Allegato B
Seduta n. 355 del 15/9/2003


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INTERNO

Interrogazioni a risposta orale:

CENTO. - Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
da notizie di stampa (Repubblica del 6 settembre 2003) si è appreso che presso le strutture territoriali di polizia della città di Torino operava, in qualità di ausiliario di leva, il giovane Matteo Federici di 20 anni;
è noto che gli ausiliari di leva nei vari corpi dello Stato (polizia, carabinieri, vigili del fuoco), una volta reclutati come ausiliari di leva hanno il diritto di «ferma», vale a dire di essere confermati nei ruoli permanenti del corpo, salvo che si rendano responsabili di palesi inadempienze disciplinari collegate con l'espletamento dello loro funzioni;
dalle predette notizie di stampa si è appreso che - pur avendo egli chiesto la ferma - questa non sia stata concessa al giovane ausiliario Federici;
il motivo per cui questo raro provvedimento è stato assunto - a quanto risulta dalle predette fonti - è un rapporto che sarebbe stato steso da commilitoni del giovane a seguito di una discussione politica avuta da costoro con il Federici;
l'oggetto della conversazione - avutasi su un automezzo della polizia al ritorno da un servizio presso uno stadio - avrebbe riguardato l'atteggiamento della polizia nei confronti dei manifestanti di Genova nel luglio 2001. Al riguardo il parere del Federici era che tra i manifestanti occorresse fare delle distinzioni tra quanti erano animati da intenti pacifici e solidaristici verso i paesi del mondo meno sviluppato; e quanti invece avevano preso (e in genere prendono) la manifestazione come pretesto per compiere atti gratuitamente violenti;
sempre secondo il resoconto giornalistico, al Federici nessuno dei commilitoni avrebbe risposto con argomenti ma solo con insulti e minacce. Tra l'altro uno dei suoi interlocutori avrebbe pronunciato la seguente frase: «Per i comunisti come te ci vorrebbe Mussolini», come a dire che nei riguardi delle persone di sinistra occorrerebbero i metodi usati dal regime fascista nei confronti di Matteotti, Amendola e Gramsci;
a parte il fatto che in Italia vige l'articolo 21 della Costituzione che garantisce


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la più completa libertà di espressione, ragione per cui sarebbe persino irrilevante riferire quanto sin qui esposto, non si comprende per quale motivo dei commilitoni si siano sentiti in dovere di stendere un rapporto su una conversazione, sia pure con opinioni contrapposte;
la conclusione della vicenda a oggi risulta comunque che a seguito del rapporto di cui si è detto, l'autorità competente ha rifiutato la ferma permanente al giovane Federici, motivando il diniego con una sua pretesa carenza di requisiti morali per entrare nel corpo della polizia -:
se quanto riferito dalla stampa quotidiana risponda al vero;
chi siano i materiali estensori del rapporto che ha portato alla formulazione del parere preso a base del provvedimento di mancata ferma del giovane Federici;
se questo caso ritenga rispettati i principi contenuti nella legge n. 121 del 1981 in materia di ordinamento democratico della polizia, in particolare l'articolo 24, laddove si stabilisce che «la polizia di Stato esercita la proprie funzioni al servizio delle istituzioni democratiche e dei cittadini, sollecitandone la collaborazione. Essa tutela l'esercizio delle libertà e dei diritti dei cittadini»;
se ritenga rispettato l'articolo 3, primo comma, della Costituzione secondo cui sono vietate le discriminazioni sulla base - tra l'altro - delle opinioni politiche;
quali provvedimenti intenda assumere con assoluta urgenza per far revocare il provvedimento emanato nei confronti del Federici e far provvedere al suo immediato reintegro nel corpo della polizia di Stato.
(3-02646)

SINISCALCHI. - Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
da cronache giornalistiche pubblicate nei giorni scorsi su quotidiani a diffusione nazionale (in particolare La Repubblica del 6 settembre 2003), si è appresa la notizia del singolare episodio che sarebbe avvenuto a Torino presso il Quinto Reparto Mobile della Polizia di Stato;
la vicenda riguarda un giovane ausiliario di leva, Matteo Federici, che sarebbe stato esonerato a causa di una grave discriminazione politica e ideologica;
il giovane ha raccontato ai giornalisti i contenuti di una discussione avuta con alcuni colleghi che avrebbe preceduto il provvedimento con il quale, previo «rapporto» dei suoi interlocutori, si motivava l'esonero «per mancanza dei requisiti morali e delle attitudini necessarie per esercitare con la dovuta affidabilità i compiti istituzionali» -:
il contrasto sarebbe esploso per una differenza di vedute sugli episodi di violenza esplosi a Genova in occasione del vertice G8 in relazione alla quale il giovane escluso sarebbe stato epitetato dai colleghi in modo irriguardoso e, comunque, discriminatorio;
l'episodio riportato dalla stampa, in tutta la sua interezza, si rileva di sconcertante gravità nonché altamente lesivo della insopprimibile libertà di pensiero che deve essere sempre riconosciuta, tutelata e difesa a ciascun cittadino in uno Stato democratico -:
se non ritenga assolutamente urgente e necessario disporre, nell'ambito dei suoi poteri, una diretta verifica di quanto esposto al fine di chiarire esaustivamente la sconcertante vicenda;
laddove accertati i fatti, emergesse il carattere discriminatorio del provvedimento adottato nei confronti del Federici o comunque la riconducibilità diretta o indiretta del provvedimento stesso alla difformità di analisi socio-politica tra il giovane allievo ed il resto dei suoi colleghi, quali provvedimenti ritenga di dover adottare.
(3-02647)


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ZANELLA, CENTO, DEIANA, BULGARELLI e RUSSO SPENA. - Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
a Monselice (Padova), da circa un anno, un gruppo di associazioni hanno occupato uno stabile pubblico, chiuso da tre anni, per svolgere attività sociali, culturali e ricreative dopo che avevano ripetutamente denunciato l'assenza di spazi aperti per attività pubbliche; durante tutto il periodo gli occupanti hanno regolarmente pagato le bollette dell'acqua e del gas e versato mensilmente nelle casse dell'erario municipale una somma simbolica come affitto dei locali;
in seguito a questa occupazione è iniziata una trattativa con il sindaco per la stipula di una convenzione che permettesse a queste e ad altre associazioni di proseguire il lavoro nello spazio aperto;
nelle ultime due settimane tale trattativa si era stabilizzata principalmente su tre criteri: la restituzione delle chiavi dello stabile da parte delle associazioni, l'impegno da parte del sindaco a mantenere tutte le attività programmate fino a dicembre e l'istituzione di Commissione Mista (Comune-associazioni) per la stipula di una convenzione;
nelle prime ore di martedì 9 settembre 2003 le forze dell'ordine hanno sgomberato «La Casa delle Associazioni», attuando un'ordinanza del sindaco;
nello stesso giorno, nel corso della mattinata, un gruppo di rappresentanti delle diverse associazioni si è recato in Comune e ha chiesto di parlare con il sindaco; vista l'impossibilità di un colloquio si sono chiusi nel suo ufficio incatenandosi alcuni ai termosifoni e, solo dietro conferma che il sindaco era in arrivo, si sono liberati e sono scesi nell'atrio del municipio;
dopo una breve discussione nell'atrio del comune, sono intervenute le forze dell'ordine con una carica, molto pericolosa perché attuata in un luogo chiuso con poca possibilità di uscire;
una volta riusciti ad uscire all'aperto i manifestanti si sono visti nuovamente caricare molto violentemente, senza avere neanche il tempo di allontanarsi dal luogo, e si è scatenata, da parte delle forze dell'ordine una vera e propria caccia all'uomo nella quale sono rimasti coinvolti anche dei passanti: ad un ragazzino di 14 anni che stava passando in bicicletta è stata rotta una mano e un manifestante è stato colpito fino a svenire e successivamente trasportato con l'ambulanza al pronto soccorso dell'ospedale civile della cittadina dove gli è stato riscontrato un trauma cranico ed è stato, quindi, trattenuto in osservazione;
ci sono stati vari feriti, alcuni giovani sono stati portati in questura per accertamenti e, tra questi, un ragazzo che, secondo quanto riferito dai suoi legali, si sarebbe sentito male due volte -:
quali siano i criteri di orientamento e i principi ispiratori su cui vengono addestrate le forze di polizia e l'arma dei carabinieri nella loro funzione di tutori dell'ordine pubblico;
se tali criteri e principi siano ispirati al rigoroso rispetto dell'ordine costituzionale, all'inequivocabile rispetto dell'esercizio dei diritti civili e politici di cittadini e cittadine, alla necessità di tutelare la salvaguardia delle persone, all'oculato e vincolante valutazione dell'uso della forza in rapporto allo stato effettivo del contesto da tutelare, all'obbligo di conseguenza di limitare al massimo o di evitare ogni forma di militarizzazione del territorio e dei comportamenti delle forze dell'ordine, chiamate nel nostro Paese a essere tali in un contesto di ordine costituzionale e di Stato di diritto;
se non ritenga che l'intervento delle forze dell'ordine sia stato spropositato considerando l'enorme dispiegamento di forze di Polizia, i presenti hanno riferito la presenza di almeno 300 agenti, in una piccola cittadina come Monselice che ha appena 15.000 abitanti;
se non ritenga che sia doveroso chiarire immediatamente le modalità degli


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scontri identificando le autorità che si sono rese responsabili di un intervento così massiccio e così duro;
se non ritenga indispensabile, per la garanzia dell'ordine pubblico e della sicurezza della città, con urgenza provvedere a nominare il prefetto di Padova dato che la carica è vacante da prima dell'estate.
(3-02648)

TRUPIA. - Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
il sindaco del Comune di Vicenza ha emesso un'ordinanza che disciplina la mendicità nel territorio comunale;
tale ordinanza stabilisce dettagliatamente i luoghi e le distanze dagli edifici pubblici ove tale esercizio non è consentito;
vieta inoltre la mendicità alle persone che presentano menomazioni e forme evidenti di handicap;
prevede sanzioni per chi violerà tali disposizioni;
stabilendo cosa un mendicante o un portatore di handicap può fare o non può fare, si evidenzia un grave atto discriminatorio in contrasto con gli articoli 13 e 16 della Costituzione italiana -:
se tale provvedimento non risulti illegittimo con le competenze dell'amministrazione locale e con il dettato costituzionale;
se provvedimenti come quello richiamato in premessa rientrino nelle competenze delle amministrazioni locali, e siano conformi alla legge e al dettato costituzionale.
(3-02649)

Interrogazioni a risposta scritta:

LUCCHESE. - Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
ancora una volta la criminalità colpisce la città di Alcamo: un contenitore di plastica è stato recentemente bruciato davanti ad un locale di via Allegrezza, trattasi certamente di una azione vandalica -:
se sia già stato predisposto un rafforzamento delle forze di polizia, con la fornitura anche dei necessari mezzi tecnici per prevenire le azioni criminose e contrastare la malavita.
(4-07286)

LANDI di CHIAVENNA. - Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
Il quotidiano Il Giornale, in data 23 agosto e 1o settembre 2003, a firma Claudia Passa, ha pubblicato la notizia secondo la quale si starebbero celebrando, in particolare nel comune di Roma, matrimoni civili fra immigrati regolari e immigrati clandestini. I matrimoni sarebbero fittizi in quanto tendenti al solo ed unico scopo di consentire la regolarizzazione della posizione di clandestinità dell'immigrato;
infatti alla domanda di matrimonio non sarebbe allegata né richiesta la presentazione dei relativi permessi di soggiorno attestanti il diritto dei coniugi immigrati a permanere sul territorio italiano. Pare risulti essere importante, al contrario, il permesso di soggiorno dei testimoni di nozze provenienti da oltrefrontiera;
a seguito della celebrazione del matrimonio in forma civile verrebbe rilasciato il relativo certificato con il quale viene richiesto alla questura competente il relativo permesso di soggiorno per il coniuge;
la questura competente, a fronte della presentazione di un regolare certificato di matrimonio sarebbe, pertanto, obbligata a rilasciare relativo permesso a favore dell'immigrato che, per quanto introdottosi clandestinamente in Italia, vedrebbe così regolarizzata, de facto, la sua posizione a seguito dell'avvenuta celebrazione di un matrimonio palesemente nullo;
si aggiunga a tutto ciò l'esistenza di un sito interamente dedicato agli immigrati (www.stranieriitalia.it), che, a proposito di regolarizzazioni, propone una sezione


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dal titolo «sposarsi in Italia: matrimonio», con schede informative e chiarimenti legislativi sulla prassi da seguire;
in tale sito web, infatti, ai cittadini stranieri che vogliono contrarre matrimonio e ottenerne la pubblicazione, si prescrive innanzitutto una richiesta di giuramento di fronte a ufficiale di stato civile con nulla osta dell'ambasciata o del consolato del proprio Paese di origine, in secondo luogo un passaporto valido ed un certificato di stato libero e di residenza solo nel caso in cui il coniuge risulti residente in Italia;
tale prassi travolgerebbe, in conclusione, gli effetti e i limiti normativi della legge n. 189 del 2002, e fa ipotizzare all'interrogante una possibile connivenza di pubblici ufficiali e amministratori comunali di vario grado e titolo, che potrebbero essere responsabili di consentire la celebrazione di matrimoni al solo fine di permettere contra legem la regolarizzazione di immigrati clandestini -:
se al Ministro risulta vera la circostanza;
quali iniziative intenda assumere per verificare la veridicità e, in caso positivo, quali iniziative intende avviare per arrestare queste pratiche e per denunciare i responsabili ditali violazioni;
infine se non ritenga doveroso, previ gli opportuni accertamenti, revocare tutti i falsi permessi di soggiorno rilasciati a seguito di falsi matrimoni, nonché i permessi di soggiorno degli immigrati regolari che si sono resi responsabili delle violazioni sopra denunciate.
(4-07298)

ZACCHERA. - Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
in data 30 marzo 2001 è stata approvata dal Parlamento la legge n. 130 relativa a «disposizioni in materia di cremazione e dispersione delle ceneri» con la quale si norma questa sempre più richiesta forma di inumazione;
la legge demandava al Governo l'emanazione di un apposito regolamento operativo soprattutto per quanto attiene alla possibilità di conservare privatamente le ceneri dei propri cari;
a tutt'oggi non risulta che tale regolamento sia stato emanato -:
quando il Governo intenda procedere all'adozione del precitato regolamento tenuto conto dei problemi oggettivi che molti comuni si trovano ad affrontare davanti alle richieste dei cittadini ed alle quali appare obiettivamente difficile dare delle risposte.
(4-07311)

PECORARO SCANIO. - Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
il comitato provinciale per l'ordine pubblico avrebbe negato, nel mese di luglio, la conferma della scorta al magistrato antimafia Eugenio Facciolla, come si evince anche da un articolo comparso su Repubblica il 4 settembre 2003;
la scelta della non conferma giungerebbe nel momento più delicato delle indagini, nelle quali, dopo l'arresto di 37 persone ed il coinvolgimento nelle stesse di 84 persone, si è arrivato anche toccare il terzo livello, ossia quello politico, grazie alle rivelazioni dell'ex Presidente dell'ANAS;
il magistrato stesso avrebbe più volte denunciato minacce nei confronti suoi e della sua famiglia, soprattutto in seguito anche alle indagini sulle infiltrazioni mafiose nel caso Cosenza calcio;
il magistrato sembrerebbe essere ricorso paradossalmente all'utilizzo di un istituto privato di vigilanza per assicurare l'incolumità della moglie e dei suoi figli -:
se il Governo sia a conoscenza dei fatti e se non sia il caso di ripristinare immediatamente la scorta al magistrato per assicurargli la serenità indispensabile per il corretto svolgimento delle indagini e quali iniziative intenda adottare per garantire la protezione a coloro i quali


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mettono in pericolo la loro vita al servizio dello Stato per sconfiggere il fenomeno mafioso.
(4-07312)

BULGARELLI. - Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
Osman Abubakar è un giovane ganese, nato il 12 luglio 1968, giunto nel Centro di accoglienza di Bari i primi giorni di giugno 2003, dove ha fatto richiesta di asilo politico che, pur presentando evidenti segni di torture, gli è stata rigettata in data 31 luglio 2003 ricevendo contemporaneamente anche il decreto di espulsione;
dal 27 al 31 luglio scorso Osman Abubakar è stato ricoverato presso il Presidio Ospedaliero San Paolo di Bari;
l'aspetto più grave della vicenda è il fatto che l'ambasciata del Ghana ha provveduto al riconoscimento di Osman consegnando alla Questura di Bari «Certificato d'identità» ed accettando il rimpatrio dello stesso, che potrebbe avvenire in qualsiasi momento;
tuttavia nel procedimento in questione si segnala una grave anomalia in quanto l'Ambasciata del Ghana ha emesso il riconoscimento di Osman in quanto cittadino ganese il 25 luglio 2003, cioè prima che gli venisse notificato il diniego, avvenuto il 31 luglio 2003. Questo significa che è stato palesemente violato nei suoi confronti il diritto alla tutela, in quanto richiedente asilo politico. Nello stesso tempo non è stato fatto o richiesto un esame medico per la ricognizione di eventuali torture subite, che avrebbe reso certamente diverso l'esito della Commissione;
le summenzionate torture sono comprovate dal referto della Usl di Lecce del 3 agosto 2003 sulle condizioni di Osman Abubakar, che riscontra «ferite da taglio sull'emitorace dorsale sinistro 1/3 radio; esiti di ferita LC nel 1/3 superiore emitorace sx; esiti di ferita LC in sede frontale-fossetta nasale...» -:
di quali informazioni disponga in ordine alla richiesta di asilo di cui si è detto in premessa e in particolare quanto è durata l'intervista del richiedente, quali sono stati i quesiti posti e quali le ragioni del diniego della richiesta stessa.
(4-07313)

BULGARELLI. - Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
Muzinga Blaise nato nella città di Kinshasa (Congo) l'11 novembre 1974 è giunto a Siracusa il 22 giugno 2003 e il giorno successivo è stato trasferito nel centro di Bari Palese;
in data 3 luglio 2003 è stato ascoltato dalla Commissione Centrale per lo status di Rifugiato che provvedeva a notificargli in data 16 agosto 2003 il provvedimento di diniego della richiesta di asilo politico;
il signor Blaise svolgeva l'attività di falegname nella città di Kinshasa. Il padre era sostenitore dell'ex presidente del Congo, Mobutu segretario del partito «Movement Populare de la Revolution». Il giorno 17 maggio 1997 c'è stato un colpo di Stato a favore di Kabila, segretario del partito C.P.P, tutti i partiti di opposizione sono stati messi fuori legge. Il partito di Mobutu ha però clandestinamente tentato di ricostituirsi ed il signor Blaise ha svolto attività di propaganda a favore di detto partito distribuendo manifesti per incitare la popolazione a sollevarsi contro il governo di Kabila. Il sindaco di Kinshasa, Nzuzi Wambombo, era colui che finanziava le attività di propaganda per il Governo Mobutu, e fu quindi arrestato dai militari di Kabila;
nel 2001 organizzavano preparato una cerimonia per commemorare la morte di Mobutu avvenuta in Marocco nel 1999, ma è stata interrotta dai militari di Kabila e nell'occasione molti presenti furono arrestati, mentre il signor Blaise riusciva a scappare. Il 20 settembre 2001 alle ore 10 sono entrati nella sua abitazione i militari del nuovo presidente Joseph, figlio di Laurent Kabila e hanno picchiato con violenza il padre, la madre e lo stesso Blaise,


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procurandogli un taglio con un coltello sulla nuca e gli hanno fratturato un braccio;
hanno poi fucilato nella stessa occasione il padre, mentre il signor Blaise è stato condotto nella prigione di Makalà;
all'interno della prigione vi era un prete di religione cristiana, un amico di famiglia, che gli confermava l'avvenuta morte del padre. All'interno della prigione è restato circa 9 mesi;
con l'aiuto del prete è riuscito a fuggire dalla prigione e lo stesso religioso lo ha condotto sino al fiume Flueve de Congo nel giugno del 2002. Con una barca ha raggiunto Brazzaville dove ha soggiornato circa due mesi. In agosto il prete suo amico lo avvertiva che i militari lo ricercavano e gli consigliava di fuggire, si è quindi diretto a Benin dove è stato per circa 4 mesi. Qui, grazie all'aiuto di alcune persone, lui ed un suo amico di partito incontrato a Benin hanno acquistato un biglietto per il Niger. Dal Niger si è diretto in Libia e da qui con una nave hanno raggiunto l'Italia. È stato ascoltato dalla Commissione per circa 30 minuti con l'ausilio di un interprete italiano che non parlava correntemente il francese;
Benoit Mukenga, segretario generale del «Mouvement de resistance du peuple congolais», movimento insieme ad altri congolesi presenti nel campo di Bari Palese ha ricevuto lo status di Rifugiato Politico che invece, inspiegabilmente, è stato negato al richiedente in questione;
data la storia del richiedente asilo, lo stesso rimpatriato corre il serio rischio di essere giustiziato dall'attuale regime -:
di quali informazioni disponga in ordine alla richiesta di asilo di cui si è detto in premessa e in particolare quanto è durata l'intervista del richiedente, quali sono stati i quesiti posti e quali le ragioni del diniego della richiesta stessa.
(4-07314)

BULGARELLI. - Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
la guerra «invisibile» che negli ultimi cinque anni ha martoriato il Congo, una delle guerre più tragiche che mai abbia investito il continente africano, colpevolmente ignorata dal nord del mondo, alimentata dal commercio delle armi e dall'opportunità di saccheggio delle risorse naturali congolesi ha provocato tre milioni e mezzo di morti seminando odio e distruzione in tutto il paese;
gli spietati signori della guerra che hanno portato la rovina nel paese, non hanno esitato ad arruolare migliaia di bambini, costringendoli ad uccidere o ad essere uccisi;
oggi il potere, per quanto precario, è nelle mani dei responsabili dei massacri di tanti civili e molti, troppi, sono i testimoni scomodi, gli individui che mal possono adattarsi al corso del nuovo regime e quindi naturalmente molti sono coloro che cercano rifugio politico;
Matiti Guylain nato a Kenge (Repubblica del Congo) il 24 aprile 1982 è giunto sulle coste siciliane, precisamente a Pachino, il 22 giugno 2003 e il giorno successivo è stato trasferito nel centro di Bari Palese;
in data 3 luglio 2003 è stato ascoltato dalla Commissione centrale per lo status di Rifugiato che provvedeva a notificargli, lo stesso giorno, il provvedimento di diniego della richiesta di asilo politico;
Matiti Guylain svolgeva l'attività di meccanico nella città di Kenge sino all'età di 15 anni allorché il 5 maggio del 1997 i miliziani di Kabila hanno iniziato una controffensiva militare contro i militari di Mobutu che controllavano la città di Kenge;
lo stesso giorno con un elicottero è stata bombardata una chiesa dove vi erano i suoi genitori e un suo fratello; tutti sono stati uccisi. Quel giorno lui e sua sorella


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erano a scuola, usciti da scuola hanno incontrato dei missionari europei che li hanno condotti con dei furgoni nella capitale Kinshasa distante circa 200 chilometri. Sono, poi, stati ospitati in un convento vicino l'aeroporto;
nel 1998 soldati del Ruanda hanno circondato l'aeroporto ed il circondario dove il signor Mititi era ospitato dai missionari. Riuscito a fuggire si è diretto nel centro della Capitale dove la situazione era più tranquilla e si guadagnava da vivere suonando in locali pubblici. Qui è rimasto sino al 2002 quando il 25 maggio, terminato uno spettacolo, delle persone in borghese lo hanno arrestato e portato in aeroporto e da qui nella città di Lubumbashi. Lo hanno arrestato perché le sue canzoni professavano pace; e ciò non era ammesso nel governo di Kabila;
da quel momento non ha più rivisto la sorella. Lo hanno messo in una cella molto piccola dove era solo ed aveva contatti solo con l'agente che portava da mangiare. Nel mese di febbraio è stato condotto in un cortile e da qui è fuggito. Si è diretto nella provincia di Bunia controllata dai ribelli R.C.D. Goma, da qui in Sudan poi in Libia e quindi in Italia;
Benoit Mukenga, Segretario Generale del «Mouvement de resistence du peuple congolais», insieme ad altri congolesi presenti nel campo di Bari Palese ha ricevuto lo status di Rifugiato Politico che invece, inspiegabilmente, è stato negato al richiedente in questione;
data la storia del richiedente è lecito supporre che, se rimpatriato, lo stesso corra il serio rischio di essere giustiziato dall'attuale regime;
il provvedimento di diniego datato 3 luglio 2003 riporta fra le motivazioni del rigetto «rilevato che le contraddizioni e i mutamenti di versione, riscontrati durante l'intervista personale, comportano perplessità in ordine alla veridicità e alla credibilità di quanto asserito e alla fondatezza della richiesta; decide di non riconoscere lo status di rifugiato». La notifica del diniego è avvenuta in data 6 agosto 2003. Il Prefetto della Provincia di Lecce ha emanato in data 7 agosto 2003 il decreto di espulsione con accompagnamento alla frontiera, notificatogli nella medesima giornata -:
di quali informazioni disponga in ordine alla richiesta di asilo di cui si è detto in premessa e in particolare quanto è durata l'intervista del richiedente, quali sono stati i quesiti posti e quali le ragioni del diniego della richiesta stessa.
(4-07315)

BULGARELLI. - Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
il 2 agosto 1998 cominciava una delle guerre più tragiche che mai abbia investito il continente africano, una guerra che, colpevolmente ignorata dal nord del mondo, alimentata dal commercio delle armi e dall'opportunità di saccheggio delle risorse naturali congolesi (il Congo è uno dei paesi più ricchi del continente: diamanti, oro e coltan, la lega utilizzata nella tecnologia delle comunicazioni, hanno attirato gli interessi di numerose multinazionali...), ha provocato tre milioni e mezzo di morti seminando odio e distruzione in tutto il paese. Contestualmente i conflitti etnici interni sono esplosi, alimentati da Uganda e Rwanda e spietati signori della guerra hanno dilaniato il paese. Oggi, a cinque anni di distanza, la costruzione della pace è nelle mani di coloro che sono stati responsabili dei massacri di tanti civili e molti, troppi, sono i testimoni scomodi, gli individui che mal possono adattarsi al corso del nuovo regime e quindi naturalmente molti sono coloro che cercano rifugio politico;
Ngoma Mangoyo nato nella città di Boma provincia di Baszaire (Congo) l'11 novembre 1974 è giunto sulle coste siciliane, a Pachino, il 22 giugno 2003. Il giorno successivo è stato trasferito nel «centro d'accoglienza» di Bari Palese;
il signor Mangoyo che a 14 anni ha iniziato a lavorare in una bottega tessile, ha lasciato due figli nella capitale del


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Congo, Kinshasa, mentre la moglie è morta di infarto, probabilmente a causa del forte stress procurato dai continui combattimenti;
ciò che rende la situazione dei Mangoyo particolare è che il padre svolgeva l'attività di autista per il Governo di Mobutu e quando, nel luglio del 1997, entrarono nella capitale del Congo i ribelli guidati da Kabila, il padre seguì Mobuto nella città di Baduliti. Dopo tre giorni 4 militari di Kabila entrarono nell'abitazione del figlio. Mangoyo, rimasto nella capitale insieme alla moglie, ai 2 figli ed alla madre. I militari chiesero notizie sulle sorti del padre, poi iniziavano a picchiare tutti i presenti. Le torture sono andate avanti per circa 4 ore. La madre è stata presa a calci ed è morta durante il ricovero in ospedale. Al signor Mangoyo sono state procurate grosse ferite con un coltello e ancora oggi ha grossi problemi di deambulazione e delle protesi alle gambe, a causa delle ferite e delle percosse perse conoscenza e si risvegliò in ospedale dopo tre giorni. Uscito dall'ospedale affidò i due figli ad un suo amico mentre lui si diresse a Baduliti con la moglie. Nella città di Baduliti ha vissuto senza grossi problemi per circa due anni, ma nel mese di luglio del 1999 sono iniziati nuovi combattimenti anche a Baduliti tra le forze di Mobutu e le milizie di Bemba. Entrati in città i militari di Bemba hanno iniziato a fare una strage ed hanno ammazzato anche il padre del signor Mangoyo. Hanno reclutato ed armato, poi, tutti gli uomini presenti in città, anche ragazzi di 13-14 anni. Il signor Mangoyo è stato costretto a lavorare per i nuovi occupanti ed era stato incaricato di seppellire i cadaveri delle persone uccise. Nel 2002 ha deciso di fuggire, agevolato dal fatto che i militari di Bemba non avevano interesse a trattenere una persona con grossi problemi fisici. Dal Congo ha raggiunto il Centro Africa quindi si è diretto in Ciad e poi in Libia;
il referto della USL di Lecce datato 18 agosto 2003 certifica che lo stesso è affetto da «patologia dei legamenti dell'articolazione ginocchi» che determina sin dalla nascita gravi problemi della deambulazione pur essendo portatore di ausilio ortopedico. Nella dichiarazione si legge inoltre: «tale situazione determina una grave limitazione delle proprie abitudini quotidiane, pertanto è incompatibile la presenza del paziente presso questo centro»;
la dichiarazione del Centro di permanenza temporanea e assistenza San Foca di Melendugno firmata da Don Cesare Lodeserto è datata 19 agosto 2003 che conferma il referto USL e di cui si riporta qui di seguito il breve testo afferma: «Si informa che in data odierna il medico del Centro, dopo attente valutazioni e consultazioni, anche con il Presidio Ospedaliero v. Fazzio, ha indicato l'incompatibilità del soggetto con questa struttura di accoglienza, in quanto portatore di handicap e portatore di ausilio ortopedico, tale da rendere quasi impossibili le normali attività quotidiane. La richiesta deriva da una reale e visibile constatazione della sofferenza dell'immigrato, verso la quale si vuol porre una necessaria attenzione. Si allega il referto medico redatto sanitario del Centro»;
in data 3 luglio 2003 il richiedente è stato ascoltato dalla Commissione centrale per lo status di rifugiato che provvedeva a notificargli, lo stesso giorno, il provvedimento di diniego della richiesta di asilo politico;
data la storia del richiedente asilo è lecito temere per le possibili conseguenze del rimpatrio;
il Provvedimento di diniego datato 3 luglio 2003 riporta fra l'altro come motivazioni del rigetto «rilevato che le contraddizioni e i mutamenti di versione, riscontrati durante l'intervista personale, comportano perplessità in ordine alla veridicità e alla credibilità di quanto asserito e alla fondatezza della richiesta; decide di non riconoscere lo status di rifugiato»;
la notifica del diniego è avvenuta in data 6 agosto 2003. Il Prefetto della Provincia di Lecce ha emanato in data 7


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agosto 2003 il decreto di espulsione con accompagnamento alla frontiera, notificatogli nella medesima giornata;
negli stessi giorni Benoit Mukenga, Segretario Generale del Mouvement de resistance du peuple congolais, insieme ad altri congolesi presenti nel campo di Bari, ha ricevuto lo status di rifugiato politico negato a Ngoma Mangoyo -:
di quali informazioni disponga in ordine alla richiesta di asilo di cui si è detto in premessa e in particolare quanto è durata l'intervista del richiedente, quali sono stati i quesiti posti e quali le ragioni del diniego della richiesta stessa.
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BULGARELLI. - Al Ministro dell'interno, al Ministro degli affari esteri. - Per sapere - premesso che:
Shamba Roger, nato a Metadi nella Repubblica democratica del Congo il 20 febbraio 1972, è giunto in Italia il 20 giugno 2003 nella città di Siracusa, il giorno successivo è stato trasferito presso il centro di Bari Palese. In data 3 luglio è stato ascoltato dalla Commissione centrale per il riconoscimento dello status di Rifugiato, recatasi a Bari;
il 16 agosto gli è stato notificato il provvedimento di diniego recante la seguente motivazione «tenuto conto che si dichiara passibile di subire restrizioni della propria libertà personale in caso di rimpatrio, che, tuttavia sarebbero comminate dopo regolare processo e con possibilità di assistenza legale, il che esclude aspetti persecutori nei sensi di cui all'articolo 1 della Convenzione di Ginevra; considerato che non apporta argomentazioni che confermino un particolare rilievo della posizione individuale ricoperta nel contesto delle attività per le quali avrebbe ricevuto intimidazione e che, conseguentemente deve ritenersi sproporzionata la reazione dell'espatrio in relazione al timore di poter subire persecuzioni in caso di rientro nel suo Paese»;
risulta all'interrogante nella notifica del diniego non vi è riferimento alla Questura che vi ha provveduto, risultano anzi delle cancellatura a mezzo bianchetto, particolarmente evidenti sull'originale. Il provvedimento di espulsione con accompagnamento alla frontiera è datato 16 agosto;
le dichiarazioni del richiedente asilo ed una breve cronaca dell'intervista in commissione sono qui riportate (raccolte dal Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR-Onlus) nel corso del colloquio tenutosi presso il CPT «Regina Pacis» di San Foca (Lecce) il 19 agosto 2003) «Dopo il colpo di Stato del presidente Joseph Kabila, avvenuta in Congo, nella città di Kinshasa, il 16 gennaio 2001, la situazione politica, economica e sociale è completamente cambiata e l'insicurezza è divenuta una caratteristica del mio Paese. È per tale motivo che ho deciso, circa un anno e mezzo fa, di entrare a far parte del Movimento di Resistenza del Popolo Congolese (M.R.P.C.). Visto il mio discreto livello culturale (nel mio Paese svolgevo il mestiere di insegnante di matematica e fisica presso la scuola pubblica Ntemo II della città di Kinshasa, oltre all'attività di ingegnere) mi fu assegnato un ruolo di grande importanza all'interno del movimento, ero, infatti, addetto stampa e alle comunicazioni. Tale incarico mi portava ad avere contatti frequenti con i dirigenti del movimento, a partecipare alle riunioni di indirizzo e programmazione esponendomi in prima persona. Tutto ciò era estremamente pericoloso poiché obiettivo principale del movimento MRPC era, ed è, quello di destabilizzare il Governo e favorire una visione chiara ai congolesi in merito alle proprie origini. Per portare avanti le nostre idee avevamo scelto di avviare una campagna di informazione attraverso dei volantini. Io ricevevo delle indicazioni dal segretario generale del Mali, Benoit Mukenga, il quale mi inviava dei modelli di volantini, che noi duplicavamo per distribuirli segretamente a Kinshasa. Ben presto, tuttavia, i volantini sono stati rintracciati dai servizi di sicurezza del Governo e si sono aperte le ricerche


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per comprendere chi ne fossero gli autori. Sono state individuate le famiglie degli attivisti e sono state interrogate, anche la mia famiglia ha subito numerose minacce tanto da essere costretta ad abbandonare la nostra abitazione per rifugiarsi altrove. Per evitare di essere rintracciati io e altri compagni di partito abbiamo deciso una notte del settembre del 2002 di attraversare l'altra riva del Congo e di nasconderci nel Congo Brazeville. Alla fine del mese di marzo 2003 Justine Tshibaka, presidente regionale del MRPC, anch'egli rifugiatosi con noi nel Congo Brazeville, ha deciso di tornare a verificare la situazione a Kinshasa. Il 1o aprile 2003 è stato assassinato dalle autorità militari del governo in complicità con Kabila, tutto ciò perché noi viviamo in uno stato di regime e non è possibile svolgere attività politica in opposizione al Governo. Grazie alla collaborazione di alcuni nostri infiltrati fra i servizi di sicurezza abbiamo appreso che anche noi eravamo in pericolo di vita, poiché eravamo stati rintracciati e il governo aveva inviato dei militari in borghese (i militari non possono oltrepassare la riva) per ucciderci. Molte volte avevo appreso di uccisioni di oppositori nel Congo Brazaville ad opera dei militari e perciò ero molto intimorito. Ho, pertanto, deciso di abbandonare il Congo e rifugiarmi in Centro Africa e poi in Camerum, ma anche qui non mi sentivo tranquillo perché anche in Camerun vi è il regime e vi sono stretti contatti fra le autorità militari al fine di rintracciare gli oppositori. Ho sentito ancora una volta di essere in pericolo e ho deciso così di partire.»;
sempre secondo quanto riporta il CIR il colloquio in commissione ha avuto la durata di circa 10 minuti. Vi era un interprete di lingua francese e il livello di comprensione delle domande era buono. Alle ore 7.30 del 3 luglio 2003 il richiedente è stato chiamato a svolgere il colloquio presso una sala posta nel campo di Bari Palese. Il tempo di attesa è stato lunghissimo poiché lui è stato ascoltato alle 16.30. Il pranzo è stato servito solo alle 15.00, ma il richiedente non ha mangiato a causa della tensione. Le domande poste dalla Commissione sono state le seguenti:
1) Riconosci di essere entrato clandestinamente in Italia?;
2) Sei sicuro di aver scritto personalmente la tua domanda di asilo?;
3) Quando sei uscito dal tuo Paese?:
4) Fino a quando hai svolto l'attività di insegnante?;
5) Puoi scriverci il nome del tuo partito politico?;
6) Come continuerai a combattere contro il governo congolesi?;

cinque compagni di partito del richiedente asilo in questione sono giunti con lui in Italia e sono anch'essi stati al Campo di Bari Palese. Pur avendo vicende molto simili, poiché erano i suoi compagni a Kinshasa, tre sono stati riconosciuti rifugiati (fra di essi anche il segretario generale del Movimento, Benoit Mukenga il quale ha rilasciato una dichiarazione scritta in cui attesta che «... Justin Tshibaka e gli altri membri del Movimento fra cui Roger Samba (Segretario del M.R.P.C della provincia di Kinshasa) ... sono stati minacciati come si evince dal rapporto che ho ricevuto nel mese di agosto 2002 a Bamako per aver diffuso dei messaggi ostili al Governo di Kinshasa,...»:
data la storia personale del richiedente e l'attuale situazione vigente in Congo appare chiaro che, se rimpatriato, egli corre il serio rischio di essere giustiziato dall'attuale regime -:
di quali informazioni disponga in ordine alla richiesta di asilo di cui si è detto in premessa e in particolare quanto è durata l'intervista del richiedente, quali sono stati i quesiti posti e quali le ragioni del diniego della richiesta stessa;
attraverso quali forme è possibile che il caso del richiedente di cui si è detto in premessa possa essere nuovamente


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esaminato dalla Commissione, anche alla luce delle dichiarazioni rese da Mukenga.
(4-07318)

BULGARELLI. - Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
Kamba Alphonse nato a Kinshasa (Repubblica del Congo) il 25 febbraio 1978 è giunto sulle coste siciliane, a Pachino, il 22 giugno 2003 e il giorno successivo è stato trasferito nel centro di Bari Palese;
in data 3 luglio 2003 è stato ascoltato dalla Commissione Centrale per lo status di Rifugiato che provvedeva a notificargli, lo stesso giorno, il provvedimento di diniego della richiesta di asilo politico;
sino all'agosto 1998 ha vissuto nella capitale Kinshasa dove lavorava in un allevamento di polli; dove guadagnava 130 $ al mese. Egli era sostenitore di Mukenga Bayingela Benoit, segretario generale del partito M. R. P. C. (Movimento della resistenza della popolazione congolese), in esilio in Mali. Aveva due amici di nazionalità Ruandese, ma poiché a Kinshasa, nel 1998 i cittadini del Ruanda erano perseguitati li nascondeva presso la propria abitazione. Alcuni suoi riferirono alle autorità del Congo che in casa del signor Kamba vi erano nascosti due ruandesi. Prima che arrivassero i militari le due persone del Ruanda erano fuggite ed i militari arrestarono il fratello Fulè e lo condussero nella prigione di Makala. Dopo tale episodio Kamba fuggiva, nell'agosto del 1998, nel quartiere di Kingasani vicino l'aeroporto di Kinshasa;
a Kingasani ha vissuto sino al 2001 dove svolgeva attività di propaganda contro il nuovo governatore, il figlio di Laurent Desirè Kabila, Josepf, ed a favore del partito M.R.P.C. per tale motivo era ricercato dai militari. Un suo fratello militare gli ha intimato di fuggire perché altrimenti lo avrebbero presto arrestato. Si è quindi diretto il 30 agosto 2002 Brazzaville e vi è rimasto 7 mesi. Il 28 marzo 2003 il rappresentante regionale del partito M.R.P.C. (Movimento della resistenza della popolazione congolese) Brazzaville ritornava a Kinshasa e veniva assassinato. Il signor Kamba si dirigeva con una nave attraverso il fiume nel Centr'Africa dopo un viaggio di tre giorni, da qui è andato in Ciad il 28 aprile, il 6 maggio in Libia e poi in Italia;
Benoit Mukenga, Segretario Generale del M.R.P.C. (Mouvement de Resistance du Peuple Congolais), movimento insieme ad altri congolesi presenti nel campo di Bari Palese ha ricevuto lo status di Rifugiato Politico che invece, inspiegabilmente, è stato negato al richiedente in questione; lo stesso Benoit Mukenga ha del resto rilasciato una dichiarazione scritta in cui attesta che «... Justin Tshibaka e gli altri membri del Movimento fra cui Roger Samba (Segretario del M.R.P.C della provincia di Kinshasa) e Alphonse Kamba (attivista del M.R.P.C. di Kinshasa), sono stati minacciati come si evince dal rapporto che ho ricevuto nel mese di agosto 2002 a Bamako per aver diffuso dei messaggi ostili al Governo di Kinshasa, ...»;
data la storia del richiedente asilo, lo stesso se rimpatriato corre il serio rischio di essere giustiziato dall'attuale regime;
il provvedimento di diniego datato 2 luglio 2003 riporta fra come motivazioni del rigetto «atteso che riferisce di una incriminazione per atti contro il capo del governo per la quale avrebbe dovuto affrontare un processo; rilevato che quanto dichiarato durante l'intervista personale appare poco credibile comportando perplessità in ordine alla veridicità di quanto asserito per quanto attiene alla fondatezza della richiesta; decide di non riconoscere lo status di rifugiato»;
il Prefetto della Provincia di Lecce ha emanato in data 7 agosto 2003 il decreto di espulsione con accompagnamento alla frontiera, notificatogli nella medesima giornata-:
di quali informazioni disponga in ordine alla richiesta di asilo di cui si è detto in premessa e in particolare quanto è durata l'intervista del richiedente, quali sono stati i quesiti posti e quali le ragioni del diniego della richiesta stessa;


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attraverso quali forme è possibile che il caso del richiedente di cui si è detto in premessa possa essere nuovamente esaminato dalla Commissione, anche alla luce delle dichiarazioni rese da Mukenga.
(4-07319)

GIORDANO. - Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
improvvisamente al magistrato Eugenio Facciolla, uno dei magistrati di punta della Procura antimafia di Catanzaro, è stata revocata la sorveglianza fissa;
la revoca è avvenuta senza fargli pervenire nessun tipo di comunicazione ufficiale;
al magistrato Facciolla è stata tolta la sorveglianza diurna e notturna alla sua abitazione, lasciandogli solo quella che concerne i suoi spostamenti per ragioni di servizio (il Domani, 4 settembre 2003);
di conseguenza è stato costretto ad affidarsi per la sua sicurezza e quella dei suoi familiari ad un istituto di vigilanza privata;
è paradossale e del tutto fuori luogo che un magistrato che svolge funzioni così delicate all'interno della Procura antimafia di Catanzaro, a salvaguardia dell'intera comunità, debba provvedere da solo, attraverso una sorveglianza privata, per garantire la propria sicurezza e quella dei suoi famigliari;
infatti Eugenio Facciolla più volte in passato è stato vittima di intimidazioni e minacce (il Domani, 4 settembre 2003), ma malgrado le numerose segnalazioni di questi episodi alle forze dell'ordine, il Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica di Cosenza (luogo di residenza del magistrato), nel luglio scorso, ha ritenuto di revocare, non ravvisandone più la necessità, la sorveglianza fissa nell'abitazione di Facciolla. Ancora più singolare il fatto che nessuno ha ritenuto di comunicargli la decisione;
infatti il magistrato uscendo una mattina dalla sua abitazione ha scoperto da solo con grande sorpresa l'assenza delle forze dell'ordine incaricate della sorveglianza -:
quali provvedimenti intenda assumere affinché venga garantita dalle istituzioni preposte l'incolumità fisica del magistrato Facciolla e dei suoi familiari.
(4-07321)

LA STARZA. - Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
il distaccamento della polizia stradale di Cassino dispone di solo quattordici unità sei delle quali sono addette alla vigilanza e al lavoro amministrativo del distaccamento;
tenuto conto di ferie, malattie e riposi la vigilanza stradale di un vasto territorio comprendente circa trenta comuni con una rete viaria molto estesa e con un traffico intenso dovuto alla presenza dell'Abbazia di Montecassino, dello stabilimento Fiat e delle uscite autostradali di Cassino, Pontecorvo e S. Vittore del Lazio, è affidato a due o tre pattuglie;
a tali difficoltà vanno aggiunte le continue emergenze del servizio autostradale, da parte del distaccamento, che hanno la precedenza rispetto a quelle delle strade ordinarie;
ciò comporta, soprattutto sulla strada a scorrimento veloce, superstrada Sora-Cassino-Formia, numerosi incidenti stradali, molti dei quali mortali;
tale carenza di organico non assicura i normali e ordinari servizi di prevenzione;
il rappresentante provinciale del SIULP nella nota stampa pubblicata il 26 agosto 2003 su La Provincia, paventa la possibile soppressione del distaccamento della Polizia Stradale di Cassino -:
se alla luce di quanto sopra premesso, non ritenga di intervenire, per il potenziamento dell'organico del Distaccamento;


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se la notizia relativa alla soppressione del distaccamento risponda a verità.
(4-07327)

PISTONE e SGOBIO. - Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
a Roma, nel giardinetto di piazzale Ostiense, poco dopo la mezzanotte del 7 settembre scorso, alla vigilia delle celebrazioni del sessantesimo anniversario dell'armistizio, che segnò la fine dell'alleanza coi nazifascisti e l'inizio della guerra di Liberazione, una pattuglia dell'XI gruppo della polizia municipale ha ritrovato cinque tavolette di legno con la scritta «Traditore», appese sulle sculture che raffigurano i deportati e le vittime della barbarie nazifascista e un tricolore stampato con l'aquila che artiglia un fascio littorio, raffigurante la bandiera di Salò;
il vergognoso e spregevole episodio ha fatto seguito ad un altro grave intollerabile fatto verificatosi verso le ore 14.30 dello stesso giorno; un incendio di natura dolosa ha infatti interessato il palco allestito per la celebrazione, le cui fiamme sono divampate provocando seri danni alle strutture allestite per l'occasione;
nell'area degli accadimenti, il giorno dopo si è svolta la tradizionale ricorrenza del sessantesimo anniversario dell'8 settembre 1943 alla presenza del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, delle più alte cariche dello Stato, del ministro della Difesa, del capo di stato maggiore della difesa, del capo della polizia e del sindaco di Roma -:
quali misure di sicurezza e di sorveglianza erano state disposte in occasione dell'evento;
di quali informazioni disponga il ministro circa l'effettiva dinamica dell'episodio di cui si è detto in premessa.
(4-07333)

ANNUNZIATA. - Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
in data 8 ottobre 2001, con interpellanza urgente n. 2-00086, l'interrogante, unitamente ai deputati Boccia, De Luca e Siniscalchi, portava all'attenzione del Ministro dell'interno alcuni eventi verificatisi in occasione delle ultime elezioni amministrative svoltesi nel comune di Cava de' Tirreni, in provincia di Salerno;
in particolare, si chiedeva di conoscere i termini esatti di alcuni episodi riferiti dalla stampa locale, secondo i quali il rappresentante di una cooperativa di parcheggiatori avrebbe pubblicamente richiamato il sindaco di quella città al rispetto di asserite promesse preelettorali, e inoltre, si chiedevano chiarimenti in merito all'aggressione subita da un consigliere comunale durante la stessa campagna elettorale e all'improvviso ritiro, nel medesimo frangente, di una candidatura a sindaco, ufficialmente annunciata poche ore prima con una conferenza stampa;
la gravità dei fatti riferiti nei predetti articoli, qualora ne fosse accertata la veridicità, avrebbe costituito un grave elemento di inquinamento dell'ultima tornata elettorale amministrativa comunale;
rispondendo alla suddetta interpellanza, nella seduta dell'Assemblea del 19 ottobre 2001, il Sottosegretario all'interno, senatore D'Alì, forniva ampia assicurazione agli interpellanti che su tutte le vicende segnalate erano stati svolti approfonditi accertamenti, che il Governo non doveva assumere altra iniziativa se non la vigilanza sul futuro svolgimento degli eventi, in attesa delle determinazioni della magistratura, che gli episodi segnalati, allo stato delle indagini fino ad allora svolte, non sembravano avere alcun riflesso di rilievo sulla situazione politica locale, ed, infine, che non poteva trovare consistenza l'ipotesi di un eventuale intervento di controllo da parte del Ministero dell'interno, data l'assoluta mancanza di presupposti;
purtroppo, l'allarme lanciato allora dagli interpellanti viene oggi ad assumere


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una valenza ancor più significativa in seguito alla disarmante cronaca di questi ultimi giorni;
infatti, da quanto riferiscono le cronache cittadine, un dipendente del Comune di Cava de' Tirreni, tale Vincenzo Lambiase, dopo essere stato accusato di minacce ed aggressioni nei confronti del capo dello staff del sindaco, dottor Pasquale Petrillo, in seguito ad un acceso diverbio avuto con lo stesso Petrillo in data 12 giugno 2003 annunciava clamorose verità da raccontare;
gli avvocati difensori del Lambiase, attraverso la stampa locale, facevano sapere che «si trattava di rivelazioni per fatti risalenti alla scorsa campagna elettorale che potevano avere influenza sull'amministrazione comunale»;
sempre dalla stampa locale, si è appreso di un voluminoso dossier relativo ai fatti preannunciati, pare consegnato in data 5 luglio 2003 dallo stesso Lambiase alla Direzione investigativa antimafia, alla procura, al prefetto, alla Corte dei conti, alla questura, ai carabinieri e alla Digos di Salerno;
successivamente, in data 27 luglio 2003, sul quotidiano La città di Salerno vengono riportati ampi stralci del suddetto dossier dove si riferiscono dichiarazioni del Lambiase a dir poco disarmanti, delle quali si riportano alcuni passaggi emblematici: «Voglio fare queste dichiarazioni per un senso di giustizia. Fanno cose solo per loro interessi personali, concedendo posti di lavoro a chi vogliono loro, approfittando del potere che hanno. Sfruttano il potere che hanno. Sfruttano il potere», «Volendo collaborare con la giustizia ho molta urgenza, dovuta al pericolo incombente per la mia incolumità fisica e personale e per quella della mia famiglia» ......, «Già prima delle elezioni, era l'anno '92, sono stato chiamato da Messina (attuale Sindaco di Cava de' Tirreni, ndr) che mi chiedeva di stare con lui, di collaborare con lui che mi avrebbe aiutato per riparare tutte le ingiustizie che mi avevano fatto al comune e che Messina conosceva. Lo dovevo aiutare a far votare sia dalla gente sia da persone che già facevano una vita politica in altri partiti. Mi disse anche che dovevo rivolgermi a tutti i miei amici. Mi disse: ti risolverò tutti i problemi. Questo è avvenuto quando perse la campagna elettorale del '97 e nell'ultima. Dopo la vittoria sono stato abbandonato e non ho più potuto parlare con Messina. Dovevo parlare solo con Petrillo. Voglio parlare di giustizia, di tutto quello che so, di quello che è stato commesso da quest'amministrazione ed in particolare da Petrillo e Messina» ... «Capitò che il candidato doveva essere il dottore Baldi (attuale presidente del Consiglio comunale, ndr). Petrillo e Messina mi chiamavano a sera tardi dicendomi hai visto cosa mi ha fatto, si vuole candidare, insiste per la sua candidatura a sindaco. C'è qualcuno che lo sta forzando, trova la strada, lo dovete costringere a non fare il sindaco perché lo devo fare io. Baldi non deve collaborare con l'altro candidato Galdi perché solo con i suoi voti poteva vincere. L'ultima chiamata di Petrillo e Messina l'ho avuta la sera prima che intervenni e mi disse ti vuoi muovere?. Lo invitai a stare calmo, perché il problema ve lo risolvo io. All'una di notte mi sono recato a casa del padre di Baldi, che conoscevo bene. Gli dissi: vostro figlio si deve ritirare da candidato a sindaco e non deve pensare a Marco Galdi, deve stare con noi. Deve fare una campagna spietata, dobbiamo vincere a tutti i costi se no sono guai. Lui rispose, Enzo non ti preoccupare, sarà tutto fatto come tu dici. Lasciato il padre, mi sono recato a S. Lucia a casa del dottore Baldi. Gli ho detto che è buono per te se ritiri la candidatura perché le elezioni le deve vincere Messina. Lascia stare Galdi, lo devi ignorare, ti devi mettere con Messina e una volta le elezioni avrai tutto quello che vuoi. Lui s'impaurì e disse «Enzo non ti preoccupare dobbiamo solo aspettare che faccia giorno» «Il giorno dopo Messina e Petrillo si congratularono con me davanti al comune. Mentre mi abbracciavano mi invitarono a bere qualcosa lontano da lì e mi dissero: sei stato grande. Adesso dobbiamo solo vincere»;


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i fatti sopra esposti rivelano senza alcun dubbio la necessità urgente di capire bene cosa è accaduto e cosa sta accadendo in questa popolosa città della provincia di Salerno dalle riconosciute e apprezzate tradizioni di civile convivenza, per il bene dei cittadini ed anche degli stessi amministratori che devono poter svolgere il loro mandato in assoluta tranquillità;
pur essendo ingiusto ed inopportuno lanciarsi in battaglie che potrebbero apparire strumentali, appare evidente che, alla luce degli avvenimenti descritti, la situazione desta notevoli preoccupazioni tra la comunità di Cava de' Tirreni;
il riaffiorare negli ultimi giorni delle inquietanti notizie sopra riferite, relative ad ipotesi di voto di scambio nella consultazione elettorale tenutasi a Cava nel 2001, rende ancor più pressante l'urgenza di tenere alta l'attenzione dette istituzioni e sollecitare gli organi di controllo e di investigazione a fare piena luce sulla vicenda rappresentata -:
se il Ministro dell'interno, alla luce dei nuovi accadimenti sopra esposti, ritenga ancora:
a) che il Governo non debba assumere altra iniziativa se non la vigilanza sul futuro svolgimento degli eventi, in attesa delle determinazioni della magistratura;
b) che non trovi consistenza l'ipotesi di un eventuale intervento di controllo ministeriale, ritenendo anche adesso l'insussistenza assoluta dei necessari presupposti;
quali siano stati gli atti di vigilanza esercitati fino oggi dal ministero dell'interno e dai suoi organi periferici, così come assicurati nella risposta alla precedente interpellanza sopra riferita, atteso che allo stato attuale nulla è dato conoscere sullo stato delle indagini svolte dalla magistratura e dagli organi inquirenti.
(4-07334)

REALACCI. - Al Ministro dell'interno, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio. - Per sapere - premesso che:
sono comparsi questa estate, anche a seguito delle numerose denunce di Legambiente, sulla stampa nazionale e locale e in particolare sui quotidiani la Repubblica edizione di Bari e la Gazzetta del Mezzogiorno diversi articoli che riportano la notizia di rifiuti, anche tossici, sversati in una area di circa 300 ettari tra Altamura e Gravina contenenti ammendati, con una presenza anche di metalli pesanti;
i rilievi realizzati in data 29 agosto 2003 sui campioni di terreno dove sono stati abbandonati i rifiuti, hanno evidenziato allarmanti percentuali di metalli pesanti: cromo venti volte più del massimo consentito, zinco tredici volte, stagno 33 volte e rame 40 volte;
il 4 settembre 2003 il presidente della provincia di Bari, dopo un sopralluogo sui terreni incriminati, ha chiesto un intervento del Presidente della regione Puglia, in qualità di commissario straordinario per le emergenze ambientali;
sempre da notizie apparse sugli organi di stampa si viene a conoscenza che il presidente della regione Puglia avrebbe accusato il Presidente della provincia di Bari di aver concesso autorizzazioni di smaltimento rifiuti con troppa leggerezza;
il 5 settembre la procura di Bari ha disposto il sequestro dei terreni inquinati a Gravina e Altamura;
il rischio di inquinamento della falda, in una zona non a caso sottoposta a vincolo idrogeologico, e dove c'è la presenza del più grande acquedotto rurale d'Europa, è molto forte, inoltre c'è anche il timore che almeno 500 quintali di grano coltivati ad Altamura siano stati contaminati mentre su una partita di 100 quintali, bloccati dalla polizia municipale in un magazzino, si sta procedendo alle analisi;


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questa situazione di incertezza potrebbe avere una forte ripercussione, anche economica, sul modello di agricoltura fortemente legato alla tradizione e alle caratteristiche del territorio murgiano;
come emerge dal Rapporto Ecomafia 2003 di Legambiente, la Puglia è risultata la prima regione italiana nell'ultimo censimento delle discariche abusive pubblicato lo scorso ottobre dal Corpo forestale dello Stato con 599 siti (di cui 440 attivi e 159 non), pari al 12 per cento del totale nazionale, per una superficie totale pari a oltre 3,8 milioni di metri quadrati;
si evidenzia che l'area inquinata ricade all'interno del mai nato Parco nazionale dell'Alta Murgia -:
quali iniziative il ministero dell'interno intenda intraprendere per contrastare in modo concreto ed efficace il fenomeno della criminalità ambientale in Puglia e in particolare la pratica dello smaltimento abusivo delle sostanze tossico nocive;
quali iniziative il ministero dell'ambiente e della tutela del territorio intenda intraprendere per dare un nuovo e forte impulso alla definitiva istituzione del Parco nazionale dell'Alta Murgia con l'approvazione del perimetro e delle misure di salvaguardia provvisorie per favorire lo sviluppo e le attività sostenibili del comprensorio murgiano in modo anche di garantire attraverso il parco una severa e puntuale attività di prevenzione e vigilanza del territorio.
(4-07342)

ZANELLA. - Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
sul giornale «La Nuova Venezia» di giovedì 7 agosto 2003, Giorgio Ballarin, del Movimento Civico di Cavallino-Treporti, solleva un problema con il quale si imbatte la popolazione residente del Comune stesso: il disagio burocratico che obbliga ogni cittadino a recarsi a Burano per un semplice atto di nascita o di matrimonio redatto dal Comune di Venezia prima del 1999 dato che Cavallino-Treporti è un Comune di nuova creazione;
il fatto che il comune di Cavallino-Treporti fosse accorpato a Venezia mantiene di proprietà di quest'ultimo tutti gli atti di stato civile prodotti prima del 1999, data in cui è stato creato come nuovo entità comunale sul territorio italiano;
la legge in materia infatti recita chiaramente e senza deroghe: tutti gli atti anagrafici sono di proprietà del comune di appartenenza del sindaco che li ha firmati -:
se non ritenga il Ministro che si sia di fronte ad una evidente falla legislativa non considerando le situazioni in cui da un Comune se ne creano due come è il caso in oggetto;
se non ritenga che sia necessario intervenire adottando le opportune iniziative normative che consentano di derogare ad una legge che crea notevoli disagi ai cittadini e che invece di snellire le procedure burocratiche le complica ulteriormente.
(4-07352)

BALLAMAN. - Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che:
nella giornata di domenica 20 luglio la statale 251 della Valcellina-Val di Zoldo è stata chiusa al traffico all'altezza del Comune di Barcis (Pordenone) per consentire lo svolgimento di una manifestazione sportiva di triathlon;
il passaggio di tale gara ha provocato l'interruzione per alcune ore della 251, l'unica strada che colleghi la Valcellina alla limitrofa Provincia di Belluno;
la decisione di impedire il transito sulla carreggiata ha provocato proteste a non finire tra i ristoratori e gli esercenti dell'Alta Valcellina (Comuni di Claut, Cimolais e Erto e Casso), rimasti senza


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clienti durante una delle poche domeniche dell'anno in cui in zona si registra il tutto esaurito;
è, infatti, notorio che l'Alta Valcellina risulta un'area ancora economicamente fragile;
gli sforzi dei privati cittadini che hanno investito le loro risorse per un rilancio socio-economico di quest'angolo di montagna sono stati, quindi, doppiamente colpiti e sbeffeggiati dalle improvvise disdette di pranzi, visite guidate e uscite a cavallo;
nell'estate del 2002 il provvedimento in questione ha provocato disagi analoghi a quelli denunciati lo scorso 20 luglio ma è stato inspiegabilmente reiterato per l'annuale edizione del triathlon di Barcis;
gli operatori alberghieri e turistici dell'Alta Valcellina hanno chiesto che la statale 251 non venga più interessata a simili provvedimenti, potenzialmente pericolosi anche dal punto di vista della pubblica incolumità se si pensa che agendo in questo modo si isola gran parte del territorio della valle;
tale istanza appare condivisibile e pienamente legittima, anche alla luce del fatto che manifestazioni e gare sportive di qualsiasi genere possono essere organizzate su uno dei tanti percorsi interni di cui è disseminata la Valcellina;
alcuni di questi ristoratori, la cui clientela è stata impedita dal proseguire lungo la 251 una volta giunta nel centro urbano di Barcis, stanno accarezzando l'idea di tutelarsi nelle competenti sedi giudiziarie per un equo indennizzo dei danni subiti in occasione dell'iniziativa sportiva di domenica 20 luglio;
in ultima analisi, va rilevato come si siano registrati anche altri episodi di disagio (gruppi di pescatori impossibilitati dal far rientro nelle rispettive abitazioni e genitori ai quali è stato di fatto imposto di non visitare i figli che al momento si trovavano nelle colonie estive della zona) -:
se sia o meno sua intenzione emanare precise e vincolanti direttive per scongiurare che la statale 251, l'unica strada di accesso e di uscita dalla Valcellina, venga interessata in futuro da blocchi e interdizioni viarie.
(4-07353)