prezzo troppo alto pagato per una politica estera italiana che vuole giocare ruoli forse un po' troppo ambiziosi o sull'opportunità di perseguire scelte strategiche che segnano discontinuità rispetto a decenni di politica estera italiana. Questo è il momento del dolore e dell'assoluto rispetto per coloro che hanno pagato il prezzo più alto per servire il nostro paese, vittime di un terrorismo che mina la libertà e la sicurezza nel mondo intero. È


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anche il momento dell'unità, che questo Parlamento deve dimostrare per confermare a tutti i nostri militari, impegnati in molte aree difficili e pericolose, che l'Italia è con loro ed è loro riconoscente per ciò che stanno facendo.
Oggi è una giornata di lutto, e noi non possiamo che inchinarci davanti al sacrificio di questi nostri ragazzi (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Minoranze linguistiche e Misto-Verdi-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, vi prego di prendere posto.
Il ministro della difesa, l'onorevole Antonio Martino, deve rendere una comunicazione di aggiornamento ed è il motivo per cui si è dovuto assentare qualche minuto dall'aula durante il dibattito.
Onorevole Martino, ha facoltà di parlare.

ANTONIO MARTINO, Ministro della difesa. Onorevoli colleghi, devo darvi una brevissima e non particolarmente lieta notizia aggiuntiva. Dato che sono grato a tutti gli intervenuti, ho ritenuto doverosa premura da parte mia aggiornarvi sul numero delle vittime. Spero che questo sia davvero l'ultimo aggiornamento.
I decessi riguardano diciassette italiani, di cui undici carabinieri, quattro dell'esercito e due civili, e otto iracheni. I feriti italiani sono venti, di cui quindici carabinieri, quattro dell'esercito (di cui uno grave) e un civile. I feriti iracheni sono venticinque. Pertanto, ho ritenuto di dovervi far conoscere questi dati per completezza di informazione.

PRESIDENTE. Grazie, onorevole ministro. Credo sia inutile aggiungere ulteriori parole. È così esaurito lo svolgimento dell'informativa urgente del Governo sull'attentato al contingente militare italiano di stanza presso la base di Nassiriya in Iraq. Esprimo la nostra profonda solidarietà a lei, signor ministro, e alle Forze armate.
Sospendo per alcuni minuti la seduta, che riprenderà con votazioni immediate.

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