Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 285 del 24/3/2003
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Discussione del testo unificato delle proposte di legge: Craxi ed altri; Buemi ed altri; Cicchitto e Saponara; Volontè ed altri; Boato; Soda e Caldarola: Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno degli illeciti rapporti tra sistema politico e sistema economico-finanziario e sull'uso politico della giustizia (1427-1867-2019-2332-2343-2354) (ore 17,30).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del testo unificato delle proposte di legge di iniziativa dei deputati Craxi ed altri; Buemi ed altri; Cicchitto e Saponara; Volontè ed altri; Boato; Soda e Caldarola: Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno degli illeciti rapporti tra sistema politico e sistema economico-finanziaria e sull'uso politico della giustizia.
Avverto che la ripartizione dei tempi è pubblicata nel vigente calendario dei lavori (vedi calendario).

(Discussione sulle linee generali - A.C. 1427)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
Avverto che i presidenti dei gruppi parlamentari dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo ne


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hanno chiesto l'ampliamento nelle iscrizioni a parlare ai sensi dell'articolo 83, comma 2, del regolamento.
Avverto che le Commissioni I (Affari costituzionali) e II (Giustizia) si intendono autorizzate a riferire oralmente.
Il relatore per la I Commissione (Affari costituzionali), onorevole Palma, ha facoltà di svolgere la relazione.

NITTO FRANCESCO PALMA, Relatore per la I Commissione. Signor Presidente, la istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno del finanziamento irregolare dei partiti è stata già oggetto di un'iniziativa nel corso della XI legislatura e principalmente nel corso della XIII legislatura.
Nella XIII legislatura, però, la maggioranza dell'epoca ritenne di non dover varare detta Commissione, tant'è vero che in Commissione concluse per un parere contrario nei confronti del relatore e successivamente in Assemblea si pronunciò per il respingimento dell'articolo 1 di quella proposta di legge.
Sul punto, nella presente legislatura, sono state presentate diverse proposte di legge, alcune delle quali (quelle recanti come primo firmatario l'onorevole Craxi o l'onorevole Buemi o l'onorevole Boato) erano sostanzialmente simili a quella proposta di legge che venne varata dal Senato il 16 marzo del 2000; la proposta di legge Volontè, che concerneva il finanziamento illecito ai partiti, l'accertamento su ipotetici arricchimenti personali ed, infine, anche accertamenti sull'azione della magistratura (in tal senso, erano le lettere c) e d) di quella proposta); la proposta di legge (primo firmatario, l'onorevole Soda) che riguardava esclusivamente il fenomeno del finanziamento illecito dei partiti; infine, la proposta Cicchitto-Saponara, che aveva ad oggetto accertamenti sull'azione della magistratura e su eventuali e pretesi rapporti tra quest'ultima e il potere politico.
Orbene, nel corso dei lavori in Commissione, non si è registrata alcuna convergenza tra opposizione e maggioranza, anche se va detto che talune tiepide aperture vi sono state, come nell'intervento dell'onorevole Boato, del 13 febbraio del 2002, avendo questi affermato che riteneva opportuna l'istituzione di una Commissione d'inchiesta volta ad accertare anche lacune nell'operato della magistratura (anche se, per precisione, in termini diversi da quanto era stato proposto).
In modo simile si pronunciò l'onorevole Buemi, nella seduta del 13 febbraio e, ancora, l'onorevole Craxi, nella seduta dello stesso 13 febbraio, quando ebbe ad affermare che la discussione avrebbe necessariamente dovuto coinvolgere anche l'anomalia italiana, rappresentata dall'uso politico della giustizia.
Orbene, in ragione dello scontro avvenuto in Commissione e dell'assenza di ogni convergenza da parte dei relatori, si è cercato di procedere alla redazione di un testo unificato, significando - prima della relazione stessa - che le assenze di convergenza avrebbero evidentemente comportato una riunificazione dei punti basilari delle varie proposte di legge.
Bisogna anche dire che, nel momento in cui i relatori hanno presentato alla Commissione il testo unificato, essi hanno ritenuto opportuno manifestare la loro massima disponibilità a valutare con serietà quelle proposte collaborative che potevano nascere in sede emendativa per una migliore riequilibratura del testo.
Ritengo, signor Presidente - non per dare merito ai relatori - che quella massima disponibilità è stata poi dimostrata nei fatti, se è vero com'è vero che, dei 156 emendamenti presentati da maggioranza ed opposizione, ben 40 dell'opposizione hanno trovato accoglimento.
Mi consenta anche di chiarire che, nell'approvazione del testo di cui oggi comincia la discussione generale, non vi è stata alcuna fretta. Il testo è stato approvato secondo le scansioni temporali che erano state indicate in Commissione in sede di ufficio di presidenza, le quali erano note a tutti i gruppi, tanto è vero che, nel corso dell'ultima riunione, ben due emendamenti sono stati respinti a seguito di una votazione che aveva riportato 20 voti per l'opposizione e 20 per la maggioranza, il che, evidentemente, equivale


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a dire che l'opposizione era ben avvertita di ciò che stava accadendo (tanto è vero che aveva ritenuto di presentarsi in modo compatto alla relativa riunione).
Venendo al testo, questa Commissione è composta da 20 deputati e 20 senatori, di nomina presidenziale.
Il presidente della Commissione, così come i vicepresidenti e i segretari, sono eletti, le sedute sono pubbliche e il tempo per gli accertamenti definito in 18 mesi.
Dico ciò per affrontare rapidamente il problema posto dall'articolo 1, che riguarda le competenze della Commissione. Tali competenze, per un verso, riguardano il fenomeno del finanziamento irregolare ai partiti e, per altro verso, l'azione della magistratura. Poiché è noto a tutti che sull'istituzione di tale Commissione di inchiesta vi è stata una grande battaglia polemica organizzata principalmente dall'opposizione, vorrei dire in questa sede, non temendo smentita alcuna, che, ad esempio, la lettera a) dell'articolo 1 è sostanzialmente frutto delle proposte di legge Craxi, Buemi, Boato e Soda, tutti deputati, ad eccezione di Craxi, dell'opposizione. L'unico inciso non presente in tali proposte «nonché se detti fatti rivestano attualmente carattere di diffusità» è frutto di un emendamento presentato dall'onorevole Finocchiaro.
Signor Presidente, per quanto riguarda la lettera b), che concerne le lacune e le omissioni, mi permetto di rappresentare che essa è speculare alle proposta di legge Craxi e Boato, dove pure si fa riferimento alle eventuali lacune ed omissioni nell'azione della magistratura e che la frase che non compare in quelle proposte di legge, cioè «nell'attività investigativa o nell'esercizio dell'azione penale» è frutto di un emendamento presentato dall'onorevole Finocchiaro dei DS.
Inoltre, mi pare che la lettera c) sia la diretta conseguenza della lettera b): nell'eventualità in cui si siano verificate lacune ed omissioni è importante comprendere se queste siano da correlare a talune insufficienze nell'azione della magistratura ovvero - dato che si tratta di Commissione d'inchiesta di natura parlamentare - abbiano a correlarsi con ragioni di natura politica ed ideologica.
Peraltro, signor Presidente, limitare l'accertamento esclusivamente alla natura politica ed ideologica impedisce di per sé alla Commissione qualsivoglia altro tipo di accertamento. Per essere più chiari, poiché l'omissione in sé non è fatto penalmente apprezzabile sotto il profilo della liceità, mentre lo diventa ove sia corroborato da un intendimento di natura intenzionale, si è voluto, rigettando proposte in tal senso, evitare che la Commissione di inchiesta divenisse sostanzialmente un luogo dove processare i magistrati.
Concludendo, signor Presidente, l'unica competenza non ricavabile, oltre a quelle relative al sistema disciplinare, dalle proposte di legge presentate da esponenti dell'opposizione è quella che concerne i rapporti tra le correnti ed eventuali organizzazioni politiche. Credo che questa sia l'unica parte accolta della proposta di legge Cicchitto-Saponara. Ciò, evidentemente, dimostra che nel lavoro dei relatori si è tenuto presente l'obiettivo di arrivare ad una Commissione di inchiesta la più equilibrata possibile e non di favorire la Commissione come voluta da parte della maggioranza.
Concludo rapidamente per lasciare la parola al collega Fragalà, ma vorrei aggiungere alcune considerazioni. Si è detto da taluno che questa Commissione di inchiesta avrebbe finalità di tipo vendicativo. Invito questo taluno a trovare nel testo una competenza ed uno strumento che possa consentire non solo il raggiungimento, ma addirittura l'emersione di tali finalità.

PRESIDENTE. Onorevole Palma...

NITTO FRANCESCO PALMA, Relatore per la I Commissione. Concludo rapidamente, signor Presidente, dicendo che in ordine a questa Commissione d'inchiesta non noi ma un autorevole membro del Consiglio superiore della magistratura ha dichiarato quanto segue: Non vedo per quale motivo i magistrati che hanno compiuto


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il loro dovere dovrebbero temere un'indagine che ha motivazioni alte: accertare la verità per chiudere un periodo storico; d'altra parte se continua la sovraesposizione da parte di alcuni magistrati si finisce con il danneggiare l'intera categoria.
Proprio la riconduzione a fisiologia dei rapporti tra autorità giudiziaria e potere politico e proprio il tentativo di raffreddare il clima è ciò che ha mosso i relatori nella redazione del testo.

PRESIDENTE. Il relatore per la II Commissione, onorevole Fragalà, ha facoltà di svolgere la relazione.

VINCENZO FRAGALÀ, Relatore per la II Commissione. Signor Presidente, signor sottosegretario, onorevoli colleghi, l'oggetto e le finalità della istituenda Commissione d'inchiesta sono stati appena illustrati dettagliatamente e con la consueta efficacia argomentativa dal collega deputato Nitto Francesco Palma. Pertanto, in qualità di relatore per la Commissione giustizia, mi limiterò a svolgere alcune brevi considerazioni su quei profili dell'inchiesta che più attengono agli aspetti di competenza della II Commissione e cioè l'uso politico della giustizia. In primo luogo, occorre ribadire che la Commissione d'inchiesta non avrà il compito di verificare se la magistratura sia stata (o sia) o meno politicizzata, bensì di accertare se singoli appartenenti all'ordine giudiziario abbiano fatto un uso improprio del proprio potere a fini politici. Quindi non si tratta - né si vuole - di processare l'ordine giudiziario.
Lo spunto di tale inchiesta non può che essere la vicenda politico-giudiziaria denominata Tangentopoli. Non si vede infatti, signori deputati, come possa essere contestata la legittimità della scelta del nostro Parlamento di far luce sulle ragioni per cui l'autorità giudiziaria sia intervenuta sulla questione della corruzione politico-amministrativa soltanto a partire dal 1992, nonostante fin dagli anni ottanta fossero già stati segnalati episodi di corruzione politica e amministrativa anche nel comune di Milano. Ricordo, come deputato di Alleanza nazionale, che all'epoca (cioè durante tutti gli anni ottanta) quelle denunce non sortirono alcun effetto, se non quello di vedere l'iscrizione nel registro degli indagati per calunnia del consigliere comunale De Corato, oggi senatore e vicesindaco di Milano. La Commissione dovrà quindi accertare le ragioni di una serie di omissioni da parte di chi aveva l'obbligo di esercitare l'azione penale e svolgere indagini rispetto a notizie di reato pervenute all'autorità giudiziaria (in quel caso centinaia e centinaia di notizie di reato che il senatore De Corato - l'allora consigliere comunale - inviò alla procura della Repubblica di Milano).
Al contrario di quanto molti ritengono, non è solamente l'indipendenza della magistratura il valore costituzionale che si deve garantire, al fine di assicurare quell'assetto e quell'equilibrio tra i poteri dello Stato che la Costituzione delinea. L'indipendenza della magistratura, infatti, rappresenta non un valore in se stesso, ma uno strumento volto a garantire l'imparzialità del giudice, che rappresenta il vero valore costituzionale che si tutela attraverso l'indipendenza. L'indipendenza della magistratura senza imparzialità del giudice non può che tradursi in una contrapposizione tra poteri, anzi, nel caso in esame, tra un ordine dello Stato (la magistratura) e un potere (quello legislativo). Con ciò non si vuole dire che l'indipendenza della magistratura non debba essere garantita, quanto piuttosto che essa non è sufficiente da sola ad assicurare un corretto assetto e un giusto equilibrio tra i poteri dello Stato.
Il Parlamento ha, quindi, il dovere di verificare le ragioni per le quali alcuni governi sono caduti in conseguenza di indagini giudiziarie. Si deve verificare se vi è stata una vera e propria espropriazione della politica da parte di alcuni uffici giudiziari, che di fatto hanno svolto una funzione di supplenza nei confronti del Parlamento. Non si può non ricordare che si è arrivati addirittura a notificare al Presidente del Consiglio in carica nel 1994 un invito a comparire nello stesso giorno in cui presiedeva la Conferenza internazionale


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dell'ONU sulla criminalità. E quell'invito, invece di essere depositato in cancelleria venne depositato in edicola, attraverso il Corriere della Sera. La gravità di tale episodio non è derivata tanto dalla circostanza - peraltro, non trascurabile - che il processo contro l'allora Presidente del Consiglio, onorevole Berlusconi, abbia poi dimostrato l'assoluta infondatezza e pretestuosità delle accuse, quanto dalla tempistica dell'azione giudiziaria rispetto all'evento internazionale in corso ed alla previa comunicazione alla stampa dell'invito a comparire. Non è scandaloso - cari colleghi - che il Parlamento voglia far luce su tale vicenda e su altre quanto, invece - a mio avviso - è scandaloso cercare di relegare tale vicenda nell'ambito della ordinaria ingiustizia di cui è cadenzata l'attività giudiziaria del nostro paese.
È parimenti del tutto lecito chiedersi come mai l'inchiesta su Tangentopoli, così come alcuni processi di mafia, abbiano colpito solamente alcune forze politiche e alcune aree geografiche, risparmiandone altre, come se la corruzione politico-amministrativa fosse assolutamente inesistente in Toscana, in Umbria, in Emilia-Romagna e in altre regioni governate dalla sinistra. È parimenti del tutto lecito chiedersi come mai l'inchiesta su Tangentopoli, così come altre inchieste denominate «mani pulite» in altre parti d'Italia, abbiano fatto luce in maniera volutamente parziale su alcuni aspetti della corruzione politico-amministrativa, mirandola esclusivamente nei confronti di determinati esponenti o partiti politici.
La Commissione di inchiesta ovviamente non dovrà fare un processo ai processi di Tangentopoli, ma dovrà stabilire le ragioni per le quali le indagini giudiziarie abbiano preso una sola direzione, perché vi sia stata una specie di strabismo giudiziario, nonostante l'evidente ruolo di primo piano nel fenomeno della corruzione pubblica di alcune forze politiche che non sono state toccate dalle indagini. Da deputato siciliano, ricordo, ad esempio, che nel 1970, in Sicilia, si insediarono improvvisamente numerose imprese edili che avevano la loro sede a Reggio Emilia, a Modena, a Bologna, le cosiddette cooperative rosse, le quali ottennero improvvisamente il 30 per cento di tutti gli appalti e le forniture pubbliche: si dovrebbe, per esempio, accertare se ciò avvenne per ragioni legate al prestigio del loro nome oppure in base a logiche spartitorie e di finanziamento illecito ai partiti.
Tra i compiti della Commissione parlamentare vi sarà dunque quello di fare luce sulle responsabilità di chi ha tentato di intraprendere una rivoluzione attraverso la via giudiziaria, soprattutto grazie all'azione di alcuni uffici giudiziari della Repubblica, orientati al consolidamento di una determinata componente politica nelle istituzioni.
Signori deputati, scopo dell'inchiesta, pertanto, non dovrà essere l'accertamento di responsabilità personali, bensì la prefigurazione delle linee di un futuro intervento legislativo in materia di ordinamento giudiziario e di contrasto effettivo alla corruzione politico-amministrativa. A tale fine la Commissione dovrà procedere ad una puntuale analisi di tutte le cause che hanno portato ad una contaminazione politica di alcuni settori dell'ordine giudiziario a danno del dovere di imparzialità, verificando soprattutto se la giustizia sia stata strumentalizzata per fini politici di partiti, di movimenti o di correnti ideologiche.
Per il bene della democrazia, tutte le forze politiche che sono in questo Parlamento hanno il dovere di compiere ogni tentativo, affinché in futuro non si ripetano episodi legati ad un esercizio discrezionale e strumentale del potere giudiziario a fini politici, che, oltre a danneggiare la credibilità dell'ordine giudiziario, agevola la criminalità organizzata, vanificando i mezzi di contrasto all'illegalità disposti dallo Stato.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

JOLE SANTELLI, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Signor Presidente, onorevoli colleghi, come già prima ricordato dai relatori, la proposta di legge in


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esame nasce dall'unificazione di sei proposte di legge all'esame della Commissione che sono state traslate in un unico testo unificato da parte del Comitato ristretto e dei relatori. Anche il nuovo testo, comunque, ha recepito, sicuramente in grande parte, l'ampio ed approfondito dibattito emerso in Commissione, con la ricezione di una serie di proposte emendative che, di fatto, hanno tentato di venire incontro alle obiezioni fondamentali proposte da parte dei deputati della Commissione.
Sicuramente, rimangono alcuni punti critici o, comunque, di discussione, su cui sarà importante ascoltare il dibattito in aula. Credo che, per il resto, i relatori abbiano già illustrato, approfonditamente ed ampiamente, i contenuti tecnici della proposta. Quindi, rimaniamo in ascolto delle obiezioni.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Leoni. Ne ha facoltà.

CARLO LEONI. Signor Presidente, sono poco più di dieci anni che l'Italia fu indotta a guardare se stessa in uno specchio e a conoscere una realtà fino a quel momento immaginata o denunciata dalle opposizioni politiche e dai mezzi di informazione, vale a dire l'esistenza di una vasta rete di corruzione, di un vero e proprio sistema messo in piedi dalla connessione tra imprese, partiti e alta burocrazia: un sistema che non soltanto ha dato un colpo mortale alla dignità dell'Italia ma, più concretamente, ha sottratto risorse pubbliche ingenti per finanziare partiti o leader o correnti di partito e per arricchimenti personali. Migliaia di miliardi hanno foraggiato questo sistema che ha prodotto anche un altro risultato, vale a dire lo stravolgimento delle regole della concorrenza e del libero mercato. E questo avveniva proprio negli anni ottanta, nei quali si tessevano le lodi del lasciar fare e del liberismo. L'Italia conobbe questa verità. E la conobbe grazie ad una magistratura che fece nient'altro che il proprio dovere di esercitare l'azione penale obbligatoria di fronte a notizie di reato.
Parlo di verità perché, a questo punto, non ci sono più soltanto ipotesi accusatorie. Ci sono sentenze, confessioni dei diretti interessati, numerosi patteggiamenti. Sulla base di quelle verità accadde qualcosa. Quelle verità furono così sconvolgenti da determinare il crollo di un sistema politico che aveva retto per diversi decenni, non perché ciò che l'Italia apprese allora possa autorizzare alcuno a ritenere che il sistema politico conosciuto dalla liberazione fino agli anni novanta possa essere classificato come cinquant'anni di corruzione e di malversazione. Facciamo bene, anche in questo momento, se ricordiamo e rivendichiamo la crescita democratica e civile che l'Italia seppe costruire e dare a se stessa. Ma, negli anni ottanta, ci fu un salto di qualità, una vera e propria morsa, di fatto contro lo Stato e contro la legalità, costruita tra partiti al potere e imprenditori. Del crollo di quel sistema politico - giova ricordarlo anche a chi fa finta di non ricordarlo - si avvantaggiò immediatamente la destra.
Lo dico non soltanto ricordando ciò che avveniva dentro quest'aula o attorno a quest'aula, con i cappi, i girotondi - i primi girotondi - che circondarono il Parlamento organizzati dal Movimento sociale italiano con lo slogan «siete tutti assediati», la polemica sul Parlamento delegittimato, Berlusconi che si presenta alla campagna elettorale rivendicando il ruolo delle proprie televisioni a sostegno dell'azione dei magistrati di Mani pulite, l'offerta di un ministero a Di Pietro (qualcuno dice anche al dottor Davigo). Pertanto, la destra cavalcò quella spinta. Ci furono errori nell'azione della magistratura, ad esempio, eccessi nella carcerazione preventiva? Noi siamo pronti a discutere di tutto questo - e lo siamo sempre stati -, ma il fatto che colpì allora l'opinione pubblica e che ha colpito l'Italia è stato quel sistema di corruzione, il venire a conoscere la ramificazione e la potenza di quel sistema. È giusta a questo punto l'esigenza di una Commissione parlamentare che rifletta su questa storia? La risposta è «sì», ma per quanto ci riguarda lo è già da diversi anni. «Sì» perché bisogna rispondere ad alcune domande importanti ed è sicuramente un deficit del


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mondo politico non aver messo in grado il Parlamento di dare prima una risposta a queste domande.
La prima si riferisce alla natura del fenomeno: sistema di corruzione, e non solo illecito finanziamento dei partiti. Sicuramente, tutto questo avrebbe richiesto e richiede ancora oggi un'analisi, anche dal punto di vista degli strumenti parlamentari, di un fenomeno che ha sconvolto la storia del nostro paese. In secondo luogo, è ancora attuale questo fenomeno oppure no? La terza è quali innovazioni legislative adottare per prevenire e contrastare la corruzione? Così ci siamo mossi nella scorsa legislatura, così oggi hanno chiesto di fare le proposte degli onorevoli Buemi, Boato, Soda, Craxi; sto parlando di una Commissione parlamentare che incentri il suo lavoro principalmente sul fenomeno della corruzione e dell'illecito finanziamento. Non così ci diceva la proposta Cicchitto, perché quella proposta aveva come oggetto non un'indagine sul fenomeno della corruzione, ma la magistratura. In realtà, il testo unificato ha unificato ben poco, perché alla fine del lavoro di collage che è stato anche ricordato dal primo dei due relatori, questa proposta, comunque, si muove nel solco della proposta Cicchitto, con un doppio esito negativo rispetto alle finalità.
Il primo rilievo - che è quello che in realtà ritengo più grave - è che a questa Commissione viene consegnato come mandato un obiettivo troppo timido e troppo reticente rispetto al fenomeno della corruzione. Perché si parla di illecito finanziamento dei partiti e di arricchimenti personali? E quel sistema che conoscemmo? E lo stravolgimento delle regole del mercato? Troppo poco. Perché limitarsi ai fatti commessi prima del 1992? Dopo è andato tutto bene? Siamo sicuri di questo? Come vanno le cose oggi? Che risposta dà oggi il Parlamento ai fenomeni di corruzione che abbiamo visto continuare a determinarsi ancora nei mesi scorsi? Occorrono più coraggio e più ampiezza di indagine. Perché si deve aver paura di questa ampiezza?
In secondo vi è una volontà, non dirò vendicativa, collega Palma, ma a nessuno può sfuggire l'impressione di una volontà di rivalsa verso chi condusse quelle indagini, per cui la tesi finale è già scritta. Abbiamo ascoltato il collega Fragalà poco fa: quella era già la tesi finale del lavoro della Commissione su Tangentopoli.
Nel testo si tratta di perseguimento di obiettivi di natura politica e ideologica, di intenti di carattere persecutorio, di collegamenti tra le correnti interne alla magistratura associata e partiti, organizzazioni politiche sia parlamentari sia extraparlamentari, di illeciti disciplinari o paradisciplinari commessi da magistrati. È questo il cuore della proposta, non si tratta né di formulazioni né, tantomeno, di concetti formulati dall'opposizione, ma di tutt'altro. Lo ripeto, è questo il cuore della proposta e il suo vero obiettivo, lo ha confermato in modo esplicito il collega Fragalà. Si tratta della vera ossessione di una parte del potere politico verso la magistratura autonoma ed indipendente che esercitò l'azione penale nei confronti del sistema e dei fenomeni di corruzione.
Dovremmo aprire un più ampio capitolo sulla legislazione anticorruzione: purtroppo abbiamo alle spalle alcuni recenti provvedimenti - mi riferisco allo svuotamento del reato di falso in bilancio e alla normativa sul rientro dei capitali illecitamente esportati all'estero -, i quali aiutano, certo involontariamente, l'economia illegale, lo stoccaggio di fondi neri ed il loro riciclaggio.
Quindi questa proposta nasce con intenti ed obiettivi che noi non condividiamo: lo abbiamo detto a chiare lettere nelle riunioni delle Commissioni congiunte. Anche in Assemblea abbiamo presentato diversi emendamenti allo scopo di contrastare queste finalità e di ridurre il danno per l'opinione pubblica e per il nostro sistema politico. La nostra battaglia contro questo provvedimento - che giudichiamo grave - proseguirà in Commissione, il giorno in cui quest'ultima verrà istituita. Piuttosto che fare le pulci all'azione dei magistrati vogliamo si indaghi davvero sulla corruzione e sugli arricchimenti


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illeciti di ieri e di oggi e sul modo più efficace di combattere questo fenomeno. Si tratta infatti di un fenomeno che, ieri come oggi, inquina la politica, stravolge le regole del libero mercato, crea una necessaria collusione con i poteri criminali. Su questo, più che su altro, vale la pena di impegnare il Parlamento; da qui la distanza fra la nostra posizione, le nostre aspettative e questo provvedimento che non condividiamo.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Cicchitto. Ne ha facoltà.

FABRIZIO CICCHITTO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, innanzitutto vorrei svolgere alcune considerazioni sul risultato dei lavori delle Commissioni congiunte affari costituzionali e giustizia, di cui poco fa hanno dato conto i due relatori. Debbo dire che questo risultato, a mio avviso, è stato riportato in modo intellettualmente corretto dai relatori in quanto, come ha detto l'onorevole Nitto Palma, il risultato finale è stato originato da un'operazione nella quale si sono combinate assieme con sapienza giuridica le varie proposte di legge presentate.
Certamente se l'obiettivo formulato da un nostro collega era quello secondo il quale una delle proposte avanzate (quella dell'onorevole Saponara e la mia) non avrebbe dovuto essere presa in nessuna considerazione, comprese anche le virgole, questo obiettivo, leggermente infantile e un po' arrogante, non è stato raggiunto. Se invece l'obiettivo doveva essere quello di far confluire nel testo le varie ipotesi presenti nelle proposte di legge, ebbene debbo dire allora che questo lavoro è stato svolto brillantemente dai relatori.
È stato, quindi, compiuto un tipo di lavoro che non riflette il testo presentato dall'onorevole Saponara e dal sottoscritto, ma che riprende alcune parti di esso, insieme a quelle di altri colleghi. È un classico lavoro di mediazione al di sopra delle parti compiuto dai relatori che si sono impegnati in tal senso. Da questo punto di vista non condivido i rilievi sollevati poco fa dall'onorevole Leoni.
Entrando nel merito delle ragioni del provvedimento, dell'istituzione di una Commissione di indagine in ordine a tale tematica, credo che le ragioni stesse si rinvengano evidentemente in alcuni punti interrogativi. È sostanzialmente legittima l'esigenza di istituire una Commissione di inchiesta sul finanziamento irregolare dei partiti e, contemporaneamente, sul comportamento della magistratura; nel corso del tempo sono state istituite Commissioni d'inchiesta che si sono occupate delle materie più drammatiche che hanno lacerato il nostro paese (mi riferisco, in particolare, a quelle sul caso Moro, sulle stragi, sul caso della P2); quelle cui ho fatto riferimento sono solo alcune delle Commissioni di inchiesta istituite, per non parlare della Commissione antimafia. Ebbene, come poteva il Parlamento non misurarsi con ciò che è avvenuto nel nostro paese nel 1992-1994. Dopo il 1994 cinque partiti della vita politica italiana sono scomparsi in seguito anche a vicende che hanno riguardato il rapporto fra il finanziamento irregolare dei partiti ed il modo con cui la magistratura ha trattato questa materia.
Illustrerò adesso una questione di fondo rispetto alla quale il mio dissenso dall'analisi compiuta dall'onorevole Leoni è netto: non possiamo dire che il finanziamento irregolare dei partiti ha avuto inizio negli anni ottanta e riguarda solo e soltanto alcune forze politiche perché - mi permetto di osservarlo all'onorevole Leoni - il finanziamento irregolare delle forze politiche si avvia negli anni quaranta e ha riguardato tutte le forze politiche sotto due profili: da un lato, vi è stato il finanziamento irregolare dall'estero, vale a dire il finanziamento da parte dell'Unione sovietica e del KGB al partito comunista e quello degli Stati Uniti e della CIA alla Democrazia cristiana e, dall'altro, vi è stato contemporaneamente, in modo vario e crescente, anche il finanziamento irregolare discendente dai rapporti con le forze economiche.
Ricordando le riflessioni e le polemiche da parte di personaggi come don Luigi Sturzo, da una parte, ed Ernesto Rossi,


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dall'altra, riscontriamo che questa analisi è stata compiuta fin d'allora, ma non è stata ripresa né dalle forze di governo né dalle forze di opposizione e molto marginalmente è stato fatto da parte della magistratura.
Dando per scontato che il finanziamento irregolare da parte non soltanto di realtà internazionali, ma anche sotto il profilo dei rapporti con i gruppi economici ha riguardato i tradizionali partiti di governo, bisogna aggiungere che in merito all'irregolarità del finanziamento è emersa, non coinvolgendo nelle responsabilità penali i massimi livelli di partito. A tale proposito emerge un primo interrogativo a cui doveva rispondere la Commissione d'inchiesta: secondo alcuni settori della magistratura in alcuni casi e rispetto ad alcuni partiti, i vertici di quegli stessi partiti non potevano non sapere, mentre in altri casi pur essendovi stata una comprovata situazione di finanziamento irregolare nel rapporto con i gruppi economici in una serie di situazioni tuttavia i vertici del PCI-PDS potevano non sapere.
Però che il PCI-PDS fosse anch'esso coinvolto nel finanziamento irregolare è dimostrato dalla prima fase delle inchieste di Milano e dalle deposizioni varie di uomini appartenenti al partito comunista e al PDS, come Cappellini, Soave, Carnevali, Donegaglia e quant'altri, ed anche da quello che ha detto lo stesso onorevole Di Pietro in un'intervista pubblicata su Laterza, in cui ha affermato: diciamo subito che il sistema politico divideva le tangenti in quattro parti: una andava alla Democrazia cristiana, uno al Partito socialista italiano, una alle altre forze del pentapartito che governavano in una determinata zona ed infine una parte al Partito comunista italiano, di regola sotto forma di lavoro per le cooperative che gravitavano nell'orbita del partito. Ed alcune volte con versamenti di vere e proprie bustarelle. Nella sentenza della corte d'appello di Milano sulla metropolitana milanese si afferma testualmente: le imprese si accordavano fra loro con gli esponenti politici prima delle gare di appalto e anche il Partito comunista era entrato nel sistema tangentista in contemporanea con l'assegnazione a cooperative legate al suddetto partito di lavori riguardanti la metropolitana milanese. La tangente veniva suddivisa in modo che al Partito socialista italiano giungesse il 37,5 per cento, al Partito comunista italiano il 18,75, alla Democrazia cristiana il 18,75 per cento, al Partito socialista democratico italiano il 17, al partito repubblicano italiano l'8 per cento.
Possiamo fare altri esempi: la conclamata prova che Gardini portò un miliardo nella sede della direzione del Partito comunista italiano, il caso nel Veneto riguardante Morandina a De Piccoli, l'episodio gravissimo dei sigilli tolti in via delle Botteghe oscure, dopo che i Carabinieri erano andati a porre dei sigilli su un'inchiesta che era in corso sul sistema degli immobili del partito comunista, alle molte incriminazione di esponenti della lega delle cooperative, che ha portato una persona che è tuttora nella lega delle cooperative, Ivan Cicconi, che ha scritto un libro, poco recensito, ma molto interessante, La storia del futuro di Tangentopoli, nel quale dice: per la prima volta un numero significativo e di spicco di dirigenti delle cooperative emiliane vengono arrestati, con l'accusa infamante dell'associazione mafiosa, per i rapporti con i clan camorristi di Alfieri, quello più legato, insieme a Nuvoletta e a Cosa nostra, e più inserito nella ricostruzione del dopo terremoto del 1980. Tra questi figura anche Fabio Carpanelli, uno dei massimi dirigenti delle cooperative con il quale avevo condiviso la presidenza dell'ANCPL, nella seconda metà degli anni settanta.
Potremmo continuare con questa analisi, ma vorrei fermarmi qui per rilevare che vi era un sistema che non riguardava soltanto alcune forze politiche, ma tutte le principali forze politiche e tutti i grandi gruppi economici. Certamente questo sistema ha fatto sì che in Italia, fino all'adesione al trattato di Maastricht, vi fosse una carenza e, forse addirittura una assenza di mercato e di concorrenza.


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L'adesione al trattato di Maastricht certamente è stata una delle ragioni che ha provocato una crisi del sistema politico ed economico e la necessità di superarlo. Noi potevamo superare il sistema in vari modi: potevamo superarlo attraverso una grande operazione globalmente e nobilmente consociativa, che vedesse associate tutte le forze politiche ed anche i grandi gruppi economici per superare il sistema attraverso una grande intesa, oppure questo superamento poteva avvenire per via traumatica.
È evidente che il sistema è andato in collasso ed è stato superato per via traumatica; tuttavia, anche in questo caso, c'erano diversi sbocchi.
Questa via traumatica poteva riguardare tutte le forze politiche principali - visto che tutte le forze politiche in vario modo erano coinvolte in esso - oppure concentrarsi solo in una certa direzione. Evidentemente già lo scioglimento di questi interrogativi richiede approfondimenti ed ulteriori valutazioni, appunto la valutazione della Commissione parlamentare. Non c'è nessuna tesi precostituita già scritta, ma certamente ognuno ha la facoltà di esprimere una propria valutazione, una propria ipotesi di valore e specialmente una serie di domande.
Ebbene, una ipotesi di lavoro parte dalla valutazione che richieda altri riscontri che c'è stata una gestione unilaterale della situazione, per cui alcuni partiti sono stati distrutti. E ancor più grave è stato il fatto che, in qualche partito - vedi la Democrazia cristiana - tra tutti i leader, che avevano delle metodologie comuni di comportamento, alcuni di essi abbiano superato questa vicenda, mentre qualche altro no. Io credo che tra l'onorevole Forlani, da una parte, e l'onorevole De Mita o l'onorevole Mancino o l'onorevole Scalfaro - tutte persone assolutamente oneste - ci fosse lo stesso modo di gestire le correnti, le campagne elettorali e così via. Però è successo che l'onorevole Forlani sconta tuttora l'affidamento ai servizi sociali e, invece, gli altri colleghi siedono in Parlamento o addirittura hanno ricoperto altissime cariche istituzionali.
Qui arriviamo ad un punto, rappresentato dal fatto che non tutta la magistratura, ma alcuni settori di essa, evidentemente, nel corso di questi anni, ha messo in evidenza l'esistenza di orientamenti politici abbastanza netti. Ciò non vuol dire nulla in sé e per sé, ma quello che la Commissione deve accertare è se questi orientamenti politici, dichiarati in congressi, relazioni e via dicendo, abbiano avuto poi dei riflessi nei comportamenti concreti sul terreno giurisdizionale.
Avrei numerose citazioni da fare, ma il tempo non me lo consente. Tuttavia, vorrei farne una che dà il senso della problematica presente in Magistratura democratica dal 1969 ad oggi. Riflettendo su un congresso di Magistratura democratica, Vincenzo Accattatis affermò: ma qui si pone una elementare domanda: noi di magistratura democratica chi siamo? Siamo nuova sinistra o sinistra storica? Organizzazioni come magistratura democratica, psichiatria democratica, medicina democratica esistono in una prospettiva di nuova sinistra, non esistevano prima del 1968; la nuova sinistra ha ipotesi nel settore istituzionale? Ma ciò vale come domandare se le abbia Magistratura democratica, salvo collocare Magistratura democratica, quale è sorta nel 1969, nell'ambito della sinistra storica.
A sua volta, Elena Paciotti sviluppava queste significative osservazioni critiche: il gravissimo limite di questo congresso è proprio quello di avere privilegiato la sovrapposizione fra schieramenti che si richiamano sostanzialmente a posizioni partitiche divergenti, senza offrire indicazioni utili a risolvere problemi reali. Per quello che riguarda Milano, noi abbiamo avuto l'estrinsecazione di orientamenti che sono orientamenti politici più che da magistrato. Quando Italo Ghitti nel 1992 - dico nel 1992 perché successivamente ha fatto una profonda riflessione autocritica - affermava: il nostro obiettivo non è rappresentato da singole persone, ma da un sistema che cerchiamo di ripulire; oppure affermava: prima arriviamo voltare pagina e a dichiarare defunto questo sistema, egli non era neanche un sostituto


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procuratore o un pubblico ministero, ma era un GIP! Ebbene, parlare di sistema, onorevoli colleghi, è esattamente la negazione dell'essere magistrato che si deve occupare delle singole responsabilità: parlare di sistema è tipico di un'impostazione politica!
Però, questo travalicamento delle competenze è avvenuto anche in vicende cruciali come quando c'è stata una contrapposizione di un gruppo di magistrati di Milano sui decreti-legge e disegni di legge. È avvenuto quando alcuni magistrati - in primo luogo il dottor Di Pietro, a Cernobbio - presentarono testi di disegni di legge, fatti insieme al significativo studio Stella, per l'uscita da Tangentopoli, compito legislativo che non spettava affatto ai magistrati. Non parliamo poi della violazione sistematica del segreto istruttorio che veniva parallelamente accompagnata dall'esistenza di un pool di giornalisti, che recepiva queste indicazioni, come ci ha ricordato proprio pochi giorni fa una persona che apparteneva a questo pool, Antonio Polito, oggi direttore de Il riformista.
Ecco, questi ed altri elementi sono sufficienti per affermare che si deve istituire una Commissione d'inchiesta. Questa Commissione di inchiesta, evidentemente, deve riflettere se questi problemi, attorno ai quali, da molto tempo, si svolge un dibattito nel paese e nel Parlamento, hanno alla base ragioni serie oppure essi sono destituiti di fondamento. Quindi, non c'è alcun atteggiamento precostituito ma certamente l'esigenza di misurarsi con una tematica assai difficile e contraddittoria. Infatti, solo misurandosi con essa e fornendo risposte equilibrate è possibile, forse, superare l'attuale situazione di radicalizzazione e di scontro su questi temi; essi possano essere superati, non mettendoli da parte, ma affrontandoli a viso aperto, attraverso un confronto ed un'analisi delle carte, dei testi e delle riflessioni fatte dalle persone impegnate su questi problemi.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Fanfani. Ne ha facoltà.

GIUSEPPE FANFANI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho ascoltato con attenzione le introduzioni dei signori relatori. Ho apprezzato particolarmente quella del collega Nitto Francesco Palma il quale ha svolto la relazione sull'iter di questo provvedimento in Commissione con equilibrio ed equidistanza, come si addice ad un relatore, enunciandone i passaggi ed evidenziando, pur con la visione che di ciascuno è propria - ma che tale deve restare per la dignità di pensiero che ciascuno possiede -, il contributo dell'opposizione, le differenti prospettazioni che l'opposizione aveva avuto, l'orientamento che all'esito la Commissione aveva tratto.
Non altrettanto giudico il contributo dell'onorevole Fragalà il quale ha affrontato il problema dandone un giudizio particolarmente di parte ed individuando, non i fattori che hanno portato la Commissione a prospettare all'Assemblea un provvedimento sul quale discutere, ma le conclusioni sostanzialmente già adottate che fanno riflettere. Esse, anzi, mettono in chiaro i reali intendimenti, purtroppo, di una parte di questa maggioranza in relazione ad un provvedimento che, invece, dovrebbe essere affrontato con laicità di pensiero e con estrema dignità, trattandosi di provvedimento che comporta un giudizio storico su una fase politica della vita del nostro paese e che impone o che propone all'Assemblea un giudizio che può coinvolgere anche i rapporti stessi tra poteri separati dello Stato.
Non ho apprezzato particolarmente il richiamo alle tre regioni d'Italia in una delle quali sono nato e cresciuto ed ho svolto almeno venticinque anni ininterrotti di attività politica, attività che oggi mi consente di parlare a quest'Assemblea con laicità di pensiero su questo argomento perché l'ho svolta tutta all'opposizione del Partito comunista di allora.
Vivendo e avendo vissuto in Toscana, debbo censurare il giudizio che ne è stato dato. Quello toscano è un popolo civile: non ha malavita, se non di importazione; non ha mai avuto baronie; non ha potentati. La Toscana va orgogliosa di una democrazia diffusa, che parte dai comuni,


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dalle esperienze comunali, che altre regioni d'Italia non hanno avuto e che la connota da secoli e vanta un sistema pubblico che funziona. La Toscana è una regione nella quale i partiti politici si sono confrontati, da sempre, con spirito democratico e senza mai vincere 61 a 0 (com'è successo in altre parti d'Italia).
Mi scusi, signor Presidente, non ho il potere e la pazienza di farmi ascoltare, ma mi crea un certo disagio il fatto che l'onorevole Fragalà non presti attenzione al mio intervento. Eppure, poiché stavo citando alcune particolarità della mia terra, e anche della sua, onorevole Fragalà, ritenevo che l'argomento meritasse un colloquio, per così dire, a viso aperto.
Ciascuno ha, dei fatti del 1992, un'idea propria. Guai se non dovesse averla! In particolare, non posso non averla io che provengo da un partito che ha dato un contributo consistente, forse anche eccessivo, a quella particolare fase della storia politica italiana. Dei predetti fatti ciascuno può dare una ricostruzione propria, dal momento che l'analisi di essi può essere affrontata con intento riabilitativo - come, in parte, è stato fatto nella stessa seconda relazione, quando si è parlato dei fatti di Napoli, che hanno interessato il Presidente del Consiglio di allora -, con intento diretto alla chiarificazione ed alla comprensione, ovvero con l'intento del coinvolgimento generale di tutti i partiti politici, compresi quelli che ebbero la ventura di rimanerne marginalmente coinvolti. Però, vi sono alcuni pericoli da evitare.
Il primo è quello di fornire degli eventi una lettura distorta, ovverosia di maggioranza, vertendosi in una materia nella quale l'equilibrio e la correttezza dell'analisi sono indispensabili affinché il risultato possa avere un margine di apprezzabilità da tutti condiviso.
Il secondo è quello di proporre letture diverse da quelle coperte dal giudicato (e si tratta di un pericolo che ho avvertito incombere in alcuni interventi, compreso quello, rispettabilissimo, del collega Cicchitto) perché, in questo modo, si corre il rischio di creare un conflitto tra il potere legislativo ed il potere giurisdizionale in relazione a fatti che hanno già formato oggetto di giudicato e che, come tali, vivono di una propria autonomia.
Il terzo pericolo da evitare è quello di creare uno strumento di spaccatura non con alcuni magistrati - i quali, come qualsiasi cittadino, potranno essere chiamati a rispondere dei fatti da loro eventualmente commessi -, ma con tutta la magistratura, in tal modo ingenerando un processo che difficilmente sarebbe governabile.
Questo provvedimento ha almeno due finalità evidenti. La prima, apparentemente più nobile, attiene all'accertamento del finanziamento illecito dal 1992 in poi.
Il relatore per la I Commissione, onorevole Palma, ha ricordato il contributo dato anche dall'opposizione a questa richiesta che coinvolge accertamenti anche dell'oggi, segnatamente là dove si chiede di verificare se i detti fatti rivestano, attualmente, carattere diffuso.
È un accertamento al quale io non annetto particolare rilevanza politica. Infatti, onestamente, credo che esso, se anche può avere una sua giustificazione nel tentativo di riequilibrare l'analisi del fenomeno passato con quella del fenomeno inevitabilmente presente - e dico inevitabilmente presente - in tutta la vita politica, da che mondo è mondo, ha però certamente la caratteristica non particolarmente apprezzabile di sovrapporre una verifica di questa Camera nella situazione attuale a quella che necessariamente deve essere svolta dalla magistratura. Mi domando quali conseguenze avrebbe un accertamento della Camera oggi su fatti specifici costituenti reati, su fatti in essere, e quale ingerenza potrebbe esserci nell'accertamento della magistratura su questi analoghi fatti. Credo che sia un pericolo da evitare.
Altro quesito sul quale bisogna riflettere è quello enunciata alla lettera b) dell'articolo 1, cioè se i fatti del 1992 abbiano riguardato o meno tutte le forze politiche con uniformità di trattamento e se vi siano state incompletezze, lacune o omissioni nell'attività investigativa o nell'esercizio dell'azione penale, quesito consimile


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a quello che si pone alla lettera c), cioè se vi siano state ragioni o difformità di trattamento o incompletezze o lacune da parte della magistratura. Vedete, farsi questa domanda è certamente un modo per comprendere la verità storica, ma può essere anche infantile, perché può tradursi nella domanda «perché a me sì e a lui no?» Perché questa è la domanda, questo è il succo del quesito elaborato in un lessico italiano assolutamente apprezzabile: perché a noi sì e agli altri no? Ebbene, credo che bisogna evitare di personalizzare l'analisi dei fenomeni storici e soprattutto credo che bisogna evitare di affrontare il problema in questi termini, perché per la stragrande maggioranza si tratta di domande a risposta obbligata, perché hanno la caratteristica di essere fatte da una maggioranza, perché sono domande codificate da una maggioranza, quella stessa maggioranza che, a maggioranza, avrà il potere di dare ad esse una risposta.
Altro quesito è quello se vi sia stata persecuzione politica contro parlamentari, quesito che si sposa con quello se vi siano stati collegamenti tra magistrati o settori della magistratura e politica, che si leggeva, tra l'altro, in maniera ancora più decisa e chiara, nella prima proposta Cicchitto-Saponara, già presentata a questa Camera. Credo che bisogna essere estremamente prudenti nell'affrontare queste tematiche perché è attraverso di esse che si può correre il rischio di andare fuori strada e soprattutto di valutare - volendo dare risposte che sono già precostituite nelle domande - l'evoluzione storica dei nostri tempi in termini che non sempre corrispondono a verità. Credo che però vi sia un altro fondamentale problema oltre a quello che ci sta davanti. Infatti, il problema lo si può porre in questi termini. Se vi è una serenità di spirito unanimemente condivisa nell'affrontare l'analisi di un fenomeno storico, e se tale serenità di spirito consentirà al Parlamento di dare delle risposte, anche riabilitative - ciò non mi scandalizzerebbe -, ovviamente in termini storico-politici, a chi è stato oggetto di giudizi da parte della magistratura, affinché attraverso la spiegazione del fenomeno politico si possa giungere ad un giudizio che se conserva, sotto il profilo giuridico, elementi di censura, trova nell'assetto politico pregresso una sua inevitabile forma di necessaria esistenza, allora vi dico che su questa base è possibile andare avanti.
Nessuno vuol negare che da sempre la politica sia andata a braccetto con gli affari, e nessuno vuole negare che inquinamenti di ordine economico nell'assetto politico di tutti i paesi, ed in tutto il mondo, vi siano sempre stati: sarebbe ingenuo e miope, e non sarebbe intellettualmente onesto. E se qualcuno sperasse che questo possa essere soltanto frutto di un passato inglorioso e non dovesse connotare, invece, anche la realtà presente, probabilmente sarebbe un ingenuo. Ma se per caso, come io temo, si affrontasse tale problema con spirito di vendetta, ovvero con spirito non consono alla correttezza di analisi che si impone, allora saremmo fuori strada.
Affermo ciò perché la pervicacia con cui si è voluta, in questo momento, tale Commissione, in un momento storico in cui parlare di questi problemi con le bombe che cadono e con la gente che muore, e seguiterà a morire, può sembrare paradossale, perché il momento attuale impone di guardare al futuro, non certo di considerare il passato - lusso che ci si può permettere in momenti di stabilità politica e, soprattutto, di stabilità universale -, ed affrontare questo problema con spirito di scarsa serenità di giudizio sarebbe il pericolo maggiore nel quale si potrebbe incorrere.
Ed affermo ciò perché non vedo, nel comportamento tenuto fino ad oggi da questa maggioranza, elementi di serenità di giudizio. Mi riferisco ai tentativi di delegittimazione della magistratura nel suo complesso propri di molti esponenti del Governo e dello stesso Presidente del Consiglio, con dichiarazioni di una pesantezza unica (ricordo soltanto quelle rese a Barcellona alla stampa internazionale); ricordo anche tentativi di controllare l'esercizio dell'azione penale, attraverso riforme


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preannunciate dell'ordinamento giudiziario; ricordo tentativi di delegittimazione complessiva della magistratura, attraverso la riforma del sistema elettorale del Consiglio superiore della magistratura, che perseguiva dichiarate finalità di egemonia; ricordo, infine, tentativi di esasperare il conflitto, con le dichiarazioni rese dallo stesso Presidente del Consiglio, a reti unificate, alla televisione italiana all'indomani della sentenza della magistratura.
Ho ricordato queste cose non per muovere censure a chi dovrà operare - perché le censure si muovono esclusivamente ai fatti e ai comportamenti, e non alle intenzioni -, ma per ricordare a tutti coloro che faranno parte di questa Commissione di inchiesta - e che dunque avranno il dovere di analizzare un periodo storico - che sarà possibile trarre giudizi che abbiano la caratteristica di essere condivisi, e dunque di diventare patrimonio culturale del futuro politico del nostro paese, solo se tali giudizi saranno connotati da serenità, equidistanza, equilibrio e, soprattutto, obiettività (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e Democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Siniscalchi. Ne ha facoltà.

VINCENZO SINISCALCHI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la storia di questa proposta di istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno degli illeciti rapporti tra sistema politico e sistema economico-finanziario nel nostro paese poteva avere, ed ha avuto nella scorsa legislatura, una sua ragione d'essere nell'opportunità che fosse proprio il Parlamento a definire con un'indagine organica ed uno studio articolato il fenomeno di Tangentopoli con tutte le implicazioni che esso ha avuto negli assetti politici del nostro paese. A tale proposito, devo ricordare che, nel corso della XIII legislatura, la Commissione speciale anticorruzione lavorò sulla scorta di un rapporto importante di tre saggi, tra i quali i professori Arcidiacono e Cassese, che partirono proprio dalla constatazione dei fenomeni che erano stati rivelati dall'inchiesta su Tangentopoli non per fare processi retrospettivi ma per tentare di proporre delle modifiche anche nei confronti dell'ordinamento, per evitare in futuro il riprodursi degli stessi fenomeni.
Era questo un possibile percorso dell'inchiesta che in parte veniva ripreso dalle proposte di legge Craxi e Buemi, Boato e Soda, ma che poi è stato stravolto dall'irrompere della proposta di estendere all'uso politico della giustizia il problema su cui svolgere l'indagine. Una frase, un concetto, un'idea che ha in pratica disegnato una linea oltranzista e di evidente forzatura anticostituzionale, spostando l'indagine sugli atti giudiziari, sui processi alle intenzioni. È sufficiente infatti ripercorrere, soltanto per qualche attimo, le lettere a), b), c), d) dell'articolo 1 del testo approvato dalla maggioranza nelle Commissioni per rendersi conto che si intende intervenire sulle correnti interne della magistratura associata - cosa questa che francamente interessa poco in questo momento, mentre dovrebbe interessare l'acquisizione di idee che siano chiare per tutti, l'auspicio che il magistrato, nell'esercizio della sua funzione, sia conforme, nella espressione dei suoi valori e della sua attività, ai principi costituzionali -, sulla individuazione di obiettivi politici o ideologici della magistratura, sul collegamento delle correnti della magistratura associata a partiti o a movimenti extraparlamentari, sulla eventuale deviazione delle funzioni giudiziarie per ragioni politiche e, conseguentemente, sulla produzione di disparità di trattamento nelle decisioni giurisdizionali.
Allora è chiara la volontà di fare di questa Commissione una sorta di supremo organo di revisione dell'operato dei giudici e, in particolare, dei giudici di Tangentopoli. Ma non solo, difatti, non si nasconde il proposito di verificare se, nei processi in corso, vi siano questi condizionamenti politici con il pretesto dell'uso politico della giustizia e con lo scopo, nemmeno tanto dissimulato, di screditarne l'operato a beneficio in sostanza di condannati con sentenza definitiva come è documentato,


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tra l'altro, da quanto abbiamo ascoltato poc'anzi dalla relazione svolta dall'onorevole Fragalà che riproduce fedelmente quanto lo stesso onorevole, con molta trasparenza, è venuto a sostenere innanzi alle Commissioni riunite il 13 febbraio 2002. E l'onorevole Fragalà è relatore proprio per la II Commissione.
A distanza di un anno, si dimostra quindi che si vuole ostinatamente perseguire, non la finalità di fissare definitivamente, anche in sede parlamentare, quali siano le cause dei gravi fenomeni di collusione tra imprenditoria e politica, esplosi con Tangentopoli, che dettero vita - lo ripeto - alla istituzione della Commissione speciale anticorruzione, nella scorsa legislatura, partendo dal presupposto che quei fenomeni, comunque, erano stati smantellati dalle inchieste giudiziarie.
Si vuole, a questo punto, invadere il campo della giurisdizione, si pretende di mettere al centro dell'inchiesta l'operato dell'intero apparato giudiziario, per diffondere nel paese, sul filo di una polemica che dura ormai da anni, il discredito più totale sulle inchieste degli anni novanta, mettendo in discussione i principi costituzionali di autonomia ed indipendenza della magistratura: la stessa autonomia dell'intero potere giudiziario rispetto a quello legislativo!
La riprova ulteriore di questo atteggiamento si ricava anche dal fatto che è stata respinta la legittima richiesta da parte dell'opposizione, dopo aver ascoltato la pacata ed interessante relazione iniziale - e non soltanto iniziale - dell'onorevole Palma, di stralciare il testo Cicchitto per l'evidente sua eterogeneità rispetto a tutti gli altri testi di maggioranza e di opposizione, diretti a costruire l'inchiesta sul finanziamento illecito e sulle sue conseguenze per il sistema politico italiano.
Così come, ad ulteriore riprova, va segnalata l'impossibilità, ormai registrata ampiamente in Commissione, di convergere su un testo unificato, proprio a causa della stravaganza, disomogeneità ed eccezionalità della proposta Cicchitto di mettere in pratica - come, del resto, viene ribadito dallo stesso proponente - sotto inchiesta i giudici. Si badi bene: questa volta non soltanto i pubblici ministeri, ma coloro che, comunque, si sono occupati di «mani pulite» con i loro atti giudiziari, le loro sentenze.
L'opposizione ha dovuto svolgere un lavoro duro di contestazione in Commissione e, francamente, non mi pare che si possa accettare il principio che emendamenti dell'opposizione di carattere particolarmente significativo siano stati poi accolti nel corso di quella discussione.
Questo lavoro verrà svolto ancora in aula, riprendendo i numerosi emendamenti che tentano di dare al testo almeno una parvenza di legittimità costituzionale, per impedire che, ancora una volta, soltanto a colpi di maggioranza, nel crescente dissenso del paese reale (che svolgerà, ancora una volta, il suo ruolo di controllo democratico della legislazione) si operino vere e proprie sovversioni legislative, dirette a capovolgere i ruoli, a collocare sul banco degli accusati i giudici per tentare impossibili riabilitazioni di politici, imprenditori, faccendieri, che hanno subito condanne definitive, patteggiato la pena, accettato numerosissime prescrizioni.
Allora, onorevoli colleghi, vale la pena di riflettere sul fatto che, quando le sentenze sono definitive, al cittadino comune condannato viene riservato lo strumento della revisione delle sentenze stesse mediante l'esibizione di nuove prove che ne rendano evidente l'innocenza.
Ora, vi è una possibilità sempre più ampia di accedere alla Corte europea, di sollevare questioni che siano state per caso tralasciate, pretermesse, superate da un tipo di volontà politica.
Perché, nel pur comprensibile scopo di rivelare taluni eccessi persecutori che nei processi o al CSM dovevano essere denunciati, si dovrebbero invece ridiscutere indagini, dibattimenti, sentenze? Infatti, è esattamente questo che si pretende di fare con il combinato disposto dell'articolo 1 lettere a), b), c) e d) e dell'articolo 3 di questo testo.
Da una certa cultura pseudogarantista, declamata a dritta e a manca, parte un vistoso e stravolgente messaggio di autentica


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inquisizione degno della cultura di processi autoritari laddove si vuole che il giudice non pensi, non studi, non ricerchi, dia ragione al colpevole o, comunque, al più forte. Si pretende di sapere, con un'indagine retrospettiva, se nell'esercizio dell'azione penale vi siano stati intenti di carattere persecutorio, se le correnti - sembra quasi una perizia di carattere psico-culturale, antropologico - della magistratura siano state o siano collegate ad organizzazioni politiche extraparlamentari. Si vuole stabilire se le inchieste, come è noto nate dalla catena incessante di accuse dell'imprenditoria contro i politici - su tali accuse la procura di Milano, ma non solo, guadagnava le fiaccolate di consenso di leghisti, di alleati nazionali, di appartenenti al nascente partito di Forza Italia - possano essere state determinate, leggiamo testualmente, dal perseguimento di obiettivi di natura politica o ideologica riferibili a singoli magistrati. L'indagine, in altri termini, dovrebbe dare soddisfazione ad un teorema che è circolato negli ultimi anni con molta insistenza: il teorema del complotto, che dovrebbe far percorrere la nuova via di attacco alle inchieste che riguardano, a volte, anche il Premier ed i suoi amici.
Per fare ciò possono, addirittura, essere chiamati a far parte di tale Commissione tutti i deputati ed i senatori dell'attuale legislatura, anche se nei processi da rivisitare abbiano avuto il ruolo di imputati, di parti lese, di pubblici ministeri, di giudici e, ovviamente, di avvocati difensori. Il brocardo nemo iudex in causa propria non ha più valore perché è chiaro che non interessa ad una proposta di legge che viene sostenuta da una maggioranza, speriamo sempre più esigua e capace di una forte presa di coscienza legalitaria, che in materia di incompatibilità e di conflitto di interesse segue i principi di legislazione che tutti conosciamo e che debbono vederci attestati in maniera intransigente a difesa della legalità repubblicana.
Ci auguriamo che la maggioranza in aula sappia mostrare, facendo registrare la dissociazione di molti, una coscienza istituzionale forte che impedisca la confusione di poteri che la proposta, in definitiva, sostiene e contiene. In ogni caso, la nostra opposizione sarà attestata sulla difesa dell'ordinamento costituzionale e dell'autonomia della giurisdizione per impedire inammissibili forme di vendetta o di regolamenti di conti ad opera di chi non sa rassegnarsi a sottostare all'autorità della legge penale, che è cosa diversa dalla bizzarria, dagli errori, dalle distorsioni del singolo giudice o del singolo pubblico ministero. Qualcuno pretende di riscrivere la storia degli anni ottanta e novanta azzerando non gli eccessi contro i quali tutti si sono fermamente attestati e che hanno dato luogo ad una serie di grandi modifiche costituzionali e processuali nella scorsa legislatura, ma l'intero lavoro svolto sotto il pubblico controllo nelle aule di giustizia.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Boato. Ne ha facoltà.

MARCO BOATO. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, avendo pochi minuti a disposizione mi esprimerò in modo un po' icastico e sintetico. Vorrei partire da un dato politico di fatto. Ho sentito riecheggiare più volte in quest'aula da parte dei due relatori e anche da parte del collega Cicchitto l'affermazione: tutte le forze politiche sono state coinvolte nel sistema di corruzione. Mi si permetta, per una volta, di rivendicare l'orgoglio della forza politica alla quale appartengo, i Verdi - ma mi riferisco anche ad altre forze politiche non rappresentante in questa aula, per esempio ai radicali o ad altre formazioni politiche minori dell'allora nuova sinistra -, di non essere mai state, neppure di striscio, neppure da un sospetto, sfiorate dalla vicenda della corruzione politica ed economico-finanziaria. Non è vero che «tutte» le forze politiche sono state coinvolte in questo fenomeno.
Ho sentito anche dire poco fa dal collega Cicchitto - e siamo ancora sui prolegomini storico-politici rispetto alla proposta di legge al nostro esame - che la vicenda di Tangentopoli ha provocato la


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morte di cinque forze politiche. A me pare un'analisi del tutto superficiale. Tangentopoli per certi aspetti è stato un epifenomeno, gravissimo, ma un epifenomeno, o al più la punta dell'iceberg, rispetto alla crisi del sistema dei partiti che ha cominciato a verificarsi prima con la «democrazia bloccata», poi con la caduta del Muro di Berlino e la fine della guerra fredda nel 1989, in seguito con l'esplosione di altri fenomeni (penso al fenomeno della Lega che si è verificato alla fine degli anni ottanta e all'inizio degli anni novanta). Ben fragili sarebbero state quelle cinque forze politiche a cui si è fatto riferimento se fosse bastata qualche inchiesta giudiziaria per decretarne la morte. In realtà non è stato così; qualunque storico, di qualunque orientamento politico (di destra, di centro o di sinistra) non accetterebbe di consentire un'analisi storico politica così superficiale.
Però non credo che dobbiamo accettare la tentazione - che mi pare non solo il collega Cicchitto ma anche il relatore per la II Commissione, onorevole Fragalà, abbiano assecondato - di affermare oggi, in quest'aula (in sede di discussione sulle linee generali della proposta di istituire questa Commissione d'inchiesta), già l'esito, la relazione conclusiva o forse quasi un teorema che dovrebbe ispirare il lavoro di questa Commissione d'inchiesta. Collega Fragalà, lei sa quale rispetto io abbia per lei, ma nel rispetto devo esprimerle il mio fermo dissenso, che già le manifestai in occasione della sua prima relazione in Commissione, nel febbraio addirittura dell'anno scorso.
Il collega Nitto Palma ha portato avanti un lavoro che in parte ho condiviso, in parte no (e dirò subito il perché). Tuttavia, quanto meno ha evitato di anticipare, in sede di discussione su una proposta di legge istitutiva di una Commissione di inchiesta, la materia di indagine nonché le eventuali analisi, ricerche e possibili conclusioni, che saranno probabilmente difformi all'esito dei lavori di questa Commissione (se questa Commissione sarà mai istituita; ho qualche dubbio al riguardo). Questi dubbi vengono da un deputato - chi vi parla - che è stato cofirmatario della prima proposta istitutiva di una Commissione d'inchiesta su Tangentopoli nel corso dell'XI legislatura. Collega Fragalà, non da parte sua ma dai banchi del suo gruppo, in quella legislatura, si sventolavano le manette in quest'aula. Qui, alle mie spalle, dai banchi della Lega si sventolava un cappio in quest'aula. Quando vi furono le discussioni sull'autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi, vi fu un assedio al Parlamento (allora si poteva arrivare fino alla soglia del Parlamento) da parte di esponenti giovanili del Movimento sociale, a cui si associarono altri esponenti - per fortuna ultraminoritari - anche del centrosinistra (credo che fossero esponenti della Rete). Questo era il clima di quegli anni! La stessa modifica dell'articolo 68 della Costituzione, di cui tanto si è parlato, fu richiesta, per primi, da Fini e da Bossi (vi sono gli atti parlamentari che ne fanno fede).
Vorrei che ci ricordassimo il clima politico di quella XI legislatura alla quale ho partecipato. Io non sono stato neppure ricandidato nelle elezioni per la XII legislatura, Presidente Mastella, per le mie posizioni, da qualcuno considerate troppo rigorosamente garantiste. Garantista ero allora, nei confronti di chiunque, garantista continuo ad essere oggi.
Tuttavia, proprio perché sono garantista - e garantismo non vuol dire innocentismo facile, ma rigorosa applicazione nei confronti di chiunque delle regole dello Stato di diritto -, intendo esprimere il mio profondo dissenso rispetto a come questa Commissione d'inchiesta rischia di configurarsi se il provvedimento al nostro esame non verrà profondamente modificato.
Tutte le proposte di legge, eccetto una, avevano un impianto non identico, ma simile, sia quelle della maggioranza sia quelle dell'opposizione. Una sola delle proposte di legge al nostro esame - sono state tutte ricordate dal collega Nitto Palma nella sua relazione introduttiva -, quella a prima firma Cicchitto, aveva un unico obiettivo: non quello di indagare su Tangentopoli e sulle eventuali anomalie e


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contraddizioni che si siano verificate - sono apertissimo a discutere di ciò, in quanto ne ho discusso pubblicamente anche in altre sedi -, ma quello di analizzare la magistratura che aveva indagato su Tangentopoli, sia i pubblici ministeri sia i giudici che avevano svolto i processi (tra l'altro i due profili sono profondamente diversi tra loro).
Credo invece - è l'ho creduto fin dall'XI legislatura - che, se in Italia si vorrà a un certo punto girare pagina e non farsi più inseguire dei fantasmi del passato - per usare un'espressione «cossighiana» -, se si vorrà finalmente avere anche un clima di rapporti diversi tra i vari schieramenti e tra le diverse forze politiche, occorrerà avere la capacità di ricostruire quel passato, di ricostruirlo con equilibrio, con rigore, ma anche con serenità, senza tramutare le aule del Parlamento o le aule della Commissione di inchiesta in una sorta di surrogato di un processo politico, sia per chi voleva fare in Parlamento i processi politici alle altre forze politiche - e ce ne sono stati, li ho già citati - sia per chi voleva tramutare tali aule in una sorta di processo politico nei confronti dell'uno o dell'altro magistrato.
Avremmo dovuto incentrare questa proposta di inchiesta parlamentare sull'indagine sugli illeciti rapporti tra sistema politico e sistema economico-finanziario e sul fenomeno della corruzione, non intendendo la parola «corruzione» in senso tecnico-giuridico, perché quella è una specifica figura di reato, ma appunto come una materia di pubblico interesse - per usare l'espressione dell'articolo 82 della Costituzione - sulla quale giustamente il Parlamento avrebbe dovuto, fin dall'XI legislatura, indagare. Tale inchiesta dovrebbe essere diretta ad indicare al Parlamento e al Governo anche le misure da assumere, affinché non singoli fenomeni di corruzione - che, ahimè, ci sono sempre stati e sempre ci saranno -, ma un sistema di corruzione e di illecito rapporto tra sistema politico e sistema economico-finanziario non abbia più a riprodursi.
In questo quadro generale poteva avere un senso e potrebbe avere un senso anche valutare - l'ho scritto nella mia proposta di legge, ne abbiamo discusso anche nella scorsa legislatura - eventuali incompletezze o lacune nell'operato della stessa magistratura. Chiaramente, non nel senso di rifare i singoli processi o di indagare sui singoli magistrati, ma al fine di procedere a quella analisi storica, politica e istituzionale che compete al Parlamento, il quale non è espressione di una funzione giurisdizionale.
Signor Presidente, colleghi, il provvedimento in esame, attraverso alcuni emendamenti dei quali do atto - il testo originario, che si basava sostanzialmente sulla proposta di legge Cicchitto, era davvero inaccettabile -, ha subito alcune correzioni. Non faccio mai il massimalista e, soprattutto, cerco di non essere fazioso nei giudizi, anche critici, che esprimo.

PRESIDENTE. Onorevole Boato, la invito a concludere.

MARCO BOATO. Tuttavia, basta leggere, nell'articolo 1, le lettere c), d) ed e) nonché le lettere g) ed h) - che non posso leggere in quanto ho terminato il tempo a mia disposizione - per capire quanto questo provvedimento sia tuttora assolutamente sbilanciato, in modo francamente inaccettabile e in contrasto con gli articoli 18, 21, 68, 82, 101 e 104 della Costituzione, vale a dire quelli in materia di libertà di espressione, di libertà di associazione, in materia di chi giudica sulle prerogative dei parlamentari, con riferimento alle materie sulle quali si può istituire una Commissione d'inchiesta in rapporto alla sottoposizione del giudice soltanto alla legge, in materia di autonomia e indipendenza dell'ordine giudiziario.
Sotto questi diversi profili, a mio parere, il testo che abbiamo al nostro esame è suscettibile di fortissimi dubbi di costituzionalità. Dico comunque...

PRESIDENTE. Onorevole Boato...

MARCO BOATO. Concludo la frase, signor Presidente. Mi consenta. Sono


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quello che ha meno tempo a disposizione, pur avendoci lavorato da tre legislature.

PRESIDENTE. Ma il tempo non lo concedo neppure ai relatori. Siamo andati molto al di là.

MARCO BOATO. Ho finito, Presidente.
Credo che, se arriveremo ad istituire una Commissione di inchiesta che indagherà sul fenomeno che va sotto il nome giornalistico di Tangentopoli e, in questo quadro, indagherà anche su aspetti del fenomeno complessivo dell'attività giudiziaria, ciò avrà un senso. Ma, se la finalità principale, anche se non esclusiva, diventerà quella di modificare il quadro normativo di riferimento in relazione all'azione giudiziaria e all'azione disciplinare nei confronti dei magistrati, andremo ad interferire con attività che non sono nella disponibilità di un Parlamento all'interno di uno Stato di diritto.

PRESIDENTE. Onorevole Boato, lei raddoppia il tempo a sua disposizione.

MARCO BOATO. Presidente, la ringrazio per la generosità!

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.

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