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PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Bova. Ne ha facoltà.
DOMENICO BOVA. Signor Presidente, l'esame della relazione annuale sulla partecipazione dell'Italia all'Unione europea si inserisce, come abbiamo visto ieri e ieri l'altro, in un momento unitario di riflessione e di valutazione del nostro Parlamento sulle tematiche comunitarie.
In particolare, tale esame è molto importante e significativo perché ci offre l'opportunità di intervenire, con efficacia e tempestività, nella fase ascendente, vale a dire nella formazione delle decisioni comunitarie, mentre, con la legge comunitaria, ci siamo occupati della fase discendente. Si tratta, dunque, di cogliere questa opportunità.
Già nella discussione generale di ieri l'altro e nel dibattito di ieri, illustrando le nostre posizioni, abbiamo sottolineato quelle che consideriamo le carenze del documento al nostro esame. Più specificamente, ci è apparso significativo - la mia è una sottolineatura critica - il fatto che, per quanto concerne i dati sullo stato di conformità dell'ordinamento italiano al diritto comunitario e sullo stato delle eventuali procedure di infrazione, il Governo
si è limitato a fornire solo i dati complessivi sul numero dei procedimenti di infrazione, senza dare al Parlamento indicazioni in merito agli stessi.
Mi è apparso e ci è apparso significativo anche che, rispetto agli anni passati, la relazione sulla partecipazione dell'Italia all'Unione europea per il 2002 non dà alcuna indicazione rispetto alle direttive già attuate con l'indicazione dei rispettivi decreti di recepimento, come d'altra parte tutti sappiamo è previsto dall'articolo 2, comma 3, della legge La Pergola. Dunque, onorevole Presidente, colleghi, restano ferme le nostre osservazioni critiche alla relazione sulla partecipazione dell'Italia all'Unione europea per il 2002.
A me preme oggi sottolineare in questa sede, in occasione della discussione sulla risoluzione che noi ci accingiamo a votare, il nostro voto favorevole a queste critiche che abbiamo mosso, e questo lo facciamo perché intendiamo sviluppare quelli che sono i punti tracciati nella risoluzione, per come lì sono scritti, che mi pare siano di fondamentale importanza. Noi intendiamo dedicare una particolare attenzione alle questioni relative allo stato di attuazione delle direttive nell'ordinamento interno e alla situazione del contenzioso. Invitiamo il Governo a promuovere forme di coordinamento costanti tra l'esecutivo, il Parlamento, le regioni e le province autonome. Pensiamo che bisogna assicurare dunque lo svolgimento di un confronto periodico sull'assetto istituzionale dell'Europa sia in ambito parlamentare sia nella società civile, garantendo forme adeguate di informazione e di compartecipazione di tutti i soggetti coinvolti.
Con questo voto oggi noi intendiamo impegnare il Governo a garantire quindi un circuito informativo costante e mi preme anche sottolineare e fermamente ribadire la necessità che il Governo assicuri al Parlamento informazioni organiche su queste questioni.
Infine, penso che noi dobbiamo sottolineare la necessità di assicurare un sempre maggiore coinvolgimento delle Camere, delle regioni e delle province autonome nel circuito decisionale europeo con la trasmissione di informazioni complete ed aggiornate dell'attività in corso, conformemente agli orientamenti emersi nell'ambito dei lavori della Convenzione europea.
Sono questi i punti salienti che portano il gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo ad esprimere un voto favorevole alla risoluzione che è stata qui presentata.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Maran. Ne ha facoltà.
ALESSANDRO MARAN. Signor Presidente, colleghi, come è stato evidenziato nel corso della relazione, l'anno 2002 è stato quello di maggior rilievo nel processo di allargamento e l'azione italiana nel 2002 è stata impegnata in un sostegno coerente dei principali interessi italiani attinenti alla fase conclusiva del negoziato. Uno degli obiettivi principali che il Governo si pone per il 2003 - e vorrei tornare su questa questione che è stata dibattuta a lungo anche nel corso della discussione - è, in questo contesto, il rilancio delle iniziative per il potenziamento infrastrutturale e quindi lo sviluppo di una rete europea di trasporti integrata ed efficiente: elemento che costituisce uno degli obiettivi principali che si pone il Governo per il 2003. Anche in considerazione di questo, con la nostra risoluzione, vogliamo impegnare il Governo a garantire un circuito informativo costante e ad assicurare lo svolgimento di un confronto puntuale, proprio perché il consolidamento del processo di unificazione europea e le prospettive di allargamento dell'Unione all'Europa centrale ed orientale pongono in primo piano il problema di un rafforzamento e di uno sviluppo qualitativo delle comunicazioni all'interno dell'Unione, ma pongono anche in primo piano l'esigenza di programmare, in una situazione di forti carenze delle vie di accesso ferroviarie e stradali, il miglioramento e la realizzazione di nuovi collegamenti tra l'Unione e l'area di futura integrazione.
Il nostro paese, soprattutto rispetto allo sviluppo delle direttrici di traffico ovest-est, si trova in una posizione delicata nei
confronti dei nostri partner comunitari posti al nord delle Alpi sia per le disfunzioni che sono ancora presenti nel nostro sistema di trasporti interno sia per alcune difficoltà storicamente esistenti nei nostri collegamenti ad est e a sud est; difficoltà gravate dal ritardo con cui il nostro paese rispetto, ad esempio, all'Austria e alla Germania ha iniziato ad affrontarle. Il fatto che queste difficoltà persistano, ormai in un contesto di progressiva liberalizzazione e integrazione dell'Unione europea con l'Europa centrale ed orientale, un'area nei confronti della quale esistono specifici interessi italiani, rischia di rendere ancora più acuti i problemi esistenti.
Lo squilibrio già rilevabile nella qualità delle vie di accesso all'area Danubiana-Balcanica rispetto ad altri partner comunitari potrebbe infatti aggravarsi accentuando un fattore di minore competitività del paese su quei mercati; inoltre, perdurando questa situazione di difficoltà e di ritardi potrebbero risultare limitate le opportunità di cooperazione con alcuni paesi vicini - la Slovenia e l'Ungheria - opportunità offerte dalla stessa posizione geoeconomica dell'Italia. Per queste ragioni, nel quadro del disegno complessivo di medio-lungo periodo dei collegamenti con l'est Europa progettati dall'Unione europea, è proprio sulla realizzazione del cosiddetto corridoio 5 e del corridoio 8 che dovrebbe essere sviluppata una più ampia e concreta attività di politica economica ed estera da parte dell'Italia.
Queste attività, al di là delle indicazioni che ritroviamo nella relazione sulla partecipazione dell'Italia all'Unione europea e nelle risoluzioni presentate, stentano a delinearsi ed appaiono ancora come un'indicazione prevalentemente retorica. Tutto ciò non potrà non implicare delle scelte strategiche attraverso le quali alcune situazioni dei traffici attualmente sfavorevoli - ad esempio il traffico oltremare dei paesi dell'Europa centro-orientale verso i porti dell'alto adriatico: da Budapest, ancora oggi, si preferisce andare, per i propri traffici, verso il mare del Nord e non verso il Mediterraneo - potrebbero risultare modificate dai nuovi equilibri nel quadro dell'evoluzione del processo di integrazione europea. Per questo l'intervento in differenti forme, anche su infrastrutture poste al di fuori delle frontiere nazionali, e la scelta di cooperare con alcuni partner su certe direttrici di traffico e sulla logistica di questi traffici non potranno non incidere sulla situazione preesistente dell'offerta sia sulle direttrici ovest-est sia su quelle nord-sud, introducendo nuove forme di concorrenza.
Di ciò abbiamo parlato in diverse occasioni: le tratte collocate in Slovenia e in Ungheria non sono meno importanti di quelle interne proprio perché hanno funzioni indispensabili di connessione; non basta, pertanto, migliorare i collegamenti nel nostro paese - e Dio solo sa quanto siano qualitativamente scadenti - se poi oltrefrontiera non riusciamo a raggiungere quei mercati in rapida crescita (la comunità degli Stati indipendenti e l'Europa centro-orientale); senza contare il rischio che, ad esempio, la Slovenia si colleghi all'Europa passando per l'Austria e la Germania tagliando fuori l'Italia e le nostre regioni frontaliere.
Per questo è necessario incentivare e sostenere fin d'ora, al di là delle indicazioni che vengono proposte continuamente sull'opportunità di sostenere la realizzazione dei corridoi 5 e 8, la realizzazione almeno del collegamento autostradale fino a Budapest ed assumere ogni iniziativa idonea ad inserire l'asse transpadano tra le priorità europee. Inoltre, quello che più conta, è necessario sollecitare e promuovere un sostegno congiunto del nostro paese e dell'Unione europea nei confronti di Slovenia e di Ungheria al fine di ottenere il mantenimento degli attuali programmi di realizzazione del sistema autostradale che oggi sono oggetto di continui rinvii.
Noi abbiamo, proprio con l'avvio del semestre di Presidenza italiana dell'Unione europea, la possibilità di influire direttamente all'interno della costruzione delle opportunità geopolitiche del paese, tenendo conto che la centralità dell'Italia non deriva dalla sua collocazione geografica ma può derivare dalle condizioni
geopolitiche e, quindi, essenzialmente, da infrastrutture materiali ed immateriali che colleghino il nostro paese alle reti europee e che gli consentano di collocarsi in una posizione centrale.
Il cammino verso l'allargamento rimane comunque irto di ostacoli, e per farlo procedere è necessario, in primo luogo, sfatare alcuni luoghi comuni. È stato affermato, infatti, che saremo invasi dai cittadini provenienti dall'est europeo, i quali cercheranno da noi migliori occasioni di esistenza e di lavoro, ma tutti gli studi tendono a smentire tali previsioni catastrofiche. L'università del Kent, ad esempio, ha stimato che i flussi netti dai paesi candidati verso l'Unione europea sono stati di 300 mila unità nel 1990, ma di solo 14 mila nel 1997, ed il Centre for economic policy research di Londra stima che tra 15 o 20 anni da oggi, gli immigrati dell'est europeo potrebbero raggiungere, al massimo, il 3 per cento della popolazione europea.
È stato detto anche che l'allargamento comporta la necessità di procedere ad ulteriori riforme istituzionali (al riguardo, ricordo che una parte della relazione è dedicata a tale necessità), proprio al fine di consentire all'Unione di funzionare. In realtà, le riforme istituzionali (dal voto a maggioranza qualificata nel Consiglio europeo alla ponderazione dei voti tenendo conto della dimensione dei paesi, dalle cooperazioni rafforzate alla ridefinizione dei ruoli del Consiglio, della Commissione e del Parlamento europeo) sarebbero comunque necessarie, anche se l'Unione non si dovesse espandere: servono a prescindere, per dirla come il principe De Curtis. Le riforme, infatti, devono servire a superare il grande paradosso dell'Unione europea, costituito da un deficit di trasparenza democratica associato ad una carenza di capacità decisionali.
Si è detto, inoltre, che l'allargamento richiede di modificare le politiche sottostanti le principali voci di spesa del bilancio comunitario, quali la politica agricola e quella strutturale, ma anche ciò non è corretto. L'esigenza di cambiare la PAC, infatti, risponde al rispetto degli accordi di liberalizzazione agricola sottoscritti dall'Unione europea nel vertice del WTO di Doha, corrisponde alla volontà di contribuire allo sviluppo del terzo mondo seguendo la via maestra dell'apertura dei mercati, e va incontro alle aspettative dei consumatori europei, che chiedono meno sprechi e maggiore qualità. Essa, inoltre, risponde anche all'esigenza di riequilibrare il bilancio comunitario, destinando maggiori risorse all'innovazione e alla formazione e meno al sostegno dei redditi agricoli. Anche in tal caso, un ripensamento - a prescindere - si renderebbe necessario; peraltro, l'accordo di Bruxelles e le vicende di queste settimane ci dicono che si sta facendo ancora molto poco in direzione della riforma della politica agricola comune.
È stato affermato anche che l'ingresso di nuovi membri aggraverà il carico finanziario netto per i vecchi paesi membri. In questo caso, occorre fare nuovamente chiarezza: gli studi esistenti, infatti, collocano l'onere fiscale medio pro capite nell'Unione europea a 15 membri, al fine di sostenere nei paesi dell'est le politiche agricole e strutturali oggi vigenti, tra i 30 e 50 euro l'anno a partire dal 2007.
PRESIDENTE. Onorevole Maran...
ALESSANDRO MARAN. Concludo rapidamente, signor Presidente.
Ma tale onere diminuirà progressivamente, grazie allo sviluppo economico di quei paesi ed alla riforma della PAC.
Dovremmo ricordare, invece, i benefici, che oggi vengono trascurati: la stabilità politica, economica ed istituzionale, quella finanziaria, la rapida crescita dei paesi candidati, i quali possono consentire al nostro paese di contribuire a costruire un'area di sicurezza e di sviluppo, che rappresentano le condizioni per mantenere il benessere che la costruzione inedita dell'Unione europea fin qui ha garantito.
Per questo insieme di ragioni, e per le altre indicate nella nostra risoluzione, preannuncio il nostro voto favorevole (Applausi
dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pistelli. Ne ha facoltà.
LAPO PISTELLI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il complesso dei provvedimenti che abbiamo esaminato ieri pomeriggio e questa mattina costituisce un'occasione molto importante, e devo dire anche molto rara, per discutere dei profili della politica europea del nostro paese in un periodo che, come è stato ampiamente ricordato sia in discussione generale, sia nel corso dell'esame di ieri, si configura, a tutti gli effetti, come un periodo assolutamente eccezionale.
È eccezionale perché eccezionale è la stagione dell'allargamento - anzi, del completamento della riunificazione europea - avviato negli anni scorsi e che, dopo la firma dei trattati della metà di aprile, vede adesso questo vorticoso periodo di ratifiche, che costituiranno l'ultima tappa prima del formale ingresso dei 10 nuovi membri.
Tale periodo è eccezionale, inoltre, poiché dopo dieci anni di continui rinvii siamo ormai nell'imbuto finale delle decisioni relative a nuove regole, che successivamente daranno vita alla prima e nuova Costituzione europea. È eccezionale perché, in questo momento di straordinario impegno, all'Italia spetta guidare uno dei semestri più delicati (non lo dico perché siamo italiani, ma perché è davanti agli occhi di tutti) della vita dell'Unione.
Devo essere sincero: avverto, talvolta, con molto disagio uno scarto tra l'assoluta eccezionalità cui ho fatto riferimento ed una consapevolezza che mi sembra non esserci all'interno della compagine di Governo e della maggioranza che lo sostiene. Quando manca questa consapevolezza, mi pare che vi sia, comunque, una disposizione di animo totalmente sbagliata.
Signor Presidente, quando ci si trova ad affrontare una scadenza ed un periodo così delicati, sarebbe necessario che chi ha avuto - ed ha - l'onere e l'onore di guidare le redini del paese affronti questo periodo con animo sereno, con un rapporto con l'opposizione e con il paese cercato e condiviso ed anche con un pensiero strategico rispetto alle scadenze che ho prima richiamato. Ciò anche perché queste tre fasi - mi riferisco al semestre di Presidenza italiana, all'allargamento ed alla nuova Costituzione - non avvengono in laboratorio, in vitro, bensì nel vivo di una contesa politica mondiale nella quale sono in corso di ridefinizione gli equilibri di un ordine mondiale che abbiamo smarrito due anni fa, che è ben lontano dall'aver trovato una nuova soluzione e che, dunque, mette in discussione tutte le certezze cui eravamo abituati. Mi riferisco al tradizionale rapporto euroatlantico, al tradizionale rapporto con l'est, alla road map con il Medio Oriente; questa è la densità delle questioni che graverà nei prossimi sei mesi anche sulle spalle del Governo italiano.
Allora, sono sincero: siamo sconcertati per due fatti. Il primo è che il Presidente del Consiglio non perde occasione per ripetere che la maggioranza farà da sola. Siamo sconcertati perché non è questo l'animo che servirebbe alla vigilia di un semestre così delicato e perché - me lo faccia dire senza polemica, ma non per questo rinunciando a toni severi ed aspri - la maggioranza si avvicina a tale scadenza con una diffusa sindrome da specchio. Essa passa il tempo a ripetersi che siamo bravi, che siamo bravissimi, che siamo apprezzati, che al mondo non c'è altro che noi. Purtroppo, basterebbe, invece, sfogliare un po' di rassegna stampa internazionale per scoprire che di questa bravura all'estero non vi è traccia, che i complimenti ce li stiamo facendo da soli e che - come si dice dalle mie parti con un proverbio - facciamo le palle e ce le tiriamo. In altri termini, stiamo giocando assolutamente da soli, tra di noi.
Sarebbe tempo che, davanti a una congerie di scadenze così delicata, il Governo uscisse davvero da questa sindrome da specchio. Ci sembra che, in questi due anni, il Governo sia stato portatore di un disegno di discontinuità nel merito della
nostra politica europea e - fatemelo dire - anche di una discontinuità nel livello. Purtroppo, esso sta marcando la propria presenza con una eccessiva mediocrità.
Nel corso degli ultimi trent'anni, siamo stati abituati a stare nella locomotiva del treno europeo ed a tirare il processo di integrazione. Invece, negli ultimi due anni, ci siamo candidati a improbabili ruoli ponte, di tutti con tutti. Abbiamo detto che eravamo il ponte fra i grandi ed i piccoli, fra noi e gli americani, fra noi e i russi; abbiamo detto che eravamo il ponte fra i due principali paesi fautori di un processo di integrazione europea e i due principali paesi fautori di un nuovo rapporto con gli americani. L'effetto è che, in tutte queste geometrie variabili, non vi è, in realtà, traccia della presenza italiana. Ci si trova in quattro a discutere di difesa, ci si trova in sette a discutere di rapporti con gli Stati Uniti, ci si trova in due a proporre magari documenti congiunti sulla Convenzione europea. Qualunque sia la geometria variabile che affronta il tema europeo, dell'Italia non vi è traccia e non vi è intervista o sindrome da specchio che possa affermare un fatto che è smentito dalla realtà di tutti i giorni: dell'Italia non vi è traccia. Noi ci siamo candidati a mediare le iniziative altrui, ad ospitare il finale di queste iniziative, ma mi sembra che non siamo portatori di un disegno - lo ripeto - condiviso e strategico.
Allora, vorrei svolgere tre ultime considerazioni. La prima: noi usiamo la discussione di questi due giorni, ossia l'approvazione già avvenuta della legge comunitaria e i voti relativi alle risoluzioni sulla partecipazione italiana alla vita dell'Unione per il 2002 e il 2003, in primo luogo, come sede non per chiedere - come pur scriviamo - in questo Parlamento in modo condiviso, (ma, a mio avviso, timido), di essere informati dei comportamenti del Governo nella vita dell'Unione.
Sembra quasi che l'essere informati costituisca una cortesia, mentre è un dovere istituzionale del Governo. Utilizziamo questa sede per dire al Governo, se ci ascolta, che non siamo davanti ad un semplice obbligo di informazione. Ribadiamo che è indispensabile per l'interesse del paese che tra maggioranza ed opposizione, e tra Governo e Parlamento, vi sia la capacità di definire assieme una strategia. Se il Governo e la maggioranza faranno da soli si assumeranno da soli l'intera responsabilità degli eventuali fallimenti del prossimo semestre.
In secondo luogo - e lo dico perché il dibattito non sconfini in livelli di generalità ed astrattezza in cui ogni opinione politica può essere suffragata soltanto dalle proprie convinzioni e non da fatti - gli ultimi due anni hanno segnato un clamoroso arretramento della nostra presenza nella vita dell'Unione europea. Anche se ieri abbiamo con senso di responsabilità - come del resto capita da molti anni ed è capitato anche all'opposizione di centrodestra quando l'Ulivo governava - votato assieme la legge comunitaria, vorrei utilizzare questa dichiarazione di voto per fare un breve, ma spero significativo, commento rispetto a tale legge.
Mi rivolgo soprattutto ai colleghi della maggioranza: il nostro paese per molti anni è stato indirizzato in un sentiero vizioso. A fronte delle nostre dichiarazioni di euroentusiasmo, quando si faceva la classifica dei paesi con riferimento alla loro capacità di adeguare l'ordinamento interno a quello comunitario, per molto tempo il nostro paese è stato alla quindicesima posizione, cioè l'ultima. Non sto parlando del tasso di contenzioso, ma della capacità di adeguare, in tempi non biblici, il nostro ordinamento a quello comunitario.
Negli anni 1998, 1999, 2000 e 2001 vi è stata una significativa inversione di tendenza che ha portato il nostro paese non dico sul podio, ma a metà classifica. Abbiamo chiuso gli ultimi tre anni della scorsa legislatura con un dignitosissimo settimo posto, cioè a metà del plotone dei 15. Dunque, non più maglia nera anche se non ancora capaci di guadagnarci un podio. I colleghi forse non sanno, e il ministro non vi ha fatto riferimento, che tra i brillanti risultati dei primi 700 giorni di questo Governo vi è anche quello di averci fatto riguadagnare, a buon diritto e con
molta velocità, la maglia nera: in 700 giorni siamo tornati al quindicesimo posto. Complimenti, quindi, alla maggioranza, al Presidente del Consiglio ed al ministro per le politiche comunitarie che hanno fatto questa rapida marcia nella direzione sbagliata!
Dunque, anche se abbiamo condiviso la legge comunitaria serve un'altra impostazione. Mi rivolgo al ministro delle politiche comunitarie anche se oggi non è in aula. Fare il ministro delle politiche comunitarie non significa fare il ministro degli esteri in seconda, ma occuparsi di questo delicato e onesto mestiere: non far rimanere l'ordinamento italiano troppo indietro rispetto a quello comunitario. Ripeto, in 700 giorni abbiamo perso sette posizioni.
Continueremo a ribadire tali punti nel prosieguo del dibattito e ci interessa affermare, in conclusione, un principio. Le scadenze che ci attendono, al di là delle diverse opinioni politiche, richiedono un altro livello di consapevolezza. Il Governo interrompa la litania dell'autocompiacimento, la smetta di pensare che l'Europa è soltanto un campo in cui si organizzano complotti continentali e metta il nostro paese all'altezza della sua tradizione: nella locomotiva di testa del treno dell'integrazione europea.
Se questo sarà l'atteggiamento noi saremo disponibili. In caso contrario, il tradizionale atteggiamento bipartisan che si è sempre verificato in questo Parlamento troverà, ahimè, una sua prima dolorosa interruzione (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Guido Giuseppe Rossi. Ne ha facoltà.
GUIDO GIUSEPPE ROSSI. Signor Presidente, a nome del gruppo della Lega nord Padania svolgerò alcune considerazioni sulle risoluzioni presentate con riguardo alla relazione sulla partecipazione dell'Italia all'Unione europea.
Dai commenti e dalle affermazioni che sono state fatte dal collega dell'opposizione, si evince subito una differente impostazione, tra l'opposizione e il Governo della Casa delle libertà (attualmente in carica in questo paese), relativamente alla questione di come ci si debba porre in Europa. Vi è una visione, che è stata ampiamente esplicitata dai colleghi dell'opposizione, che non esitiamo a definire burocratica, grigia e spesso e volentieri «collaborazionista» - consentitemi anche questo termine - nei confronti di quell'asse franco-tedesco, che spesso fa gli interessi nazionali francesi e tedeschi, ma non fa gli interessi anche degli altri paesi europei.
Questa è l'impostazione che ha seguito da anni, e che sta continuando a seguire, quella parte politica del nostro paese, che si chiama centrosinistra, che ieri era al Governo e che oggi è all'opposizione (ma non cambia assolutamente idea). Questa impostazione si evince anche dal peso che viene dato alla percentuale di recepimento della normativa comunitaria all'interno dell'ordinamento giuridico nazionale; questo è un elemento sicuramente importante, da non sottovalutare, che tuttavia noi poniamo in secondo piano, perché a nostro avviso è molto, molto più importante che l'Italia faccia valere le sue ragioni nel momento in cui si produce e si costruisce il diritto comunitario. Tale azione deve essere svolta, tramite la delegazione italiana, presso il Parlamento europeo e deve essere svolta anche un'azione di pressione sulla Commissione europea ed infine anche all'interno del Consiglio europeo. Alla luce di ciò, alcune posizioni, talvolta dure, talvolta di opposizione, talvolta anche capaci di esprimere posizioni di contrarietà e di veto acquistano valenza politica e dovrebbero essere appoggiate da tutto lo schieramento politico nazionale, perché sono posizioni talvolta dure, ripeto, talvolta di opposizione, ma che hanno l'obiettivo di mediare gli interessi nazionali con altri interessi nazionali.
Questa è la filosofia di come ci si dovrebbe muovere all'interno dell'Unione europea, che non è un luogo per esercizi
verbali ed ideologici - come spesso e volentieri gli amici della sinistra sono capaci di fare - o, peggio ancora, dove si può, e si deve, colpire l'avversario politico di turno (oggi il Governo della Casa delle libertà, la compagine ministeriale e il Presidente del Consiglio), bensì è un luogo dove si cerca di mediare gli interessi dei singoli Stati nazionali, che sono diversi e talvolta confliggenti: questa dovrebbe essere l'Unione europea. Sappiamo, invece, che voi avete un'altra impostazione e, d'altronde, lo dite molto chiaramente. Abbiamo capito poi che voi usate ovviamente questa storia del semestre di Presidenza italiana dell'Unione europea anche in chiave interna, però riteniamo che i cittadini italiani debbano essere informati e peraltro penso che abbiano già fatto le loro scelte su questo tipo di impostazione dei rapporti in sede di Unione europea.
Sul merito della risoluzione Stucchi ed altri n. 6-00067, presentata dalla maggioranza, essa contiene tutta una serie di punti qualificanti, a nostro avviso, anche dell'azione del nostro movimento, come Lega nord Padania, e che sono stati capaci anche di permeare positivamente, dal punto di vista ideale e dell'impostazione culturale, l'azione del Governo in sede europea: mi riferisco soprattutto alla questione delle reti transeuropee dei trasporti e alla questione dei valichi alpini, che - come è stato confermato anche dal ministro Buttiglione - costituiscono, insieme alla questione delle quote latte, uno dei problemi fondamentali su cui si basa l'azione del nostro Governo in Europa. Ebbene, anche in questo caso, possiamo vedere come l'azione che abbiamo tracciato costituisca una sorta di direttiva che svela anche i suoi aspetti di preveggenza. La stessa questione della Torino-Lione, e dunque del rapporto con la Francia con riferimento a questa via fondamentale di comunicazione (fondamentale anche per il famoso corridoio 5, del quale abbiamo parlato molte volte: un corridoio che deve passare a sud delle Alpi e non al nord delle Alpi, altrimenti taglierebbe fuori la Padania e tutta l'Italia dalla grande rete dei commerci), ha mostrato come questo rapporto bilaterale con la Francia - impostato spesso e volentieri dalla sinistra su posizioni di subordinazione culturale, intellettuale, politica e diplomatica - stia dando dei frutti che non sono molto condivisibili.
Infatti, in questo momento, la Francia sta ponendo una serie di questioni, cioè sta cercando di diluire nel tempo la costruzione di questa importantissima e strategica via di comunicazione, adducendo questioni economiche e di mancata strategicità.
Dunque, fornire una valenza europea a questo tipo di problemi costituisce veramente un'intuizione per uscire dalla gabbia dei rapporti «unilaterali». Quindi, questa situazione della Torino-Lione e dei valichi alpini deve trovare una composizione attraverso una posizione ferma e decisa del nostro Governo in chiave europea, anche barattando - consentitemi il termine - tali problematiche con altre che interessano altri paesi. La politica e gli interessi nazionali, infatti, si perseguono anche in questo modo, al di là dei balletti intellettuali e delle dichiarazioni stucchevoli che, spesso e volentieri, sentiamo nel dibattito politico e in questo Parlamento.
Un altro aspetto rilevante è costituito dalla questione della valorizzazione delle piccole e medie imprese - un altro cavallo di battaglia della Lega nord Padania - e dalla capacità di porre nel dibattito culturale il fatto che la concorrenza e il commercio mondiale devono svilupparsi anche su una base di parità di condizioni di produzione e sociali. Non è possibile che, dal di fuori dell'Europa, continuino ad arrivare prodotti caratterizzati da condizioni di dumping sociale, facendo lavorare i bambini e, dunque, senza alcuna protezione civile. La concorrenza e il commercio mondiale costituiscono un valore nel momento in cui viene garantita la parità di condizioni a livello mondiale.
Quindi, inserire nel dibattito europeo la possibilità che all'interno dell'Unione europea si torni a forme di protezionismo capaci di ristabilire questo tipo di equilibrio
costituisce, a nostro avviso, un'altra vittoria ideologica e culturale del nostro movimento.
Con riferimento alla politica agricola siamo in fase di piena definizione dell'annosa questione delle quote latte. Sono ormai vent'anni che il nostro paese segue e paga in maniera pesantissima dal punto di vista economico e finanziario e dal punto di vista dell'incertezza dei nostri produttori agricoli le scelte scellerate assunte più un di 25 anni fa in sede europea. È giunto il momento di ristabilire una situazione di equilibrio e di equità all'interno dell'Unione per quanto concerne la questione delle quote latte e - come è stato aggiunto anche nella risoluzione - con riferimento ad altri prodotti come il grano duro, l'olio e il settore ortofrutticolo, soprattutto nell'ottica di difendere il prodotto nazionale di qualità.
L'ultimo punto riguarda la gestione integrata delle frontiere esterne. Sappiamo che il nostro paese costituisce una delle principali porte di ingresso dell'immigrazione; dunque, occorre trovare forme di collaborazione che continuino a lasciare allo Stato nazionale la titolarità e la responsabilità del controllo, prevedendo forme di divisione dei costi che gravano sugli Stati nazionali per controllare l'immigrazione clandestina e la politica dei visti. Tale collaborazione è necessaria, in quanto non si può far ricadere esclusivamente sulle spalle degli Stati nazionali (come la Spagna, la Grecia e, soprattutto, l'Italia) un problema di portata così rilevante.
Per questi motivi il gruppo della Lega nord Padania esprimerà convintamente un voto favorevole sulla risoluzione Stucchi ed altri n. 6-00067, alla quale ho apposto la mia firma, nonché sulla risoluzione Strano ed altri n. 6-00066 sottoscritta anche dall'opposizione, impostata soprattutto sulla necessità che l'esecutivo abbia un filo diretto di informazione nei confronti del Parlamento.
PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto.
GIACOMO STUCCHI, Presidente della XIV Commissione. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GIACOMO STUCCHI, Presidente della XIV Commissione. Signor Presidente, naturalmente sottoscrivo quanto poc'anzi detto dal collega Guido Giuseppe Rossi relativamente alla risoluzione Stucchi ed altri n. 6-00067. Vorrei, però, portare l'attenzione dei colleghi su alcuni punti contenuti nella risoluzione Strano ed altri n. 6-00066, vale a dire quella firmata da tutta la maggioranza e richiamare l'attenzione di tutti i colleghi sul fatto che all'interno di questa risoluzione si chiede praticamente un rapporto diretto fra le istituzioni centrali, l'esecutivo, gli enti locali e le regioni, perché si vuole dare attuazione a quanto è stato previsto nel nuovo articolo 117 della Costituzione ma soprattutto perché si ritiene che le regioni, le province autonome e gli enti locali debbano partecipare alla fase di formazione, naturalmente con ruoli diversi, del diritto comunitario.
Si tratta di una questione fondamentale, di una questione di democrazia perché spesso nella fase ascendente non vengono tenute in considerazione le esigenze degli enti locali che sono chiamati a governare i cittadini direttamente, sono chiamati ad essere i punti di riferimento principali dei cittadini operando nei comuni e nelle province quindi più a diretto contatto con gli stessi cittadini; spesso gli stessi rappresentanti degli enti locali non riescono ad intervenire e a portare dei suggerimenti migliorativi circa il futuro contenuto delle direttive che vengono recepite nel nostro ordinamento.
Quindi, credo che il passaggio che stiamo facendo, anche grazie alla modifica della legge La Pergola in sede referente presso la nostra Commissione, permetterà al nostro paese di avere ai vari livelli voce in capitolo per quanto riguarda la formazione del diritto comunitario e il recepimento dello stesso, tenendo in considerazione le competenze e le materie attribuite alla competenza dei
singoli livelli istituzionali dalla nostra Costituzione.
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