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PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Emerenzio Barbieri. Ne ha facoltà.
EMERENZIO BARBIERI. Signor Presidente, colleghi, noi qui abbiamo in seconda lettura il provvedimento che ci arriva dal Senato e che non è stato modificato in maniera sostanziale. Sono state
introdotte infatti soltanto alcune precisazioni di carattere contabile. Di certo vi è stato un ulteriore slittamento, ma credo che a questo punto la lunga attesa del precariato degli insegnanti di religione cattolica sia finalmente giunta al termine dopo ben 17 anni, da quando cioè con l'intesa del 1985 lo Stato italiano si era impegnato per addivenire alla definizione di un nuovo stato giuridico per gli insegnanti di religione.
In sede di dichiarazione di voto in prima lettura avevo tenuto a precisare, e lo voglio ribadire oggi, il carattere bipartisan del provvedimento, che prescinde da qualsiasi considerazione e diatriba ideologica in quanto oggi i docenti sono per almeno l'80 per cento laici, spesso con famiglia a carico, e sono dei lavoratori che svolgono la loro professione al servizio degli studenti. Per ragioni di equità, a parità di doveri deve corrispondere parità di diritti. L'ora di religione ha perso il suo carattere clericale già con il Concilio ecumenico Vaticano II, l'avvio del processo di secolarizzazione e l'introduzione progressiva nella scuola di docenti di religione, che sono però laici e che oltre al catechismo cercavano di far arrivare alle giovani generazioni il messaggio etico e culturale rappresentato dalla religione cattolica.
Non entrerò nel merito del provvedimento rimandando alla dichiarazione che svolsi nel dicembre scorso, vorrei ribadire soltanto che si tratta di un provvedimento di assoluta novità in quanto colloca in ruolo tali docenti, ad esclusione delle due esperienze delle province autonome di Trento e di Bolzano. Si tratta di un buon testo che interessa 10 mila docenti ad orario pieno nella scuola secondaria e circa 3 mila nella scuola materna ed elementare, che potrebbero ottenere l'immissione in ruolo già dal prossimo anno se in possesso di un'anzianità di servizio di almeno quattro anni.
Si tratta di un mondo che, dopo anni di attese, di amarezze e di delusioni, stava invecchiando in uno stato di precariato inaccettabile. È per questi motivi che preannuncio e confermo il voto favorevole su questo provvedimento da parte del gruppo parlamentare dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro (Applausi dei deputati dei gruppi dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro e di Forza Italia).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Motta. Ne ha facoltà.
CARMEN MOTTA. Signor Presidente, con l'approvazione di questo provvedimento, approvato dal Senato senza alcuna modifica significativa che recepisse le proposte emendative migliorative di gran parte dell'opposizione, esattamente come già avvenuto alla Camera nel corso della prima lettura, si è persa, e me ne dispiace, un'occasione preziosa per collocare l'insegnamento della religione cattolica nel quadro delle finalità del sistema scolastico, conferendo dignità culturale ad un insegnamento che ne ha sicuramente i tratti, oltre quelli formativi.
Il dibattito che si è aperto, che poteva essere proficuo per affermare e riaffermare che la scuola è il luogo per eccellenza ove è possibile acquisire il senso del concetto di cittadinanza in modo laico e tollerante proprio perché la scuola è e dovrebbe essere il luogo dell'educazione al dialogo, questo confronto e dibattito, dicevo, è stato incanalato da parte del Governo e della maggioranza in una specie di atto dovuto, di sanatoria, con l'atteggiamento di chi, anziché lavorare per il futuro, guarda al passato e al più si ferma al presente.
Ai colleghi della maggioranza, che hanno stigmatizzato le nostre critiche ricordandoci che fu proprio durante il Governo dell'Ulivo che fu affrontato il problema, rispondo che il contesto in cui maturò quella proposta e il contesto attuale sono molto diversi. Allora era in atto una riforma della scuola nella quale le istituzioni scolastiche autonome svolgevano un ruolo vero teso alla qualificazione dell'intero sistema e nel quale erano definiti i valori di riferimento per ogni soggetto operante nella scuola; in quel contesto ci si impegnava a promuovere la qualificazione culturale nonché il riconoscimento
di una formazione educativa dei docenti di religione cattolica evitando però forme parallele e dequalificate di reclutamento del personale tutto della scuola, dunque, anche degli insegnanti di religione. Ora, il contesto è molto differente; è in atto un'altra riforma che ha assunto, quale criterio ispiratore, il principio economico-funzionalista - altro che centralità della persona - irrigidendo e frantumando il processo formativo delle persone. Questo Governo, attraverso due leggi finanziarie, ha avviato una stagione di contenimento dell'organico, come è avvenuto per l'anno in corso, fino a ridurre a zero le assunzioni; Governo che si rifiuta di applicare la legge n. 124 del 1999 per la sistemazione dei docenti precari e accusa l'opposizione di non voler sanare il precariato degli insegnanti di religione. È un'accusa infondata e strumentale che noi non intendiamo accogliere; ed è, invece, un volersi attribuire un merito che non corrisponde a verità. Per noi tutti i lavoratori sono tali, e per tutti riconosciamo diritti, pari dignità e tutele.
Nell'ultimo decennio sapete perfettamente che in sede di contrattazione collettiva la condizione di questi docenti ha subito notevoli miglioramenti sia sul piano giuridico sia sul piano economico; la contrattazione collettiva non ha potuto risolvere questioni come quelle del ruolo che oggi si configura come contratto a tempo indeterminato, perché quelle questioni derivavano, per questi insegnanti, da una fonte e da una scelta legislativa concordataria. Infatti, la contrattualizzazione del rapporto di lavoro pubblico prevista dal decreto legislativo n. 29 della 1993 affronta, per questi come per gli altri lavoratori della scuola, questioni relative alle condizioni di lavoro, mentre restano regolate per via legislativa, perché così espressamente previsto dalla Costituzione, le materie relative al reclutamento e alla libertà di insegnamento. Questi sono fatti che tutti conosciamo e che dovremmo conoscere.
Si potevano allora trovare soluzioni migliorative del testo iniziale del provvedimento; il gruppo parlamentare dei Democratici di sinistra-l'Ulivo le ha proposte al fine di risolvere i problemi aperti per questa categoria di insegnanti; proposte più rispettose della qualità dell'istruzione e del principio di uguaglianza. Infatti, il passaggio più critico del testo del provvedimento riguarda la possibilità della mobilità professionale che si concede agli insegnanti di religione assunti a tempo indeterminato, cioè la possibilità, in caso di revoca dell'autorizzazione da parte dell'autorità ecclesiastica, di passare all'insegnamento di altra disciplina anche quando l'insegnante è sprovvisto di una laurea riconosciuta dallo Stato.
Si tratta di un canale privilegiato di reclutamento, altrimenti come altro lo si potrebbe definire?
La revisione del Concordato del 1984 ha segnato un passo avanti sul piano della laicità, riconoscendo alle famiglie la facoltà di avvalersi o meno dell'insegnamento della religione cattolica nelle scuole, mantenendo l'obbligo di impartirlo in capo allo Stato.
Lo Stato, tuttavia, ha anche il dovere di essere attento a mantenere la legislazione entro i confini dell'intesa stipulata nel 1985 tra il Ministero della pubblica istruzione di allora e la Conferenza episcopale italiana, ma in alcuni passaggi ci sembra che si vada oltre quell'intesa, perché lo status - chiamiamolo così - degli insegnanti di religione cattolica deriva dal fatto che per essi si prevede una duplice dipendenza giuridica, quella statale e quella ecclesiastica, come il diritto di idoneità e di revoca riconosciuto all'autorità ecclesiastica.
Ecco l'ulteriore condizione di assoluta anomalia per il nostro ordinamento: in caso di contrazione dei posti, o di revoca dell'autorizzazione da parte della diocesi, e se non è possibile la mobilità, lo Stato può licenziare - può farlo - non in violazione di norme del nostro ordinamento, bensì per decisione insindacabile di una diversa autorità, quella ecclesiastica.
Erano proprio insormontabili questi due punti, assai critici ed estremi, che qui ho succintamente segnalato? Abbiamo avanzato proposte di «riduzione del danno»,
come si usa dire; ne cito alcune particolarmente significative: il passaggio ad altre classi di concorso, condizionato da requisiti quali la laurea; l'obbligo di permanenza nell'insegnamento per almeno cinque anni; la qualità delle prove concorsuali.
Si tratta di osservazioni già ampiamente svolte nel dibattito in questa Assemblea e al Senato. Nessuno nega la rilevanza di tale insegnamento per chi lo sceglie, tenuto conto della nostra tradizione culturale, per la quale l'unità di fede rappresenta sicuramente un fattore di aggregazione e di identità, anche morale.
Proprio per questo, da laica, sostengo che si dovevano - e si potevano - realizzare con questo disegno di legge i valori legati alla persona, alla vita, alla nostra identità nazionale ma anche statale, profondamente legate. Per questo motivo, si è persa un'occasione, e con questo provvedimento, invece, si introducono soluzioni riduttive, che creano inutili e dannose disparità.
Il provvedimento al nostro esame meritava un approccio più ampio, con una visione proiettata sul futuro, e poteva offrire agli insegnanti di religione cattolica una vera opportunità di svolgere quel ruolo di natura culturale-formativa non catechistica che li relega, viceversa, in una visione miope e ristretta, che certo non valorizza tale categoria di docenti.
Come sempre, credo che il tempo darà ragione delle nostre buone ragioni. Per questo motivo dichiaro, a nome del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, il nostro voto contrario (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Villetti. Ne ha facoltà.
ROBERTO VILLETTI. Signor Presidente, intervengo per la gravità che questo disegno di legge riveste nel contesto del nostro ordinamento. Con il pretesto di risolvere una questione di carattere sociale, infatti, si configura un meccanismo, riguardante gli insegnanti di religione, del tutto anomalo e straordinario, il quale intacca gravemente i princìpi della sovranità della Repubblica e modifica, nella qualità, gli stessi accordi intervenuti tra lo Stato italiano e la Santa Sede.
Vorrei ricordare ai colleghi che nella situazione precedente, in base al Concordato, erano attribuite alle diocesi la scelta e la revoca degli insegnanti di religione, mentre lo Stato italiano si limitava a pagare il conto a piè di lista.
Oggi, invece, ci troviamo in una situazione profondamente differente: si introduce un concorso, si attribuisce alla diocesi la possibilità di scegliere tra coloro che sono considerati idonei, si continua a concedere alla stessa diocesi la possibilità di effettuare la revoca e si attiva, per coloro che vengono revocati, un meccanismo di mobilità che può portarli ad altri insegnamenti all'interno dell'ordinamento scolastico.
In questo modo (non può sfuggire ai colleghi), la diocesi interviene non soltanto nella scelta degli insegnanti di religione ma, indirettamente, anche nella scelta degli insegnanti di altra materia. Ci troviamo in una situazione in cui si è configurata una sorta di cassa integrazione per il Vaticano o per la diocesi. Per coloro che amano la flessibilità, l'unico caso in cui non applicano tale principio è proprio quello in cui questo tipo di contratto discende da un accordo tra Santa Sede e Stato italiano. Quindi, è una modifica che consideriamo grave, perché intacca i principi della Costituzione e perché modifica quel Concordato, a cui anche i socialisti con il Presidente Craxi dettero un contributo, che aveva stabilito un equilibrio molto delicato che non bisognava in alcun modo alterare.
In conclusione del mio intervento, vorrei aggiungere una considerazione generale che riguarda l'insegnamento della religione. Sono stato sempre del parere che bisognasse superare l'insegnamento della religione così come oggi è configurato nella scuola e che si potesse arrivare non all'insegnamento della religione ma all'insegnamento
delle religioni gestito da parte dello Stato senza l'interferenza della diocesi.
Aggiungo che, se si abolisse l'insegnamento della religione, cosa che non esiste in questa forma in nessuna parte dell'Europa occidentale (noi lo abbiamo detto tante volte), si potrebbe affrontare il discorso del finanziamento alla scuola privata. Tuttavia, non si può avere il retaggio arcaico dell'insegnamento della religione e l'aspetto moderno del pluralismo scolastico e del supporto finanziario eventuale da parte dello Stato.
Pertanto, la nostra non è affatto una posizione di cieco anticlericalismo, non è affatto una posizione che non prende in considerazione i problemi che riguardano la società, ma è una posizione ispirata fermamente a quei principi di laicità che sono alla base della nostra Costituzione e della nostra Repubblica.
Per queste ragioni, il gruppo Misto-Socialisti democratici italiani esprimerà un voto contrario, confermando la contrarietà che ha già espresso nel precedente esame del provvedimento (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Socialisti democratici italiani e Misto-Verdi-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Titti De Simone. Ne ha facoltà.
TITTI DE SIMONE. Signor Presidente, vogliamo ribadire la nostra contrarietà a questo provvedimento dopo un dibattito molto approfondito che si è svolto qui alla Camera e poi al Senato. La nostra è una contrarietà di fondo, una contrarietà profonda di metodo ma soprattutto di merito, da parte di chi, come noi, è fermamente contrario all'idea e alla pratica del testo concordatario e non lo fa, onorevoli colleghi e colleghe, ovviamente, per riproporre una guerra di religione, ma sulla base di un importante e fondamentale principio liberale, un principio fondativo della nostra Carta costituzionale: libera Chiesa in libero Stato.
A partire da questo principio di fondo, siamo contrari alla posizione di privilegio che deriva dal testo concordatario all'insegnamento della religione cattolica all'interno della scuola pubblica.
Siamo contrari perché crediamo fermamente che una scuola pubblica debba insegnare la storia delle religioni, di tutte le religioni, perché l'umanità ha affrontato, anche attraverso la religione, il problema della trascendenza. Tale insegnamento ha avuto grosso peso nella formazione del pensiero moderno, nella filosofia, nei modi di vita e di pensiero della nostra cultura. Ciò, evidentemente, è un'altra cosa rispetto a quanto propone il testo concordatario dell'epoca fascista, aggiornato da Bettino Craxi nel 1984, che assomiglia molto di più ad una pratica di privilegio, di imposizione di un'idea etica di Stato. Si tratta di una pratica funzionale alle forme autoritarie del potere che ci hanno insegnato, nella storia dell'umanità, quanto sia utile derubricare la religione ad oppio dei popoli.
Dunque, è necessario trattare il tema della storia di tutte le religioni, colleghe e colleghi, che lo vogliate o no, a partire anche da quella «schifezza» che avete chiamato Bossi-Fini. La nostra, infatti, è destinata inevitabilmente a diventare una società multietnica, multireligiosa, con una presenza ed una cittadinanza - noi vorremmo definirla così - plurale di popoli e culture del mondo. Quindi, dovremo affrontare nuovamente in altri termini la materia della religione.
Anche a partire da tali riflessioni il provvedimento in esame è antistorico, oltre ad essere, dal nostro punto di vista, profondamente sbagliato perché lede il principio della laicità dello Stato. Vi è un forte problema di modalità: si è voluta risolvere la questione degli insegnanti di religione attraverso l'immissione in ruolo. Si tratta di un provvedimento grave perché crea un doppio canale, una doppia autorità all'interno dell'ordinamento scolastico: quella che deriva dall'organizzazione statale in materia di pubblica istruzione e quella che deriva, invece, dall'organizzazione ecclesiastica, cioè dalle diocesi.
Si tratta di privilegi, doppi canali che suonano come uno schiaffo in faccia, in
tempi così magri e tristi per il destino della scuola pubblica italiana, rispetto alla condizione di migliaia di precari storici che voi avete piegato, ancora di più, con i vostri provvedimenti ad una logica di ultraflessibilità e precarizzazione bloccando, in primis, le immissioni in ruolo previste per il 2003-2004. A tale riguardo per i prossimi mesi tutto tace.
Vi è, dunque, un'obiezione di sostanza al provvedimento che, però, non ci fa dimenticare del fatto che gli insegnanti di religione sono lavoratori a tutti gli effetti e come tali, sotto questo profilo, vanno tutelati. Perciò, pur scartando l'ipotesi dell'immissione in ruolo, abbiamo chiesto insistentemente che le loro condizioni, in base alla nomina annuale, fossero quelle degli insegnanti a tempo indeterminato e che essi, quindi, godessero delle stesse condizioni degli altri insegnanti sotto ogni profilo.
Ci siamo occupati, inoltre, del principio della libera scelta sancito dalla legislazione (formalmente, sarebbe sancito persino dal Patto concordatario).
Ci siamo occupati, quindi, della possibilità di un'alternativa alla cosiddetta ora di religione. Se questa alternativa è possibile praticarla - se pure con un percorso molto accidentato - per quanto riguarda gli alunni che dispongono di libera scelta, ciò è assolutamente ed evidentemente negato per gli alunni della scuola materna e di quella elementare, i quali, in base alla figura del docente unico (il docente ordinario, al quale si sovrappone anche l'insegnante di religione), vedono ricattata la loro possibilità concreta di svolgere altre attività didattiche utili alla loro formazione, mentre altri studenti scelgono appunto l'insegnamento religioso in modo libero. La volontà di questi studenti viene esercitata ovviamente da parte dei loro genitori e, quindi, questa libertà di scelta in realtà viene molto spesso negata in virtù di questo meccanismo. Tutto ciò si configura ancora una volta all'interno di un impianto oscurantista ed autoritario dell'idea di scuola pubblica, nonché all'interno di un impianto di attacco diretto ai principi fondamentali della laicità dello Stato, delle libertà collettive e di quelle individuali, dei diritti e della qualità dell'istruzione pubblica nel nostro paese. Si tratta di un passo molto grave, che noi prendiamo sul serio, e pertanto esprimeremo, anche in questa occasione, un voto contrario su questo provvedimento (Applausi dei deputati del gruppo di Rifondazione comunista).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Di Teodoro. Ne ha facoltà.
ANDREA DI TEODORO. Mi sarei limitato a dichiarare soltanto il voto favorevole del gruppo di Forza Italia su questo provvedimento, se non avessi invece ascoltato gli interventi dei colleghi della sinistra, che a mio parere prefigurano una strana concezione in base alla quale il preteso e decantato universalismo dei diritti, soprattutto di quelli dei lavoratori, è tale soltanto se riguarda alcune categorie di soggetti, e non altre (forse, se ci fossimo occupati degli insegnanti di religione islamica, la loro posizione sarebbe stata diversa!), e se il principio di Stato laico viene inteso - come mi sembra sia in effetti da loro inteso - come una difesa ad oltranza del laicismo di Stato, che è cosa ben diversa.
Ritengo che questo provvedimento abbia invece una caratteristica estremamente positiva, dal momento che considera gli insegnanti di religione cattolica non tanto come operatori clericali, una sorta di quinte colonne di una potenza occulta e straniera (lo Stato del Vaticano) all'interno dello Stato italiano, ma per quello che essi invece sono, cioè uomini e donne, nella maggior parte laici, che spesso mantengono famiglie svolgendo un lavoro difficile come quello dell'insegnante e che finalmente oggi trovano una tutela dei loro diritti, pari a quella degli altri loro colleghi all'interno della scuola italiana, della quale fanno integralmente parte a tutti gli effetti: diritti che, fino ad oggi, non hanno avuto e che grazie all'attuale Governo e a questa maggioranza finalmente oggi hanno.
Non mi sembra che siano fondate le obiezioni che i colleghi hanno avanzato,
circa l'esistenza di un doppio canale, una sorta di via brevior per arrivare ad insegnare su altre cattedre, grazie al meccanismo della mobilità di cui fruirebbero una volta revocata l'idoneità da parte dell'ordinario diocesano. Ciò in quanto nel comma 3 dell'articolo 4 del provvedimento si specifica che la fruizione delle procedure di mobilità previste per il comparto del personale della scuola è subordinata al possesso dei requisiti prescritti per l'insegnamento per il quale si fruisce appunto della procedura di mobilità; non mi sembra, dunque, che vi sia alcuna discriminazione nei confronti degli altri insegnanti. Allo stesso modo, d'altro canto, il provvedimento prevede che vi sia un concorso per il riconoscimento dello stato giuridico in sede di prima applicazione.
Dunque, anche in questo caso, non si tratta di una sorta di scivolo di ingresso privilegiato - come è avvenuto negli anni scorsi per altre categorie di precari nella scuola -, in quanto si prevede un regolare concorso per l'immissione in ruolo di questa categoria di insegnanti.
Ritengo quindi infondate nel merito le obiezioni, essendo ispirate da una concezione giacobina, laicista e veteromarxista dello Stato. Al contrario, questo provvedimento è volto a realizzare una vera giustizia per una categoria di lavoratori di cui, fino ad oggi, i Governi molto spesso si sono riempiti la bocca senza occuparsi realmente delle loro necessità.
Il nostro gruppo ha svolto in Commissione un lavoro degno di nota, sostenendo il disegno di legge e migliorandolo nella parte in cui si è potuto intervenire con la collaborazione dei colleghi degli altri gruppi. Da questo punto di vista sono quindi fiero, non solo come parlamentare di Forza Italia ma anche cittadino italiano di uno Stato laico ma non laicista, di dichiarare il voto favorevole del mio gruppo su questo provvedimento.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mazzuca Poggiolini. Ne ha facoltà.
CARLA MAZZUCA POGGIOLINI. Signor Presidente, ci accingiamo a votare, per la seconda volta in questa legislatura, il provvedimento sullo stato giuridico degli insegnanti di religione, che avevamo già approvato nel dicembre scorso e che, tra l'altro, era stato oggetto di trattazione anche nella scorsa legislatura durante il Governo dell'Ulivo.
Con grande serenità non ho problemi ad affermare che sono felice che questo Governo, a differenza del centrosinistra, sia riuscito a portare a compimento questo provvedimento, dunque preannuncio il voto favorevole sullo stesso del gruppo UDEUR-Popolari per l'Europa.
Infatti, esisteva un obbligo nei confronti di questa categoria di lavoratori, derivante dall'Accordo concluso nel 1984 tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica. In questo Accordo si era assunto l'impegno affinché gli insegnanti di religione potessero essere inseriti a pieno titolo in un apposito ruolo, che poi è ciò che, finalmente, questo provvedimento realizza.
A mio avviso, tutto questo - mi riferisco in particolare all'individuazione di tali insegnanti - deve avvenire in un clima di concordia e di collaborazione fra la Chiesa cattolica e lo Stato italiano. Tuttavia, ho qualche perplessità rispetto alla mobilità di tale personale all'interno di ruoli in cui vi è la presenza di altri insegnanti con più titoli - e dunque con maggiori possibilità di rimanere in quel ruolo - e ai quali aspirano anche i precari. Questo è un punto di debolezza e di insoddisfazione, in quanto i soggetti non sono posti sullo stesso piano, ma si fa un torto ad altri insegnanti, facilitando eventuali insegnanti di religione posti in mobilità rispetto ad una trafila concorsuale che altri, invece, hanno dovuto percorrere per insegnare in quei ruoli.
Detto ciò, occorre sottolineare che il nostro voto favorevole è dovuto in primo luogo al fatto di voler onorare i patti, ma anche per sottolineare il valore di questo insegnamento. Io per prima, che ho radici repubblicane, sono felice del valore della laicità dello Stato, ma noi legislatori dobbiamo anche renderci conto che siamo di fronte ad una secolarizzazione sempre maggiore che, naturalmente, non fa bene
- tra virgolette - alla qualità dei rapporti all'interno del nostro Stato. Ciò in quanto, mai come in questo momento caratterizzato dalla globalizzazione, dall'immigrazione e dalle nuove povertà, abbiamo bisogno di declinare a tutti livelli - a livello nazionale, regionale e degli enti locali - quei valori di eguaglianza, di amore, di solidarietà e di fratellanza che sono alla base dell'insegnamento cattolico.
L'insegnamento impartito nelle scuole deve costituire un trasferimento di conoscenza per dare contezza di questi valori che il nostro paese - grazie a Dio e alla nostra storia - ha saputo inserire anche all'interno della crescita di una cultura laica, che poi ha condotto alla laicità dello Stato.
Tale cultura laica non è aliena da questi valori, ma semplicemente li ha declinati in modo più generale e staccato dalla religione cattolica. Tuttavia, se non diamo ai ragazzi tali basi attraverso l'insegnamento, come possiamo pensare che domani siano cittadini in grado di declinare i valori stessi nella piena libertà di adesione, che avranno da adulti, di accedere alla religione cattolica o di restare laici, ma fortunatamente consapevoli della loro esistenza grazie all'insegnamento cattolico impartito all'interno delle nostre scuole statali?
Credo pertanto che tutto ciò sia necessario e utile, a prescindere dagli obblighi assunti, proprio perché le radici della nostra cultura e della nostra storia non vadano perse e affinché permanga un retaggio che ci onora e che il provvedimento in esame consente alle nuove generazioni di poter continuare ad onorare.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Delbono. Ne ha facoltà.
EMILIO DELBONO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il provvedimento sullo stato giuridico degli insegnanti di religione procede oggi verso un traguardo finale positivo. Sono passati ben diciotto anni da quando, come è stato ricordato, la legge n. 121 del 1985 di ratifica ed esecuzione dell'Accordo fra lo Stato e la Chiesa cattolica del 1984, è entrata in vigore. Tale legge, all'articolo 9, sancendo il valore della cultura religiosa e riconoscendo ai principi del cattolicesimo di essere parte integrante del patrimonio storico del popolo italiano, affermava e ribadiva l'impegno della Repubblica italiana ad assicurare l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche di ogni ordine e grado.
Nella stessa premessa all'Intesa del 1985, lo Stato si assume un ulteriore impegno, quello di dare una nuova disciplina dello stato giuridico agli insegnanti di religione. Tutti questi anni non sono trascorsi inutilmente: oggi le opposizioni ideologiche a questo passaggio legislativo si sono fortemente allentate, tanto da far registrare un'ampia disponibilità tra le forze politiche di maggioranza e di opposizione ad approvare rapidamente la legge in esame e tanto da far esprimere un sostanziale consenso anche da parte della larga maggioranza delle organizzazioni sindacali.
La Camera dei deputati si accinge quindi a licenziare un testo frutto di otto proposte di legge, alle quali si è aggiunto il disegno di legge del Governo. Un testo che, è bene ricordarlo, fu licenziato dalla Commissione lavoro e dalla stessa Camera, durante la prima lettura.
Ma cosa è mutato in questi ultimi anni, al punto da far maturare la decisione in esame? Ritengo sia maturata la piena accettazione e consapevolezza del fatto che gli insegnanti di religione sono pienamente inseriti nel quadro delle finalità della scuola. Ciò ha comportato un'evoluzione contrattuale positiva che ha sostanzialmente costruito una rete di diritti e doveri degli insegnanti di religione pressoché equiparata al resto del personale docente.
Si sono poi aggiunti ulteriori elementi: la notevole espansione nel corpo docente del numero degli insegnanti di religione della componente laica, che costituisce l'80,5 per cento, rispetto al 19,5 per cento di religiosi; la stabilizzazione della loro posizione: oggi un numero di ore settimanali
superiore a 18 viene effettuato dal 63,8 per cento degli insegnanti di religione, rispetto al 23,7 per cento registrato nell'anno scolastico 1993-1994; nella scuola media superiore, gli insegnanti di religione a tempo pieno sono passati dal 29,3 per cento al 71 per cento.
Tali fattori hanno determinato una spinta alla stabilità e alla migliore professionalità, che oggi hanno bisogno di essere sancite da un quadro legislativo certo, ovvero da una piena immissione in ruolo dei docenti di religione.
Pertanto esprimeremo un voto favorevole, anche se abbiamo proposto ulteriori correzioni e miglioramenti, alcuni dei quali sono stati introdotti nel corso della precedente lettura. Non è un testo perfetto, non è un testo che ci soddisfa compiutamente, tuttavia è un testo positivo.
Voteremo favorevolmente senza alzare il tono e senza caricare ideologicamente questo provvedimento. Votiamo favorevolmente perché l'oggetto di questo provvedimento non è l'insegnamento della religione cattolica, ma lo stato giuridico degli insegnanti di religione. Allo stato, questi lavoratori godono di una retribuzione pressoché uguale a quella degli altri insegnanti, ma non hanno un uguale trattamento previdenziale e di carriera. Si tratta, quindi, di lavoratori precari che da tanti anni aspettano di vedere definito il loro stato giuridico. Quindi, questo provvedimento ci appare null'altro che un atto di giustizia e di equità (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole La Malfa. Ne ha facoltà.
GIORGIO LA MALFA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, si è già discusso in aula di questa materia. Allora, esprimemmo il voto contrario di quella parte del gruppo misto che rappresento. Ripeteremo il medesimo voto in questa occasione. Onorevoli colleghi, non è in questione l'insegnamento della religione cattolica. Esso è previsto dalle norme del Concordato. Tuttavia, si tratta di un insegnamento facoltativo. Ciò che è in questione con il provvedimento al nostro esame rappresenta un errore che la maggioranza, riprendendo una strada già fissata nella precedente legislatura, oggi vuole ripetere: introdurre nei ranghi dei professori ordinari delle scuole di ogni ordine e grado gli insegnanti di una materia facoltativa. Questo è un vulnus molto grave inferto alla parità dei cittadini di fronte alle leggi. Onorevoli colleghi, a mio avviso si raggiunge in modo molto profondo l'incostituzionalità, perché, con il combinato disposto degli articoli 3 e 4 di questo provvedimento, stabiliamo una via di accesso privilegiato ai ranghi dell'insegnamento nelle scuole. All'articolo 3 si prevede, infatti, un concorso speciale tra coloro i quali godono di una particolare autorizzazione da parte delle autorità ecclesiastiche; in base a tale concorso, essi vengono immessi nel ruolo degli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado. All'articolo 4, poi, si prevedono i casi di mobilità per questo personale scolastico, ormai ordinario, e si stabilisce che, in due circostanze - nel caso in cui le autorità ecclesiastiche abbiano revocato l'idoneità o nel caso in cui la diminuzione del numero degli studenti imponga la mobilità -, queste persone, entrate nell'elenco degli insegnanti ordinari delle scuole di ogni ordine e grado, vadano ad insegnare altre materie. Quindi, vi sono due modi di accesso alla professione di insegnante nella scuola pubblica: quello che avviene attraverso i concorsi, ai quali sono assoggettati tutti coloro i quali vogliano concorrere alla carica di insegnante, e la via indiretta che passa attraverso le autorità ecclesiastiche. Quanto al fatto che questa norma possa essere considerata costituzionale, lo si vedrà. Ma, mi chiedo per quale ragione il Parlamento debba forzare il contenuto delle intese tra lo Stato e la Chiesa cattolica, sino al punto di inserire nell'ambito dei suoi dipendenti coloro che sono chiamati ad insegnare una materia facoltativa. Si tratta di un tema molto delicato.
Signor Presidente, in materie come questa non si tratta di riparare alle ingiustizie sociali, come ha detto il collega che mi ha preceduto. Nell'ambito dei rapporti tra lo Stato e le chiese, si tratta di stabilire regole e principi che non possano essere assoggettati alle giustificazioni di tipo sindacale alle quali viene assoggettato questo provvedimento. Si tratta di un vulnus molto grave per la Costituzione di uno Stato liberale, democratico e repubblicano come il nostro. Per questi motivi voteremo contro (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Socialisti democratici italiani e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Maura Cossutta. Ne ha facoltà.
MAURA COSSUTTA. Grazie, signor Presidente. Mentre volete una delega sul mercato del lavoro che costruisce la totale e stabile precarizzazione di tutti i rapporti di lavoro, mentre non trovate le risorse - lo vedremo adesso nel DPEF - per finanziare il contratto del pubblico impiego, vale a dire per soddisfare quello stesso patto che il vostro Vicepresidente ha stretto nel febbraio scorso con i lavoratori, mentre nelle scuole non si fanno nomine a tempo indeterminato e la finanziaria falcidia gli organici del personale docente, voi predisponete questo provvedimento sugli insegnanti di religione.
È una legge ideologica e per questo iniqua, che crea disparità tra i lavoratori: l'hanno già detto le colleghe e i colleghi, l'abbiamo ripetuto tante volte e lo dobbiamo ripetere. E i precari che non sono insegnanti di religione? Altro che tutele! E quelli che non sono garantiti perché in esubero, che non sono insegnanti di religione? Voi create disparità tra i lavoratori, aprendo forti conflitti in una situazione in cui la scuola, la scuola pubblica, è in fortissima sofferenza.
D'altra parte, con questa legge voi accettate possibili discriminazioni per gli insegnanti di religione imposte da un codice che non è il nostro. Questo non è il codice civile, ma il codice canonico, per cui - l'hanno detto i colleghi - lo Stato è obbligato ad assumere gli insegnanti di religione, ma poi sarebbe obbligato a licenziare questi stessi lavoratori per la violazioni di norme che non sono del codice civile, ma del codice canonico: per esempio, per la violazione di leggi fondamentali dello Stato, non soltanto rispetto al divorzio, ma anche rispetto alla legge n. 194, con donne insegnanti di religione che, se abortiscono, potrebbero essere licenziate.
Questa legge viola principi costituzionali con riferimento alla possibilità di scegliere, alla facoltatività della scelta di religione, e viola quella che per noi è la laicità dello Stato.
È una legge ideologica e per questo iniqua e anticostituzionale. La laicità per noi è un pensiero forte, non un pensiero debole, e sta tutto dentro i contenuti della nostra democrazia. E voi, con questa legge, vorreste tutelare il principio di uguaglianza, ossia il principio di uguaglianza dei diritti! Questo principio è assolutamente violato. I diritti uguali per tutti devono essere tutelati sempre sia per i cittadini italiani sia per i cittadini immigrati, ma questo è un discorso che continueremo a farvi. Uguali, certamente, devono essere le condizioni di lavoro, e le retribuzioni per gli insegnanti di religione. Ma per tutti gli altri? I lavoratori precari?
Io credo che la scelta della laicità è una scelta di democrazia, altro che laicismo! È una scelta di fondo e la nostra Repubblica è laica proprio perché è democratica ed è democratica proprio perché laica, mentre il confessionalismo - che non è roba del passato, ahimé, ma è roba modernissima - è sempre stato, ma lo sarà nel futuro, un elemento di sofferenza rispetto a questa concezione democratica, perché declina e stravolge il principio di uguaglianza, secondo uno schema di inclusione ed esclusione, che quindi viola, appunto, questa natura democratica. Si tratta di un principio di inclusione ed esclusione per cui i diritti valgono, vengono riconosciuti e vengono garantiti rispetto ad un'appartenenza identitaria - che con questa legge oggi voi volete ribadire - che è quella religiosa.
Tuttavia, questo è un vulnus pericolosissimo perché domani vi potrebbe essere un'appartenenza identitaria legata al territorio e alla razza. Questo meccanismo di inclusione-esclusione rispetto ai criteri di appartenenza è gravissimo.
Pertanto, per questi motivi voteremo contro. Abbiamo combattuto la battaglia durante la prima lettura e continueremo a farla fino alla fine, come anche nel paese. Auspico che questi ragionamenti siano non solo ascoltati, ma anche condivisi dai parlamentari che si dicono cattolici e che sono cattolici, perché la laicità è patrimonio di tutti, cattolici e non. Qui siamo a un nodo decisivo: io credo che con questa legge si misura e si verifica la coerenza di principi fondativi della nostra cultura democratica, che è laica e costituzionalista.
PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
MARCELLO TAGLIALATELA, Relatore. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MARCELLO TAGLIALATELA, Relatore. Signor Presidente, intervengo anche ricordando che il gruppo di Alleanza nazionale ha avuto, tra l'altro, come presentatori di disegni di legge sull'argomento i colleghi Coronella e Landolfi, a dimostrazione di come questo sia un tema particolarmente condiviso.
Premessa questa considerazione, mi consenta, signor Presidente, onorevoli colleghi, di ribadire alcuni principi che il provvedimento in esame intende introdurre all'interno della nostra legislazione e che dovrebbero fare piazza pulita di polemiche di tipo ideologico che ho avuto modo di ascoltare oggi in quest'aula per la seconda volta. Abbiamo partecipato allo stesso dibattito nel dicembre dell'anno scorso; le medesime argomentazioni addotte dai colleghi della sinistra, che hanno deciso di esprimere un voto contrario, sono state espresse oggi per la seconda volta.
Probabilmente ci si dimentica che questo è il provvedimento attraverso il quale viene istituito il ruolo degli insegnanti di religione che fino ad oggi sono precari (non ve ne è nemmeno uno che sia di ruolo); questo è un elemento che si fa fatica a ricordare da parte di coloro i quali, a sinistra, hanno assunto una posizione ideologica.
Ho notato imbarazzo anche da parte di qualcuno che è intervenuto contro il provvedimento in esame perché è evidente che si tratta di una normativa che fa giustizia per quanto riguarda i diritti dei lavoratori che hanno scelto di svolgere un'attività che, certamente, non è di secondo piano rispetto a nessun'altra all'interno del mondo della scuola; anzi, vi sarebbe da discutere se eventualmente questo sia un tema al quale affidare buona parte della educazione dei nostri figli e dei nostri giovani.
Non è questo, tuttavia, il punto: oggi ristabiliamo una parità tra coloro che insegnano altre materie all'interno della scuola italiana e coloro che insegnano la religione cattolica. Sarà espletato un concorso e, attraverso il provvedimento in esame, sarà certamente migliorato il rapporto tra lo Stato italiano e le curie, per quanto riguarda la scelta degli insegnanti; verranno, inoltre, introdotti principi concorsuali di trasparenza. Mi pare che stiamo facendo una cosa utile per il mondo della scuola, per gli insegnanti di religione e per i nostri ragazzi.
Questo è il motivo che mi spinge ancora una volta a dichiarare il voto favorevole del gruppo di Alleanza nazionale sul provvedimento in esame e a fare in modo, indipendentemente dall'appartenenza alla maggioranza, che il maggior numero dei colleghi si impegnino ad esprimere un voto favorevole sul provvedimento.
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