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CESARE RIZZI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il disegno di legge al nostro esame è molto complesso. Forse è il più complesso fra i numerosi che si sono
succeduti in questi ultimi sette anni per autorizzare l'inizio o la prosecuzione delle missioni di pace che vedono impegnate su vari teatri le Forze armate italiane.
Molti sono gli elementi che concorrono a fare del decreto-legge n. 165 del 2003 un provvedimento più importante di altri. Ne richiameremo di seguito alcuni. Il primo: aggiungendo l'intervento in Iraq a quelli che sono già in corso in Afghanistan e nei Balcani, il disegno di legge al nostro esame porta l'entità del coinvolgimento italiano nel mantenimento della sicurezza internazionale a livelli che non hanno precedenti in questo dopoguerra. Questo sia sotto il profilo delle risorse umane impiegate che sotto il profilo degli oneri da sostenere. Richiameremo di seguito solo due dati, per noi altamente emblematici: con questo provvedimento, è stata ampiamente superata la soglia dei 10 mila uomini schierati all'estero, che diventano 30 mila se si considerano gli avvicendamenti quadrimestrali delle truppe, così come si è oltrepassata la soglia dei 200 miliardi mensili di spese connesse al loro mantenimento. Ci si può chiedere se questa esposizione sia o meno conforme agli interessi del Paese ed alle sue capacità economiche.
La Lega nord ritiene che sia negli interessi dell'Italia concorrere alla piena reintegrazione dell'Iraq nel consesso delle nazioni civili e alla continuazione della campagna contro il terrorismo internazionale. Così come reputa positivo per l'Italia continuare a dare il proprio apporto alla pacificazione dei Balcani ed alla prevenzione degli assalti migratori. Ma forse si sta assistendo ad una moltiplicazione veramente disordinata degli impegni. Che senso ha inviare una manciata di uomini in Africa? Quali ritorni politici assicura questo modello di presenza? Su questo dovremmo un po' tutti riflettere. Perché in presenza di un problema di scarsità di risorse, come quello di cui soffre 1'Italia, gli sforzi vanno concentrati dove serve di più, e non dispersi in mille rivoli.
Il secondo elemento: il decreto prevede una combinazione di interventi umanitari, di polizia e militari, il cui obiettivo almeno in Iraq, è quello di concorrere alla riabilitazione del paese. Si contesta da sinistra lo squilibrio dei costi che occorrerà sostenere, rispettivamente, per il mantenimento in teatro della componente, umanitaria e per quello della componente operativa. Si vuole con questi rilievi implicitamente adombrare il sospetto di un inganno deliberatamente perpetrato dal Governo ai danni del Parlamento. Ed in effetti uno squilibrio c'è davvero, onorevoli colleghi, ma la sua esistenza non deve sorprendere. Ai soldati ed ai carabinieri, infatti, compete di stabilire le condizioni minime di sicurezza entro le quali si deve svolgere 1'intervento umanitario vero e proprio nonché la responsabilità della grande logistica. Funzioni che costano! Questo lo sanno anche i colleghi dell'opposizione che in Commissione hanno fatto appello ai propri trascorsi militari per contestare l'esecutivo, così come lo sanno gli esponenti del mondo delle organizzazioni non governative, forse troppo assuefattesi in passato a pagare pesanti pedaggi ai signori della guerra per comprare in loco con i soldi della gente la sicurezza indispensabile ai propri operatori. L'Iraq è in questo momento un paese difficile, nel quale non si possono mandare allo sbaraglio i volontari della cooperazione privata né le crocerossine.
Il terzo elemento: con il decreto interagiscono innegabilmente importanti elementi del quadro politico-strategico internazionale. L'opposizione ha chiesto lumi sulle regole di ingaggio cui si atterrà il nostro contingente ed ha contestato il transfer of authority operato in favore del comando britannico di settore in Iraq. Si tratta di richieste e rilievi, in questo caso, privi di senso. Per ragioni di sicurezza, infatti, non è certamente possibile rivelare le modalità delle risposte che i militari italiani daranno alle minacce che dovessero eventualmente materializzarsi. Inoltre, non si capisce bene perché sottoporre i nostri ragazzi al comando britannico sarebbe così disdicevole. Nelle aree sottoposte alla loro responsabilità, salvo un paio di incidenti non ancora del tutto chiariti, gli inglesi hanno infatti dimostrato di sapersi muovere bene. L'alternativa erano gli americani o i polacchi, belligeranti contro Saddam esattamente come gli
inglesi, onorevole Violante. Era impossibile pensare di ottenere la piena responsabilità su un intero settore senza aver contribuito alla campagna che ha portato al rovesciamento dell'odioso e certamente non rimpianto regime di Hussein.
Il quarto elemento: il provvedimento contempla innegabilmente missioni in teatri ad alto rischio, che hanno imposto la conferma e l'estensione dell'impopolare decisione di ricorrere all'applicazione del codice penale militare di guerra. Queste circostanze, però, non sono state svelate dal testo del decreto-legge al nostro esame. Erano abbondantemente note, perché il Governo le aveva descritte, tanto in occasione di precedenti decreti, quanto in occasione dei numerosi dibattiti che nell'ultimo anno quest'Assemblea ha dedicato alla vicenda afghana ed a quella irachena.
Concludendo, signor Presidente, onorevoli colleghi, la Lega nord Padania voterà a favore del disegno di legge di conversione del decreto-legge, richiamando tuttavia l'attenzione del Governo sulla necessità di procedere, in futuro, ad una selezione degli impegni e di trovare, contestualmente, una soluzione dignitosa al problema delle coperture finanziarie di questi interventi sempre più costosi.
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