![]() |
![]() |
![]() |
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge: Conversione in legge del decreto-legge 28 marzo 2003, n. 49, recante riforma della normativa in tema di applicazione del prelievo supplementare nel settore del latte e dei prodotti lattiero-caseari.
Ricordo che nella seduta di ieri si è svolta la discussione sulle linee generali.
PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo unico del disegno di legge di conversione (vedi l'allegato A - A.C. 3841 sezione 3), nel testo della Commissione (vedi l'allegato A - A.C. 3841 sezione 4).
Avverto che le proposte emendative presentate sono riferite agli articoli del decreto-legge, nel testo della Commissione (vedi l'allegato A - A.C. 3841 sezione 5).
Avverto che non sono state presentate proposte emendative riferite all'articolo unico del disegno di legge e di conversione.
Avverto che la I Commissione (Affari costituzionali) ha espresso il prescritto parere, distribuito in fotocopia (vedi l'allegato A - A.C. 3841 sezione 1).
Avverto, inoltre, che la V Commissione (Bilancio) ha espresso il prescritto parere, distribuito in fotocopia (vedi l'allegato A - A.C. 3841 sezione 2).
Informo l'Assemblea che, in relazione al numero di emendamenti presentati, la Presidenza applicherà l'articolo 85-bis del regolamento, procedendo in particolare a votazioni per principi o riassuntive, ferma restando l'applicazione dell'ordinario regime delle preclusioni e delle votazioni a scalare.
A tal fine il gruppo della Lega nord Padania è stato invitato a segnalare gli emendamenti da porre comunque in votazione.
ANTONIO LEONE. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ANTONIO LEONE. Signor Presidente, vorrei capire le ragioni per cui si sarebbe deciso di terminare i nostri lavori stasera alle ore 19, considerato che, secondo il calendario dei lavori, sarebbe addirittura prevista la seduta notturna (Commenti)...
PRESIDENTE. I nostri lavori proseguiranno fino alle ore 19, dopo di che vedremo quale sarà l'andamento del dibattito.
ANTONIO LEONE. Non mi linciate, ma mi sembra che si sia fatto pochino.
PRESIDENTE. La Presidenza comunque deciderà a partire dalle 19. Vedremo quale sarà il clima del dibattito. Non si può chiedere alla Presidenza di anticipare la decisione di sospendere o meno, perché bisogna tener conto degli umori generali dell'Assemblea.
ANDREA GIBELLI. Signor Presidente, chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ANDREA GIBELLI. Signor Presidente, come appena annunciato all'Assemblea, stiamo iniziando l'esame di un provvedimento concernente un tema particolarmente caldo ed importante sul quale, nelle scorse settimane, è stata espressa una serie di considerazioni da parte del ministro e del Governo nel suo complesso. Oggi, ci troviamo di fronte all'esame dello stesso.
È inutile nascondere, signor Presidente, che mi appello alla sua sensibilità, visto e considerato che si tratta di un argomento particolarmente impegnativo. Pertanto, in base all'articolo 85, comma 2, ultimo capoverso del regolamento, le chiedo di valutare la possibilità di estendere i termini della discussione poiché il provvedimento meriterebbe una più approfondita discussione, data la complessità della materia.
Lei ha avuto modo di vedere - se non lo ha fatto glielo dico io che ho partecipato ai lavori in Commissione - che i lavori sono stati particolarmente lunghi ed impegnativi, sollevando questioni anche complesse. È chiaro che, nel momento in cui un movimento ed un partito qui rappresentato in Parlamento presenta un gran numero di emendamenti e questi, secondo le norme del regolamento, devono essere segnalati, non si può ignorare che nella sostanza essi meriterebbero di avere un tempo commisurato all'importanza di tale provvedimento.
Le chiedo quindi di valutare questa possibilità per fare onore alla storia di un provvedimento che non merita di essere assoggettato a quelle regole dei lavori parlamentari definite norme «tagliola». Capisco che questa condizione, posta durante la discussione, meriterebbe un approfondimento maggiore, magari in altra sede, come la Conferenza dei capigruppo; tuttavia mi appello alla sua sensibilità, visto e considerato che, se si applicasse il regolamento rispetto alle disposizioni previste dal presidente, oltre alle norme «tagliola» che limitano la discussione sugli emendamenti, vedremmo anche limitato il tempo per l'illustrazione degli emendamenti che già si sono ridotti di numero. Mi appello a tal fine alla sua sensibilità e la ringrazio.
PRESIDENTE. Onorevole Gibelli, accolgo il suo invito e me ne farò carico presso la Presidenza; il Presidente assumerà le decisioni al riguardo.
Passiamo agli interventi sul complesso delle proposte emendative riferite agli articoli del decreto-legge.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Guido Rossi. Ne ha facoltà.
GUIDO GIUSEPPE ROSSI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il problema
delle quote latte è un problema di interesse nazionale che concerne un settore come quello lattiero-caseario strategico dal punto di vista delle quantità economiche in campo sia con riferimento al settore propriamente detto sia con riferimento...
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, prego chi non ha intenzione di restare in aula di uscire. Chi ha intenzione di starvi, consenta all'onorevole Guido Giuseppe Rossi di parlare senza il rumore di fondo.
GUIDO GIUSEPPE ROSSI. La ringrazio, signor Presidente, chiederei anche che il microfono fosse tarato adeguatamente in modo che i colleghi possano ascoltare gli interventi.
PRESIDENTE. Onorevole Guido Giuseppe Rossi, rispetto la sua richiesta, ma arrivare a tarare il suo microfono mi sembra alquanto difficile. La prego di proseguire.
GUIDO GIUSEPPE ROSSI. Come dicevo, si tratta di un settore strategico dal punto di vista delle quantità economiche che sono in campo sia per quanto riguarda il settore propriamente detto sia per quanto riguarda tutti i settori collaterali, dall'industria di trasformazione, alla mangimistica, alla edilizia, all'artigianato, alla meccanica e al mondo del credito che sono collegati a questo importantissimo settore della nostra economia, vero punto strategico dunque per l'economia nazionale. È strategico e fondamentale anche per quanto riguarda il consumatore dal momento che ruota intorno ad un elemento importante come il latte e i derivati di questo.
Dunque, si tratta dei temi della sicurezza alimentare, della qualità, della tracciabilità dei prodotti, temi che in questo momento sono dei veri e propri cavalli di battaglia nel dibattito politico, nell'informazione culturale, nell'interesse dei consumatori e dei cittadini di questo paese.
Mentre dunque si discute con passione, con calore e, a mio avviso, anche con ragionevolezza su questi temi, ai confini del nostro paese continuano ad entrare costantemente camion e TIR che immettono nel nostro sistema di consumo e produttivo latte di provenienza dubbia, prodotti di trasformazione del latte, (formaggio e quant'altro), di provenienza dubbia. Prodotti che mettono in grave difficoltà, mettono in crisi quei concetti che abbiamo espresso poc'anzi, cioè quelli della sicurezza alimentare, della qualità, della tracciabilità. I presidi degli allevatori e dei produttori del latte ai confini nazionali - ai confini con la Francia, ma anche sul confine orientale e su quello settentrionale - continuano a segnalare l'ingresso di TIR e camion. È di oggi la notizia della scoperta di un TIR, contenente forme di grana padano, che proveniva addirittura dalla Lituania! Si tratta di prodotti che poi probabilmente verranno rilavorati e venduti come italiani sul territorio nazionale, ingannando anche la buona fede del consumatore.
Dunque, nel momento in cui attraverso le frontiere del paese entra di tutto, in spregio e in danno alla sicurezza alimentare dei cittadini di questo paese, ci chiediamo: cosa fanno le autorità preposte al controllo? La Guardia di finanza, a questo punto, deve essere chiamata in causa! La risposta fornita dal Governo è una risposta che sinceramente non ci convince. Nel momento in cui attraverso le frontiere del paese entra di tutto e dal momento che sappiamo che l'Italia è deficitaria per oltre il 40 per cento rispetto alla sua necessità di consumo di latte e di derivati, ci si ostina a mettere in campo una politica - e il decreto-legge in questione ne è l'esemplificazione più chiara - che in un certo senso limita ed è dannosa nei confronti di chi produce in questo paese!
Io mi chiedo se politiche di questo tipo sarebbero state mai immaginate e, tanto meno, messe in atto in uno dei paesi a noi vicini, come ad esempio la Francia, dove il settore del latte e della sua trasformazione è strategico. Io mi chiedo se al Governo francese, se ad un Presidente come Chirac verrebbe mai in mente di mettere in campo provvedimenti lesivi degli interessi economici nazionali, di un settore fondamentale
dell'economia nazionale! Bene, noi con questo decreto-legge stiamo facendo una politica di questo tipo.
Dunque, la domanda che ci poniamo è questa: la politica del Ministero delle politiche agricole è in linea con la filosofia, con gli assi portanti della Casa delle libertà? Sappiamo bene che questa filosofia si schiera a difesa della piccola e media impresa contro la concentrazione industriale. Non è che c'è un progetto alle spalle di questo provvedimento per distruggere la piccola e media impresa agricola a favore dell'industrializzazione!
Un altro pilastro è il liberismo economico, capace di produrre ricchezza, di togliere lacci e lacciuoli e soprattutto l'incertezza nel rapporto con la pubblica amministrazione. Noi ci chiediamo se il comportamento negli anni passati dell'AIMA, prima, e dell'AGEA, oggi, vada in questa direzione. L'indeterminatezza dei bollettini, sbagliati, con nominativi doppi. Abbiamo visto come le commissioni di inchiesta abbiano accertato che questi sbagli spesso e volentieri sono stati fatti in maniera scientifica, scientemente, per indurre incertezza all'interno del sistema, per perpetrare delle ingiustizie!
La difesa dell'interesse nazionale. Questo Governo si è proposto ai cittadini per difendere le ragioni del nostro paese e dell'economia nazionale nell'Unione europea, a difesa della qualità del prodotto. È inutile che facciamo grossi discorsi sulla qualità del prodotto quando non siamo capaci di tutelare questo concetto!
Vorrei esprimermi in maniera più ampia anche sulla questione della legalità: su questo tema deve essere fatta chiarezza. Rifiutiamo ogni tipo di visione manicheista: non si può dividere in due la categoria degli allevatori tra i cosiddetti onesti e i cosiddetti disonesti, quelli che hanno splafonato, quelli che non hanno rispettato le regole e dunque devono essere esposti al pubblico ludibrio e devono essere puniti duramente dallo Stato.
Sappiamo che ciò non risponde al vero e che questa divisione, non solo è ingiusta, ma anche profondamente sbagliata e dannosa nei confronti della nostra economia nazionale. A dimostrazione di questa mia affermazione, vorrei ricordare il ruolo assunto dall'Unalat fino alla campagna produttiva del 1991-1992 nell'ambito della gestione scandalosa del sistema delle quote latte.
Colleghi, l'Unalat, l'associazione nazionale che raggruppa la stragrande maggioranza dei produttori di latte presenti sul territorio nazionale, fino alla campagna del 1991-1992 era stata delegata dall'AIMA a gestire il sistema delle quote latte.
La responsabilità originaria del dissesto e del caos normativo, amministrativo e gestionale del sistema delle quote latte, dunque, si deve far risalire a quel preciso periodo storico e soprattutto a quella precisa responsabilità operativa. L'Unalat è anche emanazione delle organizzazioni agricole più rappresentative sul territorio ma incapace di compilare bollettini credibili (mi riferisco a bollettini con nominativi doppi o inesistenti o con dati sbagliati), incapace di quantificare, in maniera esatta e chiara, la produzione di latte nazionale, anche quando questa associazione ha ricevuto dallo Stato tramite l'AIMA ingenti risorse economiche (vale a dire, soldi dei contribuenti) per catalogare, per gestire, per censire i produttori e la produzione nazionale. Infatti, come ben sappiamo, il sistema delle quote latte che nasce, a livello europeo, intorno alla metà degli anni ottanta e che trova la sua compiuta espressione con il regolamento n. 3950 del 1992, delega agli Stati nazionali la gestione del sistema. Gli Stati nazionali, dunque, devono essere capaci, devono approntare delle norme e fornire indirizzi chiari e precisi ai propri organi amministrativi affinché questo sistema si possa sviluppare nella piena legalità e razionalità. Il primo momento di razionalità è capire quanto latte venga prodotto in questo paese. Infatti, da questi dati, deriva il pagamento o meno di quantità importanti o meno di superprelievo o addirittura alcun pagamento di superprelievo. Vi è l'aspetto strategico di capire quanto latte si produce in questo paese.
In questi anni, l'Unalat, che aveva il compito di capire quanto latte si producesse
nel paese e quanti fossero i produttori, non raggiunse tale risultato e la commissione di indagine governativa istituita fornì la seguente risposta: non si volle arrivare a tale risultato perché probabilmente c'erano situazioni poco chiare da coprire e probabilmente qualcosa di illegale a cui fornire una copertura legale.
Non posso che citare, dunque, uno dei passaggi con riferimento a tale commissione; si afferma chiaramente come i vertici del Ministero e dell'AIMA - riferendosi all'azione dell'Unalat - fossero a conoscenza della gravità della situazione, come viene confermato da un verbale della deliberazione commissariale dell'AIMA, datato 22 marzo 1995, in cui si precisa che il commissario comunica di aver ricevuto una lettera del ministro dell'epoca che invita l'ente ad operare quanto è necessario per superare i problemi inerenti alle quote latte. È necessario, comunque - continua la comunicazione - cercare di privilegiare la produzione reale di latte, mentre, fino ad oggi, si è tenuto conto della produzione denunciata sulla carta. Il commissario riesce a ribadire la necessità di addivenire ad una corretta compilazione dei bollettini al fine di individuare coloro che sono destinatari delle quote latte riferite alle reali capacità produttive e quelli che sono destinatari di quote costruite esclusivamente su documenti cartacei. Il commissario ribadisce che il problema è la creazione di quote fittizie che ha generato truffe a danno dello Stato. Esistono soggetti che non producono latte se non sulla carta e che hanno rivenduto le quote fittizie o le hanno altrimenti negoziate.
Questi sono documenti ufficiali, documenti agli atti di questo Parlamento. Dunque, vi è la responsabilità di chi ha gestito, in quegli anni, il sistema; vi è la responsabilità dell'AIMA, la quale, secondo i regolamenti comunitari, doveva controllare il sistema, ma non è stata capace di farlo ed ha delegato il controllo ad organismi privati, non pubblici. In ogni caso, essa ha comunicato fuori tempo massimo i bollettini e, soprattutto, come si ripeteva, ha fornito dati non controllati e non controllabili e, non incrociando la produzione dichiarata e fatturata con l'effettiva capacità produttiva, ha evitato di smascherare quei fenomeni che andavano smascherati. Allora, questa eredità negativa ci porta a ritenere che i dati dei bollettini non siano stati mai attendibili e non lo siano tuttora.
A supporto di questa tesi, non dimentichiamo che, nel 1994, l'Italia già pagò all'Unione europea oltre 3.600 miliardi di multe (se proprio vogliamo utilizzare tale termine). Inoltre, mentre, allora, tutti si guardarono bene dal rifarsi sull'effettivo artefice di quella situazione (l'Unalat, come ho detto in precedenza), oggi si vorrebbero scaricare sui singoli produttori, sui singoli allevatori, le disfunzioni, anzi la mancata funzionalità, dell'intero sistema.
Un sintomo di questa situazione veramente caotica sono i 25 mila ricorsi che pendono davanti ai giudici italiani. A tale proposito, va posto in risalto che l'AIMA risulta spesso soccombente e che, in molti casi, essa nemmeno si costituisce in giudizio perché sa...
PRESIDENTE. La invito a concludere, onorevole Guido Giuseppe Rossi.
GUIDO GIUSEPPE ROSSI. ...che sarà la parte soccombente nelle sentenze di merito dei tribunali.
PRESIDENTE. Grazie, onorevole Guido Giuseppe Rossi.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Banti. Ne ha facoltà.
GUIDO GIUSEPPE ROSSI. Desidero soltanto aggiungere che continueremo.
PRESIDENTE. Va bene, onorevole Guido Giuseppe Rossi.
Prego, onorevole Banti.
EGIDIO BANTI. Signor Presidente, signor ministro, onorevoli colleghi, il tema delle quote latte potrebbe definirsi una sorta di cartina al tornasole dell'intera politica agricola del nostro e, in generale, di ciascuno dei paesi produttori dell'Europa,
soprattutto alla vigilia di un intervento di grande importanza qual è il primo allargamento dei confini tradizionali dell'Unione rivolto a paesi che, dal punto di vista della produzione agricola, sono anch'essi, per la gran parte, ingenti produttori nel settore lattiero-caseario.
Da anni, il tema delle quote latte interessa il Parlamento della Repubblica, il rapporto tra Parlamento e regioni e tra Parlamento, Stato centrale e regioni ed il variegato mondo dei produttori, molti dei quali si considerano - in parte a torto, in parte, forse, anche con qualche ragione - traditi da una normativa che ha visto prevalere l'elemento burocratico e rispetto alla quale non è facile approntare una soluzione. Da questo punto di vista, credo che l'atteggiamento di una forza di opposizione quale il gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo debba essere, di fronte a materia siffatta, di confronto aperto e costruttivo, pur dovendosi rimarcare le diversità che, evidentemente, ci separano dall'impostazione generale della politica del Governo.
Desideriamo, altresì, sottolineare la differenza - che intendiamo rimarcare con forza - tra l'atteggiamento che noi abbiamo oggi in quest'aula (e che manterremo nelle prossime ore e nei prossimi giorni e, poi, anche in sede di esame al Senato) e quello che l'attuale maggioranza, all'epoca opposizione, tenne nella precedente legislatura, quando utilizzò, a nostro giudizio in maniera strumentale, ma un po' anche a mo' di boomerang, come dimostrano le vicende di questi giorni, le proteste di una parte degli allevatori, i quali, ritenendosi (a torto o a ragione) penalizzati da questa normativa che, peraltro, risponde ad un equilibrio complessivo del mercato europeo e mondiale, avevano manifestato nelle piazze ed avevano dato vita ad una serie di iniziative di protesta.
Le proteste delle categorie agricole sono sempre da tenere nella dovuta considerazione per le grandi difficoltà che questo settore ha attraversato negli ultimi decenni; nello stesso tempo però è importante e necessario affrontare le questioni cercando di risolverle nel quadro generale di una normativa che esiste e che non possiamo far finta che non esista. Mi riferisco appunto al quadro generale della normativa delle cosiddette quote latte a livello europeo e alla necessità di contenere la produzione lattiero-casearia anche puntando, per quanto riguarda la sua caratterizzazione, al livello della qualità, che sempre più deve contraddistinguere un mercato come quello italiano considerato anche l'inserimento nel mercato unico europeo dei paesi nuovi produttori, come i paesi ex PECO, che adesso entrano nell'Unione europea.
Allora, noi non notiamo francamente grandissime differenze tra il decreto presentato all'ultimo minuto dal ministro Alemanno e il quadro dei decreti precedenti che sono stati presentati dai Governi di centrosinistra nella passata legislatura, che hanno teso a mettere ordine in una materia estremamente complessa e difficile, anche perché è difficile controllare quello che avviene effettivamente nelle aziende, nelle stalle e un po' dappertutto dove si produca latte. Quello che non si deve fare è illudere qualcuno. Si deve, sì, aiutare coloro che producono, anche con fatica (e gran parte di loro hanno i capelli bianchi) nel nostro paese, ma ci sono anche dei giovani che si affacciano con grandi speranze in questo settore; noi dobbiamo cercare di aiutarli, ma non di illuderli. Dobbiamo cioè governare il settore lattiero-caseario, quasi cartina di tornasole di tutti i settori della produzione agricola e agroalimentare, perché questo settore riesca a mantenersi in vita in tutto il nostro paese, senza ridursi a determinate zone, siano quelle della pianura padana siano quelle del meridione, delle isole o altre.
Certo, ci sono caratteristiche diverse tra le produzioni anche ingenti, significative, importanti della pianura padana, anche dal punto di vista della qualità, ma sono importanti, sia pure nella loro limitatezza spesso quantitativa, le produzioni del settore appenninico, delle colline, delle montagne dell'Appennino, del centrosud, che danno origine spesso a produzioni tipiche, magari non certificate di qualità, ma caratteristiche
della storia del nostro paese. Quasi ogni vallata - questo è un dato che può interessare gli storici - di questo paese produce un determinato tipo di formaggio, magari per poco o per poche caratteristiche diverso da quello della vallata vicina.
Certo, probabilmente non tutto sarà possibile salvaguardare in futuro, noi dobbiamo compiere però ogni sforzo perché questa tipicità della produzione venga salvaguardata e l'Italia a testa alta possa confermarsi uno dei paesi fondatori dell'Unione europea, cioè un paese che accetta le regole dell'Unione europea; naturalmente le discute, le verifica, ne chiede la modifica laddove questa modifica appare necessaria, ma si comporta non in maniera sdegnosa o in maniera tale da non considerare che oggi siamo in un'epoca di globalizzazione. Una globalizzazione che, ovviamente, non può essere selvaggia, ma deve essere governata; essa non può consentire ad ognuno di fare quello che vuole, perché ci sono delle regole complessive che vanno osservate. Allora, noi prendiamo atto che la maggioranza parlamentare di questa legislatura è divisa rispetto alla normativa presentata dal ministro Alemanno. Potremmo «divertirci» politicamente parlando di questa situazione, non è invece una situazione che ci piace più di tanto, perché nostro intendimento è quello di dare certezza ad un mercato che già di per sé è in difficoltà e che non può continuare ad essere in difficoltà. Quando parlo di un mercato in difficoltà, ripeto, pur comprendendo le differenze che ci sono tra regione e regione, intendo tutto il mercato del latte in Italia, della produzione lattiero-casearia. A tutti i produttori delle diverse regioni e quindi delle diverse tipologie dei diversi settori si rivolge la nostra attenzione e si rivolgono, mi sia consentito dire, i nostri emendamenti, che tentano di migliorare un testo che ha un impianto di consecutio temporum logica e cronologica rispetto ai decreti e alle leggi precedenti dei governi di centrosinistra; un testo che cerca di adattarsi anche prendendo spunto dalle novità che sono intervenute negli ultimi anni nelle situazioni in essere.
Da questo punto di vista noi continuiamo a sottolineare che ci sono dei limiti nel decreto-legge in esame; limiti non insormontabili e non di principio. La nostra non è un'argomentazione di opposizione di principio, ma è un'argomentazione con la quale tentiamo di discutere, con la maggioranza e con il Governo, per cercare, ripeto, di venire incontro alle richieste presentate anche dalle maggiori organizzazioni dei produttori e che debbono essere, a nostro parere, tenute in considerazione.
Signor ministro, onorevole relatore, colleghi della maggioranza, noi vi attendiamo alla prova già nelle prossime ore, in questo primo esame alla Camera che, del resto, è uno dei momenti più importanti, vista la ristrettezza dei tempi che avrà a disposizione il Senato, non certo per colpa nostra, per convertire il decreto-legge in esame in via definitiva. Noi vi attendiamo, ripeto, alla prova rispetto ad emendamenti che, a nostro parere, ci sembrano assolutamente di buonsenso. Sappiamo anche che alcuni miglioramenti sono stati apportati nel corso del lungo esame in Commissione; di ciò ne prendiamo atto, ma altri emendamenti, a nostro parere, ingiustamente, non sono stati accolti. Noi comunque li riproporremo in Assemblea.
Noi sottolineiamo, inoltre, l'esigenza che si venga incontro ad alcune delle richieste che mirano ad una maggiore equità di organizzazione complessiva del sistema, così come emerge dalla normativa che ci è stata presentata. Anche noi vorremmo che si potesse fare piazza pulita delle multe pregresse, di quello cioè che i produttori, spesso con grande difficoltà, debbono corrispondere a causa di difficoltà ormai lontane nel tempo e per difficoltà della normativa. Sappiamo che questo è oggetto anche di una trattativa in sede di ministri finanziari e che non può essere oggetto in questa fase della nostra posizione; altre cose invece sì, e come tali, debbono essere esaminate e approvate.
A noi sta molto a cuore che le quote vengano riassegnate, là dove ci sia necessità di riassegnazione, ad aziende ubicate nelle zone di montagna o svantaggiate delle regioni interessate. Dico questo per sottolineare come, mentre da un lato si deve venire incontro alle grandi produzioni di qualità della pianura Padana e in genere delle pianure del paese, in particolare della Lombardia, dell'Emilia, del lombardo-veneto e di altre regioni, dall'altro lato si deve, in forma diversa, venire incontro anche alle esigenze delle zone montagnose dell'Appennino, non solo, quindi, alle esigenze delle isole benché vi sia un emendamento, che certamente noi non respingiamo, che le riguarda.
Si deve anche probabilmente prendere spunto da questo decreto-legge - questa è una sfida che noi vi proponiamo e, a questo riguardo, vi sono degli emendamenti - per impostare una pianificazione diversa, anche una possibile riconversione, sempre nel settore dell'allevamento, sempre nel settore zootecnico, che può passare dalla produzione lattiero-casearia alla produzione da carne o ad altre produzioni. Ciò, quindi, può essere lo spunto per coraggiose iniziative del Parlamento e del Governo d'intesa con le regioni - io sottolineo sempre le esigenze delle regioni, avendo ricoperto per tanti anni la carica di consigliere regionale -, auspicando un rapporto stretto tra quello che noi decidiamo qui e quello che si decide in seno alle regioni. Si tratta, quindi, di una sfida affinché si possa cogliere e mettere in atto un circuito virtuoso che utilizzi l'occasione della normativa sulle quote latte per una migliore prospettiva di pianificazione complessiva del settore zootecnico nel nostro paese.
Noi non ci fermeremo rispetto all'impegno di migliorare ancora di più queste normative. Ed è in questo senso che in questi interventi iniziali desideriamo richiamare con forza l'attenzione su alcuni dei nostri emendamenti. Pensiamo che questi possano essere oggetto di accoglimento da parte del Governo, e pensiamo soprattutto che qui sia, ancora una volta, opportuno e necessario - come peraltro è avvenuto in passato, salvo i casi, che citavo prima, piuttosto spiacevoli della precedente legislatura - che la politica agricola sia occasione di un confronto sereno ed aperto e tale da escludere i pregiudizi presenti in altri settori della politica quotidiana e delle cose di cui ci occupiamo in questo Parlamento, in modo che si possa davvero fare l'interesse serio ed importante per la categoria che abbiamo di fronte, cioè il mondo dell'allevamento e quello della produzione lattiero-casearia.
Signor ministro, concludo questo mio intervento sottolineando, ancora una volta, la disponibilità del nostro gruppo parlamentare, fermo restando le differenze di fondo che ci vedono in posizione critica nei confronti della politica del Governo, affinché il decreto-legge in questione esca, dalle aule di Camera e di Senato, una volta convertito in legge, migliore di come ci è entrato (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Gibelli. Ne ha facoltà.
ANDREA GIBELLI. Signor Presidente, il provvedimento in esame, e che sta per prendere corpo, è particolarmente importante. Nel mio precedente intervento per un richiamo al regolamento, infatti, ho chiesto l'ampliamento della discussione per poter dare al nostro gruppo - e, naturalmente, a chiunque ne avesse fatto richiesta - la possibilità di intervenire su un provvedimento che merita una serie di approfondimenti, e mi auguro che, in questa circostanza, il Presidente sarà sensibile.
Entrando nel merito del decreto-legge, ritengo importante rilevare una serie di questioni di carattere generale, ed in primo luogo il motivo per cui ci troviamo nella situazione attuale. Il problema delle quote latte, infatti, è una questione che ci stiamo trascinando ormai da troppi anni; nessuno è mai riuscito a risolverlo, e ritengo giusto che trovi una soluzione.
Se una soluzione deve essere trovata, ritengo importante che sia onnicomprensiva. Esistono, infatti, situazioni molto difficili da risolvere, le quali pian piano
hanno trovato nel tempo una loro collocazione, e che oggi chiedono che venga varato un provvedimento in materia. La Lega nord Padania, tuttavia, proprio a fronte della delicatezza del problema che stiamo affrontando, ha contestato sin dall'inizio lo strumento impiegato; probabilmente, sarebbe stato più opportuno uno strumento di natura diversa ed un maggiore approfondimento, ma per sostenere questo è assolutamente indispensabile affrontare un problema di carattere più generale, che trova nel settore lattiero-caseario un settore assolutamente strategico per il nostro paese e che da anni, purtroppo, si dice mortificato non solo a parole, ma oramai, tristemente, anche nei fatti.
Perché si considera tale settore strategico al punto da meritare una soluzione assolutamente puntuale ed onnicomprensiva? A fronte di un mercato comune e di un sistema sempre più globalizzato, che vede nella Comunità europea un motore di definizione di regole per un continente, infatti, il nostro paese ha visto numerosi settori strategici sempre più mortificati; quello della produzione agricola, in particolare, ha rappresentato il primo campanello d'allarme di una situazione che vedeva, nel nostro paese, una sorta di subalternità rispetto ad un certo sistema di scelte che ci trasciniamo ormai da molti anni.
Innanzitutto, è importante sottolineare che non possiamo permetterci di mortificare un settore che rappresenta sicuramente la cartina di tornasole della salute del nostro paese. A quante assemblee hanno assistito i parlamentari della Casa delle libertà, soprattutto del nord, quando, negli anni passati, i produttori ci chiedevano di rivedere il sistema delle quote latte, proprio perché la loro capacità di produzione era decisamente superiore alle quote assegnate al nostro paese? Spesso le risposte arrivavano in forma frammentaria.
Inoltre, non solo negli anni il sistema delle quote non ha funzionato, ma anche la scelta di assegnare al nostro paese il 56 per cento del fabbisogno, lasciando alle importazioni dagli altri paesi la quota residuale - che non era una quota residuale marginale, ma assolutamente consistente -, ha visto altri paesi della Comunità - che negli anni passati, evidentemente, sono stati più bravi nell'ottenere quote considerevolmente superiori a quelle assegnate al nostro paese - ed i produttori agricoli europei in una posizione di enorme vantaggio rispetto ad una serie di mortificazioni che molti dei nostri produttori, invece, hanno dovuto subire.
Quindi, oggi ci troviamo di fronte ad una situazione assolutamente delicata che merita una risposta. Tuttavia, ciò non toglie che si debba affrontare tutta una serie di condizioni. La prima è quella di non considerare il nostro paese come dipendente da altri paesi, pur appartenenti all'Unione europea, in un settore di questo tipo. Infatti, una delle ultime e grandi risorse del nostro paese è proprio legato alle produzioni lattiero-casearie.
Abbiamo visto emigrare all'estero fette della nostra economia. Migliaia e migliaia di imprese sono state trasferite in altri paesi dell'est europeo o, addirittura, di altri continenti, perché mortificate dal sistema fiscale e dalla precarietà delle regole del nostro paese. Abbiamo visto svendere pezzi della nostra economia. Anche questa Assemblea, più di una volta, è stata testimone di particolari ed approfonditi dibattiti, riguardanti alcuni settori, che abbiamo affrontato anche in questa legislatura - faccio riferimento al settore energetico ed alla crisi dell'auto - ed oggi siamo chiamati a risolvere un problema legato alle attività di produzione del latte.
Colloco questa riflessione all'interno di un panorama più ampio per il semplice fatto che ritengo questa attività una delle ultime vere risorse, in uno di quei settori che rendono la qualità del made in Italy una prerogativa assolutamente irrinunciabile. Pertanto, è corretto porre condizioni per migliorare la situazione del settore e chiediamo che il provvedimento sia ben predisposto.
Siamo giunti in Assemblea in queste condizioni ed è inutile negare che la Lega nord Padania abbia presentato un gran
numero di emendamenti. Purtroppo, la discussione in Commissione, per quanto ci riguarda, non ha avuto un esito positivo. Molti dei nostri emendamenti non sono stati accolti e ci auguriamo che, invece, le riflessioni svolte proprio in sede di discussione sul complesso degli emendamenti possano indurre il ministro ed il Governo nel suo complesso a rivedere alcune questioni che darebbero completezza alla normativa e fornirebbero finalmente una risposta effettivamente omnicomprensiva al settore.
Per fare ciò, occorre svolgere alcune considerazioni di carattere storico per inquadrare il provvedimento, fino ad arrivare ad alcune questioni legate a sentenze giudiziarie riferite proprio ad alcuni produttori di latte che si sono trovati in situazioni molto particolari. I tribunali hanno poi dato loro ragione e, quindi, é giusto fornire una risposta anche ad essi.
Procediamo, quindi, per ordine. In primo luogo, va ricordato che il provvedimento in esame reca disposizioni volte a riformare la legge del 26 novembre 1992, n. 468, che da oltre dieci anni regolava l'attuazione in Italia del regime comunitario delle quote latte. Il problema della riforma della legge n. 468 del 1992 è stato più volte affrontato in passato, ma in nessun caso portato a termine a causa dei forti motivi di contrasto sorti nel corso dell'esame parlamentare, che mai hanno consentito di condurre all'approvazione di specifici disegni di legge governativi presentati sia nella XII sia nella XIII legislatura.
Oggi, invece, ci troviamo di fronte ad una parte del Parlamento - mi rivolgo alla sinistra - che impartisce lezioni di stile e di atteggiamento rivolte alla maggioranza. Ritengo che ogni componente politica che in questa legislatura si è assunta la responsabilità di Governo debba porre le proprie questioni nelle forme e nei modi che meglio crede e che l'Assemblea sia assolutamente il luogo deputato ad un confronto sereno. Evidentemente, chi ha perso le elezioni aveva un altro metodo: quello di tentare di mettersi d'accordo non alla luce del sole e, quindi, non in Parlamento, ma nei sottoscala di questo Palazzo (e gli elettori ne hanno poi dato un giudizio severo alle elezioni).
Riteniamo, invece, che sia questo il luogo delle motivazioni e del confronto. Quindi, è importante ricordare che molti degli aspetti che hanno contraddistinto il percorso del provvedimento in esame hanno creato una sorta di irrigidimento del nostro movimento. Infatti, al di là di una serie di aspetti positivi che via via si sono modificati è importante sottolineare che dopo il passaggio del testo nella Conferenza Stato-regioni il provvedimento ha perduto, purtroppo, il suo principale elemento riformatore, rappresentato dalle norme sul cosiddetto riallineamento, la cui attuazione avrebbe dovuto determinare il progressivo riequilibrio tra le quote assegnate e le quantità di latte commercializzato facendo coincidere, nei limiti del possibile, i diritti a produrre con la produzione reale. Vorrei sottolineare la grave insufficienza della quota nazionale che, come si diceva prima, è pari al 56 per cento del fabbisogno nazionale di latte: è in questa sede che è giusto sottolineare tale limite. Non possiamo permetterci di avere quote assegnate nella misura di poco più della metà del nostro fabbisogno: il nostro paese è uno dei più avanzati al mondo e uno dei leader della Comunità europea. Il suddetto parametro ha mortificato l'agricoltura, quindi è giusto sottolineare tale situazione.
Negli anni si sono annidate situazioni di precarietà normativa, di insufficienza regolamentare, di sovraesposizione di molti imprenditori che si sono sentiti dire: andate avanti, producete, vedrete che non pagherete mai le multe. Oggi, essi si trovano di fronte ad una situazione certamente difficile. È chiaro che il problema non è facile da risolvere, però la battaglia vera e coraggiosa che questo Governo deve fare è legata all'assoluta insufficienza di quote assegnate al nostro paese. Qualcuno ritiene che questo non sia l'obiettivo del provvedimento, noi invece riteniamo che in questa sede sia necessario porre una condizione di carattere politico.
PRESIDENTE. Onorevole Gibelli...
ANDREA GIBELLI. Concludo dicendo che ho un elenco di sentenze che hanno dato ragione a molti produttori. Leggo una brevissima nota che dà ragione ad alcuni imprenditori quando non erano in grado di determinare con certezza la loro quota assegnata perché chi era deputato a farlo aveva parametri non oggettivi e statistici e ha creato la situazione che dobbiamo risolvere, che non è residuale, ma merita una risposta completa.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Sedioli. Ne ha facoltà.
SAURO SEDIOLI. Signor Presidente, signor ministro, onorevoli colleghi, ho sentito l'esigenza di intervenire perché ritengo importante, prima di passare ai singoli emendamenti, indicare quali siano il nostro comportamento ed i nostri indirizzi in un dibattito che non sarà sicuramente facile.
Il primo dei nostri indirizzi sarà quel senso di responsabilità che abbiamo dimostrato in Commissione. Abbiamo presentato emendamenti migliorativi e costruttivi, ed abbiamo partecipato a tutte le riunioni di Commissione, anche in orari piuttosto inusitati per il Parlamento. Lo abbiamo fatto perché siamo convinti che la peggiore delle ipotesi sarebbe sicuramente la decadenza del decreto-legge. Su di esso, infatti, si è determinata una vasta attesa da parte dei produttori perché interviene su una campagna lattiero-caseario già iniziata.
Non possiamo dire, però, di avere ritrovato altrettanto senso di responsabilità nella maggioranza. Basta guardare questo volume di emendamenti: su 1449 emendamenti, 1350 sono della maggioranza e solo 70 sono nostri.
È chiaro che dico questo non perché penso che sia prerogativa della minoranza presentare gli emendamenti; difatti anche la maggioranza ha il dovere di farlo quando essi siano costruttivi e migliorativi o quando esprimano un orientamento della maggioranza stessa. Tuttavia, faccio fatica ad individuare, nei 1.350 emendamenti presentati, un impegno costruttivo, relativamente a questo provvedimento; piuttosto vedo una volontà distruttiva. Ecco perché vogliamo che questo dibattito in Parlamento sia un dibattito aperto, approfondito e responsabile. Non nascondiamo però una difficoltà, che deriva dal fatto che discutiamo di quote latte in assenza di una politica per il settore, cioè in assenza di una politica agricola per il settore zootecnico e per il settore lattiero-caseario. Il rischio che corriamo è quello di discutere, anche in sede di esame degli emendamenti, più con la calcolatrice in mano che con un dibattito che affronti i problemi seri di uno dei settori fondamentali dell'economia italiana, e non solo di quella agricola. Stiamo parlando del settore lattiero-caseario, che ha un fatturato complessivo superiore ai 25 mila miliardi, 2 mila imprese, 35 mila addetti e dove il 76 per cento del latte è destinato alla trasformazione industriale per la produzione di prodotti lattiero-caseari di altissima qualità. Il settore lattiero-caseario italiano rappresenta, nel made in Italy alimentare, una produzione di alto prestigio, soprattutto per le produzioni DOP. Tuttavia, questo settore attraversa una situazione di grande difficoltà - direi di vere e proprie emergenze -, per quanto riguarda la competitività, la redditività e soprattutto per quanto riguarda le certezze per le imprese agricole. Vi è il bisogno di un forte intervento, che non si esaurisca in questa discussione, ma che coinvolga poi, in una politica del settore, istituzioni (Parlamento, ministero, regioni), allevatori e industria di trasformazione.
Ebbene, oggi la realtà è tristemente un'altra: di fronte alla mancanza di una politica agricola per il settore, si determina uno scontro continuo nella maggioranza, che appare insanabile e che attraversa le forze politiche della maggioranza, che sono state incapaci, in questi due anni, di dare risposte per uscire da questa situazione di scontro dannoso, prima di tutto per gli allevatori, per il loro reddito, per la loro competitività e per l'economia del paese. Si tratta, quindi, di uno scontro
pregiudizievole, che non ha permesso di portare avanti un processo di risanamento che era già iniziato negli anni precedenti. Discutiamo, cioè, senza avere l'orientamento sul settore, vale a dire senza sapere che cosa vogliamo fare del settore.
Questa mattina ho ricevuto nella mia casella di posta - come avrete ricevuto tutti nella vostra - un interessante pieghevole, che riportava una citazione del pensiero di Seneca: non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare. Ebbene, signori, siamo di fronte ad un Governo che non sa dove andare in conseguenza delle proprie divisioni. È questa la difficoltà che ritroviamo nella discussione sul complesso degli emendamenti. Si era aperta una possibilità di risanamento: non voglio usare le mie parole, ma quelle della Corte dei conti che nella sua ultima relazione ha riconosciuto che l'attività normativa, amministrativa e di controllo - che ha caratterizzato la seconda metà degli anni novanta - ha consentito di acquisire un'attendibile conoscenza del settore (produttori, produzioni, patrimonio bovino, cause e ripetitività dei fenomeni di eccedenze) e che dice che oggi ci sono le condizioni per il passaggio ad una nuova fase. Ma quella fase doveva iniziare due anni fa, mentre è stata sospesa, è stata interrotta. Ebbene, la Corte dei conti dice anche che bisogna evitare provvedimenti che possono alimentare la spirale produttiva nella consapevolezza di farla franca.
Questo decreto-legge risponde a tale esigenza. Abbiamo presentato emendamenti migliorativi, li sosterremo - così come li abbiamo sostenuti in Commissione - e li motiveremo con forza. Non sarà, quindi, una posizione pregiudiziale, ma una posizione di merito su ogni singolo emendamento.
Vi è dunque la necessità di fornire una risposta attraverso una legge di riforma, con il dichiarato obiettivo di garantire maggiore trasparenza ed efficienza alla gestione delle norme comunitarie nonché più certezze per i produttori e per tutta la filiera lattiero-casearia.
Ma, quali sono gli obiettivi? Quali sono quindi gli emendamenti sui quali concentreremo la nostra attenzione? Il provvedimento si propone di favorire la mobilità delle quote, di rivedere il sistema di versamento dei prelievi e di assicurare un quadro di regole di certezza.
Tuttavia, ritengo che il primo obiettivo di questo decreto-legge debba essere quello di avvicinare la produzione alle quote. A tal fine, occorre operare in due direzioni. La prima è quella di aumentare la quota assegnata al nostro paese, così come facemmo con il Governo di centrosinistra nel negoziato del 1999 concluso a Berlino, nel quale furono riconosciute al nostro paese 600 mila tonnellate in più; quindi, l'obiettivo è quello di avvicinare la quota nazionale ai consumi nazionali. Si tratta di una battaglia giusta, ma riteniamo che, a livello europeo, non ci si sia impegnati su ciò, quanto invece sull'antica e vecchia questione relativa alla sanatoria delle multe.
L'altro aspetto è quello del recupero delle quote non prodotte. Ebbene, in tale ambito, ritengo si debbano tenere a mente due obiettivi: l'esigenza della competitività e la presenza della zootecnia in tutto il territorio nazionale. Non possiamo dimenticare che i produttori, nel 1995, hanno subito il taglio del 74 per cento della quota B. Quel taglio, giustamente, non riguardò la montagna, le aree svantaggiate e le isole.
Anche in interventi successivi, con riferimento ad esempio alle zone di montagna, si è sempre seguita una linea volta a riconoscere la compensazione per la produzione di montagna. Ciò è avvenuto anche nell'ultimo provvedimento adottato dal Governo di centrosinistra.
Vi è dunque l'esigenza di un equilibrio e la nostra attenzione non sarà per quegli emendamenti diretti a spostare da una parte o dall'altra, ma per quelli che intendono stabilire questo equilibrio, vale a dire l'esigenza di non penalizzare la locomotiva del settore - cioè la parte più competitiva - e di riconoscere che vi sono aree del nostro paese che hanno bisogno di sviluppare la zootecnia, soprattutto laddove l'impresa zootecnica è presidio del
territorio, laddove vi sono modalità produttive di maggiore rispetto ambientale, laddove vi è maggiore qualità, laddove vi sono valori sociali, ambientali e culturali da mantenere. Questo è l'equilibrio che dobbiamo ristabilire nell'ambito della discussione sul provvedimento in esame! Quindi vi è la necessità di un dibattito e di un'intesa sugli emendamenti volti a ristabilire tale equilibrio, sapendo che la discussione non può essere esclusivamente sulle quote.
Quando parliamo di montagna, quando parliamo di aree svantaggiate, il problema vero è quello della redditività. Non possiamo pensare di difendere la montagna se poi non ci impegniamo per quanto riguarda la difesa della qualità delle produzioni di montagna; non possiamo pensare di difendere la montagna se consentiamo sul mercato di ricorrere al latte fresco microfiltrato, con la conseguenza che il latte prodotto magari in un altro paese d'Europa può essere considerato come il latte di montagna non essendo prevista l'origine.
Ecco perché ritengo che il discorso non possa essere fatto soltanto sulle quote, ma debba essere fatto, piuttosto, sul rafforzamento strutturale del nostro settore zootecnico; altrimenti, ripeto che faremmo soltanto un discorso sulle quote affidato alla calcolatrice.
PRESIDENTE. Onorevole Sedioli...
SAURO SEDIOLI. Vorrei rivolgere una domanda che forse può apparire retorica, perché la risposta è conosciuta. Quanto costa un litro di latte? Un litro di latte per il consumatore costa dalle 2.400 alle 2.500 lire. Ma, voglio rivolgere un'altra domanda, forse meno retorica perché la risposta è meno conosciuta. Quanto costa quel latte caldo alla stalla? Nella campagna precedente costava circa 685 lire. Oggi, nella trattativa interprofessionale si parla di diminuire ulteriormente questo prezzo di 60 lire. Quella trattativa non è conclusa. Ebbene, non possiamo parlare soltanto di quote, senza impegnarci perché si concluda positivamente per i produttori la trattativa sul prezzo del latte. Abbiamo il più alto prezzo del latte per il consumatore. Abbiamo i più alti costi di produzione e, quindi, il più alto prezzo alla stalla rispetto agli altri paesi. Ma, abbiamo la più bassa redditività per il produttore italiano, che non riesce a recuperare una parte remunerativa del valore aggiunto ricavato dalla vendita del suo prodotto, in quanto in Italia la partecipazione al valore aggiunto è appena del 35 per cento, in Germania del 51 per cento e in Olanda del 61 per cento.
PRESIDENTE. Onorevole Sedioli...
SAURO SEDIOLI. E questo avviene per la debolezza strutturale. Allora, il problema si pone per noi, oggi, nell'ambito di un equilibrio nella distribuzione delle quote, per assicurare la produzione a tutto il nostro paese, senza dimenticare le esigenze di competitività. I dati sulla redditività, che ho citato prima, dimostrano quanto sia necessario intervenire in questo settore
PRESIDENTE. Onorevole Sedioli...
SAURO SEDIOLI. Ho concluso, signor Presidente. O, forse, oggi è necessario esaminare la possibilità di avere anche strumenti adeguati per applicare questo decreto-legge. In questi due anni non ci si è preoccupati di una politica agricola; ma, non ci si è preoccupati neppure di avere gli strumenti necessari per poter applicare anche un provvedimento successivo. Non funziona l'anagrafe bovina.
PRESIDENTE. Concluda.
SAURO SEDIOLI. E il mancato funzionamento dell'anagrafe bovina consentirà ancora una forte evasione. Allora, non abbiamo bisogno soltanto di una politica. Abbiamo il bisogno del policy making, del controllo, del monitoraggio. Abbiamo bisogno di seguire bene il funzionamento degli strumenti necessari per applicare il decreto-legge (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Bricolo. Ne ha facoltà.
FEDERICO BRICOLO. Signor Presidente, la conversione in legge del decreto-legge 28 marzo 2003, n. 49, recante la riforma della normativa in tema di applicazione del prelievo supplementare nel settore del latte e dei prodotti lattiero-caseari, arriva oggi in aula alla Camera, dopo anni di legittime aspettative da parte dei lavoratori del settore, legittime aspettative sempre disattese. La mancata applicazione del regime delle quote latte è per l'Italia un problema cronico, le cui origini risalgono al 1984, anno in cui detto regime fu istituito. Una tale situazione ha prodotto nel tempo gravi danni al paese, che non ne ha certamente giovato in termini di credibilità nelle sedi comunitarie, al contribuente, che si è dovuto far carico di ingenti oneri finanziari per il pagamento di sanzioni, la cui legittimità è ancora oggi da dimostrare, agli allevatori stessi, che da anni sono costretti ad operare in un sistema ove niente è più garantito, neanche la certezza del diritto, nel caos più totale.
È giusto, a questo punto, ricordare anche l'irresponsabile e vergognoso atteggiamento tenuto in sede europea dagli allora Governi democristiani e socialisti. La situazione che stiamo vivendo e che stanno vivendo i nostri allevatori è la dimostrazione che, evidentemente, non si parlerà mai sufficientemente male di quell'infausto periodo politico che fu la prima Repubblica e dei suoi protagonisti: governi, ministri, parlamentari, interi apparati dello Stato che, oltre a favorire la corruzione e la concussione, a incassare tangenti e ad interagire con la criminalità organizzata e con la mafia, mal governavano il nostro paese, favorendo, evidentemente, gli interessi dei singoli partiti, delle varie lobby, dei gruppi di potere contro gli interessi legittimi dei propri cittadini.
Ripeto, non si parlerà mai sufficientemente male di quel periodo e lo dico soprattutto a chi in questi giorni nel paese, sui giornali e sulla stampa sta cercando di rivalutarlo e di riabilitarlo. Io preferisco ricordare che furono gli stessi democristiani a sciogliere il proprio partito perché, evidentemente, si vergognavano di tutto quello che avevano fatto in tutta la loro storia. Dunque, dicevo prima che oltre alle tangenti ...
PRESIDENTE. Ognuno ha la sua storia.
FEDERICO BRICOLO. La sua storia, sì, Presidente.
Dicevo prima, oltre alle tangenti vi era anche il malgoverno che ha contraddistinto quel periodo: governavano contro il popolo, governavano solo per la sete di potere. Nella fattispecie - su questo provvedimento ora ce ne accorgiamo -, svendettero in Europa la nostra produzione di latte, lasciandoci solo poco più del 50 per cento del mercato interno e costringendoci ad importare dall'estero il restante 50 per cento circa del latte che serviva a coprire il fabbisogno nazionale. Allora decisero che il miglior latte europeo, quello padano, non doveva essere prodotto e ci obbligarono a comprare all'estero quello più scadente e soprattutto costrinsero i nostri produttori a non lavorare e a non produrre. Una situazione con decisioni vergognose e a dir poco infami adottate in quel periodo storico.
La situazione che nel 2001 è stata ereditata dall'attuale Governo è a dir poco drammatica. Vi è stato il ripetuto ricorso allo strumento dei decreti-legge, ben 13 in cinque anni da parte dei governi della scorsa legislatura, determinando un vero e proprio stravolgimento delle norme nazionali di attuazione del regime delle quote latte tanto da renderle sempre meno applicabili e sempre più interpretabili. I risultati di un tal modo di operare sono sotto gli occhi di tutti: vi sono 25 mila ricorsi in ogni sede giurisdizionale, un miliardo di euro di nuove multe da pagare, nessuna campagna di commercializzazione formalmente chiusa dal 1996 in avanti. La situazione che abbiamo ereditato non è grave: è sicuramente tragica. Si doveva intervenire urgentemente e non lo si è fatto. Anche l'Ulivo ha responsabilità enormi: cinque anni di Governo, cinque
anni di inadempienze legislative, cinque anni che hanno lasciato i nostri produttori, il nostro settore lattiero-caseario, nella crisi più assoluta. Questi sono stati i nemici storici dei nostri allevatori, dei nostri produttori di tutto il settore lattiero-caseario. Finalmente, nello scorso mese di luglio sembravano essere maturate le condizioni per il varo di una riforma che affrontasse e risolvesse in modo deciso, una volta per tutte, il problema dell'applicazione del regime comunitario delle quote latte. La sfida è importante e tutti, forze politiche ed esponenti del mondo produttivo, compresero di apprezzare lo sforzo del Governo che intendeva affrontare il problema con una riforma complessa e comunque ambiziosa. Si trattava di un provvedimento che poi era anche un pacchetto di misure complementari che determinava regole certe e severe per il futuro, ma che nel contempo chiudeva in via definitiva i tanti problemi del passato, primo fra tutti quello ormai angoscioso delle multe pregresse che si ripercuotono su migliaia di allevatori nel nostro paese. Era un pacchetto pesante, sul quale tutti erano più o meno disposti a convergere, anche a prezzo di sacrifici e in cambio soprattutto della prospettiva di cambiare veramente pagina rispetto al passato.
Così però non è stato, caro ministro. Dallo scorso luglio ad oggi il pacchetto ha perduto i suoi pezzi migliori. In particolare, sono andate perdute le misure che rendevano accettabile la riforma e che aprivano prospettive nuove, mentre è rimasto tutto ciò che determinava e determina incognite e preoccupazioni. Insomma, la rosa ha perso i petali ma sono rimaste le spine. Ci riferiamo, in specie, alla perdita delle misure sul riallineamento delle quote della produzione e a quelle sulla risoluzione del nodo delle multe pregresse. Senza questi riferimenti questo provvedimento diventa inopportuno, non risolverà i problemi dei nostri allevatori e penalizzerà ancora una volta, il settore lattiero-caseario del nostro paese.
Ci riferiamo però anche ad altre misure come la permanenza, senza riallineamento, del prelievo mensile e ad alcune integrazioni al testo tra quelle introdotte nel corso dell'esame del provvedimento da parte della Commissione, ove sono state ripresentate norme volte a favorire alcune aree territoriali a danno di altre. In questo modo si sono rievocati antichi e funesti ricordi che nel settore delle quote latte ci riportano ai tempi della discriminazione per il taglio della quota B e per l'esecuzione delle compensazioni. Si tratta di una vera e propria vergogna poiché, ancora una volta la Padania viene penalizzata concedendo di più al sud e meno al nord.
Si tratta di ricordi tragici, o forse ancora peggio, visto che sono state proprio queste scelte sbagliate a discriminare le zone montane, facendole oggetto di ricorsi e di multe che oggi gravano sul presente e sul futuro dei nostri allevatori.
Quando si propone un pacchetto di misure tra loro legate da un rapporto di complementarietà non si può pensare di eliminarne alcune e di lasciarne altre, poiché questo stravolge l'intero provvedimento, senza che ciò determini effetto alcuno sulla loro efficacia. Questo, caro ministro, dovrebbe essere ovvio; evidentemente però non lo è per lei e per chi l'ha aiutata a stendere questo provvedimento.
Nel caso specifico, non sì può pensare di presentare un pacchetto nel quale si propone una riforma impegnata su pochi ma solidi capisaldi come il riallineamento delle quote alla produzione, l'eliminazione della compensazione e la risoluzione delle multe pregresse, facendo poi sparire il primo ed il terzo caposaldo mantenendo solo la scelta di eliminare la compensazione ed introdurre, in sua vece, una misura come il prelievo mensile, che in assenza del riallineamento rischia di produrre effetti devastanti, in primo luogo sugli allevatori padani e - ricordiamolo, è opportuno -, più in generale, su tutti quelli delle zone maggiormente produttive.
A ciò si aggiunga che con l'eliminazione delle norme sul riallineamento il compito di migliorare la distribuzione delle quote sul territorio nazionale è stato, di fatto, unicamente assegnato al mercato, o meglio,
alla possibilità - fino ad oggi negata - di comprare e di vendere quote diverse.
Tale soluzione appare, tuttavia, meno efficace, nonché più onerosa e più iniqua per gli allevatori padani di quella inizialmente proposta attraverso il riallineamento.
Per un allevatore lombardo o veneto, che fino ad oggi ha avuto meno quote del necessario - anche questo è giusto ribadirlo - risulta assolutamente iniquo dover acquistare le quote, anziché a prezzo politico dallo Stato - come sarebbe avvenuto con il riallineamento -, a prezzo di mercato da allevatori di regioni come, ad esempio, il Lazio e la Campania (per di più, con la suddetta tassa del 30 per cento) che, fino ad oggi, hanno beneficiato di quote in eccesso - anche questo è giusto dirlo - rispetto al loro fabbisogno.
Anche in questo caso è giusto ricordare come, in questo caso, il nord viene nuovamente penalizzato da un ministro di Alleanza nazionale. Onestamente, ci sembra che, negli ultimi tempi, Alleanza nazionale stia cercando di sottrarre lo scettro della difesa dei privilegi e dell'assistenzialismo al sud, a scapito dell'UDC e ciò contro le legittime, sacrosante aspettative del nord.
Evidentemente, volendo concedere degli aiuti a Roma capitale, l'avete favorita discriminando le altre città del paese. Infatti, nell'immaginario collettivo, Roma viene ancora vista come la capitale della burocrazia, degli sprechi, degli enti inutili, delle auto blu, dell'assistenzialismo, dei privilegi. Avete dimenticato - e di conseguenza discriminato - le capitali economiche dell'attività produttiva, dell'editoria, della moda, della cultura, del commercio che si trovano a nord (Milano, Venezia, Torino, a Genova) e le città del sud che hanno diritto di crescere come le altre (Bari, Napoli, Palermo). Lo avete fatto con la riforma del titolo V che, di fatto, blocca la devoluzione e i principi federalisti - che, in teoria, dovrebbero essere condivisi da tutti gli appartenenti alla Casa delle libertà - attraverso l'inserimento del cosiddetto interesse nazionale.
Lo avete fatto con Rai2 al nord; tutti ci ricordiamo della mozione di sfiducia presentata in Commissione vigilanza RAI nei confronti di chi aveva osato portare una delle tre reti pubbliche al nord dove la RAI è nata e da dove proviene la maggioranza dei proventi del canone.
Noi speriamo che tutto questo sia dovuto all'imminente campagna elettorale per le elezioni amministrative e che tutto finisca entro breve tempo.
In conclusione, signor Presidente, vi è questo provvedimento che ci accingiamo ad affrontare oggi; se è vero come è vero che la situazione nella quale versa il settore lattiero-caseario richiede una riforma delle norme di attuazione del regime delle quote latte, è però altrettanto vero che quella stessa e difficile situazione non può essere portata a pretesto, a giustificazione per pretendere l'incondizionata accettazione di qualsiasi riforma che possa essere proposta. Pertanto, gli allevatori sono da quasi vent'anni costretti a vivere e a lavorare in una situazione che non fornisce loro nemmeno la garanzia minima di poter contare sulla certezza del diritto che dovrebbe discendere da una corretta applicazione delle norme che regolano il loro settore. Hanno paura ad investire nelle loro aziende perché non conoscono il futuro che li attende.
È evidente che in questo stato, e concludo signor Presidente, bisogna agire con un provvedimento che vada ad aiutare i nostri allevatori; pensiamo che, in questo momento, nell'economia virtuale di Internet, in un'economia che delocalizza ad est, in Asia la produzione, siano loro i custodi, che presidiano il territorio, delle nostre tradizioni, del settore primario, dell'allevamento. Oltre ad essere un interesse economico, è anche un interesse culturale stare vicino a tali allevatori, presenti nel nostro territorio, che portano avanti tradizioni culturali che sono proprie della nostra gente e che, evidentemente, rischiano di essere dimenticate.
Pertanto, invito il ministro a ravvedersi, ad accogliere i nostri emendamenti che sono nel merito opportuni, a migliorare questo testo, dando forza e aiuto ai nostri
allevatori, senza, soprattutto, discriminare il nord e la Padania (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord Padania).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Dario Galli. Ne ha facoltà.
DARIO GALLI. Signor Presidente, il provvedimento che discutiamo questa sera è di grandissima importanza per l'economia del nostro paese. Va sottolineato che, finalmente, dopo molti anni durante i quali si è solo parlato di questo problema (si sono svolte manifestazioni al riguardo, sono stati semplicemente prorogati i regolamenti in essere), finalmente si riesce a far uscire dalle Commissioni parlamentari ed a portare in aula la discussione sul provvedimento in esame per la sua votazione.
Contemporaneamente, si è persa un'importante occasione (ancor più importante, considerati gli anni che sono trascorsi da quando esiste il problema e se ne è iniziato a parlare), per risolvere in maniera radicale, ma soprattutto ragionevole, il problema stesso.
Ciò che stiamo discutendo in aula contiene una quantità di passaggi che risultano, con evidenza, assolutamente inaccettabili; noi parlamentari della Lega nord abbiamo a cuore da molti anni il suddetto problema, ma soprattutto la sorte ed il lavoro degli allevatori veri, quelli che in questo paese lavorano veramente nel comparto agricolo e zootecnico di produzione del latte e che, insieme a noi, avrebbero voluto che si avanzassero proposte e soluzioni diverse.
Proprio per capire il motivo per cui si è arrivati a questo punto, un minimo di storia è quantomeno indispensabile. In effetti, la persona comune, che non si interessa direttamente di tali questioni, fatica nel suo complesso a comprendere ciò di cui stiamo parlando. Non si riesce a capire come un paese, che presenta già difficoltà di ordine territoriale per densità di abitanti, per conformazione orografica, per tante ragioni di questo tipo (quindi, è già strutturalmente debole nel comparto agricolo e zootecnico di produzione, per esempio, del latte), debba avere addirittura delle quote imposte; tant'è che in Europa, che si vota completamente ormai alla globalizzazione, al libero mercato ed a tutto quanto fa parte di questa ideologia, diventa ancor più difficile capire come invece certi settori devono essere così strettamente regolamentati.
Abbiamo ricordato nel corso degli interventi precedenti che, in questo momento, in Italia, si produce solo il 56 per cento del fabbisogno del consumo dei cittadini italiani. I produttori di latte italiani producono meno di sei parti su dieci di quanto gli stessi cittadini italiani consumano quotidianamente. Potrebbero produrre molto di più, soprattutto in alcune zone, come poi diremo, ma di fatto ciò non viene concesso per legge. Ovviamente, non è stato sempre così, perché, all'inizio, queste regole non esistevano. All'inizio dell'avvio della comunità europea, vi erano altri settori regolamentati e mi riferisco in particolare all'acciaio ed al carbone (erano gli anni cinquanta). Non si parlava di queste cose.
Poi, ad un certo punto è stata introdotta questa regolamentazione che è andata a «strozzare» la produzione degli allevatori italiani per una sorta di sciagurata compensazione realizzata in una trattativa condotta dai nostri illuminati politici del passato; qui vorrei sollevare una piccola polemica nei confronti di quei giornalisti che non perdono l'occasione per deridere l'attuale classe politica del nostro paese; pur riconoscendo io per primo che questa non è di grandissimo livello, non mi sembra tuttavia che gli esponenti politici del passato fossero migliori di quelli di oggi, e tale vicenda lo dimostra in maniera eclatante.
Negli anni '80 si è in pratica realizzata una compensazione tra una produzione di acciaio per il Sud d'Italia e di prodotti agricoli mediterranei, in particolare il pomodoro, e una «strozzatura» della produzione del latte. Ciò ha portato alla mancata costruzione delle acciaierie in Calabria, alla distruzione degli uliveti e degli aranceti presenti in Calabria, alla costruzione del più inutile dei porti, quello
di Gioia Tauro, senza che da questo uscisse mai un grammo di tondino di ferro prodotto in Calabria. Tutto ciò oltretutto non è stato privo di costi per la comunità nazionale perché è invece costato decine e decine di migliaia di miliardi di vecchie lire.
Il risultato complessivo di questa operazione è che un pezzo importante d'Italia da un punto di vista paesaggistico ed agricolo di qualità è stato distrutto, una parte delle coste calabresi è stata distrutta, una fetta importante di debito pubblico è stata incrementata e non si è creato un posto di lavoro in quella zona legato a questo tipo di attività, distruggendo invece posti di lavoro in agricoltura; non si sono creati i posti di lavoro che si sarebbero potuti determinare costruendo al posto del porto di Gioia Tauro villaggi turistici o alberghi adeguati alla bellezza della zona e, soprattutto, si è limitata, come sempre si fa in Italia, l'unica parte del paese che riesce autonomamente a stare sul mercato: la Padania. Gli unici che ci hanno rimesso in questa vicenda sono stati gli allevatori e i produttori di latte padani, lombardi, piemontesi, emiliani e veneti, che si sono visti limitare le proprie potenzialità produttive dal momento si sono infilati in un tunnel senza ritorno di burocrazia e di questioni incomprensibili, di regolamenti che nessuno aveva mai richiesto, impossibilitati ad uscire da questo tunnel.
Ricordo che in Italia la parte settentrionale del paese, la Padania, è ovviamente famosa in Italia e nel mondo per la propria produzione industriale. Ricordo che la Lombardia, assieme alla Baviera e alla regione industriale di Parigi, è una delle tre aree a maggior valore aggiunto industriale pro capite d'Europa. È una delle più alte in assoluto nel mondo!
La Lombardia, da sola, sarebbe più grande della metà degli Stati membri della vecchia Europa ed ancor più della nuova Europa. Da sola, essa sarebbe la quattordicesima nazione al mondo, partendo dagli Stati Uniti, per prodotto interno lordo.
Si tratta quindi di una potenza industriale: pochi sanno, perché questo non rientra nella normale comunicazione dei mass media, che la Lombardia produce da sola il 25 per cento del latte italiano ed il 30 per cento della carne italiana. La Lombardia, regione per eccellenza industriale, è anche la più grande produttrice agricola italiana. Non solo quindi si è come sempre penalizzato il povero sciur Brambilla, quello che paga il 75 per cento della ricchezza che produce, che è partito con la macchina, magari messa in cantina e, successivamente, ha costruito un piccolo capannone; egli, con questa quota, mantiene buona parte del resto del paese e buona parte del settore delle grandi industrie. Si è anche penalizzato il signor Brambilla che fa l'allevatore e che quindi poteva produrre di più non solo nel proprio interesse, ma anche per quello nazionale.
Io sono orgogliosamente lombardo - mi sembra che dalle mie parole risulti evidente -, però non è che per questo mi dispiace di essere italiano! Quando dico che la Lombardia produce, sono contento ovviamente come lombardo, ma sottolineo il fatto che tutto quello che produce la Lombardia va comunque a vantaggio dell'intera comunità nazionale. Quindi, non capisco perché si debba andare sempre a mettere i bastoni tra le ruote a quelle persone che in qualche modo, per ragioni culturali, geografiche e via dicendo - ma, lasciatemelo aggiungere, anche per voglia di lavorare -, riescono a stare sul mercato, a rispettare le regole, a produrre valore aggiunto.
La cosa più normale che si sarebbe dovuta fare sarebbe stata quella di andare in Europa, con coraggio - perché per fare il ministro ci vuole anche coraggio, soprattutto in certi frangenti -, con forza - non per finta, come stiamo facendo adesso, dopo che abbiamo presentato delle leggi, così andiamo lì portando un biglietto da visita... se uno ha coraggio, ha coraggio e basta -, a chiedere di ritornare integralmente su quanto deciso sciaguratamente negli anni ottanta. Il regime delle quote latte non è giusto, perché non esiste da nessuna parte un principio di questo tipo e ancor meno è giusto in un'Europa che, come dicevo all'inizio, vuole essere
un'Europa liberista, dove tutti devono stare autonomamente, con le proprie gambe, sul mercato.
Si dovrebbe poi intervenire in Europa anche per chiedere analogamente la riduzione o l'annullamento delle multe. Sappiamo bene che c'è anche chi ha giocato su queste cose - qualcuno anche nel nord Italia -, chi non è stato onesto, chi ha approfittato di tante situazioni e che, in qualche modo, sarebbe giusto pagasse la sua quota di multe. Però, è anche vero che la maggior parte degli allevatori che si sono visti affibbiare delle multe lo ha fatto in buona fede: essi non conoscevano i regolamenti perché nessuno li conosceva, perché non c'è la certezza del diritto, perché non c'è l'anagrafe, perché non c'è la certezza delle quantità, delle produzioni, dei numeri. Nessuno ha mai saputo esattamente quanto latte si produce in questo paese!
A fronte di ciò, gli unici veramente penalizzati sono stati quei pochi che, essendo già onesti per natura, avendo sempre dichiarato in maniera tranquilla, trasparente, cristallina quello che hanno fatto, anche in passato, si sono trovati a dover denunciare delle extraproduzioni, contrariamente a quanti, invece, hanno potuto fare diversamente, perché si trovavano già da prima in situazioni meno trasparenti.
Quindi, anche il discorso delle quote andrebbe affrontato, non perché qualcuno, come dicevo, ne ha approfittato, ma perché la stragrande maggioranza degli allevatori ha prodotto di più involontariamente, senza esserne completamente consapevole, perché non vi era chiarezza circa la regolamentazione, circa la situazione generale, né per loro né per nessuno.
A fronte di queste, che a nostro avviso sono le esigenze del settore, da questo provvedimento non sta uscendo assolutamente nulla. Non vi è alcun cenno alla questione delle multe; mi rendo conto che ciò non si possa fare con una legge italiana, che sarebbe ovviamente bloccata subito dalla Commissione europea, però è anche vero che non c'è un cappello introduttivo, non vi si fa alcun cenno, non lo si porta avanti con forza.
Soprattutto, non vi è alcun cenno alla questione dell'annullamento delle quote, che sarebbe la cosa più giusta, viste tutte le cose che abbiamo detto fino ad adesso. A fronte di questo, non si propone neanche una redistribuzione, che era una delle ipotesi inizialmente messe sul tavolo e che, pur non essendo giusta, nel quadro complessivo di ingiustizia della situazione, poteva porre rimedio a qualche ingiustizia del passato. No, si impongono queste quote regionali, per cui si continua, come qualche mio collega ha già sottolineato, ad insistere con questa ingiustizia nei confronti dei produttori del nord, per cui chi al nord può produrre di più è obbligato a non farlo e chi, invece, nelle regioni del centro sud, ha quote in eccesso non ha nessuna difficoltà a mantenere queste quote e anzi, nel mercato nero delle quote, può anche guadagnare dall'affitto illegittimo delle quote medesime.
C'è poi questo discorso assurdo del 70 per cento, per cui si è obbligati a comprare il cento per cento della quota, ma se ne può utilizzare soltanto il 70 per cento.
Questo - lo devo dire - è veramente ridicolo. Credo che normalmente, per incentivare le attività, si utilizzi la formula «paghi sette e prendi dieci». In questo caso, invece, diciamo agli allevatori «paghi dieci e compri sette». Dal punto di vista generale, ciò non ha alcun senso e farebbe sorridere una persona normale, tra virgolette, al di fuori di questo palazzo, inducendola a pensare che, in questa sede, anziché approvare provvedimenti, si fanno affermazioni veramente ridicole. Si poteva, almeno, far intervenire direttamente lo Stato (che almeno ogni tanto faccia il proprio dovere) nel gestire questa tratta delle quote, senza lasciarla al libero mercato. Infatti, com'è stato ricordato anche da qualche collega dell'opposizione, gli allevatori si trovano nella scomoda situazione in cui il prezzo finale è imposto e al ribasso - quindi, non possono fare più di tanto -, mentre ogni elemento che serve per produrre il latte deve essere acquistato
a quote comprese sul libero mercato. Ci troviamo di fronte ad una categoria che ha, sul fronte delle spese, il libero mercato al rialzo, e, sul fronte delle entrate, il mercato obbligato al ribasso. Mi pare che, anche in questo caso, se veramente vogliamo aiutare questa fondamentale categoria di lavoratori del nostro paese, si sia persa un'altra importante occasione.
Ricordo che - come ho già ricordato in tanti interventi inerenti questioni economiche -, l'Italia non è un paese ricco; è un paese che sta bene se i suoi abitanti lavorano o sono posti nelle condizioni di farlo. Non ha il petrolio sotto i piedi ma ricchezze naturali di particolare rilevanza.
Il settore primario, ossia l'agricoltura e l'allevamento, anche se percentualmente, come è giusto che sia, ha occupato negli anni sempre meno addetti, resta, insieme a quello secondario, il settore più importante ossia quello che tiene in piedi l'economia reale di questo paese.
PRESIDENTE. Onorevole Dario Galli, la invito a concludere.
DARIO GALLI. Ci sarebbero moltissime altre cose. Invito il Governo a rivedere profondamente le proprie posizioni e decisioni se vuole aiutare realmente gli agricoltori padani - lo dico con orgoglio - e tutti i lavoratori italiani della terra (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord Padania).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Luciano Dussin. Ne ha facoltà.
LUCIANO DUSSIN. Signor Presidente, per una questione di coerenza, il mio intervento riprenderà alcuni spunti di discussione che avevo proposto al ministro dell'agricoltura di allora, onorevole Pinto. Infatti, sui principi non guardo la costituzione delle maggioranze ma entro nel merito del contendere. Allora affermavo che limitare la produzione di latte imponendo determinate quote rappresentava un crimine contro l'umanità e che l'Europa si macchiava di questa scelta; lo dicevo allora, lo confermo oggi. Infatti, quando si abbattono centinaia di migliaia di mucche da latte di fronte alla spaventosa povertà che assedia il nostro pianeta, è giusto parlare di crimine contro l'umanità. Se poi ci si inginocchia, cambiano i governi ma la sostanza non cambia di fronte a mere logiche economiche; ciò dimostra l'assoluta cecità da parte di chi governa, non solo questo paese, ma anche l'intera Europa.
Oltre a questo, vi è anche un principio economico sul quale dissento perché imporre determinate quote, a mio avviso, significa sovietizzare l'economia agricola. Forse esistono quote in altre produzioni - me lo sono chiesto - ma non riuscirei a capire l'obbligo imposto ad un tabaccaio di vendere non più di cinquanta pacchetti di sigarette al giorno o di imporre alla FIAT di non costruire e mettere in vendita al giorno un numero superiore di autovetture a quello stabilito. Questo motivo deve indurre ad una riflessione. Non si capisce per quale motivo il settore dell'agricoltura debba continuare a vivere in un regime di sovietizzazione - come dicevo precedentemente - memore dei danni che ha provocato quella cultura; una cultura che ha bloccato l'economia della metà del pianeta e affamato mezzo mondo. Oltre a questo, va ricordato che, con riferimento al settore agricolo, quando si chiude un'attività, quando si chiude una stalla, questa non riapre più.
Se cessa un'attività, ad esempio, nel settore tessile, in base a nuove commesse ed alla buona volontà di intraprendere nuovamente l'iniziativa, è possibile ripartire; chiusa una stalla, non si riapre (ed il concetto è talmente chiaro che non reputo necessario spiegarlo ulteriormente ai presenti)!
Perciò, si dovrebbe ragionare con maggiore sintonia di intenti anche tenendo presente l'aspetto che ho appena denunciato perché servono esperienze, servono le tradizioni e serve la cultura. Ebbene, nel mio comune di residenza, poche sere fa, uno degli ultimi giovani rimasti in agricoltura mi raccontava che altri quattro suoi coetanei hanno chiuso e non riapriranno più l'attività.
Allora, si arriva a dispensare disperazione continuando a non comprendere che non è possibile imporre politicamente la chiusura di attività che, peraltro, funzionano, possono avere un futuro e non chiedono che di poter vivere in un libero mercato (come avviene per tutte le altre attività economiche nel nostro paese). Quindi, occorre ricordare al nostro Governo, soprattutto affinché si attivi presso l'Unione europea, che serve libero mercato, un libero mercato che non sia condizionato da scelte politiche.
Attenzione: non è in crisi solo l'agricoltura! Con riferimento al famoso miracolo del nord est, già da un anno a questa parte, ed anche da più tempo, si sta vivendo il tristissimo fenomeno della delocalizzazione: si va a produrre dove i costi sono inferiori. È lo stesso discorso che qualcuno, poc'anzi, riferiva all'agricoltura: chiudiamo i nostri allevamenti ed importiamo produzione agricola sapendo che arriva da paesi che non hanno costi sociali, che non affrontano, cioè, i costi della pensione e della sanità o altri costi sociali. Andiamo a metterci in concorrenza con questi paesi! D'altra parte, sapete benissimo che la globalizzazione, per il momento, sta confermando la povertà dove già c'è e la sta riportando dove la si era dimenticata. Ciò vale per l'agricoltura, che è già disastrata, ed anche per tutte le altre attività.
Allora, anche sotto questo profilo, mi sento di insistere (l'ho fatto a suo tempo, come dicevo prima, con il ministro Pinto; lo faccio adesso con l'attuale ministro): queste logiche dominanti all'interno dell'Unione europea debbono essere combattute! In nome della capacità di dare servizi sociali ai nostri cittadini, i quali, dopo tanti anni di fatiche fatte per arrivare ad avere un minimo di copertura, pretendono di conservarlo, stiamo rovinando assolutamente tutto! Le logiche economiche che comandano la politica anche nel Parlamento europeo, purtroppo, stanno a testimoniarlo. E noi continuiamo a subire passivamente questa situazione!
Ovviamente, la Lega nord Padania, che continuerà ad essere vicina alla sua gente, alle nostre produzioni, alle nostre culture, e via dicendo, deve evidenziare questi problemi e deve pretendere che queste parole vengano riportate nelle sedi opportune, nell'Unione europea, con forza e con convinzione. Dobbiamo ricordare, infatti, che sono necessari decenni per sottrarre i popoli alla fame, ma bastano due o tre anni di politiche scellerate per ricondurli allo stesso, triste livello sociale da cui erano usciti dopo anni ed anni di fatiche e di lavoro. Serve, evidentemente, lungimiranza; serve, però, anche polso!
Bisogna assumere delle posizioni determinate a salvaguardia delle conquiste sociali e del diritto, ed a tale riguardo, visto che ho appena accennato al diritto, voglio ricordare cosa prevede la nostra Costituzione per quanto riguarda il diritto al lavoro.
All'articolo 1, primo comma, della nostra Costituzione si afferma che la Repubblica è fondata sul lavoro. L'articolo 3 intende riaffermare che la Repubblica rimuove gli ostacoli di ordine economico e sociale, non dice che bisogna chiudere le stalle o chiudere politicamente le attività produttive, dice esattamente l'opposto. E anche se c'è una parvenza di scaricabarile nei confronti dell'Unione europea che sembra voler determinare questo scempio noi non ci stiamo e siamo pronti a votare contro questo disegno di legge di conversione senza il minimo dubbio, se qualcosa non cambierà. Continuo. L'articolo 4 della Costituzione recita che la Repubblica riconosce ai cittadini il diritto al lavoro. Il cittadino ha il dovere di svolgere un'attività per il progresso materiale della società. Ebbene, noi non stiamo mettendo in discussione il permanere o meno di stipendi regalati, come è successo in passato - abbiamo criticato anche i governi precedenti per i salari socialmente utili, che creano povertà, creano illusione, non creano posti di lavoro -, ma critichiamo aspramente il fatto che si voglia, per scelte politiche, chiudere delle attività che restano in piedi da sole, che producono ricchezza da sole, senza il bisogno di interventi di copertura statale. Ancora, l'articolo 35 recita che la Repubblica tutela
il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni e cura la formazione professionale dei lavoratori. Ebbene in questo caso noi siamo di fronte a dei lavoratori che manifestano il diritto costituzionale di lavorare, la loro professionalità non è messa in discussione; se negli anni del boom economico molto ha contribuito l'attivazione di corsi professionali proprio per rilanciare l'agricoltura come bene economico primario di questo paese, ebbene, i segnali che stanno arrivando, non solo adesso, ma da almeno un decennio a questa parte, vanno nel senso di distruggere tutto quello che negli anni del boom economico menti probabilmente più lungimiranti avevano dato al nostro paese. Ancora, c'è l'articolo 41 che recita: l'iniziativa economica privata è libera. Anche in questo caso, a proposito di quanto detto prima, ritengo che andiamo in direzione opposta rispetto ai principi costituzionali che ho appena elencato. Noi invece decretiamo la chiusura politica di attività agricole che possono creare lavoro e ricchezza materiale e sociale. Andare a spiegarlo ai nostri concittadini impegnati in queste attività è francamente dura. Infatti, come siamo stati in prima linea con loro durante la scorsa legislatura così lo saremo in questa.
Guardate, non è una questione di soldi, altre spese di questo e di altri governi hanno dimostrato che non è un problema di soldi, perché la cifra di cui si sta discutendo per mettere fine una volta per tutte al problema delle quote latte, se paragonata ad altre spese statali, francamente fa ridere. Quindi, è solo un principio che è nato negli anni ottanta nell'Unione europea. Probabilmente le economie delle multinazionali che spaziano al di sopra delle sovranità popolari, perché comandano più dei parlamenti eletti, hanno deciso che la globalizzazione è una bella cosa e quindi bisognava liberare i mercati, andare in concorrenza con chi schiavizza sfruttando il lavoro minorile, creare povertà dove si era dimenticata (come citavo all'inizio). Tutti contenti, a cominciare dai grandi politici di allora per finire alle associazioni di categoria, che qualche responsabilità pure ce l'hanno perché anche loro erano in prima linea ad applaudire questi fenomeni.
Ovviamente, c'era, e continua ad esserci, la Lega nord Padania che insiste sulla salvaguardia e sulla difesa dei valori socio-economici delle comunità ma che veniva offesa nell'operato ed etichettata come movimento da campanile, come movimento localistico, che non sa guardare avanti. Ebbene, chi guardava più avanti della Lega nord Padania ora si scontra con un'agricoltura che non esiste più. Dovremmo, allora, inventarci qualche salario socialmente utile in più, ma non si sa da dove arriverebbero le risorse, finendo per creare altri disadattati.
La delocalizzazione dell'artigianato sta creando migliaia di disoccupati anche nelle pseudo-ricche aree del nord est, ma la cosa sembra interessare relativamente poco sia a livello di governi locali sia soprattutto a livello di Parlamento europeo. Ciò è molto triste.
Prima parlavo di crimine contro l'umanità. In questo senso, una sana politica europea vorrebbe, nel caso in cui ci fosse una sovrapproduzione di latte, che questa sovrapproduzione fosse trasformata in latte in polvere e si portasse da mangiare, una volta per tutte, ai milioni di persone che vivono in condizioni di indigenza se è vero, come dicono, che ogni tre o quattro secondi muore una persona per povertà. Questa potrebbe essere un'ottima scelta per dimostrare che c'è un'inversione di tendenza almeno sotto l'aspetto delle gestioni e delle ricchezze mondiali. Con il prezzo di un aereo da guerra potremmo trasformare la produzione e sovrapproduzione di latte in latte in polvere in modo da poter dare da mangiare a tanta povera gente. Ma queste cose, probabilmente, in Europa e mi sembra anche un po' nel nostro Governo, così come in quello precedente, sono concetti troppo difficili da assimilare.
Per questi motivi noi continuiamo a portare avanti le battaglie iniziate qualche anno fa (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord Padania).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Lumia. Ne ha facoltà.
GIUSEPPE LUMIA. Signor Presidente, noi valutiamo questo decreto-legge che ci accingiamo ad esaminare come un provvedimento debole e, ahimè poco progettuale, e non capace di affrontare e sciogliere i vari nodi presenti in tema di applicazione del prelievo supplementare nel settore del latte e dei prodotti lattiero-caseari. Un decreto-legge, purtroppo, inadeguato ed insufficiente, tra l'altro perché è figlio anche di questa contrapposizione presente all'interno del centrodestra.
Come vedete, ci sono divergenze che, nel nostro paese, paralizzano e creano un clima non adatto a quella che si presenta essere una questione molto seria e delicata. Naturalmente, noi non confonderemo la nostra battaglia con le motivazioni e con le argomentazioni portate avanti dalla Lega nord Padania che, spesso, si sposano anche con letture un po' approssimative e stravaganti, e spesso anche offensive, di quanto avviene in tutto il nostro paese, soprattutto nel Mezzogiorno (Commenti di deputati del gruppo della Lega nord Padania). Non bisogna mai dimenticare che abbiamo dei percorsi interessanti di legalità e di sviluppo; mentre oggi la Lega nord Padania si allea con un centrodestra che spesso mortifica la legalità e lo sviluppo nel Mezzogiorno e non ne fanno, invece, un impegno serio, coerente e concreto.
Ricordo anche che le posizioni debitorie sono a carico di tutto il nostro paese, e rappresentano una sfida e un carico per tutti e, all'interno di questa sfida, occorre trovare una soluzione adeguata al paese, sia al nord sia nel Mezzogiorno e, per quanto mi riguarda, anche per la Sicilia.
La mia regione - la Sicilia - ha un settore zootecnico-bovino da latte caratterizzato da una certa distinzione tra la zona orientale e quella occidentale dell'isola. Ci sono delle interessanti esperienze nella Sicilia orientale; ricordo che, nella provincia di Ragusa, si attua un tipo di zootecnia prevalentemente intensiva tramite l'allevamento di razze specializzate per la produzione di latte: la frisona e la bruna. Nella zona occidentale dell'isola, invece, si attua prevalentemente un tipo di zootecnia in forma estensiva con l'allevamento di razze bovine rustiche ed autoctone: le più famose sono la modicana e la cinisara.
Comunque, in generale, la zootecnia siciliana è sottoposta ad un processo reale di cambiamento; è cresciuta ed è migliorata, ma naturalmente opera in un contesto economico maggiormente in difficoltà rispetto alle aziende specializzate nella produzione di latte della pianura padana e del nord d'Italia.
Ultimamente, gli operatori del settore zootecnico siciliano hanno dovuto affrontare diverse crisi locali, quali la siccità, lo stato sanitario degli allevamenti - ricordo, su tutte, la brucellosi -, con gravissime responsabilità non solo del Governo nazionale, ma soprattutto di quello regionale, che non stanno assolutamente sostenendo la volontà concreta degli allevatori di affrontare, in modo molto serio e rigoroso, il tema della tubercolosi e della brucellosi.
Esiste anche la questione dell'adeguamento alle nuove normative, riguardanti l'adeguamento alle nuove norme igieniche, di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 54 del 1996; ricordo, inoltre, anche la mancata riscossione dei premi comunitari per i problemi relativi al «pacchetto informatica» adottato dalle ASL siciliane, non compatibili con i software SIAN nazionale. Anche in questo caso, ancora una volta emergono gravissime responsabilità del Governo regionale di centrodestra.
Malgrado ciò, malgrado questi disastri che la politica mette in moto, e malgrado i limiti del centrodestra, gli allevatori tentano di affrontare i problemi nel migliore dei modi, cercando di sopravvivere, ed anzi di sviluppare il settore zootecnico siciliano, che sicuramente non potrà competere in termini quantitativi di ricchezza prodotta con la zootecnia del nord d'Italia, contraddistinta da produzioni industriali ottenute in grossa quantità ed a basso
prezzo, ma che può competere, invece, sul piano qualitativo dei prodotti lattiero-caseari di nicchia.
In questo contesto si inserisce la riforma in oggetto. Premesso che la Sicilia, secondo l'ultimo censimento ISTAT, possiede il 2,46 per cento del patrimonio italiano bovino da latte, rispetto all'1,92 per cento del totale delle quote latte nazionali (quindi, possiede percentualmente meno quote rispetto alle vacche da latte presenti nell'isola), propongo di seguito alcune modifiche al decreto-legge n. 49 del 2003 in esame.
Innanzitutto, l'articolo 3 del provvedimento dispone che se una quota latte posseduta da un produttore non viene utilizzata nelle isole per almeno il 50 per cento nell'anno di riferimento, la stessa viene revocata e confluisce nella riserva nazionale, per essere poi riassegnata alla regione stessa. Ciò malgrado, a nostro avviso il decreto-legge deve prevedere la causa di forza maggiore che derogherebbero le aziende dall'ottemperanza di questo articolo; tale provvedimento, inoltre, penalizza le regioni più deboli, quali la Sicilia, in quanto la stessa è caratterizzata da problemi perenni relativi alla sanità degli allevamenti e da un clima più ostile rispetto al nord, dove sono consentite sicuramente produzioni maggiori di foraggio, in modo costante ed omogeneo, nel corso dell'anno e degli anni, e si ritrova, pertanto, con maggiori rischi di perdita di tipo quantitativo di riferimento della quota latte, anche a causa della mancanza di una più adeguata flessibilità produttiva.
L'articolo 12 del decreto-legge in oggetto, inoltre, disciplina il trasferimento per compravendita della quota latte, inserendo la novità dei trasferimenti possibili anche tra regioni diverse. Ciò determina un considerevole vantaggio per gli allevatori operanti nelle regioni del nord, vale a dire quelli in possesso della maggior parte delle quote di produzione, in quanto, essendo questi ultimi capaci di beneficiare di risorse finanziarie più cospicue rispetto agli allevatori del sud (si ricorda che con la legge precedente, che non consentiva trasferimenti di quote tra le regioni, la quota latte al nord veniva venduta ad un prezzo notevolmente superiore rispetto al prezzo di compravendita del sud d'Italia), saranno sicuramente in grado di acquistare ad un prezzo superiore, non consentendo, quindi, la permanenza delle quote in Sicilia.
È assolutamente da evitare, dunque, questo tipo di possibilità, proponendo che la compravendita della quota latte possa essere effettuata esclusivamente in ambito regionale, e non solo al 50 per cento, come previsto dopo un lavoro importante svolto in Commissione, anche grazie al nostro contributo.
In subordine, si potrebbe consentire la vendita anche in ambito extraregionale, attribuendo tuttavia il diritto di prelazione all'acquisto al produttore corregionale, ad un prezzo di mercato in qualche modo calmierato (ad esempio, il 10 per cento della media dei prezzi di compravendita di quota latte nella regione negli ultimi tre anni).
Tale modifica dovrebbe essere proposta perché sono da tutelare, malgrado le esigenze di accrescere la competitività delle aziende zootecniche del nord, caratterizzate da elevata produttività a bassi costi, le produzioni zootecniche lattiero-casearie ottenute nelle zone marginali, quali la Sicilia, in quanto tali produzioni consentono il presidio del territorio in zone afflitte dal problema dell'elevata disoccupazione, in zone in cui vi sono risorse e potenzialità enormi, in zone in cui, comunque, si è avviato un percorso di legalità e di sviluppo.
In coerenza con quanto proposto dal gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, è necessario incrementare e sostenere la zootecnia estensiva in Sicilia come in tutte le altre zone deboli comprese nell'obiettivo 1. L'articolo in esame prevede, inoltre, che le compravendite siano possibili solo fra territori omogenei anche in ambito extraregionale. In altri termini, se un produttore con azienda locata in un territorio di montagna della Sicilia decide di vendere la sua quota latte, questa potrà essere comprata da un produttore che opera nello stesso contesto territoriale (zona di montagna)
in qualsiasi regione d'Italia. Anche questa norma, malgrado consenta di salvaguardare le zone di montagna e quelle svantaggiate in generale, non comporta la tutela delle zone montane e svantaggiate della Sicilia, in quanto anche i produttori che operano in tali contesti territoriali del nord Italia hanno sicuramente risorse finanziarie maggiori rispetto agli allevatori siciliani e, quindi, maggiori capacità di acquisto.
La riforma ha previsto tale norma della libera compravendita delle quote tra produttori di bacini geografici omogenei (montagna, aree svantaggiate e pianura) con l'intento di provocare una controllata migrazione dei diritti a produrre verso quelle zone geografiche in cui la zootecnia manifesta un maggiore dinamismo e redditività (nord Italia) e, soprattutto, per favorire i produttori che hanno sforato di molto la loro quota di produzione ed hanno votato per la Lega nord Padania.
Tuttavia, ammesso che ciò avvenga in mancanza di una contrazione produttiva, gli allevatori italiani continueranno a pagare il prelievo supplementare, la multa all'Unione europea, nella stessa misura delle ultime campagne, perché il trasferimento delle quote non farebbe altro che coprire l'eccedenza dei prodotti dei produttori del nord più ricchi che si rivolgono al mercato delle licenze produttive e, di fatto, restringere gli spazi per la compensazione di fine campagna per tutti gli altri ad esclusivo svantaggio - lo ripeto: ad esclusivo svantaggio - degli allevatori più deboli del sud d'Italia.
Ecco il motivo per cui proponiamo con forza al ministro ed al Governo di adottare una politica più equa a livello nazionale e di perseguire, invece, in via prioritaria la strada dell'aumento della quota di produzione italiana naturalmente senza baratti. Attualmente, sappiamo tutti a quanto è pari, perché copre il 56 per cento circa del fabbisogno nazionale di latte e prodotti lattiero-caseari da concordare naturalmente in ambito Ecofin, come ha fatto il Governo italiano dell'Ulivo nel 1999-2000 quando è stato ottenuto in ambito comunitario un aumento della quota di produzione italiana pari a 600 mila tonnellate.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Parolo. Ne ha facoltà.
UGO PAROLO. Signor Presidente, devo riconoscere che non sono un esperto di agricoltura e di quote latte e, quindi, può anche darsi che, intervenendo, possa affermare cose non precise, certamente non con l'intento di fare folklore o altre manifestazioni deplorevoli come quelle che testé ha ricordato il collega che mi ha preceduto.
Tuttavia, ho una convinzione. Vorrei che il ministro - che ringrazio per essere presente in aula - ed anche il presidente della Commissione agricoltura, che stimo e che, tra l'altro, è stato eletto nelle regioni padane del nord, smentiscano il ragionamento che mi sono costruito e che cercherò di illustrare.
Il decreto-legge in esame, a mio modo di vedere, potrebbe essere un ottimo provvedimento, certamente risolutivo o, comunque, molto migliorativo delle problematiche relative alla gestione delle quote latte e del mercato lattiero-caseario. Tuttavia, questo giudizio positivo potrebbe essere espresso solo in astratto, ossia escludendo ed eliminando tutta la storia che caratterizza la gestione delle quote latte in Italia. Infatti, in caso contrario, se caliamo il decreto-legge nella realtà dello Stato italiano, ci rendiamo conto che esso diventa un pessimo provvedimento. Infatti, non possiamo dimenticare l'origine di questa vicenda che è già stata ricordata dai colleghi della Lega che mi hanno preceduto. Vi è stata in origine una scelta politica scellerata, compiuta da una classe politica che, come è stato ricordato, qualcuno rimpiange, ma che credo non dovremmo assolutamente rimpiangere.
Mi riferisco ad una classe politica che ha contrabbandato presso l'Unione europea il futuro dell'industria agroalimentare in cambio di un miraggio di sviluppo siderurgico al sud che non è mai avvenuto. Ciò ha determinato un'attribuzione allo
Stato italiano di una parte delle quote di spettanza europea nettamente inferiore rispetto alle necessità ed alle aspettative dei produttori italiani. In seguito, vi è stata una gestione fallimentare, vergognosa e truffaldina di tale situazione: il controllore era anche controllato. Un'associazione, naturalmente di carattere politico, contemporaneamente doveva avere le funzioni di controllore e di controllato: l'Unalat.
Le conseguenze sono state, innanzitutto, un'attribuzione fittizia, non reale, falsa, truffaldina, insomma non veritiera delle quote. Naturalmente, come spesso è successo nella storia dello Stato italiano del dopoguerra, vi sono stati evidenti vantaggi per chi ha saputo fare il furbo e danni economico-finanziari per chi ha voluto essere onesto e sviluppare la propria attività sul lavoro e sulle vacche vere, non inventate come quelle famose di piazza Navona!
Inoltre, vi è stato un mare di sanzioni. Nel 1994 abbiamo pagato - è giusto ricordarlo ai cittadini che ci ascoltano - 3.600 miliardi di multa all'Unione europea per la gestione vergognosa delle quote latte. Adesso ci troviamo di fronte ad un miliardo di euro - 2.000 miliardi di lire - ancora da pagare per la perseveranza nella gestione truffaldina avvenuta dal 1994 al 2001.
La situazione attuale è paradossale perché, come è stato ricordato dai colleghi che mi hanno preceduto, oggi l'Italia è costretta a pagare circa 150 milioni di euro all'anno di sanzioni e, nonostante ciò, è in grado di produrre soltanto il 56 per cento del fabbisogno nazionale di latte e di prodotti lattiero-caseari. Dunque, riusciamo a produrre poco più della metà del latte di cui abbiamo bisogno e siamo costretti a pagare 150 milioni di euro di sanzioni all'anno di cui - voglio ricordare agli amici del sud che mi hanno preceduto - circa il 30 per cento viene pagato dagli allevatori della Lombardia e del Veneto. Gli amici del sud ritengono che ciò sia giusto perché gli allevatori del nord hanno più quote. Certo, perché gli allevatori della Lombardia e del Veneto hanno le mucche sul serio, quelle a quattro gambe, non quelle fittizie! Quindi, sono costretti a produrre perché o uccidono gli animali, o smettono di vivere del loro lavoro onestamente, oppure devono per forza sforare le quote che non sono veritiere rispetto alla realtà del mercato esistente.
La chiave che avrebbe potuto chiudere tutta la vicenda era il riallineamento delle quote. Oggi, con questo decreto-legge, senza riallineare le quote alla realtà sul luogo ci troviamo di fronte non solo ad una truffa perpetrata nel tempo ma, addirittura, ad un condono. Questo è un condono a favore di chi ha sempre truffato ed è una punizione, da qui in avanti, nei confronti di chi ha sempre lavorato onestamente.
Questo decreto-legge, caro ministro Alemanno, mi ricorda tanto i cosiddetti decreti Stammati, quelli che hanno sanato la situazione finanziaria dei comuni negli anni ottanta. Tali decreti hanno condannato - fino a quando non riusciremo ad introdurre la finanza diretta anche nei comuni, cioè a realizzare il federalismo - tutti i comuni del nord, che avevano bilanci veritieri gestiti con il criterio del buon padre di famiglia, ad avere risorse irrisorie dallo Stato, mentre hanno premiato quei comuni che avevano speso senza alcun criterio. Tale truffa continua ad essere perpetrata ai danni del nord ed a favore di alcune regioni del sud con danni non solo per i cittadini del nord, ma anche per quelli del sud che non riescono a capire che solo attraverso una gestione responsabile delle risorse può esservi un vero sviluppo economico di tutto lo Stato italiano.
E poi, caro ministro Alemanno, come mi spiega la questione dell'acquisto delle quote da regione a regione pagando 10 e comprando 7? Se fossimo in un libero mercato, se si trattasse di un appalto, ci sarebbe un nome per questo 30 per cento di differenza!
GIOVANNI ALEMANNO, Ministro delle politiche agricole e forestali. Non è così, leggi il decreto!
UGO PAROLO. Forse questo è il prezzo che lei ha dovuto pagare alle regioni del
sud per convincerle in qualche maniera ad accettare questa proposta? Sono regioni del sud che non vorrebbero liberare il mercato delle quote trasferendole da regione a regione.
PRESIDENTE. Quando lei dice regioni del sud si rivolga al Presidente, non al ministro Alemanno, che è delle regioni del centro e non del sud.
UGO PAROLO. Noi sappiamo, Presidente, quali sono in questo momento gli interessi che vengono tutelati dal ministro dell'agricoltura. Non ci sono dubbi da questo punto di vista. Il ministro dell'agricoltura avrebbe il dovere costituzionale di tutelare gli interessi di tutto lo Stato e non solo di una parte di esso, e soprattutto avrebbe il dovere di tutelare gli interessi di chi veramente lavora, produce e cresce attraverso la propria manodopera e non invece quelli di chi lucra su una situazione che si è venuta a determinare, ripeto, per scelte politiche scellerate negli anni settanta e ottanta.
Com'è possibile che una regione può comprare delle quote da un'altra regione pagando 10 e comprando 7? Ripeto: forse questo, elegantemente, lo potremmo chiamare un prezzo politico. Se stessimo discutendo di appalti pubblici ci sarebbe un altro nome, ministro. Certo, è legalizzato, perché lo prevediamo per legge, però questo è il dato di fatto, questa è la situazione con la quale ci confrontiamo.
Oggi noi, con questo provvedimento, signor ministro, mettiamo una pietra tombale sulla possibilità di sviluppo del mercato zootecnico: quello vero, quello che si basa non sull'assistenza, non sulle truffe o sulle quote di carta, ma quello che si basa sul lavoro, quello che tra l'altro garantisce la tutela del territorio (e qui vengo a un altro punto che mi sta a cuore). Infatti, solo attraverso un vero sostegno all'attività agricola in genere, e quindi anche a quella agroalimentare e a quella zootecnica, noi possiamo garantire al nostro paese di avere meno danni dal punto di vista idrogeologico, di fare cioè quella prevenzione, che tutti noi diciamo di voler attuare, ma che in realtà poi non si fa (perché questi sono i provvedimenti che dimostrano che non la si vuole fare). Solo garantendo a chi lavora in agricoltura un reddito adeguato, e non queste vessazioni (l'obbligo di pagare sanzioni su truffe che peraltro non sono nemmeno di responsabilità diretta di queste persone), noi potremo garantire veramente la tutela del territorio. Senza parlare poi di tutte le altre questioni che sono già state affrontate, come la possibilità di garantire una catena alimentare trasparente e corretta e non accettare, come avviene oggi, l'ingresso sul mercato nazionale di tonnellate di latte dalla provenienza sconosciuta o comunque non documentata, che molte volte viene per così dire intercettata, e quindi bloccata, mentre altre volte purtroppo non viene intercettata e quindi viene immessa sul mercato alimentare.
Insomma, siamo di fronte ad una situazione che non possiamo accettare e che certamente produrrà delle conseguenze devastanti per il comparto. Mi permetta, ministro - perché pur avendo seguito questa questione solo marginalmente non credo che i ragionamenti che ho sviluppato possano esser definiti folcloristici ed anzi vorrei che fossero smentiti, perché così mi sentirei più tranquillo -, di concludere dicendo che, se i ragionamenti che ho svolto non verranno smentiti (così come se non verranno smentiti tutti i ragionamenti svolti dai colleghi della Lega che mi hanno preceduto), a fronte di una vicenda vergognosa, di una vicenda di truffe e di raggiri, di multe e di sanzioni, pagate da tutti i cittadini italiani che non c'entrano niente rispetto a questa questione, questo non può che essere l'atto finale degno di una vicenda di questo genere. È il cappello adeguato, posto su una vicenda della quale dovremmo vergognarci. Ritengo sinceramente - e lo dico onestamente, con molta critica politica - che il Governo della Casa delle libertà avrebbe dovuto, anche da questo punto di vista, segnare una svolta rispetto alle modalità gestionali con le quali si è portata avanti la politica agricola in tutti questi anni.
Purtroppo, devo prendere atto che, invece, non cambia nulla e che questo provvedimento
non fa altro che continuare sulla strada delle posizioni politiche assunte dai precedenti Governi, che certamente non avremmo più voluto si ripetessero (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord Padania).
PIERO RUZZANTE. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PIERO RUZZANTE. Signor Presidente, chiedo di parlare sull'ordine dei lavori e chiedo scusa se lo faccio adesso, ma ce ne siamo accorti solo ora.
Il resoconto stenografico della seduta di ieri, a pagina 29 - tra l'altro, durante il suo turno di Presidenza, onorevole Mastella - riporta che, al termine dell'intervento del ministro Alemanno - in quel momento del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo eravamo presenti in aula io e i colleghi Borrelli e Preda -, avremmo applaudito.
È vero che, con riferimento a questo provvedimento, non stiamo svolgendo l'ostruzionismo come un gruppo della maggioranza, ma ci sono 70 emendamenti che dimostrano che vi è molta strada da percorrere prima che il ministro si meriti l'applauso del nostro gruppo.
Dunque vorrei correggere tale situazione. Le assicuro, Presidente, che nessun rappresentante del nostro gruppo ha applaudito in seguito all'intervento del ministro Alemanno.
PRESIDENTE. Sta bene, prendo atto di tale dichiarazione.
DARIO GALLI. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DARIO GALLI. Signor Presidente, vorrei sapere come intenda proseguire in ordine alla discussione del provvedimento in esame. Infatti, in questa giornata, sono stati indicati diversi orari di chiusura.
Il mio gruppo ha ancora diversi interventi da svolgere sul complesso degli emendamenti. Tuttavia, Presidente, se lei ci indicasse le intenzioni della Presidenza riguardo l'orario di chiusura, potremmo anche noi conseguentemente assumere alcune decisioni.
PRESIDENTE. Guardi, per questo bisogna essere sempre in due.
DARIO GALLI. Nella fattispecie, se il Governo ritiene di aver ascoltato a sufficienza i rappresentanti della Lega e, quindi, di esprimere i pareri sul complesso delle proposte emendative, rimandando a domani il seguito del dibattito, saremmo d'accordo nel rinunciare a svolgere gli interventi residui, altrimenti, li svolgiamo.
PRESIDENTE. Rispetto alla discussione, mi pare che il fatto che, correttamente, il ministro - non capita costantemente - sia qui ad ascoltare e che tutti quanti siamo qua ed ascoltiamo, anche se coloro che sono dall'altro lato non applaudono ... Mi rivolgo alla vostra cortesia, se voi rinunciate e quindi dichiariamo conclusa questa sera...
DARIO GALLI. Non è solamente la nostra cortesia. Visto che lei è un uomo del sud - come ha rimarcato - e ha sicuramente la sua parte d'onore, a cui non verrà meno, veda lei. Rinunciamo agli altri interventi, se con questo concludiamo la seduta.
PRESIDENTE. Quindi, tramite lei, gli altri iscritti del suo gruppo rinunciano a parlare.
Nessun altro chiedendo di parlare sulle proposte emendative riferite agli articoli del decreto-legge, invito il relatore ad esprimere il parere della Commissione.
GIACOMO de GHISLANZONI CARDOLI, Relatore. Signor Presidente, il numero degli emendamenti e la complessità di alcuni di questi mi obbligano ad un ulteriore esame in sede di Comitato dei nove, per cui chiedo di consentire di esprimere il parere sul complesso degli emendamenti all'inizio della seduta di domani mattina.
PRESIDENTE. Sta bene.
Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.
![]() |
![]() |
![]() |