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PRESIDENTE. Riprendiamo l'esame del disegno di legge di conversione n. 4154.
Nessun altro chiedendo di parlare sulle proposte emendative riferite agli articoli del decreto-legge, invito il relatore per la III Commissione ad esprimere il parere delle Commissioni.
GIAN PAOLO LANDI di CHIAVENNA, Relatore per la III Commissione. Signor Presidente, le Commissioni esprimono parere contrario su tutte le proposte emendative riferite all'articolo 1 del decreto-legge, ad esclusione dell'emendamento Calzolaio 1.9, per il quale si propone ai firmatari la seguente riformulazione: sostituire alle parole «tra l'altro» le parole «in particolare». L'emendamento 1.20 delle Commissioni è ritirato, perché è stato già inserito nella proposta di legge testé approvata in sede legislativa.
Le Commissioni esprimono parere favorevole sull'emendamento Minniti 2.10 e raccomandano l'approvazione dell'emendamento 7.10 delle Commissioni. Tutte le altre proposte emendative riferite agli articoli 7 e 8 del decreto-legge sono assorbite o precluse, e pertanto le Commissioni invitano i presentatori al ritiro.
Le Commissioni invitano al ritiro dell'emendamento Ruzzante 15.1, altrimenti il parere è contrario; l'emendamento 18.9 delle Commissioni è invece assorbito dal precedente emendamento 7.10, mentre le restanti proposte emendative sono a nostro avviso assorbite e comunque su di esse il parere è contrario.
PRESIDENTE. Il Governo?
CARLO GIOVANARDI, Ministro per i rapporti con il Parlamento. Signor Presidente, credo che questo Governo, nell'esprimere parere conforme a quello del relatore per la III Commissione, debba, sia pure brevemente, dare qualche risposta ai tanti deputati dell'opposizione che sono intervenuti. Stiamo parlando... (Una voce dai banchi del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo: «Si riapre il dibattito!»)... No, io...
PRESIDENTE. Non credo che possiamo ridurre la presenza del Governo ad un fatto burocratico: penso che sia utile che il Governo esprima la sua opinione, come mi sembra di capire, anche per serietà verso chi è intervenuto.
CARLO GIOVANARDI, Ministro per i rapporti con il Parlamento. Il Governo ha ascoltato pazientemente, per tre ore, una serie di rilievi molto critici e pesanti nei suoi confronti e credo che succintamente debba qualche risposta, se non altro alla cortesia dell'onorevole Gerardo Bianco (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia), che si è rivolto al Governo chiedendo alcune delucidazioni.
Allora, parto dalle Nazioni Unite, ribadendo che questo Governo è impegnato affinché la situazione in Iraq trovi una sistemazione sotto l'egida delle Nazioni Unite.
La nostra diplomazia sta lavorando in quella direzione e speriamo di ottenere risultati utili. Tuttavia, proprio perché crediamo nelle Nazioni Unite, questo decreto-legge corrisponde alla risoluzione 1483 adottata il 22 maggio 2003, con cui le Nazioni Unite hanno chiesto a tutti gli Stati membri (e l'Italia è uno Stato membro) di assistere il popolo iracheno nel riformare le istituzioni, di contribuire a creare le condizioni di stabilità - ecco, onorevole Gerardo Bianco, che ricorre la parola stabilità - e di sicurezza in Iraq e di aiutare a soddisfare le necessità umanitarie e di altra natura.
Tuttavia, di stabilità aveva parlato anche il ministro Frattini in quest'aula il 15 aprile, dicendo sostanzialmente le stesse cose. Mi rivolgo ai tanti intervenuti, anche al generale Angioni e all'onorevole Fioroni che ha accusato questo Governo di essere contraddittorio. Cito testualmente ciò che
il ministro degli affari esteri ha affermato in quest'aula. Egli ha detto: «Ci troviamo in una fase che potremmo definire di stabilizzazione per l'emergenza». Lo ripeto: di stabilizzazione per l'emergenza. «Essa richiederà intese con tutte le forze già presenti sul teatro delle operazioni sia per un assolvimento affidabile dei compiti umanitari sia per assicurare sinergie nei sistemi di trasporto e per coordinarsi, inoltre, con le missioni che saranno inviate a titolo nazionale da altri paesi».
Quindi, questo termine era già stato usato il 15 aprile, quando il Parlamento ha autorizzato la missione e lo stesso è stato poi ribadito dal ministro Martino il 14 maggio, quando ha parlato della permanenza dei problemi di violenza, di attentati, di banditismo, di criminalità, di saccheggio in una situazione nella quale non si poteva lasciare agli iracheni la sindrome del sentirsi abbandonati, del non sentirsi difesi proprio nel momento in cui più forte è l'emergenza umanitaria.
Peraltro, in questo decreto-legge - che è solo di copertura finanziaria - questa terminologia, che è sempre stato usata, è stata tradotta nell'autorizzazione per l'invio di un contingente al fine di garantire le necessarie condizioni di sicurezza per gli interventi umanitari, favorirne la realizzazione e concorrere al processo di stabilizzazione del paese.
Ciò è esattamente quello che le Nazioni Unite chiedono ai paesi membri e, quindi, anche all'Italia; è ciò che le Nazioni Unite chiedono al nostro paese.
Vorrei rivolgermi al generale Angioni non in quanto politico, anche se credo che oggi abbia parlato come politico e non come militare. Infatti, come militare dovrebbe sapere che le direttive non vengono rese pubbliche in Parlamento: sono classificate e, quindi, forse, qualche suo collega glielo potrebbe ricordare. Tuttavia, sono state dette cose inesatte, perché, nel caso dell'operazione in Iraq, la catena di comando per il nostro contingente risale al capo di stato maggiore della difesa italiano, il quale mantiene il comando operativo (assegnato dalla missione nei limiti del mandato ricevuto dall'autorità di Governo e secondo l'indirizzo del Parlamento) e delega al comando divisionale britannico il solo controllo operativo, il controllo delle forze messe a disposizione. Ne consegue che eventuali deroghe per impieghi diversi dalle forze nazionali possono essere autorizzate solo dall'autorità nazionale; quindi, il comando del nostro contingente è italiano.
È stato poi chiesto quale fosse la finalità di tutto ciò. Sto concludendo e mi sembra di essere stato molto chiaro sulla conseguenzialità e sulla coerenza di una linea che comincia il 15 aprile, è stata confermata in maggio e oggi trova la copertura finanziaria. Onorevole Gerardo Bianco, lei ha chiesto quali finalità abbia tutto ciò. Lo scopo è fare tutto ciò che è già stato affermato chiaramente in Parlamento: stabilizzare (questa è la parola usata dalle Nazioni Unite) significa, in questo contesto, inviare professionisti, come abbiamo fatto, in grado di riallestire le vie di comunicazione, gli scali aeroportuali e marittimi, significa impiegare esperti in grado di monitorare la situazione ambientale in termini di rischi chimici e radioattivi, significa bonificare il territorio iracheno dalle migliaia di mine disseminate ovunque, significa, infine, porre in essere la necessaria cornice di sicurezza perché gli aiuti umanitari giungano nei luoghi opportuni e alle persone e ai bambini che ne hanno bisogno in una situazione di dopoguerra che è ancora tumultuosa e caotica.
Questa è la finalità della nostra missione. Allora, mi rivolgo chiaramente ai tanti colleghi che sono intervenuti e ringrazio ancora una volta l'onorevole Gerardo Bianco perché credo sia stato uno dei pochi, se non l'unico, che ha ricordato che prima in Iraq vi era un regime sanguinario. Sicuramente noi, come Governo, non abbiamo alcuna nostalgia né per Saddam Hussein né per le fosse comuni né per gli omicidi di massa né per le terribili violenze di un regime sanguinario che teneva schiavo un intero popolo e che, per fortuna, non esiste più. Stiamo parlando del futuro di libertà e di democrazia di quel paese che vogliamo concorrere a
realizzare attraverso un'operazione che - lo dico per l'ennesima volta - è un'operazione di pace. Gli italiani sono là per ricostruire, per stabilizzare, per portare conforto alle popolazioni. Sono là con i loro ospedali, che pure sono stati contestati con riguardo all'invio della Croce rossa, per curare e guarire centinaia di bambini e di persone. La nostra presenza è gradita ed è stata salutata con soddisfazione dalle stesse popolazioni perché sanno cosa vuol dire un contingente di pace italiano.
Per tali motivazioni rivolgo ancora un appello ai gruppi parlamentari ed ai singoli deputati: non stiamo decidendo l'invio dei nostri militari, ma la copertura finanziaria per consentire ai nostri soldati impegnati in quella missione di operare in termini di sicurezza. È un impegno che questo Parlamento ha preso già il 15 aprile.
Sono d'accordo, ancora una volta, con l'onorevole Gerardo Bianco: sarebbe veramente un disastro per il nostro paese e per i nostri soldati se il Parlamento decidesse di non dare copertura a questa missione e, davanti al mondo, indurre i nostri militari a tornarsene vergognosamente a casa (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale e dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro).
PRESIDENTE. Passiamo all'emendamento Folena 1.1.
PIETRO FOLENA. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PIETRO FOLENA. Signor Presidente, l'emendamento in esame, che propone di sopprimere gli articoli 1, 2, 3, 4 e 6 aveva l'obiettivo di realizzare, nel momento in cui è stato presentato, quello stralcio della missione irachena, gli interventi cosiddetti umanitari in Iraq, rispetto alle altre missioni militari. Questa nostra battaglia era motivata da ragioni di principio in rapporto alle diverse fonti di legittimazione degli interventi all'esame del Parlamento. A nostro modo di vedere, la presenza militare italiana in Iraq è nell'assoluta assenza di un contesto di legalità e di legittimità internazionale. Dunque, il nostro obiettivo era far sì che il Parlamento potesse imboccare strade differenziate. Su alcune missioni militari sotto il mandato delle Nazioni Unite si era creato, infatti, un largo consenso all'interno del Parlamento ed era giusto che il Parlamento le potesse esaminare in quanto tali.
La nostra opinione, malgrado i primi giudizi un po' affrettati nella giornata di ieri, ha finalmente prevalso, ne voglio dare atto alla maggioranza e, soprattutto, a quelle componenti politiche ed istituzionali che hanno permesso di giungere alla soluzione dello stralcio. Qualche ora fa le Commissioni esteri e difesa hanno approvato, in sede legislativa, con un largo consenso comune malgrado l'esistenza di riserve profonde attorno alla missione Enduring Freedom (a cui, ad esempio, chi vi parla è contrario), le missioni che avevano la suddetta legittimazione.
Evidentemente, siamo in una situazione nuova. Esaminiamo il medesimo decreto-legge, ma dalle Commissioni è stato presentato l'emendamento 7.10. Su tale emendamento torneremo, ma non possiamo non esprimere un giudizio favorevole perché questo, cassando sostanzialmente il resto degli articoli dopo il 6, ha determinato quella condizione di separazione in due provvedimenti dell'originario unico decreto-legge.
Queste ragioni mi portano, signor Presidente, a ritirare il mio emendamento 1.1, anche con l'obiettivo - lo voglio qui anticipare e poi ci ritorneremo quando interverremo sugli articoli 1, 2, 3 e 4 (che sono nel decreto gli articoli che si dovrebbero preoccupare dell'intervento umanitario) - di trasformare larga parte del nostro intervento umanitario - penso ad esempio all'opera straordinaria che stanno facendo le organizzazioni non governative a Baghdad ed in altre realtà dell'Iraq (fin qui senza un sostegno aperto da parte del Governo italiano) - da un intervento che oggi è un mix fra intervento umanitario ed intervento militare in un intervento in cui
rilevano l'aspetto umanitario e quello di cooperazione (in conformità alla legge n. 49 sulla cooperazione che stabilisce un'assoluta separazione fra gli interventi di cooperazione e gli interventi di natura militare), in modo tale che questo decreto, con la battaglia emendativa che faremo, possa diventare almeno nei suoi primi quattro articoli (perché altro conto è l'articolo 6) un reale e pieno sostegno, da parte del Parlamento e del nostro paese, a tutti gli interventi umanitari.
Vorrei, infine, dire, confermando il ritiro del mio emendamento 1.1, che la battaglia emendativa fatta dai gruppi dell'opposizione e dal nostro gruppo parlamentare ha ottenuto anche altri due importanti risultati: l'eliminazione dell'ex articolo 5, che prevedeva un incredibile ed inaudito potere della protezione civile all'estero, nella persona del dottor Bertolaso, e un cambiamento della copertura finanziaria, visto che si era deciso di intervenire su quelle maggiori entrate derivanti dai condoni fiscali, che il Parlamento mesi fa aveva deciso di destinare alle zone colpite da calamità naturali (oggi, ad esempio, colpite dalla grave siccità).
Questa battaglia emendativa ha già portato alcuni risultati; voglio auspicare che, in sede di esame degli emendamenti successivi, possano essere accolti gli emendamenti del nostro gruppo e in generale di tutte le opposizioni, soprattutto con riferimento al ruolo delle ONG italiane (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
FRANCO ANGIONI. Chiedo di parlare per una precisazione.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FRANCO ANGIONI. Vorrei ringraziare il ministro Giovanardi per aver tentato di migliorare la mia conoscenza e la mia professionalità militare. Ministro Giovanardi, vorrei dirle che conosco benissimo il significato di comando operativo e di controllo operativo ed è esattamente quello che ho esposto durante il mio intervento! La ringrazio per avermi seguito (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e Misto-Comunisti italiani).
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Avverto che è stata chiesta la votazione nominale mediante procedimento elettronico.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Vertone 1.6, non accettato dalle Commissioni né dal Governo e sul quale la V Commissione (Bilancio) ha espresso parere contrario.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 422
Votanti 269
Astenuti 153
Maggioranza 135
Hanno votato sì 30
Hanno votato no 239).
Prendo atto che l'onorevole Pinotti non è riuscita ad esprimere il proprio voto e che avrebbe voluto astenersi.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Grandi 1.2, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 419
Votanti 405
Astenuti 14
Maggioranza 203
Hanno votato sì 170
Hanno votato no 235).
Passiamo alla votazione dell'emendamento Calzolaio 1.7.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Sereni. Ne ha facoltà.
MARINA SERENI. Questo emendamento in realtà potrebbe definirsi emendamento Mantica, perché ci è stato ispirato a seguito di una corretta illustrazione, fatta dal sottosegretario in Commissione, sulla finalizzazione delle risorse di cui all'articolo 1. Questi 21 milioni di euro, a fronte dei 232 milioni di euro destinati alla componente squisitamente militare di questa missione, sono invece esplicitamente connessi all'intervento di natura umanitaria. La spiegazione del sottosegretario Mantica ci ha segnalato che con questi 21 milioni di euro verranno finanziate anche spese per tecnici dell'ambiente e dei beni culturali e verranno finanziati anche studi di fattibilità: verrà, quindi, finanziata un'iniziativa che a noi appare molto più politico-diplomatica, che non di natura umanitaria.
Pertanto, nell'ambito di questo provvedimento, la spesa destinata alla componente umanitaria, che avevamo capito essere all'origine di questa missione, è decisamente marginale rispetto alle restanti spese che sosterremo per l'iniziativa militare.
Non solo le due componenti, come è stato largamente affermato durante il dibattito, sono slegate tra loro anche fisicamente, ma in realtà soltanto una minima parte di quei 21 milioni di euro sarà destinata a finanziare iniziative direttamente connesse alle condizioni di vita delle popolazioni irachene.
Eppure, l'emergenza umanitaria in Iraq c'è davvero. Qualche settimana fa, abbiamo avuto modo di essere presenti a Bagdad e abbiamo constatato direttamente condizioni di vita difficilissime, in un paese che è stato già fortemente provato dall'embargo e dalle guerre. Quindi, condizioni di vita difficilissime non da oggi e non solo a causa di quest'ultima guerra. Abbiamo visto le conseguenze del collasso di un regime - che tutti abbiamo salutato con soddisfazione -, ma quel collasso ha provocato nuovi e gravi problemi.
I nostri interlocutori iracheni ci chiedono di fare qualcosa subito, perché non c'è tempo. In quelle zone sono presenti molte organizzazioni non governative italiane e si sta svolgendo un importante lavoro da parte delle Nazioni Unite, volto a coordinare gli interventi di assistenza e di riabilitazione.
I nostri interlocutori iracheni ci dicono che migliorare concretamente le condizioni di vita delle popolazioni è una delle condizioni per creare stabilità e sicurezza. Tra noi continua a circolare l'illusione che, per fornire stabilità e sicurezza, sia sufficiente un'iniziativa di natura militare; non è così, c'è bisogno di rafforzare di molto la componente umanitaria.
Dunque, vi proponiamo di porre più attenzione e di prevedere più risorse e più interventi relativi alle condizioni di vita concrete e quotidiane delle popolazioni irachene. L'unilateralismo non ha funzionato nemmeno per far finire la guerra che, come vediamo, purtroppo continua ancora e certamente non funziona per costruire la pace.
Vi chiediamo, anche con l'emendamento Minniti 1.8, di percorrere una strada che riporti tutto nelle mani delle Nazioni Unite: certamente l'azione di stabilizzazione e di messa in sicurezza, ma anche la parte di intervento umanitario. Per realizzare ciò vi chiediamo qualcosa di più delle parole, vi chiediamo di approvare i nostri emendamenti (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Calzolaio 1.7, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 434
Votanti 409
Astenuti 25
Maggioranza 205
Hanno votato sì 173
Hanno votato no 236).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Grandi 1.3, non accettato dalle Commissioni né dal Governo e sul quale la V Commissione (Bilancio) ha espresso parere contrario.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 430
Votanti 410
Astenuti 20
Maggioranza 206
Hanno votato sì 174
Hanno votato no 236).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Minniti 1.8, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 426
Votanti 408
Astenuti 18
Maggioranza 205
Hanno votato sì 165
Hanno votato no 243).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Grandi 1.4, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 434
Votanti 414
Astenuti 20
Maggioranza 208
Hanno votato sì 175
Hanno votato no 239).
Passiamo all'emendamento Calzolaio 1.9.
Chiedo ai presentatori se accettino la riformulazione proposta dal relatore.
ROBERTA PINOTTI. Sì, Presidente, accettiamo la riformulazione.
PRESIDENTE. Sta bene.
Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Calzolaio 1.9, nel testo riformulato, accettato dalle Commissioni e dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera approva (Vedi votazioni).
(Presenti 439
Votanti 423
Astenuti 16
Maggioranza 212
Hanno votato sì 412
Hanno votato no 11).
Passiamo alla votazione dell'emendamento Minniti 1.10.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Calzolaio. Ne ha facoltà.
VALERIO CALZOLAIO. Signor Presidente, rappresentanti del Governo, colleghi, l'articolo 1 inserisce i 21 milioni di euro della missione politico-diplomatica, impropriamente definita umanitaria e di ricostruzione, nel capitolo di bilancio della legge n. 49 del 1987, sulla cooperazione e lo sviluppo.
Probabilmente, quella legge deve essere riformulata e, nella scorsa legislatura, le Commissioni di Camera e Senato se ne sono occupate. Tuttavia, finché tale legge è in vigore, non dovrebbe essere citata nella forma solo per essere contraddetta nella sostanza.
Per tale motivo, con l'emendamento in esame e anche con quelli successivi che propongono un'analoga aggiunta alle altre
lettere del comma 1, dell'articolo 1, proponiamo di aggiungere a tutti gli interventi in Iraq l'esplicito richiamo alle finalità della legge sulla cooperazione.
Infatti, inserire quei 21 milioni di euro nel capitolo di bilancio della legge n. 49 implicherebbe che tali soldi poi debbano essere utilizzati secondo le norme e le procedure contenute nella stessa legge.
Invece, in quella legge non sono comprese le attività umanitarie e di ricostruzione e non è neppure previsto alcun rapporto con le attività militari. Anzi, le organizzazioni non governative che operano a Bagdad e in Iraq da anni, e hanno operato anche nelle scorse settimane e negli scorsi mesi, chiedono esplicitamente che non vi sia alcuna sovrapposizione tra le attività di soccorso e di assistenza propriamente umanitarie e le attività di sicurezza, di ordine pubblico, più generalmente militari. Esse chiedono di separare drasticamente questi due aspetti.
In tal senso, chiediamo che le attività sanitarie e infrastrutturali che il Governo italiano ha iniziato a promuovere in Iraq siano rispettose delle norme e delle procedure previste dalla legge sulla cooperazione allo sviluppo.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pistelli. Ne ha facoltà.
LAPO PISTELLI. Signor Presidente, apprezziamo il fatto che il Governo abbia alla fine acconsentito alla decisione di distinguere tra le missioni oggetto della proposta di legge approvata questa mattina in sede legislativa e l'analisi della missione in Iraq, perché ciò mette il Parlamento in condizione di confrontarsi in modo sereno su un tema rispetto al quale ci eravamo dati dal 15 aprile un appuntamento, anche in modo abbastanza solenne, dal momento che gran parte dell'opposizione aveva deciso di esprimere un'astensione, frutto di un atteggiamento assolutamente costruttivo.
Tale atteggiamento, infatti, poneva tutti noi nella condizione di poter valutare se le parole molto impegnative pronunciate dal ministro degli affari esteri si sarebbero realizzate nelle settimane successive.
Con l'emendamento in esame, e con i molti altri che seguiranno, stiamo cercando di spiegare davanti al paese il dissenso forte sul modo in cui la missione si è evoluta ed è inquadrata dal decreto. La prima questione che intendo richiamare è quella relativa al budget: ci troviamo di fronte a un decreto che stanzia per le attività umanitarie strettamente intese circa 21 milioni e mezzo di euro, e, soprattutto, che stanzia per la protezione delle attività umanitarie medesime 230 milioni di euro. Il rapporto è del 10 per cento: è come se un battaglione partisse per spostare un mattone o per portare una garza.
Già questo spiega come dietro l'etichetta di missione umanitaria sia in realtà prevalente quella finalità di stabilizzazione, come viene chiamata oggi, dell'Iraq dopo il conflitto, che ha largamente prevalso sulle finalità umanitarie. Infatti, vi sono un contrasto e una contraddizione, più volte richiamati nel corso degli interventi di questa mattina, fra le parole pronunciate dal ministro il 15 aprile e la relazione che accompagna il decreto, da un lato, e l'articolo che definisce le finalità del decreto stesso, dall'altro.
Un'ulteriore rapida considerazione: pochi giorni fa, nel corso di un dibattito con il consigliere militare italiano della spedizione in Iraq, mi sono sentito rimproverare con ingenuità ammirevole che il consigliere militare stesso non aveva mai incontrato nel corso del periodo di due mesi trascorso in Iraq, alcuna delle organizzazioni non governative italiane di cui gli parlavo.
E non è un caso: le organizzazioni non governative italiane che operano da diversi mesi in Iraq, infatti, si trovano in un luogo diverso rispetto a quello verso il quale sta andando il contingente militare italiano. Sono presenti in Iraq tra le 50 e le 80 - a seconda della classificazione - organizzazioni non governative italiane, e non da oggi, ma addirittura da prima dello scoppio del conflitto (molte hanno intensificato
l'azione durante e dopo il conflitto stesso) e sappiamo che la maggior parte di esse opera nel sud del paese, a Bassora.
Abbiamo inviato - si tratta del nostro intervento più rilevante - i mezzi per la costruzione di un ospedale a Bagdad (segnalo che a Bagdad il problema è far funzionare gli ospedali che ci sono, non aggiungerne un altro, perché ce ne sono già 40, mentre mancano presidi sanitari sparsi in molte altre parti del paese) ma il contingente militare va a Nassirya: è quindi ovvio che le organizzazioni non governative e il contingente militare non si incontrino, in quanto stanno in due luoghi diversi.
Vorremmo che in questo dibattito, che abbiamo chiesto di focalizzare con attenzione sul merito della questione (ha ragione il presidente Vito, c'è un dissenso sul merito e lo vogliamo evidenziare), non si speculasse e non si utilizzasse quella cattiva retorica fatta di «nostri soldati», «50 gradi all'ombra» e via dicendo, per allontanarsi dal giudizio di merito.
Quei nostri soldati sono, effettivamente di tutti. Sono gli stessi che, magari in ragione dei turni, si sono avvicendati trai i Balcani, il Kosovo e altri scacchieri. Ciò che conta non è l'aggettivo possessivo - se siano nostri, vostri o loro; conta la missione che vanno a perseguire e il titolo di legittimazione con il quale vengono inviati. Anche con questo emendamento vogliamo, in qualche modo, confermare che siamo disponibili a fare la nostra parte - e una parte ancora più rilevante - se si tratta di intervenire sul disagio delle popolazioni. Ma lo facciamo rispettosi delle regole, non invocando aggettivi o cattiva retorica di cui non sentiamo il bisogno, per coprire in realtà una missione di appoggio politico ad un contingente, quello angloamericano, che sta agendo al di fuori del contesto multilaterale che abbiamo più volte richiamato.
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Minniti 1.10, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 425
Votanti 417
Astenuti 8
Maggioranza 209
Hanno votato sì 188
Hanno votato no 229).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Calzolaio 1.11, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 435
Votanti 426
Astenuti 9
Maggioranza 214
Hanno votato sì 189
Hanno votato no 237).
Ognuno voti per sé!
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Grandi 1.5, non accettato dalle Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 436
Votanti 413
Astenuti 23
Maggioranza 207
Hanno votato sì 181
Hanno votato no 232).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Calzolaio 1.12, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 436
Votanti 424
Astenuti 12
Maggioranza 213
Hanno votato sì 191
Hanno votato no 233).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Calzolaio 1.13, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 436
Votanti 424
Astenuti 12
Maggioranza 213
Hanno votato sì 190
Hanno votato no 234).
Passiamo alla votazione del subemendamento Minniti 0.1.20.1.
GIAN PAOLO LANDI di CHIAVENNA, Relatore per la III Commissione. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GIAN PAOLO LANDI di CHIAVENNA, Relatore per la III Commissione. Signor Presidente, contrariamente a quanto precedentemente dichiarato, l'emendamento 1.20 delle Commissioni, cui il subemendamento dell'onorevole Minniti si riferisce, non è ritirato. Vorrei, invece, proporne la riformulazione.
PRESIDENTE. Prego, onorevole Landi di Chiavenna, legga la riformulazione.
GIAN PAOLO LANDI di CHIAVENNA, Relatore per la III Commissione. «Conseguentemente, dopo l'articolo 6, aggiungere il seguente articolo 6-bis. Entro il 31 dicembre di ogni anno i ministri degli affari esteri e della difesa riferiscono al Parlamento sulla realizzazione degli obiettivi fissati, sui risultati raggiunti e sull'efficacia degli interventi effettuati nell'ambito delle operazioni internazionali di cui agli articoli 1 e 6».
PRESIDENTE. Prendo atto che il Governo esprime parere favorevole sulla riformulazione proposta dal relatore.
Prendo atto che, di conseguenza, è riformulato anche il subemendamento Minniti 0.1.20.1, sostituendo alle parole «articolo 7-bis» le parole: «articolo 6-bis».
LUCIANO VIOLANTE. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LUCIANO VIOLANTE. Signor Presidente, intervengo per una precisazione. Mi rivolgo anche al relatore. Credo che questo decreto-legge scada il 31 dicembre. Rischiamo, quindi, di avere la contemporaneità tra la scadenza del decreto-legge e la relazione annuale. Se si potesse anticipare anche soltanto di una ventina di giorni, riusciremmo ad avere la relazione del ministro sulla base della quale c'è il decreto-legge. Non so se sia chiaro. Potremmo fissare la data del 30 novembre, perché altrimenti rischiamo di avere un incrocio tra relazione del ministro e decreto-legge.
PRESIDENTE. Mi sembra che la questione posta richieda una risposta da parte di uno dei relatori o da parte del rappresentante del Governo.
Prego, onorevole Landi di Chiavenna
GIAN PAOLO LANDI di CHIAVENNA, Relatore per la III Commissione. Signor Presidente, l'emendamento dice «entro il 31 dicembre» e non «il 31 dicembre».
Entro il 31 dicembre vuol dire che, evidentemente, sarà il Governo che avrà la sensibilità di riferire alle Camere prima del giorno ultimo e finale.
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sul subemendamento Minniti 0.1.20.1, nel testo modificato, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 438
Votanti 419
Astenuti 19
Maggioranza 210
Hanno votato sì 185
Hanno votato no 234).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 1.20 delle Commissioni, nel testo riformulato, accettato dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera approva (Vedi votazioni).
(Presenti 434
Votanti 432
Astenuti 2
Maggioranza 217
Hanno votato sì 425
Hanno votato no 7).
Avverto che, nell'ambito della serie degli emendamenti a scalare da Folena 1.14 a Folena 1.17, porrò in votazione soltanto il primo e l'ultimo.
Passiamo alla votazione dell'emendamento Folena 1.14.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Crucianelli. Ne ha facoltà.
FAMIANO CRUCIANELLI. Signor Presidente, vorrei dire poche parole, anche perché abbiamo discusso a lungo in sede di discussione sulle linee generali. Capisco che la situazione è difficile. Ma è un emendamento che ha molte virtù al quale sarebbe bene che la stessa maggioranza dedicasse un momento di riflessione. È un emendamento che interviene sulla bandiera di questo decreto-legge, vale a dire sulla carta di presentazione. Non intendo discutere delle contraddizioni. Tuttavia, questo è stato sostanzialmente presentato come un decreto-legge umanitario, relativo ad un intervento di natura umanitaria in Iraq. Allora, con il nostro emendamento interveniamo su questo aspetto, dando un contributo che non contraddice molte delle opzioni che la stessa maggioranza ha portato in questo dibattito. Come voi sapete, ci sono due aspetti molto discutibili di questo intervento umanitario. Il primo è l'aspetto quantitativo, puramente quantitativo. A questo proposito, chiedo all'Assemblea e alla stessa maggioranza se il 10 per cento sull'intero ammontare delle risorse per l'Iraq possa considerarsi come un intervento umanitario sostanzioso. Il secondo riguarda la natura, la qualità di questo intervento.
Il nostro intervento è stato circoscritto praticamente a due grandi obiettivi. Il primo, l'ospedale da campo di Bagdad; il secondo, come ha detto l'onorevole Mantica nel dibattito in Commissione, riguarda i progetti di fattibilità. Voi vi rendete conto che nel secondo caso siamo di fronte a progetti di fattibilità e non ad un intervento di emergenza in una situazione drammatica e nel primo caso parliamo di un ospedale che tutti, dico tutti - ora non abbiamo il tempo, ma in passato mi sono occupato di ospedali in zone di terzo mondo -, ritengono inutile o perlomeno non necessario rispetto ad altri finanziamenti che possono essere destinati a tecnologia, innovazione, formazione, insomma, ad altre finalità.
Pertanto, questo emendamento fa questo tipo di operazione: fornisce risorse perché le Nazioni Unite e chi opera sul campo, come gli organismi non governativi,
possano intervenire per dare sostegno reale. Dico ciò, e qui chiudo, signor Presidente, perché noi sappiamo che le ONG che operano a Bagdad sono circa 40 e che esse sono i veri vettori dell'intervento umanitario. Fra queste 40, sei sono italiane e sono quelle che oggi realmente fanno la cosiddetta assistenza umanitaria. Quindi, con questo emendamento noi diamo queste risorse e chiamiamo in causa l'ONU della quale tutti parlano, mettiamo in campo con più forza le ONG e disinquiniamo il termine umanitario da tutte quelle implicazioni che poco, anzi nulla, hanno a che fare con la parola stessa «umanitaria».
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Folena 1.14, non accettato dalle Commissioni né dal Governo e sul quale la V Commissione (Bilancio) ha espresso parere contrario.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 411
Votanti 396
Astenuti 15
Maggioranza 199
Hanno votato sì 174
Hanno votato no 222).
Passiamo alla votazione dell'emendamento Folena 1.17.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Folena. Ne ha facoltà.
PIETRO FOLENA. Signor Presidente, per le dimensioni dell'intervento, 50 milioni di euro, questo emendamento potrebbe rappresentare - lo voglio dire ai rappresentanti del Governo in aula e ai relatori -, da parte vostra, almeno la volontà di dare un segnale a questo vasto mondo delle organizzazioni non governative, di cui ha parlato poco fa l'onorevole Crucianelli.
Vedete, qui non è una questione di colore politico. Tutto il mondo delle organizzazioni non governative, cattoliche e laiche, qualsiasi sia la loro origine, è estremamente critico nei confronti della commistione fra gli interventi umanitari e quelli militari che attraversa larga parte degli articoli di questo decreto-legge. Come è noto, ad esempio, la Croce rossa internazionale ha richiamato la Croce rossa italiana per il fatto che l'ospedale da campo di cui si è parlato, operando con una presenza militare italiana, rischia di esporre la bandiera della Croce rossa internazionale, in generale, il simbolo della Croce rossa, a quelle ritorsioni tipiche di una zona di guerra: la Croce rossa deve operare al di fuori di ogni collegamento con le parti belligeranti o con quelle che le Nazioni Unite nella risoluzione n. 1483 hanno definito le potenze occupanti. Allora, 50 milioni di euro, una cifra molto limitata, potrebbero però essere il segnale, da parte vostra, della maggioranza e del Governo, per dire che vogliamo dare un sostegno e cominciare un lavoro con quelle organizzazioni non governative che, dal giorno stesso in cui è caduto Saddam Hussein, sono a Bagdad a loro rischio, non hanno avuto nessuna copertura e protezione militare, hanno portato tantissimi aiuti e hanno operato nell'ambito di iniziative decise e finanziate in sede dell'Unione europea: il Parlamento e il Governo italiano diano un segnale in questa direzione.
Io chiedo al relatore di rivedere il suo parere e di accogliere questo emendamento e con questo anche di accogliere quel suggerimento, che poi abbiamo circostanziato in un emendamento successivo, volto a mettere anche nell'organo di coordinamento della nostra presenza in Iraq le rappresentanze delle organizzazioni non governative (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Folena 1.17, non accettato dalle
Commissioni né dal Governo e sul quale la V Commissione (Bilancio) ha espresso parere contrario.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 435
Votanti 421
Astenuti 14
Maggioranza 211
Hanno votato sì 184
Hanno votato no 237).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Vertone 2.8, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 430
Votanti 304
Astenuti 126
Maggioranza 153
Hanno votato sì 67
Hanno votato no 237).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Calzolaio 2.9, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 414
Votanti 399
Astenuti 15
Maggioranza 200
Hanno votato sì 168
Hanno votato no 231).
Passiamo alla votazione dell'emendamento Minniti 2.10.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Calzolaio. Ne ha facoltà.
VALERIO CALZOLAIO. Signor Presidente, con questo emendamento insistiamo sulla necessità di separare le attività di ricostruzione, di aiuto umanitario da quelle di carattere militare e di rapporto politico con gli occupanti. Poiché il Governo dovrà presentare un decreto, mi pare, entro un mese (vi è condivisione dell'emendamento e ringraziamo per questo il Governo e la maggioranza), chiediamo che in quel provvedimento si espliciti la netta distinzione delle attività di coordinamento umanitario da quelle militari. È una richiesta precisa delle decine e decine di ONG italiane, europee ed internazionali che operano da mesi a Bagdad con qualche successo.
Vi sono oltre 50 organizzazioni umanitarie, di cui almeno otto italiane (con 25 italiani e italiane) che hanno numerosi contatti anche con l'autorità provvisoria e che chiedono che venga esclusa, per la loro attività, anche per ragioni di sicurezza e dei possibili rischi che ne potrebbero derivare, la protezione militare; chiedono che sia esplicita la separazione da ogni attività di protezione militare. Questo per noi è un punto importante.
Chiediamo al Governo di valutare se non sia utile che questa separazione emerga con nettezza nel decreto-legge che si dovrà predisporre. Le ONG chiedono che non vi sia questa confusione; la definizione di una missione governativa politico diplomatica serviva proprio a far crescere il carattere effettivamente umanitario. Non vi è organizzazione governativa al mondo che chieda di legare i propri interventi alla sicurezza garantita dai militari. Ovviamente tutte le ONG hanno rapporti con i contingenti militari e vi è anche collaborazione per quanto riguarda i trasporti e l'uso dei mezzi. Tuttavia, un conto è questa collaborazione, un conto è la protezione, l'aiuto che va chiaramente escluso.
Pertanto, anche per ragioni di sicurezza dei civili che operano in Iraq e a Bagdad,
chiediamo al Governo di valutare l'espressione di un voto favorevole su tale emendamento.
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Minniti 2.10, accettato dalle Commissioni e dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera approva (Vedi votazioni).
(Presenti 434
Votanti 430
Astenuti 4
Maggioranza 216
Hanno votato sì 430).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Minniti 2.11, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 426
Votanti 412
Astenuti 14
Maggioranza 207
Hanno votato sì 180
Hanno votato no 232).
Prendo atto che l'onorevole D'Agrò non è riuscito a votare e che avrebbe voluto esprimere un voto contrario.
Passiamo alla votazione dell'emendamento Folena 2.3.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Spini. Ne ha facoltà.
VALDO SPINI. Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, si tratta di un emendamento che, onestamente, potrebbe esser approvato da tutti. Si propone l'indicazione di certi criteri, cui deve attenersi il decreto che il Presidente del Consiglio dei ministri ha il compito di emanare, sulla base dei quali stabilire la composizione dell'organismo di coordinamento della missione (è un missione che, lo ricordo, affronta interventi relativi al settore sanitario e delle infrastrutture, nonché a quelli scolastico e della conservazione del patrimonio culturale).
Secondo il nostro emendamento, il suddetto organismo di coordinamento della missione è presieduto da un rappresentante del Ministero degli affari esteri ed è composto da tre rappresentanti delle organizzazioni non governative italiane, da un rappresentante del Dipartimento della protezione civile, dal comandante del contingente militare in servizio in Iraq, da un rappresentante della Croce rossa italiana e da un esperto in conservazione dei beni culturali.
In altre parole, il Parlamento con questo emendamento non si spoglia del potere di prefigurare questo organismo di coordinamento, ma anzi lo prefigura già oggi con notevoli vantaggi perchè in questo modo molte delle esigenze che noi abbiamo rappresentate, sottolineando e rimarcando le caratteristiche di un intervento italiano in ambito sanitario, umanitario e culturale di ricostruzione possono già trovare le loro espressioni nella composizione stessa dell'organismo di coordinamento. In questo modo si associano queste importanti realtà ad un lavoro di questo genere. Quindi non si tratta di rinviare ad un momento successivo, ma piuttosto di prendere posizione su questo punto. Dal momento che quella composizione che noi prevediamo mi sembra di assoluto buon senso ed istituzionalmente rispecchia le responsabilità in questo campo, chiamando tuttavia a partecipare le organizzazioni non governative per le azioni previste dall'articolo 1 comma 2 (settore sanitario, delle infrastrutture, scolastico e della conservazione del patrimonio culturale), credo che la maggioranza ed il Governo potrebbero esprimere un parere positivo sull'emendamento che ha come primo firmatario l'onorevole Pietro Folena e che mi sembra un emendamento
estremamente meritorio, accentuando in questo modo le caratteristiche positive insite nel nostro intervento.
Con questo animo ed intendimento raccomandiamo all'Assemblea il voto favorevole su un emendamento che intende essere di grande respiro e di principio nell'ambito dell'intervento umanitario che l'Italia vuole predisporre nei confronti della popolazione irachena.
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Folena 2.3, non accettato dalle Commissioni né dal Governo e sul quale la V Commissione (Bilancio) ha espresso parere contrario.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 423
Votanti 421
Astenuti 2
Maggioranza 211
Hanno votato sì 189
Hanno votato no 232).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Grandi 2.4, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 429
Votanti 414
Astenuti 15
Maggioranza 208
Hanno votato sì 179
Hanno votato no 235).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Grandi 2.5, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 429
Votanti 417
Astenuti 12
Maggioranza 209
Hanno votato sì 184
Hanno votato no 233).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Minniti 2.12, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 436
Votanti 420
Astenuti 16
Maggioranza 211
Hanno votato sì 188
Hanno votato no 232).
Ricordo che l'emendamento Grandi 2.6 è stato ritirato.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Grandi 2.7, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 435
Votanti 418
Astenuti 17
Maggioranza 210
Hanno votato sì 182
Hanno votato no 236).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Vertone 3.7, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 434
Votanti 281
Astenuti 153
Maggioranza 141
Hanno votato sì 39
Hanno votato no 242).
Passiamo alla votazione dell'emendamento Folena 3.1.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Bandoli. Ne ha facoltà.
FULVIA BANDOLI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, questo articolo riguarda il regime degli interventi che la missione deve affrontare in Iraq, le cosiddette regole. Vorrei ringraziare il ministro Giovanardi, anche se è al telefono in questo momento, ma glielo perdono perché egli è stato attentissimo in questi giorni; anzi ho avuto il dubbio che dovendo fare le veci di tanti ministri assenti abbia fatto a volte ricorso all'aiuto del suo gemello - non tutti lo sanno, ma lei ha un gemello - per essere così presente in aula come lo è stato in questi giorni.
Una verità elementare è quella che stabilizzare un paese ancora in guerra significa anche predisporsi all'eventualità di azioni armate. Questo dovreste dirlo ai nostri ragazzi che sono in questa missione che non è umanitaria, ma militare perché tra il regime di Saddam Hussein di cui io non ho nessuna nostalgia, non avendolo assolutamente condiviso, e il futuro di democrazia e di pace di cui lei ha parlato, vi è ancora una grande fase di mezzo, che è una guerra che continua anche in queste settimane e nella quale noi andiamo a svolgere un ruolo e la risoluzione che lei ha citato solo in parte, non a caso, parla anche di paesi occupanti. Noi, lo deciderà la storia, quale sarà la definizione che ci spetterà di avere in questo contesto.
Questo articolo riguarda il regime degli interventi: sappiamo che il Governo Berlusconi ha sempre sentito come un compito, lo ha detto in quest'aula molto chiaramente, quello di partecipare alla ricostruzione dell'Iraq.
Ci sono opere da realizzare, possibili appalti, tante cose da ricostruire, purtroppo, perché la guerra ne ha distrutte tante e sappiamo anche che, tra le tante cose pregevoli che le nostre imprese e i Governi precedenti hanno fatto, anche in altri paesi, a volte - non sempre, ma a volte - si sono privilegiati gli interessi delle imprese piuttosto che quelli dei paesi riceventi.
Ebbene, con questo emendamento noi vogliamo che si rispettino le procedure, che vi sia trasparenza nel regime degli appalti, che non vi siano deroghe o eccezioni e che le gare d'appalto si svolgano secondo la normativa. Dobbiamo realizzare opere utili e prioritarie, non dobbiamo fare affari, vorremmo che fosse chiaro. Anche il parere della VIII Commissione, che è allegato al provvedimento, esprime una certa preoccupazione rispetto a questi elementi, quindi noi ci augureremmo che questo emendamento venisse accolto (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Folena 3.1, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 444
Votanti 426
Astenuti 18
Maggioranza 214
Hanno votato sì 186
Hanno votato no 240).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Folena 3.2, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 428
Votanti 406
Astenuti 22
Maggioranza 204
Hanno votato sì 171
Hanno votato no 235).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Melandri 3.3, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 429
Votanti 399
Astenuti 30
Maggioranza 200
Hanno votato sì 166
Hanno votato no 233).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Folena 3.4, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 442
Votanti 425
Astenuti 17
Maggioranza 213
Hanno votato sì 183
Hanno votato no 242).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Folena 3.5, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 440
Votanti 424
Astenuti 16
Maggioranza 213
Hanno votato sì 186
Hanno votato no 238).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Folena 3.6, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 442
Votanti 420
Astenuti 22
Maggioranza 211
Hanno votato sì 183
Hanno votato no 237).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Ruzzante 3.8, non accettato dalle Commissioni né dal Governo e sul quale la V Commissione (Bilancio) ha espresso parere contrario.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 443
Votanti 415
Astenuti 28
Maggioranza 208
Hanno votato sì 177
Hanno votato no 238).
Prendo atto che l'onorevole Mondello non è riuscita a votare.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Vertone 4.1, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 447
Votanti 433
Astenuti 14
Maggioranza 217
Hanno votato sì 33
Hanno votato no 400).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Ruzzante 4.2, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 440
Votanti 420
Astenuti 20
Maggioranza 211
Hanno votato sì 182
Hanno votato no 238).
Prendo atto che gli onorevoli Falanga e Mondello non sono riusciti a votare.
Passiamo alla votazione dell'emendamento Minniti 6.1.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole D'Alema. Ne ha facoltà.
MASSIMO D'ALEMA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, questo emendamento assume un evidente carattere generale e mi consente di spiegare le ragioni per le quali noi riteniamo che l'invio di un contingente militare del nostro paese in Iraq, con le modalità con cui oggi questo viene proposto, sia un errore, essendo la prima volta nella storia dell'Italia repubblicana che un contingente delle nostre Forze armate occupa un paese straniero senza un mandato delle Nazioni Unite, senza una decisione della NATO, senza una decisione dell'Unione europea, cioè totalmente al di fuori delle decisioni degli organismi multilaterali di cui l'Italia fa parte e ai quali abbiamo legato la nostra politica internazionale.
Vorrei aggiungere che, proprio nel momento in cui da parte di diversi paesi europei si esercita una pressione per arrivare ad una risoluzione del Consiglio di Sicurezza tale da mutare la situazione in Iraq e da riportare la transizione irachena entro il quadro di una piena legittimità internazionale, la decisione italiana indebolisce questa pressione, perché dimostra che gli Stati Uniti possono ottenere solidarietà anche al di fuori di un quadro multilaterale e al di fuori di una piena responsabilità delle Nazioni Unite.
LUIGI RAMPONI. Ma chi l'ha detto?
MASSIMO D'ALEMA. Credo che questo modo di procedere non aiuti la stabilizzazione dell'Iraq e l'opinione che mi sono fatto, avendo anche visitato quel paese, incontrato le forze politiche e i rappresentanti dell'autorità militare alleata, è che la stabilizzazione dell'Iraq sia legata a due scelte politiche. La prima scelta politica è ricondurre la transizione sotto l'autorità delle Nazioni Unite, superando la condizione di un paese militarmente occupato, nel quale una parte non piccola della popolazione avverte la presenza militare anglo-americana come presenza di occupazione (anche una parte di quei gruppi politici e religiosi che hanno combattuto contro Saddam Hussein).
La seconda questione riguarda la crescita dell'autorità irachena, l'affermarsi di un'autorità irachena che prenda nelle sue mani progressivamente il destino di quel paese, compresa la sicurezza. Infatti, è assai difficile garantire la sicurezza nelle aree urbane in un paese attraverso l'azione di un esercito scarsamente preparato a gestire i problemi della sicurezza. C'è bisogno di una forza di polizia che non
può che avere un carattere nazionale e che non può che dipendere da un'autorità nazionale.
Dunque, queste due fondamentali scelte politiche, necessarie per garantire la stabilizzazione del paese, sono, non aiutate, ma ostacolate dal perdurare di una situazione di occupazione militare e di comando affidato all'autorità militare alleata.
Questa posizione politica non può, in alcun modo, essere confusa - voglio sottolinearlo - con la necessità che tutti avvertiamo di una piena solidarietà con le nostre Forze armate. Ho avuto occasione, a Bagdad, di prendere contatto con i funzionari civili e militari italiani che sono lì per preparare la missione. Alcuni li conosco. So che si tratta di diplomatici o di ufficiali di grandissimo valore e ho piena fiducia che le nostre Forze armate, pur costrette ad operare in un quadro sbagliato ed impegnativo, sapranno svolgere i loro compiti con quel senso del dovere e con quelle capacità che hanno dimostrato in tutte le missioni internazionali.
Vorrei aggiungere che mi sono adoperato per favorire un contatto tra i rappresentanti italiani ed i rappresentanti politici e religiosi di gruppi che hanno una particolare forza nell'area nella quale saranno dispiegati i nostri militari, perché penso che questi contatti saranno utili a creare il contesto più favorevole perché la missione possa svolgersi in un quadro di sicurezza.
Voglio ribadirlo perché, al di là di polemiche che, talora, assumono un carattere rozzo e strumentale, l'essere in fermo dissenso con il Governo non ci impedisce, in alcun momento, di operare al servizio del paese (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo, Misto-Comunisti italiani, Misto-Socialisti democratici italiani e Misto-Verdi-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Minniti 6.1, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 433
Votanti 431
Astenuti 2
Maggioranza 216
Hanno votato sì 199
Hanno votato no 232).
Prendo atto che l'onorevole Falanga non è riuscito ad esprimere il proprio voto.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sugli identici emendamenti Molinari 6.3 e Vertone 6.4, non accettati dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 436
Votanti 423
Astenuti 13
Maggioranza 212
Hanno votato sì 191
Hanno votato no 232).
Prendo atto che l'onorevole Falanga non è riuscito ad esprimere il proprio voto.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Minniti 6.5, non accettato dalle Commissioni né dal Governo e sul quale la V Commissione (Bilancio) ha espresso parere contrario.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 433
Votanti 415
Astenuti 18
Maggioranza 208
Hanno votato sì 180
Hanno votato no 235).
Prendo atto che l'onorevole Falanga non è riuscito ad esprimere il proprio voto.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Minniti 6.15, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 442
Votanti 411
Astenuti 31
Maggioranza 206
Hanno votato sì 175
Hanno votato no 236).
Prendo atto che l'onorevole Falanga non è riuscito ad esprimere il proprio voto.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Minniti 6.11, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 437
Votanti 430
Astenuti 7
Maggioranza 216
Hanno votato sì 185
Hanno votato no 245).
Prendo atto che l'onorevole Falanga non è riuscito ad esprimere il proprio voto.
Prendo atto, altresì, che gli onorevoli Vendola, Giordano, Mascia, Deiana e Titti De Simone avrebbero voluto esprimere un voto contrario.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Molinari 6.12, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 438
Votanti 420
Astenuti 18
Maggioranza 211
Hanno votato sì 178
Hanno votato no 242).
Prendo atto che l'onorevole Falanga non è riuscito ad esprimere il proprio voto.
Passiamo alla votazione dell'emendamento Grandi 6.13.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pistelli. Ne ha facoltà.
LAPO PISTELLI. Signor Presidente, desideravo intervenire sull'emendamento Molinari 6.12 anche per un omaggio ai firmatari dell'emendamento che condivido.
Questa mattina, con il consueto stile oxfordiano, un quotidiano, se non sbaglio Libero, titola su una sua pagina: la sinistra non vuole pagare gli stipendi ai soldati di Bagdad.
Credo non faccia onore ad un giornale, le cui opinioni evidentemente rispetto e tutti rispettiamo, impostare il dibattito che abbiamo affrontato ieri e oggi in Commissione e in aula con questo tipo di linguaggio e di metodologia.
In un precedente intervento avevo osservato - e rimarco ancora l'argomento - che questo tema e la presenza dei militari italiani all'estero non meritano, proprio per l'impegnativo sforzo che i militari stanno svolgendo in quello scacchiere, la retorica di 50 gradi all'ombra, alla quale si potrebbe rispondere con i 10 gradi sotto
zero delle montagne dei Balcani d'inverno. Questo dà il via ad un circuito di cui nessuno sente il bisogno.
Veda, signor Presidente, i soldati non fanno politica, ma seguono le decisioni della politica. Per questo, è opportuno non rovesciare, in questo dibattito, i termini della questione: i soldati non sono là per loro scelta, ma la missione, la legittimazione, le regole di ingaggio, la localizzazione sono pertinenza della politica.
Noi non ci vorremmo sottrarre alla trattazione di un tema che, in questi giorni, è stato ripreso da molti osservatori, analisti e politici, ed anche da protagonisti della politica italiana ed europea, ovvero che non dobbiamo lasciare soli gli Stati Uniti. È vero: io credo che l'ordine mondiale non faccia un solo passo avanti se noi tutti non ci assumiamo le nostre responsabilità, riconducibili alla seguente: come evitare una gestione del mondo unipolare ed unilaterale senza allontanarci dalle sedi decisionali, bensì contribuendo, in quelle sedi, e facendoci carico delle nostre responsabilità.
Ci sono due modi per non lasciare soli gli Stati Uniti (io dico, in generale, le forze di occupazione in Iraq): quello di seguirli ovunque vadano, perché questo dovrebbe - come dire? - colmare il deficit, di solitudine o di compagnia a seconda del punto dal quale si guardi alla questione, di chi ha assunto unilateralmente un'iniziativa ovvero quello di sforzarsi politicamente di riportare le amministrazioni di quei paesi all'interno di un quadro multilaterale garantito dalla legalità internazionale. Noi vorremmo fare questa seconda cosa. Credo che nessuno di noi, in quest'aula, soprattutto l'opposizione, speculi sulle difficoltà, grandi o piccole, che le amministrazioni che hanno sostenuto l'intervento in Iraq stanno affrontando. Tuttavia, credo che tutti noi dobbiamo ricavare da ciò che sta avvenendo in quei paesi una grande lezione, la quale dice che una leadership può sbagliare, ma non può mentire al proprio paese, che una leadership può ingaggiare una battaglia e può sbagliarla, ma che si rompe il principio di rappresentanza e di fiducia tra eletti ed elettori quando si mente sulle reali intenzioni o sulle reali motivazioni che hanno spinto ad assumere una decisione.
Allora, vi sono molte critiche, in America, in Inghilterra o in altri paesi, sulle motivazioni che hanno spinto all'intervento in Iraq; noi non vogliamo ritornare su questo, ma oggi che le difficoltà si manifestano, oggi che il dibattito è finalmente libero dal problema Saddam Hussein o dalla possibilità che quel Governo torni in auge a Bagdad, dobbiamo tutti sforzarci di riportare dentro le sedi multilaterali, assistite dal principio di legalità internazionale, il quadro di quell'intervento.
Il nostro Governo, il nostro Presidente del Consiglio, ha, oggi, una responsabilità in più perché non parla soltanto a titolo nazionale, ma anche a nome del più complicato e articolato quadro europeo che deve presiedere fino al 31 dicembre. Noi invitiamo ancora una volta il Governo e la maggioranza ad adoperarsi con atti concreti ed a compiere ogni sforzo per ritornare all'interno di quel quadro. È ciò che non soltanto serve a chi sta in Iraq, a chi combatte in Iraq, a chi stabilizza l'Iraq, ma serve ad evitare nuovi Iraq, nuove saponette, nuovi scivoloni, nuovi effetti domino che ci darebbero non un di più di ordine mondiale, ma sicuramente un di più di disordine mondiale di cui nessuno avverte il bisogno (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo)!
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Grandi 6.13, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 427
Votanti 415
Astenuti 12
Maggioranza 208
Hanno votato sì 188
Hanno votato no 227).
Passiamo alla votazione dell'emendamento Folena 6.14.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mussi. Ne ha facoltà.
FABIO MUSSI. Onorevoli colleghi, vi chiedo pochissimi minuti di cortesia e richiamo la vostra attenzione su un punto che riteniamo importante.
L'invio del contingente militare italiano in Iraq è, a nostro giudizio, un errore. Su questo condivido pienamente le ineccepibili parole spese, poco fa, dall'onorevole D'Alema. Tuttavia, anche nel commettere un errore si possono introdurre fattori di cautela politica che possono essere preziosi per il futuro, per quello prossimo e per quello più lontano.
Dice questo emendamento: «Tale contingente opera autonomamente dalle forze armate dei Paesi occupanti di cui alla risoluzione 1483 del consiglio di sicurezza dell'ONU fino all'istituzione di una missione militare di sicurezza autorizzata dalle Nazioni Unite».
Le potenze occupanti, secondo la definizione della risoluzione delle Nazioni Unite, stanno incontrando enormi difficoltà: difficoltà militari, in quanto è in corso, in Iraq, una guerra di guerriglia, a bassa intensità drammatica, ma di cui ancora non si scorge la fine; difficoltà politiche, perché l'istituzione del Consiglio governativo provvisorio, tuttavia sotto il superiore comando del governatore americano, ancora non ha aperto un autentico spiraglio sul futuro democratico di quel paese; infine - bisogna aggiungere -, difficoltà finanziarie, in quanto l'impresa irachena sta costando, ad esempio agli Stati Uniti, 4 miliardi di dollari al mese. Siamo nella forchetta massima del range previsto all'inizio della guerra da tutti gli analisti, americani e del resto del mondo. Ora, le forze schierate sono queste: sono presenti, sul territorio iracheno, truppe di 19 paesi: 147 mila, sono gli americani; 13 mila, sono i soldati di altri paesi; di questi ultimi, quando sarà completato il dispiegamento previsto da questo decreto, tremila saranno italiani.
Ebbene, in quale quadro ciò avviene? È questa, infatti, la questione che stiamo dibattendo sin dall'inizio. Onorevoli colleghi, quando, il 15 aprile, il ministro Frattini intervenne in Assemblea, disse: «convogliare il contributo di aiuto umanitario italiano di oggi» - e si è visto che non si tratta di semplice aiuto umanitario - « verso nuovi schemi concordati in ambito collettivo». Quali sono questi schemi concordati in ambito collettivo? Naturalmente, l'ambito collettivo non può essere il country club del Texas, dove si sono incontrati il Presidente americano ed il Presidente italiano.
Ministro Giovanardi, lei, poc'anzi, ha riferito che l'Italia si sta adoperando, attraverso tutti i canali politici e diplomatici, perché la crisi possa essere rimessa nelle mani dell'ONU. È una dichiarazione - le assicuro - che apprezzo grandemente; ora, nella conferenza stampa rilasciata alla fine dell'incontro texano, di fronte ad una precisa domanda dei giornalisti presenti, il Presidente Bush ha totalmente glissato sulla questione dell'ONU, invocando semplicemente l'invio di soldati da parte dei «paesi amici». I «paesi amici» non sono un organismo internazionale che sia titolare della legalità; il Presidente Berlusconi, al riguardo, non ha detto una sola parola, una sola parola (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo)!
CARLO GIOVANARDI, Ministro per i rapporti con il Parlamento. Noi siamo il Governo italiano, non quello americano!
FABIO MUSSI. Perciò, io prendo per buone le sue, ma avremmo voluto sentire quelle del Presidente del Consiglio. Il quadro di cui all'intervento del ministro Frattini, è semplicemente, ministro Giovanardi, l'associazione del contingente italiano alle forze occupanti presenti. Ma è pericoloso, per gli sviluppi della situazione irachena e, anche, per il ruolo mondiale del nostro paese (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Onorevole, la invito a concludere.
FABIO MUSSI. Per questo, raccomandiamo l'approvazione di questo emendamento, che appronterebbe, certo, una garanzia a tale riguardo.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Monaco. Ne ha facoltà.
FRANCESCO MONACO. Signor Presidente, i nostri colleghi, nelle Commissioni riunite in sede legislativa e in Assemblea, hanno illustrato egregiamente la nostra posizione, che è nel senso di distinguere con cura le questioni ed il giudizio, rispettivamente, su questa missione e sulle altre. Abbiamo fatto ricorso, come lei sa, signor Presidente, a tutti gli strumenti parlamentari - la richiesta di stralcio, gli emendamenti, gli ordini del giorno - per poter distinguere, anche con il voto, i motivi del nostro consenso sulle altre missioni da quelli del dissenso su questa. Ci siamo riusciti - Presidente, mi piace dargliene pubblicamente atto - anche grazie alla sua sensibilità, che ci ha dato modo di esprimere un voto in verità; un voto che - lungi dall'essere indecifrabile, in ipotesi anche per noi stessi - suonasse: sì, sì; no, no.
Ci guidano due principi o due criteri: quello dell'amore per la pace, e quello della coerenza e del senso di responsabilità in un quadro davvero multipolare. È l'amore per la pace e la conformità ai nostri principi costituzionali che ci prescrivono di confermare anzi, alla luce degli sviluppi recenti, di rafforzare le nostre riserve sulla missione in Iraq. Abbiamo dissentito formalmente su quella guerra deliberata e condotta unilateralmente in spregio alla legalità internazionale e sulla base di motivazioni che si rivelano ogni giorno di più pretestuose. Avevamo sospeso il giudizio sulla missione italiana in attesa di chiarimenti sulla natura di essa, sulle regole di ingaggio e sulla catena di comando. Non solo quei chiarimenti non sono intervenuti - non ve n'è traccia nel decreto-legge - ma tutto semmai concorre a farci ritenere che, come sospettavamo, il nostro intervento si risolve nel segno di una subalterna e tardiva partecipazione ad un'occupazione militare priva di un mandato ONU e impantanata entro una palude di un conflitto endemico e senza sbocchi, come ahimè documentano ancora oggi le quotidiane notizie di morti tra i militari e i civili.
Per converso, la coerenza e il senso di responsabilità, ispirati al principio del multipolarismo, ci hanno imposto di confermare il nostro sostegno alle altre missioni di pace - ripeto, di pace - che sono parte integrante e indeclinabile dei doveri di una comunità internazionale, e dell'Italia in essa. Missioni intendo che per davvero corrispondano allo scopo di ripristinare o di mantenere la pace. È sempre l'amore per la pace che ispira e fonda le missioni a cui abbiamo dato il nostro consenso; una pace da mantenere, da stabilizzare, talvolta da imporre mettendosi in mezzo ai contendenti. Un dovere irrinunciabile - lo ripeto - per una comunità internazionale responsabile che non assista con colpevole indifferenza a guerre, stupri e genocidi.
L'articolo 11 della nostra Costituzione, che ci è così caro, fissa certo il principio per il quale la Repubblica ripudia la guerra ma, e questo testimonia la lungimiranza di quell'articolo, fissa anche la disponibilità e l'impegno della Repubblica a sostenere, partecipandovi attivamente, quelle organizzazioni internazionali che si adoperano per la sicurezza, per la giustizia e per la pace; conferendo a tali organizzazioni, non quindi ad altri, un pezzo della nostra sovranità.
Se non vogliamo che la nostra intransigente opposizione all'unilateralismo e la miope e cruda visione che ne dà l'amministrazione Bush con la sua teoria della guerra preventiva non si risolva in testimonianza sterile, se cioè il multilateralismo intendiamo praticarlo in concreto e non solo a parole, dobbiamo impegnarci di più, e non di meno, nelle missioni internazionali, però, in quelle missioni giuste;
quelle cioè internazionalmente autorizzate, garantite e gestite, non quindi le altre missioni.
Vi sono le organizzazioni internazionali a cominciare dall'ONU, dalla NATO, dall'Unione europea; certo vorremmo sempre più che l'Unione europea fosse attore globale entro un ordine mondiale davvero multipolare di cui, chi, se non l'Unione europea, rappresenta germe e principio. E anche la missione della NATO è giustamente oggetto di revisione e di adeguamento, ma sarebbe irresponsabile misconoscere la funzione. Basti pensare alla teoria, avanzata e praticata in alternativa, di alleanze militari a geometria variabile stabilite unilateralmente dal paese militarmente più forte.
PRESIDENTE. Onorevole, si avvii a concludere.
FRANCESCO MONACO. Concludo, Presidente. Ecco perché voteremo contro questo provvedimento dopo avere votato a favore degli altri provvedimenti relativi ad altre missioni. Sia chiaro: massima è la nostra vicinanza e il nostro sostegno ai militari e ai civili italiani impegnati in tutte le difficili missioni effettuate in nome della pace; dico ciò perché la pace è un bene grande, ma talvolta esso è traguardo difficile da conquistare. E noi non possiamo lavarcene le mani né lasciarla all'attivismo interventista di chi coltiva altri disegni che con la pace hanno poco a che vedere (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Intini. Ne ha facoltà.
UGO INTINI. Signor Presidente, noi ci stiamo astenendo sui singoli articoli e sugli emendamenti e ci asterremo anche nel voto finale; spiegheremo con un ordine del giorno, firmato dai parlamentari dei Socialisti democratici italiani e dell'UDEUR-Popolari per l'Europa, le ragioni della nostra opposizione.
Voglio illustrarla brevemente.
L'opposizione questa volta non è profondamente divisa sulla politica estera. Le due sinistre presenti in questo Parlamento non parlano un linguaggio inconciliabile: infatti, la sinistra radicale esprime molte critiche giuste; la sinistra pragmatica e di governo le condivide in gran parte, ma sente, nel contempo, il dovere di indicare un percorso diplomatico realisticamente percorribile.
Il percorso parte da poche premesse oggettive. La guerra è stata giustificata formalmente solo dalla presenza di armi di distruzione di massa, che tuttavia non si trovano; la produzione di petrolio in Iraq non è aumentata, anzi, manca la benzina e manca anche l'acqua. Forse in futuro si dirà che è stata portata la libertà al popolo iracheno, ma per il momento sono stati portati soltanto lutti e devastazione. Certo, c'è soddisfazione per la cacciata del dittatore, ma se si dovesse fare la guerra a tutti i dittatori, saremmo in guerra con mezzo mondo, e spesso con molti dei nostri alleati.
Scopriamo che i grandi strateghi della Casa Bianca non avevano un piano per il dopoguerra; scopriamo che non avevano previsto la guerriglia, e ciò dà risultati terribili: Newsweek di questa settimana non scrive un commento di accusa all'Amministrazione Bush, ma pubblica le foto di tutti i soldati americani, uno per uno, uccisi dopo la fine della guerra. E il numero cresce ogni giorno: Dio non voglia che si aggiunga qualcuno dei nostri ragazzi.
I grandi strateghi della Casa Bianca non conoscono la psicologia del popolo. Devo dirlo, anche se ciò è controcorrente: un leader democratico, Bush, non gioisce mai per l'uccisione di qualcuno, neanche dei due figli di Saddam! Devo dire anche che accettiamo la guerra come un male in sé, un male minore, ma non ci lasciamo facilmente convincere che la guerra sia una lotta tra il bene e il male.
Abbiamo mandato i nostri soldati per una ragione umanitaria, in un intervento umanitario, ma non è più così: purtroppo,
stiamo partecipando ad una guerra strisciante. Queste sono le premesse, quali le conseguenze da trarre?
Qualche giorno fa l'Internazionale socialista ha tenuto a Roma una riunione molto importante, alla quale è stato invitato metà del Governo iracheno. Le conclusioni sono state riassunte, in modo efficace, proprio dall'onorevole D'Alema, in un'intervista a Panorama. Egli dice: «Avremmo potuto osservare: avete voluto la guerra, ora sono affari vostri. Invece, abbiamo detto: cerchiamo una via perché ci sia una comune assunzione di responsabilità».
Giusto: cerchiamo una via, individuiamo un percorso. C'è un'unica strada possibile: chiedere subito una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza; si trasformi l'occupazione americana in una occupazione transitoria, affidata alla responsabilità delle Nazioni Unite; il signor Bremer deve essere sostituito da un responsabile dell'ONU, il quale, a sua volta, deve essere sostituito quanto prima da un Governo iracheno legittimato dal voto popolare.
PRESIDENTE. Onorevole Intini...
UGO INTINI. Il Governo italiano, come Presidente di turno dell'Unione europea, lavori in questa direzione, e lavori secondo una filosofia più generale.
C'è bisogno di un'Europa soggetto internazionale, protagonista, con una politica estera e della difesa comune, non per contrapporla agli Stati Uniti, ma neppure per seguirli sempre e comunque: questi sono i due estremi opposti. Dobbiamo costruire una nuova partnership atlantica su una base di parità, in cui Europa e Stati Uniti si ascoltino e si influenzino a vicenda.
C'è bisogno di una nuova solidarietà atlantica, rivolta ad una solidarietà più ampia, e cioè al rafforzamento delle Nazioni Unite, alla costruzione degli Stati Uniti del mondo, senza i quali, in un mondo diventato troppo piccolo e interdipendente, non ci sarà né pace, né sviluppo economico giusto e sostenibile.
In questo spirito, si pone una semplice domanda: cosa farebbe oggi un Governo dell'Ulivo? Non ritirerebbe adesso e subito i nostri soldati, perché ciò spezzerebbe il filo di un possibile dialogo con gli Stati Uniti, o di una mediazione tra Europa e Stati Uniti, ma non accetterebbe neppure di lasciare i nostri soldati in Iraq a tempo indeterminato, a combattere la guerriglia come ascari di una potenza occupante.
Dobbiamo lasciare i nostri soldati nella ragionevole attesa di una svolta politica e di un mandato delle Nazioni Unite...
PRESIDENTE. Onorevole Intini, la invito a concludere.
UGO INTINI. ... alla cui ricerca ci dobbiamo impegnare.
Mi avvio a concludere, signor Presidente, ma farò per pochi secondi la dichiarazione di voto finale, quindi il tempo che prendo adesso lo recupererò dopo.
Se il mandato non vi sarà, dobbiamo riportare a casa i nostri soldati, a casa dove già si trovano i francesi, i tedeschi e anche gli indiani. Con questo spirito ci asteniamo dal voto: la nostra astensione si trasformerà in un «sì» convinto se le nostre forze si troveranno sotto la guida delle Nazioni Unite; diventerà un «no» convinto se il negoziato per riportare in Iraq l'autorità delle Nazioni Unite fallirà.
Oggi, ho usato - e concludo, signor Presidente - parole molto critiche nei confronti degli Stati Uniti e non vi sono abituato. Tuttavia, vorrei concludere con una semplice riflessione (Commenti dei deputati del gruppo della Lega nord Padania).
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, vi prego. L'onorevole Intini ha parlato per sei minuti ed ha chiesto un minuto in più perché non interverrà in sede di dichiarazione di voto finale. Non siamo fiscali!
UGO INTINI. Non interverrò per dichiarazione di voto finale per cui il tempo che utilizzerò sarà sempre lo stesso. Come dicevo, l'Occidente ha impiegato decenni per combattere una minaccia rossa (cioè
Mosca); temo che impiegherà lungo tempo per combattere una minaccia verde, ossia il terrorismo fondamentalista islamico. Credo che ci dobbiamo comportare allo stesso modo verso queste due minacce. Abbiamo sconfitto Mosca non perché abbiamo dispiegato più carri armati in Europa, ma perché abbiamo creato più ricchezza e più giustizia sociale. Non abbiamo criminalizzato tutti i dirigenti sovietici, ma abbiamo scelto come interlocutori i più moderati e li abbiamo aiutati. Non abbiamo fatto la guerra a Mosca e Pechino perché avevano armi di distruzione di massa, ma abbiamo negoziato mentre esisteva un equilibrio del terrore. Non abbiamo parlato il linguaggio dei moralisti e dei predicatori, ma quello dei diplomatici e degli uomini di Stato. Siamo stati duri con la violenza, ma anche con le cause che stanno dietro la violenza: la povertà, l'arroganza, l'insensibilità. Non ci piace che metà delle spese militari del mondo siano oggi degli Stati Uniti, mentre gli stessi spendono soltanto un settimo della percentuale richiesta sul loro prodotto nazionale lordo dalle Nazioni Unite per aiutare il terzo mondo.
L'amministrazione di Bush figlio ha rotto una continuità di politica estera seguita per mezzo secolo dalle amministrazioni americane e anche da Bush padre. Il nostro Governo e l'Europa hanno il dovere di dare un contributo affinché gli Stati Uniti, finché sono in tempo, ritornino alla loro tradizionale politica che ci ha reso da sempre amici e alleati degli stessi Stati Uniti (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Folena 6.14, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 396
Votanti 377
Astenuti 19
Maggioranza 189
Hanno votato sì 146
Hanno votato no 231).
Passiamo alla votazione dell'emendamento 7.10 delle Commissioni.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mattarella. Ne ha facoltà.
SERGIO MATTARELLA. Signor Presidente, con l'emendamento 7.10 delle Commissioni si chiede di eliminare dal decreto-legge i riferimenti alle altre missioni. Infatti, questa mattina la Camera ha approvato con il nostro voto favorevole un provvedimento di legge che autorizza e dispone la copertura per tutte le altre missioni: dal Kosovo alla Bosnia, dalla Macedonia all'Albania, da Hebron all'Etiopia, all'Afghanistan, con riferimento all'una e all'altra missione, a Enduring freedom ed a quella a Kabul.
Sono missioni rispetto alle quali le nostre Forze armate stanno raccogliendo consensi ed apprezzamento per il coraggio, il senso di umanità, la grande professionalità, doti che certamente impiegheranno e metteranno in campo anche in Iraq.
Tuttavia, noi non possiamo approvare questa missione e non possiamo condividerla, signor Presidente. Per questo motivo, abbiamo chiesto di esprimere su questa missione un voto separato da quello che afferisce le numerose altre che ho menzionato.
Non possiamo condividerla né approvarla per ciò a cui si collega, alla sua origine vi è una decisione di questa Presidenza degli Stati Uniti che, anziché ricercare una posizione condivisa, ha assunto un'iniziativa unilaterale che ha messo in imbarazzo ed in difficoltà le Nazioni Unite.
Si tratta di una concezione unilateralista che, non a caso, oggi è messa a dura prova negli Stati Uniti. Basta seguire quanto avviene nel Congresso di quel grande paese in cui il dibattito è aperto, libero e franco anche su questi punti,
ripercorrendo alcune delle preoccupazioni, emerse anche in questo Parlamento, prima che la guerra iniziasse.
Non le ricordo tutte, ma ne ricordo alcune: la crisi in cui è stato collocato il rapporto con molti alleati e le riserve dell'ONU sulla solidità delle motivazioni per la guerra, sulle motivazioni riguardanti le armi di distruzioni di massa, sull'effettiva capacità o potenzialità nucleare dell'Iraq, sul collegamento reale con il terrorismo internazionale. Vi è anche un'altra motivazione che veniva allora evocata e oggi viene sottolineata intensamente negli Stati Uniti: la prevedibile difficoltà di un sofferto dopoguerra.
Non possiamo condividere tale missione per la natura che essa ha, ormai, assunto: al di là e ben oltre la ricostruzione e la stabilizzazione, il nostro contingente svolgerà compiti tipici dell'occupazione in un territorio in dopoguerra. Signor Presidente, signori del Governo, questo non lo condividiamo ed andava chiarito prima.
Il decreto-legge in esame copre le spese finanziarie, ma è, non per nostra volontà, la prima occasione per discutere l'invio in Iraq di un contingente con i compiti che ormai emergono con chiarezza. Si tratta di compiti che non condividiamo ed il nostro dissenso è sulla scelta politica che il decreto-legge sottende ed esprime con chiarezza. Non si tratta, certamente, di un'opposizione a che ai nostri soldati venga assicurato il trattamento di missione.
Non condividiamo la scelta politica, non possiamo condividerla. Tuttavia, intendiamo ribadire la vicinanza e la solidarietà alle nostre Forze armate che, comunque, hanno il nostro sostegno. In ogni caso, non possiamo condividere una scelta che sarebbe possibile accettare soltanto se definita nell'ambito delle Nazioni Unite. Se ciò avverrà, come auspichiamo - il Governo assicura di cercare tale obiettivo, ma ancora non si vedono i risultati di tale azione - valuteremo, sui dati concreti e sui fatti reali, diversamente le condizioni. Oggi non possiamo approvare questa missione (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 7.10 delle Commissioni, accettato dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera approva (Vedi votazioni).
(Presenti 406
Votanti 401
Astenuti 5
Maggioranza 201
Hanno votato sì 395
Hanno votato no 6).
Prendo atto che le onorevoli Cima e Zanella avrebbero voluto astenersi e che l'onorevole Cialente non è riuscito a votare.
Avverto che gli emendamenti dall'emendamento Vertone 7.1 all'emendamento Vertone 8.1 devono intendersi assorbiti o preclusi dall'approvazione dell'emendamento 7.10 delle Commissioni. Inoltre, gli emendamenti Vertone 16.7, Cima 16.2 e Minniti 16.3 devono intendersi riferiti al testo come modificato dall'approvazione dell'emendamento 7.10 delle Commissioni.
Passiamo alla votazione dell'emendamento Ruzzante 15.1. Prendo atto che i presentatori non accedono all'invito al ritiro di tale emendamento formulato dal relatore.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Rutelli. Ne ha facoltà.
FRANCESCO RUTELLI. Signor Presidente, i colleghi mi permetteranno una breve motivazione che integra...
PRESIDENTE. Mi scusi, onorevole Rutelli.
Qual è il problema su questo emendamento, onorevole Bruno?
DONATO BRUNO. Signor Presidente, l'emendamento 7.10 delle Commissioni appena approvato sopprime l'articolo 15. Di conseguenza, ho la sensazione che anche l'emendamento in esame...
PRESIDENTE. Gli uffici mi dicono che l'emendamento in esame può considerarsi come articolo aggiuntivo.
Prego, onorevole Rutelli.
FRANCESCO RUTELLI. Signor Presidente, non voglio sottrarre, in un giovedì pomeriggio, tempo all'Assemblea, ma vorrei svolgere una considerazione che ritengo doverosa da parte nostra. Credo si tratti dello sviluppo obbligato in termini di chiarezza - e mi rivolgo ai rappresentanti del Governo - dopo il dibattito che avemmo sugli indirizzi relativi a tale missione con il ministro Frattini.
Penso, ad integrazione delle tante considerazioni svolte dai colleghi dei quali condivido l'indirizzo ed i discorsi, che vi sia un fatto politico plastico nella giornata di oggi: la battaglia condotta dall'Ulivo per separare in due parti il decreto-legge in esame. Si tratta di un fatto rilevante. Abbiamo votato a favore della parte che esprime continuità con gli impegni presi ed ora ci dichiariamo sulla parte che concerne la missione in Iraq.
Abbiamo votato a favore, colleghi della maggioranza, della parte che conferma l'impegno per le missioni, che sono state di nuovo adesso enumerate e richiamate dal collega Mattarella, non solo per continuità con la nostra responsabilità politica e di Governo.
C'è una scelta da fare, Presidente, e penso che in un momento come questo, dopo che al Governo - il ministro Giovanardi può esserne testimone - noi facemmo un'apertura di credito nel precedente dibattito, con un'astensione che si rimetteva a degli interrogativi da sciogliere successivamente da parte del Governo, oggi non possiamo che constatare che quell'apertura di credito è andata delusa e tirarne le conseguenze. La conseguenza riguarda, però, una dimensione a mio avviso più profonda, riguarda la scelta che il mondo intero si trova davanti tra la ripresa del multilateralismo e la prosecuzione o l'incoraggiamento di scelte unilaterali.
Penso che tutto ciò che noi possiamo fare debba andare sulla scia di quei provvedimenti e di quelle missioni, che abbiamo rinnovato con fiducia questa mattina, a larghissima maggioranza, poiché esse si pongono sulla scia delle politiche multilaterali, che il nostro paese fa proprie secondo la vocazione europea ed internazionale che ha caratterizzato per decenni la nostra politica estera, laddove la scelta che stiamo per fare adesso riguarda un indirizzo che ci allontana da quei decenni di politica estera e ci allontana dall'aspettativa che oggi il mondo ha rispetto alla situazione irachena. Se volessi riassumerla con una parola, che il collega Castagnetti ha usato nei giorni scorsi, userei la parola trasparenza o chiarezza.
La questione delle armi di distruzione di massa e, al riguardo, il dibattito che è attualmente in corso nel Congresso degli Stati Uniti, così come il dibattito che sta coinvolgendo in profondità il Governo britannico, interpella anche noi, che abbiamo il dovere di mandare i nostri uomini in Iraq su una base di trasparenza che possiamo presentare al popolo italiano, oltre che a questi stessi protagonisti, ai quali non mancherà la nostra solidarietà, della missione militare.
Il nostro dovere, Presidente, credo sia quello di riempire la presenza italiana di un concorso alla ripresa del multilateralismo, che è l'unica strada attraverso la quale la stabilizzazione e la pacificazione dell'Iraq potranno avere luogo. Se manderemo i nostri soldati in un contesto in cui questa trasparenza istituzionale, politica ed operativa è purtroppo nascosta dietro grandi interrogativi, noi non daremo un contributo adeguato rispetto a quanto siamo chiamati a fare. È per questo motivo che il nostro voto è stato tanto convinto e netto a favore di quella parte del decreto che è stata stralciata, quanto sarà altrettanto convinto e netto nel votare contro questa seconda parte; ciò non mette in discussione la lealtà atlantica,
non mette in discussione la missione comune che decine di migliaia di uomini e migliaia di italiani hanno in questo quadro operativo internazionale, ma richiede al nostro Governo - e al Presidente del Consiglio, che è stato dal Presidente degli Stati Uniti pochi giorni fa - di spingere nella nuova responsabilità europea, nella quale ci troviamo, affinché possa essere imboccata la strada del multilateralismo. Purtroppo, invece, in quell'incontro nel ranch in Texas non abbiamo ascoltato chi rappresenta oggi l'Italia e guida l'Europa chiedere agli Stati Uniti di cambiare strada. Non gli abbiamo sentito rivolgere domande e oggi non abbiamo sentito il Governo darci risposte.
Per questo restiamo fedeli alla nostra impostazione: abbiamo votato «sì» questa mattina e voteremo «no» questa sera (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo - Congratulazioni)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Fassino. Ne ha facoltà.
PIERO FASSINO. Desidero richiamare l'attenzione del ministro Giovanardi - che in questa sede rappresenta il Governo - e dei colleghi sulle parole che usò il ministro Frattini in quest'aula il 15 aprile 2003. Il ministro dichiarò: la missione in Iraq non è l'ISAF dell'Afghanistan e neppure quella dei Balcani, missioni queste destinate alla stabilizzazione politica e sociale oltre che alla sicurezza. Quella dell'Iraq di oggi è invece una missione italiana che ha scopo emergenziale ed umanitario, per salvaguardare, mentre si definisce il quadro internazionale, le condizioni della popolazione civile.
CARLO GIOVANARDI, Ministro per i rapporti con il Parlamento. Leggi anche la pagina dopo!
PIERO FASSINO. Adesso lo leggo tutto e continua così.
Allora, il punto che ritengo debba essere richiamato - lo evidenziava anche l'onorevole Rutelli - è che noi, nello scorso aprile, avendo creduto a tali dichiarazioni - come è ovvio che si faccia di fronte ad un'impegnativa dichiarazione del ministro resa al Parlamento - ci siamo astenuti, dimostrando in tal modo la nostra responsabilità e concorrendo alla realizzazione di una presenza militare italiana in Iraq.
Oggi, siamo in presenza di un decreto-legge che configura sempre di più la presenza italiana come una missione esattamente di stabilizzazione politica, dunque l'opposto di quanto il ministro Frattini dichiarò di fronte a questo Parlamento.
CARLO GIOVANARDI, Ministro per i rapporti con il Parlamento. Devi leggere dopo!
PIERO FASSINO. Ministro Giovanardi, provi ad ascoltarmi!
Tuttavia, il problema non è di natura formale, ma sostanziale. Non siamo d'accordo sul fatto che una missione di stabilizzazione in Iraq avvenga al di fuori di un quadro multilaterale; questo è il punto politico che continuate a far finta di non vedere!
Infatti, aver contribuito e contribuire alla presenza in Iraq di una coalizione che non è rappresentativa di un'istituzione multilaterale e che non agisce in un quadro multilaterale è un errore politico che rende più complessa e più difficile la transizione in quel paese.
Vale la pena di richiamare il fatto - già sottolineato da altri colleghi - che, dopo le prime settimane di guerra guerreggiata, in Iraq siamo di fronte ad una guerra a bassa intensità che sta continuando. Non passa giorno in cui non vi sia un soldato americano che cade vittima di una guerra latente e a bassa intensità che continua. E questi fatti la dicono lunga sulla complessità per passare dalla guerra alla pace in quel paese; tra l'altro, se si vuole accelerare la possibilità di implementare in Iraq un'effettiva transizione democratica, una delle condizioni imprescindibili è che vi sia una quadro istituzionale di intervento affidato ad istituzioni sovranazionali, a
partire dalle Nazioni Unite. Ciò sia per il carattere di imparzialità che queste istituzioni assumono, sia perché tutta l'esperienza di vicende precedenti e non meno drammatiche di questa dimostrano che dalla fase della guerra a quella della transizione e della pace si è passati attraverso l'affidamento alle Nazioni Unite, alle sue agenzie e ai suoi organismi della funzione centrale nella gestione del processo di transizione. È stato così in Afghanistan, è stato così precedentemente in Kosovo, è stato così in tutti i teatri di conflitto che si sono determinati negli ultimi decenni e nei quali alla fase della guerra è succeduta una fase di stabilizzazione gestita dalle Nazioni Unite.
Oggi, è proprio questo che non avviene e rimproveriamo al Governo italiano il fatto di continuare ad assumere una linea di sostanziale ed acritico sostegno alla condotta dell'Amministrazione americana in Iraq, che prescinde da qualsiasi coinvolgimento delle istituzioni multilaterali nella gestione della transizione.
Questa è la ragione per cui noi non voteremo questo decreto e questa è esattamente la ragione per la quale, questa mattina, abbiamo espresso un voto favorevole su tutte le altre missioni che, sia in Macedonia, sia in Albania, sia ad Hebron, sia in Bosnia e in Kosovo, sono caratterizzate dal fatto di agire nell'ambito di un quadro multilaterale come parti dell'azione della comunità internazionale che, attraverso quelle istituzioni, si assume la responsabilità di gestire la transizione.
Quindi, il fatto non è marginale, e intendo sottolinearlo, come hanno fatto l'onorevole Mattarella e l'onorevole Rutelli. La discussione che stiamo svolgendo mette in causa un punto della conduzione del Governo in questa crisi, che è quello di un Governo che continua a non credere e a non scommettere sulla centralità delle istituzioni multilaterali e sovranazionali nella gestione dei conflitti e, in particolare, nella gestione di questo conflitto.
Questo è il senso del nostro voto, che non è soltanto un voto contrario sul decreto in esame, ma è anche la sollecitazione, che ci sentiamo di fare, al Governo italiano affinché assuma un orientamento diverso da quello seguito finora, dando finalmente al ruolo delle Nazioni Unite e delle istituzioni multilaterali quella centralità che fino ad oggi non è stata riconosciuta (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pecoraro Scanio. Ne ha facoltà.
ALFONSO PECORARO SCANIO. Signor Presidente, con il decreto-legge in esame sta venendo al pettine un tema che avevamo già evidenziato durante i precedenti dibattiti e discussioni, anche faticosi. Prendiamo atto che oggi tutti hanno visto la reale natura della missione di pace e della missione, addirittura, di accompagnamento agli aiuti umanitari.
Eravamo tra i pochi in quest'aula a dubitare in modo palese del fatto che le truppe italiane andassero a sostenere la realizzazione dell'ospedale da campo che veniva inviato dalla Croce rossa a Bagdad. Successivamente abbiamo appreso che quell'ospedale da campo è stato disconosciuto anche dalla Croce rossa internazionale: l'ospedale da campo inviato dall'Italia in una grande città come Bagdad, che è piena di ospedali, è diventato purtroppo un'altra «chicca» nella triste immagine internazionale che stiamo trasmettendo.
Peraltro, le truppe italiane non andavano a scortare l'ospedale, che veniva usato in Parlamento quale specchio per le allodole per dire ai parlamentari che volevano a tutti i costi bersi questa frottola che si andava a sostenere un'azione unicamente umanitaria.
Oggi siamo tra le truppe di occupazione dell'Iraq. Constato che, con serietà, molti colleghi chiedono il ritiro delle truppe prima che questa assurda posizione, equivoca e non chiara, del Governo, ci trascini nella guerriglia irachena, perdendo anche la possibilità, che l'Italia ha tradizionalmente, di intervenire in Medio Oriente in modo più serio ed intelligente.
Grazie alla nostra azione, avete almeno eliminato le aberrazioni contenute nel decreto-legge:
prima volevate prendere i soldi dai fondi della cooperazione e dalle organizzazioni non governative (quindi proprio dai fondi che sostengono le azioni umanitarie); successivamente volevate prendere i soldi dai fondi per le calamità naturali in Italia. Su tali punti avete avuto almeno un minimo non dico di buonsenso, ma di presa d'atto delle condizioni date.
La nostra posizione contraria è evidentemente rafforzata da quello che stiamo vedendo a livello internazionale: da quello che accade a Washington, da quello che accade a Londra, dal fatto che avete con irresponsabilità, pensando di andarvi a sedere al tavolo dei vincitori, trascinato il nostro paese in una guerra proibita dalla Carta costituzionale italiana, non voluta dal paese stesso e che ormai l'Amministrazione Bush dichiara essere una guerriglia permanente.
Avete sbagliato le previsioni, è accaduto qualche altra volta, accade ogni tanto di compiere scelte affrettate e sbagliate.
Manteniamo una posizione di forte perplessità, a differenza di altri colleghi, anche per quanto concerne l'Afghanistan. Auspichiamo che prima o poi ci si renda conto di ciò che accade in quel paese, dove non c'è la democrazia, le nostre truppe continuano ad essere attaccate, la percezione di gran parte del paese è quella di un'occupazione militare, a tutt'oggi, salvo che in alcune zone, non è stata portata la democrazia e non è stata portata la pace.
Occorre prendere atto che devono essere compiute scelte serie, facendo in modo che ci siano effettivamente iniziative di democratizzazione, anziché scelte azzardate e sbagliate.
È evidente che oggi il nostro voto non può che essere contrario. Lo ribadiremo e lo stiamo ribadendo in tutte le circostanze. Vi chiediamo di smettere i panni dell'arroganza e della presunzione, di prendere atto di quello che sta accadendo, di capire che oggi mettere un ombrello ONU alle truppe di occupazione non rappresenta una prospettiva. Oggi, se si vuole, bisogna pensare al ritiro delle truppe di occupazione e ad una vera azione internazionale sotto l'egida dei caschi blu, ricostruita daccapo, senza la drammatica eredità che stiamo realizzando in Iraq. Soprattutto, vorremmo alcune risposte: che fine hanno fatto le azioni umanitarie? Che fine ha fatto l'ospedale da campo installato nella capitale irachena? Come mai c'è il silenzio totale rispetto a ciò che avrebbero dovuto essere gli interventi umanitari e si scopre, invece, che, grazie a voi e senza un'esplicita discussione in questo senso, ci troviamo nella veste di paese belligerante in una guerra che tutti dichiarano ancora in corso?
PRESIDENTE. Onorevole Pecoraro Scanio....
ALFONSO PECORARO SCANIO. Riteniamo che stiate mandando allo sbaraglio i giovani soldati del nostro paese ed esponendo a grave rischio l'obbligo che dovremmo sentire, quello di rispettare la Costituzione italiana che ripudia la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Verdi-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Diliberto. Ne ha facoltà.
OLIVIERO DILIBERTO. Signor Presidente, colleghi, riteniamo che le truppe italiane debbano essere ritirate immediatamente dall'Iraq, perché partecipano ad un'occupazione militare illegittima dal punto di vista internazionale e figlia di una guerra che ha disvelato, proprio in queste settimane, quali fossero gli obiettivi e quali fossero i tragici e falsi presupposti: le famose armi di distruzione di massa che, come abbiamo appreso, non esistevano. D'altro canto, gli ispettori dell'ONU lo avevano già dichiarato ben prima della guerra.
Oggi l'Italia partecipa a questa occupazione militare e vi partecipa in funzione chiaramente ancillare degli Stati Uniti d'America, come d'altro canto dimostra tutta la politica estera italiana da quando Berlusconi è al Governo. Si tratta di una
politica estera che, sostanzialmente, non c'è più, contravvenendo ad una tradizione che, invece, era anche dei passati governi di centrosinistra - democristiani e socialisti, per capirci -, dei quali eravamo all'opposizione. Si trattava di una politica estera che, rispettosa dell'Alleanza atlantica, aveva, tuttavia, profili di autonomia. Penso al bacino del Mediterraneo, penso alla politica verso il mondo arabo e al dialogo interculturale e interreligioso, penso alla cooperazione economica. Oggi, viceversa, l'unica politica estera di questo Governo è scattare sull'attenti quando il Presidente degli Stati Uniti d'America dà un ordine ed insultare i partner europei nelle situazioni ufficiali, come l'insediamento del semestre italiano.
Il ritiro immediato delle truppe italiane rappresenta una richiesta che abbiamo messo nero su bianco in un ordine del giorno, di cui sono primo firmatario a nome dei Comunisti italiani. Stiamo raccogliendo le firme nel paese per una petizione, affinché venga ritirato il nostro contingente. Si tratta di una raccolta di firme che viene fatta sulla base di un'indicazione precisa in tal senso da parte delle organizzazioni pacifiste che, certamente, non sono organizzazioni di volontariato o dell'associazionismo di sinistra; per larga parte, sono organizzazioni cattoliche democratiche, sensibili a queste tematiche.
Credo che il nostro «no» al decreto-legge sia conseguente a tutto quello che abbiamo fatto fino ad ora e alla contrarietà già espressa, quasi isolatamente in quest'aula, contro l'invio delle nostre truppe.
Giudico positivamente il ripensamento di quella parte dell'Ulivo che allora si astenne, dando un'apertura di credito, francamente abbastanza stravagante ai miei occhi, ad un Governo come questo. Trovo, quindi, positivo che ci sia un ripensamento e che tutti insieme, rimediando ad un errore, si possa votare contro questa missione, che umilia il nostro paese, anche per le caratteristiche di cui ha parlato il collega Angioni, intervenendo sul complesso degli emendamenti, e che non giova né al prestigio italiano né alla pace né, tanto meno, al ristabilimento della legalità internazionale, che dovrebbe vedere il dispiego di caschi blu delle Nazioni unite, a seguito del ritiro di tutte le truppe di occupazione.
Coloro che hanno invaso illegalmente l'Iraq non possono occuparlo perché non sarebbero comunque i garanti della pace (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Comunisti italiani e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Giordano. Ne ha facoltà.
FRANCESCO GIORDANO. Signor Presidente, il nostro gruppo ritiene che sia un fatto veramente importante e significativo che la quasi totalità delle opposizioni oggi votino unitariamente contro la conversione di questo vostro decreto-legge. Come lei sa, noi avremmo voluto che si votassero singolarmente le singole missioni e avremmo preferito e gradito che anche sulla missione in Afghanistan tutte le opposizioni avessero avuto lo stesso atteggiamento che oggi positivamente hanno sull'Iraq. Io credo che questo atteggiamento comune debba essere addebitato all'iniziativa dei movimenti, alle manifestazioni che si sono succedute in questi mesi, soprattutto alla straordinaria mobilitazione di iniziativa pacifista. Vorrei aggiungere sommessamente, signor Presidente, che ciò era forse chiaro anche prima, quando noi avevamo detto a chiare lettere che quella non era una missione umanitaria ma era al contrario una vera e propria impresa militare. Era tutto chiaro e avremmo preferito, comunque, un atteggiamento comune anche in quella occasione.
Ora è del tutto evidente che questa missione determina un asservimento del nostro paese alle volontà delle truppe di occupazione angloamericane. Carattere umanitario: così volete motivare questa missione? Non scherziamo! Non c'è alcuna caratteristica e natura umanitaria in questa vostra missione, perché lì la guerra continua. Il carattere umanitario sarebbe
stato esplicito ed evidente se le truppe angloamericane di occupazione militare di un territorio fossero tornate a casa e se l'ONU avesse potuto svolgere a quel punto un ruolo veramente significativo ed importante, potendo, quindi, per questa via determinare un processo di pacificazione: solo in quel caso ci sarebbe stata un'esplicita caratteristica umanitaria della nostra iniziativa.
La verità è che voi oggi non siete coperti da nessuna legittimità internazionale. Vi rifate alla risoluzione n. 1438, ma quella risoluzione non legittima per nulla questo vostro intervento. In questo scenario l'Italia compie una scelta di guerra, la stessa che ha animato - e d'altronde voi l'avete appoggiata esplicitamente - la scelta di guerra degli alleati angloamericani. La verità è che oggi si vede quanto sia stata sbagliata e devastante quella scelta. Non sono state trovate le armi di distruzione di massa, che erano il motivo per cui quella guerra è stata scatenata, il terrorismo che volevate combattere è stato paradossalmente alimentato e avete persino incentivato il fondamentalismo. Inoltre, come si vede, le fonti di terrorismo continuano ad agire indisturbate: anzi, in virtù di un odio che si è prodotto verso l'occidente capitalistico, si rischia, drammaticamente, che questo terrorismo possa avere un qualche sciagurato consenso di massa. Infine, non avete di certo esportato la democrazia in quel paese, perché la situazione istituzionale e democratica di quel paese, come si vede, è sotto gli occhi di tutti: c'è un caos, un disordine, una difficoltà molto grande e per l'appunto continua una guerra in quelle realtà.
Oggi, la stessa scelta di guerra e le stesse bugie che hanno portato a tale scelta stanno determinando difficoltà di consenso evidente negli Stati Uniti d'America e, con maggiore evidenza, in Gran Bretagna (le vicende di questi giorni che stanno coinvolgendo il Governo inglese ed, in particolare, il Premier Blair lo confermano). Vi è un deficit di consenso di quelle leadership che hanno scatenato questa guerra.
Noi crediamo che, al contrario, occorra ritornare alla centralità dell'ONU; tuttavia, l'ONU - voglio dirlo a chiare lettere - non può essere il notaio dei potenti e deve poter tornare ad assumere un ruolo da primo attore, da protagonista. Non può essere semplicemente asservito alle realtà dei potenti di turno, vale a dire degli americani e degli inglesi.
Per restituire centralità all'ONU, bisogna che finalmente svolga un ruolo autonomo, di prima grandezza che gli è stato negato, anzi, che con questa guerra è stato totalmente espunto (Applausi dei deputati dei gruppi di Rifondazione comunista, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e Misto-Comunisti italiani).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Volontè. Ne ha facoltà.
LUCA VOLONTÈ. Signor Presidente, vorrei che rimanesse agli atti del dibattito di oggi questa memoria che spero sia utile, non solo a me, ma anche agli altri componenti dell'Assemblea: nel mese di aprile, quando si votò per la missione in Iraq, in molti aspetti questa missione venne considerata positiva anche dalle forze di centrosinistra, tanto è che alcune di esse si astennero dal voto.
Oggi, prendo atto, di fronte alla risoluzione n. 1483 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (essa, sulla base del capo VII della Carta delle Nazione Unite, richiede a tutti gli Stati membri di assistere il popolo iracheno nel riformare le istituzioni, di contribuire a creare le condizioni di stabilità e di sicurezza in Iraq e di aiutare a soddisfare necessità umanitarie di altra natura, quindi richiama tutti gli Stati che compongono le Nazioni Unite ad intervenire, come sta facendo l'Italia), che tutto il centrosinistra, anche chi si astenne sulla missione in Iraq nel mese di aprile, esprimerà un voto contrario.
Mi dispiace e spero che nel voto vi sia un ravvedimento, se non altro per coerenza con ciò che è accaduto qualche mese fa.
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Ruzzante 15.1, non accettato dalle Commissioni né dal Governo e sul quale la V Commissione (Bilancio) ha espresso parere contrario.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 367
Votanti 361
Astenuti 6
Maggioranza 181
Hanno votato sì 143
Hanno votato no 218).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Vertone 16.7, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 378
Votanti 372
Astenuti 6
Maggioranza 187
Hanno votato sì 150
Hanno votato no 222).
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Cima 16.2, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 381
Votanti 372
Astenuti 9
Maggioranza 187
Hanno votato sì 150
Hanno votato no 222).
Prendo atto che l'onorevole Fanfani non è riuscito a votare.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Minniti 16.3, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 388
Votanti 372
Astenuti 16
Maggioranza 187
Hanno votato sì 145
Hanno votato no 227).
Prendo atto che l'onorevole Fanfani non è riuscito a votare.
Passiamo alla votazione dell'emendamento Folena 16.8.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Siniscalchi. Ne ha facoltà.
VINCENZO SINISCALCHI. Signor Presidente, vorrei chiedere un po' di attenzione al Governo e all'onorevole relatore perché stiamo esaminando un punto molto importante, già affrontato in Commissione giustizia. Mi rivolgo, pertanto, anche ai colleghi della suddetta che hanno convenuto su un parere, al testo del quale mi richiamo.
L'emendamento in esame non è altro che lo specchio fedele del parere che, all'unanimità, ha reso la Commissione giustizia, quando si è trovata di fronte al complesso di disposizioni che, all'interno di questo tanto discusso e discutibile decreto-legge, tentano di recuperare una serie di norme del codice penale militare di pace e di guerra, per ciò che riguarda il trattamento dei militari italiani, con una singolare bizzarria di unione tra il carattere umanitario e, quindi, di pace della missione e l'applicazione, invece, nei confronti dei nostri militari, del codice penale militare di guerra.
È un punto molto importante e per questo insisterei per una revisione del parere contrario, espresso sia dal Governo sia dal relatore nei confronti di questo emendamento a mio avviso forse senza tener conto del parere della Commissione giustizia.
Colleghi, il dramma di queste missioni è che prevedono, tra l'altro, un continuo richiamo ad un ordinamento del quale siamo privi. Si attuano, infatti, un continuo ricorso ed un continuo adattamento delle vecchie norme del codice militare penale di pace (ed oggi anche del codice penale militare di guerra); ciò implica una vistosa lacuna del nostro ordinamento che crea grandi problemi tra i quali quello evidenziato sia dall'emendamento Folena 16.8 sia dal parere della Commissione giustizia al quale io mi richiamo.
Ma cosa sostiene la Commissione giustizia e cosa auspichiamo noi con la richiesta di una modifica nel parere del Governo e del relatore? In realtà questo articolo introduce la richiesta del ministro della giustizia affinché si proceda per tutti i reati, sia a carico dello straniero sia di coloro i quali commettono reati comuni ornati di carattere militare, non soltanto nei confronti delle Forze armate ma anche nei confronti di tutti i cittadini. Vi rendete conto della grande bizzarria, del grande impaccio e confusione che si determinano con questo complesso meccanismo? Mi permetto di ricordare, come ha fatto molto bene la Commissione giustizia con quel parere, ora disatteso, che la richiesta del ministro della giustizia, nel nostro ordinamento (all'articolo 7 del codice penale) è prevista solamente per valutare fatti di reato e la loro corrispondenza a delitti contro la personalità del Stato.
Vi renderete conto allora che nei confronti di una norma di accompagnamento così delicata, come quella dell'applicazione dell'ordinamento militare di pace e di guerra nei confronti dei partecipanti alla missione, sia semplicemente assurdo introdurre un meccanismo così complesso (praticamente passando attraverso il tribunale di Roma ed il Ministero della giustizia e solo nel caso dei militari tramite concertazione con il ministro della difesa) per l'applicazione della legge del nostro ordinamento all'interno di una situazione come questa - non si sa in che modo pratico e praticabile -.
Quindi prima di chiedere il voto favorevole a questa proposta emendativa, che, lo ripeto, rispecchia il parere unanime della Commissione giustizia, mi permetto di sollecitare nuovamente il Governo ed il relatore all'eventuale formulazione di un parere diverso.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pistelli. Ne ha facoltà.
LAPO PISTELLI. Con quest'ultimo intervento volevo riprendere l'ultimo elemento di una serie di considerazioni svolte in questo dibattito, in particolare riguardo all'Europa, grande protagonista ma che rischia di essere la grande assente, in base alle scelte che compieremo.
Il nostro paese non ha rigettato negli anni le proprie responsabilità, anzi, è noto ai colleghi che sommando gli impegni umani e finanziari delle missioni a Hebron, in Bosnia, Albania, Kosovo, Afghanistan, Macedonia, Etiopia ed Eritrea (come approvato stamane), l'Italia rappresenta nella comunità internazionale il terzo paese più impegnato per esposizione e con compiti vari: umanitari, interposizione, peace keeping, peace enforcing.
Quindi non è in gioco il nostro nasconderci o il nostro apparire bensì le motivazioni ed il quadro di legittimazione della nostra presenza nei teatri di crisi. L'Europa dopo il 1989 è stata capace di elaborare una risposta strategica e ricordo che questa risposta - potrebbe sembrare che si cambi argomento ma non è così - è l'allargamento dell'Unione: davanti al rischio di vuoto che si poteva aprire nel mercato europeo, l'Italia e l'Europa dell'Unione a 15 sono state capaci di allargare un ponte verso est per evitare che in quel vuoto si consumassero rischi pericolosi per tutti.
La stessa cosa non stiamo riuscendo a fare dopo il 2001. Il quadro si è rotto e se
oggi qualcuno chiedesse: è vero che gli Stati Uniti sono l'unica potenza globale? La risposta sarebbe assolutamente positiva. Ma se la domanda fosse: può questa unica potenza globale imporre da sola un ordine mondiale? La risposta sarebbe altrettanto seccamente negativa.
Nei numeri sta la potenza unica globale degli Stati Uniti. 6, 31, 50: 6 è la percentuale della popolazione americana rispetto alla popolazione mondiale, 31 è il contributo del prodotto interno lordo americano sul prodotto mondiale, 50 è la spesa in sicurezza e spesa militare americana rispetto a quella del resto del mondo. A questi numeri l'Europa risponde ahimè oggi con un 7, 35, 25: siamo qualcosa di più in termini di popolazione, siamo qualcosa di più in termini di ricchezza, ma siamo la metà in termini di spese per la sicurezza e la difesa. Allora, cosa potremmo fare se non assumere le decisioni conseguenti al ruolo che rivendichiamo?
Ho deciso, abbiamo deciso di affrontare questo tema perché tra qualche mese l'Italia presiederà la conferenza intergovernativa che dovrà contribuire a decidere la nuova Costituzione europea. In quella sede, potremmo assumerci alcune responsabilità, scegliendo di avere una politica estera e di difesa comune e, quindi, non più affidata alle sovranità nazionali. Potremmo, per assurdo - ma, per la prossima generazione, spero non così tanto -, decidere di portare alle estreme conseguenze la scelta già fatta di avere una personalità giuridica unica e, dunque, di avere nel Consiglio di sicurezza dell'ONU di domani una sola voce come Europa. Non più campagne elettorali dei membri semipermanenti o di quelli a rotazione per cercare di esserci, conquistando il consenso dei paesi del terzo mondo, ma decidere, come Europa, di giocare nel formato del quartetto: una sola voce unica.
Noi siamo favorevoli a che l'Unione europea si assuma progressivamente e gradualmente la responsabilità delle missioni militari nei Balcani; ci spetta geopoliticamente. Ma noi siamo anche favorevoli a che il Governo si assuma nei prossimi sei mesi - anche se non tutto è nelle proprie disponibilità - la responsabilità di guidare la conferenza intergovernativa, perché noi, come europei, possiamo contribuire in questo quadro di nuovo ordine mondiale. Robert Kagan ha contestato all'Europa la scelta della debolezza. In realtà, noi abbiamo assunto questa scelta, negli ultimi anni, perché avevamo un altro fondamento che ci motivava: le sovranità nazionali da sole possono anche impazzire - lo sappiamo per i totalitarismi che abbiamo alle spalle - quando si sposano con ideologie totalitarie. Noi abbiamo scelto di imbrigliare le sovranità nazionali in una regola comune e condivisa. È quello che serve dopo il 2001 per rifondare un nuovo ordine mondiale: avere una regola mondiale sovranazionale condivisa.
Per questo, speriamo che il Governo si adoperi nei prossimi mesi, non sfuggendo alle proprie responsabilità, anzi mostrando disponibilità ad allargarle, non all'interno di sovranità nazionali che si incontrano casualmente in un gioco di alleanze variabili, ma di sovranità nazionali che si integrano in una regola sovranazionale condivisa (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Cima. Ne ha facoltà.
LAURA CIMA. Mi scusi, signor Presidente, mi sono distratta, ma prima avevo chiesto la parola su questo emendamento, per il merito dell'emendamento e per fare la mia dichiarazione di voto. Poi la discussione ha cominciato, come dire, a vagare, in un modo o in un altro...
Sull'emendamento Folena 16.8 esprimeremo un voto di astensione perché noi avevamo presentato un emendamento che proponeva l'eliminazione secca del codice penale militare. Semmai, aggiungiamo la nostra firma e votiamo i successivi emendamenti presentati dall'onorevole Grandi, visto che il nostro è stato cassato.
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento
Folena 16.8, non accettato dalle Commissioni né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 399
Votanti 373
Astenuti 26
Maggioranza 187
Hanno votato sì 144
Hanno votato no 229).
Avverto che l'emendamento Vertone 18.5 sarà posto in votazione come emendamento soppressivo dei commi 2 e 5 dell'articolo 18 del decreto-legge. I restanti commi dell'articolo 18 sono stati infatti già soppressi o integralmente sostituiti dall'emendamento 7.10 della Commissione.
Passiamo dunque alla votazione dell'emendamento Vertone 18.5.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Michele Ventura. Ne ha facoltà.
MICHELE VENTURA. Signor Presidente, intervengo per richiamare l'attenzione dell'Assemblea sul fatto che le risorse necessarie per questa missione sono state individuate e, quindi, prelevate dal fondo di riserva per le spese impreviste.
Come tutti sappiamo, sono risorse essenzialmente destinate a coprire eventuali calamità ed altre emergenze. Per questo motivo, tutti i membri della Commissione bilancio hanno firmato e presentato un ordine del giorno che impegna il Governo su due punti: in primo luogo, a non decurtare ulteriormente, mediante il bilancio di assestamento 2003, la dotazione del fondo di riserva; in secondo luogo, a prevedere, per la legge finanziaria 2004, appositi accantonamenti per le varie missioni.
Infine, colleghi, vorrei annunciare, nonostante il radicale dissenso che abbiamo espresso nei confronti di questa iniziativa del Governo italiano, la nostra astensione su quest'articolo, quale segno di attenzione e di considerazione per i nostri soldati.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Loiero. Ne ha facoltà.
AGAZIO LOIERO. Signor Presidente, intervengo per lasciare agli atti che non condividiamo questa missione e i suoi obiettivi fuori da un quadro multilaterale. Tutto ciò appare ancora più evidente, oggi, in questo dopoguerra dagli esiti incerti, in una fase in cui, in tanti paesi, i governi sono sottoposti ad una forte pressione dell'opinione pubblica.
Presidente, mentre tutto questo avviene, da noi il Governo assume un atteggiamento schizoide. Invece di avvertire l'esigenza di compattare il Parlamento, interesse che, nel tempo, è stato di tutti i governi della Repubblica, l'esecutivo sembra dimenticare che la politica estera la fa il Governo, ma le linee le traccia il Parlamento, perché traccia un alveo entro cui consuetudini, tradizioni, alleanze hanno visto, nel tempo, la luce e, nel tempo, si sono consolidate.
Dietro quest'alveo, c'è il paese intero, i suoi interessi. Invece, cosa è successo in questo caso? Se non ci fosse stata una posizione rigida da parte dell'opposizione il Parlamento sarebbe stato, ancora una volta, spogliato sbrigativamente, come fosse un ingombro. Succede così che, attraverso voti doppi, tripli, si crea una politica spettacolarizzata fuori di qui.
Vogliamo protestare per questo andazzo, signor Presidente. Un paio di settimane fa, su una risoluzione di politica estera, il Governo ha inteso fare da solo, in maniera autarchica. In questa logica, l'opposizione è sottoposta a piccole manovre. Ora, Presidente, la politica estera non è il terreno ideale per i trucchi, per i virtuosismi. La sicurezza internazionale non è né di destra né di sinistra. Il terrorismo che si trasforma, che diventa planetario, che punta all'eccidio e non all'atto criminoso singolo è un problema di tutti.
Di fronte a questi fatti, non potete porci davanti a fatti compiuti, già consumati.
Ci propinate un'operazione in cui l'Italia, di fatto, diventa forza complementare d'occupazione. Ma chi l'ha stabilito tutto questo? C'è di più. In Iraq è scoppiato un incendio nel dopoguerra di grandi proporzioni e le conseguenze nessuno può conoscerle, perché l'odio per il crudele regime di Saddam non affranca da rischi enormi, dall'umiliazione di tanti iracheni, dal crescente sentimento antisraeliano, da risentimenti per bombardamenti, per la perdita di ricchezze naturali. Insomma, c'è la radicalizzazione dello scontro.
Tutto questo postula un cambio di prospettiva e pone le forze americane in una condizione di occupanti e non di liberatori.
Presidente, l'asprezza delle nostre critiche per la dimensione dissennata di questa gestione politica, di questa vicenda internazionale, comunque non ci esime dall'essere vicini ai nostri soldati, consapevoli del ruolo che svolgono e del crescente rischio che corrono.
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Vertone 18.5, non accettato dalle Commissioni né dal Governo e sul quale la V Commissione (Bilancio) ha espresso parere contrario.
(Segue la votazione).
Colgo occasione per scusarmi con l'onorevole Minniti perché c'è stato un problema tra me e gli uffici e, quindi, l'ho saltato. Mi rimproverano di far parlare troppo l'opposizione, ma poi...
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 393
Votanti 240
Astenuti 153
Maggioranza 121
Hanno votato sì 14
Hanno votato no 226).
Avverto che, consistendo il disegno di legge di un solo articolo, si procederà direttamente alla votazione finale.
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