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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge: Ratifica ed esecuzione dei Protocolli di adesione al Trattato Nord Atlantico - NATO - delle Repubbliche di Bulgaria, di Estonia, di Lettonia, di Lituania, di Romania, di Slovacchia e di Slovenia, firmati a Bruxelles il 26 marzo 2003.
La ripartizione dei tempi
è pubblicata in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea (vedi calendario).
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
Avverto che il presidente del gruppo parlamentare dei Democratici di sinistra-l'Ulivo ne ha chiesto l'ampliamento senza limitazioni nelle iscrizioni a parlare ai sensi dell'articolo 83, comma 2, del regolamento.
Avverto che la III Commissione (Affari esteri) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Il relatore, presidente della Commissione Affari esteri, onorevole Selva, ha facoltà di svolgere la relazione.
GUSTAVO SELVA, Relatore. Signor Presidente, si tratta di uno dei provvedimenti più importanti che è stato esaminato nell'attuale legislatura dalla Commissione affari esteri, sulla base di una relazione che ho svolto in qualità di presidente. Mi pare di poter dire che si tratti di un evento che merita la qualifica che spesso si dà, forse anche con qualche abuso, di «storico», perché si riallaccia ad una delle scelte fondamentali della nostra politica estera, che è stata l'Alleanza atlantica, che è l'Alleanza atlantica, e al nuovo ruolo che tale alleanza è chiamata a svolgere.
Ed è su questo, in modo particolare, che cercherò di dire qualcosa di molto chiaro e preciso. L'ingresso di sette nuovi paesi, dei quali tre parte integrante sino a pochi anni fa dell'Unione sovietica, altri tre facenti parte del Patto di Varsavia ed uno, la Slovenia, nato dalla dissoluzione della Iugoslavia, costituisce un nuovo e definitivo sviluppo di quel processo storico che ha preso le mosse dalla caduta del muro di Berlino e dal crollo dei regimi comunisti in Unione sovietica e nei paesi che hanno chiesto l'adesione alla NATO.
Si tratta di un processo che mi sembra ancora ben lungi dal concludersi e che anzi pare subire una progressiva accelerazione sulle spinte dei sempre più incalzanti sviluppi che si susseguono nei vari scenari internazionali (Medio Oriente, Estremo Oriente), il più rilevante dei quali è in questo momento la lotta contro il terrorismo internazionale.
Oggi, vediamo bene come gli avvenimenti che vanno dal 1989 al 1991, da un
lato, abbiano aperto opportunità da studiare con attenzione per lo sviluppo nella sicurezza e, dall'altro, ci abbiano posto di fronte a non meno gravi responsabilità sui modi più efficaci di costruire il valore della pace, primaria condizione per vincere la battaglia contro la miseria e il sottosviluppo dei popoli.
In questo contesto, grande è, dunque, l'importanza del provvedimento che oggi siamo chiamati ad esaminare, dato che per noi l'Alleanza atlantica si è realizzata come strumento di sicurezza e di difesa della pace anche nei tempi della guerra fredda, durante la quale la NATO ha saputo garantire la libertà dei suoi membri. Il tema dell'ampliamento o, meglio, della trasformazione della NATO ha avuto un primo collaudo positivo con l'ingresso nell'Alleanza atlantica, nel 1999, della Polonia, dell'Ungheria e della Repubblica CECA e ha dimostrato il suo valore propedeutico anche per la partecipazione all'Unione europea, come del resto avvenne per i sei paesi fondatori della Comunità europea. La storia ci dice, dunque, che il parallelismo tra la NATO e la CEE diede all'Europa occidentale la possibilità di vivere in pace e di sviluppare la sua politica economica e sociale. Oggi, l'ampliamento è un nuovo tassello nel mosaico della sicurezza e dell'unificazione dell'Europa, al punto da poter essere considerata questione assolutamente determinante per la costruzione del futuro assetto geopolitico europeo e mondiale, nella libertà, nella giustizia e nella pace fra i popoli.
L'ampliamento coinvolge, infatti, la definizione della nuova identità dell'alleanza, lo stato e la qualità dei rapporti transatlantici tra Europa e Stati Uniti d'America, le politiche di difesa dell'Europa e di ciascun singolo Stato che la compone, le connesse problematiche industriali - penso ad esempio ad un'agenzia europea degli armamenti, penso ad esempio a consorzi per la costruzione di aerei - e i rapporti e le possibili interferenze che questo patto può avere con la PESC e con la PESD. Non è poco, come si vede, ed è precisamente materia oggetto di riflessione e di intervento politico concreto e sereno da parte nostra.
Una cosa, tuttavia, mi sembra di poter affermare preliminarmente, anche nel quadro di tutte le polemiche che, negli ultimi tempi, sono nate sui rapporti fra le due sponde dell'atlantico, che gli illuminati dirigenti democratici dell'Europa occidentale, dopo la fine della seconda guerra mondiale, vollero più stretti, proprio sulla base della constatazione, ormai storicamente accertata, che furono i soldati americani a dare il contributo determinante per la liberazione dell'Europa dal nazismo e dal fascismo e per il piano Marshall, che avviò la ricostruzione della Germania e dell'Italia, le quali, unite nel Patto atlantico con la Francia ed altri dodici paesi, ebbero la forza di sventare ogni tentazione dell'Unione sovietica di allargare il suo dominio politico e militare verso l'occidente. In tempi più recenti, come ricordava al vertice tenuto a Washington il 22 e il 23 aprile 1999 l'allora Presidente Consiglio, Massimo D'Alema, la profondità dell'impegno della NATO è evidenziata dagli sforzi intrapresi per porre fine alle immense sofferenze umane provocate dal conflitto dei Balcani.
Gli anni trascorsi dopo la fine della guerra fredda hanno fatto registrare anche importanti sviluppi nel campo del controllo degli armamenti che rappresenta, pur sempre, il modo per trasferire le potenzialità economiche ed umane dal settore potenziale della guerra a quello della pace.
In una parola, sono stati per cinquant'anni gli europei ad avere più bisogno della NATO di quanto non ne abbiano avuto gli statunitensi. Ritengo questa considerazione fondamentale e basata su dati di fatto ampiamente riscontrati. Anzitutto, la potenza militare statunitense è non solo fuori discussione ma senz'altro autosufficiente. Lo stesso non può dirsi della capacità di difesa di noi europei e questo senza considerare anche il significato della presenza di basi, infrastrutture e quant'altro sul piano economico, situati anche nel nostro paese. L'alleanza resta un centro
fondamentale di confronto, un luogo politico prima ancora che militare, come la lettura stessa del trattato istituivo ci insegna. Questo aspetto, io penso, meriterebbe maggiore attenzione e più dedizione di quanto non gliene sia stata riservata tuttora, poiché questo è stato considerato quasi sempre un trattato avente soltanto carattere militare.
Certo, nessuno vive nel modo della luna e sappiamo bene quanto contino nei rapporti il peso politico, economico e la forza militare anche fra alleati, ma la prima cosa da fare è precisare che cosa è oggi la NATO e che cosa deve essere nei prossimi tempi.
Una volta scomparsa la minaccia sovietica, l'Alleanza atlantica ha dovuto ripensare la propria identità e missione, anche in relazione ai rapporti con i paesi facenti parte dell'ex blocco sovietico. È un lavoro iniziato proprio a Roma nel novembre del 1991 quando fu adottata la nuova concezione strategica. Questo è uno strumento diretto a coniugare un approccio più ampio al tema della sicurezza con quello del mantenimento della capacità di difesa collettiva e, al contempo, uno strumento che ha permesso di avviare un dialogo con i paesi dell'Europa centrorientale e dell'ex Unione sovietica, anche mediante l'istituzione di quel Consiglio di cooperazione dell'Atlantico del nord, poi ulteriormente concretizzatosi nel 1994 con il programma Partnership for peace.
Il successo di tale programma ha costituito un fattore determinante per l'allargamento dell'Alleanza atlantica, fino all'invito nel corso del Consiglio atlantico di Madrid del luglio del 1997 ad avviare colloqui di adesione con la Repubblica ceca, l'Ungheria e la Polonia e ad aderire alla cosiddetta politica della open door, della porta aperta, ossia di lasciare la porta aperta a tutti paesi democratici di Europa la cui adesione fosse in linea con i principi e gli obiettivi del Trattato.
A Washington nell'aprile del 1999, presente il Presidente del Consiglio dell'epoca, ripeto ancora, Massimo D'Alema, tale politica fu ribadita e fu lanciato il piano per l'adesione, Membership action plan, per favorire le successive adesioni. Si trattava di un piano di riforme che i paesi candidati possono seguire su base volontaria al fine di raggiungere livelli adeguati a quelli dei paesi membri che garantiscono un sicuro contributo alla sicurezza generale di tutti i paesi dell'Alleanza. Il processo di allargamento è stato poi riaperto nel vertice che si è tenuto a Praga il 21 e il 22 novembre 2002 durante il quale si è formalizzato l'invito ai sette paesi - Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia - la cui adesione è oggetto del disegno di legge al nostro esame.
Vorrei lamentare che i sette paesi avevano adottato il 19 novembre 2000...
PRESIDENTE. Onorevole Selva, la prego di concludere.
GUSTAVO SELVA, Relatore. Signor Presidente, abbia pazienza. Almeno, ricordiamo per il verbale la storia di queste vicende. Se poi, signor Presidente, siamo legati soltanto ai tempi e fissati, io consegno tutto il testo del mio intervento...
PRESIDENTE. Onorevole Selva, la storia sarà fatta qui e fuori di qui.
Io che presiedo, intanto, sono tenuto a tener conto della storia, ma soprattutto del calcolo...
GUSTAVO SELVA, Relatore. Sì, ma in un caso del genere, appellandomi io al solo deputato presente, credo davvero che se noi dedichiamo qualche...
PRESIDENTE. Onorevole Selva, detto questo, la prego di concludere.
Lei è un ottimo giornalista, quindi, faccia un po' la sintesi di quello che sta per dire.
GUSTAVO SELVA, Relatore. Sì, signor Presidente, faccio la sintesi, ma chiedo l'autorizzazione alla pubblicazione in calce al resoconto stenografico della seduta odierna della parte della mia relazione che non leggerò.
PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza sulla base dei consueti criteri.
GUSTAVO SELVA, Relatore. Nella sintesi, tanto per arrivare alle conclusioni, la risposta che deve scaturire oggi anche da questo nostro dibattito è la seguente: ad un'Europa forte si può arrivare soltanto (mi riferisco anche all'aspetto militare) se si costruisce una NATO forte e si mantiene la collaborazione con gli Stati Uniti d'America. Invece di perdersi in recriminazioni, proteste e lamentele, bisogna darsi da fare per riconoscere i punti deboli che ancora abbiamo sotto il profilo europeo e cercare di superarli.
Non si può, per esempio, sottacere il fatto che la vicenda dell'ampliamento dell'Alleanza è connessa al tema del rapporto fra la NATO e la Federazione russa. Sotto tale aspetto, debbo notare che anche gli eventi recenti e meno recenti, unitamente alla coscienza della necessità di unire le forze nella lotta comune contro il terrorismo (guerra non dichiarata, ma reale e, appunto per tale motivo, più insidiosa), abbiano contribuito a rasserenare non poco il clima fattosi talvolta pesante negli anni passati, specie in relazione al possibile ingresso nell'Alleanza di paesi già facenti parte dell'ex Unione sovietica.
In questo senso, mi sembra significativo il fatto che, attraverso Reykjavik e, soprattutto, ciò che è avvenuto a Pratica di Mare, la Federazione russa sia entrata a fare parte del nuovo Consiglio dei ministri della NATO. Sono scenari che potranno, forse, vedere realizzati, nell'intera fascia settentrionale del nostro paese, una macro zona di sicurezza e di cooperazione, un apparato in grado anche di intervenire per assicurare la pace ed il rispetto del diritto, ove questi fossero minacciati, per garantire cioè le condizioni necessarie per lo sviluppo economico e la tutela della democrazia dove esiste e la sua costruzione dove ancora non c'è (tale costruzione deve avvenire per volontà popolare, rappresentata dai Parlamenti eletti liberamente).
Credo e, concludo, che per la Camera, nel ratificare questi protocolli per l'allargamento della NATO, al di là della querelle che anche la vicenda irachena ha suscitato, debba valere ciò che personalità americane, come James Schlesinger e Madeleine Albright (di origine ceca) hanno affermato in un loro appello: le due parti, quella europea e quella americana, considerino soprattutto i valori comuni che le unisce.
La decisione che dobbiamo prendere con questa ratifica è anche una risposta politica al problema. La guerra va evitata, ma, a volte, va conquistata. È anche una risposta che prende le mosse dal fatto che l'Unione europea può avere un'unica politica estera e di difesa, non in antagonismo, ma in cooperazione con quella degli Stati Uniti d'America.
Grazie, signor Presidente, e mi scuso con lei se ho superato i limiti consentiti. Non sapevo nemmeno di quanti minuti disponessi.
PRESIDENTE. Onorevole Selva, sono un suo amico da anni, ma adesso sono costretto a fare il Presidente e, quando assumo tale ruolo, devo far rispettare i tempi che sono richiesti non dalla storia, ma dalla contingenza. Inoltre, onorevole Selva, è po' complicato dire che la storia la facciamo noi o che si fa in tre persone. Comunque, anche noi facciamo la storia.
Intanto farà storia anche il sottosegretario Baccini che ha facoltà di parlare.
MARIO BACCINI, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Signor Presidente, preferirei fare il futuro. Il Governo condivide le linee espresse dal relatore, onorevole Selva, anche per la chiarezza con la quale ha voluto ricordare i passaggi fondamentali che hanno segnato il percorso di questo straordinario momento anche di azione politica del nostro paese (e non solo del nostro). Segnalo, in particolare, l'urgenza nel concludere le procedure parlamentari di approvazione di questo disegno di legge di ratifica.
La rapida conclusione dell'esame del provvedimento costituirebbe una evidente manifestazione dell'importanza attribuita dall'Italia al processo complessivo di trasformazione della NATO al cui positivo
esito è legato il rilancio del dialogo transatlantico (è uno dei principali obiettivi del nostro semestre di Presidenza dell'Unione europea).
Chiediamo, pertanto, l'approvazione urgente di questo provvedimento importante.
PRESIDENTE. Constato l'assenza dell'onorevole Rizzi, iscritto a parlare: si intende che vi abbia rinunciato.
È iscritta a parlare l'onorevole Deiana. Ne ha facoltà.
ELETTRA DEIANA. Signor Presidente, a nome del mio gruppo esprimo un giudizio fortemente negativo sul disegno di legge in oggetto. Le ragioni che determinano questo giudizio sono eminentemente di merito, da una parte storico-politiche e, dall'altra, relative ai problemi di oggi. Peraltro, condivido le sottolineature dell'onorevole Selva circa l'importanza politica del Trattato in esame e la necessità di una profonda discussione, ma non condivido alcuna delle argomentazioni che ha portato per chiedere l'approvazione del disegno di legge.
Oltre alle ragioni di merito che prima ricordavo, sussiste anche una questione di metodo ormai talmente rilevante da costituire essa stessa una questione di merito di prima grandezza. Se la NATO è nata nel 1949 come un'alleanza militare in quel contesto, che tipo di alleanza è diventata oggi dopo tutti i cambiamenti che sono intervenuti con la caduta del muro di Berlino e la fine del blocco sovietico? Quali sono oggi le ragioni che ne giustifichino e legittimino l'esistenza? Qual è il contesto politico-giuridico a livello internazionale relativo ai rapporti e alle relazioni tra i popoli in cui oggi questa alleanza si colloca?
La NATO, frutto della guerra fredda, è sopravvissuta a quel periodo senza che ciò diventasse realmente materia di dibattito e confronto pubblico e parlamentare. La NATO sta cambiando rapidamente pelle, lo ricordava l'onorevole Selva, ma attraverso decisioni prese dai vertici di Governo e militari lontano da ogni forma di decisionalità democratica. Basti pensare al decisivo passaggio maturato tra il 1991 e il 1999 che ha visto affermato un nuovo concetto strategico della NATO - non è un piccolo cambiamento - e ciò è avvenuto al di fuori di qualsiasi discussione e decisione dei Parlamenti. Il legislatore è chiamato semplicemente a ratificare - come oggi stiamo facendo - decisioni degli esecutivi su una materia che dovrebbe, invece, investire la rappresentanza democratica della sovranità popolare.
Soprattutto - e voglio sottolinearlo - in una fase come quella presente, in cui si discute degli assetti costituzionali dell'Unione europea, le questioni della politica internazionale e della difesa dovrebbero avere spazi adeguati di discussione, confronto e decisione. Il vertice NATO svoltosi a Praga lo scorso novembre ha costituito un'altra determinante tappa in quel processo di radicale trasformazione che l'Alleanza Atlantica sta conoscendo. Da strumento di intesa militare tra paesi che sottoscrissero il Trattato nel 1949 nel contesto del bipolarismo sortito dalla seconda guerra mondiale, la NATO si è via via trasformata in presidio armato della sicurezza occidentale su scala mondiale: una sorta di unilaterale polizia extrastatuale impegnata a tenere in ordine e sotto controllo il pianeta secondo i piani di sicurezza stabiliti da questa parte del mondo.
Nello stesso tempo però, mentre gli Stati Uniti hanno sviluppato a dismisura quella strategia dell'unilateralismo - spinto fino alla guerra preventiva che abbiamo vista all'opera contro l'Iraq -, la NATO è diventata oggetto di iniziative statunitensi tese a renderla anche strumento di supporto della strategia a geometria variabile che contraddistingue la politica internazionale della Casa bianca in questo periodo storico. In altre parole, la superpotenza vincitrice è impegnata a imprimere all'Alleanza Atlantica le dinamiche più funzionali alla propria visione del mondo e ai propri interessi strategici: in questo non è la NATO lo strumento essenziale, viste anche le resistenze di qualche Governo europeo, ma uno strumento
da rendere il più possibile funzionale ad essi. Sette nuovi paesi, in base ai protocolli di adesione firmati a Bruxelles il 26 marzo di quest'anno, aderiranno alla NATO. Si tratta di Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia, paesi che appartennero al blocco sovietico o, comunque, come nel caso della Slovenia, condivisero da quella parte dell'Europa l'esperienza della divisione del mondo seguita agli accordi di Yalta.
Secondo l'articolo 10 del Trattato Nord Atlantico, le parti possono, su accordo unanime, invitare ad accedere ogni altro Stato europeo in grado di favorire lo sviluppo dei principi del Trattato, contribuendo alla sicurezza del nord Atlantico. Hanno già aderito, nel 1997, la Polonia, la Repubblica Ceca e l'Ungheria, anch'esse provenienti dall'ex blocco sovietico. La Polonia è stata tra i paesi che con maggiore entusiasmo hanno sostenuto la guerra contro l'Iraq. D'altra parte, il tratto comune dei Governi di questi paesi di nuova adesione - sottolineo dei Governi, perché l'opinione pubblica, invece, è stata generalmente orientata in modo diverso - è, in generale, non solo una acritica adesione ai valori dell'occidente, ma la loro interpretazione è per lo più in versione filoamericana, il che può essere debitamente spiegato in sede storica, ma in sede politica costituisce un elemento non secondario su cui bisognerebbe spendere qualche parola in più, visto che siamo anche nel contesto del semestre europeo a Presidenza italiana.
Per dirla in altre parole, qual è oggi il contesto internazionale, quali sono i rapporti di forza, le opzioni di fondo, le strategie, gli interessi politici e geopolitici in ballo, entro cui sopravvive e si ricolloca l'Alleanza atlantica? La NATO diventa o no funzionale agli interessi strategici che gli Usa mettono oggi all'opera? La Polonia, ad esempio, è un'importante alleato strategico degli Usa, che contribuisce ad assicurarne e consolidarne l'influenza in una zona chiave dell'Europa orientale. Il suo peso nella NATO è assicurato - e sarà sempre più assicurato - in ragione di ciò, oltre ovviamente per il fatto di aver partecipato alla cosiddetta «coalizione dei volenterosi» nella guerra contro l'Iraq. Le basi della NATO, per scelta degli Stati Uniti, si spostano in quella direzione orientale, perché essa è la più funzionale sul piano strategico ed anche perché Washington non sopporta - o mal sopporta - i distinguo e le resistenze manifestate da alcuni Governi europei di fronte al volere degli Stati Uniti fare tabula rasa del sistema di vincoli giuridici - istituzioni internazionali, convenzioni e trattati -, lacci e lacciuoli fastidiosi che hanno presieduto ai rapporti tra gli Stati nella seconda metà del novecento, un contesto entro il quale e dal quale la NATO è stata in qualche modo dimensionata.
L'espansione della NATO verso l'Europa del nord-est e del sud-est contribuirà a rafforzare il controllo americano su quella fetta di territorio fondamentale, cioè il triangolo costituito dal Mar Nero, dal Mar Caspio e dal Mediterraneo orientale.
Nella relazione del disegno di legge di ratifica ed esecuzione dei protocolli si legge che l'obiettivo strategico che si è conseguito con questa nuova fase di allargamento e con il parallelo processo dell'allargamento dell'Unione, altro non è che la lungamente attesa unificazione dell'Europa in un unico spazio di libertà, democrazia e sicurezza. La retorica delle belle intenzioni nasconde - come sempre, soprattutto quando si affrontano argomenti legati al militare, alla difesa e alla guerra - la durezza delle reali intenzioni. Le trasformazioni che la NATO sta subendo hanno tutt'altro scopo, quello di assicurare libertà e democrazia: i fatti parlano chiaro. È estremamente significativa, a tal proposito, la messa a punto del nuovo concetto strategico così come è stata fatta nel vertice NATO tenutosi a Washington nell'aprile del 1999 - come ricordava l'onorevole Selva - in piena guerra contro la Serbia. La NATO, secondo questa messa a punto del nuovo concetto strategico, da alleanza regionale limitata del nord Atlantico con un carattere difensivo - NATO versus eventuali attacchi provenienti dal patto di Varsavia - è diventata sentinella
del mondo, destinata a svolgere - si legge in vari articoli del testo di Washington - un ruolo di prevenzione militare in varie e molteplici forme, a seconda della necessità nei confronti di tutti quei fenomeni - dal terrorismo internazionale (una specie di foglia di fico che copre tutto) alle migrazioni delle popolazioni in fuga per fame, siccità, guerra e persecuzioni - che possono attentare alla sicurezza e alla tranquillità dell'occidente. Voglio insistere particolarmente sulla molteplicità degli eventi che vengono elencati, sulla molteplicità dei fenomeni e delle dinamiche richiamati nel documento di Washington per giustificare l'estremo potenziamento del ruolo della NATO e il carattere preventivo delle sue azioni.
Questa NATO in allargamento, in via di evoluzione, ha fatto le sue prove (pessime prove) nelle nuove guerre degli anni novanta (per esempio, in quella umanitaria contro la Serbia).
Ma sul suo versante europeo, quello che, per la precisione, viene sprezzantemente chiamato nell'establishment degli Stati Uniti d'America «vecchia Europa», la NATO ha cominciato a mostrare qualche piccola crepa. Qualche Governo alleato ha mostrato di non essere così d'accordo con l'ossessione unilateralista del nuovo ponte di comando americano né con le farneticazioni e la messa in atto della guerra preventiva.
La campagna di Mesopotamia - è scritto nell'editoriale dell'ultimo numero di Limes - ha catalizzato ed enfatizzato le preoccupazioni americane sulla affidabilità degli europei. Allora, si cercano altre strade.
La «coalizione dei volenterosi» è una brillante formula retorica destinata a seppellire la NATO in quanto alleanza inter pares per ridurla a serbatoio di risorse disponibili per Washington, senza che la Casa Bianca debba perdere troppo tempo e troppa faccia in estenuanti maratone diplomatiche, come è successo per ottenere un via libera dell'ONU, che non c'è stato, alla guerra contro l'Iraq.
Nella strategia a geometria variabile degli Stati Uniti d'America, la NATO diventa così una possibile risorsa in quella strategia del cherry picking, una ciliegina nel posto giusto, accanto ad una base italiana (uno degli elementi di controllo del territorio planetario più importanti per gli Stati Uniti), una brigata britannica, una firma polacca a qualche documento; strategia, questa, teorizzata dagli analisti dell'Eritage foundation, che ospita le «teste d'uovo» della teoria militare vicina all'establishment americano dei neoconservatori.
In altri tempi, abbiamo combattuto contro la NATO come strumento di guerra fredda che ha scavato nel cuore dell'Europa un solco incolmabile, ha infestato l'Italia di basi sottratte al controllo democratico delle popolazioni civili e delle istituzioni democratiche, ha moltiplicato gli accordi bilaterali con gli Stati Uniti, di cui sempre più, in questo nuovo contesto così sottratto al diritto e al controllo democratico, sfuggono ragioni e modalità d'applicazione.
Continueremo a batterci contro questa nuova NATO, meno dotata, forse, di potenza e di potere militare autonomo, ma molto più sovradeterminata dalla superpotenza americana e molto più insidiosa, nel suo dispiegarsi sul territorio planetario, di fronte al vuoto, al venir meno della rete di vincoli imposti dal diritto internazionale e dal crescente depotenziamento del ruolo delle Nazioni Unite. Grazie, signor Presidente.
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
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