![]() |
![]() |
![]() |
ANTONIO POTENZA. Questo disegno di legge di riforma in discussione, deve consentircelo il signor ministro, non piace a nessuno, tantomeno credo, alla stessa maggioranza, a ben vedere il travagliato iter a cui è sottoposto e le continue modifiche introdotte in seguito alle audizioni in Commissione, gli incontri con le associazioni di settore e gli sforzi prodotti dai più importanti concessionari televisivi, per tutelare la loro posizione dominante.
In questo ragionamento, va introdotta anche la stessa RAI, la cui ipotizzata privatizzazione e dismissione da servizio pubblico, non può essere confusa con il bisogno di innovazione tecnologica a cui pure ci dobbiamo preparare senza immaginare rivoluzioni che annullino in un sol colpo il ruolo che pure il Presidente del Senato Pera ha riconosciuto, come soggetto capace di alfabetizzare il paese, che sicuramente è ben più importante e fondamentale rispetto a quello di «laicizzazione» che invece viene, enfaticamente, ma direi meno orgogliosamente, attribuito a Mediaset.
Qui siamo invece di fronte a modifiche epocali dal punto di vista tecnologico ed una legge di sistema non può non essere seguita da interventi finanziari adeguati, che questo Governo, questa maggioranza difficilmente garantiranno. Con l'aria che tira, anche gli ordini del giorno approvati al Senato ed alla Camera in sede di discussione di questa legge, con i quali si sollecita l'incremento del fondo per le provvidenze editoria alle emittenti locali e l'incremento del finanziamento annuale (50 milioni di euro per il 2004, 100 per il 2005 e 135 dal 2006), saranno resi nulli, atteso che la finanziaria per il 2004 rischia di minare un provvedimento legislativo come questo che illude e non risolve nessun problema. Le innovazioni tecnologiche, però non debbono diventare l'occasione per smantellare un sistema di servizio radiotelevisivo pubblico, senza individuare alternative vere o senza far crescere la concorrenza locale in favore di quella antagonista nazionale.
È più che mai opportuno, dunque, individuare con precisione la missione del servizio pubblico radiotelevisivo attraverso un quadro unitario di principi che evidenzino e valorizzino al massimo l'indipendenza dal sistema economico e dai partiti.
Va, dunque, detto che proprio il provvedimento legislativo e la sua comparazione ai pareri formulati in virtù dell'ormai noto pronunciamento della Corte costituzionale fanno comprendere che il
ruolo del servizio pubblico televisivo, quello che il ministro, o chi per lui, vuole privatizzare, smantellare, cedere a privati poco interessati al suo sviluppo, salvo mantenerne un controllo di regime (leggi le nomine dei direttori delle testate regionali), resta un elemento fondamentale del nostro sistema di comunicazioni perché chiamato a svolgere un compito specifico. Un compito di promozione culturale, civile e sociale del paese, per il quale il diritto all'informazione libera e pluralista si raccordi con la democraticità di un sistema che garantisce la partecipazione dei cittadini alla vita del paese.
Intendo dire che questo sistema aperto non può trasformarsi in un sistema chiuso e prevaricatore delle regole di convivenza che pure il paese s'è dato garantendo la concorrenzialità tra i prodotti informativi pubblici e quelli privati. Una concorrenza a tutto campo, ha detto qualcuno, che ha finito progressivamente per appannare e rendere indecifrabile la distinzione dei ruoli tra i due segmenti del nostro sistema radiotelevisivo. L'assenza di un vero pluralismo esterno e la formazione e il consolidamento sostanziale di due poli televisivi ha finito per attrarre quasi inevitabilmente anche l'emittenza pubblica sul terreno della concorrenza commerciale, facendole progressivamente perdere di vista quella che era invece la sua missione. Ora, ipotizzare un sistema pubblico privatizzato e costringerlo a regole che nemmeno il sistema privato, quello locale s'intende e non quello presidenziale è ovvio, auspica e sostiene, significa prendere spunto dalle ipotesi di digitalizzazione per porsi al di fuori delle norme europee che trovano riferimento nel trattato di Amsterdam del 1997, che afferma in primo luogo la legittimità della permanenza di sistemi pubblici radiotelevisivi finanziati dallo Stato, «in quanto legati ad esigenze di carattere culturale e democratico della società civile». Un principio di proporzionalità e non di deroga al principio della libera concorrenza, alla base di tale indicazione, che il ministro non ha voluto tenere in debito conto. O forse gli è stato imposto di non tenerne conto?
Eppure, più volte abbiamo sostenuto che le ragioni delle Tv e radio locali andavano sostanziate con provvedimenti veri e forti, e questa legge non lo fa; nemmeno ci ha provato, pur in presenza di emendamenti migliorativi che la Camera prima ed il Senato poi hanno messo in debito conto, come ad esempio: sgravando le tv e le radio locali dagli oneri previdenziali e sociali attraverso la parificazione delle collaborazioni coordinate continuative (co.co.co.) al lavoro dipendente ai fini dell'obbligo delle assunzioni previsto dalle leggi ammazza-emittenti; detraendo, da subito, direttamente in fattura le provvidenze dell'editoria (spese telefoniche e di energia elettrica); incentivando e valorizzando la qualità della programmazione televisiva e radiofonica locale assegnando contributi a fondo perduto svincolati dai criteri del massimo fatturato e del numero dei dipendenti.
Intendiamoci, questi sono punti di «emergenza», ma per parlare di un nuovo e prospero assetto dell'emittenza locale, Gasparri deve impegnarsi a rivedere il suo disegno di legge a proposito della distribuzione delle risorse radioelettriche tra nazionali e locali, dell'accesso al digitale, del programma di transizione al digitale, del federalismo dell'etere in termini di gestione amministrativa, di rilascio delle autorizzazioni a trasmettere, di assegnazione di contributi, di coordinamento ed effettiva vigilanza del traffico radiotelevisivo regionale per il quale le regioni hanno già individuato i Corecom.
Nel disegno di legge Gasparri sulla riforma del settore manca un «codice etico» riferito al comportamento dei funzionari e dipendenti del Ministero delle comunicazioni in generale e degli ispettorati in particolare.
Ecco perché chiediamo che questa legge non passi soprattutto perché non si realizza un maggiore pluralismo esterno nel settore della tv generalista in chiaro (diritto all'informazione ed alla democraticità) e non si ipotizza, nemmeno lontanamente, lo sganciamento del servizio pubblico radiotelevisivo da una logica strettamente commerciale (basterebbe capire
chi c'è dietro il mercato dei decoder), assicurando all'emittenza pubblica risorse certe e consistenti che ne evitino la marginalizzazione ed a quella locale occasioni per crescere e prosperare anche con le innovazioni tecnologiche.
Infine, va detto, come sostenuto da autorevoli esperti di settore e da competenti costituzionalisti, che se il servizio pubblico radiotelevisivo cessasse di esistere come soggetto pubblico, l'Italia sarebbe 1'unica in Europa, con il solo Lussemburgo, ad avere un servizio con finalità pubbliche interamente privato, destinato a mettere all'asta il proprio contratto di servizio.
Cos'è questo, se non un nuovo favore al suo datore di lavoro, signor ministro?
Eppure, l'indipendenza del servizio di informazione pubblico è sancita dalla Costituzione e non solo dalla Corte costituzionale, ma in questa direzione l'atteggiamento profondamente antidemocratico del provvedimento non può che trovare, nelle osservazioni di questo Parlamento prima e del Presidente della Repubblica poi, il suo unico, autorevole e fedele interprete.
Per tutti i motivi esposti i deputati del gruppo Misto-UDEUR-Popolari per l'Europa voteranno contro il provvedimento in esame.
DAVIDE CAPARINI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la Lega nord Padania ha posto una questione pregiudiziale sul provvedimento che ci accingiamo a votare: la questione settentrionale e la sua rappresentazione con le reti del servizio pubblico. Il processo di trasformazione in senso federale del nostro paese impone il conseguente adeguamento del linguaggio di comunicazione di cui la televisione è lo strumento maggiormente pervasivo ed invasivo.
Le sentenze della Corte costituzionale, la convenzione, i contratti di servizio definiscono inequivocabilmente la sfera d'autonomia gestionale della concessionaria del servizio pubblico.
La stessa Commissione di vigilanza ed indirizzo costituita con legge nel 1975 ha il compito di formulare gli indirizzi generali per l'attuazione dei principi del servizio pubblico, di controllare il rispetto di tali indirizzi e di adottare tempestivamente le deliberazioni per la loro osservanza.
Per quanto sopra la Commissione può proporre la revoca del Consiglio di amministrazione della concessionaria, esaminare il piano editoriale e la relazione bimestrale, i piani di massima della programmazione.
Per questo motivo l'impegno della maggioranza nella realizzazione della RAI federale deve andare oltre il testo, seppur fondamentale, che ci accingiamo a votare.
È importante ricordare la genesi del servizio pubblico: domenica 3 gennaio 1954 ebbe ufficialmente inizio il servizio radiotelevisivo italiano con la telecronaca in diretta dell'inaugurazione dallo studio TV3 di Milano, allora il più grande d'Europa.
In quegli anni, Milano era il punto nevralgico della comunicazione via etere e realizzava oltre 1'85 per cento dei programmi trasmessi, impegnando oltre 400 dipendenti. Nel solo 1960 furono realizzate qualcosa come 40 commedie, 100 trasmissioni di riviste e varietà, 88 programmi per giovani, 171 trasmissioni culturali, 4 opere e 5 operette. La redazione del TG aveva un'importanza cruciale in quanto centro di raccolta dei servizi delle sedi RAI, non solo del settentrione, ma di tutta l'Europa e anche dell'estero.
Contemporaneamente, nella maggior parte dei capoluoghi regionali, presero forma le sedi a cui, in quel decennio, si aggiunsero i centri di produzione di Torino, Roma e Napoli.
Dopo gli esordi avvenuti con i testi teatrali milanesi, quali «La casa del sonno», che rievocava la Milano ottocentesca degli albori, della sua rivoluzione industriale o la traduzione televisiva de «I promessi sposi», la sede di corso Sempione eccelse per la produzione di originali, riduzioni, sceneggiati e per il cinema di Ermanno Olmi, di Giovanni Testori e di Umberto Simonetta.
Per quanto riguarda la produzione di spettacoli e varietà, Milano ebbe vitale
importanza in quanto proprio attraverso questo genere la televisione delle origini imparò a farsi conoscere dagli italiani.
Ma non fu solo varietà, perché già da allora vi fu una spiccata tendenza educativa che il servizio radiotelevisivo voleva imprimersi fin dalle origini ma che poi, purtroppo, ha perso lungo il cammino.
Fu proprio nella sede lombarda che vide la luce il primo programma divulgativo, «Una risposta per voi» di Alessandro Tutolo e lo stesso dicasi anche per i programmi per bambini, come l'indimenticabile «Zurlì, il mago dei giovedì», trasmesso proprio dal Piccolo teatro e condotto da Cino Tortorella ed altri, come quelli di Mike Bongiorno, Enzo Tortora: insomma, parliamo di quella TV che ha lasciato un pesante segno nella storia e nella cultura del paese.
Fu un segno talmente pesante che proprio con il programma «Rischiatutto», il fortunatissimo quiz televisivo condotto da Mike Bongiorno, vi fu una massiccia diffusione della televisione nelle case di tutti gli italiani e, proprio a seguito di ciò, crebbe la comprensione da parte della classe politica dell'enorme potere di controllo e di condizionamento che da essa derivava.
L'esigenza di rappresentare una cultura nazional-popolare artificiale, immagine di un paese che non c'era, ha successivamente indotto la classe politica, finalmente cosciente del grande potere persuasivo della televisione, ad accentrare l'ideazione dei programmi.
È chiaro che una RAI ricondotta a Roma per la politica era - ed è - una garanzia di asservimento, di vera e propria osmosi con il potere.
Progressivamente, la RAI di Milano ha subito un processo di impoverimento decisionale e le sedi regionali in genere sono state trasformate in mere esecutrici della programmazione decisa altrove.
Fu un direttore di RAI 3, Angelo Guglielmi, a decretarne la morte nella culla della programmazione regionale con la conseguente centralizzazione gestionale della rete.
Le ristrutturazioni susseguitesi dal 1993 hanno confermato la veste marginale alla quale il consiglio d'amministrazione le ha relegate. Basti pensare che la presidenza di Claudio Demattè, con l'alibi di risanare la grave situazione economica, dimezzò i 1.350 lavoratori della sede di Milano.
La convenzione tra Stato e RAI stabilisce che la concessionaria determina la propria struttura organizzativa e produttiva «in relazione agli obiettivi indicati nella convenzione e nel contratto di servizio».
Il consiglio d'amministrazione della RAI presieduto da Baldassarre, nella piena autonomia organizzativa e discrezionalità imprenditoriale ed industriale, sin dai primissimi atti, ha profuso «massimo impegno ed innovativa quanto concreta operatività in tutte le sue attività per la rappresentazione autentica e partecipata del paese, anche alla luce delle profonde modificazioni della Costituzione» («Dichiarazioni programmatiche» approvate dal consiglio di amministrazione RAI il 5 marzo del 2002).
Inoltre, la mozione di indirizzo in materia di federalismo televisivo del 16 aprile 2002, il progetto culturale del 16 gennaio 2002 ed il contratto di servizio 2003-2005 sanciscono in forma inequivocabile che il territorio costituisce il riferimento essenziale per la modernizzazione, il decentramento e lo sviluppo dell'azienda e che il territorio è la sede del reale patrimonio prima di tutto morale ed ideale di una comunità nazionale. Da qui l'impegno da parte della RAI di realizzare le condizioni essenziali per la trasformazione del servizio pubblico che ha avuto nell'azienda - dobbiamo registrarlo - fortissime resistenze dettate da una visione romanocentrica, antistorica e conservativa.
Tuttavia, segnali importanti ve ne sono stati, come la riconosciuta autonomia funzionale della testata giornalistica regionale e la sua conseguente separazione dal TG3, dove la gestione del centrosinistra l'aveva ricondotto con il chiaro intento di accentrarla e ricondurla sotto il controllo del pensiero unico.
La nuova missione del servizio pubblico deve essere quella di fornire una rappresentazione autentica e reale della nostra terra. L'unico percorso possibile è quello di riportare la RAI sul territorio e nel territorio. La storica delibera del consiglio d'amministrazione del 20 febbraio 2003, quella della RAI federale, afferma principi fortemente innovativi per il servizio pubblico. Viene messo in discussione il concetto stesso di comunità nazionale e, quindi, dello Stato nazionale sia nel quadro della revisione della Costituzione italiana, nell'agenda di governo e maggioranza, sia nel contesto politico e istituzionale di un'integrazione europea che rispetti e garantisca la libertà dei popoli, delle comunità e degli Stati.
L'identità del paese, quindi, non è concepita come riferimento puramente simbolico ed astratto, bensì come espressione di un'unione etica, politica, sociale e costituzionale che si realizza solo attraverso il pieno riconoscimento del pluralismo culturale, storico e territoriale e la conseguente valorizzazione di tutte le radici.
È un dato di fatto che la centralizzazione di progettazioni e di produzioni aziendali abbia indubbiamente contribuito all'affermazione di una cultura nazionalpopolare egemonica che ha concorso a dare una rappresentazione deformata e falsa di un paese di fatto inesistente. Da qui l'urgenza, nell'interesse dell'azienda, di adottare misure adeguate alla gravità della situazione, in particolare alla disaffezione del nord, con il trasferimento dell'intera rete, la RAI2, a Milano ed un effettivo quanto adeguato potenziamento dei centri di produzione di Milano e Torino.
Conseguentemente a tale decisione, il consiglio di amministrazione ha deciso anche una rappresentazione delle realtà plurali del sud e delle isole; a tal fine, il direttore generale è stato delegato a studiare una proposta di decentramento e di autonomia per l'area partenopea, tenuto conto sia delle esigenze aziendali sia della necessità di valorizzare e potenziare il centro di produzione di Napoli e l'intera struttura aziendale, con particolare attenzione anche alle specificità ed alle esigenze della Sicìlia e della Sardegna. Da qui l'importanza del contributo della Lega nord Padania al disegno di legge Gasparri - che ci accingiamo a votare - che conclude il lungo lavoro iniziato oltre un anno fa dalla RAI e che mette molta benzina nel motore del cambiamento. Infatti, da oggi sarà possibile utilizzare parte del canone d'abbonamento televisivo per garantire l'autonomia finanziaria delle reti, al fine di permettere la realizzazione concreta del federalìsmo televisivo.
Viene affermato un principio fondamentale: il legame tra il territorio, la sua ricchezza e lo strumento che gli dà voce ed immagine. La Lega nord Padania è riuscita in un piccolo miracolo: trasformare un simbolo dell'oppressione colonialista in un utile strumento per il finanziamento ed il compimento del processo di federalizzazione della rete RAI.
In particolare, lo spostamento della seconda rete a Milano che, giustamente, ha suscitato tanto clamore, nasce dalla necessità di ridarle un'identità al fine di rilanciarla e caratterizzarla. RAI2 dovrà essere in grado di svolgere queste funzioni collocandosi al centro di un contesto geografico, produttivo e culturale, stimolante ed adeguato come quello di Milano e dell'intera area settentrionale che, attualmente, rappresenta una forte criticità, per il notevole calo di ascolti, per il servizio pubblico. Come previsto dalla delibera del 20 febbraio, il direttore di RAI2 e parte della direzione sono già a Milano, dove operano per lo sviluppo ed il radicamento territoriale della rete. Sono stati avviati con sollecitudine la razionalizzazione ed il potenziamento di tutte le attività in palinsesto per i centri di produzione di Milano e di Torino, anche attraverso la formalizzazione delle direzioni intrattenimento, fiction, redazione sportiva, approfondimenti giornalistici e culturali.
È un progetto ambizioso con due obiettivi: la diffusione e la valorizzazione delle diverse realtà culturali e sociali esistenti nel nord, centro e sud, attraverso una specifica programmazione; la proiezione nella dimensione nazionale ed europea dell'immagine di quei territori. Solo in
questo modo i popoli e le differenti identità di questo paese potranno riappropriarsi del servizio pubblico radiotelevisivo, sottraendosi dal giogo dell'imposta cultura nazional-popolare. Le diverse aree macroregionali potranno finalmente vedere rappresentata la loro identità, gli attori, gli autori, i cantanti, i giornalisti, i tecnici e rompere l'egemonia centralista che la RAI, «la mamma di tutti gli italiani» come, non a caso, è stata definita, ha contribuito a consolidare. Finalmente, potremo assistere a programmi pensati, realizzati e trasmessi per il nord, per il centro e per le isole: le tradizioni e l'immenso patrimonio storico e culturale delle regioni sarà finalmente raccontato senza la mediazione omologante di autori e registi che le disprezzano.
Con il convinto voto favorevole al disegno di legge presentato dal ministro Gasparri i deputati della Lega nord contribuiscono a compiere un altro importante passo nella direzione della libertà e del cambiamento del nostro paese.
ALESSIO BUTTI. Una legge che mettesse ordine nel sistema radiotelevisivo era indispensabile, così come era necessario offrire certezze sulla disciplina della evoluzione tecnologica in atto agli operatori e agli utenti mettendo fine al caos originato dai ritardi del centrosinistra.
La sinistra ha tentato invano di perseguire quel risultato, che ora è alla nostra portata, per ben cinque anni, cioè tutta la legislatura passata. Ha fallito a causa delle contraddizioni sorte al suo interno, del tasso di litigiosità e della nostra incessante e martellante azione politica.
La libertà e il pluralismo nell'informazione escono rafforzati dal lungo dibattito, la comunicazione è approdata al terzo millennio con qualche novità consolidata (internet), con qualche concreta speranza (digitale) e con una certezza: la nuova disciplina del sistema radiotelevisivo.
Internet, la rete delle reti, dove ogni voce trova un uditorio pronto ad ascoltarla, dove ogni segnale inviato dà origine ad una piazza virtuale... è l'esaltazione della libertà del pluralismo e di quella che mi piace definire la «democrazia elettronica». Internet entra di diritto nel previsto Sistema integrato delle comunicazioni, voluto dal ministro, ma già realtà nel processo di integrazione dei media.
Certo, qualche aspetto va ancora disciplinato: internet non conosce confini territoriali, né culturali, né anagrafici ed espone una quantità sempre crescente di utenti di tutte le età alle esplicite e pericolose provocazioni perpetrate per via telematica.
Molti utilizzano internet con e per fini ripugnanti: è un dato di fatto.
Ora, chi decide quello che è legale su internet? Chi garantisce l'utente rispetto all'attendibilità della fonte della notizia? Come si governa questa «finestra sul mondo sempre aperta», senza cadere nella censura o nel dirigismo?
Quesiti che hanno accompagnato la discussione sulla legge di sistema, in particolare quando si è sviscerato il problema della libertà nell'informazione e sono già in corso approfondimenti per individuare i capisaldi di un accordo internazionale volto a disciplinare l'uso di internet.
Accordo internazionale perché a livello nazionale il legislatore può legiferare sull'utilizzo selvaggio della rete, ma l'utente criminoso aggira l'ostacolo rivolgendosi ad un fornitore estero per ottenere lo stesso servizio che in Italia è vietato.
Internet è la dimostrazione lampante di quanto sia difficile intervenire, con la presunzione di imporre vincoli e restrizioni nel campo della comunicazione e della informazione. Non ci nascondiamo: su questa materia, legata alla libertà nell'informazione, è pressoché impossibile trovare unanimità di consensi e il confronto spesso si arroventa.
Ho voluto definire il digitale una «concreta speranza», ma sarà una vera e propria rivoluzione facilmente spiegabile: anche nelle case prive di personal computer sarà possibile accedere ai servizi associati a internet attraverso il proprio televisore, sarà possibile interagire con la pubblica amministrazione dal proprio divano, sarà possibile decidere il finale di un film o effettuare e poi trasmetterlo al
cardiologo di fiducia un elettrocardiogramma digitando il telecomando. Se questa non è una vera rivoluzione...
Il digitale è una tecnologia troppo importante per il sistema Italia, la sua economia, la sua qualità della vita... Non è solo la compressione dei segnali o l'immagine TV più pulita ed efficace, ma è anche l'esaltazione del pluralismo. Con questa legge si lancia definitivamente la tecnica digitale, così come previsto dalla legge ulivista del marzo 2001.
La televisione è il media più utilizzato, l'unico a raggiungere tutte le fasce di popolazione, soprattutto quelle meno agiate ed istruite. In Italia la TV è presente nel 99 per cento delle case, ecco perché è fondamentale partire dall'elettrodomestico principe per aiutare queste persone a vincere la naturale diffidenza nei confronti del digitale e dei suoi servizi.
Come si fa a contestare la mancanza di pluralismo e libertà in una legge che con il sistema digitale moltiplica a dismisura l'offerta televisiva? Saranno molti più di cento i canali, direte ancora che sono tutti di Berlusconi, questo è chiaro, ma con che faccia lo direte?
Canali monotematici, di informazione, cultura, approfondimento: ognuno di noi avrà l'imbarazzo della scelta, deciderà se sintonizzarsi sui comizietti di Santoro o su «Striscia la notizia» (tanto fanno ridere entrambi)... Questo è il rispetto della libertà dell'individuo.
Questa legge ha capito che lo scenario futuro è quello della fine dei programmi acquisiti passivamente, non solo perché la TV è destinata a diventare interattiva, personale e complementare alle altre piattaforme come il PC o il cellulare, ma perché veramente ognuno potrà tararsi la TV su misura con i palinsesti che da statici diventeranno dinamici... modificabili! Insomma, un mondo di opportunità mai viste.
È una sfida affascinante che cambierà le abitudini del popolo italiano generando, come tutte le novità, qualche iniziale mugugno: l'accesso a tutte le banche dati, le operazioni bancarie mentre ci si lavano i denti, l'interazione con i palinsesti... e così via, sono alcuni vantaggi quando saremo a regime, ma ogni rivoluzione comporta una serie di difficoltà.
Occorre entrare nelle famiglie e rendere più appetibile e comprensibile il cambio tecnologico facendo capire che a parte il set top box (il comune decoder) da acquistare a cifre moderatissime non ci saranno altre spese. Il Governo si è già impegnato ad incentivare e agevolare le famiglie italiane per l'acquisto.
Non è uno scherzo (qualcuno di voi ha vissuto il passaggio dalla radio alla TV o dalla TV in bianco e nero al colore o dai cellulari TACS a quelli dell'ultima generazione, quindi sapete di cosa sto parlando) ci sono da convertire 38 milioni di televisori e occorreranno forse 10/15 anni... una rivoluzione culturale non indifferente.
Così come non sarà uno scherzo l'investimento economico che dovranno sopportare le aziende del settore e lo Stato, perché è vero che il digitale usa le stesse frequenze dell'analogico (col decoder non cambieremo televisore e useremo la stessa antenna), ma è anche vero che la sperimentazione e l'impiantistica prevedono ingenti investimenti... il futuro impone la scelta.
Il Presidente Ciampi ha inviato alle Camere un messaggio, un accorato appello a dotare la nazione di una legge in grado di proiettarla nel futuro, una legge che rispettasse la libertà e difendesse il pluralismo... noi non ci siamo limitati al rispetto e alla difesa, noi abbiamo incrementato il tasso di libertà e pluralismo.
E sul Presidente è stata esercitata una pressione indescrivibile perché definisse fondatamente incostituzionale questa legge su tre questioni che affrontiamo rapidamente: il Sistema integrato delle comunicazioni, il presunto aggiramento della sentenza della suprema Corte su Rete4 e l'abbattimento del divieto di proprietà incrociata tra i diversi media (in particolare tra carta stampata e TV), oggi previsti dalla Mammì.
Il SIC è di fatto un grosso contenitore che raccoglie tutti i settori della comunicazione (TV, radio, giornali, internet, libri, cinema, eccetera) e la legge stabilisce che
ogni soggetto non possa controllare più del 20 per cento delle risorse pubblicitarie dell'intero contenitore (prima il limite era settore per settore).
Questo strumento risponde ad una esigenza precisa e già manifestata dal mercato: la vendita integrata di prodotti multimediali con quotidiani e periodici... libri, dispense, cd, dvd, videocassette e quant'altro.
Noi riteniamo che il SIC favorisca la crescita dei gruppi piccoli e medi che meritano, grazie al talento e alle capacità, di affermarsi non solo in Italia (per questo devono irrobustirsi). E riteniamo anche che l'antitrust in esso contenuto (nessuno può detenere autorizzazioni per diffondere di più del 20 per cento di programmi radio o TV) sia una garanzia.
Quanto vale questo SIC? Una ricerca del «Sole 24 ore» ipotizzava una stima di 30 miliardi di euro (secondo alcuni analisti è esagerato) e se così fosse il più grande gruppo multimediale potrebbe fatturare 6 miliardi di euro (12 mila miliardi di vecchie lire). Telecom che è proprietario de «La7», «MTV», «Virgilio» che non si possono definire emittenti genuflesse davanti al centrodestra, fattura 30 miliardi di euro!
Il SIC apre il mercato fino a questo momento irrigidito per cui gli editori della carta stampata (De Benedetti, RCS, Caltagirone) possono entrare nelle TV, cosa vietata dalle leggi vigenti e tutti si aspetterebbero il diritto alla reciprocità, ma questo potrà avvenire fino al 2009 (ecco coniato il termine «incrocio asimmetrico»). Era un desiderio della FIEG di Montezemolo prontamente esaudito.
Ma ai giornali che sono controllati al 70 per cento da editori avversi al centrodestra questa indubbia conquista non bastava; hanno quindi cominciato una battaglia durissima contro il SIC e contro la legge.
Alleanza nazionale è d'accordo nell'aiutare un settore, quello della carta stampata in crisi, ma ci sono alcune questioni che vanno valutate e non nel contesto di una legge di sistema o sotto la spinta emotiva.
Perché litigano tra loro gli editori TV e gli editori dei giornali? Perché non capiscono che sono due mezzi completamente diversi, dimenticano ad esempio che il giornale ha un costo (che per l'editore è un'entrata da sommare alla pubblicità) mentre la TV privata nazionale o locale no e deve vivere solo sulla pubblicità.
De Benedetti, Romiti, Montezemolo e compagnia si lamentano perché il signor Barilla, il signor Omnitel vodafone o il signor Giochi Preziosi scelgono la TV in quanto mezzo più idoneo a promuovere il loro prodotto... saranno liberi di investire denaro nel modo più redditizio, o no? La Barilla sta in piedi sull'immagine fiabesca, con la tradizionale musichina, la famiglia fantascientifica che non litiga mai... e come fate a rappresentare tutto questo sui giornali? Vogliono stabilire per legge le quote di mercato? Ma come si fa a ragionare così? Sono istanze protezionistiche che non possiamo condividere.
E ancora, in Italia si vendono solo 10 copie di quotidiani ogni 100 abitanti che diventano 40 in Inghilterra e Germania... Cosa hanno fatto De Benedetti, Romiti e soci per diffondere la carta stampata? Abbiamo anche legiferato la sperimentazione della vendita di giornali nei centri commerciali con l'unico risultato di aver fatto contemporaneamente arrabbiare migliaia di edicolanti. La diffusione dei quotidiani ha perso altri due punti in percentuale in un anno.
Questa legge liberalizza, va incontro alla voglia della gente di accedere all'informazione a basso costo e di gustare i vantaggi della libertà di scegliere nel rispetto del pluralismo. Già oggi non c'è regime, tanto che Canal Jimmy del bouquet Sky sta valutando un grosso progetto editoriale della sinistra (Benigni, Grillo, Santalmassi, Santoro)... Dov'è il regime? Murdoch non era amico del Cavaliere?
Dicono che l'Italia è una tipica anomalia per il duopolio (conflitto d'interesse che non avete saputo risolvere), ma lo sapete che in Italia ci sono più di 600 televisioni private? Un'enormità che prima o poi sarà decimata dalla selezione naturale: sopravvive
chi investe in tecnologia, cresce, assume personale qualificato... non c'è nessuno in Italia che non guardi l'emittente locale, il TG locale che racconta cosa succede all'angolo della via o nei consigli comunali di provincia.
Sono troppe, è vero. È anomalo, è vero. Ma non eravamo noi al governo negli ultimi 20 anni. Però noi abbiamo voluto dare opportunità di crescita a tutte, il digitale arriverà anche per loro. Solo le migliori resisteranno ai tempi scanditi dall'innovazione tecnologica. In questa legge si consente alle locali di crescere fino a coprire con il loro segnale il 50 per cento della popolazione. Si aumentano le provvidenze loro destinate, si consente l'interconnessione per almeno 12 ore... crescevano tutti, perché avremmo dovuto stroncare le aspettative delle locali? E non c'è libertà?!
Di fatto molte di loro hanno già dato prova di essere network nazionali, ricordate la sindacation di Telelombardia quando comprò i diritti di una partita dell'Inter o quella di Antennatre lombardia che comprò quelli di una partita della Lazio?
Fecero ascolti da brivido e diedero prova di grande professionalità. Non ci può essere protezionismo in questo settore, ma solo fantasia, innovazione e ariose regole di mercato.
Le stesse regole di mercato a cui deve sottostare anche la RAI. Alla più importante azienda culturale del paese la legge Gasparri dedica ampi passaggi necessari per scandire i tempi della sua privatizzazione.
Sembrerà una cosa semplice o un atto dovuto visto l'esito del referendum di qualche anno fa che svelò la grande voglia di privatizzazione degli italiani (alla quale anch'io mi sono inchinato), ma diamo atto al Governo e alla sua maggioranza di aver previsto le tappe che avvieranno la RAI a godere della partecipazione azionaria di privati.
Non sono un tifoso della privatizzazione, né dell'azionariato diffuso, ma conforta sapere che un testo di legge stabilisca finalmente che entro il 31 dicembre 2003 dovranno essere completate le operazioni di fusione preliminari alla cessione della quota pubblica che dovrà avvenire entro il 31 dicembre de12004.
Ma c'è un altro aspetto importante che riguarda la RAI e mi riferisco alla nomina del consiglio d'amministrazione oggi delegata ai Presidenti di Camera e Senato, ma che domani vedrà coinvolto il Parlamento attraverso la Commissione di vigilanza RAI (che eleggerà 7 consiglieri).
I due restanti (tra questi il futuro presidente) spetteranno al Tesoro (azionista di riferimento), ma (ecco un altro elemento di novità) il presidente sarà tale se otterrà la fiducia dei 2/3 della vigilanza Rai... Come dire il «presidente di garanzia», che come tale goda della simpatia o almeno del rispetto anche dell'opposizione, piace al centrodestra.
Su questo tema alla Camera e in prima lettura abbiamo dato una prova di forza approvando un emendamento che prevedeva il gradimento della nomina del presidente RAI da parte della maggioranza qualificata della Vigilanza solo fino alla terza votazione... Da lì in poi, in mancanza di accordo, sarebbe bastata la maggioranza semplice. Al Senato abbiamo dato un chiaro cenno di disponibilità al confronto, ripristinando la norma iniziale.
Voglio dire di più, Alleanza nazionale non ha mai celato la propria stima e considerazione nei confronti dell'attuale consiglio di amministrazione presieduto da Lucia Annunziata (presidente di garanzia) e non ci dispiacerebbe se l'attuale consiglio di amministrazione venisse semplicemente integrato dai quattro nuovi arrivi previsti dalla riforma.
A proposito di RAI confermiamo che nel caso in cui, per la mancata approvazione della legge entro il 31 dicembre 2003 e quindi nel rispetto di quanto dettato e previsto dalla sentenza della suprema Corte n. 466 del 20 novembre 2002, Rete4 dovesse andare, come si dice sul satellite... RAI3 dovrebbe spogliarsi di qualsiasi pubblicità con un danno economico per la RAI quantificabile in circa 150 milioni di
euro. Che in questo delicato momento significherebbe mettere in ginocchio l'azienda.
Azienda che ha comunque accolto la nostra proposta in merito alla contabilità separata, l'obbligo, cioè, per la concessionaria di destinare i ricavi derivanti dal gettito del canone ai soli oneri sostenuti per la fornitura del servizio pubblico.
Questo significa che le ballerine del sabato sera, gli show demenziali che anche la RAI, purtroppo per questioni di share, è costretta a mandare in onda saranno pagati con i proventi pubblicitari e non con il canone dei cittadini.
Canone che sarà destinato al sostegno del servizio pubblico classicamente inteso e cioè informazione, approfondimenti, cultura, eccetera. È un momento di chiarezza importante, è un momento di rispetto nei confronti dei cittadini.
Gli stessi cittadini che non possono più sopportare, ad esempio, che un'intera rete RAI venga appaltata alla sinistra (stiamo parlando di RAI3 che sta perdendo ascolti) come se fosse l'organo ufficiale dei DS. O i comizietti dei giornalisti militanti e miliardari come Santoro.
Non mi esprimo sulla serietà professionale di un giornalista fazioso come Santoro che usa i microfoni del servizio pubblico come una clava, presentandosi quale paladino della libertà, e poi gira come guest star tutte le feste di partito (rifondazione, comunisti, DS) assumendo di fatto un ruolo politico e partitico di giornalista militante.
Abbiamo dichiarato guerra alla faziosità in RAI: Santoro potrà andare in video quando accetterà i vincoli del giornalista pubblico, del cronista cioè che può entrare indistintamente nelle case di tutti gli italiani e non solo dei tesserati DS o giù di li. E, sia chiaro, non abbiamo reso «pan per focaccia» occupando a nostra volta gli schermi RAI... Socci non mi sembra l'emblema della faziosità, nelle sue trasmissioni c'è un equilibrio unanimemente riconosciuto, da Vespa vige la legge del bilancino... non ci sono posizioni dominanti. Minoli è uomo del centrosinistra.
Guardate, è bene essere chiari su questo: Alleanza nazionale non ha occupato la RAI. Alleanza nazionale è quasi sistematicamente ignorata dal TG3 e equiparata proporzionalmente alle altre forze dal TG1 e dal TG2 (che secondo qualcuno dovrebbe essere quello più vicino a noi ma che si sta dimostrando assolutamente equidistante nei rapporti con le forze politiche... mietendo consensi trasversali).
Semmai i problemi per Alleanza nazionale peggiorano proprio nei TG di Mediaset, siamo scarsamente presenti nel TG5 e scompariamo negli abissi di Studio Aperto e del TG4.
Qualcuno dirà «andrà meglio sulla carta stampata» e invece non è così perché se sommiamo le copie vendute dalla cosiddetta stampa amica arriviamo a malapena a 800 mila copie di diffusione (che non significa vendita effettiva, c'è un 20 per cento di resi).
Fatta eccezione per l'equidistanza dichiarata de il Sole 24 ore e del Corsera (che ultimamente su questa legge ha un po' spostato i1 proprio baricentro!) la stampa avversaria può contare su circa 2 milioni e 300 mila copie di diffusione.
Ciononostante noi dobbiamo aiutare lo sviluppo dell'editoria, della carta stampata, che sta attraversando un brutto momento. Possiamo pensare alla defiscalizzazione degli investimenti pubblicitari (per allettare gli inserzionisti) o alla riduzione dell'IRAP per le imprese editrici o a qualche altro incentivo, ma non possiamo né vogliamo sostituirci alle regole del mercato o intervenire a gamba tesa con il più classico dirigismo legislativo che imponga al signor Barilla o al signor Beghelli di abbandonare i mezzi pubblicitari più consoni alle loro campagne pubblicitarie e destinare risorse sulla stampa anziché alla TV o alla radio o a chissà cos'altro.
Questa è una legge innovativa, molto complessa e come per tutte le questioni complesse avremmo voluto fare di più, ma è un passo fondamentale per la nazione, per la sua economia e per i cittadini che, come il Presidente Ciampi, hanno il diritto di reclamare più libertà, più pluralismo.
È una legge a lungo attesa che nel suo percorso parlamentare ha raccolto indicazioni e contributi dei gruppi politici: in questo il ministro Gasparri ha mantenuto fede alla sua promessa quando dichiarò il testo «aperto al contributo di tutti».
È una legge che si iscrive di diritto nell'elenco delle promesse mantenute del Governo della casa delle libertà... di questo siamo orgogliosi come gruppi politici e come parlamentari.
![]() |
![]() |
![]() |