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PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Fanfani. Ne ha facoltà.
GIUSEPPE FANFANI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, se dovessimo accedere alla richiesta della collega Mazzoni, dovremmo concludere che ancora una volta in quest'aula si abusa di un istituto che dovrebbe essere interpretato diversamente, utilizzato con più prudenza, e che, per la sua estensione, non trova pari in altri ordinamenti, neppure negli ultimi rispetto ai quali, con il presidente Siniscalchi, abbiamo avuto modo di confrontarci. Soprattutto, non trova corrispondenza con l'assetto normativo che ci siamo dati non più di qualche mese fa, disegnando in concreto una serie di norme attuative dell'articolo 68 della nostra Costituzione e cercando di dare veste normativa positiva a quella che sino ad oggi era stata una strada disegnata esclusivamente dall'interpretazione giurisprudenziale della Corte costituzionale.
Vorrei ricordare che in base al dettato della normativa recentemente approvata anche da questa Camera, approvata da tutti, maggioranza e opposizione, in relazione a questa parte specifica, le dichiarazioni intanto sono insindacabili in quanto corrispondono a due caratteristiche che devono essere tra loro concorrenti e non disgiunte: da un lato la connessione alla funzione parlamentare e dall'altro il contenuto politico.
In relazione a ciò che il collega Sgarbi ha affermato nella trasmissione Sgarbi quotidiani noi non possiamo riscontrare né l'una né l'altra delle condizioni. Ma quand'anche fossimo tentati di seguire il ragionamento della collega relatrice, onorevole Mazzoni, e di ritenere che nel contenuto delle dichiarazioni dell'onorevole Sgarbi fossero da riscontrare aspetti che lo colleghino comunque all'attività politica, dovremmo in ogni caso ritenere che quanto affermato nella trasmissione Sgarbi quotidiani con la funzione parlamentare non ha alcuna relazione, trattandosi esclusivamente di una manifestazione di pensiero strettamente legata non già alla funzione che oggi anche noi ricopriamo ma ad una professione di giornalista, resa a pagamento presso una televisione privata.
Credo sia assolutamente necessario tener separati i due aspetti del problema: da un lato la pietà umana nei confronti della tragedia di un detenuto che si è dato la morte ritenendosi ingiustamente perseguito da una giustizia degli uomini, dall'altro il problema tecnico che noi oggi stiamo affrontando in relazione ad una questione sulla quale la magistratura si è già nel merito pronunciata.
Non vogliamo entrare nel merito della questione, ci limitiamo esclusivamente a ribadire quelli che sono i limiti del sindacato che noi oggi all'interno di quest'aula dobbiamo svolgere in relazione alle dichiarazioni di un collega, per verificare se esse abbiano avuto contenuto politico e per verificare se esse siano state effettuate in una modalità ricollegabile alla funzione parlamentare: né l'uno né l'altro!
Per cui, in relazione a questo, credo che sia doveroso che quest'Assemblea riacquisti anche una misura attraverso la quale riacquisterà anche dignità, acquisti un equilibrio che fino ad oggi non ha dimostrato in relazione a numerosissimi altri analoghi episodi, e non solo, relativi al collega di cui oggi stiamo discutendo e riacquisti complessivamente un riassetto interpretativo che molto spesso la Corte costituzionale ha fatto oggetto di censura.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Biondi. Ne ha facoltà.
ALFREDO BIONDI. Signor Presidente, onorevole colleghi, ho ascoltato, come sempre, con grande attenzione, rispetto ed affetto ciò che ha detto il collega Fanfani. E mi dispiace anche di averlo ascoltato - dico la verità -, proprio per le ragioni che ho esposto. Credo che su questo tema, con grande serenità, la relatrice Mazzoni abbia esposto ciò che il collega Sgarbi ha detto, se volete, in una manifestazione particolarmente misurata, nell'ambito della sua forte capacità di esternazione. Cosa ha detto e cosa ha letto? Cosa intendeva proporre, con ciò che ha detto e letto, nella sua funzione certamente anche di pubblicista, di giornalista - non so se abbia questo ruolo -, o, comunque, di persona che ha un'attitudine spiccata per le pubbliche relazioni, da una tribuna che, se si vuole, non è la stessa dalla quale, qualche volta, manifestiamo il nostro pensiero. Non tutti lo fanno, devo dire la verità. Quanto a molti colleghi, non ho avuto mai il piacere di sentirli nemmeno parlare.
Allora, signor Presidente, ci sono volte in cui si registra una corrispondenza tra la finalità di una giustizia giusta e quella di una interpretazione coerente con le aspettative di chiunque. In questo caso, non si tratta di questo o di quel personaggio famoso ma, una volta tanto, del «chiunque» che, nel codice penale, viene indicato come destinatario delle norme e che può anche dolersene, dicendo: preferisco morire piuttosto che accettare quest'ingiustizia. Se un deputato non può dire nemmeno questo, dove ha l'opportunità e l'occasione di farlo, come manifestazione della sua sensibilità in relazione ad una terribile motivazione che qualcuno, nella propria scelta di vita e di morte, ha assunto in un determinato momento, credo veramente che dovremmo porre un limite a noi stessi.
Forse, nella sua onestà intellettuale, Fanfani vorrebbe porre tale limite nella distinzione fra attività parlamentare ed esternazioni fuori da questo ambito, con quella fetta di interpretazione giurisprudenziale per la quale le distinzioni fra ciò che si dice come deputato, ciò che si dice come politico e ciò che si dice come cittadino hanno un carattere deontologico piuttosto che politico. Tuttavia, dal punto di vista politico, dal punto di vista della continenza del tema, credo si debba affermare, come ha concluso la collega Mazzoni, che in questo caso si tratta dell'esercizio di un diritto parlamentare di critica che si esprime nell'occasione in cui un deputato ha la possibilità di farsi sentire da un po' più di persone, le quali devono sapere come un deputato reputi la vita e la morte in carcere e devono conoscere le ingiustizie che si ritiene un cittadino abbia patito.
Ecco le ragioni per le quali voglio dire, con totale sincerità e senza voler attribuire al parlamentare poteri che il parlamentare può non avere in determinati casi, che questo caso rientra nel potere-dovere di dire ciò che si pensa senza paura di essere censurati. E questa non è una prerogativa della persona, non è una prerogativa di Sgarbi, è una prerogativa dell'istituzione. Per il fatto di appartenere ad essa, ciascuno di noi ha il dovere di stare attento e di non incrinare questo valore e questo diritto che ci competono grazie alla fiducia che c'è stata accordata con il voto (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Cola. Ne ha facoltà.
SERGIO COLA. Signor Presidente, questo è un documento che viene in aula con una maggioranza, ma non all'unanimità. Forse è questa la ragione che ha indotto prima l'onorevole Biondi e poi me ad intervenire su questa vicenda. Le ragioni sono più che fondate ed io cercherò di esprimerle in poche battute, perché non bisogna assolutamente perdere la memoria e soprattutto dimenticare di collocare nel giusto tempo una determinata vicenda che risale al gennaio del 1996, ovverosia ad otto anni fa. Questo è molto importante per due ragioni, perché a quell'epoca vi
era una interpretazione, non dico larga, ma tormentata dell'articolo 68 della Costituzione, la cui approvazione della riforma era in itinere e in questo senso vi fu una reiterazione di vari decreti-legge: in quell'ambito, vi fu un'applicazione estensiva extra moenia della insindacabilità in materia di reati di opinione. Io non sono assolutamente d'accordo con l'onorevole Fanfani nel momento in cui egli fa riferimento all'attuale applicazione dell'articolo 68, posto che si potrebbe fare una questione in relazione al principio tempus regit actum: in questo caso si tratta di un discorso di carattere diverso. Infatti, nella nuova dizione il riferimento extra moenia, quindi della tutela del parlamentare per i reati di opinione anche extra moenia, è in re ipsa; nel momento in cui si parla di denuncia politica, questa non la si fa assolutamente nell'ambito dell'aula parlamentare, ma soprattutto all'esterno. Quella di Sgarbi è, era, una denuncia politica o no rispetto ad un determinato fenomeno?
Guarda, collega, ti inviterei a leggere la motivazione della sentenza di condanna di primo grado che è scandalosa, soprattutto nel momento in cui riferendosi alla questione riguardante questo povero mentecatto - che si è ucciso per un torto presunto subito dalla giustizia - liquida il tutto asserendo che la sua è una posizione irrilevante per cui la condanna comporterebbe a lui un danno assolutamente privo di senso; inoltre, essa parla di un «personaggio di rilievo minore in una indagine che ha condotto a numerose e ben più gravi condanne». Collega Fanfani, sai a quanto è stato condannato questo soggetto? A otto anni di reclusione, una vita, una vita completamente distrutta e la sentenza di primo grado liquida il tutto dicendo che è un personaggio di secondaria importanza per cui quella è una condanna irrilevante.
Quando si va poi a leggere il contenuto della lettera, qui vi è il punto che pone un collegamento, un nesso causale secondo me insuperabile tra la denuncia politica, l'attività parlamentare e le frasi dette. Fanfani, sai cosa dice il poverino nella lettera? Nell'ambito della vicenda processuale che l'ha visto condannato, tanti testimoni hanno ritrattato, ma hanno ritrattato anche dei pentiti, sennonché il pubblico ministero ha introdotto in dibattimento altri due pentiti che poi ne hanno determinato la condanna.
Allora il discorso è di denuncia politica in relazione ad una situazione di carattere procedurale nell'ambito della valutazione della prova che va rimossa. Questa affermazione, questo far proprio il lamento, tormentoso e inquietante, che poi è sfociato nel suicidio del povero Pigliafreddo, così si chiamava il povero suicida, hanno successivamente una evoluzione a livello legislativo, tant'è che a seguito di episodi analoghi, a livello legislativo si innova con la modifica dell'articolo 513 del codice di procedura penale, poi spazzato via dalla Corte costituzionale ed in seguito si innova in via definitiva con l'approvazione, all'unanimità, trasversalmente, da parte di tutta la Camera dei deputati nella scorsa legislatura dell'articolo 111 della Costituzione che finalmente elimina la possibilità che si possano perpetrare simili nefandezze, vale a dire dichiarare utilizzabile una dichiarazione di chi si rifiuta di rispondere, con la violazione del principio del contraddittorio.
Allora, si vuole negare che l'attività di denuncia di Sgarbi nel caso particolare sia connessa all'attività parlamentare se poi è sfociata in una riforma legislativa? Guardate che una attenta analisi della vicenda, che non sia solo superficiale, solo demagogica, non può che portarci a dire che sussistono tutti i presupposti dell'insindacabilità. Pertanto, a nome del gruppo di Alleanza nazionale dichiaro che voterò a favore della proposta del relatore.
PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto.
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