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GUSTAVO SELVA, Relatore. I Protocolli oggi al nostro esame sono stati firmati a Bruxelles il 26 marzo 2003 e si limitano a regolare le modalità e i tempi di estensione dell'invito rivolto ai loro governi dal Segretario generale della NATO nonché la data della loro entrata in vigore.
Il testo dei Protocolli, identico per i sette paesi, consta di soli tre articoli.
L'articolo 1 prevede che, dopo l'entrata in vigore dei Protocolli, il Segretario generale della NATO, a nome di tutti i paesi membri, inviti i governi dei sette Stati ad accedere al Trattato dell'Atlantico del nord. Successivamente, ciascuno dei sette paesi diverrà parte della NATO una volta depositato lo strumento di adesione al Trattato stesso presso il Governo degli Stati Uniti d'America.
L'articolo 2 subordina l'entrata in vigore dei Protocolli alla notificazione della loro approvazione - da parte di tutti gli Stati membri - al governo degli Stati Uniti d'America, che deve informare tutti i paesi NATO della data di ricevimento di ciascuna notifica e dell'entrata in vigore di ciascun protocollo.
L'articolo 3 stabilisce che i Protocolli, redatti in lingua francese e in lingua inglese, saranno depositati presso gli archivi del governo degli Stati Uniti d'America.
Anche il disegno di legge di autorizzazione alla ratifica si compone di tre articoli.
I primi due recano, rispettivamente, l'autorizzazione alla ratifica e il relativo ordine di esecuzione dei sette Protocolli e il terzo la clausola di entrata in vigore della legge di ratifica per il giorno successivo a quello della sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.
Vorrei poi ricordare - in aggiunta a quanto esposto in aula - che a Washington nel 1999 fu ribadita la politica della open door, cui ho fatto cenno, e fu lanciato il piano d'azione per l'adesione (Membership action plan) per favorire le successive adesioni.
Si trattava di un piano di riforme che i paesi candidati possono seguire, su base volontaria, al fine di raggiungere livelli - adeguati a quelli dei paesi membri - che garantiscano un sicuro contributo alla sicurezza generale di tutti i paesi dell'alleanza.
Il processo di allargamento è stato poi riaperto nel vertice che si è tenuto a Praga il 21 e 22 novembre 2002, durante il quale si è formalizzato l'invito ai sette paesi (Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia) la cui adesione è oggetto del disegno di legge al nostro esame.
Vorrei rammentare che i sette paesi avevano adottato il 19 maggio 2000 la cosiddetta Dichiarazione di Vilnius, insieme a Macedonia ed Albania, nella quale i nove ministri degli esteri si sono impegnati a lavorare insieme per l'integrazione nella NATO. Val la pena, inoltre, di ricordare che al gruppo di Vilnius, che si riunisce con cadenza periodica, si è aggiunta, nel maggio 2001, la Croazia.
Si è così giunti al prossimo allargamento che, come esplicitamente si è dichiarato a Praga, non esclude nuove adesioni.
L'apporto all'alleanza dei nuovi membri è facilmente quantificabile in termini numerici. Si tratta di paesi con complessivi 45.200.000 cittadini, un PIL (anch'esso aggregato) pari a 116,8 miliardi di dollari dei quali il 2,04 per cento (2.385 milioni in cifra assoluta) destinato alla difesa (una percentuale maggiore di quella dell'Italia, dove il rapporto citato si attesta all'1,91 per cento), e forze armate composte da 227.370 uomini.
Non sono tuttavia dati numerici a rendere ragione dell'importanza dell'adesione, ma è il dato politico che, in ultima analisi, è quello della volontà di questi paesi di far parte integralmente e a pieno titolo della famiglia europea.
Ho prima accennato ai rapporti della nuova NATO con la politica estera e di
difesa europea, ed ho fatto riferimento più volte anche al recente Vertice di Praga.
Le decisioni assunte in quella sede sono cruciali nel rapporto in esame; dalla capacità, anche in termini di uomini da impiegare nelle operazioni future, alla ideazione della NATO response force (NRF), che secondo alcuni si porrebbe in contrasto con la forza di reazione rapida europea, al cosiddetto pacchetto di iniziative per incrementare la capacità operativa degli eserciti europei.
Anche in questo caso, è la politica a dover dare una risposta, e la risposta è che una Europa forte, anche militarmente, non può che far bene alla NATO e agli Stati Uniti. La risposta è che invece di perdersi in recriminazioni, proteste e lamentele bisogna darsi da fare, riconoscere i nostri punti deboli e cercare di superarli.
Non si può inoltre sottacere che la vicenda dell'ampliamento dell'alleanza è connesso al tema del rapporto tra NATO e Federazione russa.
Anche sotto questo aspetto, devo notare come gli eventi recenti e meno recenti, unitamente alla coscienza della necessità di unire le forze nella lotta comune contro il terrorismo (che è la guerra non dichiarata, ma reale, e appunto perché non dichiarata è più insidiosa) abbiano contribuito a rasserenare non poco il clima, fattosi talvolta pesante negli anni passati specie in relazione al possibile ingresso nell'alleanza di paesi già facenti parte dell'ex URSS.
Come si ricorderà, nel 1997 era stato firmato tra NATO e Federazione russa un Atto fondatore sulle reciproche relazioni, cooperazione e sicurezza, che istituiva un Consiglio permanente congiunto (PJC) tra Alleanza atlantica e Federazione russa. Ma è stato all'indomani degli attentati dell'11 settembre 2001 che la cooperazione NATO-Russia sui temi della sicurezza, ha subito una repentina e significativa accelerazione.
È stato infatti raggiunto un accordo - annunciato in occasione della riunione del Consiglio Atlantico svoltosi a Reykjavik nel maggio 2002 per l'istituzione di un nuovo Consiglio a venti in cui NATO e Russia «lavoreranno come partner eguali in aree di comune interesse, preservando allo stesso tempo la prerogativa della NATO di agire in maniera indipendente». La cerimonia inaugurale del nuovo Consiglio si è svolta il 28 maggio 2002 a Pratica di mare.
Anche sotto questo profilo la NATO del futuro può aprirsi a scenari nuovi e non ancora tutti prevedibili in un passato recente.
Scenari che potranno forse vedere realizzata nella intera fascia settentrionale del pianeta una macro-zona di sicurezza e cooperazione, un apparato in grado anche di intervenire per assicurare la pace e il rispetto del diritto ove questi fossero minacciati; per garantire, cioè, le condizioni necessarie per lo sviluppo economico e la tutela della democrazia, dove esiste, e la sua costruzione dove ancora non c'è; una costruzione che deve avvenire per volontà popolare, rappresentata dai Parlamenti liberamente eletti.
In conclusione, vorrei ribadire che il disegno di legge al nostro esame riveste un'importanza che va ben al di là del semplice e pur significativo ampliamento di un'alleanza che è stata per oltre mezzo secolo il bastione della nostra sicurezza.
Si tratta, infatti, di un'iniziativa che consente a sette popoli europei di entrare a far parte di una istituzione che difende e garantisce la democrazia e rende concreta la volontà di rendere più sicuro il mondo in cui tutti noi viviamo.
È per questo, onorevoli colleghi, che ne auspico una rapida approvazione, per tutte le ragioni che io ho illustrato e per quelle che potranno emergere dal dibattito dell'Assemblea plenaria della Camera dei deputati.
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