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PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Rizzo. Ne ha facoltà.
MARCO RIZZO. Signor Presidente, onorevoli colleghi interverrò molto brevemente, perché gran parte del dibattito politico è stato svolto anche dai segretari dei partiti in primo luogo da quelli dell'opposizione; desidero ricordare soltanto che questa guerra è ingiusta, che il nostro paese è coinvolto direttamente in un'occupazione militare e che riteniamo opportuno che esso esca al più presto da questa vicenda di estrema gravità. Lo chiediamo ravvisando la necessità di ritirare i nostri soldati dall'Iraq.
PRESIDENTE. Grazie, onorevole Rizzo.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pisicchio. Ne ha facoltà.
Onorevoli colleghi, si voterà da qui a poco!
Prego, onorevole Pisicchio.
PINO PISICCHIO. Signor Presidente, posso tranquillizzare l'Assemblea: non userò il tempo che mi è assegnato; però, mi dovete concedere di dire qualcosa visto che siamo stati ad ascoltare l'interessante dibattito sviluppatosi fino a questo momento.
Non può essere sottaciuta la circostanza che, dalla scorsa primavera ad oggi, qualcosa di non trascurabile è cambiato nella vicenda relativa all'intervento in Iraq.
PINO PISICCHIO. È cambiato a tal punto da indurci a modificare il giudizio
sul ruolo dei nostri militari in quell'area, non solo per l'ambiguità dei documenti che dovevano fornire le prove inoppugnabili della presenza di armi irachene di distruzione di massa, che hanno profondamente scosso la pubblica opinione e che, oggi, sono oggetto di valutazione anche nell'ambito dei Parlamenti americano ed inglese, ma soprattutto perché - è questo l'aspetto drammaticamente significativo del nuovo risvolto assunto dalla vicenda irachena - la condizione in cui le forze dell'alleanza svolgono la loro missione in Iraq è mutata.
A molte settimane dalla dichiarazione formale della guerra, continua a celebrarsi sul territorio una guerriglia, che, come una intifada senza fine, miete quotidianamente vittime anglo-americane. D'altro canto, la stessa posizione delle forze armate alleate in questo contesto rischia di assumere la ragione di un intervento di occupazione.
È in questo contesto, dunque, che sono chiamate a svolgere la loro parte le forze armate italiane? In un contesto che tramuta il loro ruolo da necessario presidio per il ripristino delle condizioni di agibilità civile del paese ad intervento svolto sotto il comando delle forze anglo-americane all'interno di un clima di guerriglia senza requie?
Occorre, allora, fare chiarezza sulla nostra partecipazione, fuori dalla retorica di un pacifismo ideologico ma, anche, con il senso di responsabilità che compete ad un paese democratico, che non manda i propri soldati allo sbaraglio. Noi torniamo a chiedere il pronunciamento degli organismi internazionali su questa missione, pronunciamento che potrebbe riportare nell'alveo dell'azione coordinata e multilaterale un intervento che oggi si muove all'interno di ambiguità, sollevate anche dalle obiezioni del Congresso americano e della Camera inglese. Se le istituzioni internazionali non decidessero per una soluzione di intervento multilaterale in favore di questa missione, allora occorrerebbe richiamare in patria i nostri militari. Assai opportunamente, al riguardo, è stato richiamato, in quest'aula, il ruolo dell'ONU, ruolo ribadito, con l'ordine del giorno da noi firmato insieme al collega Intini e ad altri.
La ragione della presenza dei nostri militari in terra irachena sarebbe, a quel punto, destituita di ogni giustificazione di pace. Per tali ragioni, dunque tenendo fede all'impegno di un'estrema sintesi che mi ero proposto all'inizio del mio intervento, dichiaro che il gruppo Misto-UDEUR-Popolari per l'Europa si asterrà dal partecipare al voto.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Cima. Ne ha facoltà.
LAURA CIMA. Signor Presidente, anch'io sarò velocissima, in quanto il tempo «stringe» e perché noi dell'Ulivo abbiamo già raggiunto un chiarimento, anche tramite i rispettivi presidenti dei relativi partiti e gruppi. Riteniamo un successo il fatto che il Governo sia stato costretto a dover accettare il particolare iter procedurale che si sta seguendo in occasione della presente conversione - che riguarda solo una parte del testo originario del decreto -; al riguardo, voteremo convintamente contro l'approvazione del provvedimento in esame. Faccio mie alcune ragioni delle organizzazioni non governative, che temono per la loro incolumità se i nostri soldati vengono fatti operare in Iraq; anche questo - oltre a tutti gli altri precedentemente ricordati, di ordine più politico-internazionale - è il motivo per cui chiediamo che tornino.
Come si è detto dianzi, la guerra contro l'Iraq e la successiva occupazione del territorio hanno rappresentato un'azione unilaterale ingiustificata, che ha costituito una chiara violazione del diritto internazionale, che non può essere mitigata dal fatto di avere provocato la caduta del regime totalitario. Le potenze occupanti, tra le quali noi, mandando i nostri soldati, ci ascriviamo, hanno istituito una Coalition Provisional Authority per l'amministrazione del paese; istituzione che non è in alcun modo accettata dalla popolazione e che lo stesso Consiglio di sicurezza dell'ONU
chiede di «superare», anche con la risoluzione 1483, cui tanti hanno fatto riferimento per giustificare la missione: la risoluzione, infatti, chiede si provveda a radicare, in tempi rapidi, un Governo iracheno.
Tali sono le premesse di una iniziativa per la cui sottoscrizione le organizzazioni non governative stanno sensibilizzando tutti i cittadini italiani; si sono già raggiunte moltissime firme e il suo contenuto è stato fatto proprio anche da ordini del giorno presentati nei comuni. Quindi, si riportano nelle istituzioni e tra i cittadini le motivazioni forti che hanno portato i Verdi a mantenere la coerenza che hanno dimostrato dall'inizio su tale missione. Al riguardo, verso detta coerenza, i Verdi hanno avuto il piacere di vedere convergere anche le posizioni delle altre forze dello schieramento, forze che, all'inizio, invece, avevano aderito alle ragioni di un Governo che non meritava credibilità.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Deiana. Ne ha facoltà.
ELETTRA DEIANA. Signor Presidente, il nostro è un voto contrario assai netto e assai radicale come è sempre stato sulla guerra in Iraq, accompagnato oggi da una richiesta altrettanto netta affinché il contingente italiano venga richiamato immediatamente in Italia. Il Governo Berlusconi, se n'è capace, si deve impegnare, in sede internazionale, a sperimentare tutte le strade possibili affinché l'ONU sia posta nelle condizioni di assumere il ruolo e la funzione centrale nella ricerca di una soluzione di pacificazione democratica in Iraq a partire, mi rivolgo in particolare al ministro Giovanardi sebbene non sia in questo momento presente in aula, dal ritiro immediato e senza condizioni delle truppe alleate anglo-americane e dalla restituzione all'Iraq della sua piena sovranità ed integrità secondo le richieste avanzate dal segretario generale dell'ONU, Kofi Annan.
Con la missione «Antica Babilonia» il Governo Berlusconi conferma, a nostro giudizio, di voler essere complice della guerra preventiva, nonché di quella di occupazione militare, nonché ancora di quella politico-diplomatica messa in atto dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna attraverso la formazione di un Governo fantoccio in mano degli USA e sotto il comando del proconsole Bremer. Di questo Governo fantoccio fa parte anche un esponente italiano di cui chiediamo l'immediato rientro in Italia.
Signori del Governo, quella vostra è una scelta davvero avventurosa e avventuristica destinata a pesare molto negativamente sul ruolo internazionale del nostro paese, sulla sua autonomia e sulla sua dignità. L'Italia è ridotta visibilmente a ruota di scorta del carro militare anglo-americano; mostra di voler concorrere al business che l'occupazione potrà produrre e reitera la sua complicità al gigantesco castello di bugie, manipolazioni e imbrogli, costruito per giustificare la guerra. A nostro avviso, è veramente incredibile - una patente manifestazione della subalternità di questo Governo alla Casa Bianca - l'assordante silenzio che avete fatto calare dai vostri mass media sullo scandalo che ha colpito l'amministrazione Bush e il Governo inglese nelle ultime settimane proprio a causa di quel castello di bugie.
Bush e Blair sono sotto accusa, nel migliore dei casi accusati di incompetenza, di superficialità, di sbrigatività, nell'aver sostenuto l'esistenza delle armi di distruzione di massa in Iraq e il pericolo incombente di un'invasione irachena nel mondo, ma anche sospettati di aver mentito alla nazione per una causa infame come quella di aver voluto una guerra senza alcuna legittimazione. Roba questa da impeachment negli Stati Uniti d'America; sicuramente roba da crollo della credibilità politica di Bush e Blair come sta, di fatto, avvenendo in quei paesi. Delle stesse cose noi pensiamo che debba essere accusato il Presidente Berlusconi che ha fatto proprie quelle menzogne e, in nome delle stesse, ha condiviso moralmente e politicamente la responsabilità della guerra preventiva in Iraq, prima offrendo strutture di ogni tipo civili e militari, del
nostro paese all'invasione americana, e poi inviando, con ineguagliabile spirito gregario, prima ancora di esserne richiesto ufficialmente, il contingente italiano, forzando anche in senso interventista una mozione della vostra stessa maggioranza subalterna sicuramente, per quanto attiene l'accettazione dell'occupazione anglo-americana di quel paese, ma tutt'altro che chiara e definita sull'accettazione dell'intervento militare.
Tutto il dibattito ha dimostrato, appunto, quanto di ambiguità e di mancanza di trasparenza vi fosse in quella mozione.
Vorrei tornare anche sul castello di bugie e menzogne di cui è intessuta questa storia, affrontandola da un altro punto di vista, che per noi è essenziale. Le bugie, come sappiamo bene, fanno parte integrante della propaganda di guerra: da sempre ne sono un aspetto fondativo e costitutivo, e con particolare violenza ne hanno fatto parte in tutte le guerre della nuova fase imperiale sotto l'egida americana che si è aperta nel mondo dopo il crollo dell'impero sovietico nel 1989. Infatti, le guerre nella ex Jugoslavia, Afghanistan, l'Iraq, ma anche la prima guerra nel Golfo, parlano attraverso le bugie della propaganda di guerra.
Invito i colleghi e le colleghe dell'opposizione, in particolare, a saper rileggere il decennio tragico che abbiamo alle spalle attraverso la decostruzione della propaganda menzognera di guerra. Le bugie, dunque, vanno sempre messe in luce, e di esse va chiesto conto in maniera radicale, sempre, così come stanno facendo sia gli oppositori alla guerra, sia anche gli ex sostenitori della guerra che si rendono conto di quale sia il quadro reale oggi sia in Inghilterra, sia negli Stati Uniti d'America, paesi che, su questo aspetto, ci danno veramente una lezione di democrazia e di coraggio civile.
A nostro avviso, tuttavia, non sono le bugie la causa principale che deve essere messa sotto analisi, e non rappresentano l'elemento principale della nostra opposizione alla guerra. Ci indignano profondamente, ma non vogliamo fermarci ad esse: è la posta in gioco di questa guerra contro l'Iraq che noi mettiamo al centro del nostro giudizio. È per questo che vogliamo sottolineare con forza, a conclusione di questo dibattito sull'Iraq, il drammatico carattere di contiguità costitutiva tra questa guerra e le altre guerre della fase che si è aperta dopo il 1989.
Vogliamo sottolineare, inoltre, come esista una unicità strategica, politica e militare del teatro di guerra tra l'Afghanistan e l'Iraq. Oggi è in gioco, in modo radicale, il riassetto dei rapporti di potere su scala planetaria, come chiaramente è scritto in tutti i documenti ufficiali del Pentagono, in tutte le analisi dei centri studi militari degli Stati Uniti d'America ed in tutte le dichiarazioni programmatiche di «falchi» e «colombe» annidati oggi alla Casa Bianca: l'unilateralismo americano al posto della complessa rete giuridica e istituzionale che, fino a ieri, ha tentato di tenere insieme, il più possibile pacificamente, le relazioni del mondo; la riduzione delle Nazioni Unite a notaio delle decisioni unilaterali degli Stati Uniti e/o ad agenzia umanitaria; il dispiegarsi imperiale degli Stati Uniti in tutte le zone geopoliticamente ed economicamente appetibili sia per il controllo delle risorse, sia per il dominio del mondo.
L'Iraq, da questo punto di vista, segna un vero e proprio salto di qualità in questa strategia. Il consolidamento di questo salto di qualità, di questo dato negativo, dipende da come i paesi del mondo tratteranno e si muoveranno nel terribile dopoguerra che si è aperto, di cui molti colleghi e molte colleghe hanno illustrato gli elementi di estrema complessità e pericolosità: sopportando o meno l'occupazione, accreditando o no il Governo Bremer, accettando o meno il depotenziamento dell'ONU. Dal comportamento e dalle scelte degli Stati della Comunità internazionale e dell'Europa dipenderà, appunto, se la linea strategica perseguita dagli Stati Uniti per affermare un loro dominio unilaterale sul mondo sarà premiata, oppure subirà una battuta d'arresto.
Noi, ovviamente, vogliamo che subisca non solo una battuta d'arresto, ma un passo indietro fondamentale. Per questo
motivo, diciamo «no» e dichiariamo qui il nostro impegno ostinato a che questa strategia venga abbattuta da questo Parlamento e dal nostro paese (Applausi dei deputati dei gruppi di Rifondazione comunista, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e Misto-Comunisti italiani).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Craxi. Ne ha facoltà.
BOBO CRAXI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la presenza dei nostri militari al di fuori dei confini nazionali è per il nostro paese, indubbiamente, una ragione di accresciuto prestigio politico internazionale ed è per le nostre Forze armate un banco di prova straordinario che misura la professionalità dei nostri uomini, l'efficienza e l'efficacia dei nostri mezzi ed il tratto distintivo del nostro popolo capace di trasferire, per il tramite dei suoi uomini in divisa, la propria umanità e i principi di solidarietà presenti nella nostra nazione. Si è sviluppata una presenza massiccia in questi anni perché è accresciuto il ruolo del nostro paese e sono aumentati i fattori di crisi in diverse aree del pianeta.
Ciascuna missione che è stata sottoposta al nostro voto stamane è, tuttavia, il prodotto di scelte politiche differenti, maturate in contesti diversi fra di loro che avrebbero meritato una valutazione parlamentare più approfondita per poter valutare gli esiti politici ed umanitari delle missioni alla luce delle vistose differenze.
Per quanto riguarda l'Iraq, abbiamo sotto gli occhi con evidenza che i rischi paventati all'origine di questa missione si sono puntualmente presentati sotto diverse forme: non è stato posto sotto controllo delle truppe alleate il dittatore di quel regime, si sono moltiplicati gli incidenti con la popolazione civile, è aumentato il numero delle vittime fra i militari e i civili dopo la fase più acuta del conflitto, vi sono problemi di ordine pubblico, di sicurezza ed il clima nel paese è ben al di là da essere considerato un clima favorevole per le truppe occupanti.
In questo contesto, nonostante i nostri sforzi, l'avvio di un processo democratico nella Repubblica dell'Iraq - e cioè il fine di questa missione - non è un lavoro da poco e non può essere il frutto di un'improvvisazione né tanto meno di una lunga occupazione militare degli Stati Uniti. È, al contrario, la conquista di una lenta e paziente costruzione, di un equilibrio in cui non possono che moltiplicarsi i fattori di corresponsabilità delle democrazie occidentali e di alleanza in seno al consesso delle Nazione Unite, al fine di garantire sicurezza, pacificazione e benessere ad una terra martoriata da una lunghissima ma condivisa parentesi del regime di Saddam.
A questo riguardo, è necessaria più un'azione congiunta che la propaganda di una parte ed i fattori di dissenso da parte delle opinioni pubbliche dei paesi che hanno avviato un'azione di guerra unilaterale sono cresciuti parallelamente alla vistosa assenza delle ragioni militari che resero necessario ed urgente l'intervento in Iraq.
Se verranno accresciuti la responsabilità internazionale e l'allargamento ad altri paesi della gestione umanitaria e politica della questione irachena, la storia, probabilmente, sarà in grado di rimuovere i fattori di dubbio che sono emersi dalla mancanza di elementi di prova certi sulla rincorsa all'armamento di Saddam. Ma se così non fosse, si renderebbe più evidente il carattere di illegittimità dell'occupazione di uno Stato sovrano, oggi ancora troppo fragile per ridefinirsi in un'entità statuale libera certamente dai condizionamenti di un regime ma non dalla presenza in armi di contingenti stranieri.
Quello che ci auguriamo è che per l'Iraq si sappia allargare la cornice di legittimazione di una presenza straniera per il raggiungimento del fine che ci si era posti prima della missione fra le numerose voci di dissenso che non sono mancate nel nostro paese come in tutto il continente europeo.
Onorevoli colleghi, la seconda Repubblica ha abbondato nelle missioni militari di contingenti italiani, ma esse non sempre
hanno coinciso con la ripresa dell'autorevolezza del nostro ruolo politico sulla scena internazionale. I rapporti interpersonali non possono sostituire la qualità del ruolo che una nazione nel suo complesso è in grado di sviluppare, non essendo riusciti, in questi anni, a sviluppare e rafforzare una linea di condotta politica in un'area tradizionalmente di nostra influenza come quella mediterranea. Tale relazione politica non può essere occasionale, deve essere costante e crescere innanzitutto nelle aree dove vi sono crisi politiche irrisolte: penso, in particolare, al Medio Oriente.
È questo lo spirito che dovrebbe animare il sostegno a tale missione militare. Essa, certamente, va sostenuta per ragioni nazionali ed internazionali. Tuttavia, non vanno sottaciute le riflessioni politiche che devono essere svolte per non incorrere in errori di valutazione del pressappochismo dei neofiti e per non iscriversi frettolosamente alla guerra dei vincitori che rischiano di trasformarsi in vinti.
Il nuovo ordine mondiale impone o dovrebbe imporre la corresponsabilità internazionale. La presenza italiana dovrebbe essere vista in tale chiave: una presenza politico-militare non subalterna. Invece, al contrario, questo è il rischio che corriamo.
Noi per primi dobbiamo sapere che non può essere altro che questo il ruolo che il nostro paese deve recitare sullo scenario internazionale. Questo pomeriggio sono stati evocati dalla sinistra dell'emiciclo gli orientamenti della nostra politica estera degli anni settanta-ottanta. Credo, e spero, non si tratti di una rievocazione della memoria che abbia un carattere strumentale. Infatti, quella politica, in un contesto certamente diverso, divise e non unì la sinistra italiana. Se, però, vengono messi in campo questi riferimenti significa che si rivelano vistosamente le differenze di impostazione tra quei Governi e questo Governo. È un'impostazione che noi Socialisti, seppur eletti nella Casa delle libertà, non possiamo non rilevare.
Esprimiamo, con senso di responsabilità, un voto favorevole. Manteniamo, nella sostanza, un atteggiamento politico assai critico (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Liberal-democratici, Repubblicani, Nuovo PSI).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Rizzi. Ne ha facoltà.
CESARE RIZZI. Signor Presidente, la Lega nord voterà, ovviamente, a favore del disegno di legge di conversione del decreto-legge richiamando, tuttavia, l'attenzione del Governo sulla necessità di procedere, in futuro, ad una selezione degli impegni e di trovare, contestualmente, una soluzione dignitosa al problema della copertura finanziaria di questi sempre più costosi interventi.
Vorrei rammentare, inoltre, quanto accaduto ieri. È bene ricordare che la caduta dell'impero romano è coincisa con il concedere troppo agli avversari. Mi auguro solo che sia stato un caso, grazie anche alla complicità del Presidente della Camera e di qualcun altro che, a mio avviso, ancora una volta, ha dimostrato di non avere i cosiddetti attributi.
Signor Presidente, mi auguro sia stato solo un caso. Se ciò non fosse, a mio avviso, sarebbe troppo e molto grave (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord Padania).
Chiedo alla Presidenza l'autorizzazione alla pubblicazione in calce al resoconto stenografico della seduta odierna delle mie considerazioni integrative.
PRESIDENTE. La Presidenza la autorizza sulla base dei consueti criteri.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Naro. Ne ha facoltà.
GIUSEPPE NARO. Signor Presidente, dichiaro il voto favorevole dell'UDC e chiedo alla Presidenza l'autorizzazione alla pubblicazione in calce al resoconto stenografico della seduta odierna della mia dichiarazione di voto (Applausi dei deputati
del gruppo dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro (UDC)).
PRESIDENTE. La Presidenza la autorizza sulla base dei consueti criteri.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Molinari. Ne ha facoltà.
GIUSEPPE MOLINARI. Signor Presidente, la battaglia di merito condotta dall'opposizione ha consentito che il decreto-legge venisse disarticolato in maniera tale da rispettare la diversità di materie in esso contenute. Da una parte, vi è la missione in Iraq, che per la prima volta veniva posta all'attenzione della Camera essendo stata votata solo la risoluzione nello scorso mese di aprile; dall'altra, il resto delle missioni sulle quali l'opposizione ha sempre apportato il proprio sostegno e contributo.
Il decreto, così come era stato ipotizzato inizialmente, era un decreto subdolo nel suo complesso, perché tentava di nascondere le ambiguità e il linguaggio doppio del Governo, confondendo le acque e non differenziando il differimento dei termini della missione, per le quali siamo stati sempre d'accordo - come quelle nell'area dei Balcani, nella ex Jugoslavia, in Albania e in Kosovo -, con quella più delicata, che poi assumeva la maggiore rilevanza, costituita dalla missione Antica Babilonia in Iraq.
L'aver separato le questioni è un merito dell'opposizione parlamentare, così com'è da attribuire all'opposizione di centrosinistra il merito della modifica della copertura finanziaria, che ha impedito lo scippo alle popolazioni terremotate del Molise, della Sicilia e del Nord di quanto, con un nostro emendamento (del collega Pinza) al decreto-legge n. 282 del 2002, avevamo conferito a queste aree, cioè i maggiori introiti provenienti dalle famose una tantum, di cui questo Governo è maestro creativo.
Il contesto nel quale cade questo decreto è che il nostro paese ancora non si è dotato di una legge che autorizzi e finanzi le missioni internazionali di pace. Tale provvedimento, che vede l'unanimità di quasi tutti i gruppi parlamentari, giace in Commissione come corpo morto perché, dopo essere approdato in aula in data 18 marzo 2002 e aver avuto il «no» della Commissione bilancio e del Governo per carenze di copertura, è ritornato in Commissione, senza che nessuno del Governo, a parte il presidente Ramponi, evidenziasse la necessità che il paese e le Forze armate si dotino di una legge centrale per il futuro. Oggi, abbiamo complessivamente più di 10 mila militari impegnati all'estero, che portano il nome dell'Italia in contesti difficili, per costruire la pace e per mantenerla. Riteniamo che non si possa procedere ulteriormente attraverso la decretazione d'urgenza. È una pratica umiliante e lesiva della dignità delle nostre Forze armate, che non possono andare avanti di decreto in decreto.
La parte del decreto che è stata trasformata in proposta di legge, infatti, trattava un semplice differimento dei termini e non una proroga, come viene erroneamente detto. Si tratta di un differimento, perché nel momento dell'entrata in vigore le missioni erano già scadute. Il differimento, quindi, si è reso necessario, ma non ritenevamo giusto che fosse ricompreso in un provvedimento che autorizzava per la prima volta il dispiegamento dei nostri militari in Iraq.
Come potevamo considerare un provvedimento di tale rilevanza una routine e non invece qualcosa di più serio, quando, ahimè, avete ricevuto, cari colleghi e signori del Governo, i cittadini che chiedono di non mandare i soldati in Iraq? Pensate davvero che siano i residuati di un pacifismo ideologico o estremista?
Questo ci fa comprendere che esiste una coscienza profonda e radicata, nel nostro paese, che ha considerato ingiusta quella guerra nelle sue motivazioni di fondo, laddove oggi quelle considerazioni vengono rafforzate dai dubbi sulle prove addotte in merito alle armi di distruzione di massa. George Bush cala nei sondaggi di opinione e anche Tony Blair è in forte difficoltà rispetto alla propria pubblica opinione; tutto ciò avviene mentre la guerra non è ancora finita, laddove la
morte dei figli di Saddam Hussein certamente non pone fine all'incertezza e all'instabilità; basti pensare che solo quest'oggi sono morti tre militari americani. In Iraq, quindi, si muore: muoiono i soldati della coalizione angloamericana, in uno stillicidio di quotidiani attentati in ogni parte del paese, dal nord al sud, con obiettivi e ragioni diverse, ma accomunati dall'avversione alla presenza militare occidentale. Dalla fine della guerra sono morti più soldati della coalizione rispetto a quelli morti nei combattimenti, compresi quelli classificati come incidenti. Vi è un'avversione sostanziale alla presenza di inglesi e di americani sul suolo iracheno e fanno rabbrividire le manifestazioni pro Saddam della popolazione, se pensiamo alla violenza sanguinaria di un dittatore che nessuno rimpiange.
Allora, qual è il significato della presenza dei nostri soldati in Iraq? Noi siamo stati i primi a chiedere un corridoio umanitario quando la guerra era ancora in corso e, pertanto, noi siamo stati favorevoli a che le nostre truppe scortassero gli aiuti umanitari. Ma, ecco, che qui subentra l'ambiguità del Governo: è stato il ministro Frattini a parlare di missione umanitaria di fronte al Parlamento, ma poi apprendiamo dai giornali che il capo di stato maggiore, con il suo alter ego inglese, hanno stabilito compiti e ruoli per le nostre Forze armate presenti nel sud dell'Iraq.
Perché le nostre truppe sono lì, mentre la maggior parte degli aiuti si concentra nella zona della capitale? Viene, allora, da sé che il compito delle nostre truppe è diverso e che si configura come un sostegno operativo alle truppe angloamericane nella stabilizzazione della regione: è un elemento espressamente citato nel provvedimento, ma non espresso nella risoluzione che ha avuto il via libera ad aprile.
Non comprendiamo per quale motivo le regole di ingaggio debbano essere stabilite successivamente con un decreto, quando con lo stralcio si poteva affrontare in dettaglio una missione così delicata, sia militarmente sia legislativamente e, aggiungo, costituzionalmente.
Ciò non è stato possibile a causa di una scelta del Governo, il quale non avrebbe dovuto dubitare rispetto alla nostra serietà e alla credibilità di un gruppo come quello della Margherita, DL-l'Ulivo, che ha tenuto fede agli impegni e alla tradizione del nostro paese al servizio della pace.
Abbiamo chiesto ed ottenuto lo stralcio, anche perché voi della maggioranza non eravate convinti della validità di questo articolato. Inizialmente, avevate trovato una copertura che, sicuramente, fa parte del repertorio creativo del ministro Tremonti, ma non si trattava di una soluzione seria.
Come si poteva immaginare, se non con lucida follia, di sottrarre alle zone terremotate della Sicilia e del Molise le risorse per la ricostruzione e per la siccità e destinarle per la missione in Iraq? Adesso, avete trovato una nuova copertura e di ciò non possiamo che essere lieti, anche perché è stata la nostra iniziativa politica a farvi recedere, così come avevate già fatto quando volevate stornare i 300 milioni di euro dalla cooperazione.
Chiedevamo e chiediamo un salto di qualità, in quanto questo problema delle coperture si riproporrà anche tra sei mesi; allora, come vi comporterete? Tra sei mesi toglierete forse le risorse che stanzierete per il nord colpito dalla siccità?
Tutto ciò ci è apparso poco serio nei confronti del paese, dei terremotati e dei militari che più di altri conoscono quali siano i drammi di chi è colpito da un sisma o da una calamità e che mai vorrebbero che i loro soldi risultassero sottratti ai bisognosi.
Il nostro atteggiamento è stato costruttivo e di merito, perché abbiamo a cuore l'onore e il ruolo delle forze militari in Italia, soprattutto quando operando all'estero, portano l'impegno del nostro paese nella costruzione della pace.
Ribadiamo, pertanto, il nostro convinto sostegno alle forze armate impegnate nelle missioni internazionali, che formano oggetto della proposta di legge oggi approvata in sede legislativa, mentre esprimiamo il nostro voto contrario alla missione in Iraq, a causa dell'ambiguità e della poca
chiarezza del decreto, che evidenzia un mutamento sostanziale delle regole di ingaggio per i nostri militari, esponendoli a rischi eccessivi sui quali il Parlamento, nella risoluzione approvata ad aprile, non si era espresso. Per questo il Governo ha tentato un colpo di mano - che non gli è riuscito -, cercando di accreditarsi nei confronti degli Stati Uniti d'America ma, soprattutto, cercando di strumentalizzare il ruolo delle forze armate, che non appartengono alla maggioranza, ma a tutto il paese (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Selva. Ne ha facoltà.
GUSTAVO SELVA. Signor Presidente, come ha potuto notare mi sono spostato leggermente sulla destra in quanto intendo intervenire a nome del gruppo di Alleanza nazionale. Tuttavia, per un minuto soltanto, mi consenta di prendere la parola anche nella veste di presidente della III Commissione al fine di ringraziare i relatori, gli onorevoli Landi di Chiavenna e Santulli, ma soprattutto tutti i colleghi, sia della maggioranza sia dell'opposizione. Certamente, su questo decreto-legge così importante e significativo, i colleghi dell'opposizione che sono intervenuti sono stati più numerosi rispetto al contributo fornito dalla maggioranza, che si riconosce nel testo che stiamo per approvare. Finisce qui il mio intervento come presidente della III Commissione, ringraziando anche tutti i colleghi della Commissione difesa.
A questo punto, intendo svolgere alcune brevi considerazioni con riferimento a quanto affermato dai colleghi dell'opposizione.
Il nostro agire sarebbe intriso di bugie, di segreti e, soprattutto, il testo che stiamo per approvare sarebbe caratterizzato da una totale ed assoluta assenza di legittimità. In particolare, mi riferisco a quella che deriva dall'Organizzazione delle Nazioni Unite che dà legittimità - e su ciò sono totalmente d'accordo - alle operazioni di peacekeeping e di peace enforcing.
Però, quando ci si riferisce soltanto alla risoluzione n. 1438 e si dimentica invece la risoluzione n. 1483, occorre osservare che la risoluzione n. 1483 è del 22 maggio 2003, esattamente un mese e mezzo dopo la decisione assunta dal nostro Governo e approvata dal nostro Parlamento.
Si spiega dunque, credo, la prudenza con cui anche in quella circostanza il ministro degli affari esteri rese le proprie comunicazioni al Parlamento, accentuando in modo particolare l'aspetto umanitario, che resta essenziale, ma non nascondendo affatto la componente militare.
Ma cosa dice esattamente la risoluzione n. 1483? È stato già ricordato dal ministro Giovanardi e dall'onorevole Volontè, ma lasciate, a costo di essere noioso, che ne legga l'estratto essenziale: agendo ai sensi del capitolo VII della Carta dell'ONU - ovvero il documento fondamentale dell'ONU - il Consiglio di Sicurezza rivolge un appello agli Stati membri e alle organizzazioni interessate, affinché assistano il popolo iracheno nei suoi sforzi di riforma delle istituzioni e di ricostruzione, contribuendo alla stabilità e alla sicurezza dell'Iraq, conformemente alla presente risoluzione; esorta gli Stati membri in grado di farlo a rispondere immediatamente agli appelli umanitari dell'ONU e di altre organizzazioni internazionali a favore dell'Iraq, aiutando a soddisfare le esigenze umanitarie e di altro genere, fornendo alimenti, medicine e risorse necessarie alla ricostruzione e al risanamento dell'infrastruttura economica; esorta gli Stati membri a negare accoglienza a quei membri del precedente regime iracheno che sarebbero responsabili di crimini e atrocità e a sostenere le azioni volte ad assicurarli alla giustizia.
Non so come si faccia ad assicurare qualcuno alla giustizia soltanto con gli aiuti umanitari, credo ci voglia probabilmente qualcosa in più. Ci vuole sicuramente quello che mi pare sia stato detto da parte della sinistra: una ricomposizione delle forze di polizia irachene, ma siccome tali forze non esistono ancora, forse è opportuno rivolgersi anche in altre direzioni.
La predetta risoluzione chiede inoltre alle autorità, conformemente alla Carta dell'ONU, di promuovere il benessere del popolo iracheno attraverso l'efficace amministrazione del territorio, ivi incluso l'impegno di adoperarsi per il ripristino delle condizioni di sicurezza e stabilità e per la creazione di condizioni nelle quali il popolo iracheno possa liberamente determinare il proprio futuro politico.
Vorrei che gli onorevoli colleghi della sinistra, che hanno tanto criticato, avessero indicato insieme con le critiche con quali strumenti reali, concreti, pratici, conseguire i predetti obiettivi. Sulle indicazioni di carattere generale, di carattere per così dire lirico, siamo tutti d'accordo; ma siamo anche persone pratiche, che hanno bisogno di sapere se non sia effettivamente necessario per la sicurezza qualcosa in più rispetto agli aiuti umanitari.
Tali aspetti sono stati ricordati dall'onorevole Gerardo Bianco, che ringrazio per la serenità e la problematicità con cui ha posto il problema e, soprattutto, per il grande senso di responsabilità che in occasioni di questo genere si deve dimostrare.
Credo che di fronte a un documento di questo genere che, ripeto, è successivo alle nostre decisioni (Applausi di deputati dei gruppi di Alleanza nazionale e della Lega Nord Padania)...
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, non è gentile fare un applauso per interrompere. Abbiate pazienza, il collega ha diritto di parlare. Credo sia anche comprensibile (Commenti del deputato Luciano Dussin).
GUSTAVO SELVA. Onorevole Dussin, abbia la pazienza di ascoltare. Penso che, tutto sommato, nessuno abbia da insegnare qualcosa ad altri; probabilmente, tutti abbiamo qualcosa da apprendere.
Allora, dico che le posizioni sono due. La prima, che io rispetto, è quella radicale: ritiriamo immediatamente - come è stato detto - le nostre truppe. Poi, c'è l'altra che, pur dando alle nostre truppe, oltre che naturalmente a coloro i quali sono andati lì come genieri, come medici, come ospedalieri, per l'assistenza tecnica, un contributo in modo che possano svolgere la loro missione, contemporaneamente accentua il coinvolgimento dell'ONU. Credo sia questo che il nostro Governo sta facendo. Lo sta facendo con l'incontro che il Presidente del Consiglio ha avuto con il Presidente americano. Lo sta facendo la nostra diplomazia. Lo sta facendo il ministro degli affari esteri. Lo sta facendo il ministro della difesa. Questa è la posizione che illustriamo. Mi rivolgo all'onorevole Violante che parlerà dopo di me. Anche a livello parlamentare, credo sia prova di grande saggezza aiutare il Governo su questa strada. Voi vi siete messi su una posizione di radicale e totale rifiuto, perché pensate che noi siamo dei lacchè degli Stati Uniti d'America. Noi siamo stati delle persone che gli Stati Uniti d'America hanno salutato, quando vennero in Europa a liberare il nostro continente. Siamo stati coloro i quali hanno accettato il contributo del piano Marshall. Siamo stati con loro i fautori della sicurezza che ha determinato la caduta del muro di Berlino. Noi continuiamo ad essere amici degli americani, che vogliono mettere saldamente in mano ai cittadini la loro indipendenza, soprattutto, in questo caso agli iracheni, che, liberati da una dittatura sanguinaria - almeno su questo aggettivo penso saranno d'accordo -, vogliono avviarsi verso la strada della libertà, della giustizia, della democrazia e del progresso sociale.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Violante. Ne ha facoltà.
LUCIANO VIOLANTE. Signor Presidente, devo innanzitutto delle scuse al ministro Martino, perché ieri - mi pare - intervenendo ho criticato la sua assenza. Il ministro Martino mi ha cortesemente spiegato che era occupato in un impegno del suo ufficio. Pertanto, gli chiedo scusa. Capita a volte di sbagliare - credo - a tutti. Grazie, signor ministro.
Vorrei rivolgermi a tutti i colleghi, ma sarò molto rapido. Colleghi deputati e
membri del Governo, spero che, prima o dopo, ci sia la possibilità di avviare una riflessione ed un dibattito serio di politica estera, per capire cosa stia cambiando nelle relazioni internazionali. Non c'è dubbio, infatti, che la guerra in Iraq abbia rappresentato un momento di svolta nelle relazioni internazionali. Spero ce ne sia la possibilità reale. Non è di questo, naturalmente, che intendo parlare qui. La guerra è alle spalle, ma il dopoguerra sta dimostrando, innanzitutto, che l'ipotesi dalla quale la guerra era partita, vale a dire la possibilità di costruire un ordine mondiale retto da una sola potenza, non sussiste. L'unilateralismo non soltanto non è riuscito a costruire la pace ma oggi non riesce neanche a concludere la guerra.
Quanto alle questioni che sono state poste dal collega Selva, nessuno di noi ha detto che siete servi degli Stati Uniti o cose di questo genere. Presidente Selva, l'appello dell'ONU che lei ha citato... Collega Selva, sto parlando con lei. Lei era distratto dall'autorevole collega Ramponi, ci mancherebbe altro. Dicevo che nessuno di noi vi ha rivolto un'accusa di servilismo nei confronti degli Stati Uniti. Presidente Selva, l'appello dell'ONU che lei ha citato è un appello. Mi rivolgo ai colleghi. L'anomalia di questa situazione è che, per la prima volta, belligeranti e ricostruttori sono insieme, nella stessa ottica, e non c'è una netta separazione tra gli uni e gli altri. Vorrei citare alcuni casi, di cui mi ha cortesemente informato il collega Minniti che, come sapete, è il nostro massimo esperto in queste questioni, in quest'aula.
In Kosovo i belligeranti erano della NATO, ma i ricostruttori erano sotto l'egida ONU. In Afghanistan credo che Enduring freedom iniziò con la coalizione dei volenterosi, ma 20 giorni dopo la missione ebbe l'egida ONU. L'ISAF avrà l'11 agosto l'egida NATO e sarà una cosa molto importante perché per la prima volta la NATO opererà fuori teatro in questa funzione. Quindi, intendo dire che è la prima volta che ciò accade e questo dà alla presenza italiana un connotato completamente diverso da quello che dovrebbe avere.
Inoltre, voglio aggiungere un secondo argomento. Tutti quanti noi ci rendiamo conto che, nel momento in cui il senatore americano Biden presenta al Senato americano una risoluzione nella quale chiede che siano le Nazioni Unite o la NATO a prendere in mano quella situazione, nel momento in cui accade che un comitato del Pentagono, mandato lì dal Senato americano a vedere come stanno le cose, ritorna e dice che soltanto una coalizione multilaterale può assicurare la ricostruzione, nel momento in cui un autorevole paese europeo, la Francia, attraverso il ministro degli esteri de Villepin, chiede che ci sia un'iniziativa delle Nazioni Unite, se il Presidente del paese che guida il semestre europeo fa un'operazione del tutto inversa, del tutto rovesciata, mandando lì unilateralmente nostre truppe, parte del nostro esercito, non aiuta, ma isola gli Stati Uniti. Questo vuol dire, sostanzialmente, frenare l'ipotesi di un intervento multilaterale e allontanare nel tempo la possibilità della pacificazione e della ricostruzione di quel territorio, questa è la ragione.
Come vedete, non c'è alcuna accusa di servilismo, anche se non abbiamo apprezzato una serie di atteggiamenti che ha tenuto il Presidente negli Stati Uniti, ma non è questa la questione. La questione è che la scelta è sbagliata, perché allontana nel tempo l'intervento delle Nazioni Unite, perché rende ancora più pericolosa la posizione di inglesi e degli americani, rende pericolosa la nostra posizione, perché, comunque sia, agli occhi delle popolazioni civili siamo accomunati agli occupanti.
LUCIANO VIOLANTE. Colleghi, chi è paese belligerante, chi ha combattuto e chi ha sparato è difficile che venga riconosciuto come ricostruttore, al di là della guerriglia che vi è lì. Qui c'è un punto di fondo: occorre separare le due fasi. Voi non le separate e questo è un errore grave che è stato commesso.
Infine, e qui concludo, noi torneremo a discutere di queste questioni. Devo dire che è stato fatto ieri un accenno un po' demagogico alla questione delle Forze armate. Lì ci sono, mi pare, complessivamente 3000 militari in questa missione. Colleghi, nel documento di programmazione economico-finanziaria che avete presentato non c'è una parola per le Forze armate, non c'è una parola per la difesa. Qual è la vostra idea di forze armate e di difesa? Non ci si può limitare a mandare 3000 uomini a rischiare la vita senza pensare nella legge finanziaria a come ristrutturare il rapporto tra il paese e le Forze armate, perché questo è un punto di fondo. Su questo, già da lunedì, quando affronteremo il DPEF, vi chiamiamo a rispondere, perché non si può fare demagogia su quei 3000 uomini e poi non pensare anche a un modo in cui noi costruiamo un rapporto nuovo, democratico e positivo con le forze armate: non basta mandarle, bisogna anche sostenerle. Questa è la ragione per la quale siamo contrari a questo provvedimento (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Cossiga. Ne ha facoltà.
GIUSEPPE COSSIGA. Signor Presidente, proverò ad essere sintetico, anche per non fare torto ai tanti volenterosi che tra ieri e oggi hanno così ben operato per non farci votare di sabato e di domenica. Quindi, poiché nel merito si è già detto molto, farò soltanto alcune brevi notazioni di carattere politico.
Noi ci avviamo a concludere l'esame di un provvedimento che fa parte di una serie di missioni di pace e di libertà di cui abbiamo discusso in questi giorni. Questa mattina abbiamo già votato una serie di missioni di pace e di libertà. Non ho difficoltà ad annunciare il voto favorevole da parte del gruppo di Forza Italia anche a questo provvedimento, con la stessa serenità con cui abbiamo votato sulle altre missioni, sottolineando il fatto che oggi siamo in aula a votare su quella che di queste missioni ha la maggiore connotazione di missione umanitaria. Questa mattina è stato con grande piacere che in Commissione, in circa due ore e mezzo, abbiamo votato su tante altre missioni e abbiamo visto che, come tradizione, l'opposizione ha voluto articolare la sua posizione: abbiamo visto Rifondazione comunista votare in un modo, i Comunisti italiani votare in un altro, i Verdi in un altro ancora. Abbiamo visto con piacere i Democratici di sinistra votare a favore di Enduring freedom, perlomeno quelli che non hanno voluto esprimere il loro dissenso non partecipando al voto. È con grande piacere, quindi, che abbiamo approvato queste missioni.
Mi fa anche piacere che molti colleghi dell'opposizione abbiano sottolineato che la procedura parlamentare adottata viene vista come una vittoria dell'opposizione, la quale è riuscita ad imporre uno scorporo di una missione totalmente diversa. Sono convinto che rimarrete a votare con noi e, quindi, nei prossimi minuti vedrete questa maggioranza e questo Governo approvare due provvedimenti così come li volevamo prima e li vogliamo adesso. Se questa per voi è una vittoria, ne sono contento.
È stato citato molto spesso l'intervento del ministro Frattini, a volte anche quello del ministro Martino, sempre per tentare di trovare delle contraddizioni all'interno delle posizioni di questo Governo. Io mi riferirò, invece, essenzialmente all'intervento del Presidente Berlusconi, se non erro, del 19 marzo, quando parlò della situazione concernente l'Iraq.
Se vi ricordate, fu detto che l'Italia non avrebbe partecipato a questa guerra perché, come tutti noi sappiamo, l'articolo 11 della Costituzione non ci permette di partecipare ad operazioni belliche in questo contesto. Ora, sull'articolo 11 della Costituzione penso che più o meno siamo tutti d'accordo. Dico più o meno, perché so che i colleghi di Rifondazione vorrebbero articolare meglio la posizione su un intervento armato in assenza di deliberazione ONU, magari soltanto con l'ausilio degli
alleati e magari anche senza l'intervento preventivo del Parlamento. Tuttavia, su questo argomento sono convinto che il presidente D'Alema potrebbe tranquillamente tenere una lezione rispetto a quanto è stato fatto giustamente in Kosovo.
Non abbiamo, pertanto, partecipato alla guerra, ma una cosa va detta: questo Governo e questa maggioranza una scelta di campo l'hanno fatta. La nostra scelta di campo è stata quella di stare vicino ai nostri alleati che hanno combattuto e hanno mandato i loro figli a lottare per la libertà dell'Iraq (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza nazionale) e per sconfiggere un dittatore. In merito a ciò, la maggioranza ritiene opportuno sottolineare la sua posizione.
Ora la guerra, grazie a Dio, è terminata con la vittoria delle forze di libertà, ma si tratta di una fase estremamente complessa; è inutile celare che la vittoria della pace sarà più complessa della vittoria della guerra.
Non abbiamo paura di dire che, in questa fase complessa, l'Italia deve giocare un ruolo ed è per questa ragione che ci accingiamo ad esprimere un voto su tale provvedimento. Questo ruolo deve essere giocato oggi perché il popolo iracheno, l'emergenza la vive oggi e non la vivrà quando l'ONU o chi sa chi avranno deciso. Vive oggi questa emergenza (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia e della Lega nord Padania).
Non abbiamo paura di dire che le nostre truppe opereranno, così come i nostri aiuti umanitari, nel contesto in cui oggi si trova l'Iraq e, quindi, in pieno coordinamento con quei soggetti che, dal punto di vista del diritto internazionale, vengono chiamati potenze di occupazione. Non è un problema; ricordiamoci che nel 1945 gli angloamericani erano le potenze che occupavano la Germania nella quale hanno portato la libertà e la democrazia.
Non bisogna avere paura ad usare i termini: capisco che, per alcuni di voi, il termine forze di occupazione evoca anche il ricordo dei carri armati con la stella rossa, la falce ed il martello che hanno distrutto la democrazia in Polonia e in Germania (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale, dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro e della Lega nord Padania), ma questo è un problema vostro, non il nostro.
È con grande orgoglio che questa maggioranza oggi afferma di appoggiare incondizionatamente questo progetto che permetterà all'Italia di essere oggi, perché oggi serve, in Iraq per servire il popolo iracheno, per permettergli di raggiungere l'indipendenza che non ha avuto sotto un regime sanguinario e la libertà.
Questo è ciò cui teniamo e per cui votiamo. I distinguo e le chiacchiere li lasciamo a voi (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale, dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro e della Lega nord Padania - Congratulazioni - Commenti del deputato Maura Cossutta)!
PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
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