Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 382 del 3/11/2003
Back Index Forward

Pag. 1


...
Discussione del disegno di legge: Sospensione anticipata del servizio obbligatorio di leva e disciplina dei volontari di truppa in ferma prefissata, nonché delega al Governo per il conseguente coordinamento con la normativa di settore (4233) e dell'abbinata proposta di legge: Minniti ed altri (2967) (ore 15,05).

PRESIDENTE: L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge: Sospensione anticipata del servizio obbligatorio di leva e disciplina dei volontari di truppa in ferma prefissata, nonché delega al Governo per il conseguente coordinamento con la normativa di settore; e dell'abbinata proposta di legge di iniziativa dei deputati Minniti ed altri.
La ripartizione dei tempi è pubblicata nel vigente calendario dei lavori dell'Assemblea (vedi calendario).

(Discussione sulle linee generali - A.C. 4233)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
Avverto che il presidente del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo ne ha chiesto l'ampliamento senza limitazioni nelle iscrizioni a parlare, ai sensi dell'articolo 83, comma 2, del regolamento.
Avverto che la IV Commissione (Difesa) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Il relatore, onorevole Gamba, ha facoltà di svolgere la relazione.

PIERFRANCESCO EMILIO ROMANO GAMBA, Relatore. Signor Presidente, onorevoli colleghi, oggi, in sede di discussione sulle linee generali, ci accingiamo ad esaminare (domani si procederà all'esame degli articoli e delle proposte emendative ad essi presentati) un provvedimento di elevata rilevanza per la generalità dei


Pag. 2

cittadini. Esso, infatti, va, a toccare molti degli aspetti che hanno contrassegnato uno dei doveri politici fondamentali previsti dalla Costituzione italiana nei confronti di tutti i cittadini e contraddistinto la storia stessa del nostro paese in ordine a vicende belliche ed a quelle assai più vaste in termini di impiego anche operativo; mi riferisco a missioni successive ai conflitti di questo secolo, ad operazioni di protezione civile, a certi impieghi sul territorio, ad azioni di salvataggio, di tempestivo soccorso a popolazioni colpite dai più diversi tipi di disastri e di sinistri.
Questo è il motivo per cui si intende affrontare questo testo con grande attenzione, come è stato fatto da parte di tutti i componenti della Commissione difesa; evidentemente, i profili che toccano la generalità dei cittadini sono ulteriormente resi importanti dalla nuova struttura delle Forze armate dello Stato, che viene a configurarsi in via pressoché definitiva con il provvedimento che il Governo presenta all'Assemblea per la sua approvazione.
Con il suddetto provvedimento, viene discussa l'abbinata proposta di legge di iniziativa parlamentare (il primo firmatario è l'onorevole Minniti), che, perlomeno, per la prima parte delle disposizioni proposte, coincide, nello spirito e nella sostanza, con quanto contenuto nell'atto Camera 4233 di iniziativa governativa.
Nella sospensione anticipata del servizio obbligatorio di leva vi è un intento anticipatore rispetto alla norma costituita dall'articolo 7 del decreto legislativo 8 maggio 2001 n. 215, che già aveva fissato e stabilito il progressivo e graduale abbandono del modello di Forze armate fondato sulla coscrizione obbligatoria a favore di un modello, sempre più riferito alle esigenze attuali, basato sulla volontarietà e, quindi, sui requisiti di professionalità sempre più spiccati in riferimento alle nostre Forze armate.
Queste esigenze si sono rivelate ancor più pressanti, anche perché lo scenario internazionale ha richiesto, da parte dell'Italia, un impegno sempre maggiore nei diversi scenari e teatri per contribuire ad operazioni militari di ricostruzione o di mantenimento della pace; molte volte in quest'aula se ne è discusso in occasione della conversione di decreti-legge che hanno via via autorizzato le varie spedizioni (successivamente vi sono state conferme e proroghe di questi impegni in tante parti del globo).
Proprio questa necessità che vede ancora il nostro paese come terzo Stato al mondo per contribuzione in termini umani, ma anche di mezzi, nelle missioni internazionali, ha evidentemente, e continua sempre di più, a richiedere una qualificazione ed un livello di professionalità sempre più spiccati, che non può viceversa essere mantenuto attraverso il meccanismo della leva obbligatoria. Il processo, come è evidente, è innescato da tempo ed ha avuto lo sviluppo che molti colleghi conoscono; richiede a questo punto un'ulteriore incentivazione che il Ministero della difesa ha ritenuto di proporre attraverso questo provvedimento che prevede l'anticipazione al 1o gennaio 2005, rispetto al termine del 1o gennaio 2007, della cosiddetta sospensione del servizio obbligatorio di leva. Non si può infatti parlare di abrogazione in senso pieno in quanto lo Stato si riserva giustamente la possibilità, in casi che ormai saranno eccezionali e nei confronti dei quali non si possa far fronte con le forze che deriveranno dalla leva professionale, del ricorso alla coscrizione obbligatoria. Anche il progetto di legge a firma Minniti, come ricordavo poc'anzi, prevede questa anticipazione, fissata al 1o gennaio 2004, in quanto quella proposta di legge - la n. 2967 - era evidentemente risalente nel tempo e quindi prefigurava un'anticipazione correlata al tempo della sua presentazione. Non vi è su tale aspetto obiezione e non vi è stata nell'ambito della discussione in Commissione difesa, per cui l'intendimento di anticipare tale sospensione è largamente condiviso. È evidente che ciò inciderà, come ricordavo nelle premesse, sulla vita di moltissimi giovani che non saranno più chiamati a spendere un anno della propria vita per un servizio obbligatorio, ma viceversa potranno, si spera utilmente, impiegare tale anno in altre attività a favore delle esigenze civili


Pag. 3

che sicuramente sono altrettanto rilevanti rispetto a quelle vantate dal nostro paese in senso militare.
Dall'altro lato vi è la creazione di questo importante percorso introdotto dalle disposizioni al nostro esame, che io credo di poter definire virtuoso, per cui attraverso l'istituzione di due nuove forme di ferma volontaria prefissata, rispettivamente di un anno e di quattro anni, i giovani potranno accedere al servizio permanente; quindi, ciò avviene attraverso un meccanismo che consentirà progressivamente di raggiungere una stabilità dell'impiego nell'ambito delle forze armate e, come vedremo, nelle forze di polizia - ordinamento militare e civile -, con ulteriori possibilità in termini occupazionali e di qualificazione professionale.
Le norme proposte prevedono la creazione di queste due figure di ferma prefissata, come viene definita, volontaria, attraverso la quale i giovani aspiranti a prendere parte alle forze armate potranno calibrare la propria partecipazione in vista dell'inserimento nel servizio permanente.
L'altro aspetto che renderà appetibile questa possibilità per molti giovani e, dall'altro lato, renderà utile una possibilità di addestramento diversificato anche per il personale del livello iniziale delle forze di Polizia, dell'Arma dei carabinieri, della polizia di Stato, della Guardia di finanza, della polizia penitenziaria, del Corpo forestale dello Stato, del corpo militare della Croce rossa e di quello dei Vigili del fuoco, è appunto rappresentato dalla disposizione che indica, a partire dal 2006, la previsione che i concorsi riservati per l'accesso ai livelli iniziali in servizio permanente delle forze di polizia, ordinamento civile e militare, come ricordavo, saranno riservati a coloro che abbiano prestato almeno un anno di servizio volontario nelle Forze armate italiane.
Questo crea poi un doppio meccanismo, perché per coloro che saranno dichiarati idonei in questi concorsi - che verranno svolti a totale carico e secondo le modalità già previste dalle singole amministrazioni dello Stato interessate - potrà essere previsto un inserimento temporale diversificato: una prima quota di essi verrà immessa, al termine dell'anno di ferma volontaria nelle Forze armate, immediatamente nei ruoli delle rispettive forze di polizia; un'altra quota, la cui percentuale è diversificata a seconda delle amministrazioni, viceversa, avrà la garanzia dell'inserimento nel servizio permanente, nell'ambito di queste diverse amministrazioni dello Stato, ma attraverso un ulteriore passaggio per una ferma quadriennale nelle Forze armate.
Come dicevo, ciò consentirà, da una parte, di facilitare l'accesso ai livelli iniziali delle singole forze di polizia a diverso ordinamento, dall'altra però consentirà di non lasciare in qualche modo «disoccupati» per un periodo abbastanza lungo giovani e persone che hanno già dimostrato la propria capacità, anche in termini professionali operativi e - non ultimo - consentirà di procedere ad una forma di addestramento e professionalizzazione diversificata che, trovando una base già ampia, costituita dal servizio prestato nelle Forze armate, potrà invece essere riservata, nell'ambito dell'Arma dei carabinieri, della Guardia di finanza, della Polizia di Stato e degli altri corpi che abbiamo menzionato, ad una maggiore specializzazione rispetto ai compiti di particolare contrasto alla criminalità e alle attività diversificate proprie dei singoli corpi.
Si tratta di una serie di disposizioni, accompagnate ovviamente da norme di natura tecnica e finanziaria assai rilevanti, che inciderà in maniera molto significativa sulla convivenza e sulla vita della stragrande maggioranza dei giovani del nostro paese.
La Commissione ha apportato all'articolato una serie di modificazioni di non secondaria rilevanza, alcune di natura tecnico-formale, per migliorare l'intelligibilità e la comprensione del testo, e altre che hanno teso ad ampliare gli incentivi costituiti da un miglioramento delle attuali retribuzioni e trattamenti economici riservati al personale volontario di truppa, che trova in queste norme un incremento graduato a seconda della posizione rispetto


Pag. 4

al percorso, al quale facevo cenno, in cui ci si troverà, modificazioni che hanno consentito, a mio modo di vedere, di rendere il testo ancora più funzionale e di inserire una serie di specificazioni che possono essere utili ad incentivare ulteriormente la cosiddetta alimentazione futura di volontari per le Forze armate.
Ripercorrendo in maniera sintetica quanto contenuto nei 27 articoli del provvedimento, compreso quello riferito alla sua entrata in vigore, possiamo indicare che nel capo I, riservato alle disposizioni generali, l'articolo 1 prevede l'anticipazione della sospensione del servizio obbligatorio di leva al 1o gennaio 2003, mentre l'articolo 2 ridisegna le quote dei volontari di truppa delle Forze armate.
L'articolo 3 riguarda l'istituzione di due tipi di ferma prefissata: annuale e quadriennale. Il capo II del provvedimento riguarda i volontari in ferma prefissata di un anno. Si stabiliscono i requisiti per il reclutamento. In questo caso, la Commissione, oltre a confermare i requisiti già previsti dalle norme specifiche per l'accesso alla Forze armate (la cittadinanza italiana, l'età non inferiore a diciassette anni, il godimento dei diritti civili e politici, il diploma di istruzione secondaria di primo grado e l'idoneità fisio-psico-attitudinali), ha indicato il requisito - credo significativo -, necessario per coloro che vorranno accedere a questa forma di ferma volontaria, dell'esito negativo dei test sierologici per l'accertamento della tossicodipendenza (che ovviamente varrà anche per la ferma quadriennale). Inoltre, sempre nell'ambito dei requisiti per il reclutamento, è stato aggiunto un significativo comma che prevede la possibilità di prestare servizio nelle Forze armate dello Stato e, di conseguenza (è già previsto dalla legge), acquisire la cittadinanza italiana, per coloro, stranieri e apolidi, dei quali il padre o la madre o uno degli ascendenti in linea retta di secondo grado sono stati cittadini per nascita, se dichiarano preventivamente di voler acquisire la cittadinanza italiana ai sensi dell'articolo 4, comma 1, lettera a), della legge 5 febbraio 1992, n. 91 (è la legge che attualmente disciplina le norme sulla cittadinanza).
Molti di noi credono che ciò possa contribuire a soddisfare le esigenze delle Forze armate e a richiamare tanti di coloro che, con cognome italiano, con tradizioni italiane e con nazionalità italiana, nell'onore di prestare servizio nelle Forze armate italiane, possono coronare il sogno di acquistare o riacquistare la cittadinanza italiana in modo pieno ed assoluto.
Credo che anche questo sia un modo opportuno di combinare disposizioni diverse. Infatti, se non vi fosse stata questa proposta emendativa largamente condivisa dalla Commissione, si sarebbe impedito ad una parte di italiani, che, per certi versi, sono più italiani di coloro che già possiedono la cittadinanza, di prestare servizio (questa volta, non più obbligatorio ma volontario) nelle Forze armate dello Stato.
Sono previste, inoltre, norme sullo stato giuridico, l'avanzamento, il reclutamento e il trattamento economico dei volontari, sia in ferma prefissata annuale sia in ferma prefissata quadriennale.
La Commissione, inoltre, ha accolto l'istanza proveniente da settori diversi dello schieramento politico riguardante la disposizione sul requisito dell'età non inferiore a diciassette anni compiuti e non di diciotto; mi riferisco alle precedenti decisioni del Parlamento in ordine all'adozione di protocolli internazionali che evidentemente contrastano l'utilizzo dei fanciulli nei conflitti e che hanno trovato un ampliamento riferito alla prestazione del servizio militare e dei servizi connessi. Quest'esigenza, che era stata rappresentata e tradotta in alcune proposte emendative che chiedevano di stabilire, come requisito necessario, il compimento del diciottesimo anno di età anziché del diciassettesimo, a nostro modo di vedere, è stata, comunque, fatta salva dall'articolo 8-bis - aggiunto tramite una proposta emendativa del relatore -, con la chiarificazione che questo personale volontario, pur potendo partecipare ai concorsi ed essere eventualmente inserito per le necessità addestrative a


Pag. 5

partire dal diciassettesimo anno, non potrà essere impiegato in operazioni (e, quindi, con uno spettro molto vasto) prima del compimento del diciottesimo anno di età.
Ovviamente, anche una norma di carattere simile, che fa salve alcune preoccupazioni - in questa occasione riferite alle truppe alpine e, quindi, alla necessità di non snaturare la particolare vocazione che i cittadini residenti nelle regioni dell'arco alpino hanno sempre avuto ed hanno tuttora verso il corpo speciale dei nostri alpini -, ha visto cittadinanza nell'articolo 8-ter aggiunto che, prevede una forma di preferenza, laddove sia manifestata, per l'impiego ed il reclutamento nell'ambito di questo corpo e delle relative brigate da parte di coloro che provengano da questi specifici territori.
Il capo III è riferito alle disposizioni per i volontari in ferma prefissata quadriennale e in molti casi replica, adattandole, alle norme che sono già previste per la ferma annuale. Invece, nel capo IV - e, quindi, dall'articolo 14 - vengono previste quelle norme relative al reclutamento nelle carriere iniziali delle forze di polizia ad ordinamento civile e militare, del corpo nazionale dei vigili del fuoco e del corpo militare della Croce rossa. Nell'articolo 14 sono indicate le modalità che vedranno il transito nell'ambito dei livelli iniziali delle forze di polizia attraverso la ferma annuale nelle Forze armate e, poi, per la seconda quota nell'ulteriore ferma quadriennale.
Vi è poi una serie di norme di dettaglio e di adeguamento legislativo. Il ministro della difesa è delegato all'assunzione di una serie di decreti attuativi e adeguativi alle disposizioni già esistenti in ordine ai volontari delle Forze armate e, naturalmente, dopo le norme riferite al trattamento economico e di copertura finanziaria, vi sono una serie di norme transitorie che sono necessarie ad affrontare adeguatamente il periodo dei primi due anni sino al 2020, quando spiega efficacia l'intero sistema contenuto nelle norme proposte. In definitiva, non si può che auspicare che il Parlamento approvi rapidamente queste norme perché il 2005 è dietro l'angolo e tutto l'apparato dello Stato necessita di indicazioni precise per poter procedere nel senso indicato, ma anche la vasta pletora dei cittadini italiani delle più diverse estrazioni e tipologie chiede garanzie e chiarezza in ordine alle opportunità che saranno loro presentate.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

SALVATORE CICU, Sottosegretario di Stato per la difesa. Mi riservo di intervenire in sede di replica.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Fontana. Ne ha facoltà.

GREGORIO FONTANA. Signor Presidente, vorrei innanzitutto sottolineare la felice coincidenza che il dibattito sulla riforma della leva inizi proprio nei giorni in cui si festeggia la giornata dell'unità nazionale e la festa delle Forze armate. Inoltre, è un'ottima occasione per rivolgere il nostro augurio e il ringraziamento a tutto le Forze armate e, in particolare, agli uomini e alle donne che oggi stanno dedicando la loro opera alla costruzione della pace e della sicurezza internazionale in diverse aree di crisi del mondo.
Essi portano alta la bandiera dell'Italia nel mondo e contribuiscono ad accrescere la credibilità e il prestigio del nostro paese. Signor Presidente, oggi, con il disegno di legge all'attenzione del Parlamento portiamo a compimento una delle riforme più importanti nell'ordinamento dello Stato. Si tratta di una riforma che avrà un significativo impatto sulla vita civile e sociale del paese e non soltanto tra gli uomini delle Forze armate, una riforma che disegnerà ex novo l'organizzazione della difesa nazionale ed offrirà gli strumenti adeguati al nuovo ed importante ruolo che l'Italia sta svolgendo nello scenario internazionale.
In sede di discussione generale non intendo tanto soffermarmi sugli aspetti tecnici del provvedimento al nostro esame - aspetti tecnici molto importanti che il


Pag. 6

relatore ha poco fa così efficacemente e dettagliatamente esposto e che abbiamo esaminato a fondo durante il lavoro in Commissione -, desidero invece soffermarmi sui principi di fondo che ispirano la riforma e sul nuovo rapporto che essa stabilisce tra il popolo italiano e le forze armate, tra i cittadini e lo Stato. Dopo molti anni di discussioni, spesso di natura ideologica, oggi cade definitivamente il totem dell'esercito di leva, diffuso, fino almeno alla fine degli anni ottanta, soprattutto nel pensiero della sinistra (ma non solo a sinistra), e il corrispondente tabù che vietava, per assunto teorico, l'adozione di forze armate professionali.
I colleghi che hanno più esperienza di me ricorderanno una linea lunga di pensiero che attribuiva un carattere antidemocratico a forze armate costituite esclusivamente da professionisti. Secondo questa opinione, che prevalse alla fine della seconda guerra mondiale e che a lungo ha impedito ogni ipotesi di riforma, le forze armate professionali rappresentavano un pericolo per la democrazia. Secondo questa linea di pensiero di derivazione marxista, le forze armate, come altri apparati dello Stato, sono uno strumento di dominio di una classe sull'altra e ad esse è possibile appellarsi per sovvertire la cosiddetta democrazia formale quando la classe dominante consideri la democrazia formale sconveniente per i suoi interessi. A lungo la sinistra ha diffuso la vulgata secondo la quale i regimi militari scaturiti dai golpe altro non fossero che varianti formali della falsa democrazia borghese. E una eco di questa visione in forme più moderne si avverte nelle parole dei vari movimenti dell'estrema sinistra e dei no-global attuali, i quali ancora oggi sostengono che le forze armate dei paesi ricchi del pianeta sono lo strumento per imporre la volontà imperialista del mondo.
Ricordo personalmente, signor Presidente, che negli anni ottanta, quando era alla guida della Gioventù liberale italiana, nelle scuole, nelle università, nei luoghi di dibattito politico, conducevamo, del tutto isolati, insieme solo ai giovani della destra, la battaglia per la professionalizzazione delle forze armate e la fine del servizio militare. In quegli anni, venivamo tacciati delle peggiori accuse che potessero essere rivolte a chi era e si sentiva profondamente liberale e democratico.
A nulla valeva allora sottolineare due fatti politici e storici incontrovertibili: che la maggior parte dei putsch militari della storia contemporanea è stato condotto da eserciti di leva e che i paesi a più lunga tradizione democratica, in cui mai si è nemmeno ventilata l'ipotesi di interventi autoritari delle forze armate nella vita politica e nelle istituzioni, si erano dotate da tempo di forze armate a reclutamento esclusivamente o prevalentemente volontario. A noi a quel tempo che sostenevamo il carattere pienamente democratico e costituzionale di forze armate professionali, convinti come eravamo che la lealtà costituzionale ed istituzionale dei militari nasce dalla forza delle istituzioni democratiche e non dalla natura sociologica degli eserciti, veniva contrapposta una visione profondamente antistorica e antigiuridica, secondo la quale il reclutamento attraverso la leva obbligatoria costituiva l'antidoto alle pulsioni golpiste che sarebbero state proprie dei militari: se l'esercito è di popolo - era il ragionamento un po' rozzo - non andrà mai contro il popolo. Oggi, fortunatamente, totem e tabù sono caduti, e voglio dare atto alla sinistra, o almeno alla più consistente parte di essa, di avere rovesciato le proprie posizioni alla fine degli anni ottanta, quando nel 1998 il segretario dell'allora PCI Achille Occhetto...

SILVANA PISA. 1988!

GREGORIO FONTANA. ...e l'allora responsabile dei problemi dello Stato, Ugo Pecchioli, si dissero favorevoli all'esercito professionale, scatenando vivaci polemiche ed aspre divisioni all'interno della sinistra e del loro stesso partito. Non intendo, signor Presidente, colleghi deputati, solo proclamare la mia personale soddisfazione per trovarmi qui nel Parlamento italiano a portare a conclusione una battaglia politica che ho condotto per più di vent'anni;


Pag. 7

vengo dunque agli aspetti significativi di questa riforma, a partire dalla sospensione dell'obbligo di leva.
La coscrizione obbligatoria, nelle sue diverse forme, ha una storia antica. Sin dai tempi dell'antica Grecia e dell'antica Roma il grosso degli eserciti era formato attraverso un reclutamento coattivo, e i professionisti della guerra, i mercenari, rappresentavano solo una truppa di complemento. Fu per prima, alla fine del medioevo, la Repubblica di Venezia a dotarsi di un esercito totalmente professionista. Venezia lo fece principalmente per ragioni economiche: si risparmiavano risorse umane, evitando di trascurare le attività agricole e si impegnavano, così, i mercenari per il solo periodo strettamente necessario, perché, allora, le guerre d'inverno si interrompevano. Questa impostazione presto si diffuse in tutta Europa, fino a quando gli Stati nazionali, che venivano formandosi, avvertirono il rischio che un esercito mercenario potesse essere oggetto di mercanteggiamento nei conflitti, e introdussero nuovamente il reclutamento forzoso. In tempi più recenti, negli Stati moderni, la dicotomia tra esercito di leva e esercito professionale ha cambiato totalmente il profilo. Terminati i rischi di assoldamento del proprio esercito da parte del nemico, grazie alla costruzione di istituzioni democratiche e statuali più solide e strutturate che collocano le Forze armate a pieno titolo nell'assetto istituzionale e costituzionale degli Stati, è stato il grande sviluppo della tecnologia militare e delle strategie belliche a modificare il ruolo dei militari. Nei conflitti contemporanei, a differenza che nel passato, la forza d'urto non è più costituita dalla truppa, dalla moltitudine di uomini armati che si dispiegano sul territorio, ma dall'armamento che richiede uomini addestrati e professionalmente adatti al suo utilizzo. Si tratta di un addestramento lungo e complesso, che non può essere impartito in tempi brevi. Ma, accanto a questo mutamento di filosofia militare, si è verificato un profondo mutamento nella cultura e nel costume che ha trasformato totalmente la percezione di ogni cittadino del dovere di contribuire alla difesa nazionale. Dall'inizio del secolo fino agli anni settanta, la leva ha svolto anche un'importante funzione di socializzazione tra i giovani; persone provenienti da luoghi diversi, spesso isolati, avevano l'opportunità di incontrarsi, condividere momenti di formazione e crescita comuni e occasioni di conoscere il mondo. Ha fatto il soldato, si diceva un tempo di chi mostrava la conoscenza di luoghi, di usi e costumi lontani. Da questo punto di vista, la leva obbligatoria è stata anche per anni una formidabile opportunità di costruzione dell'unità nazionale.
Con la modernizzazione della società, la crescente scolarizzazione di massa, lo sviluppo delle comunicazioni, la leva ha perso definitivamente anche questa sua funzione ed è stata percepita da intere generazioni come un insopportabile obbligo, una costrizione rispetto alla quale occorreva individuare scappatoie, sotterfugi, per evitarla o almeno per renderla meno insopportabile. Generazioni di italiani hanno avuto la percezione di dover pagare allo Stato una tassa sulla loro gioventù; un'insopportabile tassa che sottraeva loro uno o due anni di vita utile, da dedicare al lavoro o allo studio. Una tassa molto più gravosa di quelle che gravano sul reddito, perché non sottrae una parte del proprio avere, ma una parte del proprio essere. Milioni di italiani hanno percepito lo Stato come un insopportabile esattore di prestazioni non volute, e questa percezione ha contribuito, anche in questo passaggio della vita civile, in certi casi, ad incrinare il rapporto di fiducia tra giovani e lo Stato. Milioni di ragazzi hanno dovuto tenere conto di questo ostacolo nel dipanarsi dei loro progetti di vita, e le loro famiglie e i loro affetti hanno sofferto con loro di questa situazione. Quante volte ciascuno di voi, onorevoli colleghi, ha sentito qualche giovane lamentarsi per un anno buttato via senza imparare nulla di utile o di formativo, né era pensabile che, in meno di un anno di ferma coscritta, le Forze armate potessero fornire un addestramento utile, considerato il livello attuale di complessità tecnologica ed organizzativa


Pag. 8

della difesa. Dunque, il primo importante risultato che otteniamo con questa riforma è di restituire ai giovani la loro vita, cancellare l'ingiusta tassa sulla gioventù.
È un obiettivo che un movimento di ispirazione liberale come Forza Italia rivendica per sé, in Parlamento come nel paese; ma accanto a tale fine, la riforma ne persegue un altro, di grande importanza. Grazie ad essa, infatti, l'Italia si dota di un dispositivo di difesa all'altezza delle nuove responsabilità e del nuovo ruolo che il nostro paese sta assumendo nello scenario internazionale. Oggi, la difesa nazionale non si riduce più alla protezione dei confini orientali; le minacce alla pace non vengono più dall'Europa: il crollo del comunismo europeo, simboleggiato dalla caduta del muro di Berlino, ha messo la parola fine sulla minaccia che le dittature comuniste esercitavano nei confronti delle democrazie dell'Europa occidentale. Per anni, il modello di difesa italiano ha dovuto fare i conti con il ruolo di paese di frontiera tra il mondo libero ed il comunismo; ruolo affidatole alla fine del secondo conflitto mondiale. Fortunatamente, oggi, tutto ciò è finito e tutta l'Europa, ad occidente e ad oriente, sta percorrendo un cammino che sarà lungo e complesso. È un cammino di integrazione, di unità e pace, dopo la terribile guerra dei Balcani; ultimo lascito dopo la fine del comunismo.
Nel nuovo scenario internazionale, le minacce alla pace, alla libertà, alla sicurezza del mondo vengono dal terrorismo internazionale e dal novero degli Stati che lo alimentano; in questo nuovo scenario, anziché a conflitti di confine o territoriali si assiste ad un conflitto diffuso, conflitto che l'11 settembre 2001 ha raggiunto il suo apice con un atto di guerra terroristica sul suolo degli Stati Uniti.
In questo nuovo scenario internazionale, l'Italia, grazie all'azione del Presidente Berlusconi, ha conquistato una posizione di primo piano nella difesa della pace e della sicurezza ed ha visto crescere responsabilità e prestigio internazionale. Da oltre vent'anni, le nostre Forze armate si sono distinte nelle operazioni di peacekeeping nel mondo, dal Medio Oriente ai Balcani. Mentre noi parliamo - lo ricordavo dianzi - migliaia di uomini delle nostre Forze armate stanno svolgendo il loro lavoro in tutte le aree di crisi del mondo e si sono distinti per capacità operativa, intelligenza strategica e tattica; ma anche per la loro straordinaria umanità nel rapporto con le popolazioni locali. I nostri militari portano alta la bandiera dell'Italia del mondo ed offrono a questo Parlamento ed al paese un motivo di orgoglio nazionale.
Tale nuovo ruolo dell'Italia sullo scacchiere internazionale è stato raggiunto anche grazie ai reparti delle Forze armate che già oggi sono totalmente volontari, di ottimo livello nella preparazione e nella dotazione tecnologica, nonostante le scarse risorse che il nostro paese ha riservato alla difesa.
Oggi, l'Italia è un paese esportatore di pace; due settimane fa, una delegazione di parlamentari italiani componenti le Commissioni difesa della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, ha visitato il contingente italiano nel sud dell'Iraq. In quel territorio, i nostri militari svolgono un importante compito di protezione delle popolazioni locali contro una diffusa criminalità comune; operazioni di sicurezza, di ripristino della legalità, sequestro di armi, preparazione e addestramento della nuova polizia locale, sono i compiti svolti dal contingente italiano con ottimi risultati. Abbiamo, infatti, contribuito in maniera significativa, e contribuiamo tuttora, alla costruzione delle nuove strutture civili irachene.
Con forze armate totalmente professionali, il nostro impegno a difesa della pace nella sicurezza non potrà che crescere; e sarà più forte ed incisivo. Tutti noi sappiamo che l'Italia vuole la pace, operando per essa e per la libertà, un bene che dobbiamo difendere. Ed è per questo che la riforma al nostro esame accrescerà il nostro potenziale di forza di pace. Come ha sintetizzato il Presidente Ciampi in una intervento di qualche tempo fa, quando ha dichiarato: parlare di forze della pace non


Pag. 9

significa assolutamente avere una visione riduttiva delle Forze armate, ma significa avere una visione sempre più ampia di quelle che sono le finalità verso le quali sono rivolte le Forze armate. Gli antichi romani dicevano: «se vuoi la pace prepara la guerra». Noi, oggi, dobbiamo adottare lo stesso motto, modificandolo nel senso: «se vuoi la pace, preparati ad affermare la pace ovunque, anche, quando necessario, con la forza di un esercito, con la forza delle armi». Non più, quindi, una preparazione militare per aggredire, né solamente per difendersi come singolo Stato nazionale, ma per affermare quelli che sono i valori fondamentali di una civiltà, come, nel nostro caso, la civiltà europea che ha nell'Italia il suo fondamento, la sua culla.
Vi è, infine, un ultimo aspetto importante della riforma oggi in discussione, ossia la ricaduta che essa ha sulla formazione dei corpi dedicati alla sicurezza interna. Noi oggi offriamo a chi ha voglia di intraprendere una vera carriera nello Stato, nelle forze di polizia, un percorso formativo e selettivo certo, un'opportunità di carriera professionale vera, una formazione degna del nome. Il modello di selezione ipotizzato, infatti, consentirà di individuare i migliori tra gli uomini e le donne che intraprenderanno la carriera militare per destinarli a compiti di difesa esterni e di sicurezza interna, ma consentirà anche a chi non proseguirà nella carriera militare di godere di un periodo formativo importante che potrà essere messo a frutto anche nella vita civile.
Dalle nuove forze armate emergeranno professionisti validi in campo militare, nelle forze di polizia o, più in generale, nel mercato del lavoro.
Affermazione delle libertà individuali, modernizzazione del sistema di difesa internazionale e della sicurezza interna, nuove opportunità di lavoro al servizio dello Stato: questi sono i tre obiettivi che oggi raggiungiamo.
Da presidente dei giovani liberali li avevo messi in agenda più di vent'anni fa; oggi, sono lieto che siano condivisi, in linea di principio, dalla grandissima maggioranza delle Camere, maggioranza ed opposizione che hanno ben lavorato nelle scorse settimane in Commissione e spero continueranno a farlo fino alla definitiva approvazione di questa riforma.
Signor Presidente, mi permetta di manifestare la soddisfazione del gruppo di Forza Italia, ed anche la mia personale, per essere riusciti a convincere ed a vincere, insieme agli altri, questa importante battaglia politica (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza nazionale).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Deiana. Ne ha facoltà.

ELETTRA DEIANA. Signor Presidente, come ho già annunciato durante i lavori della Commissione difesa, il giudizio che il mio gruppo esprime sul provvedimento in discussione, relativo alla sospensione anticipata del servizio obbligatorio di leva e disciplina dei volontari di truppa in ferma prefissata, è complessivamente negativo ed il nostro voto - lo posso già annunciare in questo mio intervento - sarà contrario, senza «se» e senza «ma», come usiamo dire per quanto riguarda la guerra (ed io credo che questo provvedimento abbia a che vedere con la guerra).
Il giudizio negativo attiene anche a specifici problemi di merito del provvedimento, con particolare riguardo a profili di dubbia costituzionalità che rileviamo nel corpo centrale del disegno di legge, nella parte riguardante il reclutamento del personale.
Tuttavia, accanto a questi e ad altri aspetti strettamente di merito, permane la nostra netta e radicale contrarietà al nuovo modello di difesa ed alle nuove concezioni strategiche, così come si sono venute sviluppando in Italia e nel complesso dei paesi occidentali nel corso degli anni novanta, dopo la dissoluzione dell'impero sovietico e nel rapido configurarsi di un quadro internazionale caratterizzato da quelle che definiamo le nuove guerre, tutte - come i fatti dimostrano - sotto direzione militare ed a stretta egemonia politico-strategica statunitense.


Pag. 10


Il mutamento della filosofia di fondo del modello di difesa occidentale è uno dei corni del problema da cui non si può prescindere quando si parla oggi di forze armate. Di tale mutamento il nostro paese è diventato sempre più marcatamente tributario, concorrendo a tutte le guerre degli anni novanta.
Voglio sottolineare, signor Presidente, questo aspetto, perché la nostra critica, a tale proposito, va ben oltre le pesantissime responsabilità dell'attuale maggioranza in questo tipo di complicità con le nuove guerre, fino ad accettare, con il sostegno alla guerra contro l'Iraq - e mi riferisco a questo Governo - il concetto e la pratica della guerra preventiva teorizzata dai neoconservatori americani.
L'altro corno è, appunto, per quello che ci riguarda, il mutamento della concezione e della funzione delle Forze armate italiane. I due aspetti stanno strettamente insieme: sono l'uno interfaccia dell'altro. Non si può parlare, infatti, della leva volontaria e dell'esercito professionale senza aver chiara la destinazione d'uso dei corpi militari di eccellenza che si vogliono creare così altamente professionalizzati come i colleghi che mi hanno preceduto hanno sottolineato. Non si può, cioè, non tener conto del perché dell'insistenza sulla snellezza, rapidità ed intercambiabilità delle operazioni, sulla evoluzione in progress del funzionamento e dell'organizzazione delle Forze armate, che viene auspicata e richiamata continuamente anche dagli esperti di casa nostra di cose militari. Si tratta, infatti, di aspetti funzionali alle nuove strategie di controllo del territorio planetario messe in atto sotto la forma e sotto l'alibi di risposta all'insorgenza terroristica.
Voi chiamate tali strategie missioni di pace. Ho sentito anche adesso una grande enfasi sul ruolo di pace che le Forze armate italiane svolgerebbero in molti paesi del mondo a cominciare, guarda caso, da un paese che è stato distrutto dalla guerra e continua ad essere distrutto da un terribile dopoguerra: l'Iraq. Noi, invece, le definiamo operazioni di intervento militare, paramilitare, neocoloniale a seconda del contesto e delle necessità accampate dall'alleanza occidentale che può essere multilaterale o unilaterale, come è stato il caso della guerra contro l'Iraq. Il Governo di Berlusconi ha deciso di assecondarla fino in fondo e continua ad appoggiarla al punto che il ministro Martino riterrebbe vergognoso quello che una grandissima parte della popolazione italiana continua a chiedere: il ritiro delle truppe italiane dall'Iraq.
Noi siamo a favore di missioni effettivamente di pace: pochissime quelle in cui oggi gli italiani sono impegnati. Le sosteniamo e le sosterremo perché riteniamo che tali missioni corrispondano alla natura ed allo spirito che dovrebbe informare le Forze armate italiane secondo la Costituzione. D'altra parte, il dopoguerra in Iraq sta a dimostrare con grande chiarezza quanto siano proprio queste nuove guerre ad alimentare in maniera esponenziale l'emergenza terroristica, a destabilizzare nel segno della guerra, dell'insicurezza, dei crescenti disastri umani ed ambientali intere zone del mondo. Si tratta di un'escalation senza fine che anche in queste ultimissime ore ha avuto l'ennesima conferma.
La nostra contrarietà all'istituzione dell'esercito professionale non discende, quindi, da un attaccamento all'esercito di leva, che non abbiamo mai avuto, ma da un'idea della difesa del nostro paese che giudichiamo fondativa in quanto indissolubilmente connessa allo spirito ed alla lettera della Costituzione. Secondo tale idea l'Italia aveva ed ancora ha, seppure ormai fortemente indebolite, tutte le caratteristiche geopolitiche, storiche e culturali per farsi protagonista dei punti alti di acquisizione che l'esperienza europea aveva accumulato nel secondo dopoguerra sul terreno dell'aspirazione alla pace, del diritto internazionale, del ruolo dell'ONU, del primato assoluto della diplomazia in tutte le forme: diplomazia infinita e preventiva versus guerra infinita e preventiva, rovesciando in radice, così, il modello americano che ormai dilaga.
Si poteva abolire la leva obbligatoria lavorando ad un modello di difesa allargata,


Pag. 11

meno militare e più civile, mettendo al centro l'idea della difesa civile non violenta del territorio e forme di intensificazione delle relazioni anche dal basso e degli scambi a tutti i livelli. In tal senso, nella passata legislatura, il mio gruppo aveva presentato una proposta di legge di valorizzazione sia dell'articolo 52 della Costituzione, in base al quale è previsto che si può difendere il paese anche senza armi, sia della legge sull'obiezione di coscienza, la n. 230 dell'8 luglio 1998, che ha reso parte integrante della nostra giurisprudenza il concetto che la difesa appartiene all'insieme della collettività e non solo alla parte militare di essa.
Oggi ci troviamo di fronte ad un provvedimento, che sancisce in maniera definitiva, alla prova dei fatti e - per essere più chiara - alla prova delle nuove guerre, le finalità che si vogliono attribuire all'esercito professionale, operando una distorsione profonda e radicale sulla natura, lo spirito e le finalità che la Costituzione attribuisce alle Forze armate italiane.
Questo è, inoltre, un provvedimento criticabile anche per le molte forzature politiche, al limite della costituzionalità - per questo motivo ho presentato una questione pregiudiziale di costituzionalità -, introdotte dal provvedimento sul versante del reclutamento, per far fronte al vuoto di adesione alla leva volontaria da parte dei giovani di oggi.
Il contenuto del requisito previsto nell'articolo 14 teso ad introdurre una nuova forma di obbligo della leva per entrare nei corpi militari e civili dello Stato, appare infatti contrastante, a mio giudizio, con il divieto costituzionale di arbitrarie discriminazioni nell'accesso ai pubblici uffici e reintroduce, inoltre, forme insopportabili di esclusione delle donne dall'accesso alle carriere nelle forze di polizia e nei corpi civili dello Stato, in quanto i requisiti fisici di ammissione nelle Forze armate sono diversi e più penalizzanti di quelli previsti per le forze di polizia ed anche perché i posti per il personale femminile nelle Forze armate sono limitati mentre la stessa restrizione non vale per la Polizia di Stato.
Anche il trattamento del personale, così come si configura nel provvedimento, è assai negativo. Qui si assiste al solito gap tra la retorica a favore dei militari, di cui continuamente sentiamo parlare gli esponenti del Governo, e la realtà dei fatti, che vede l'insorgenza di un fortissimo disagio, ormai serpeggiante apertamente in tutti i corpi delle Forze armate.
Il trattamento del personale è assai negativo sia sotto il profilo retributivo - addirittura si introduce il concetto della paga quotidiana -, sia con riferimento ai diritti sociali fondamentali (a cominciare da quello particolarmente dirimente del diritto all'alloggio), sia per quanto riguarda i diritti civili, come dimostra il disagio crescente esistente all'interno del personale militare sul tema della rappresentanza democratica, che dovrebbe far parte strettamente di quel diritto alla pienezza della cittadinanza e alla dignità del non essere considerati minus habentes (elementi che dovrebbero essere tutti alla base del diritto alla cittadinanza di cittadini e cittadine in armi).
Un tale quadro non può quindi che essere da noi valutato, complessivamente ed in ogni specifica articolazione, come degno di un voto contrario nettissimo (Applausi del deputato Pisa).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Ascierto. Ne ha facoltà.

FILIPPO ASCIERTO. Anch'io vorrei porre in risalto questa felice coincidenza della festa delle Forze armate del 4 novembre con questo provvedimento, che è epocale ed importante, in quanto accorcia i termini per l'avvio dell'esercito professionale e contestualmente mette in moto una serie di sinergie tra i giovani e nella società, fondamentali ed importanti sia per le Forze armate, sia per gli stessi giovani e per la nostra società.
Si stava verificando in questi ultimi tempi un paradosso. Con l'anticipazione della sospensione del servizio di leva, su un contenitore di 300 mila giovani che avrebbero dovuto servire la patria in armi, solo 10 mila erano destinati alla leva.


Pag. 12


Questi 10 mila giovani non avevano i requisiti previsti nei precedenti decreti e, in realtà, gran parte di questi soggetti erano ragazzi talvolta disinformati sulle opportunità e provenienti dal sud. Non poteva crearsi un'ulteriore sperequazione e non si poteva non tenere in considerazione l'esigenza fondamentale della difesa in un momento di grande sforzo operativo per assicurare la pace in molti paesi del mondo.
Dunque, è giusto anticipare la sospensione del servizio obbligatorio di leva e su ciò Alleanza nazionale ha svolto un ruolo preponderante insieme agli altri gruppi appartenenti alla Casa delle libertà. Tuttavia, voglio apprezzare anche il ruolo svolto dall'opposizione che, tra l'altro, aveva avviato questo processo già nel corso della scorsa legislatura.
Ebbene, oggi, l'anticipazione della sospensione del servizio obbligatorio di leva costituisce una svolta fondamentale affinché si possano indicare con precisione i nuovi organici delle Forze armate. Possiamo affermare che da 270 mila militari, compresi quelli di leva, si può giungere all'obiettivo dei 190 mila, stabilendo gli organici e i contenitori degli organici in modo preciso.
Quindi, le Forze armate possono finalmente avviare un processo di trasformazione anche interno, finalmente si può assicurare ai giovani una dimensione e una prospettiva di carriera che in precedenza era limitata rispetto alle possibilità che questa legge prevede e, finalmente, le Forze armate diventano punto cruciale, focale della società.
Per tanti anni abbiamo assistito ad una delegittimazione delle Forze armate, ad un vilipendio delle stesse, nonché ad una emarginazione talvolta anche sociale; e non mi riferisco all'ultimo decennio, ma ad un periodo antecedente. In questi ultimi tempi, tutti hanno riconosciuto l'impegno e il sacrificio delle donne e degli uomini in divisa a salvaguardia della pace nel mondo ed è stato proprio per questo impegno - sono sotto gli occhi di tutti gli apprezzamenti e le dimostrazioni di affetto nei confronti dei nostri militari - che si è dovuto tenere nella giusta considerazione il fondamentale esercizio istituzionale degli uomini in divisa.
Le Forze armate sono diventate anche strumento di politica estera, dunque hanno dovuto riacquistare un'importanza fondamentale per tutto il paese e per la difesa della libertà degli altri e nostra.
Allora, oggi, vogliamo attribuire nuovamente alle Forze armate quel ruolo all'interno della società che in passato era stato loro sottratto, che poi si erano comunque riconquistato e che adesso vogliamo agevolare. E ciò può essere realizzato, eventualmente attraverso una correzione dei precedenti decreti, fornendo la possibilità ai giovani di potersi formare in modo adeguato e di poter dare il loro contributo di esperienza e di formazione ad altre istituzioni, come nel caso delle forze dell'ordine e dei Vigili del fuoco, o alla stessa pubblica amministrazione. Infatti, nei decreti e nelle leggi precedenti era stata prevista anche questa importante possibilità a quanti, dopo una ferma breve prefissata e due ulteriori ferme biennali, si trovavano nella necessità di dover occupare un posto di lavoro differente non essendovi altri posti a disposizione.
Allora, come possiamo osservare, oggi grazie alle Forze armate si ha una possibilità in più rispetto a qualsiasi altra professionalità emergente nel campo formativo. Era soprattutto questo l'obiettivo che noi, a destra, volevamo raggiungere; un obiettivo con il quale si vuol inviare il messaggio ai giovani: tu credi nella patria, tu servi la patria, tu hai dei limiti in più rispetto a chi non ha lo status militare, io penso a te e al tuo futuro.
Caso mai, nelle finanziarie future bisognerà accentuare sempre più la possibilità sociale di inserirsi meglio nella comunità, con clausole a salvaguardia della famiglia, con leggi che diano un accesso agli immobili in modo differente rispetto al passato. Così, oggi, siamo in grado di poter parlare alla nostra gioventù italiana in modo diverso, ed invitarla a dimostrare quei valori che, talvolta per convenienza o spesso perché impegnati in attività lavorative, magari presso strutture private, non


Pag. 13

hanno potuto dimostrare. Oggi, però, possono farlo a pieno titolo sapendo che esiste un percorso ben preciso per poter servire il paese, per poter progredire in ambito professionale e di carriera nelle Forze armate. E sapendo anche che con il passare degli anni comunque non si chiuderà loro una porta, ma si aprirà un ulteriore mercato, sia in strutture pubbliche sia nel settore privato, quindi con una qualità formativa maggiore.
Un aspetto importante verso il quale abbiamo voluto sensibilizzare, evidenziandolo e inserendolo in questa legge, è l'opportunità, per gli ausiliari delle Forze armate e delle Forze dell'ordine ad ordinamento militare e civile, di poter - nell'ambito della sorta di reciprocità - continuare un percorso che hanno dovuto interrompere.
Tanti ausiliari (ricorro all'esempio dell'Arma dei carabinieri che ne ha più di tutti, circa 12 mila) hanno servito per un anno il nostro paese, contribuendo alla sicurezza delle città. Ebbene, per una ristrettezza dei posti, per un diminuita disponibilità nei concorsi dovuta anche alla precedente legge che stabiliva una percentuale riservata ai militari delle Forze armate, non ha potuto veder coronato il proprio sogno di continuare un percorso nell'ambito dell'Arma dei carabinieri oppure all'interno di un'istituzione militare.
Allora, grazie a questa legge, diamo l'opportunità a quanti hanno svolto il servizio di leva nell'Arma dei carabinieri, nella Polizia di Stato e nelle altre forze dell'ordine, di poter partecipare alla ferma prefissata annuale e di poter concorre con gli altri militari a posti in quelle forze dell'ordine che per loro hanno rappresentato un sogno. Saneremo, così, anche questo aspetto particolare che ha afflitto tanti giovani. Potremo così dire loro che si apre un'altra prospettiva. Mi creda, signor Presidente, sono tanti i giovani che in questi ultimi tempi si fanno sentire sostenendo che non possono aver servito per uno o due anni il paese nelle forze dell'ordine per poi, magari dopo ulteriori richiami, ritornare nelle loro località native e lasciare la divisa all'interno dell'armadio o, alla stregua di soprammobili, i ricordi di questo trascorso, per gran parte se non per la totalità, felice.
Bisognerà allora prestare attenzione alle retribuzioni e ai ruoli, non solo in questo testo, mediante il quale il processo viene solo avviato, ma anche nelle prossime finanziarie.
Nella prossima finanziaria è prevista la copertura per questa trasformazione e, quindi, per questo nuovo di modo di accedere alle Forze armate. Tuttavia, in futuro, dobbiamo porre i volontari delle Forze armate sullo stesso piano di tutti gli altri volontari che sono entrati sia all'interno delle forze di polizia nel comparto sicurezza sia nel mondo militare nel comparto difesa. Allora, bisogna iniziare il vero riallineamento, un riallineamento che proceda dalla base e che, proprio in virtù della riparametrazione approvata lo scorso anno, dia la possibilità, col passare degli anni e, quindi, con gli scatti di carriera, di migliorare economicamente e nel ruolo, per ottenere una progressione di carriera, come avviene in tutti gli altri ruoli sia delle Forze armate che delle forze dell'ordine. Non possiamo pensare che nelle Forze armate - ed è questo che dovremo vedere in futuro - si possa fare una carriera diversa rispetto a quella del carabiniere o del finanziere. Proprio per evitare disallineamenti, vista la presenza del Governo, invito a prendere in esame, da qui a breve, il riordino delle carriere e il riallineamento che, in questo momento, sta per essere approvato nella finanziaria al Senato. Mi auguro che l'emendamento presentato al Senato possa essere approvato.
Ci sono altri due aspetti importanti che rappresentano le specificità delle Forze armate. Abbiamo sentito parlare di regionalismo. Anche in Commissione abbiamo affrontato il problema della modalità con cui si alimentano le Forze armate. C'è stato un impegno da parte della sinistra diretto a regionalizzare coloro che volevano entrare nelle Forze armate, vale a dire i giovani aspiranti alla carriera militare. Non è possibile. L'Italia è una e tutti


Pag. 14

i giovani devono avere le stesse opportunità. Piuttosto, bisogna tenere in considerazione le specificità dei reparti. E quando si parla di specificità dei reparti, è chiaro che per gli alpini oppure per i lagunari di Venezia bisogna tenere in considerazione coloro che vengono proprio dalle comunità che hanno contraddistinto la storia e le tradizioni degli alpini o dei lagunari in quella specifica area geografica. Ma non possiamo imporre i limiti regionali per alimentare le forze armate.
Vi è un'ultima considerazione importante, che dà lustro alle Forze armate oltre che esprimere vicinanza ai tanti italiani e figli di italiani. Mi riferisco alla possibilità di aprire le porte ai nostri italiani all'estero e ai figli dei nostri italiani all'estero. Oggi in Argentina, ad esempio, si vive una situazione davvero particolare. C'è una situazione economica che non consente sviluppo. Ci sono molti figli di italiani che chiedono di ritornare nel nostro paese. Vivo in una regione come il Veneto, che si è impegnata fortemente per gli argentini. Sono decine e decine gli italiani che dall'Argentina vengono in Veneto e trovano posto in molte aziende della regione. Per quale motivo non dobbiamo dare l'opportunità ai figli dei nostri connazionali di servire la patria? Sono sicuro che l'amano come l'amiamo noi, se non addirittura di più. A questi ragazzi diamo l'opportunità di tornare - e gliela stiamo dando con questo provvedimento - per servire il paese e, contestualmente, come previsto in altri testi normativi, per acquisire la cittadinanza.
Allora, questo non è un modo per poter aprire agli extracomunitari - che è un po' il tema ricorrente di questi ultimi tempi - ma è un modo di poter dare ai nostri italiani e ai loro figli ulteriori possibilità.
L'impegno di Alleanza nazionale, nel rispetto delle tradizioni militari e della civiltà del nostro paese che si è basata su dei valori fondamentali che sono stati salvaguardati dalle nostre forze armate, è perché questi giovani possano servire a loro piacimento il paese, non più vittime di illusioni o di opportunità, di convenienze oppure di situazioni anacronistiche, che nel passato hanno visto in molti scegliere l'obiezione di coscienza. Finalmente, ognuno potrà fare della propria vita un percorso ideale e chi ha gli ideali della libertà, delle tradizioni, della civiltà e della italianità - fatemi dire anche questo - potrà tranquillamente servire il nostro paese nelle Forze armate: questo è l'impegno di Alleanza nazionale (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale e Forza Italia).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Pisa. Ne ha facoltà.

SILVANA PISA. Signor Presidente, questo provvedimento è molto importante, uno dei più importanti affrontati nella Commissione difesa della Camera in questa legislatura, molto complesso in quanto riguarda le scelte e le condizioni di vita di tante persone: una riforma come questa è una riforma importante per l'esistenza stessa della difesa. In questo senso, diventa colpevole - secondo me - la ristrettezza dei tempi che ha costretto il dibattito in Commissione a poche sedute e ad una sola audizione con il Capo di Stato maggiore della difesa, in luogo delle tante altre audizioni richieste dall'opposizione: in pratica, l'incontro con i diversi corpi polizia, carabinieri, vigili del fuoco, guardia forestale, agenti di custodia, Croce rossa italiana. Questo avrebbe permesso di conoscere il punto di vista anche di questi corpi su una materia così delicata che li riguarda in prima persona per arrivare a migliorare una riforma - ed è sempre possibile migliorare una riforma - attraverso il coinvolgimento dei soggetti a cui questa riforma si dirige. Ma il concetto di riforme fatte attraverso il consenso delle parti a questa maggioranza è tuttora estraneo, come si vede anche dal mancato accordo sulle pensioni.
Quindi, i tempi sono compressi e questo ci impedisce di lavorare come vorremmo per migliorare un provvedimento a cui anche l'opposizione tiene molto, tant'è che prima ancora che arrivasse in Commissione il disegno di legge del Governo - è stato detto anche qui, ma ci tengo a


Pag. 15

ripeterlo - già da un anno giaceva in Commissione un progetto di legge dell'opposizione su questo tema. Dico questo anche se personalmente conservo qualche perplessità sull'abolizione della leva obbligatoria e sulla scelta dell'esercito professionale, che secondo me può presentare il rischio della creazione di un corpo separato con minore vigilanza democratica. Tuttavia, nonostante questa personale riserva, debbo riconoscere che quando il Governo dell'Ulivo abolì la leva obbligatoria nel paese complessivamente ci fu un indice di gradimento altissimo. Molte famiglie e molti giovani accolsero con favore questa riforma che liberava da un impegno pubblico coatto, vissuto da molti come una perdita di tempo e di questo ne ha parlato anche il collega Fontana. Rinunciare alla leva obbligatoria, però, significa doversi attrezzare per tempo per il funzionamento complessivo dell'esercito professionale e questo richiede risorse, accordo dei soggetti, flessibilità e disponibilità alla discussione e al confronto. Credo che una riforma di questo genere, proprio per la sua importanza strutturale, richiede una condivisione la più ampia possibile; invece, finora in Commissione questa disponibilità ad accogliere le nostre osservazioni - anche quelle di mero buon senso relative ad una maggiore funzionalità del provvedimento, così come i nostri emendamenti - non c'è stata granché dimostrata. Mi auguro che la discussione in aula inverta questa tendenza e in questo senso mi rivolgo alla maggioranza.
Dico questo anche perché credo sia conveniente per la maggioranza condividere la responsabilità di un provvedimento il cui esito finale - che la riforma funzioni - non è di per sé scontato. Il problema è importante perché il rischio che la riforma, con l'abolizione della leva, non riesca a contare sul numero di volontari sufficiente a sostenerla non è da sottovalutare. In ogni caso, da questa esigenza che la riforma funzioni, che condividiamo e di cui ci facciamo carico, all'introduzione di una nuova obbligatorietà della leva anche per chi sceglie percorsi diversi, per esempio la carriera dei vigili del fuoco o un percorso civile, di distanza ne passa assai.
Questa obbligatorietà ci vede contrari: non lo siamo solo noi (la stampa ha parlato di forche caudine), ma anche i sindacati dei vigili del fuoco che, oltre a criticare il meccanismo dell'obbligatorietà, sono molti contrariati dalle conseguenze che questo comporterebbe sulla perdita delle competenze di mestiere così utili nella loro professione. Si lede fortemente il principio della libera scelta, introducendo un vincolo di dubbia costituzionalità (è già stato detto oggi) e stupisce che questo impianto provenga da una parte politica, la cosiddetta Casa delle libertà, che ha fatto dell'abolizione di lacci e lacciuoli il suo Leitmotiv. Ma, ormai, lo abbiamo capito tutti (anche i cittadini lo hanno capito ed, infatti, vi votano sempre meno): la libertà che voi difendete è solo quella dei soggetti forti e, soprattutto, quella degli interessi del Presidente del Consiglio, mentre per tutti gli altri, vincoli, gioghi e obblighi.
Nel merito è poi paradossale che questo provvedimento leda l'unico vincolo internazionale a cui ci è stato raccomandato di adeguarci; mi riferisco alla recente ratifica italiana, ne parlavano anche i colleghi, del protocollo opzionale alla Convenzione dell'ONU sui diritti dei minori che prevede che l'arruolamento non possa avvenire prima di 18 anni di età, mentre il provvedimento in questione si limita ad escludere il minore da impegni operativi, consentendogli di partecipare a selezioni ed alla fase di addestramento.
A nostro avviso, il punto da salvaguardare riguarda il momento della formazione delle scelte. Prima di diciotto anni è augurabile che un ragazzo termini il proprio percorso scolastico e non si capisce oggi l'esigenza di affrettare questo termine. Poteva essere comprensibile nel passato, quando la scuola superiore era riservata a pochi, ma oggi predeterminare una scelta, mentre ancora si sta studiando e si va a scuola appare insensato e scorretto, oltre che lesivo di una raccomandazione internazionale.


Pag. 16


Insomma, l'idea di prevedere che l'ingresso nei corpi, anche ad ordinamento civile, sia condizionata ad una permanenza annuale e quadriennale nelle Forze armate costituisce una scelta sbagliata sul terreno della libertà e su quello della formazione.
Il meccanismo, d'altra parte, non regge. Cifre alla mano: rimarrebbero fuori comunque dai percorsi professionali ogni anno circa trentamila giovani che, dopo una anno di ferma breve ed eventuali altri quattro, non potrebbero più proseguire nella carriera militare e non potrebbero andare negli altri corpi. Inoltre, vi sono evidenti profili di incostituzionalità per quanto riguarda l'accesso ai concorsi, in particolare per quanti vengano ritenuti idonei e restino fuori perché in soprannumero.
Vi è un altro punto che mi preme analizzare, vale a dire il dato secondo il quale le Forze armate, evidentemente, continuano ad essere un'opzione non gradita ai giovani. Il problema non è solo nostro; in Inghilterra si sta studiando come aprire il reclutamento volontario agli immigrati, senza contare che almeno trentamila soldati delle forze Usa in Iraq sono immigrati (per lo più centroamericani), attratti dalla prospettiva della cittadinanza, una volta terminato il servizio. È, quindi, un benefit che per loro si dimostra valevole. A tale proposito, credo che il ballon d'essai che lanciò l'anno scorso il ministro Martino relativamente all'ingresso degli stranieri nel nostro esercito sia da prendere seriamente in considerazione.
La funzione di integrazione svolta dalle Forze armate può essere importante (ne ha parlato anche il collega Fontana con riferimento al passato) per quei cittadini stranieri che hanno deciso di scegliere il nostro paese.
Ma perché vi è questa carenza di volontari oggi nel nostro paese? È solo perché la scelta della carriera militare comporta l'essere sottoposti ad un regime disciplinare particolare, a trasferimenti, a rischi? Sarebbe sufficiente garantire maggiore protezione sociale e migliori condizioni generali? Non è che vi è anche un malessere più generale per il ruolo che la politica oggi assegna ai militari, cioè l'essere chiamati a compiere missioni basate per la stragrande maggioranza sulla difesa di interessi prevalentemente economici (un ruolo di gendarmi a protezione delle fonti di energia, delle vie commerciali e delle aree cosiddette strategiche)? Non è che in questi anni le Forze armate sono state usate impropriamente, al di là dei compiti previsti dalla Costituzione e dai trattati internazionali riconducibili alla difesa della patria? La fuga che si è registrata negli ultimi anni nel nostro paese verso l'obiezione di coscienza è stata solo una scelta di comodo o anche la ricerca di un'utilità e di un impegno reali?
Se in questi interrogativi vi è del vero la strada è secondo noi opposta a quella seguita dal Governo: occorre creare le condizioni per una contaminazione e una permeabilità maggiori tra società e Forze armate. Occorre una legislazione di sistema e non una tecnica di acquisizione di candidati.
Nel disegno di legge invece si vuole dar corpo ad una trasformazione epocale, ad una grande riforma non soltanto di assetto, ma che comprenda finalità e ruoli, ad un costo irrisorio, non ridisegnando fini, strutture e modelli di difesa all'interno di una società democratica e senza rivedere le condizioni di vita dei militari e i loro diritti. Si incentra tutta l'impalcatura del disegno di legge sul reclutamento che in pratica diverrà coatto. È una scelta miope: la qualità del reclutamento incide enormemente sull'efficacia e sulla qualità operativa. Si sta ridisegnando l'assetto del nostro sistema di difesa, ma non solo, si sta anche decidendo chi dovrà operare e che formazione dovrà avere. Questo riguarda non soltanto i militari, ma anche chi dovrà tutelare l'ordine pubblico, la sicurezza dei cittadini, chi dovrà lavorare nel settore della protezione civile, chi dovrà tutelare l'ambiente, chi opererà nel settore dell'emergenza umanitaria. Tutta questa valutazione nell'atto Camera n. 4233 è assolutamente inesistente.


Pag. 17


È saggio in una società complessa, pluralista e democratica basare l'accesso a delicate funzioni di protezione civile come quella dei Vigili del fuoco e a funzioni di sicurezza come quelle della polizia su una preparazione esclusivamente militare? Il principio di uno Stato democratico presuppone una distinzione netta fra le funzioni della difesa e il mantenimento dell'ordine pubblico. È per questa ragione che la smilitarizzazione della polizia nel 1981 venne salutata come un progresso della nostra democrazia.
L'atto Camera n. 4233 è improntato invece ad un'unica preoccupazione: reperire volontari anche tornando ad una sorta di vera obbligatorietà del servizio militare, con un'impostazione assolutamente rigida. In pratica il Governo ha rinunciato a rendere interessante e dignitosa la professione militare, spesso ammantata di retorica, ma non seguita da comportamenti conseguenti e si accinge a predisporre una «parentesi» obbligatoria per chi voglia intraprendere carriere più soddisfacenti. Un luogo di transito, come dire, un purgatorio in attesa di un'occupazione più gratificante e redditizia; un «meno» rispetto alla professione svolta nella Polizia di Stato e nei Vigili del fuoco. In questo, nell'idea di base che lo pervade, il disegno di legge appare umiliante per chi lavora e per chi intende lavorare nelle forze armate; soprattutto sottintende un fallimento, il calo progressivo e costante delle domande, anche della componente femminile, nonostante il vasto disagio occupazionale e l'accentuazione della meridionalizzazione del reclutamento.
Questo benché sia già vigente nel nostro ordinamento una disciplina premiale per chi sceglie l'opzione militare. Già adesso i giovani che svolgono il servizio militare volontario hanno consistenti agevolazioni, come le riserve dei posti nei concorsi nei ruoli civili del Ministero della difesa, per l'assunzione nelle amministrazioni, aziende ed enti dello Stato, delle regioni e delle autonomie locali. Né costituisce appeal - ne hanno parlato anche i colleghi - il sistema retributivo. In Commissione abbiamo presentato un emendamento per sostituire l'umiliante «paghetta» del soldato con un dignitoso stipendio mensile, l'unico in grado di consentire una copertura per malattie e contributi previdenziali. Nel rigettarlo la maggioranza ha risposto che non trattandosi di un rapporto stabile non si richiedeva uno stipendio, questa è stata proprio una «perlina»! Come dire che un volontario vale meno di un impiegato con un contratto di collaborazione coordinata e continuativa, ora un lavoratore a progetto, che almeno ha lo stipendio a fine mese!
L'altra motivazione in base alla quale è stato respinto l'emendamento riguarda aspetti di carattere finanziario che sono poi Leitmotiv che accompagna questo provvedimento e che ha fatto dire persino al capo di Stato maggiore che si vogliono fare «le nozze con i fichi secchi», l'ho già ribadito in Commissione.
Certo, risorse finanziarie nel paese ve ne sono poche; ma come spendere i soldi della difesa è una scelta politica. Si spendono per il sofisticato velivolo da combattimento JFS: mille milioni di euro fino al 2012, anno in cui dovrebbe iniziare la fase di produzione, con alti costi aggiuntivi. Si spendono soldi per inviare i nostri soldati nell'occupazione dell'Iraq - 232 milioni solo per il personale militare - e poi ci si lamenta che non ci sono i soldi per avviare in modo dignitoso, nient'altro che questo, una riforma così qualificante.
Il nostro progetto di legge - che, come abbiamo detto, abbiamo presentato ancora prima - prevede una serie di benefits relativi al miglioramento delle condizioni di vita dei volontari, dalle possibilità di affinare i loro percorsi formativi, in vista di un successivo inserimento sociale, le borse di studio, fino al miglioramento delle condizioni alloggiative - non si può pensare che un giovane accetti la camerata per più di un anno - con un adeguamento delle caserme che prevedano camere singole.
Non solo. Siccome la maggior parte dei volontari provengono dalle regioni del sud, è là che vanno previste le caserme: non si può pensare che i giovani accettino di


Pag. 18

buon grado di restare lontani dal loro ambiente familiare per un periodo tanto lungo.
Insomma, se si vuole far riuscire questa riforma - a cui tutti teniamo - occorre consentire ai giovani un «di più» in termini di libertà, un «di più» in termini di opportunità e di condizioni materiali. Soltanto così potranno convincersi della dignità del lavoro di servire il loro paese (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e di Rifondazione comunista).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Molinari. Ne ha facoltà.

GIUSEPPE MOLINARI. Signor Presidente, l'approdo in aula di questo provvedimento porta inevitabilmente a ricordare il lavoro svolto nella scorsa legislatura per porre in essere una riforma epocale per la nostra storia repubblicana. Con l'autorevolezza che solo lui aveva, l'allora ministro della difesa Beniamino Andreatta fu l'artefice dell'abolizione della leva obbligatoria e dell'avvio della professionalizzazione della leva.
Andreatta, come solo lui sapeva fare, aveva intuito il valore e la fondamentale importanza di dare all'Italia un esercito professionale e un sistema di difesa complessivo maggiormente adeguato a quello che è il ruolo del nostro paese sulla scena internazionale. Non fu una riforma facile, ma l'aggancio all'Europa non poteva ridursi soltanto alla moneta unica: bisognava iniziare a pensare anche ad una difesa europea, ad un quadro comune per le politiche della sicurezza e degli esteri, di cui la difesa è un aspetto strettamente legato.
È stato con i nostri Governi di centrosinistra che si è avviata, a Bruxelles nel 2000, l'idea della forza rapida di intervento di 60 mila uomini. Tutti abbiamo visto quanto sia importante che l'Europa assuma una sempre maggiore autorevolezza in politica estera. Dall'Iraq, ma prima ancora nei Balcani e in Afghanistan, purtroppo l'Europa è sempre stata costretta ad inseguire gli avvenimenti e non ad essere guida dei processi anche diplomatici. Purtroppo la diplomazia ha bisogno di una politica di difesa in grado di supportare la capacità di iniziativa. Noi non l'abbiamo ancora realizzata e ci manca ed è per questo che spesso risultiamo in ombra o, peggio, a rimorchio rispetto agli Stati Uniti.
Sappiamo tutti che c'è una disparità di investimenti nei confronti degli USA. Sappiamo bene che nelle nostre culture europee ed occidentali è difficilmente accettabile l'idea di investire in difesa rispetto ad altri canali della spesa pubblica, ma è altrettanto vero che l'11 settembre ha mutato una serie di chiavi di lettura anche rispetto alle tematiche della difesa in senso stretto. Lo disse il nostro presidente Rutelli: togliamo dalla rigidità dei vincoli di bilancio le spese per la difesa, è anche un importante voce per l'industria italiana di grandi dimensioni, per la ricerca scientifica, per l'occupazione.
Eppure questo Governo, che aveva fatto delle Forze armate, della sicurezza e della difesa uno dei suoi cavalli di battaglia, su questo punto ha fallito. Il rapporto spesa/PIL nel bilancio della difesa è diminuito; eppure il ministro aveva detto che questo Governo puntava all'1,5 per cento.
Nella giornata di venerdì, nel corso di un pubblico intervento, il ministro Martino ha parlato di legare il bilancio della difesa all'andamento del PIL. C'è un dato di fatto indiscutibile: oggi si spende meno dell'1 per cento in politiche per la difesa.
In questo quadro si inserisce il provvedimento in esame, un provvedimento il cui principio noi dell'opposizione avevamo sempre auspicato e cioè l'anticipo dell'entrata in vigore dell'abolizione della leva rispetto al 2007 previsto dalla riforma del 1998. Nelle ultime due leggi finanziarie avevamo presentato pacchetti di emendamenti in questa direzione, puntualmente respinti. Ora siamo al dunque, ma, come spesso accade, a intenzioni pur giuste il Governo fa seguire atti parlamentari contraddittori che creeranno altre difficoltà al momento della loro applicazione. Infatti, dopo una discussione in Commissione, che è stata subitaneamente strozzata per arrivare


Pag. 19

in aula, constatiamo un atteggiamento del Governo e della maggioranza non sempre aperto e piuttosto rigido su punti qualificanti proposti dell'opposizione.
Per noi il legislatore ha un compito importante: il Parlamento, le discussioni, il confronto con l'opposizione non sono una perdita di tempo, ma un modo per migliorare ciò che per sua natura è perfettibile.
Siamo preoccupati per l'andamento della discussione e l'approssimarsi del voto parlamentare, perché riscontriamo una sottovalutazione delle problematiche connesse al nuovo scenario da parte del Governo.
La legge 14 novembre 2000, n. 331, che riforma il servizio militare italiano, aveva conferito al Governo la delega di adottare un decreto legislativo per disciplinare la graduale sostituzione, entro sette anni a decorrere della data di entrata in vigore del medesimo decreto legislativo, dei militari in servizio obbligatorio di leva con i volontari di truppa e con personale civile del Ministero della difesa.
Il decreto legislativo 8 maggio 2001, n. 215, fissando il termine per la sospensione del servizio obbligatorio di leva a decorrere del 1o gennaio 2007, prevede che gli ultimi ad essere sottoposti alla coscrizione obbligatoria sono i giovani nati entro il 31 dicembre 1985. Un periodo di transizione così ampio è il risultato di un atteggiamento ispirato dalla ragionevole prudenza che il passaggio da un sistema di reclutamento ad un altro rendeva necessario. Va, inoltre, considerato che i fermi volontari pluriennali erano stati introdotti nell'organizzazione militare fin dal 1995. Oggi, dopo due anni dell'entrata in vigore della legge che ha introdotto il sistema professionale, possiamo dire che il modello funziona.
L'impegno delle Forze armate in missioni internazionali sotto l'egida dell'ONU o in base agli accordi internazionali per il mantenimento e il ripristino della pace e la partecipazione ad operazioni di soccorso alle popolazioni esposte ad eventi bellici sono stati il banco di prova più severo che ha dimostrato, riscuotendo il plauso incondizionato della comunità internazionale, il livello di efficienza e di capacità operativa raggiunto dalle nostre unità.
Sono oltre novemila i militari impegnati in queste missioni che rendono lustro al paese in maniera indiscutibile rispetto al Governo in carica. Le Forze armate sono un patrimonio del paese a prescindere dalle maggioranze che governano. A questi gravosi impegni vanno aggiunti quelli che, sistematicamente, ormai da tempo, sono disposti all'interno dei nostri confini per la sorveglianza e il controllo del territorio, laddove il personale militare viene posto a disposizione dei prefetti, in stretto coordinamento con le forze di polizia.
Il modello professionale, dunque, funziona e le nostre istituzioni militari hanno dimostrato di poterlo gestire con eccellenti risultati.
L'ultima conferenza intergovernativa ancora non ha sciolto i tanti dubbi che gravano sul futuro di un esercito europeo, una necessità che si avverte sempre di più di fronte agli scenari internazionali per rafforzare un'autonomia operativa e collaborativa con gli USA, ma che non sia solo subalternità. È del tutto evidente, infatti, che l'impiego operativo nelle missioni più impegnative è ormai devoluto alle unità formate con personale volontario e alle forze di leva rimangono le operazioni di dislocazioni territoriali con compiti che tendono a divenire sempre più marginali.
Inoltre, lo stesso bacino di reclutamento della leva è ormai fortemente condizionato dall'alto numero di adesioni al servizio civile che sta affermando una propria identità del tutto indipendente dalla leva obbligatoria. È, quindi, evidente che il passaggio a un sistema professionale è irreversibile e il periodo di transizione molto ampio avrebbe finito per rallentare gli stessi processi di ristrutturazione, con il rischio di avere ibridi non efficienti ed efficaci, anche sotto il profilo della professionalità.
Vi erano e vi sono, quindi, tutte le condizioni di utilità e di opportunità per


Pag. 20

accelerare la trasformazione del nostro strumento militare in senso totalmente professionale, esonerando dall'obbligo di leva i giovani nati dopo il 31 dicembre 1982 e, a nostro avviso, a sospendere il servizio di leva fin dal 1o gennaio 2004, senza attendere quanto previsto dal disegno di legge del Governo.
Per realizzare tale obiettivo è necessario intervenire in più direzioni, per garantire alle Forze armate una disponibilità adeguata per quantità e qualità di volontari in ferma. Attualmente il personale in ferma volontaria non percepisce uno stipendio ma soltanto una paga giornaliera, com'è stato ricordato. Tale paga, volta a compensare esclusivamente le giornate di effettiva presenza presso i reparti, è, peraltro, determinata in misura inferiore rispetto a quanto offerto in altri settori delle istituzioni pubbliche che, quindi, assorbono parte consistente dei giovani disponibili all'arruolamento. Noi, come partiti dell'opposizione, dai Democratici di sinistra alla Margherita, avevamo presentato una proposta di legge abbinata, ma su cui non è stata neppure la possibilità di fare un Comitato ristretto, avendo adottato il testo del Governo come testo base.
Sappiamo che è il regolamento, ma nulla avrebbe impedito di essere maggiormente disponibili ad un confronto. Del resto, si tratta di un provvedimento sul quale sapevate di non incontrare un pregiudizio contrario in quanto l'obiettivo era e resta condiviso, ma sulle modalità è possibile avere idee diverse ed era su quelle proposte che si poteva giungere a sintesi.
Non disperiamo, ma siamo diffidenti. Lo abbiamo visto dall'atteggiamento sulle proposte emendative: solo due accoglimenti del tutto marginali e, comunque, imposti da condizioni non eludibili come ad esempio nel caso dei bambini soldato su cui vi è stato un pronunciamento ripetuto e reiterato da organismi internazionali e dall'Unione europea.
Del resto, sulla nostra lealtà e buona fede non potete dubitare perché non abbiamo speculato pur avendone l'opportunità. Nel momento in cui c'è stata la presentazione dell'emendamento del relatore sulla possibilità di arruolamento per persone anche extracomunitarie - che estende anche a cittadini stranieri, extracomunitari e non, ma con genitori italiani la possibilità di prestare servizio volontario nel nostro esercito - abbiamo dato il nostro appoggio in Commissione, dove si è registrato solo il voto contrario della Lega.
Siamo sorpresi di alcune rigidità inspiegabili, soprattutto dopo la stessa audizione del capo di Stato maggiore, generale Mosca Moschini. Ad esempio, sull'articolo 14, che è il cuore del provvedimento, si è manifestata la principale rigidità, in quanto la maggioranza sembra sposare un'unica soluzione, quando anch'essa sa che non è così. Il reclutamento delle forze di polizia, attraverso un meccanismo di quella portata, potrebbe anche non funzionare, creando un effetto domino negativo sia sulla difesa sia su tutto il comparto sicurezza. Viene sancito il vincolo del servizio militare come requisito per l'accesso alle forze di polizia, viene ad essere introdotto un elemento di obbligatorietà che appare in netto contrasto con i principi costituzionali.
Abbiamo proposto di riservare una quota dei posti per le carriere delle forze di polizia al reclutamento libero, pur in presenza di percentuali di inserimento abbastanza congrue. L'obbligatorietà del preventivo servizio militare rischia di accentuare gli squilibri territoriali del paese, considerando il dato ineludibile e indiscutibile che il bacino cui attingeranno le Forze armate sarà costituito soprattutto e prevalentemente da giovani meridionali.
Siamo disposti anche a prevedere il principio dell'obbligatorietà, purché abbia un'applicazione limitata nel tempo, considerando tale delega come una soluzione straordinaria e temporanea, legata alla difficile fase di transizione. In questo è evidente la nostra costruttività, in quanto abbiamo proposto che il meccanismo dell'obbligatorietà abbia una validità limitata al 31 dicembre 2009 e non si estenda fino al 31 dicembre 2020. Tra l'altro, con un'obbligatorietà così prolungata nel tempo sarebbe ancora più grave se non


Pag. 21

fossero messi a concorso i posti non coperti durante l'anno dai volontari delle Forze armate. Inoltre, come possiamo considerare applicabile la proposta del Governo se non si è presa in esame la nostra proposta di escludere dai meccanismi dell'articolo 14 il Corpo dei vigili del fuoco, nonostante l'apertura manifestata dal capo di stato maggiore della difesa nel corso della sua audizione informale? Ci interroghiamo su cosa accadrà nella riorganizzazione dell'attuale rete delle caserme sul territorio nazionale.
Dobbiamo evitare che venga disperso un patrimonio di storia e di dislocamenti operativi in termini di sicurezza. Lo smantellamento deve prevedere il mantenimento in ogni regione di una caserma militare e di altre infrastrutture logistico-operative per evitare una concentrazione non funzionale all'apparato militare.
Siamo contrari a razionalizzazioni selvagge, che deprimono e non aiutano la nascita di un esercito professionale.
Prevediamo anche una ristrutturazione delle caserme, tenendo conto che dovranno ospitare persone che non si fermano più soltanto pochi mesi e che appartengono a sessi diversi, quindi con esigenze del tutto nuove rispetto al passato. Ripeto, contestiamo ogni razionalizzazione selvaggia del patrimonio di caserme nel paese ed abbiamo proposto un emendamento che mira a tutelare la presenza di una struttura militare e di una caserma per ogni regione.
Avverto con disagio quanto sta accadendo anche nella mia stessa regione, in Basilicata, dove una caserma come quella del 91o battaglione rischia di essere soppressa, nonostante la storia, il valore e gli investimenti effettuati. Ricordiamo al Governo che nella scorsa legislatura il Parlamento approvò all'unanimità una risoluzione che impegnava il Governo ad investire nella realizzazione di cinque nuove caserme nel Mezzogiorno. Tutti riconoscono che la nuova frontiera non è più l'est europeo, è cambiata la geografia politica e il Mediterraneo è diventato il vero confine per l'Italia e, soprattutto, per l'Europa.
Per tali motivi, non comprendiamo decisioni che mirano solamente a smantellare, senza oculatezza e senza appropriatezza delle misure. Abbiamo poi l'esigenza di promuovere l'arruolamento, ma questo si può fare solo attraverso adeguate misure incentivanti sia per l'ingresso sia per accompagnare l'eventuale uscita in maniera meno traumatica possibile. Non si può chiedere a ragazzi di entrare con tanta speranza, di utilizzarli per un compito importante e, poi, riscaricarli in una fascia di età critica, nella quale trovare un'occupazione diventa difficile, soprattutto se consideriamo la loro prevalente provenienza meridionale.
Abbiamo poi la necessità di avere persone preparate, militari forti e pensanti. Vogliamo consentire la scelta del servizio militare volontario anche a quei giovani che intendono contemporaneamente proseguire gli studi ma possono trovarsi in condizioni economiche che non consentono con facilità tale scelta.
Noi vogliamo che le forze armate non diventino sfogo solo per le marginalità. A questi giovani vogliamo che siano riservate borse di studio che consentano di completare il ciclo delle scuole medie superiori o quello universitario senza oneri da parte loro. È chiaro che ciò assicurerà alle forze armate anche l'ingresso di una fascia di popolazione che ha tra i propri obiettivi anche quello di migliorare la propria formazione culturale e professionale.
Dobbiamo consentire, poi, fuoriuscite indolori e non traumatiche dal punto di vista sociale. Il problema del collocamento al lavoro con forme agevolate per i volontari congedati senza demerito può, a nostro avviso, avvalersi utilmente della previsione di consentire all'amministrazione della difesa di ricorrere a risorse esterne per il soddisfacimento delle sue necessità tecniche e logistiche, agevolando imprese o aziende cooperative che risultino formate in gran parte proprio dal personale congedato. Con ciò si realizzerebbe una particolare «civilizzazione» della logistica con effetti positivi sull'intero sistema.
Abbiamo apprezzato lo sforzo del Governo di venire incontro a queste esigenze.


Pag. 22

Abbiamo proposto la modifica delle norme che disciplinano il profilo di carriera dei volontari, le condizioni di reimpiego e il transito nel ruolo dei sergenti, migliorandone lo stato giuridico e le condizioni di avanzamento.
È del tutto evidente che la sospensione anticipata del servizio di leva obbligatoria va esaminata e discussa anche per gli effetti diretti o indiretti che potrà avere sul servizio civile volontario. Se c'è equiparazione reale e vera, se anche questa scelta viene considerata dal Governo realmente parificata, allora questo provvedimento è la sede opportuna per inserire meccanismi tali da non creare disservizi. Tutti sanno che interi settori dell'assistenza nelle diverse realtà sono affidati al servizio civile; molto probabilmente, se in questo disegno di legge non dovessimo essere pronti ad intervenire, potremmo rischiare gravi conseguenze.
Infine, abbiamo la vera emergenza, già richiamata: la casa. La questione casa è una questione importante per incentivare la permanenza nelle Forze armate. Pensate al disagio di persone che, per motivi di servizio, devono spostarsi o devono trovare una sistemazione confortevole per la propria famiglia. Non s'è fatto che un gran parlare di cartolarizzazioni di immobili della difesa ignorando le prospettive e le dinamiche legate alla professionalizzazione delle forze armate. Noi proponiamo una riserva congrua e adeguata di edilizia pubblica residenziale a sostegno dei militari e delle loro famiglie.
Queste sono, sostanzialmente, signor Presidente, signor sottosegretario, i nostri emendamenti; ci attendiamo dal Governo una risposta. Il gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo non ha una posizione pregiudiziale; dalla risposta del Governo e dal dibattito di questa sera noi adotteremo le nostre decisioni e il nostro comportamento in aula nel corso dell'iter di approvazione di questo importante disegno di legge.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Bricolo. Ne ha facoltà.

FEDERICO BRICOLO. Signor Presidente, il processo di professionalizzazione, che sta alla base organica dello strumento militare, è iniziato nella prima metà degli anni novanta, dopo il crollo del muro di Berlino, in coincidenza con l'aumento delle missioni internazionali di pace delle nostre forze armate. I due momenti devono essere considerati in stretta correlazione. La fine della guerra fredda, infatti, ha coinciso con il venir meno della maggior minaccia della sicurezza nazionale italiana da parte del blocco sovietico e la conseguente cessazione della necessità di disporre di un grande esercito di linea destinato alla protezione delle frontiere da alimentare con il gettito della coscrizione obbligatoria.
Il moltiplicarsi degli interventi militari italiani all'estero, invece, ha implicato un sensibile incremento del rischio di subire perdite fra i soldati per causa di servizio, costringendo le forze armate a ricorrere a costosissimi sistemi di incentivazione per indurre i militari a partire.
Dunque, volendo sintetizzare, il ricorso ai volontari è stato imposto dalla storia e della necessità di acquisire truppe più facilmente impiegabili all'estero e in missioni di pace nel mondo. Devo dire che Lega nord Padania condivide questo provvedimento nelle sue linee generali. È vero però che abbiamo delle perplessità e abbiamo presentato una serie di emendamenti. Invitiamo il Governo di valutarli per migliorare questo provvedimento e, soprattutto, per togliere dubbi sui problemi effettivi che potranno nascere poi nell'applicazione di questo sistema per l'arruolamento delle truppe volontarie nel nostro esercito.
Ora tratteremo di ciò che cosa non ci piace. Innanzitutto, dobbiamo dire che il provvedimento che è arrivato in Commissione, approvato dal Consiglio dei ministri, come vincolo per accedere alla professione di militare prevedeva la cittadinanza italiana.
Era un vincolo che noi abbiamo subito condiviso; però, questo vincolo è stato immediatamente modificato in Commissione con un emendamento, proposto dal gruppo di Alleanza nazionale, riformulato poi dal relatore, che praticamente porterà


Pag. 23

ad accedere nel nostro esercito anche cittadini stranieri apolidi che, allo stato, non hanno la cittadinanza italiana. Al di là delle affermazioni fatte poc'anzi, ad esempio dal collega di Alleanza nazionale, Ascierto la nostra preoccupazione non sta nel fatto che figli di italiani, ad esempio argentini, potranno accedere nel nostro esercito, ma il problema di fondo è che si apre la strada ad un disegno, che come abbiamo visto in questa sede viene portato avanti dal centrosinistra, che prevede di fare entrare nel nostro esercito anche gli extracomunitari; tale disegno è stato anche pubblicamente annunciato, come possibile traguardo, dal ministro della difesa, Martino, alcuni mesi or sono.
È anche vero che il rappresentante del Governo, in Commissione, durante il dibattito sugli emendamenti, alla domanda posta da un parlamentare del centrosinistra che chiedeva che intenzioni avesse il Governo sulla possibilità di giungere ad un arruolamento anche di extracomunitari, cioè di cittadini stranieri che non hanno la cittadinanza italiana, si è riservato di analizzare in futuro come andrà effettivamente questo nuovo sistema di reclutamento e cioè se si riuscirà a supplire a tutte le esigenze di organico oppure, invece, si dovrà aprire anche questo scenario. La nostra preoccupazione, dunque, è questa. Senza fare polemiche di nessun tipo, noi semplicemente proponiamo un ordine del giorno che impegni il Governo a far sì che nessun cittadino straniero extracomunitario, al di là dell'emendamento che è stato approvato e che ora è all'esame dell'assemblea della Camera, in un prossimo futuro possa accedere al nostro esercito professionistico, e chiediamo, sempre al Governo, di rinunciare ad ogni studio, anche di mera fattibilità e di opportunità, che possa contemplare in futuro il ricorso della difesa italiana al reclutamento di volontari stranieri extracomunitari e la conseguente creazione di reparti composti da militari provenienti dall'estero. Perché abbiamo questa preoccupazione? Credo che sia noto a tutti che, in questo momento, le nostre Forze armate sono impegnate nella stragrande maggioranza dei casi in missione di pace nel mondo: l'Italia è il terzo paese nel mondo come numero di uomini presenti in missioni di pace. È chiaro, inoltre, che queste missioni di pace spesso intervengono in conflitti etnici o in conflitti religiosi o in situazioni di lotta al terrorismo internazionale (o al fondamentalismo religioso), e così via.
Pensare, dunque, di avere un esercito extracomunitario composto magari da tunisini, marocchini, albanesi, turchi, chi ne ha più ne metta, magari di religione islamica, che avrebbero il compito di difendere gli interessi del nostro paese in questo tipo di situazioni, è chiaramente una cosa che dovrebbe fare venire a tutti i brividi. Mi si potrebbe rispondere che questo tipo di militari potrebbero non essere usati nelle missioni di pace all'estero, ma potrebbero essere usati nei servizi che in questo momento già i militari professionisti e di leva stanno svolgendo sul territorio su obiettivi sensibili al terrorismo, sia nostrano sia internazionale come, ad esempio, a guardia di aeroporti, di caserme, e così via. Io penso che non sia concepibile una cosa del genere, almeno in questo momento. Dare in mano un mitra, un bazooka, un carro armato, ad un cittadino non italiano, magari di religione islamica, e chiedere che questo difenda i nostri interessi, credo sia una cosa impossibile da realizzare, tenendo conto anche di tutte le ripercussioni che queste cose potrebbero avere nelle caserme. È chiaro che se nelle caserme iniziano ad esserci militari extracomunitari questi avranno, giustamente, tutti i diritti che hanno gli altri militari italiani e, dunque, potranno avere anche le loro guide religiose che li vengono a trovare dandogli assistenza spirituale.
Pensiamo all'imam di Carmagnola o all'Adel Smith di turno, che sosterranno spiritualmente militari islamici arruolati nelle nostre truppe; chissà cosa potrebbero infondere loro. Purtroppo, non si tratta di provocazioni, ma di scenari che si aprono se si decide di portare avanti il disegno di allargare il nostro esercito anche agli extracomunitari. Dunque, semplicemente, il mio gruppo presenterà quest'ordine del


Pag. 24

giorno che, se condiviso dal Governo, smorzerà tutte quelle polemiche che, invece, purtroppo, esternazioni del Governo, rese sia in Assemblea sia in Commissione - penso, in particolare, a quelle fatte dal ministro - hanno suscitato, destando allarme.
Ma vogliamo formulare anche altre critiche circa il provvedimento; spiace che questa legge, prevedendo delle quote, di fatto disponga che, praticamente, da ora in poi, chi vorrà accedere alle Forze di polizia - penso, dunque, all'Arma dei carabinieri, alla Polizia di Stato, alla Guardia di finanza - dovrà prima, a modo di iter propedeutico, accedere nei ruoli dell'esercito. Dovrà abbracciare la vita militare per uno o quattro anni; preciso infatti che le quote sono previste soprattutto per chi farà quattro anni di ferma. Tale permanenza sarà un vincolo necessario per poi potere accedere alle forze di polizia, come hanno evidenziato anche altri colleghi prima di me intervenuti nella discussione del provvedimento. Ciò condurrà inevitabilmente ad avere sul territorio forze dell'ordine rappresentative, per una serie di considerazioni, solo di una determinata area del paese; esse, infatti, rappresenteranno il meridione. Non vi saranno più cittadini del nord - padani - incentivati ad entrare nelle forze dell'ordine; chiaramente, nel sud del nostro paese, purtroppo, sussiste il fenomeno della disoccupazione che grava sicuramente sui giovani del sud, i quali sono sicuramente più incentivati ad accettare anche questo tipo di proposte lavorative mentre al nord, invece, i giovani hanno anche altre possibilità. Evidentemente, perciò, dovere abbracciare per quattro anni la vita militare prima di poter accedere alle forze dell'ordine rappresenta per costoro un disincentivo che, chiaramente, li spingerà a non scegliere questa opzione. I rappresentanti delle forze dell'ordine, perciò, proverranno dal meridione.
Al di là della regionalizzazione - aspetto del quale si può anche discutere -, il problema sarà anche di operatività sul territorio. Palesemente, chi nasce, vive e conosce direttamente il territorio sul quale deve operare avrà, sicuramente, maggiore capacità nel contrastare, poi, fenomeni, a lui noti, legati alla criminalità o alla difesa degli interessi dei cittadini; chi, invece, proviene da un'altra regione, in ipotesi non conoscendo le lingue locali e via dicendo, sicuramente incontrerà maggiori difficoltà, come già adesso accade.
Si arriverà ad avere la stragrande maggioranza - la quasi totalità - di rappresentanti delle forze dell'ordine che non conoscono il territorio e che svolgeranno il loro servizio anche sul territorio del nord; infatti, non possiamo non prevedere che le nostre forze dell'ordine non occupino anche le regioni del nord.
Si tratta di un problema che sicuramente il Governo si sarà posto; è di tutta evidenza che l'interesse del Governo - ne siamo consapevoli e, sicuramente, non vogliamo fare demagogia - è riuscire ad arrivare a coprire le esigenze di organico: un risultato certamente non facile da ottenersi. Però, evidentemente, questi incentivi - dati ai militari per permettergli, poi, di accedere alle forze di polizia - diventeranno disincentivi per i cittadini appartenenti al nord del paese; disincentivi che poi si ripercuoteranno in modo negativo sugli effetti che le stesse forze dell'ordine potranno produrre sul territorio.
Ad un tempo, signor Presidente, anche un altro aspetto ci sta molto a cuore; il corpo degli alpini, il glorioso corpo che ci viene invidiato da tutto il mondo e che ha una storia chiaramente radicata sul territorio con l'alpino, padano, fortemente rappresentativo della sua terra. Con questo nuovo sistema del reclutamento volontario, palesemente, diventerà quasi impossibile avere volontari alpini provenienti dalle regioni del nord della padania; e, dunque, avremmo un corpo degli alpini composto da siciliani, calabresi, pugliesi, campani, laziali, e via dicendo.
Dunque, ritengo che, anche per il rispetto che dobbiamo a questo corpo, sia giusto ed importante intervenire da parte del Governo, il quale peraltro non si è detto insensibile a questa nostra richiesta. Anzi, in Commissione ne abbiamo discusso e siamo convinti che si possa fare di più


Pag. 25

al fine di andare incontro e di incentivare i giovani che vogliono comunque prestare un servizio volontario militare nel corpo degli alpini. Tutto ciò per non permettere la distruzione di secolari legami con il retroterra sociale che da sempre, da decenni e decenni, hanno avuto i nostri alpini nel nostro paese.
Con una nostra proposta emendativa chiediamo semplicemente degli incentivi per permettere ai giovani di arruolarsi nel corpo degli alpini. Per accrescere le domande di arruolamento tra i giovani residenti nelle regioni dell'arco alpino con un nostro emendamento prevediamo di introdurre un regime di incentivi addizionali particolari sia sotto il profilo remunerativo che delle destinazioni. In particolare, si delega il Governo ad incrementare le paghe di chi vorrà entrare nel corpo degli alpini nei livelli previsti dalla legislazione vigente di un 30 per cento ed a destinare i giovani delle regioni dell'arco alpino ad unità, reparti e caserme appartenenti al comando truppe alpine siti in prossimità dei comuni di residenza.
È previsto anche un miglioramento del regime delle licenze e così via, che permetterà di dare incentivi, consentendo ai giovani, che magari vogliono costruirsi una famiglia, di svolgere il servizio militare nel corpo degli alpini rimanendo sul proprio territorio.
Sappiamo anche quanto siano importanti le associazioni di volontariato: mi riferisco all'associazione nazionale degli alpini ed a molte altre presenti nel nostro paese, come l'associazione degli alpini padani così via. Pensiamo a ciò che gli alpini fanno dal punto di vista del volontariato, dopo aver terminato l'anno di militare; pensiamo a quante case e baite degli alpini ci sono nei nostri paesi, nel nord: essi sono i primi a mobilitarsi in caso di calamità naturali in modo disinteressato. È un volontariato puro e sano, che inevitabilmente andrà a perdersi, perché comunque non ci sarà più linfa che andrà a rinfoltire i numeri dei rappresentanti di questi ex alpini che hanno deciso comunque di prestare volontariato nel nostro paese ed anche in giro per il mondo.
Si tratta, dunque, di un bene storico, di qualcosa che ci lega, di una tradizione che non possiamo in nessun modo dimenticare e che vogliamo difendere. Chiediamo, dunque, al Governo di intervenire anche in questa direzione, accettando i nostri emendamenti.
In conclusione, signor Presidente, in più interventi in Assemblea questo provvedimento è stato incensato come la fine della leva nel nostro paese e si è detto che i nostri giovani non dovranno più servire per un anno il nostro paese. Come ho detto prima, gli eventi storici e le necessità del nostro paese ci hanno portato a questa professionalizzazione dell'esercito che comunque condividiamo. Però, non è neanche giusto dimenticare la grande tradizione della leva nel nostro paese. Milioni e milioni di giovani che hanno svolto il servizio militare si sono formati ed hanno imparato ad obbedire: è stato un momento di crescita. Io, ad esempio, ricordo il periodo in cui ho svolto il servizio militare come un'esperienza assolutamente positiva. Comunque, vedo che i giovani, quando si incontrano, iniziano a parlare delle loro esperienze militari, discutendo per ore ed ore, perché comunque si tratta di ricordi indelebili.
Non mi è piaciuto che prima, da parte del rappresentante di Forza Italia, si sia urlato all'evento storico, affermando che finalmente si è riusciti ad abolire la leva. È, comunque, qualcosa che merita rispetto, che ha formato milioni di italiani; è stata una tradizione militare nel nostro paese, che comunque non avremo più, forse giustamente; ma non è neanche giusto non ricordarla.
Signor Presidente, concludo con un'ultima considerazione. Noi presenteremo anche un altro ordine del giorno che parte da questo concetto: avremo un esercito di professionisti e chiediamo che esso, che in questo momento è la terza forza militare al mondo (nelle missioni di pace siamo dappertutto: in Medio Oriente, in Africa, nell'Europa balcanica) pensi anche a difendere i propri confini, cosa che fino adesso evidentemente non si è voluta fare. Abbiamo una marina ed un esercito che


Pag. 26

possono essere sicuramente in grado di contrastare i fenomeni dell'immigrazione clandestina, che oltre ad essere illegali sono anche pericolosi, perché importano nel nostro paese pericolosi terroristi, droga e non solo.
Ci troviamo spesso ad assistere guardando i telegiornali alle morti che si verificano, purtroppo, nei nostri mari. Le carrette del mare affondano perché, evidentemente, nessuno le respinge. Gli organizzatori malefici, che in questo momento si trovano soprattutto in Libia, ma anche in tutti i paesi extracomunitari del Mediterraneo, cercano di portare nel nostro paese clandestini con estremo pericolo ed a disprezzo della loro vita.
È chiaro che piangiamo tali morti, ma dobbiamo riuscire a bloccare i fenomeni di immigrazione clandestina facendo rispettare la legge Bossi-Fini che prevede l'entrata nel nostro paese solo per coloro che hanno un contratto di lavoro, una casa in cui vivere, uno stipendio e, dunque, la possibilità di integrarsi nel nostro tessuto sociale. Tale legge ha una posizione sicuramente caritatevole non facendo entrare chiunque per poi lasciarlo in mezzo a una strada magari a vivere di accattonaggio o, peggio ancora, di criminalità. Fermare tali flussi vuol dire anche fermare centinaia e centinaia di morti che, purtroppo, avvengono nei disastri che siamo costretti a leggere molto spesso sui quotidiani nazionali.
Dunque, l'invito è anche di usare il nostro esercito per pattugliare le nostre coste e difendere i nostri confini. Tali confini sono stati spesso dimenticati per interessi internazionali sicuramente importanti. È giusta la lotta al terrorismo internazionale, ma non si può dimenticare la sicurezza del nostro paese e la difesa dei confini ad essa direttamente collegata.
Signor Presidente, in conclusione, non siamo contrari alle linee di questo provvedimento, tuttavia, abbiamo sollevato alcune eccezioni che preghiamo il Governo di valutare attentamente per cercare di migliorare l'impianto del provvedimento ma, soprattutto, di arrivare ad un testo che non porti effetti negativi sulla vita nel nostro paese.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Minniti. Ne ha facoltà.

MARCO MINNITI. Signor Presidente, stasera cominciamo l'iter in aula di un provvedimento sicuramente importante. Tuttavia, per evitare un equivoco insorto anche in me ascoltando alcuni colleghi che mi hanno preceduto, vorrei ribadire che non stiamo affrontando il tema importante - quello sì di valore storico-politico - della sospensione della leva nel nostro paese. Questo Parlamento ha già deliberato in tal senso e sono passati, ormai, tre anni. Il provvedimento in esame traccia un bilancio di quella riforma ed è innestato su un giudizio che si dà rispetto ad essa.
Sarebbe stato assai singolare e, sinceramente, anche un po' in ritardo se questo Parlamento avesse oggi, nel 2003, tratto le conseguenze di modificazioni straordinarie nel quadro internazionale avvenute soprattutto nell'ultimo decennio. Non siamo giunti in ritardo ed abbiamo affrontato tale passaggio con un impegnativo percorso parlamentare. Vorrei ricordare che tale percorso è stato segnato da un'iniziativa forte dell'allora maggioranza di centrosinistra e da una convergenza che si è registrata in Parlamento con l'allora opposizione, oggi maggioranza.
Sinceramente, se vi è un'obiezione da fare, e mi sento di farla in questa sede, è che si è arrivati a questa discussione un po' di fretta e non perché il problema non fosse in sé urgente. Era ed è talmente urgente che l'opposizione aveva già per tempo presentato un progetto di legge che chiedeva di accelerare la transizione ed affrontare tale tema perché i problemi erano sotto gli occhi di tutti.
Avevamo un processo riformatore, che rischiava di fatto di bloccarsi. Vi era bisogno di mettere più benzina nella macchina del cambiamento e ce ne siamo accorti un anno fa, quando abbiamo presentato in Parlamento - magari anche sottovalutati - un progetto organico, che


Pag. 27

interveniva per fare il punto sulla riforma della leva e che individuava quali erano i punti sui quali investire: costruire nuove e più convincenti incentivazioni. Lo si è, tuttavia, sottovalutato e il Governo è arrivato a questo appuntamento con il fiato corto, all'ultimo minuto. Ricordo anche la discussione assai singolare all'interno del Governo tra chi voleva in qualche modo rilanciare la leva obbligatoria: una discussione in qualche modo quasi surreale perché di fronte alle difficoltà evidenti di gettito per quanto riguardava l'esercito professionale si pensava che la riforma da fare era quella di ritornare a come eravamo prima, cancellando anche importanti argomentazioni presentate in Parlamento nel 2000 ed oggi riproposte qui dai colleghi che sono intervenuti prima di me.
La riforma della leva e il passaggio all'esercito professionale sono un punto ineludibile e in qualche modo dobbiamo dire con grande chiarezza che le Forze armate italiane sono un po' come l'aereo in fase di decollo: abbiamo superato il momento del non ritorno; se qualcuno pensasse che i problemi che abbiamo di fronte possano essere affrontati attraverso il ritorno allo status quo ante farebbe un gravissimo errore. Il punto quindi non è questo, non è cioè nella finalità di un'accelerazione della transizione (che noi abbiamo proposto e quindi oggi condividiamo); un'accelerazione, peraltro, che si inserisce in un quadro internazionale profondamente modificato e in un contesto di cambiamento particolarmente significativo dei compiti della nostre Forze armate: compiti che sempre di più hanno costituito il requisito fondamentale nella capacità di proiettarsi fuori dei confini del nostro paese e che sempre di più hanno fatto sì che le Forze armate fossero considerate, da parte dell'opinione pubblica nazionale, come portatrici di pace fuori dei confini, capaci di affrontare situazioni delicatissime. Quel requisito doppio, che i tecnici usano chiamare interoperabilità e proiettabilità, la capacità cioè di sapersi muovere insieme con le Forze armate alleate, unitamente alla possibilità di andare oltre i confini nazionali, ha chiesto sempre di più alle nostre Forze armate un salto di qualità, che non poteva essere affrontato dall'esercito di leva.
Sinceramente penso che questa discussione assai singolare tra esercito professionale ed esercito di leva, tra «chi sarebbe più pacifista e chi meno pacifista», sia un po' artatamente posta, che spesso ignora quali sono stati i presupposti storici. Vorrei ricordare che la coscrizione obbligatoria è stata un veicolo fondamentale per le grandi guerre dell'ottocento e dei primi del novecento. Napoleone introdusse la coscrizione obbligatoria, sulla base di un'idea fortemente centrale dell'uso delle Forze armate nella politica internazionale (allora della Repubblica francese, poi dell'impero francese).
Non c'è dubbio, quindi, che non c'è un rapporto specifico tra esercito professionale ed esercito di leva, dal punto di vista della potenzialità bellica. Le grandi guerre mondiali sono state combattute da eserciti di coscrizione obbligatoria.
Ci troviamo di fronte ad uno scenario profondamente modificato, che deve indurci a rileggere tutto ciò. Per il tipo di richiesta che viene operata, occorre disporre di Forze armate sempre più qualificate e sempre più in grado di affrontare quanto viene loro richiesto (richieste di qualità e di impegno).
Nel momento in cui diciamo un grazie di cuore alle ragazze e ai ragazzi, ai militari italiani impegnati nelle missioni all'estero, affermiamo con grande chiarezza che è giusto che quel «grazie» non sia soltanto retorico, pieno di una cattiva retorica patriottarda, e vuoto di impegni concreti.
Ad esempio, non sfugge a nessuno che stiamo affrontando questo processo di riforma nel quadro di un impegno finanziario più generale del Governo su questi temi, che è un quadro estremamente deficitario.
Lo stesso ministro Martino è stato costretto a lanciare un segnale d'allarme, che purtroppo appare inascoltato da parte del Governo. Basta osservare le leggi finanziaria che, per tre anni di fila, hanno tagliato il bilancio della difesa e, quest'anno,


Pag. 28

il taglio sarà ancora più profondo perché colpirà in maniera molto seria il personale della difesa. Parliamoci con chiarezza: oggi, chiediamo alle ragazze e ai ragazzi italiani di fare una scelta verso un servizio militare volontario professionale, ma quale segnale forniamo a questi ragazzi e a queste ragazze se coloro che già oggi fanno parte delle Forze armate vengono colpiti in diritti fondamentali, vedendo allontanate sine die le loro aspettative? A ciò dovrebbe rispondere il Governo nella sua collegialità!
Esiste quindi un problema di fondo: nel momento in cui chiediamo di più, si pone con evidenza un problema di credibilità e di coerenza in ordine a chi chiede di più. Ed è questo il punto che muove le nostre critiche impegnate e di merito.
Avrei preferito che a questo disegno di legge fosse garantito un percorso in Commissione più riflettuto. Non si trattava di una richiesta ostruzionistica dell'opposizione, infatti sulla difesa quasi mai abbiamo fatto dell'ostruzionismo.
La difesa non è un tema su cui si fa ostruzionismo, è un tema sul quale ci si confronta limpidamente agli occhi del paese e, se possibile, si assumono responsabilità comuni. Naturalmente, per assumere responsabilità comuni occorre un confronto che, in Commissione, è stato strozzato sul nascere.
Ringrazio il presidente della Commissione per gli sforzi che ha fatto, perché quanto ho detto non dipendeva da lui. Tuttavia, non sfugge a nessuno che siamo stati costretti a licenziare il provvedimento in pochi giorni per sottoporlo all'esame dell'Assemblea. Se non si istituisce un Comitato ristretto su un provvedimento di questo tipo, su quali provvedimenti si fa? Dunque, consideriamo la discussione in aula molto impegnativa, in quanto dovrà in qualche modo sopperire anche a ciò che in Commissione non si è fatto.
Allora, consentitemi di avanzare qualche proposta positiva, alternativa e critica con riferimento a quanto il Governo ha proposto attraverso questo disegno di legge.
Vi è un punto che mi lascia perplesso, e lo dico anche dopo aver riflettuto su questi temi: non sono convinzioni abborracciate all'ultimo momento, ma valutazioni che dipendono anche da un'analisi del fenomeno, da quanto avviene negli altri paesi, da come si sono affrontati questi problemi, non perché dobbiamo realizzare ciò che hanno fatto gli altri, ma perché è necessario comprendere come siamo inseriti nell'ambito di uno scenario più ampio. Oggi, stiamo parlando dell'esigenza di accelerare il processo di integrazione europea, attraverso la costituzione di un esercito europeo. Abbiamo degli impegni internazionali come il corpo reazione rapida della NATO, come l'impegno per un corpo d'armata europeo capace di intervenire fuori area. Sono tutti impegni che ci coinvolgono direttamente ma noi affrontiamo questo appuntamento europeo ed internazionale come un vaso di coccio tra tanti vasi di ferro. L'Italia è l'unico paese europeo che per la funzione difesa vede ulteriormente diminuita la spesa. Siamo di fronte ormai ad uno stridente iato tra quanto dichiarato nel documento di programmazione economico finanziaria (che prevedeva un impegno di spesa nel triennio fino al 2005 dell'1,5 per cento) e quello che è avvenuto effettivamente. Sarebbe giusto e leale nei confronti del Parlamento che nel corso di questa discussione il Governo, manifestando limpidezza di comportamento, ammettesse che quell'obiettivo dell'1,5 per cento è ormai derubricato.
La distanza che c'è tra l'obiettivo dichiarato e la spesa effettivamente impegnata oggi, a me pare del tutto incolmabile; anche perché in questi anni abbiamo registrato una progressione negativa a fronte di neanche un piccolo segnale di una progressione positiva.
Il disegno di legge governativo affronta dunque una transizione accelerata ma di fatto lo fa imponendo o proponendo un unica variante. Si tratta di una variante discutibile, quella cioè di considerare il servizio volontario nelle forze armate come assolutamente imprescindibile per poter avere accesso nei concorsi delle


Pag. 29

forze di polizia ad ordinamento civile e militare, sino a giungere alle forze di protezione civile come i Vigili del fuoco! Si ripropone dunque un nuovo vincolo di obbligatorietà. Chi consulterà gli atti del dibattito parlamentare del 2000 in materia, riconoscerà che in quella discussione parlamentare si è considerata la riforma della leva come la capacità di reintrodurre un principio di libertà. Ho ascoltato anche i colleghi della Casa delle libertà nei loro interventi parlare di quel principio; ma oggi quel principio di fatto viene «messo in discussione» perché introduciamo un principio di obbligatorietà difficile da comprendere. Lo trovo difficile da comprendere perché mette in discussione un principio di libertà e perché praticamente può comportare un ulteriore restrizione della base di gettito nei confronti degli accessi alle forze di polizia civili e militari.
Per non parlare poi dell'assoluta singolarità - e mi auguro che su questo il Parlamento ponga una correzione nel corso dell'esame parlamentare - dell'avere inserito i Vigili del fuoco tra le forze di polizia. Qual è la connessione tra le forze di polizia e i Vigili del fuoco? Le forze di polizia sono armate, i Vigili del fuoco no! Sinceramente è difficile comprendere la ragione per cui, sia di fronte all'evidenza di una divaricazione molto netta di finalità e di scopi sia di fronte alla pochezza dei numeri di cui si sta parlando, ci si ostini a considerare i Vigili del fuoco all'interno di un comparto che li omologa e li rende assolutamente identici alle forze di polizia, che pure portano un'arma. Personalmente considero sbagliata l'obbligatorietà.
Abbiamo presentato emendamenti che sostengono la necessità di elevare la quota garantita, ma non arriviamo mai al 100 per cento, quota che rappresenta un errore in sé! Affrontiamo allora il tema di quello che deve essere un progetto che renda appetibile il servizio militare volontario, per una ragazza o un ragazzo italiani. Non si può agire soltanto sul tasto del posto di lavoro futuro.
Una ragazza o un ragazzo italiani possono pensare di fare il servizio militare volontario se hanno di fronte un progetto più ampio e più convincente. Per fare questo c'è bisogno, innanzitutto, di intervenire sui salari. C'è da porsi una domanda. Perché quando si fa un concorso per la Polizia di Stato o per l'Arma dei carabinieri le domande sono tantissime? Perché, invece, quando lo si fa per le Forze armate italiane, pur di fronte a nobili impegni, le domande non sono così tante? La risposta è che lì c'è uno stipendio, qui c'è un soldo. Una delle risposte che dobbiamo dare consiste nel riconoscere ad una ragazza o ad un ragazzo che decidano di servire il nostro paese nelle Forze armate la dignità di chi ha uno stipendio. Non è una cosa campata per aria. Chiediamo alle persone di sacrificare un pezzo della loro vita e noi, Stato democratico italiano, non siamo in condizioni di affrontare nemmeno il tema dello stipendio.
La seconda questione riguarda la vita complessiva che si offre loro. Qui c'è il problema che abbiamo posto e porremo durante l'esame degli emendamenti per quanto riguarda l'edilizia, le caserme, l'accoglienza, le borse di studio: bisogna dare la possibilità di pensare all'impegno militare come a un qualcosa che non interrompe traumaticamente il corso della vita. Sì alle borse di studio, perché una ragazza o un ragazzo che decidono di fare i volontari hanno bisogno di poter pensare a come continuare i propri studi. Quanto alle caserme, bisogna pensare ad una capacità di accoglienza che sia propria di un esercito professionale e non più dell'esercito di leva. Sulle case, abbiamo di fronte un Governo che dice di voler guardare con attenzione ai militari. E mentre dice questo, con l'altra mano, al Senato, nell'altro ramo parlamentare, con un provvedimento di scippo toglie gli alloggi a coloro che hanno già servito nelle Forze armate italiane. Bell'esempio! Chiediamo alle ragazze e ai ragazzi di entrare nelle Forze armate italiane e di sacrificarsi, mentre, contemporaneamente, con un provvedimento singolare - perché c'è da fare cassa


Pag. 30

- togliamo le case a coloro che hanno già servito o stanno servendo nelle Forze armate italiane.
Viene sempre un dubbio, in questo paese: è possibile che, per fare cassa, si debba sempre farla pagare a coloro che si sacrificano di più? Non è possibile fare cassa in un altro modo? Non si è fatta cassa, per esempio, nel momento in cui si è deciso di abolire le tasse sull'ereditarietà dei beni. Allora non c'era bisogno di fare cassa. C'è bisogno di fare cassa oggi, quando parliamo degli inquilini della difesa. Il Parlamento aveva già dato un segnale chiaro al Governo, ma vedo che si ritorna sulla stessa strada. Errare è umano, perseverare diventerebbe diabolico.
Presidente - e mi avvio rapidamente alla conclusione -, accanto a tutto ciò c'è bisogno di diritti veri, di democrazia. In Commissione stiamo discutendo il disegno di legge di riforma della rappresentanza militare. Un esercito professionale che chiede di più anche dal punto di vista della qualità ha bisogno anche di un'altra qualità della democrazia. C'è bisogno, quindi, di suonare più tasti del pianoforte. Il disegno di legge del Governo suona un solo tasto ed è un tasto che, per giunta, rischia di essere un po' stonato. Sapete qual è il rischio? Il rischio è che facciamo una riforma che, tra qualche anno, si dimostrerà una riforma che - magari - non funziona del tutto e, anzi, trascina in negativo ciò che già funziona.
Ed è per questo - e concludo - che ritorno alla questione principale, alla risposta a queste mie argomentazioni che sono fondate. Si tratta di argomentazioni assolutamente ineccepibili. Penso che anche il rappresentante del Governo non avrà alcuna ragione di contrastare queste argomentazioni. Tuttavia, la risposta che mi si dà è questa. Mi si dice che non ci sono finanziamenti. Non ci sono i soldi per fare questa riforma. Allora, dobbiamo intenderci fino in fondo.
La prima questione è che non si possono fare le riforme senza soldi. L'idea che si possa continuare a pensare che si propaganda una riforma, ma poi non ci sono i fondi concreti per poterla realizzare non sta né in cielo, né in terra. La seconda questione, tuttavia, è un'altra. Noi chiediamo a questo Governo di scegliere delle priorità, di cominciare a dire quali sono le priorità e se priorità è la sicurezza interna ed esterna del nostro paese, c'è bisogno di investire finanziamenti nella sicurezza interna ed esterna. Non si può continuare a dire che questa è una priorità, ma di fatto le scelte vanno in un'altra direzione.
Signor Presidente, io ho concluso, ma mi sia consentito di fare una breve osservazione su quello che è diventato un argomento molto sentito soprattutto all'esterno di quest'aula, quasi fosse il segnale che dà il quadro dell'intero provvedimento. In altre parole, mi riferisco all'emendamento del relatore che prevede la possibilità per gli eredi diretti di italiani all'estero, quindi figli o nipoti, di potere partecipare al concorso per volontari nelle nostre forze armate. Io ritengo che questo sia un passo che va nella giusta direzione ed abbiamo condiviso l'emendamento del relatore per una ragione semplicissima. Vedete, io sono convinto che più si va avanti e più si ragiona in maniera molto seria ed attenta su questi temi, così come sul tema dell'immigrazione. Ad esempio, penso che in questo momento sia importante che ci sia una discussione impegnata ed impegnativa sul voto amministrativo per gli immigrati nel nostro paese. Tuttavia, quando discutiamo di questo non possiamo non guardare a quello che avviene nelle altre democrazie europee come negli Stati Uniti d'America dove il servizio militare è uno straordinario veicolo di integrazione razziale per coloro che sono immigrati, di integrazione che consente di rendere più solido anche il processo di unificazione di un paese. Guardate che quando penso a questo non penso assolutamente alle brigate nazionali estere: quella idea va cassata dalla partita. Non ci servono in Italia brigate albanesi o brigate eritree: quello ricordava un altro tipo di concezione, in altre parole l'idea che noi potessimo avere delle truppe quasi coloniali.


Pag. 31

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE FABIO MUSSI (ore 17,30)

MARCO MINNITI. Invece, il progetto e l'idea verso la quale andare deve essere un altro: quello della integrazione di coloro che vivono e lavorano nel nostro paese, anche attraverso il dovere e il diritto principale che è quello di impegnarsi per la difesa della patria.
Ebbene, signor Presidente, signor sottosegretario, io ho detto con grande chiarezza quali sono i punti sui quali pensiamo vada incentrata la discussione parlamentare. Ho ricordato quanto è avvenuto nel 2000, ho ricordato e ricordo oggi anche a voi che allora andarono di pari passo due disegni di legge: uno per la riforma della leva, l'altro per la riforma del servizio civile. Nel momento in cui si affronta il tema e di accelerare il superamento della leva, è giusto che in questo provvedimento ci sia un segnale per cui si dica che il servizio civile volontario rimane un punto impegnativo dell'attività del Parlamento perché dietro quel servizio civile volontario ci sono servizi ed impegni per cui, sicuramente, dobbiamo fare di tutto affinché siano mantenuti anche dopo la transizione e il superamento della leva. Nel 2000 noi abbiamo guardato con attenzione alla ricerca di un punto di approdo unitario in un Parlamento che pure era animato da profonde divisioni e lacerazioni. Io penso che oggi questa volontà unitaria non spetti all'opposizione, che naturalmente ha già detto come la pensa e quello che chiede, ma spetti a questa maggioranza, sapendo che per quanto ci riguarda quello spirito che ha informato la riforma del 2000 può essere ritrovato anche in quest'aula. Molto dipende da quello che dirà e da quello che farà il Governo.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Ostillio. Ne ha facoltà.

MASSIMO OSTILLIO. Signor Presidente, farò qualche schematica considerazione: è il vantaggio-svantaggio di chi interviene tra gli ultimi. È già stato detto molto su questo argomento e molto è condivisibile; in particolare mi sento di sottoscrivere largamente quanto ha detto il collega Minniti immediatamente prima di me.
Su questo provvedimento, tra l'altro, vi è un'area di dissenso tutto sommato limitata, ma che, purtroppo, investe aspetti rilevanti e, forse, è giusto recriminare in ordine ad un'impostazione che ha compresso i tempi di approfondimento non ha consentito di raggiungere l'unanimità o, meglio, una larga intesa in Commissione.
Il tema, d'altra parte, mi sembra molto sentito; ricordo, a tale proposito, le argomentazioni, condivise, che hanno portato nella precedente legislatura all'approvazione della legge n. 331 del 2000 (si è con essa sancito il percorso per la sospensione del servizio di leva), nonché al successivo decreto legislativo del maggio 2001, le quali dimostrano appunto che il tema è sentito e largamente condiviso.
Il fatto che oggi si torni in Parlamento per discutere di alcuni aspetti collaterali, ma non per questo meno importanti, della sospensione della leva, dimostra che, tutto sommato, il disegno complessivo, immaginato nella precedente legislatura ed in parte modificato dalla maggioranza con il suddetto disegno di legge, regge. Tuttavia, sono tra quelli che ritiene si tratti di un bicchiere riempito a metà (qualcuno dice metà vuoto e metà pieno); comunque, è positivo che si sia proceduto ad accelerare il percorso inizialmente imposto, così come previsto nel primo articolo del provvedimento in esame, al quale si aggiungono, come dei carri ferroviari, tanti altri vagoni.
La vicenda della sospensione del servizio di leva è indubbiamente destinata ad eliminare una serie di problemi, ad esempio quelli che si riferiscono all'incertezza dei giovani, bloccati nella ricerca di occupazione e costretti, quindi, a fare una sorta di anno sabbatico, rispetto alle loro aspirazioni lavorative; essi dovevano affrontare (e lo devono fare ancora oggi, fino a quando non sarà a regime il nuovo


Pag. 32

quadro normativo) un periodo di transizione lungo prima di ottenere un posto di lavoro stabile.
Vi erano in passato altre storture; ricordo, ad esempio, il fatto che ai militari di leva fossero connessi impegni e compiti che tutto sommato credo non avrebbero dovuto essere loro attribuiti; penso alle prime missioni all'estero, in particolare agli equipaggi delle navi, o anche ai compiti di sicurezza interna per operazioni sostanzialmente di presidio di strutture ed infrastrutture con uso delle Forze armate e di altri obiettivi sensibili. Ciò, tutto sommato, a mio parere, avrebbe dovuto essere evitato in passato per i militari di leva.
Vi è un'altra considerazione da svolgere: come emerge dagli atti, dalle attività amministrative, ministeriali e soprattutto delle Forze armate, mi sembra che la pianificazione di un tale traguardo ambizioso e problematico dimostri che anche in questo caso il sistema funziona e che sembra gestibile, sopportabile dalle stesse Forze armate. L'ultimo punto a favore che riscontro in tutto ciò è che ci avviamo ad avere uno strumento militare ricco di giovani più motivati, con una professionalità più spinta.
Di fronte a ciò, vi è però un vuoto, un varco. Faccio riferimento all'ultima considerazione svolta dell'onorevole Minniti nel corso del suo intervento: non si risolve ancora la questione di come un'esperienza di vita, quella che il giovane maturava prima con il servizio militare, che assumeva anche il significato di integrazione (oggi tale funzione verrebbe lasciata solo alla televisione). Non vi è più la possibilità di acquisire, attraverso il servizio militare, conoscenze utili al lavoro, ma anche in caso di necessità di interventi di volontari per eventi calamitosi.
Su questo io credo che la riflessione, avviata con questo dibattito da parte del Parlamento, vada completata presto nell'ambito del discorso sul servizio civile e per gli aspetti del volontariato; occorre una qualche iniziativa rivolta a previsioni normative che possano coprire lo spazio che oggi rimane aperto sul tema.
Terza considerazione: si lasciano diversi problemi irrisolti perché per le Forze armate rimane il fatto di giocare una scommessa, legata ad una maggiore specializzazione dei propri uomini e alla capacità di dimostrare con un diminuito numero di militari come sia possibile realizzare l'integrazione interforze di cui si parla da tempo e la interoperabilità anche sul piano delle missioni internazionali.
Proprio la proiezione internazionale del nostro paese, accelerata negli ultimi anni, è un banco di prova importante, nel momento in cui a supporto di queste missioni non sono più i 250 mila uomini di oggi, ma una forza più ristretta.
L'altra scommessa, anche questa ricordata lungamente negli interventi che mi hanno preceduto, riguarda il problema degli alloggi, del recupero delle caserme e di spazi abitativi e di lavoro per i militari, che devono essere incentivati rispetto alla carriera che intraprendono: oggi non è assolutamente previsto alcunché. Anche in questo caso uno sforzo maggiore, per esempio provvedimenti che consentono il project financing per la realizzazione di strutture idonee per le nuove esigenze delle Forze armate, sarebbe stato gradito. Tuttavia in Commissione se ne potrà ridiscutere, considerata la comune sensibilità sul tema.
Un altro problema che rimane sul tappeto, ampiamente ricordato, è quello relativo alle risorse per la difesa. Risorse per gli investimenti in mezzi e armamenti, risorse utili per adeguare gli stipendi, per dare un'appetibilità in termini economici alla carriera che i giovani intendano intraprendere. Diversamente, a fronte di un'assenza di risorse che continuiamo a denunciare da tempo e che non viene ancora superata dal Governo, il rischio è che la «macchina» immaginata possa non reggere alla prova degli eventi.
Un ultimo elemento citato da tutti e che registra posizioni diverse fra noi, è quello della possibilità che si crei un «imbuto» nelle procedure di accesso alle carriere delle forze di polizia ad ordinamento civile e militare e per i Vigili del fuoco. Svolgo, avviandomi alla conclusione,


Pag. 33

una considerazione sul fatto che il territorio verrà a soffrire di questa riforma, nel momento in cui vengono soppressi enti e reparti (perché necessariamente sarà così in virtù del minor numero di militari che avranno le nostre Forze armate); per esempio, cessa l'attività dei medici nei consigli di leva e rimane pendente l'esigenza di dare una prospettiva lavorativa a questi professionisti che per tanti anni hanno svolto il loro lavoro all'interno di realtà destinate a scomparire.
Pensiamo poi alle strutture militari che verranno lasciate: in alcuni casi sono beni che possono essere restituiti al territorio per essere utilizzate a fini pubblici, e che proprio per questo non possono essere cedute a valore di mercato. In altri casi, le caserme che saranno chiuse creeranno problemi, differenti a seconda delle regioni. Vorrei citare al riguardo la situazione in Lucania, per una vicinanza territoriale, ponendo il problema al rappresentante del Governo, nella speranza che possa essere evitata la chiusura della struttura dell'esercito esistente. Si sarebbe dovuto pensare ad una maggiore integrazione con il territorio, magari dialogando con le regioni, cosa che non è avvenuta sinora a sufficienza.
Rimangono le prospettive: spero positive, se riusciamo a risolvere i problemi strutturali di cui ho parlato ed a trovare nuove opportunità di impegno sociale per i giovani non più soggetti al servizio militare (e quindi un servizio civile da rafforzare ed elementi normativi incentivati per quanto attiene al volontariato); occorrerà trovare nuove opportunità per la formazione, soprattutto indirizzata alla protezione civile e, in un sistema di contrappesi molto delicato, verificare il peso sul territorio e sotto il profilo socioeconomico delle diverse norme in via di approvazione. Credo che tutto ciò sia importante, perché in un disegno che, tutto sommato, è innovativo rispetto al quadro normativo preesistente, occorre una verifica costante del percorso che è stato immaginato con questo provvedimento, evitando per esempio - e concludo - il possibile precariato che, di fatto, è il pericolo maggiore nascosto nelle pieghe di questo disegno di legge. Sarà importante, infine, valutare meglio dei meccanismi che potrebbero rivelarsi poco incentivanti e non idonei a favorire un miglioramento della professionalità di quanti individuano nella carriera militare il loro futuro. Accanto a questi aspetti, concludo ricordando quello retributivo di cui ho già parlato. Sono questi dei limiti ed io e il mio partito saremo attenti a verificare gli effetti della nuova legge. Lo faremo da posizioni non pregiudiziali, non rigide, non precostituite, perché riteniamo importante che le opportunità connesse alla sospensione del servizio di leva dispieghino tutti i loro effetti a vantaggio dei nostri giovani e del paese.

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.

Back Index Forward