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PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione.
Ha facoltà di parlare il relatore, onorevole Villari.
RICCARDO VILLARI, Relatore. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la Giunta riferisce su una richiesta di deliberazione in materia di insindacabilità concernente Alberta De Simone, deputato segretario di Presidenza sia nella scorsa che nell'attuale legislatura, con riferimento ad un procedimento civile pendente nei suoi confronti presso il tribunale di Avellino, a seguito di un atto di citazione dell'avvocato Olindo Preziosi.
Le parole che vengono attribuite all'onorevole Alberta De Simone sono le seguenti: «Nella mia interrogazione ho fatto riferimento ai due anni precedenti, al periodo in cui Maria e il papà Armando ricevevano continuamente minacce e offese. Sull'attività della magistratura non posso dire nulla, com'è ovvio. E poi la smettano questi avvocatucci di provincia di fare polemica. Un parlamentare deve esprimere opinioni anche forti su vicende così scabrose». Queste erano le parole riportate su il Mattino, cronaca dell'Irpinia, 21 ottobre 2000.
Per comprendere esattamente i termini della questione occorre svolgere una breve premessa. La sera del 14 ottobre 2000, ad Atripalda, paese in provincia di Avellino, di cui Alberta De Simone è stata sindaco per due anni e che rientra nel collegio elettorale nel quale è stata eletta, avvenne che Armando Angiuoni, carabiniere in pensione di 55 anni, uccise Franco Liotti, un concittadino di 45 anni che aveva avuto sino a due anni prima una relazione con sua figlia, Maria Angiuoni. L'effettivo svolgimento dei fatti di quella tragica sera è oggetto di un procedimento penale a carico dell'Angiuoni, attualmente imputato per omicidio volontario. Lo stesso Angiuoni tuttavia si è sempre protestato innocente, avendo fin da subito eccepito la legittima difesa.
Sull'episodio e sui fatti che lo precedettero, in data 20 ottobre 2000, Alberta De Simone depositò presso gli uffici della Camera un'interrogazione a risposta scritta, il cui testo è qui allegato. In essa, nel premettere lo svolgimento dei fatti, si chiedevano informazioni al ministro della giustizia circa l'esito delle svariate denunce
presentate da Armando Angiuoni e lo si sollecitava ad adottare misure volte ad assicurare l'effettivo esame da parte delle forze dell'ordine di denunce contenenti riferimenti a fatti molto gravi e peraltro noti. Orbene, l'atto di sindacato ispettivo fu regolarmente pubblicato negli atti della Camera dei deputati della XIII legislatura (interrogazione n. 4-32101).
Si tratta, come è del tutto evidente, di un documento pienamente rispondente alle finalità previste dal diritto parlamentare. L'onorevole De Simone era ed è eletta nel luogo in cui i fatti si sono svolti; questi ultimi concernono tematiche assai rilevanti per l'ordinata convivenza civile della comunità; i mass media si erano occupati delle varie fasi della vicenda. Si tratta, dunque, di un caso, non solo legittimo ed opportuno, ma addirittura - lo definirei in questo modo - scolastico, in cui un parlamentare presenta un'interrogazione.
A seguito della diffusione della notizia che l'onorevole De Simone aveva presentato l'interrogazione, Olindo Preziosi, avvocato dei Liotti, del foro di Avellino, dichiarò alla stampa locale che gli «fa[ceva] specie» che l'onorevole De Simone avesse «gettato fango» su una vicenda ancora da chiarire (anche questa affermazione è riportata da il Mattino del 21 ottobre 2000).
Appresa la notizia dell'invettiva del Preziosi, Alberta De Simone ha rilasciato la dichiarazione riportata sopra, con cui rivendicava la facoltà di intervenire con atti di sindacato ispettivo su episodi di tale portata.
L'avvocato Olindo Preziosi reagiva a tale replica depositando presso il tribunale di Avellino un atto di citazione per danni, con cui sosteneva che l'onorevole De Simone si è interessata dell'omicidio Liotti solo perché erano imminenti le elezioni politiche del 2001, alle quali ella intendeva di ricandidarsi, e lamentava come diffamatoria l'espressione «avvocatucci di provincia».
Nel caso di specie, l'onorevole Alberta De Simone ha usato questa espressione proprio per sostenere che il comportamento del Preziosi non era mosso da disinteressato spirito di verità, ma dall'essere il difensore di una parte del processo e che egli, in tale veste, nonostante i contorni assai inquietanti dell'intera vicenda, non aveva esitato ad intervenire polemicamente contro un atto parlamentare. Peraltro, l'espressione usata di per sé non è particolarmente pesante.
Alla Giunta ed alla Camera, tuttavia, spetta solo di stabilire se l'espressione contestata al deputato Alberta De Simone rientri o meno nell'esercizio delle sue funzioni.
La Giunta ha esaminato la questione nella seduta del 26 febbraio 2003, ascoltando il deputato Alberta De Simone.
Dall'analisi delle parole e dal contesto dei fatti esposti, è emerso chiaramente come in questo caso le espressioni usate dal deputato si inseriscano nel contesto di una polemica politico-parlamentare. La deputata, infatti, aveva puntualizzato lo spirito della sua interrogazione a risposta scritta replicando a dichiarazioni apertamente polemiche nei confronti del suo atto, mosse da un esponente di una famiglia dichiaratamente impegnata sul piano politico locale e nazionale.
L'atto di citazione, del resto, riconosce esplicitamente (sia pure per criticarne il presenzialismo) che Alberta De Simone è intervenuta sull'argomento proprio per il fatto di essere deputato del collegio. La frase dell'onorevole Alberta De Simone assume, pertanto, non già il sapore della gratuita diffamazione (anche, in verità, per l'esiguità lessicale dell'espressione che peraltro era stata pronunciata al plurale), bensì il valore della difesa delle prerogative parlamentari, tra cui rientra senza dubbio alcuno il diritto di rivolgere interrogazioni al Governo su fatti di pubblica rilevanza. Ne deriva che il caso in questione rientra perfettamente tra quelli nei quali la regola dell'insindacabilità, di cui all'articolo 68, primo comma, della Costituzione, intende proteggere la libertà del mandato parlamentare.
Per il complesso delle ragioni evidenziate, la Giunta, all'unanimità, propone all'Assemblea di deliberare nel senso che i
fatti per i quali è in corso il procedimento concernono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni.
PRESIDENTE. Non vi sono iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione.
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