Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 375 del 20/10/2003
Back Index Forward

Pag. 6


...
Discussione del disegno di legge: S. 2474 - Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 29 agosto 2003, n. 239, recante disposizioni urgenti per la sicurezza del sistema elettrico nazionale e per il recupero di potenza di energia elettrica. Deleghe al Governo in materia di remunerazione della capacità produttiva di energia elettrica e di espropriazione per pubblica utilità (approvato dal Senato) (4332) (ore 15,30).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge, già approvato dal Senato: Conversione in legge, con modificazioni del decreto-legge 29 agosto 2003, n. 239, recante disposizioni urgenti per la sicurezza del sistema elettrico nazionale e per il recupero di potenza di energia elettrica. Deleghe al Governo in materia di remunerazione


Pag. 7

della capacità produttiva di energia elettrica e di espropriazione per pubblica utilità.

(Discussione sulle linee generali - A.C. 4332)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
Avverto che il presidente del gruppo parlamentare dei Democratici di sinistra-l'Ulivo ne ha chiesto l'ampliamento senza limitazioni nelle iscrizioni a parlare ai sensi dell'articolo 83, comma 2, del regolamento.
Avverto che l'XI Commissione (Attività produttive) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Il relatore, onorevole Saglia, ha facoltà di svolgere la sua relazione.

STEFANO SAGLIA, Relatore. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il disegno di legge in esame reca la conversione in legge con modificazioni del decreto legge n. 239 del 2003. A seguito dell'esame da parte del Senato, il testo iniziale del decreto-legge si è arricchito di numerose altre disposizioni che in parte riproducono il testo di alcune norme contenute nel disegno di legge di riordino del settore elettrico approvato nel luglio di quest'anno dalla Camera. La Commissione non ha ritenuto opportuno reintrodurre modifiche al testo in relazione alla primaria esigenza di garantire la conversione in legge nel termine costituzionale. Per quel che riguarda il disegno di legge di conversione, il comma 2 dell'articolo 1 reca una delega al Governo per l'adozione entro due mesi dalla data di entrata in vigore del provvedimento in esame del decreto legislativo per assicurare il raggiungimento di condizioni economiche atte a garantire un adeguato livello di produzione di energia elettrica, prevedendo un sistema competitivo per la remunerazione della capacità di produzione dell'energia elettrica, consentendo, al fine dell'ingresso di nuova capacità produttiva, la possibilità di concorrere al sistema di remunerazione anche per capacità di nuova realizzazione e prevedendo un sistema di garanzie da fornire e sanzioni non inferiori agli oneri di sostituzione e non superiori al doppio degli stessi per gli operatori che non rispettino gli impegni quantitativi e temporali assunti.
Il comma 3 dell'articolo 1 del disegno di legge di conversione delega il Governo ad adottare, entro due mesi dalla entrata in vigore del provvedimento, disposizioni integrative e correttive del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di espropriazione per pubblica utilità al fine di adattarne le disposizioni alla particolare caratteristica delle infrastrutture lineari energetiche sulla base dei seguenti principi e criteri: razionalizzazione, unificazione e semplificazione dei procedimenti; semplificazione delle procedure di notifica e di pubblicità dei procedimenti; applicazione delle nuove disposizioni ai procedimenti in corso.
Passando ad esaminare le disposizioni del decreto-legge, l'articolo 1, comma 1, del decreto-legge, così come modificato nel corso dell'esame in Senato, dispone che, per esigenze di copertura del fabbisogno nazionale di energia elettrica, con decreto del ministro delle attività produttive di concerto con il ministro dell'ambiente e della tutela del territorio, può essere autorizzato l'esercizio temporaneo di singole centrali termoelettriche di potenza superiore a 300 megawatt inserite nei piani di esercizio del gestore della rete di trasmissione nazionale, anche in deroga ai limiti di emissioni in atmosfera e di qualità dell'aria fissati nei provvedimenti di autorizzazione, ovvero derivanti dall'applicazione del decreto del Presidente della Repubblica n. 203 del 1988 nonché dal regolamento di cui al decreto del ministro dell'ambiente e della tutela del territorio n. 60 del 2002. La norma, secondo una modifica introdotta nel corso dell'esame in Senato, dispone altresì che la suddetta autorizzazione può essere concessa fino al 30 giugno del 2005 (nel testo originario il termine scadeva il 31 dicembre del 2004) e su motivata e documentata segnalazione del GRTN.


Pag. 8


Il comma 2 dell'articolo, emendato dal Senato, stabilisce inoltre che le condizioni di esercizio degli impianti di cui al comma 1 devono rispettare i valori limite di emissione previsti dalla normativa dell'Unione europea e previsti per gli impianti di potenza termica nominale inferiore a 500 megawatt dall'allegato 3, lettera b), del decreto del ministro dell'ambiente e della tutela del territorio del 12 luglio del 1990. Infine, il comma 3 dell'articolo 1 dispone che, per le finalità e con le procedure di cui al comma 1, fino al 30 giugno 2005 può essere determinato il limite relativo alla temperatura degli scarichi termici di cui alla nota 1 della tabella 3, allegato 5, del decreto legislativo 11 maggio 1999, n. 152, relativamente agli scarichi derivanti dall'esercizio delle centrali termoelettriche di potenza termica superiore a 300 megawatt e inserite nei piani di esercizio del gestore. A seguito di una modifica introdotta dal Senato le disposizioni di questo comma non si applicano alla laguna di Venezia. Tutte le altre disposizioni sono state introdotte ex novo nel corso dell'esame al Senato. In particolare, l'articolo 1-bis autorizza il ministro delle attività produttive, allo scopo di ridurre il rischio di distacchi di energia elettrica per l'utenza diffusa, ad emanare di concerto con il ministro dell'ambiente e della tutela del territorio su motivata e documentata segnalazione del GRTN appositi decreti finalizzati a promuovere o accelerare la riprogrammazione dell'utilizzo degli impianti idroelettrici, la concentrazione delle manutenzioni, la possibile riattivazione di impianti in arresto di lunga durata e l'incremento della capacità interrompibile.
L'articolo 1-ter è finalizzato all'unificazione della proprietà e della gestione della rete di trasmissione nazionale di energia elettrica e alla successiva privatizzazione del soggetto derivante da tale unificazione, alla quale si dovrà provvedere con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri su proposta del ministro dell'economia e delle finanze di concerto con il ministro delle attività produttive. Il termine per l'emanazione del decreto è fissato in 60 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto-legge in esame.
Vengono inoltre apportate alcune modifiche alle disposizioni del decreto legislativo n. 79 del 16 marzo 1999 (più noto come decreto Bersani) riguardante la figura del gestore della rete di trasmissione nazionale. Oggetto delle modifiche, introdotte dall'articolo 1-ter, è l'articolo 30 del decreto legislativo n. 79 del 1999 e, in particolare, i seguenti commi: il comma 2 che, a seguito delle modifiche, riconosce all'ente gestore della rete nazionale anche la possibilità di essere proprietario della rete stessa nonché quella di provvedere direttamente agli interventi di manutenzione; il comma 5, concernente la disciplina della concessione delle attività di trasmissione e di dispacciamento svolte dal gestore, viene integrato con la previsione dell'adozione di un decreto del ministro delle attività produttive finalizzato alla integrazione ed alla modifica della concessione in tutti i casi di modifica dell'assetto delle funzioni del gestore o comunque ogni volta che il ministro lo ritenga necessario ai fini di una migliore funzionalità della concessione stessa; il comma 6, che, a seguito delle modifiche, riconosce al solo gestore della rete, in relazione all'attività di trasmissione e di dispacciamento, diritti di esclusiva o condizioni di favore nell'utilizzo della rete di trasmissione che le attuali disposizioni impediscono di attribuire ai proprietari di porzioni della rete o a coloro che ne abbiano la disponibilità; il comma 8, concernente la stipula da parte del gestore di convenzioni con le società che hanno la disponibilità della rete finalizzata a disciplinare gli interventi di manutenzione e di sviluppo, che, così come integrato, prevede, nel caso in cui l'ente gestore sia proprietario della rete, risponda direttamente al ministro delle attività produttive della tempestiva esecuzione dei predetti interventi.
Il comma 4 introduce, con decorrenza dal 1o luglio 2007, un tetto al possesso delle reti da parte dei soggetti operanti nel settore, con particolare riferimento ai soggetti


Pag. 9

ancora sotto il controllo pubblico; tale quota di capitale, in particolare, è fissata al 20 per cento.
Il comma 5, peraltro, esclude dal predetto limite del 20 per cento le infrastrutture di lunghezza inferiore ai 10 chilometri che collegano gli impianti alla rete nazionale di trasmissione, nonché le nuove infrastrutture realizzate per potenziare la capacità di importazione, per le quali viene consentita l'allocazione di una quota delle relative capacità, secondo le modalità previste dal comma 6 del successivo articolo 1-quinquies.
L'articolo 1-quater prevede la decadenza dell'autorizzazione alla costruzione o al ripotenziamento delle centrali termoelettriche di potenza superiore a 300 megawatt termici, rilasciate ai sensi del decreto-legge 7 febbraio 2002, n. 7, laddove il titolare dell'autorizzazione, entro dodici mesi dal momento in cui il provvedimento autorizzativo è divenuto inoppugnabile, a seguito della definizione di eventuali ricorsi in sede giurisdizionale, non comunichi di aver dato inizio ai lavori di realizzazione dell'iniziativa. Ai sensi del comma 2 del suddetto articolo, il predetto termine di dodici mesi si intende al netto dei tempi necessari per l'eventuale ottenimento della licenza edilizia e delle autorizzazioni relative alle opere connesse, o a eventuali ritardi dovuti a cause di forza maggiore.
Il comma 3 dell'articolo 1-quater dispone, altresì, che l'autorizzazione sia stabilita nel termine previsto per l'entrata in esercizio dell'impianto; il comma 4 dispone che il titolare della autorizzazione trasmetta, all'amministrazione che l'ha rilasciata, copia della comunicazione di inizio lavori effettuata nei confronti del comune competente, nonché la comunicazione di entrata in esercizio dell'impianto.
Il comma 6 dell'articolo 1-quater estende l'applicazione delle previsioni di cui al primo comma alle concessioni o autorizzazioni per la realizzazione di terminali di rigassificazione di gas naturale liquefatto, mentre il comma 7 prevede l'applicazione di una sanzione amministrativa pecuniaria mensile per i casi di ritardo dell'entrata in esercizio degli impianti.
All'articolo 1-quinquies, invece, si recano disposizioni per la sicurezza e la funzionalità del settore elettrico; il primo comma, in particolare, prevede, per i produttori di energia elettrica proprietari degli impianti o titolari delle autorizzazioni, l'obbligo di mantenere in perfetta efficienza gli impianti di potenza maggiore di 10 megawatt e di dismettere gli stessi previa autorizzazione dell'amministrazione competente, su parere conforme del Ministero delle attività produttive in merito al programma temporale di dismissione.
Il comma 3 dispone che i proprietari degli impianti idroelettrici di pompaggio gestiscano gli impianti assicurando al gestore della rete di trasmissione nazionale la massima disponibilità degli stessi nel caso di bisogni transitori e dei picchi di domanda; gli impianti idroelettrici sopraddetti, inoltre, non concorrono, per un periodo di due anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, alla determinazione del prezzo dell'energia elettrica.
Il comma 4, modificando il comma 8 dell'articolo 28 della legge finanziaria per il 2001, introduce, a decorrere dal 1o gennaio 2004, una nuova metodologia di calcolo della potenza nominale media degli impianti idroelettrici di accumulo per pompaggio aventi il serbatoio di carico nell'ambito di un bacino imbrifero montano, ai fini del calcolo del sovracanone previsto per gli impianti suddetti.
Il comma 5, introducendo una modifica all'articolo 10, comma 2, del decreto legislativo n. 79 del 1999, attribuisce la competenza all'individuazione delle modalità e delle condizioni delle importazioni di energia elettrica, nel caso di insufficienza delle capacità di trasporto disponibili, al Ministero delle attività produttive, sentito il parere dell'Autorità per l'energia elettrica e il gas.
Le disposizione recate dal comma 6 dell'articolo 1-quinquies sono volte alla realizzazione di nuove infrastrutture di interconnessione del sistema elettrico nazionale


Pag. 10

con l'estero (le cosiddette merchant line). L'esenzione riconosciuta per la realizzazione di tali interventi è accordata dal Ministero delle attività produttive, caso per caso, per un periodo compreso tra i 10 e i 20 anni, a partire dall'entrata in esercizio delle nuove linee e in ragione di una quota compresa tra il 50 e l'80 per cento delle nuove capacità di trasporto realizzate.
Al comma 7, inoltre, si recano indirizzi all'Autorità per l'energia elettrica e il gas in ordine alla determinazione delle tariffe, ai fini dell'adeguamento del tasso di remunerazione del capitale investito a quello riconosciuto negli altri paesi europei.
Il comma 8 modifica gli articoli 5 e 6 del decreto legislativo n. 79 del 1999, prevedendo l'abrogazione di buona parte della disciplina relativa alla contrattazione bilaterale di forniture di servizi elettrici ai clienti idonei; in particolare, il comma 8, lettera a), prevede l'abrogazione delle norme che fanno riferimento ai contratti bilaterali, prevedendo, tra l'altro, che fino alla data di applicazione del dispacciamento di merito economico (ovvero la borsa elettrica), il gestore della rete di trasmissione nazionale ponga a disposizione degli operatori una serie di negoziazioni di contratti bilaterali.
Successivamente, al comma 9 si prevede la presentazione annuale, da parte del gestore, di un programma per l'adeguamento e l'eventuale miglioramento dei sistemi di difesa per la sicurezza del sistema elettrico, con l'indicazione del relativo impegno economico per l'attuazione.
L'articolo 1-sexies introduce disposizioni di semplificazione in merito ai procedimenti di autorizzazione per le reti di trasporto dell'energia che sono estese agli impianti di energia elettrica di potenza superiore a 300 megawatt termici. Per la rete di trasporto energetico nonché per le opere connesse alle infrastrutture indispensabili all'esercizio delle stesse viene introdotto un procedimento autorizzativo unico, peraltro già adottato dal decreto-legge n. 7 del 2002 per la costruzione di impianti di energia elettrica di potenza superiore a 300 megawatt termici, secondo i principi della legge n. 241 del 1990. Il rilascio dell'autorizzazione per la costruzione di elettrodotti, oleodotti e gasdotti spetta alle competenti amministrazioni statali che sono tenute a provvedervi entro il termine di sei mesi dalla data di presentazione della domanda. Ai sensi del comma 3, il predetto termine si riduce a quattro mesi nel caso in cui non sia prescritta la procedura di valutazione di impatto ambientale.
Alle regioni è riconosciuta la competenza a disciplinare i procedimenti di autorizzazione alla costruzione e all'esercizio delle reti energetiche di interesse regionale.
Qualora le opere ricadano nel territorio di più regioni, le relative autorizzazioni sono rilasciate di intesa tra le regioni interessate.
Ai sensi del comma 6, inoltre, accordi di programma sono stipulati tra lo Stato e le regioni interessate, per definire le modalità organizzative e procedimentali per l'acquisizione dei pareri regionali nell'ambito dei procedimenti autorizzativi delle opere inserite nel programma triennale di sviluppo della rete elettrica di trasmissione nazionale, nonché di quelle di rilevante importanza che interessano il territorio di più regioni.
Il comma 7 rinvia al 30 giugno 2004 l'applicazione delle disposizioni del testo unico sulle norme di espropriazione per pubblica utilità e il comma 8 prevede che le autorizzazioni per la costruzione e l'esercizio di impianti di energia elettrica di potenza superiore a 300 megawatt vengano rilasciate ai sensi del richiamato decreto-legge n. 7 del 2002.
Infine, il comma 9 introduce una modifica alla disciplina del rilascio delle autorizzazioni delle linee dirette, prevedendo il previo parere del gestore qualora tali linee abbiano una tensione superiore a 120 chilowattora.
Come emerge da questa illustrazione dei contenuti, il provvedimento è stato notevolmente ampliato ed arricchito da parte del Senato. A seguito del blackout che ha colpito l'Italia il 28 settembre scorso, l'altro ramo del Parlamento ha inteso dare una tempestiva risposta alle


Pag. 11

esigenze di sicurezza energetica del paese, ritenendo che il decreto-legge oggi in discussione potesse rappresentare lo strumento per consentire una sollecita approvazione di alcune delle disposizioni già contenute nel disegno di legge di riforma.
Vi è, infatti, l'esigenza di realizzare, nel più breve tempo possibile, le condizioni necessarie per porre al riparo l'Italia sia da eventi eccezionali, come il blackout del 28 settembre, sia più in generale dalle conseguenze di una insufficiente capacità di generazione elettrica. Tale obiettivo deve essere perseguito senza ulteriori indugi, anche perché gli effetti di talune scelte che possono essere compiute oggi non riusciranno comunque a dispiegarsi prima che sia trascorso un tempo piuttosto congruo. Ogni ulteriore ritardo rischia di allontanare la soluzione dei problemi energetici del paese.
È in questa ottica che devono essere valutati anche i pareri espressi dalle Commissioni in sede consultiva e dal Comitato per la legislazione. Condizioni sono state poste, infatti, oltre che da quest'ultimo organismo, dalle Commissioni bilancio e ambiente, mentre la I e la XIV Commissione hanno espresso un parere favorevole con una osservazione.
Non vi è dubbio che le questioni poste in tali pareri siano di estremo rilievo e debbano essere oggetto di attenta riflessione. D'altra parte, vi è l'esigenza di intervenire tempestivamente su taluni aspetti della disciplina che regola il settore energetico ed occorre assolutamente pervenire in tempo utile alla conversione in legge del decreto-legge.
In un quadro di particolare emergenza trovano, quindi, giustificazione l'inserimento nel disegno di legge di conversione di due deleghe legislative con un termine estremamente limitato per il loro esercizio, così come l'introduzione nel decreto-legge di misure che non hanno immediata applicazione. Lungi dall'essere contraddittoria rispetto ad una logica di urgenza, tale scelta appare giustificata dall'esigenza, accennata in precedenza, di avviare immediatamente interventi che richiedono molto tempo per essere compiutamente realizzati.
La Commissione ha, inoltre, richiesto alla V Commissione bilancio un'ulteriore valutazione rispetto al parere condizionato da essa espresso.
In conclusione, non vi è dubbio che alcuni aspetti del provvedimento potrebbero essere oggetto di interventi migliorativi. Al riguardo, è intendimento dei gruppi della maggioranza evidenziare, con un apposito ordine del giorno, i punti che richiedono maggiore approfondimento, anche ai fini di eventuali ulteriori interventi normativi.
D'altra parte, non si deve dimenticare, nella complessiva valutazione del provvedimento, che l'obiettivo primario non può non essere quello della garanzia della conversione in legge del decreto-legge entro il prossimo 28 ottobre.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

GIOVANNI DELL'ELCE, Sottosegretario di Stato per le attività produttive. Signor Presidente, mi riservo di intervenire in sede di replica.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Lettieri. Ne ha facoltà.

MARIO LETTIERI. Signor Presidente, la relazione svolta dall'onorevole Saglia evidenzia tutta intera l'insufficienza del decreto-legge in esame. Infatti, il relatore conclude il suo intervento dicendo che sarebbero opportune correzioni e miglioramenti, e fa riferimento alle osservazioni ed alle condizioni poste dalle altre Commissioni. Il Governo non ha voluto considerare tutto questo adducendo come motivazione l'urgenza di approvare il provvedimento e l'inopportunità di un suo rinvio al Senato. Ciò la dice lunga sulla consapevolezza - o, meglio, sulla mancata consapevolezza - del Governo con riguardo al fatto che la questione energetica nel nostro paese è e rimane, purtroppo, di prima grandezza.


Pag. 12


Il decreto-legge n. 239 giunge alla Camera - come è stato ricordato - dopo essere stato letteralmente stravolto dagli emendamenti presentati, in verità all'ultimo minuto, dalla maggioranza al Senato. Con tali emendamenti si stralciano interi articoli dello stesso disegno di legge Marzano sul riassetto del sistema energetico per inserirli nel decreto-legge in esame. Dunque, la maggioranza al Senato ha stravolto il disegno di legge Marzano, ne ha preso alcune parti e le ha inserite in questo provvedimento facendo, sostanzialmente, una grande confusione che oggi lascia del tutto insoddisfatti, come - ripeto - lo stesso relatore ha avuto l'onestà di riconoscere.
Inizialmente, il provvedimento riguardava solo la possibilità di derogare temporaneamente ai limiti di emissioni in atmosfera di qualità dell'aria e degli scarichi termici delle centrali termoelettriche. Le norme introdotte, invece, non presentano, contrariamente a quanto sostenuto, alcuna diretta relazione con il tema del blackout e sono giustificate con la necessità di sottrarre la riforma Marzano al presunto ostruzionismo dell'opposizione. Tali modifiche, peraltro, recando norme ordinamentali tipiche di una riforma di sistema, non sembrano proprio avere i requisiti di straordinaria necessità ed urgenza richiesti dalla Costituzione per l'adozione dei decreti-legge. In ogni caso, a mio avviso, avrebbero richiesto un serio approfondimento che è stato sostanzialmente impedito nella Commissione di merito dalla maggioranza e dallo stesso ministro delle attività produttive, tanto che i rappresentanti dell'intera opposizione sono stati costretti a disertare i lavori della Commissione. Si tratta di un fatto politicamente assai grave perché si predica la necessità di un confronto vero e di merito sulle questioni e poi, in nome dell'urgenza, di fatto, lo si impedisce.
Le novità introdotte nel decreto-legge in esame riguardano la proroga delle procedure del decreto «sblocca centrali». Al riguardo, vorrei sottolineare come tale estensione non abbia niente a che vedere con il recente disastroso blackout. Come è noto, infatti, tale evento non è avvenuto a causa di una scarsa capacità produttiva del paese, ma per altre ragioni, come è emerso anche nel corso dell'audizione del gestore avvenuta in Commissione.
Peraltro, i provvedimenti approvati per sbloccare l'avvio di nuove centrali non hanno sortito alcun effetto apprezzabile. Dei 12 mila megawatt autorizzati ne sono partiti appena 2 mila a causa dell'incapacità di dialogo che il Governo ha mostrato nei confronti delle regioni e degli enti locali, i quali sono titolari di importanti funzioni. Se vi fossero davvero capacità e volontà di concertazione e di sinergia con regioni ed enti locali, certamente, alcune situazioni sarebbero state sbloccate. Così non è avvenuto perché vi è una certa arroganza nel comportamento del Governo.
Altre novità del provvedimento sono la possibilità per il gestore di disporre dell'energia destinata ai pompaggi; la riunificazione della proprietà e gestione della rete; la previsione di nuove norme sulla messa fuori servizio delle centrali.
Tornando al contenuto originario del provvedimento in esame - che è stato stravolto, ripeto, a seguito degli emendamenti approvati dalla maggioranza al Senato -, esso suscita grandi perplessità in ordine alla scelta governativa per risolvere le emergenze energetiche nazionali. Non è accettabile che per tamponare situazioni di emergenza si intervenga con deroghe alla normativa vigente in materia di tutela dell'ambiente, dando la possibilità di superare, senza neanche fissare un tetto minimo, i limiti delle emissioni inquinanti in atmosfera o i limiti di temperatura degli scarichi delle acque di raffreddamento degli impianti.
La soluzione al problema energetico in Italia era ed è - ovviamente - indifferibile (ancor prima del blackout del 28 settembre scorso). Ci attendevamo, pertanto, un intervento del Governo che potesse finalmente offrire l'occasione per cominciare ad allentare il vincolo delle fonti di approvvigionamento legate al petrolio e rilanciare lo sviluppo delle fonti energetiche alternative, quelle rinnovabili, e delle


Pag. 13

nuove tecnologie per la produzione di energia pulita. Insomma, ci si attendeva una moderna politica industriale ed energetica, finalizzata allo sviluppo e all'efficienza del mercato interno, ma compatibile comunque con gli obiettivi sottoscritti a Kyoto sulla riduzione delle emissioni inquinanti. Nessuna di tali istanze è stata perseguita dal Governo, che non ha dimostrato alcuna creatività per quanto riguarda il settore dell'energia (lo ha fatto, magari, per quanto riguarda la cosiddetta finanza creativa, ma non lo ha fatto in questo settore).
Bisogna rafforzare le azioni contro l'inquinamento e per il raggiungimento degli obiettivi del Protocollo di Kyoto: questo per noi è un punto fermo. Se è vero che il solo risparmio energetico non basta a metterci al riparo dalle conseguenze di una crisi energetica, è altrettanto evidente, tuttavia, che la soluzione offerta dal Governo - cioè la deroga ai limiti di emissione in atmosfera e la deroga ai limiti di temperatura degli scarichi termici in acqua - per consentire un aumento della produzione non è assolutamente giusta. Essa non è una soluzione, ma un ripiego le cui conseguenze ambientali non sembrano essere state del tutto valutate. Per questo motivo, è essenziale impegnarsi per diversificare le fonti energetiche ed anche per incentivare il risparmio energetico, l'uso del gas naturale al posto dei combustibili derivati dal greggio, l'uso delle fonti rinnovabili e assimilate e il ricorso a metodi alternativi ad alto contenuto tecnologico.
Su tali temi, il Governo dimostra una certa inadeguatezza ed una grave insensibilità. Basti pensare all'insignificante percentuale di incremento annuo della produzione di energia da fonti rinnovabili, contenuta nel disegno di legge di riordino del sistema energetico, o al vago impegno contenuto nello schema di decreto legislativo di attuazione della direttiva europea sulle fonti rinnovabili, che risulta assolutamente inadeguato al raggiungimento degli obiettivi che l'Unione europea ha assegnato al nostro paese. Per questi motivi, il gruppo della Margherita esprime sin d'ora il suo fermo dissenso al testo originario del decreto-legge in esame, relativamente al quale abbiamo presentato numerosi emendamenti finalizzati all'incentivazione della produzione di energia da fonti pulite. Speriamo che i nostri emendamenti possano essere esaminati con la dovuta attenzione, contrariamente a quanto avvenuto in Commissione.
Altra cosa è la nostra disponibilità relativamente alla realizzazione di alcune nuove e meno inquinanti centrali. Lo voglio sottolineare: non c'è una nostra indisponibilità; noi vogliamo ragionare, discutere e confrontarci, perché non c'è chiusura dinanzi ad un problema di così vasta portata. Sappiamo bene che il sistema elettrico vive una grande sofferenza, che è destinata ad accrescersi sia per l'aumento dei consumi, sia perché siamo il paese industrializzato più dipendente dall'estero dal punto di vista energetico. Non possiamo, infine, rischiare altri blackout, per i quali - lo voglio ricordare, visto che è presente in aula il sottosegretario Dell'Elce - qualcuno aveva ipotizzato anche la responsabilità a carico di quel «comunello» della Basilicata, che si chiama Rapolla, che protestava contro la realizzazione di quell'elettrodotto perché passava proprio sull'abitato. Al riguardo, so che stamattina ci sarebbe dovuto essere un incontro al ministero; mi auguro che esso abbia portato comunque ad una soluzione.
Lo scorso 28 settembre siamo stati paradossalmente fortunati, in quanto il blackout è capitato in coincidenza con un consumo vicino al minimo ma, la prossima volta, potrebbe capitare in un giorno lavorativo e questo è un lusso che il nostro paese non può assolutamente permettersi.
Tornando brevemente alle modifiche introdotte dal Senato, constatiamo che in esse manca ogni riferimento al modo per reperire le risorse necessarie a rendere migliore e, quindi, più moderna ed efficiente la rete. Tutti sappiamo che il vero problema è costituito proprio dalla rete, qui sta la causa del blackout.
L'unificazione della proprietà e della gestione nonché la sua privatizzazione sono misure necessarie, che tuttavia non


Pag. 14

hanno nulla a che vedere con la decretazione d'urgenza e appaiono assolutamente ininfluenti rispetto al rischio di future nuove interruzioni di elettricità; per non parlare del ripescaggio delle centrali fuori uso, onorevole sottosegretario! Questa misura conferma l'insensibilità in materia ambientale di questo Governo e la sua assoluta incapacità di affrontare le cause reali del recente blackout. Non si può pensare di ripescare vecchie centrali, ormai obsolete, inquinanti e sostanzialmente inutilizzabili.
A tal proposito vale la pena ricordare alcune cifre. Nel 2002, sono entrati in esercizio meno di 750 megawatt di nuova capacità, mentre solo la metà degli 11.900 megawatt autorizzati sarà in esercizio nel 2005. L'Italia ha una capacità produttiva più che sufficiente, quasi 77 mila megawatt contro i circa 53 mila della domanda; la riserva è invece insufficiente (2.650 megawatt). Tuttavia, di tale potenza effettiva solo una parte è utilizzata se è vero che, al momento dell'interruzione di trasmissione dalla Svizzera, circa l'80 per cento degli impianti italiani era spento; dunque, la maggior parte degli impianti italiani era spento!
Il blackout del 28 settembre sarebbe quindi avvenuto anche se avessimo avuto a disposizione mille nuove centrali; dunque, il problema urgente non è quello delle nuove centrali. In Italia, vi sono ben 2.927 impianti, dei quali circa 1.900 idroelettrici. Effettivamente, molti di questi impianti sono antiquati, allo stesso modo della rete, che è bisognosa di manutenzione e di ammodernamento.
La soluzione trovata dal Governo Berlusconi per affrontare la situazione non appare quindi adeguata: non si è capito perché c'è stato il blackout o si finge di non capirlo, non si affronta seriamente il problema dell'efficienza della rete, si rilancia la costruzione di centrali senza garanzie ambientali e si pretende di riaprire quelle chiuse perché arretrate ed inquinanti.
Speravamo che durante la discussione del disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 239 avremmo avuto lo spazio per un confronto serio in ordine alle cause del blackout e sui rimedi per rendere più efficiente e moderna la rete di distribuzione dell'energia elettrica e, più in generale, per svolgere una riflessione complessiva sul futuro energetico del nostro paese. Tutto questo, signor Presidente, non è avvenuto, non ce n'è stata data la possibilità!
La politica energetica proposta dal Governo e consegnataci dal decreto-legge in esame e dalla stessa legge Marzano non contiene gli elementi per scongiurare future crisi, ben più gravi di quella appena trascorsa. Per tale motivo il nostro giudizio sul provvedimento in esame non può che essere negativo.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Quartiani. Ne ha facoltà.

ERMINIO ANGELO QUARTIANI. Signor Presidente, signor sottosegretario, onorevole colleghi, il decreto-legge n. 239, cosiddetto «antiblackout», figlio di un precedente decreto-legge non convertito, è stato pensato come intervento d'urgenza per evitare altri blackout nelle ore di punta - e si va verso l'inverno -, recuperando una quota di megawatt attraverso accorgimenti temporanei e delimitati nel tempo (limiti di emissioni, temperature di emissione dell'acqua per il raffreddamento del ciclo delle centrali termoelettriche, eccetera). Tale provvedimento ha invece ora assunto un carattere assai diverso rispetto a quello originario.
Il Senato ha impiegato il tempo fino all'inizio di ottobre rallentandone l'esame, per un verso, e per l'altro appesantendolo con l'inserimento di norme che esulano dalle materie d'urgenza, attingendo al disegno di legge di riordino, peraltro già all'attenzione del Senato stesso, dopo l'approvazione in luglio da parte della Camera.
Dunque, il disegno di legge che oggi discutiamo assume su di sé carichi non richiesti dall'urgenza: da tratti di chiaro segno ordinamentale a tratti impropri di delegazione legislativa al Governo, all'attuazione impropria di norme che richiamano


Pag. 15

a loro volta norme costituzionali vigenti in materia di potestà legislativa concorrente fra lo Stato e le regioni, quale quella energetica (lo Stato dovrebbe attenersi alla legislazione di principio, salvo l'uso del potere sostitutivo ex articolo 120 della Costituzione).
Tutto ciò rischia di compromettere il raggiungimento di un obiettivo che il Governo dichiarava di voler perseguire, come risulta dalla relazione di accompagnamento al decreto-legge in esame. Si legge testualmente in tale relazione (si era alla fine di agosto): a partire dai prossimi giorni, è concreto il rischio che si verifichi, soprattutto in occasione dei periodi di punta della domanda invernale ed estiva, la situazione già constatata alla fine di giugno di quest'anno, ossia l'insufficienza della potenza di produzione rispetto alla costante crescita di domanda interna.
Un mese dopo si è verificato il blackout generalizzato in tutta la penisola, e non a macchia di leopardo o programmabile, come furono quelli di giugno e di luglio. Tale blackout si è verificato nel periodo di minore domanda. Il 29 agosto il Governo invocava - cito testualmente - strumenti in grado di agire con la dovuta prontezza per evitare o gestire le situazioni di emergenza.
Domando: copiare in carta carbone il disegno di legge Marzano in importanti sue parti, come il Governo e la maggioranza hanno fatto al Senato, è forse un modo efficace per prevenire il blackout e gestire l'emergenza? Quale blackout si intenderebbe così evitare con l'introduzione di norme alcune delle quali, signor Presidente, andrebbero a regime nel 2007 e oltre? Alla faccia dell'urgenza! In tal caso è arduo se non impossibile individuare l'immediatezza dell'applicabilità del decreto-legge.
Nella sua formulazione attuale, il decreto-legge si configura come un provvedimento ad hoc, che sfrutta lo stato di choc dell'opinione pubblica a seguito del blackout del 28 settembre per restituire allo Stato e alla burocrazia centrale, con piglio centralista e dirigista, poteri sottratti alla libera determinazione del mercato e alla fase di transizione del mercato stesso nel settore energetico, e di fatto suona come un stop al processo di liberalizzazione.
Il richiamo del presidente dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato sulla questione delle reti, la cui proprietà viene prospettata nel decreto-legge in capo ad aziende che per mestiere generano e distribuiscono energia elettrica e gas naturale, sta simbolicamente a significare che nel decreto stesso vi sono passaggi che nulla hanno a che vedere con l'emergenza e molto, invece, con processi di medio e lungo termine che andrebbero lasciati alla determinazione parlamentare per via di legislazione ordinaria. Essi non possono essere imposti per decreto al Parlamento, al paese, al sistema delle aziende elettriche, agli utenti ed ai consumatori.
Sia chiaro: nessuno, e noi ancor meno, nega l'urgenza di garantire continuità e qualità al servizio elettrico, nessuno nega che occorre fare tutto ciò che è possibile per evitare altre giornate al buio o al freddo, ma se si vuole effettivamente conseguire questo obiettivo, sarebbe necessario che il Governo si predisponesse a modificare quelle parti del decreto che lo rendono inattuabile, controproducente ed impugnabile in sede europea e presso la Corte costituzionale.
I democratici di sinistra e l'opposizione dell'Ulivo, in Commissione attività produttive, già dai primi giorni di discussione avevano offerto la propria disponibilità a concordare modifiche sostanziali. Ciò naturalmente senza rinunciare alla prerogativa di presentare emendamenti migliorativi al testo, che non potevano essere pochi, dal momento che si era introdotta una parte significativa del disegno di legge di riordino, al quale - voglio ricordare - la sola maggioranza aveva presentato alla Camera ben 445 emendamenti. Altro che ostruzionismo dell'opposizione, signor ministro!
Quindi, la proposta era quella di impegnarci a contenere i tempi della discussione sugli stessi emendamenti, con la condizione, però, di raggiungere un accordo bipartisan tra maggioranza e opposizione,


Pag. 16

al fine di modificare il decreto-legge in alcuni punti qualificanti e consegnarlo per tempo al Senato in terza lettura, anticipando di una settimana, se fosse stato possibile, la discussione alla Camera dei deputati, e comunque licenziando il provvedimento in tempo utile entro il 20 ottobre. La maggioranza ha risposto con un «no» a questo modo di procedere e a fronte di tale indisponibilità, solo dopo avere abbandonato i lavori della Commissione attività produttive, il ministro è venuto in Commissione a confrontarsi con il Parlamento.
Va dato atto al presidente Tabacci di non essere stato sordo alle osservazioni, alle critiche e alle proposte del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e dell'opposizione, e ciò, naturalmente, ha agevolato un chiarimento minimo delle posizioni in sede istituzionale. Tuttavia, il ministro Marzano in Commissione ci ha reso noto che il Presidente del Senato, su sua richiesta, ha negato i tempi per un riesame del decreto-legge al Senato, e poiché il blackout è dietro l'angolo, il ministro ha chiesto al Parlamento di convertirlo in legge senza alcuna modifica, nemmeno quella relativa alle misure sblocca reti e sblocca centrali, in cui vi è un palese contrasto con la norma costituzionale del titolo V relativamente al ruolo delle regioni e alla potestà legislativa - di cui esse risultano titolari - in materia di programmazione territoriale. Va detto, al riguardo, che si inseriscono nel decreto-legge norme, come peraltro è stato rilevato nei pareri delle Commissioni e dallo stesso Comitato per la legislazione, tese a trasformare atti normativi a tempo - come è il provvedimento sblocca centrali, i cui effetti avranno termine alla data del 31 dicembre 2003 -, rendendoli validi in assoluto, entrando, inoltre, in contrasto con altre norme vigenti, quale quella che regola l'istituto dell'esproprio.
Vi era, dunque, una disponibilità dell'opposizione che ha proposto una convergenza per modificare queste palesi contraddizioni su pochi qualificanti passaggi del decreto-legge; a fronte di un sensibile miglioramento del testo, pur nella contrarietà che ancora poteva permanere su alcuni aspetti del provvedimento, sarebbe stato così possibile acconsentire ad una rapida lettura per la definitiva approvazione e consegna al Senato.
I punti riguardavano e riguardano - poiché ancora i tempi non sono decorsi - innanzitutto il rapporto Stato-regioni e autonomie locali, proprio in merito alla sentenza della Corte costituzionale dell'8 ottobre n. 303 in materia di competenza regionale, alla luce della quale si appalesa evidente l'incostituzionalità dell'articolo del decreto-legge riguardante la riproposizione della misura sblocca centrali e di quella sblocca reti.
Se aumenta il contenzioso, crescerà il rischio di blackout, non il contrario. Il secondo punto riguarda il ruolo dell'Autorità per l'energia elettrica e il gas nella definizione delle tariffe e delle modalità di importazione di energia elettrica, profilo importante che ha riguardato anche il blackout del 28 settembre. Si tratta di ridefinire il ruolo dell'Autorità, poiché nel decreto si prevede il ritorno in capo al Governo e al Ministero delle attività produttive del potere di gestione della materia e di autorizzazione, la qual cosa è non solo in contrasto con il decreto Bersani e con le modalità della liberalizzazione italiana, ma anche in netta difformità dalla normativa europea, nella fattispecie dalla direttiva n. 55 del 2003, che affida il compito dell'import elettrico alle autorità di regolamentazione.
Alla luce di ciò, non basterà un'interpretazione autentica del pasticcio che si combina, in questo campo, con il decreto-legge, anche se il fatto che la proposta giunga dal relatore costituisce di per sé ammissione che il problema esiste ed è grave. Naturalmente, noi sosteniamo - ritengo a ragion veduta - l'esistenza del rischio che il mantenimento del testo nella formulazione attuale comporti, oltre alla messa in mora da parte dell'Unione europea, anche l'impossibilità di proroga dei contratti di importazione già stipulati a tutto il 2003. E deve risultare evidente che, così, il Governo e la maggioranza si assumono la responsabilità di fare accrescere


Pag. 17

i rischi di blackout, anziché diminuirli. E allora domandiamo: è sbagliato pensare di modificare il decreto-legge in questa parte?
Vi è poi una terza questione prioritaria, quella relativa alla figura istituzionale del gestore della rete di trasmissione nazionale. Unificare proprietà e gestione è giusto, è un passo che va compiuto. Potrebbe persino ritenersi urgente deliberare al riguardo, anche se gli effetti della norma non sarebbero certamente immediati, ma non è urgente deliberarne la privatizzazione e decidere di consegnare totalmente la società di gestione della rete ai produttori di energia italiani ed esteri, esponendo il sistema così ad altri enormi rischi di stabilità. Su questo punto si potrebbe rinviare al disegno di legge di riordino, stralciando la parte delle modalità previste per la privatizzazione del gestore della rete, a cui peraltro rinvia il testo del provvedimento governativo, come dicevo poc'anzi, al 2007, non presentando perciò caratteristiche d'urgenza e si potrebbe, invece, salvare, mantenendola, la parte relativa all'unificazione della gestione della rete con la sua proprietà.
In fondo, alcune questioni di manutenzione della rete e del suo sviluppo sono state poste proprio dalla ragione differente alla quale rispondono le due società interessate principalmente, Terna e il GRTN: l'una tesa a sfruttare tutta la sua potenzialità senza investimenti di rilievo e l'altra a doversi trovare a richiedere investimenti senza disporre delle risorse e del patrimonio per accedere ai finanziamenti per migliorare la rete. Per inciso, con Basilea 2 questo dato sarà ancora più evidente: meglio provvedervi subito, ma non venendo meno al ruolo terzo e indipendente del gestore della rete nella decisione del dispacciamento, come ha giustamente richiamato il presidente dell'antitrust.
Consegnare all'oligopolio della generazione elettrica la gestione della rete equivale ad esporci a un «rischio California» e ad un ulteriore rischio blackout: equivale a un ritorno al passato, in barba alla liberalizzazione. Sarebbe allora bastato lasciar gestire la rete al monopolista, senza ricercare strade condivise in grado di introdurre la concorrenza tra più soggetti. Peraltro, bisogna sapere che ripercussioni notevoli da tale decisione e indirizzo deriverebbero dall'effettiva possibilità di dar vita alla borsa elettrica, già in ritardo di attuazione di ben due anni sulla tabella di marcia fissata dal decreto Bersani.
Sulle reti non si può sbagliare e se l'ultimo blackout è essenzialmente un problema di reti, a maggior ragione non si può dare ai soggetti produttori la gestione della stessa. Vanno unificate con la proprietà, per implementare e migliorare il loro stato, ma non vanno consegnate all'oligopolio. Il tavolo di contrattazione attuale - chiamiamolo «borsino» - non è la borsa e non è nemmeno una sua anticipazione, anzi, rischia di diventarne un cattivo surrogato e, dunque, si rischia anche di allontanare nel tempo la realizzazione della borsa elettrica. Che borsa è se il gestore del mercato elettrico, al 100 per cento del GRTN, sarà di proprietà di un gestore della rete privatizzato in cui il comando è esercitato dai soggetti che operano nel settore della produzione dell'energia? Saranno essi a fare i prezzi, non il mercato; saranno essi a decidere chi starà e chi no nel mercato, non la domanda, non i consumatori, non le famiglie, non le aziende consumatrici in cambio di un servizio efficiente, a più basso costo e di qualità.
La borsa potrebbe essere un motivo per legiferare con urgenza, ma non lo si fa. Infatti, anche la riserva potrebbe meglio essere remunerata se ci fosse un mercato della riserva presso la borsa elettrica. Questo aiuterebbe ad evitare i blackout, almeno quando venisse a mancare energia da import estero, imprimendo sicurezza a tutto il sistema, soprattutto perché garantirebbe le aziende produttrici, perché meglio remunerate, in quanto alcuni impianti sarebbero sempre accesi e pronti ad intervenire per l'emergenza, ciò che invece non è successo il 28 settembre. Nel provvedimento, al contrario, vengono rafforzati i poteri di intervento del GRTN sui contratti bilaterali prefigurando una sorta di «borsa dei bilaterali» presso il gestore, la


Pag. 18

qual cosa tende ad assecondare nel mercato una prevalenza della negoziazione, anziché la regolazione e la contrattazione. Domando al Governo e alla maggioranza: se non si vogliono cambiare queste parti, che sicuramente qualificano la valenza del decreto-legge, a quale liberalizzazione volete arrivare?
Sorge il dubbio che la coppia centralismo e dirigismo conducano la transizione ad un mercato libero dell'energia verso le sabbie mobili di un mercato che si accomoda nel settore tariffato e che scaccia le opportunità di investimento e di crescita dell'offerta.
Questo è il settimo provvedimento in due anni che interviene in materia energetica da parte del Governo e della maggioranza. Così destabilizzate il sistema; non date certezza agli operatori ed agli investitori; date un colpo alla credibilità del nostro percorso di liberalizzazione che era altamente preso in considerazione in Europa, almeno sino all'ultimo blackout del 28 settembre. Allora, se di emergenza si tratta, occorre rifarsi anche all'evento del blackout domenicale, diciamo così, che è uno degli elementi in riferimento al quale si potrebbe modificare lo stesso testo iniziale del provvedimento, poiché quel blackout è sopravvenuto dopo la proposizione del decreto-legge da parte del Governo.
Si possono perciò pensare alcuni accorgimenti che nel decreto-legge non potevano essere proposti il 29 agosto e che, tuttavia, nemmeno il Senato ha ritenuto di introdurre né il Governo ha preso in considerazione. Noi lo facciamo con i nostri emendamenti.
Essi stanno a dimostrare che nel decreto-legge proposto dal Governo si eccede in misure di lungo periodo che non hanno i requisiti dell'urgenza e che vengono sommate ad altre del tutto inadeguate, peraltro, per far fronte all'intervento urgente.
Cosa prevedono i nostri emendamenti con cui cerchiamo di dare risposta ad alcune cause del blackout (anche quello di settembre)? Poiché le cause sono tutte dovute a questioni legate alla rete ed al suo funzionamento, non è certo alla mancanza di capacità di produzione nazionale che occorre rifarsi in questo caso, dato che questo gap incide per il rischio nelle ore di punta della domanda, non, al contrario, in quelle in cui la domanda è bassa.
Proponiamo, in primo luogo, di incrementare il risparmio, incentivando il consumo nelle ore di minor domanda; in secondo luogo, di definire un piano immediato di monitoraggio e di manutenzione straordinaria della rete da finanziarsi con la tariffa (l'Autorità ha già dato la propria disponibilità in materia); in terzo luogo, di rivedere celermente entro due o tre mesi il sistema e gli standard di sicurezza che valevano per l'ENEL negli anni del monopolio e che non sono stati più riadeguati; in quarto luogo, di favorire lo scambio di rapporti e le relazioni tra i diversi gestori nazionali con appositi stanziamenti; in quinto luogo, di definire un tetto per le importazioni (non oltre il 20 per cento dell'energia nelle ore di punta a richiesta), nonché un obiettivo per la riserva strategica (il 10 per cento della potenza massima disponibile di produzione nazionale secondo quanto richiesto anche dalla comunità europea); in sesto luogo, di costituire un fondo per il potenziamento della rete di trasmissione con un intervento da prevedersi in termini continuativi.
Noi proponiamo queste proposte, non ritrovandole nel testo del Governo. Nel suddetto si ritrovano, invece, persino misure che recepiscono per decreto accordi tra soggetti, in differimento delle norme vigenti, come la questione dei sovracanoni idroelettrici, per cui si introduce un nuovo meccanismo di calcolo penalizzante per i comuni montani, senza peraltro riconoscere gli arretrati dovuti dall'ENEL.
Sarebbe una materia da affrontare nella legge finanziaria; non si capisce il motivo per cui venga trattata in una normativa di urgenza antiblackout. Anche quest'ultimo aspetto ci riconduce al nostro ragionamento iniziale, quello che ci rinvia ai requisiti di urgenza del decreto-legge ed a quelli di costituzionalità. Quanto a quest'ultima, il non aver posto la questione pregiudiziale non è stato da parte nostra


Pag. 19

un punto di debolezza; anzi, la ponemmo con riferimento allo stesso testo durante la discussione del disegno di legge di riordino a luglio. Non l'abbiamo riproposta adesso, con riferimento al provvedimento sullo sblocca reti, perché è chiara la sentenza della Corte costituzionale ed è evidente l'incostituzionalità del testo del decreto-legge, qualora dovesse rimanere nella formulazione attuale.
Preferiamo, al riguardo, insistere nel chiedere al Governo ed alla maggioranza la disponibilità a cambiare il tenore della norma e la sua formulazione. È la regione il soggetto deputato all'autorizzazione, mentre il Governo dovrebbe avviare un tavolo permanente di concertazione tra Stato, regioni ed enti locali in materia di centrali e di reti elettriche, facendo in modo che la liberalizzazione possa incontrarsi proficuamente con la programmazione territoriale e con la gestione del territorio. Questo punto riconducibile ad una normativa europea ed altri sono aspetti di modifica segnalati con osservazioni e condizioni dalle Commissioni permanenti attraverso l'espressione dei pareri, compreso quello del Comitato per la legislazione, assai chiaro su questo argomento.
Riconducibile anche alla normativa europea non è soltanto la questione del ruolo sottratto all'Autorità per l'energia in materia di importazione dell'energia elettrica, ma anche per esempio la parte relativa alle emissioni inquinanti. Infatti, non è sufficiente prorogare le emissioni fuori norma, occorrendo anzi recepire la normativa contenuta nella direttiva europea n. 81 del 2001 sulle emissioni inquinanti in atmosfera. Nel decreto-legge, invece, non si risponde alla lettera di messa in mora dell'Unione europea datata 9 luglio e soprattutto non si tiene conto che il 2 ottobre la Corte di giustizia ha condannato l'Italia per il mancato recepimento della direttiva n. 13 del 1999 sulle emissioni di composti organici.
Vogliamo porre queste ed altre questioni e vogliamo proporre altre soluzioni, come abbiamo fatto attraverso i nostri emendamenti. Concludo tuttavia con una serie di domande: con questo nuovo testo, quanta energia in più è disponibile? Nel decreto-legge non sono scritti i dati sulla misura di energia che potrebbe essere prodotta in più e non è previsto nemmeno nella relazione.
Inoltre, da chi verrebbero pagati gli oneri che deriverebbero dalle deleghe e dai decreti interministeriali affidati ai Ministeri? Forse dai titolari degli impianti, così incidendo sui costi di produzione e dunque scaricandoli sui prezzi? Oppure direttamente dagli utenti tramite le tariffe? Alla domanda se l'Autorità per l'energia elettrica ed il gas abbia più poteri di autorizzazione, cosa ci si risponde, nel momento in cui all'Autorità viene meno il potere di autorizzare e derogare dal mercato per la realizzazione dei contratti bilaterali?
Vedete, i contratti bilaterali sono forse la forma in cui si manifesta o si vuole che si manifesti il mercato, così ostacolando la crescita della borsa, come dicevo prima? Noi diciamo che il problema dei contratti bilaterali è rappresentato dalla trasparenza e, al riguardo, abbiamo presentato un emendamento.
Con la privatizzazione del gestore della rete, dove si vuole arrivare? A privatizzare senza liberalizzare! Io credo che la maggioranza pubblica debba rimanere in capo al gestore o almeno occorrerebbe prevedere una public company con golden share. Ed anche questo proponiamo attraverso i nostri emendamenti.
L'altro quesito: perché invece di favorire il repowering delle centrali si fanno entrare in servizio centrali fuori uso, di cui sino a luglio non si aveva conoscenza e che non erano nemmeno rientrate nel computo per la vendita delle Genco? Con questo decreto-legge, stabilizzando nel tempo lo «sbloccacentrali», valido fino al 2003, si attribuisce carattere permanente ad una disciplina transitoria. A parte l'incostituzionalità della norma, perché lo si fa, sapendo che sarà nullo l'esito, al fine di un rapporto proficuo con le regioni e le comunità locali?
Perché la disciplina di esproprio propria della legge obiettivo si estende alla


Pag. 20

materia energetica per sempre? Perché persino si interviene correggendo una norma in materia di gas, che, così com'è scritto il decreto-legge, ora pone in capo al Ministero delle attività produttive l'approvazione del piano delle reti di società che sono già quotate in borsa?
Dico al Governo e alla maggioranza che così si sta compromettendo lo stato di equilibrio del settore energetico in Italia e con ciò anche la fiducia dei consumatori, quella dei produttori e più in generale dei cittadini nel processo di liberalizzazione, che invece dovrebbe garantire un livello adeguato del servizio a tutti gli utenti, nonché la diminuzione del costo dell'energia, ancora troppo alto per poter contribuire ad accrescere il tasso di competitività delle nostre aziende e della nostra produzione sul mercato mondiale ed europeo.
Non è un buon servizio che rendete al paese, che necessita invece di certezze, non di docce scozzesi o di invenzioni dell'ultima ora, talvolta per fare cassa - e qualche dubbio, che anche nel settore energetico si obbedisca più alle ragioni del tesoro che a quelle di una sana politica industriale, non è sbagliato porselo -; e talaltra, per produrre, tramite un calcolo di bottega, qualche gruzzolo inatteso nell'immediato, ma che non aggiunge certo valore nel medio e lungo periodo alle nostre aziende e al nostro sistema; è lì invece che noi dobbiamo guardare, se effettivamente si vuole, come ha avuto modo di dire più volte il ministro Marzano e il presidente della Commissione Tabacci, una politica bipartisan nel settore dell'energia. È lì che noi guardiamo e chiediamo di pronunciarvi in maniera più chiara.
Per farlo occorre predisporsi al confronto e questa predisposizione, da parte del Governo, non c'è. In sua assenza, non cesseremo di fare la nostra parte, indicando e proponendo soluzioni nell'interesse del paese, dei produttori e dei consumatori italiani (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Alfonso Gianni. Ne ha facoltà.

ALFONSO GIANNI. Signor Presidente, questo decreto-legge è il secondo provvedimento del Governo nel quale è contenuta la possibilità di derogare alle normative esistenti sulle emissioni inquinanti per le centrali termoelettriche di potenza superiore ai 300 MW.
Francamente, Presidente, colleghi, rappresentanti del Governo, non sentivamo il bisogno di un provvedimento di questa natura. Non sentivamo il bisogno di una delega in bianco per il futuro, non sentivamo il bisogno di una misura che non ha alcuna attinenza con la realtà.
Come giustamente è stato ricordato, a cavallo tra la presentazione del decreto-legge e la nostra discussione vi è il blackout di fine settembre. Su tale questione in quest'aula abbiamo già discusso, ma io vorrei ricordare - perché questa è l'essenza del problema, al di là delle questioni di dettaglio che vedremo poi nella nostra azione emendativa - alcuni aspetti fondamentali.
Quel blackout non indica in sé una carenza di forme di produzione di energia: non può da nessun punto di vista essere interpretato come un reclamo per un ritorno al nucleare. Questo è un punto essenziale che noi vogliamo tenere ben fermo, anche nella discussione con i colleghi del centrosinistra, perché su tale questione non ci possono essere scivolamenti di nessun tipo. Su questo, Governo, rappresentanti governativi, commentatori compiacenti hanno utilizzato un argomento che è fuori dalla logica: anche un inesperto di energia - come probabilmente sono io - può confutarli in base alla logica formale. Il ragionamento è più o meno il seguente.
Il referendum che si tenne a suo tempo venne fatto sull'onda di un'emozione: l'emozione sarebbe il disastro di Chernobyl. E c'è già un certo cinismo nel considerare un disastro effettivo, con delle conseguenze gravissime sull'ambiente e sulla popolazione, presente e futura, di quel territorio, semplicemente come


Pag. 21

un'emozione. Ma attenzione al salto logico: bisognerebbe quindi rivedere quella decisione introducendo o meglio reintroducendo la liceità della costruzione di nuovi impianti nucleari sulla base del fatto che si è prodotto il blackout e la gente è spaventata. Onorevoli colleghi, forse che questa non è un'emozione? Allora non prendiamoci in giro! Primo, la soluzione nucleare come soluzione energetica è una soluzione cassata non da un referendum esplicito e inviolabile. Volete farne un altro? Noi siamo pronti, mica abbiamo paura, mica lo temiamo. Però, non può essere scavalcato da considerazioni francamente prive di ogni fondamento.
Ma non si tratta solo di ciò. È stato cassato da ragioni derivanti dalla cultura del limite (capisco che tocco argomenti filosofici un po' estranei a quest'Assemblea, ma che forse vi dovrebbero entrare), da problemi di non concentrazione delle fonti di produzione di energia e da ragioni di carattere economico.
Sono stato ben contento che anche l'onorevole Bersani, in un intervento, alla fine, abbia escluso l'ipotesi nucleare, non foss'altro che per ragioni economiche. In effetti, per fare il nucleare ci vuole, non meno, ma più Stato, perché il costo della costruzione di un impianto di energia nucleare supera ogni capacità di previsione di profittabilità, se lo consegnate al privato.
Capisco che anche chi è nell'ottica della liberalizzazione del mercato, oggi, convenga che il nucleare è una soluzione del tutto incongrua. In effetti, i paesi che lo hanno - vedi la Francia - hanno, non il 100, ma - direbbe un comico famoso - il 110 per cento di produzione assolutamente statale.
Spero che questa discussione sia sepolta, sia chiusa, ma utilizzo questo spazio nella discussione sulle linee generali per non ripeterlo più. Chi vuole intendere, intenda. Questo discorso è chiuso! Non si può riprendere! Il suo impatto sulle conseguenze di vita della gente è pernicioso, né vale l'argomento che, poiché vi sono centrali nucleari alla frontiera, dobbiamo aprirle nel nostro paese. È raro sentire un argomento più stupido di questo. Infatti, ognuno deve comportarsi in maniera virtuosa ed aiutare l'altro a farlo, non viceversa.
L'altro argomento è che, escluso il nucleare per evidenti ragioni - non fosse altro per quelle puramente di calcolo economico -, bisognerebbe costruire nuove centrali e tornare indietro rispetto a decisioni assunte nel passato, di altra natura, superando tutti i vincoli rispetto all'inquinamento dell'ambiente.
Su questo si è detto molto. Ne abbiamo discusso in quest'aula. Vi sono stati eminenti commentatori - ricordo, fra tutti, il magnifico articolo di Scalfari su la Repubblica - che hanno smentito completamente questa tesi, perché, come hanno ricordato, seppure un po' di striscio, anche i colleghi che finora sono intervenuti, il problema del blackout non deriva dalla quantità di potenza ma dal fatto che criteri privatistici della gestione hanno impedito un'attivazione che supportasse una mancanza di flusso dall'estero.
Abbiamo una potenza potenziale (scusate il gioco di parole) notevolmente superiore a quella esplicata. Il problema non è costruire nuove centrali, ma stabilire un criterio di funzionamento di quelle esistenti che risponda ad un semplice concetto, ossia quello del bene comune.
Signor Presidente, qui sta tutta la questione. Per il resto, si tratta di grandi chiacchiere. Se supponiamo che la fornitura di energia sia un bene comune, così come l'aria e l'acqua, dobbiamo stabilire che vi è un criterio dal quale non si può derogare. Qualunque sistema vi sia, o quello liberalizzato - e lo dico io - o quello interamente statalizzato (dopo vedremo quale dei due è il migliore), vi dev'essere una garanzia di continuità del servizio e, nel caso di un sistema liberalizzato - che io definisco sciagurato - bisognerebbe costringere questi signori privati a garantire, comunque, una continuità di fornitura.
Questo, nella sostanza, era l'argomento di Scalfari e dell'ex ministro (forse, mi confondo sul nome) Clò - uno che, rispetto a quelli attuali, dell'argomento almeno


Pag. 22

se ne intendeva -, i quali dicevano: va bene la liberalizzazione, va bene una privatizzazione del sistema, ma attenzione alla continuità della fornitura, ad un plafond minimale!
In realtà (questa è la terza considerazione che propongo), onorevoli colleghi, questa è una pia illusione perché, se si accede alla logica del profitto, se si accede alla logica per cui ognuno utilizza gli impianti in relazione alla profittabilità (quindi, siamo del tutto interni ad una logica generale di impresa), tutto ciò è molto, ma molto difficile. Ci vorrebbe proprio un Governo forte, ma forte verso i forti - questo è il problema! - per imporre siffatto servizio.
Questo è il problema che noi abbiamo di fronte e che è stato evidenziato da questo blackout e da altri che si sono verificati in altri paesi del mondo. Il ripetersi di queste situazioni, il fatto di trovarci improvvisamente al buio, è paradossale per la modernità! Invero, qualche commentatore che io stimo, dall'animo poetico, ha fatto un elogio del buio nella città, un elogio gradevole e simpatico, che corrisponde ad una finezza culturale e che riporta la memoria dentro i cuori dei presenti, ma, naturalmente, non bisogna esagerare perché, altrimenti, tutto sembra un peana del ritorno al passato. So bene che Mozart componeva perfettamente a lume di candela. Se avessimo tanti Mozart, potremmo produrre a lume di candela anche oggi; invece, abbiamo bisogno dell'elettricità per far funzionare cervelli un po' più atrofizzati. A parte tutto ciò, non voglio ritornare al passato. Perciò, per quanto sia gradevole e simpatica, questa riappropriazione del buio come dimensione dell'umano nel vivere urbano non mi pare desiderabile, soprattutto per le popolazioni, diciamo così, più povere, che al buio sono state per secoli e che, oggi, vorrebbero finalmente godere del benessere derivante dal progresso.
Ecco, tutto questo come va garantito? Con un altro tipo di scelta. A mio parere, è esiziale la logica della liberalizzazione, che è connessa alla logica della privatizzazione. Questo è un ostacolo - in partenza - per qualunque forma di imposizione di una continuità del servizio pubblico! Guardate, liberali - non liberisti - come Einaudi giustamente dicevano che, quando, per ragioni tecniche, una struttura produttiva, all'interno di un determinato paese, si pone come una struttura di tipo monopolistico, è meglio che il monopolio si mantenga pubblico, anziché diventare una sorta di oligopolio privato. Einaudi era un liberale, ma non un liberista come i parvenu del giorno d'oggi: aveva dentro una difesa del principio della proprietà privata che non mi appartiene, ma anche una dimensione della comunità, seppure differenziata, rigidamente differenziata, dal punto di vista sociale.
Tutto questo pare essere completamente dimenticato. Allora qui torniamo al punto della questione; poi naturalmente, signor ministro, signor rappresentante del Governo, entreremo nei dettagli, negli emendamenti con dovizia di particolari, ma adesso io vorrei tenermi sul piano generale, come compete a questa fase della discussione. Allora noi non possiamo pensare ad una situazione di liberalizzazione, che distrugge una delle leve fondamentali di governo di una politica economica di sviluppo in mano allo Stato e, contemporaneamente, ad una liberalizzazione che, per la grettezza con cui vengono intesi gli interessi dei proprietari, lascia il paese al buio, quando vi sarebbero tutte le condizioni per cui ci potrebbe essere piena luce. Questo è il punto assolutamente contraddittorio e che è stato messo in luce in questo dibattito. Non è questione né del nucleare, né di nuove centrali, ma è questione del sistema proprietario, del pensiero e della controrivoluzione culturale che è stata impostata in questo settore, è l'assenza di una concezione del bene comune inderogabile, sia che sia dominato da un privato, sia che sia dominato dal pubblico; questa è la ragione di questi blackout. Infatti, questi si verificano in paesi che hanno anche sistemi di proprietà e di organizzazione di tipo diverso.
Naturalmente tralascio qui la questione di analisi più complessive e più tecniche sul concetto della rete, su cui si esercitano


Pag. 23

dei fisici moderni, ma riprenderemo nel corso della discussione, a proposito del blackout californiano, il concetto di concentrazione della rete o di diffusione, che pure non è trascurabile.
Questo tipo di discorso ci porta a sollevare una altro grande tema. Il grande tema è quello della diversificazione delle fonti energetiche. Noi abbiamo un grande problema. Naturalmente esistono opinioni diverse, in una comunità scientifica esistono punti di vista diversi; questo è un bene, non è un male, non esiste una verità unica, un pensiero unico, tuttavia vi è una convergenza di pareri sul fatto che il nucleare, per i motivi che ho detto (e tanti ne potrei aggiungere), non è una risorsa utile, tranquilla e sicura e indica un modello di società fortemente militarizzato, fortemente centralizzato, e, nello stesso tempo, risorse come il carbone, come il petrolio, hanno ormai iniziato la loro curva discendente per quanto riguarda la reperibilità. Sono opinioni, naturalmente difficilmente dimostrabili, sono calcoli scientifici opinabili, nessuno può dire quanto sotto la terra effettivamente c'è, a meno di non scavarla tutta, tuttavia è possibile fare delle rilevazioni. In ogni caso, una classe politica pensosa delle generazioni future - e parlo a livello mondiale, ovviamente, perché solo a livello mondiale questo ragionamento (Kyoto insegna) può essere fatto - dovrebbe lavorare dal punto di vista della ricerca scientifica, dal punto di vista dell'organizzazione materiale, dal punto di vista della destinazione delle risorse, a fonti alternative di energia. Ma santo cielo! È così difficile in testa? Esistono studi, alcuni premiati da premi Nobel - pare che ormai siano un fatto puramente televisivo (come le trasmissioni della domenica pomeriggio), finito il quale tutti se ne dimenticano -, che dimostrano che è possibile, al di là del petrolio, del carbone e del nucleare, trovare fonti alternative di produzione per soddisfare i bisogni di elettricità e quindi di modernità di tutte le funzioni che da questa geniale invenzione voltiana derivano. Ve li potrei enumerare, per un paese mediterraneo, ma non è il caso, li sapete benissimo. Vi sono paesi nordici che il sole lo vedono, diciamo così, un mercoledì, come era il titolo di un famoso film (L'estate in Belgio fu un mercoledì), che però hanno una produzione per mezzo solare superiore al paese che del sole ha fatto un'icona, persino musicale, come il Presidente del Consiglio dei ministri, che solitamente interpreta queste amene canzoni nei consessi internazionali per dimostrare la sua italianità, ben sa.
Orbene, vi pare possibile che qui invece siamo fermi al palo, siamo agli studi di Legambiente di 15 e più anni fa quando io giovanetto entrai in quest'aula e li citai per la prima volta? Siamo cioè alla fase teoretica e, come dicono coloro che hanno facondia di linguaggio, non vi è stata implementazione, non c'è stato un tentativo su larga scala; certo, qualche comune l'ha fatto, e qualche pannello solare si vede ma, insomma, è necessaria una politica forte e coordinata sulle biomasse, sul solare, sull'eolico. Questo naturalmente richiama una politica territoriale; una volta tanto, chi si riempie la bocca con la parola «territorio» - adesso non ne vedo nessuno di questi esponenti qui in aula - non è che abbia torto perché se c'è un campo dove è necessaria e possibile - conseguentemente, il richiamo costituzionale fatto dagli altri colleghi è molto coerente, non nella forma ma nella sostanza il che, a mio parere, vale ancora di più - una diversificazione di scelte e dunque di progettualità di competenze e di sistemi organizzativi, è quello energetico, perché è del tutto evidente che la latitudine geografica cambia e può cambiare da questo punto di vista nelle scelte di approvvigionamento energetico.
Allora, anche l'idea di non accentrare le fonti di produzione energetica, che è l'idea malata del nucleare, che è l'Italia del controllo sui bisogni della società, che è il panopticon, quindi proprio un'idea che andrebbe superata nella concezione di una democrazia diffusa dell'uomo moderno, nel campo della produzione energetica, ha un'applicazione che è, dal punto di vista almeno della sua pensabilità, assolutamente evidente.


Pag. 24


È possibile passare dal livello della pensabilità al livello della realizzabilità? Certo, di mezzo c'è la ricerca, ci sono i soldi, c'è l'organizzazione ma c'è soprattutto una volontà politica. Ma guardate che questa è la sfida per il futuro, dove pensiamo di andare, altrimenti? Pensiamo di continuare a perseguire uno sfruttamento delle preesistenti fonti energetiche per l'eternità? Questo, evidentemente, non è possibile.
La storia dell'umanità, quella che si insegna alle scuole elementari - naturalmente, Letizia Moratti permettendo - dimostra, onorevoli colleghi, che c'è un'evoluzione nella ricerca delle fonti energetiche. Adesso, nessuno vuole postulare un'idea della storia vincente, però, il fatto che, bene o male, un'evoluzione ci sia, forse, è un pensiero comune. Anche chi ha l'idea fissa che più che il divenire conti l'essere ritiene che nell'essere ci sia un progredire, un movimento, un cenno di vitalità! Anche in questo campo c'è ed è molto evidente.
Allora, abbiamo il fiato di affrontare questo problema in tutta la sua complessità o dobbiamo discutere sulle furbizie per cui da un lato si accetta il protocollo di Kyoto e dall'altro lo si nega, o continuiamo con le furbizie per cui un blackout, che deriva dal fatto che ognuno fa i cavoli suoi anziché fare il bene comune, viene venduto - presidente Tabacci - come esigenza del nucleare o come esigenza di costruzione di nuove centrali, cosa che non c'entra assolutamente niente?
Oppure vogliamo insistere sul principio della ricomposizione tra gestione e proprietà, sul quale anche il collega Quartiani si è esercitato, che mi pare del tutto fuori luogo? Vogliamo andare fuori e al di là persino del titolo V della Costituzione, o vogliamo operare una sorta di «ricatto» nei confronti del cittadino con la possibile mancanza di elettricità? Vogliamo metterlo in angoscia, questo cittadino che già è precario nelle condizioni di lavoro, che non sa se riceverà un'assistenza ospedaliera, che non sa se i suoi figli avranno un percorso scolastico sicuro, che non sa se beneficerà della pensione (anzi, prevalentemente pensa che non la otterrà o comunque che non sarà sufficiente)? E se, per di più, aumentiamo anche la possibilità che lui resti al buio...

PRESIDENTE. Una visione drammatica, onorevole Alfonso Gianni!

ALFONSO GIANNI. Eh, sì, drammatica: resta al buio, resta chiuso in ascensore. Ci può essere anche un boom demografico, però dipende: successe negli Stati Uniti, ma questo è uno scherzo! Ora, il problema è questa totale irresponsabilità rispetto al futuro, sia nostro, sia delle generazioni che verranno.
Allora, si tratta di considerazioni che io consegno, naturalmente, ai resocontisti (immagino di non andare molto più in là), ma che mi sento di dover svolgere (perché ho sempre inteso così la fase della discussione sulle linee generali) per richiamare l'attenzione sul fatto che anche un provvedimento che presenta un'intenzione parziale - e, tra l'altro, reiterativa - solleva nuovamente una questione davvero di grande spessore, sulla quale il mondo intero sta ragionando.
Al riguardo, direi che forse noi dovremmo, con maggiore e migliore umiltà (parlo, naturalmente, in primo luogo per me), imparare dal pensiero che viene prodotto in varie parti del mondo, perché siamo ad una svolta nell'utilizzo delle potenzialità di questo pianeta.
Lo indicano tanti e troppi fattori: questo fallimento o successo, cui però non seguono un'osservazione e un'applicazione reale delle riunioni internazionali (come ad esempio, su versanti diversissimi tra loro, Kyoto e Cancun), dimostra che il tema che, per via minimale, stiamo discutendo in questa Assemblea, riveste un carattere universale: esso richiama un'attenzione, una tensione e una passione civile e progettuale che ci dovrebbe coinvolgere più a fondo.
Se deve esserci un confronto, allora - anche se, dopo due anni di legislatura, nutro una certa sfiducia sui suoi esiti -, forse vale la pena tentarlo: in fondo, non


Pag. 25

bisogna mai vergognarsi di cercare di confrontare le proprie idee fino all'ultimo. Grazie.

PRESIDENTE. Grazie a lei, onorevole Alfonso Gianni, anche se non ci ha riempito il cuore di ottimismo... Certo, comunque, ognuno giustamente fa il suo mestiere.
È iscritto a parlare l'onorevole Gambini. Ne ha facoltà.

SERGIO GAMBINI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, forse ancor più che in altre occasioni nelle quali, in questa Assemblea, abbiamo affrontato temi relativi all'energia, la nostra discussione rischia di essere più rituale che di merito. Infatti, sappiamo che stiamo esaminando un decreto-legge riguardo al quale le possibilità di modifica da parte di questo ramo del Parlamento sono praticamente ridotte a zero, e nonostante la disponibilità offerta dall'opposizione per correggere, in tempi assai rapidi, le incongruità maggiori presenti in questo provvedimento, non è stato possibile, o la maggioranza non ha voluto, cogliere tale disponibilità in tempo, quando era ormai evidente che le nostre argomentazioni erano sensate.
Anche gli esponenti della maggioranza e lo stesso ministro hanno finito per riconoscere che probabilmente sarebbe stato opportuno mettere mano ad alcune correzioni. Tuttavia, a quel punto, i tempi erano ormai insufficienti per consentire un cambiamento alla Camera e l'approvazione definitiva del testo che avremmo così emendato al Senato.
Come dicevo, si tratta di una discussione che, in gran parte, è rituale; tuttavia, credo che l'opposizione sia chiamata a rimarcare con nettezza i principali punti contenuti in questo decreto-legge che ci sembrano profondamente sbagliati e non condivisibili e che rischiano di rappresentare, per la rete elettrica italiana e per la produzione dell'energia nel nostro paese, davvero un passo indietro assai preoccupante.
Di cosa stiamo parlando? Come i colleghi sanno, parliamo di un decreto-legge che è stato profondamente modificato dopo il blackout del 28 settembre. Si trattava di un provvedimento che aveva come obiettivo quello di ottenere modifiche temporanee delle condizioni di esercizio delle centrali termoelettriche attraverso deroghe ai valori di tutela ambientale che presiedono al funzionamento di tali centrali.
Dopo il blackout del 28 settembre, si è deciso di caricare questo decreto-legge di una serie di disposizioni in gran parte desunte dal disegno di legge Marzano approvato alla Camera ed ora in discussione al Senato (e, peraltro, desunte anche cambiando sostanzialmente alcuni aspetti di quel testo), incentrandolo sostanzialmente su due punti.
Per un verso, si ricomprendono in questo decreto-legge le norme contenute nel provvedimento Marzano relative alle procedure di accelerazione per la realizzazione di nuove centrali e, per altro verso, si introducono norme (sempre desunte dal provvedimento Marzano) che regolano in maniera nuova il funzionamento, la proprietà e la gestione delle reti di trasmissione nel nostro paese.
Ora, credo che su entrambi questi versanti il decreto-legge sia assolutamente inefficace; anzi, ritengo sia pericoloso ed invito i colleghi a valutarlo con grande attenzione. Vi sono, infatti, diversi aspetti da tenere in considerazione. Cominciamo dal primo che è stato sottolineato con insistenza dai colleghi già intervenuti: esso fa riferimento alla scelta di proseguire su un percorso di incostituzionalità delle norme relative alle procedure di realizzazione di nuove centrali. Vi sono sentenze recenti - mi riferisco alle sentenze nn. 303 e 307 del 2003 - che contribuiscono a chiarire ulteriormente questo aspetto.
Proseguendo su questa strada si finisce per incartare tutti i procedimenti di autorizzazione di nuove centrali. È inutile che il ministro Marzano, all'indomani del blackout, si presenti sulle reti televisive, a Porta a Porta o rilasci dichiarazioni alla stampa nelle quali lamenta il fatto che il blackout è frutto della mancanza di capacità


Pag. 26

di generare potenza da parte delle nostre centrali perché vi è un deficit e perché vi è stata una mancata volontà da parte delle regioni, dei comuni e dell'opposizione parlamentare di velocizzare la possibilità di realizzare nuove centrali.
La via della concertazione e della codecisione con le regioni sta scritta nella riforma del titolo V della Costituzione, nei nuovi articoli 117 e 118. Ciò viene ribadito ulteriormente dalle ultime sentenze della Corte costituzionale. Si pretende che le regioni non facciano valere la Carta costituzionale? Si richiede che le comunità locali ed i numerosi comitati di cittadini sorti per tutelare il loro territorio, a torto o a ragione, non utilizzino gli strumenti loro forniti dalla Carta costituzionale? Sembra un ragionamento del tutto improponibile.
D'altra parte, lo stesso ministero e la stessa maggioranza, nel corso dei ripetuti provvedimenti affannosamente susseguitisi negli anni passati sulla questione dell'energia, ad un certo punto hanno capito che occorreva cercare una concertazione ed una codecisione con le regioni. Come è noto, sia la produzione, il trasporto e la distribuzione nazionale di energia, sia il governo del territorio sono materie concorrenti fra la potestà legislativa regionale e quella dello Stato centrale. Come dicevo, ad un certo punto il Governo e la maggioranza si rendono conto e decidono, nel decreto-legge convertito con la legge 17 aprile 2003, n. 83, di aprire la porta alla cooperazione con le regioni per la procedura di autorizzazione per la realizzazione di nuove centrali.
L'articolo 3 di tale legge dice: «Ai fini dell'effettuazione della valutazione di impatto ambientale sui progetti di nuova installazione, ovvero di modifica o ripotenziamento di impianti di produzione di energia elettrica di potenza superiore ai 300 megawatt termici»... «sono considerati prioritari i progetti di ambientalizzazione delle centrali esistenti che garantiscono la riduzione delle emissioni inquinanti complessive, nonché i progetti che comportano il riutilizzo di siti già dotati di adeguate infrastrutture di collegamento alla rete elettrica nazionale, ovvero che contribuiscono alla diversificazione verso fonti primarie competitive, ovvero che comportano un miglioramento dell'equilibrio tra domanda ed offerta di energia elettrica, almeno a livello regionale, anche tenendo conto degli sviluppi della rete di trasmissione e delle nuove centrali già autorizzate». Il primo comma dell'articolo 3 indica i criteri di priorità sulla base dei quali dovrà partire la valutazione di impatto ambientale dei diversi progetti giacenti presso il Ministero per la realizzazione di nuove centrali. Il comma 4 dell'articolo 3 dice: «Con decreto dei ministri delle attività produttive e dell'ambiente e della tutela del territorio, sentito il comitato paritetico di cui all'articolo 1, comma 3-bis (...) è approvato periodicamente l'elenco dei progetti che rientreranno nelle priorità di cui al comma 1». Ciò vuol dire che i criteri di priorità indicati nel comma 1 dell'articolo 3 sono alla base di un elenco dei progetti che deve essere presentato attraverso un decreto dei ministri delle attività produttive e dell'ambiente.
Ora, dopo la grande preoccupazione, che da parte del Ministero delle attività produttive è stata dimostrata nel corso degli anni passati circa il deficit di produzione di energia nel nostro paese e, quindi, circa l'esigenza di potenziare e realizzare rapidamente nuove centrali, si penserà che il Governo immediatamente si sarà messo all'opera per realizzare l'elenco delle priorità, sulla base delle quali attivare la valutazione di impatto ambientale per i progetti di realizzazione di nuove centrali. Invece no, non è successo questo: a maggio non è stato presentato l'elenco, così come non lo è stato né a giugno, né a luglio, né ad agosto, né a settembre né a ottobre.
Si viene, invece, con un nuovo decreto a confondere ulteriormente la materia, mentre le inadempienze del Governo continuano a prodursi nel corso dei mesi. Si dice che si sentirà un comitato paritetico, laddove il comitato paritetico è quello previsto da un provvedimento precedente, sempre in materia di energia elettrica; esso dovrebbe essere composto dal Ministero


Pag. 27

delle attività produttive, dalle regioni, dall'unione delle province d'Italia e dall'associazione nazionale dei comuni italiani, cioè da quelle istanze di natura concertativa che consentano una codecisione in forma paritaria con le regioni e con gli altri soggetti istituzionali che sono richiamati dalla sentenza della Corte costituzionale. Tuttavia, le regioni, i comuni e le province non sono stati chiamati da parte del ministero e quest'ultimo è ancora inadempiente per quanto riguarda la realizzazione di quell'elenco di priorità.
Signor sottosegretario, colleghi della maggioranza, a che porta volete bussare per chiedere la ragione per la quale ancora non sono partite le procedure per la realizzazione di nuove centrali? Dovete bussare alla vostra porta, perché non siete stati ancora capaci di rispettare le leggi! Vorrei che aveste la preoccupazione nei confronti dell'insieme del paese, perché voi avete innescato un meccanismo pericolosissimo. Stiamo parlando della valutazione di impatto ambientale, che è di per sé una valutazione comparativa. Ebbene, se voi non rispettate le procedure che avete accettato di scrivere nella legge, i comitati dei cittadini che si oppongono alla realizzazione, giustamente o ingiustamente - in questo momento non mi interessa -, delle centrali nel nostro paese avranno automaticamente partita vinta, in qualsiasi ricorso che presenteranno alla magistratura amministrativa o civile. Lo sapete? Dovete fare quel decreto. È un obbligo che vi viene imposto dalla legge, se volete sperare di realizzare una qualche nuova centrale nel nostro paese, come noi ci auguriamo possa essere realizzata. Quel decreto lo dovete emanare e lo dovete fare con quella procedura concertativa prevista dalla legge, perché le competenze amministrative e legislative in materia di energia elettrica e di governo del territorio sono concorrenti con le regioni e coinvolgono, per altro verso, anche il ruolo dei comuni e delle province, viste le caratteristiche che dal punto di vista amministrativo hanno molte leggi regionali in merito alle autorizzazioni per realizzazioni di questa natura.
Insomma, vi siete cacciati in un cul de sac, dal quale non riuscite ad uscirne con nuovi decreti. Finirete soltanto per confondere ancora di più la situazione, creando un groviglio inestricabile, se non deciderete di assumere i compiti che voi stessi vi siete assunti attraverso l'approvazione di questi testi normativi, che prima ho richiamato. Dunque, non abbiamo bisogno di nuovi decreti; abbiamo bisogno, bensì, che venga da voi realizzato quanto è già stato disposto e che venga aperto un nuovo tavolo di concertazione con il sistema delle autonomie locali e con le regioni italiane.
In questo modo sarà possibile realizzare nuove centrali nel nostro paese, secondo quei criteri che voi stessi avete accettato di inserire nella legge. Si tratta di criteri di priorità che hanno anche un principio di buonsenso e che - come possiamo verificare a seguito di quanto avvenuto con il blackout - fanno riferimento al carattere di diversificazione di fonti di energia e di diversa dislocazione delle centrali su tutto il territorio nazionale. Altrimenti, ai blackout dovremo abituarci periodicamente, vista l'incapacità che dimostrate nell'attuare le leggi che voi stessi avete approvato.
Per quanto riguarda l'efficacia del nuovo assetto della rete ipotizzato nel presente decreto-legge per scongiurare nuovi blackout, ritengo che, dopo l'iniziale polverone suscitato dalle dichiarazioni del ministro Marzano rese immediatamente dopo il blackout del 28 settembre, l'aspetto decisivo sia proprio l'assetto della rete perché non abbia a prodursi nuovamente un tale evento. In quell'occasione, come ricordavano i colleghi, eravamo al minimo dei consumi eppure si è realizzato l'effetto domino. Ciò è derivato proprio da come è stata costruita la rete italiana.
Un evento di questa natura in Francia non si sarebbe potuto produrre e non perché in quel paese abbiano una maggiore capacità produttiva, ma perché lì vi è un diverso assetto della rete. In Francia, la rete è stata costruita in modo che sia


Pag. 28

possibile compartimentare e sezionare la rete, ponendola perciò al sicuro da eventi come quelli che si sono prodotti.
Per realizzare un'operazione di questa natura occorrono investimenti importanti, occorre che la nostra rete sia ammodernata e ricostruita secondo questa nuova filosofia che appare più rispettosa del ruolo delle regioni e della possibilità che ciascuna regione ricerchi un'autonomia dal punto di vista energetico, sviluppando sul proprio territorio una capacità di generazione d'energia che corrisponda al consumo che, in ciascuna realtà, si realizza. Una nuova rete ha bisogno di nuovi ed importanti investimenti, come quelli necessari per la realizzazione di nuove centrali.
Allora, occorre scegliere una strada: vogliamo che la privatizzazione della rete abbia quale punto di riferimento l'esigenza di fare cassa oppure vogliamo che abbia quale punto di riferimento la capacità di rispondere ad esigenze prioritarie del sistema produttivo e dei consumi nel nostro paese?
Si è ricordato che l'opposizione è perfettamente d'accordo sull'idea di unificazione della proprietà e della gestione della rete, con conseguente sottrazione della proprietà all'attuale proprietario (ENEL) e con incorporazione della stessa insieme alla gestione in un nuovo soggetto.
È un'impostazione che non era presente nella riforma e nella liberalizzazione Bersani-Letta, che era però legata a una verifica di quelle riforme e corrispondente alle indicazioni provenienti dall'Unione europea in merito ai processi di liberalizzazione dell'energia: unificazione di gestione e proprietà.
Stiamo parlando di un settore che ha un notevole valore, da due miliardi e mezzo a tre miliardi di euro. L'ENEL è una società quotata in borsa, non è un'operazione che possa essere fatta a cuor leggero, è necessario un disegno trasparente che sia in grado di garantire, dal punto di vista del percorso pubblico, l'insieme dei soggetti interessati: dai risparmiatori che hanno investito in azioni dell'ENEL a chi vuole tutelare gli interessi del sistema produttivo del nostro paese attraverso una rete efficiente di diffusione dell'energia.
Che fare? Abbiamo avanzato due ipotesi, affinché sia preminente la presenza del settore pubblico a fini di garanzia. La prima ipotesi prevede il mantenimento della maggioranza del capitale in mano pubblica, ovvero la possibilità di vendere sul mercato soltanto una parte minoritaria, il 49 per cento, della proprietà della rete. In tal caso, lo Stato dovrebbe rifondere l'ENEL, spogliato della proprietà della rete, di quanto gli viene tolto. L'altra strada che si può scegliere è quella della public company, con una golden share di controllo da parte del settore pubblico.
La scelta che viene compiuta, invece, non sta né da una parte, né dall'altra, ma somma tutti gli svantaggi: blocca una quota molto consistente di risorse pubbliche e rischia di affidare il controllo della società a soggetti terzi, che non hanno come punto di riferimento l'esigenza di dare quelle risposte di efficienza da noi richiamate e di tutela della rete nazionale, ma che hanno un altro tipo di esigenze, quelle ad esempio che hanno prodotto i guasti del blackout del 28 settembre.
Si può trovare un'altra strada? Quella che voi indicate ha qualche plausibilità, rispetto alle ipotesi del controllo pubblico attraverso la maggioranza azionaria o della golden share e della public company? L'ipotesi che proponete pone ancora una volta il nostro paese nelle condizioni di avere una rete inefficiente, che non farà fronte a quelle esigenze che sono state segnalate con tanta nettezza dal blackout del 28 settembre.
Nel corso della discussione sul decreto Marzano abbiamo sentito sostenere questa tesi da parte di colleghi che dovrebbero avere una visione di liberalizzazione molto radicata nella cultura politica che sovente rivendicano. A meno che si pensi che gli interessi della comunità e della collettività siano rappresentati da uno dei soggetti in campo, vale a dire dall'ENEL. Dicendo ciò, si finisce per contraddire il cuore del processo di liberalizzazione dell'energia


Pag. 29

elettrica nel nostro paese e l'armonizzazione con i processi di liberalizzazione in corso in Europa.
Ho concluso, signor Presidente. Ho voluto richiamare quelli che a me appaiono i due punti su cui il provvedimento in discussione, con le aggiunte inserite nel corso dell'esame al Senato, finisce per risultare controproducente rispetto alle esigenze enunciate da parte della maggioranza e del Governo, a proposito dell'inserimento di nuove materie nell'ambito del decreto-legge stesso, il cui oggetto, come ricordavo, è assai limitato. Per questa strada non si risolvono i problemi, come mi è sembrato di avere dimostrato, ma li si aggravano, e per questa medesima strada si finisce per continuare a rendere sempre più intricato il nodo della rete e della generazione di energia nel nostro paese. Sarebbe necessario, invece, incamminarci su una via diversa, quella che noi abbiamo indicato nella discussione dei precedenti provvedimenti relativi all'energia e che dovrà essere prima o poi valutata se vorremo porre il nostro paese nelle condizioni di poter godere, finalmente, di una disponibilità della fonte energetica a costi e condizioni competitivi con gli altri Stati europei (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di Sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Polledri. Ne ha facoltà.

MASSIMO POLLEDRI. Signor Presidente, signor sottosegretario, onorevoli colleghi e colleghe, la domanda che io mi pongo è la seguente: questo provvedimento è urgente o non lo è? I colleghi hanno argomentato lungamente. Certo, possiamo esaminare le misure introdotte dal punto di vista della Costituzione; è evidente, non potremo non valutarlo alla luce dei principi di urgenza e necessità e di quanto stabilisce la Corte costituzionale con la sentenza n. 360 del 1996. Ma se analizziamo la questione oltre le soglie di questo palazzo, interrogandoci sull'esistenza reale del rischio che si possano ripetere fatti gravi come quelli cui abbiamo assistito in questi mesi, a mio parere dovremmo rispondere certamente «sì». Non neghiamo che il «balletto» giusto, il balletto necessario in quest'aula sovrana si debba svolgere, alla luce dei principi costituzionali ed eventualmente anche a fronte di alcune sbavature. La minoranza ha sollevato ragionevolmente alcuni quesiti, si è interrogata sulla esigenza effettiva di adottare provvedimenti in ragione dei requisiti di necessità ed urgenza: potremo discuterne, valutare le ragioni dell'esecutivo - forse colto da un «impeto» -; in ogni caso, esistono motivazioni anche scritte del Governo, abbastanza precise, in cui si dà atto di una nuova e ancora più grave crisi congiunturale, ormai dimensionata su scala europea, che incide pesantemente sul già precario equilibrio tra domanda e offerta di energia elettrica. Si discuta pure su queste giustificazioni; non possiamo invece assolutamente farlo sulle necessità del paese. Se volete, andate voi, colleghi, e presentatevi ai cittadini per discutere con essi. Da parte mia rispondo che, qualora si ripeta una cosa analoga, non intendo più ricevere quelle telefonate con cui amici, parenti, vicini, elettori si lamentano con i politici per quanto avvenuto. E lo dico chiaramente perché, forse, molte volte noi perdiamo il contatto con la realtà; dobbiamo invece pensare a quanto accaduto in Italia, settima potenza industriale costretta al buio. Non voglio attribuire colpe o assolvere alcuno, ci sono indagini, fin troppe indagini della magistratura (due, tre, quattro) che interviene del resto su tutto - per carità questa non vuole essere una critica -; mi chiedo solo se forse non dobbiamo porci il dubbio se in quest'aula, e nella Commissione X, di cui mi onoro di appartenere, si siano fatte troppe chiacchiere. Questo è il dubbio che sollevo, signor Presidente. Chiedo scusa per l'istituzione che rappresento, ma abbiamo dibattuto, si sono susseguiti sette provvedimenti, vale ricordarlo.
Stiamo discutendo in Commissione, stiamo limando, sistemando e migliorando il provvedimento, trovando equilibri e alla fine la gente è al buio. Allora, io dico che forse abbiamo fatto troppe chiacchiere e probabilmente anche noi della maggioranza


Pag. 30

siamo mossi giustamente da un intento di partecipazione, raccolto anche dalla minoranza, perché da essa non sono arrivate solo critiche non costruttive, ma anche una serie di posizioni costruttive. Poi il gioco delle parti vuole che qualche volta si facciano affermazioni un po' al di sopra delle righe, ma non è questo il caso di questa Commissione. Tuttavia, alla fine, la politica deve decidere.
Una politica responsabile - eticamente responsabile - non è quella che ama soltanto passare a Porta a Porta e raccogliere il facile consenso di tutti i comitati e dire a tutti «sì», ma è una politica che qualche volta, come fa il buon padre di famiglia, sa dire di «no»: è una politica che qualche volta deve ricordarsi del principio di responsabilità, del principio di necessità, del senso del dovere. Sono questi i contenuti che mi fanno chiedere, a nome del gruppo della Lega nord Padania, al Governo, al Senato, quando arriverà il momento del disegno di legge Marzano, che il Governo si prenda chiaramente le sue responsabilità e ponga la questione di fiducia!

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE ALFREDO BIONDI (ore 17,29)

MASSIMO POLLEDRI. Infatti, perfettibile o meno, il paese ha bisogno di quel provvedimento. Per troppo tempo vi è stata la gestazione e ricordiamoci che questo è un malato grave: il sistema energetico è un malato grave. Il diritto all'energia elettrica è un diritto fondamentale, ma attenzione a non superare un limite che ormai è già vicino, perché si può curare un malato, ma non si può resuscitare un morto, di solito.
Allora, entriamo nel merito. Sui requisiti d'urgenza ho già risposto e ben venga un tavolo di concertazione con le regioni. In ogni caso, alla fine il Governo decida anche perché c'è bisogno di decidere. Decida perché i problemi sono noti, ma brevemente, perché ce lo siamo già detti altre volte. Aumentano i consumi e - vivaddio - meno male che aumentano i consumi! Si usano il condizionatore, la catena del freddo, le apparecchiature informatiche e quant'altro. I consumi energetici crescono di un 3 per cento: potremmo risparmiarne di più? Sì, sicuramente, questo attiene al senso civico, ma noi abbiamo il diritto e il dovere di fornire energia elettrica.
Aumentano i consumi e si riduce la capacità disponibile, ma perché tutto questo? Perché, per fortuna - vivaddio - questo Governo - anche sulla base delle indicazioni dell'Europa - ha intenzione di migliorare e, per esempio, di usare il gas metano oppure di pulire e ambientalizzare centrali che sono scandalose. Vorrei che qualcuno si ricordasse, mi piacerebbe scoprire che qualche volta si ricordi chi ha costruito la centrale di Porto Tolle. Non l'ha costruita il perfido Marzano o l'ancor più perfido Berlusconi, ma è stata costruita da qualcuno che ha ancora linee di rappresentanza in questo Parlamento: in un'oasi naturale si è costruita una centrale di 2500 megawatt che va a olio combustibile. Tuttavia, per ambientalizzarla abbiamo dovuto spegnerla e per questo torniamo con un decreto-legge che ci obbliga ad alzare alcuni limiti. In ogni caso, il Governo dell'Ulivo nel 2000 ne ha ambientalizzate 1092, mentre il Governo Berlusconi nel 2003, andando avanti, ne ha ambientalizzate 3548. Quindi, vi è stato un netto miglioramento.
Altro elemento è l'incremento della capacità disponibile. Aumenta? Riusciamo a fare queste centrali? No, non ci riusciamo. Giustamente il collega Gambini dice: «fatele». Certo che le vogliamo fare ed in questo senso confideremmo anche sul vostro aiuto, ma forse non ci possiamo contare più di tanto. Nel 1999 vi sono state 1338 nuove entrate in esercizio ed aumenta la punta del consumo degli italiani di 1352 megawatt.
Nel 2002 si registrano 740 megawatt entranti ed un aumento della domanda di 2340 megawatt.
In tale contesto, il Governo nel luglio decide, purtroppo, anche di intervenire con un provvedimento di legge per potervi rientrare. Certo, si tratta di un provvedimento


Pag. 31

decaduto ed oggi si è dovuto reiterarlo; in qualche modo, si è dovuto dire che, mancando l'acqua e sussistendo una condizione di urgenza, è stato necessario elevare le temperature degli scarichi nei mari e nei fiumi (si è solo elevata la temperatura dell'acqua, è evidente). Tale provvedimento ne prevede l'attivazione secondo certi limiti; non automaticamente, ma attraverso provvedimenti che devono essere autorizzati di volta in volta dai due ministeri, dal Ministero delle attività produttive e da quello dell'ambiente e della tutela del territorio. Il provvedimento risulta quindi migliorato nettamente rispetto al decreto-legge decaduto n. 158 del 2 settembre.
Si dice che il provvedimento si pone contro il federalismo. Dobbiamo chiarire al riguardo perché, forse, nessuno meglio del movimento che ho l'onore di rappresentare in quest'aula, la Lega nord Padania, ha a cuore il principio del federalismo. Non voglio una patente di primogenitura, per carità; anzi, stiamo condividendo questo progetto con la Casa delle libertà, checché se ne dica; è un valore di tutta la Casa delle libertà, ma anche di buona parte dell'opposizione.
Giustamente, si è affermato che nel decreto-legge n. 7 del 2002 si è parlato della potestà dello Stato di emanare un provvedimento unico per la realizzazione di centrali al di sopra di 300 megawatt e di infrastrutture del sistema elettrico. Tuttavia, dai resoconti degli interventi nella nostra Commissione di alcuni esponenti della Margherita risulta che, in qualche modo, si ammette che la riforma del titolo V della Costituzione in questo campo sia stata un «pateracchio», perché non si può confondere la rete nazionale con quella di interesse locale e regionale.
Forse, l'Ulivo si dichiara disponibile alla secessione elettrica? Forse, la rete nazionale arriva fino a Lodi, mentre poi Piacenza la teniamo al buio perché occorre passare una regione? Vi è una grande differenza; vi è una rete nazionale che, per essere tale, deve essere in comunicazione; è il principio affermato da Sabino Cassese, è la definizione di un ottimo costituzionalista.
Se la rete si definisce tale deve essere collegata dalla punta di questo paese fino alla fine. Altra cosa è la rete di valenza regionale. Pertanto, in questo senso credo che bisogna chiarirne i principi e le modalità. Anche nel provvedimento in esame si opera una distinzione ben precisa tra le infrastrutture energetiche di interesse nazionale e quelle di interesse regionale in riferimento alle quali si prevede ovviamente l'approvazione da parte della regione. Credo che una riscrittura di questo principio vada affermata (è già in discussione con riferimento al nuovo orientamento sul titolo V della Costituzione).
Vi è poi un altro elemento cui vorrei accennare brevemente. Quanto ai profili di urgenza, vi è la necessità che si dia corso all'iter autorizzativo, così come affermato nel procedimento; gli impianti non vengono costruiti non a causa della mancanza di certezza normativa (perché nemmeno sotto il periodo del Governo dell'Ulivo venivano costruiti) e pertanto, occorre fare chiarezza.
All'articolo 1-quater si prevede l'effettiva realizzazione degli impianti di produzione di energia elettrica, con la previsione di tempi certi per le aziende, per evitare il mercimonio dei certificati. Si è già verificato un episodio politico importante, il mercimonio delle quote latte, e non vogliamo che si arrivi al mercimonio delle cosiddette quote elettriche.
Allora, se qualcuno ottiene un'autorizzazione, ha un obbligo nei riguardi di chi ha rilasciato questa autorizzazione, di realizzare la centrale. Per questo vi sono alcune previsioni nelle quali probabilmente, devo dire, si è previsto un lasso di tempo troppo ampio (come i commi 4 e 6), e in cui alcune concessioni vengono ancora lasciate arbitrariamente: obbligo di segnalare, di documentare, cause di forza maggiore e quant'altro.
Credo che il federalismo voglia dire, anche da parte degli enti locali, una decisione certa. Ed allora: se si rilascia la licenza edilizia, lo si fa con un indirizzo


Pag. 32

del consiglio comunale e degli uffici e attraverso una delibera della giunta, ma non si può rilasciarne un «pezzo» e poi revocarlo, come è avvenuto in qualche comune. Proprio perché se il federalismo deve avvicinare il cittadino, deve farlo in maniera corretta, incrementando i livelli di certezza e dei diritti, non quelli della discrezionalità.
Dicevo poi della compatibilità comunitaria delle norme: alcuni colleghi hanno ricordato che l'Europa ci ha messo in mora. È vero, l'Europa ci continua a mettere in mora, signor rappresentante del Governo, e vorrei ricordare anche il ruolo importante del ministro Buttiglione. Vale forse la pena, se ho ancora del tempo, di ricordare alcune procedure di contenzioso: noi abbiamo approvato, ahinoi - perché noi le abbiamo approvate - queste procedure, mentre altri non sono così solerti nel recepire le direttive europee. Noi lo abbiamo fatto nel 2002 e subito veniamo messi in mora.
Noi approviamo il 22 gennaio del 2003 quello che l'Ulivo non aveva approvato ed il 9 luglio vi è subito un parere motivato in ordine al mancato recepimento in relazione alle limitazioni delle emissioni in atmosfera. Come se nel giro di un mese si potessero sistemare i camini di tutte le centrali d'Italia, quando si è «dormito» per anni! Sempre il 9 luglio vi è un altro parere motivato addirittura per altre emissioni di altre sostanze inquinanti. Vi è un'altra messa in mora sempre il 9 luglio - e qui la Commissione si è scatenata, realizzando se stessa nel promuovere una serie di messe in mora -, perché non abbiamo inviato le carte per valutare il grado di conformità rispetto ai massimali di emissione. Ancora: il 2 aprile 2003 si registra una lettera di messa in mora per non aver comunicato i dati sul controllo delle emissioni di anidride carbonica. Vorrei che fosse chiaro che i cittadini italiani sono quelli che producono il minor quantitativo di anidride carbonica in tutta Europa. E qui invece è un continuo mettere in mora: stiamo allora attenti perché noi produciamo di giorno e di notte si fa come con la tela di Penelope.
Ricordo fra l'altro che forse vi è un italiano nella Commissione europea e che questa solerzia probabilmente non è ininfluente. Ritengo sia abbastanza importante ricordare poi che il 26 giugno, ahinoi, abbiamo adottato un pacchetto di misure sulla liberalizzazione del mercato energetico, anche in questo caso comprendendo la direttiva del 2003 n. 54 della CE, che parla giustamente di liberalizzazione del mercato ed affronta il tema dell'accesso alla rete per gli scambi transfrontalieri di energia elettrica.
Vi è una proposta di regolamento giacente relativa agli scambi transfrontalieri di energia elettrica e di gas. C'è più mercato: conviene alla casalinga di Voghera, all'industriale di Bagnoli, piuttosto che all'industriale bergamasco? Assolutamente no! Vi dico cosa avviene se «passa» questa direttiva sul libero mercato, che poi è libero mercato al di là della cortina, e non per il nostro: il costo che si va a «scaricare» sul sistema privato è di 845,5 milioni di euro, circa 1680 miliardi di vecchie lire.
Questo perché è evidente che noi compreremmo energia elettrica non al prezzo delle nazioni circostanti - che mediamente è minore del 30 per cento -, ma al prezzo di mercato interno. Quindi, questo è l'ennesimo favore che l'Europa ci sta facendo, è l'ennesima richiesta che facciamo di affrontare la questione con una certa attenzione, proponendo ovviamente, per la salvaguardia del principio di reciprocità, una dilazione dei termini di applicazione della stessa. Non si tratta, infatti, di uno scambio transfrontaliero, ma di un atto riguardante il nostro paese, che per il 20 per cento dipende dall'estero, per cui noi andiamo a comprare, ma non scambiamo assolutamente niente; anche questo è l'ennesimo regalo!
Ma attenzione, lo abbiamo già detto con un ordine del giorno presentato dalla maggioranza: noi chiediamo la revisione di questa norma, perché l'Europa ci ha messo in mora anche sugli aspetti giuridici dei diritti di voto connessi alla partecipazione di imprese statali nel settore dell'energia (il famoso 2 per cento con cui si


Pag. 33

è congelato il voto di EDF). Non mi sembra vi sia un'attenzione enorme da parte della Francia a lasciare entrare i nostri imprenditori o le nostre Genco per investire o comprare, quindi credo che politicamente siamo di fronte, per l'ennesima volta, a due pesi e due misure!
Concludo. Bisognerebbe entrare nel merito del provvedimento, qualcosa ci sarebbe da dire sicuramente. Ad esempio, all'articolo 1-ter, laddove si parla della trasmissione e dei piani di sviluppo, noi diciamo: attenzione, perché che si debbano autorizzare i piani di sviluppo di reti elettriche e di gas, da parte del Governo, quando queste sono o saranno quotate in borsa, credo sia un intervento che potrebbe creare non dico allarmismo nei mercati, ma interferenze che un Governo liberale non dovrebbe consentire.
Per quanto riguarda gli altri elementi del provvedimento, i colleghi ricordano l'articolo 1-quinquies: il nuovo metodo di calcolo della potenza degli impianti idroelettrici con il serbatoio di carico nell'ambito dei bacini imbriferi montani. Questa è una misura che rivendico con grande orgoglio, poiché porta la prima firma del sottoscritto e della Lega nord, ma è stata condivisa anche da altri colleghi della maggioranza. Ricordo i colleghi Zanetta e Rosso, che da sempre hanno sostenuto questo principio che consente un ricalcolo per i comuni montani sede di bacini imbriferi. Vi sono miliardi che stanno andando ai comuni, ma c'è un contenzioso sul calcolo della potenza che deve essere utilizzata, contenzioso che va avanti da un anno e mezzo o due. Ora, c'è un accordo delle parti, c'è un accordo della presidenza del BIM, c'è un accordo da parte dei produttori; questo ratifica un accordo che ci viene detto vantaggioso per i comuni e accettato dai produttori. Perché dire, come è stato detto da alcuni colleghi, che i comuni ci rimettono molti soldi? Ricordo che, su molti provvedimenti di liberalizzazione o di concessione del gas, non tutta la minoranza era concorde per favorire i comuni!
Detto questo, per non dilungarmi troppo e lasciare spazio anche ai colleghi, vorrei ricordare che sicuramente tutto è perfettibile, tutto si poteva fare meglio, ma non possiamo permetterci di dilazionare, di delegare: non possiamo far finta di non vedere come in questo grande paese oggi alcuni dei diritti fondamentali siano non dico a rischio, ma seriamente in forse, in particolare quello di disporre di un paese moderno e civile, che possa garantire alcune regole di convivenza e alcuni diritti fondamentali. Credo pertanto che il provvedimento troverà un appoggio da parte della Lega nord, dal punto di vista sostanziale, ma anche nel merito.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Gastaldi. Ne ha facoltà.

LUIGI GASTALDI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor rappresentante del Governo, la Camera è chiamata, oggi, ad esaminare il disegno di legge di conversione in legge del decreto-legge 29 agosto 2003, n. 239, recante disposizioni urgenti per la sicurezza del sistema elettrico nazionale e per il recupero di potenza di energia elettrica.
Come ha ricordato il relatore, il provvedimento era nato in un testo dai contenuti piuttosto limitati per affrontare il problema dei distacchi programmati di energia che avevano interessato il paese la scorsa estate anche a causa delle particolari condizioni climatiche.
Mentre era in corso l'esame presso il Senato, il paese ha, invece, conosciuto il primo blackout totale della sua storia: domenica 28 settembre praticamente tutta l'Italia si è svegliata priva di energia elettrica.
L'urgenza di adottare misure volte ad impedire il ripetersi di un simile evento ha indotto il Senato a trasfondere nel provvedimento in esame tutta una serie di disposizioni, già ricomprese nel disegno di legge di riordino del sistema energetico approvato lo scorso mese di luglio da questa Camera, che sono accomunate dalla medesima finalità di garantire la sicurezza dell'approvvigionamento energetico del paese.
Il Senato, quindi, ha introdotto nel decreto-legge disposizioni finalizzate a ridurre


Pag. 34

il rischio di distacchi di energia elettrica, misure per disciplinare la procedura di unificazione della proprietà e della gestione della rete elettrica nazionale di trasmissione, norme volte a fornire garanzie in ordine all'effettiva realizzazione degli impianti di produzione di energia e dei terminali di rigassificazione, disposizioni volte ad assicurare la funzionalità del settore elettrico, nonché norme per introdurre un procedimento amministrativo unico per la costruzione e l'esercizio delle reti di trasporto energetico.
Nell'ambito del disegno di legge di conversione, inoltre, sono state introdotte norme di delega concernenti un nuovo sistema di remunerazione della capacità di produzione di energia elettrica e la disciplina dell'espropriazione per pubblica utilità al fine di adeguare quest'ultima alle caratteristiche delle infrastrutture energetiche.
Non v'è dubbio che, rispetto a talune delle disposizioni recate dal decreto-legge attualmente all'esame della Camera, potrebbe essere opportuno un approfondimento e un ulteriore riflessione. Ad esempio, pochi giorni dopo l'approvazione del provvedimento da parte del Senato, è stata pubblicata la sentenza n. 303 del 2003 della Corte costituzionale che contribuisce a chiarire in quale modo debbano articolarsi i rapporti tra lo Stato e le regioni nel caso di assunzione di funzioni amministrative da parte dello Stato, in base ai principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza in materie per le quali esso non sia titolare di competenze legislative esclusive.
Allo stesso modo, non può escludersi che vi siano disposizioni del provvedimento che potrebbero trovare una migliore formulazione.
D'altra parte, è egualmente indiscutibile che l'esame parlamentare del provvedimento non possa prescindere da quanto accaduto lo scorso 28 settembre. Ovviamente, non è questa la sede per aprire un dibattito sulle cause che hanno portato al blackout né tanto meno quella in cui svolgere una ricerca sulle responsabilità. Compito del Parlamento è, invece, quello di porre in essere, nel minor tempo possibile, ogni iniziativa idonea a garantire per il futuro la sicurezza della copertura del fabbisogno energetico del paese.
Ciò significa che bene ha fatto il Senato ad utilizzare il decreto-legge n. 239 del 2003 per dare una sollecita risposta a tali esigenze di sicurezza e che la Camera è tenuta ad assumersi una analoga responsabilità nei confronti dei cittadini. Nel settore energetico gli interventi di norma richiedono tempo e non possono trovare concreta realizzazione dall'oggi al domani. Rinviare oggi determinate scelte significherebbe procrastinare i relativi effetti ad un futuro incerto.
Come è detto, le disposizioni recate dal provvedimento potrebbero essere migliorate e, in alcuni punti, corrette. Ma cosa accadrebbe se il Senato, impegnato nell'esame dei documenti di bilancio, non fosse in condizione di garantire la definitiva conversione del decreto-legge?
La sua decadenza finirebbe per riproporre le stesse condizioni nelle quali si è realizzato il blackout del 28 settembre! È questo un rischio che nessuno può correre: non la maggioranza, ma, credo, neppure l'opposizione, salvo che essa non voglia arrivare a sostenere che il provvedimento, che, giova ricordarlo, contiene numerose disposizioni già approvate dalla Camera pochi mesi fa, non è in condizione di produrre alcun beneficio per il sistema energetico nazionale.
D'altra parte, già in Commissione è emersa la disponibilità, della maggioranza e del Governo, ad apportare quanto prima alle norme del decreto-legge gli aggiustamenti ed i correttivi che si renderanno eventualmente necessari. Lo stesso relatore ha segnalato l'opportunità di un atto di indirizzo al Governo che evidenzi gli aspetti del provvedimento rispetto ai quali possa rendersi opportuno un ulteriore e più meditato intervento. È in quest'ottica che debbono essere valutati anche i pareri espressi dalle Commissioni competenti in sede consultiva, in particolare quello della I Commissione. Essa ha formulato un parere favorevole con un'unica osservazione, che segnala l'opportunità di una


Pag. 35

riflessione sulla portata della richiamata sentenza della Corte costituzionale rispetto ad alcune disposizioni del provvedimento. Per quanto riguarda il parere della Commissione bilancio e, in particolare la condizione che esso pone, il Governo ha fornito alcuni chiarimenti sulla base dei quali è stata chiesta un'ulteriore valutazione da parte della V Commissione.
In conclusione, dopo il 28 settembre, gli italiani hanno chiesto alle istituzioni di operare rapidamente affinché ciò che è avvenuto quel giorno non abbia più a ripetersi. Grave sarebbe se le istituzioni, il Parlamento in particolare, mostrassero di non essere in grado di dare risposta a quella richiesta. Grazie.

PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Gastaldi.
Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.

Back Index Forward