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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge, già approvato dalla Camera e modificato dal Senato: Delega al Governo per la riforma del sistema fiscale statale.
La ripartizione dei tempi della discussione è pubblicata nel vigente calendario dei lavori (vedi calendario).
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali delle modifiche introdotte dal Senato.
Avverto che i presidenti dei gruppi parlamentari dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo ne hanno chiesto l'ampliamento, senza limitazioni nelle iscrizioni a parlare ai sensi dell'articolo 83, comma 2, del regolamento.
La VI Commissione (Finanze) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Il relatore per la maggioranza, onorevole Falsitta, ha facoltà di svolgere la relazione.
VITTORIO EMANUELE FALSITTA, Relatore per la maggioranza. Signor Presidente, onorevoli colleghi, di questo nuovo corso alla Camera dei deputati del disegno di legge delega per la riforma del sistema fiscale statale dirò in modo succinto. Il vaglio della Commissione finanze si è espresso sulle parti modificate dal Senato - tale doveva essere per effetto dell'articolo 70 del regolamento - tuttavia esigenze di coerenza e di unitarietà impongono un richiamo anche a ciò che è stato.
Dal momento in cui il testo approvato alla Camera veniva trasmesso al Senato ed il momento in cui il medesimo è tornato per la terza lettura è trascorso più di un anno. Nell'ambito di questo lungo periodo sono accaduti eventi di grande significato i quali, direttamente o indirettamente, si collegano agli effetti giuridici che l'odierno disegno di legge dovrà produrre. Sulla scorta di questa premessa, svolgerò brevi considerazioni sul passato, sul presente e sul futuro.
Per quanto riguarda il passato, la riforma del sistema fiscale si è avviata con passione e ciò perché il Governo ha posto come necessari determinati interventi.
In primo luogo, si prevedono interventi sui tipi di prelievo, riduzione del numero di tasse, semplificazione delle leggi che le portano o che ne disciplinano il funzionamento, facile accesso a meccanismi fiscali, codificazione dei principi, così da assegnare all'ordinamento tributario stabilità e certezza.
In secondo luogo, si prevedono interventi sulla progressività del sistema, in particolare sul reddito delle persone fisiche con passaggio da cinque a due aliquote, con la previsione di un'area non assoggettata ad imposta, con l'ampliamento degli oneri deducibili, con la concentrazione di questi nelle sole fasce medio-basse, con la conversione delle detrazioni in deduzioni. Da questa angolazione, si è detto, che la riforma affonda le radici nel presupposto che la progressività oggi è soltanto formale, poiché i redditi alti sono sottratti all'imposizione italiana, oppure sfuggono (non tutti, naturalmente, ma spesso) alla curva IRPEF per essere sottoposti a tributi sostitutivi (tipica la conversione in redditi da capitale). L'idea, dunque, è ripristinare il sacrificio della
contribuzione in senso sostanziale, secondo i principi dell'articolo 53 della Costituzione.
In terzo luogo, si prevedono interventi sulla tassazione del reddito delle persone giuridiche, con previsione di un gruppo, di un concetto di gruppo nazionale ed internazionale ai fini fiscali, l'eliminazione del credito di imposta sui dividendi - il cosiddetto imputation system - e della tassazione delle plusvalenze generate dalla cessione di partecipazioni, la cosiddetta participation exemption. Qui, scopo peculiare è assegnare competitività alle imprese del nostro paese, diminuendo la pressione fiscale ed utilizzando basi imponibili formate con criteri europei. In quarto luogo, si prevedono interventi sull'imposta sul valore aggiunto, con la rimodulazione delle aliquote e la razionalizzazione con altre imposte di consumo, per evitare la doppia imposizione economica.
Inoltre, si prevedono interventi a prevedere fiscalità etica. È ipotizzato un sistema di favore per fondi etici, fiscalità ecologica, detax ed un impianto all'interno del nuovo codice dedicato a ciò.
Infine, interventi sull'imposta regionale sulle attività produttive, con l'intento di ristabilire le relazioni tra fiscalità centrale e locale e permettere, riassettata la prima, di dare nuovo impulso alla seconda, ovvero al federalismo fiscale. Nello scenario descritto si è vista la nascita di un nuovo rapporto tra attività finanziarie dello Stato ed il cittadino, si è vista la nascita di ciò che il relatore ha chiamato «umanesimo fiscale». Qui l'uomo riacquista posizione centrale ed il fisco è tornato ad essere strumento per guidarne la realizzazione nelle multiformi espressioni, nella famiglia, nel lavoro, nell'impresa, nella vocazione sociale. Il cittadino cessa di essere strumento del fisco ed il fisco ridiventa strumento del cittadino.
Per quanto riguarda il presente, dai giorni dei lavori della Commissione finanze sul testo che proveniva dal Governo sono accaduti eventi, i quali - a chi parla - pare vadano a diminuire le passioni che allora si erano accese. Ciò, anzitutto, perché si tendono a produrre o determinare effetti che il nuovo ed importante provvedimento di riforma fiscale vuole rimuovere. Tra gli altri ne ricorderò tre.
Il primo riguarda i condoni. I meccanismi di definizione del rapporto di imposta di tipo premiale o giubilare hanno per primo effetto quello di far prevalere la disuguaglianza sull'uguaglianza tributaria e tra gli effetti secondari quello di incidere sul giudizio di riprovazione verso chi evade l'obbligo contributivo. Inoltre, spiegano effetti sulla consistenza della credibilità dello Stato. È evidente quanto tutto ciò, pur giustificabile da esigenze di finanza pubblica, muova in senso opposto al disegno di legge delega. Qui v'è obiettivo di giustizia fiscale, di perequazione, di incremento di credibilità delle istituzioni. Là v'è ingiustizia fiscale, sperequazione, decremento di credibilità delle istituzioni.
Il secondo riguarda il cosiddetto primo modulo. Con la legge finanziaria per il 2003 si è data esecuzione al primo modulo della riforma (se con espressione primo modulo è inteso l'accorpamento delle prime aliquote e l'introduzione della soglia di reddito intangibile, così come descritto nell'articolo 2).
Alcune categorie di soggetti che percepiscono redditi incisi da ritenuta e che si trovano nell'ambito delle fasce basse - ricordiamo i pensionati - cadono nella nuova disciplina in modo disordinato e da questa subiranno pregiudizio fino al termine del periodo di imposta. È vero, infatti, che del primo modulo scontano solo il maggiore prelievo dovuto all'accorpamento delle aliquote mentre l'esclusione della no tax area dalla base imponibile avverrà al termine dell'anno di imposta, secondo il meccanismo a conguaglio. L'esecuzione del primo modulo della riforma, che doveva essere pensato a favore dei ceti bassi e medi, crea, proprio in questo ambito, discriminazioni.
Il terzo è la fiscalità ambientale. Sono più d'una le tracce che indicano che si avrà, sul piano delle politiche ambientali, un blando approccio command and control. Sovviene, infatti, il disegno di legge n. 3297 presentato il 22 ottobre 2002 recante riordino del settore energetico
nonché delega al Governo in materia di produzione di energia elettrica, di stoccaggio e vendita di GPL e di gestione dei rifiuti radioattivi. La mancanza di un approccio deciso e convinto ai temi ambientali si pone anche in difficile coerenza con lo spirito del protocollo di Kyoto, con le delibere del CIPE e, da ultimo, con il vertice dell'Unione europea degli scorsi giorni dal quale sembra discendere un chiaro interesse verso spinte che favoriscano sviluppo sostenibile e, in tale ambito, nuova occupazione. Si aggiungano gli interventi del Senato, in più luoghi migliorativi dell'impianto d'origine, ma dai quali si deduce un'istanza d'attenzione verso l'imposizione della famiglia ed il sostegno della ricerca come elemento centrale allo sviluppo dell'impresa.
Per quanto riguarda il futuro, lo scenario in cui la delega si inserisce, pur con il concorso di elementi ad essa esterni, suggerisce di rappresentare al Governo almeno due preoccupazioni delle quali tenere conto nella stesura degli atti delegati. La prima è il principio di progressività. Il passaggio da un sistema tributario a cinque aliquote, che realizza la progressività dall'alto, ad un sistema a due aliquote, che realizza la progressività dal basso con gli oneri deducibili, è scelta politica che si è già avuto modo di sostenere. Oggi, una volta di più, ricordiamo il perché. Se al prelievo dell'imposta sul reddito spesso sfuggono i redditi non assoggettati a ritenuta la curva IRPEF rischia di non essere rappresentativa di realtà ed il principio di progressività un vuoto simulacro. È anche vero che se nel paese vi sono vasti fenomeni di elusione ed evasione, evidentemente, il vecchio sistema consentiva di realizzare la progressività nella contribuzione. La tesi affacciata nel disegno di legge in esame è questa: semplifichiamo, riduciamo il carico fiscale, dissuadiamo le condotte di evasione ed elusione e, da qui, ricostruiamo una nuova curva IRPEF che sia simultaneamente espressione di forma e sostanza del principio di progressività.
Al riguardo, tuttavia, deve essere chiaro che il passaggio dal vecchio al nuovo è fatto assolutamente delicato i cui esiti non possono essere, per nessuna ragione, lesivi proprio di ciò che si vuole garantire. In altre parole, se è inteso l'abbandono del vecchio in ragione del nuovo per porre rimedio ad una situazione di iniquità fiscale e riassegnare al principio di progressività vigore e smalto - sto riflettendo mentre ne parlo - ciò deve avvenire nel rispetto costante dell'articolo 53 della Costituzione e dell'interpretazione che di tale norma è stata data dalla Corte costituzionale. Se la salvaguardia della progressività è causa della riforma IRPEF, la mancata salvaguardia della progressività toglie causa alla riforma IRPEF. L'attuazione di questo principio con riferimento all'impostazione dell'articolo 3, dunque, emergerà dalla comparazione tra il sacrificio alla contribuzione di chi beneficia delle deduzioni generali e graduate ed il sacrificio alla contribuzione di chi non beneficia delle deduzioni.
Dunque, se la scelta è nel senso di stabilire la progressività dal basso, occorrerà misurare il significato alla contribuzione, indipendentemente dai risultati economici. Ovvero, può non essere sufficiente che il passaggio dal vecchio al nuovo produca un miglioramento economico per tutti; occorre che nel sistema i pesi crescano sempre in maniera progressiva, anche se il percorso che si è scelto utilizza la graduazione dei costi deducibili. Il vantaggio o lo svantaggio dell'avere deducibilità generali deve essere collegato al vantaggio o allo svantaggio che deriva dalla rimodulazione delle aliquote. In questo quadro è chiaro che la conversione delle detrazioni in deduzioni, la concentrazione delle deduzioni nelle fasce basse e medie, la no tax area, l'individuazione dei nuovi oneri e dell'ammontare rilevante, sono tutti fattori che dovranno essere bilanciati con grande rigore, così da assicurare l'attuazione della nuova progressività. Su questo punto non vi è spazio per compromessi di tempo o di risorse economiche.
La seconda preoccupazione riguarda la fiscalità etica. In più di un luogo il disegno di legge evoca proprie ambizioni etiche, fin dal prevederne un'attenzione speciale nel
futuro codice: regime di favore ai fondi etici (articolo 3, lettera c), punto 4), fiscalità ecologica (articolo 7, lettera a)) e detax (articolo 5, lettera h)) sono espressioni delle ambizioni ricordate. L'intervento del Senato (lettera s) dell'articolo 4) sembra anch'esso teso a utilizzare il sistema tributario per dare impulso ai cambiamenti necessari della società, e nel caso specifico di quell'emendamento, mediante il sostegno dell'innovazione tecnologica, della ricerca e della formazione.
Deleghiamo quindi, insieme con i principi e i criteri direttivi, la realizzazione dei seguenti obiettivi: porre in essere un sistema tributario attivo, che contribuisca perciò a guidare la riconversione dei processi produttivi dell'impresa, in favore di tecnologie pulite e di uno sviluppo sostenibile; realizzare perequazione sociale nel paese, contribuendo a garantire a ciascuno l'esercizio dei diritti sociali, e così la propria libertà; realizzare tutto ciò, per quanto possibile, anche verso i paesi più poveri.
Non abbiamo dubbi, invero, che vi saranno sempre luoghi non surriscaldati, con aria pulita, acqua e campi verdi; abbiamo dubbi che ciò possa valere anche per coloro i quali non avranno i mezzi per accedervi. Non abbiamo dubbi sull'efficacia del libero mercato come strumento di sviluppo; abbiamo dubbi che questo possa garantire sempre senza l'intervento dello Stato, nella sostanza, i diritti sociali e politici di ciascuno. Non abbiamo dubbi infine che gli impegni internazionali possano dare molto ai paesi più poveri; abbiamo dubbi che sia giusto attendere solo quei momenti e rimettere a quei momenti tutta la responsabilità dei fallimenti.
Occorre agire, occorre agire in fretta, ed è proprio la nostra Costituzione che ci suggerisce i modi: la fiscalità etica, così come l'uso extra fiscale del sistema tributario sono esempi di questi modi (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia).
PRESIDENTE. Il relatore di minoranza, onorevole Benvenuto, ha facoltà di svolgere la relazione.
GIORGIO BENVENUTO, Relatore di minoranza. Ci opponiamo, signor Presidente, all'approvazione in terza lettura del disegno di legge per la delega fiscale, sostanzialmente per tre motivi: il primo motivo è che si tratta di un provvedimento largamente superato rispetto agli sviluppi della situazione economica e sociale; il secondo motivo è che tale provvedimento è inadeguato a risolvere la montagna dei problemi con i quali il nostro paese deve fare i conti; il terzo motivo infine è che questo provvedimento è gravemente e fortemente contraddetto dal comportamento del Governo in questi primi due anni di legislatura. Mi spiego: il nostro giudizio si riferisce a quello che il Governo ha fatto, a quello che non ha fatto, nonché a quello che accade oggi nel nostro paese.
Cosa non ha fatto il Governo? Esso non ha realizzato quell'obiettivo importante che si era definito nel corso della XIII legislatura e che aveva trovato la sua forte conferma nello statuto del contribuente e nel disegno di riforma del sistema fiscale: il Governo ha fortemente intaccato la credibilità dell'amministrazione finanziaria. Invece di puntare verso regole certe e definite, in questi due anni, ci siamo trovati di fronte ad un modo di procedere dal punto di vista fiscale complesso e complicato, con provvedimenti che si sono rincorsi al di fuori di un disegno di carattere organico.
Ci sono provvedimenti e misure - come quella sul sommerso - che sono stati cambiati addirittura cinque volte. Il codice di tributo per le imprese è stato modificato, nel giro di 9 mesi, addirittura dieci volte. Ma voglio aggiungere - perché questo è il dato più concreto e più certo - che, in questi due anni, la produzione in materia fiscale da parte del Governo - con provvedimenti legislativi, con decreti, con circolari - è stata più ampia per numero di quella che si è realizzata in tutti gli anni novanta. Dunque, vi sono state l'incertezza, l'improvvisazione, l'insicurezza per i contribuenti e per le imprese in ordine agli adempimenti fiscali.
Tutto ciò è stato aggravato dalla pesante rimessa in discussione dei principi
basilari dello statuto del contribuente attraverso forme di retroattività fiscale e gravi comportamenti nei confronti dei contribuenti. La restituzione dei crediti di imposta per l'IVA è stata razionata e diminuita, è stata fortemente razionata la restituzione dei crediti di imposta per i contribuenti. Sono 28 mila miliardi i soldi in sofferenza che questo Governo è riuscito a realizzare.
Da ultimo, in questo quadro di logoramento dei comportamenti e di quello che dovrebbe essere un corretto rapporto tra impresa, contribuente ed amministrazione, ci siamo trovati di fronte all'operazione dei condoni, che ha stabilito un principio in base al quale paga di meno chi ha evaso di più e ad un meccanismo che, con la realizzazione dell'anonimato - il nostro è l'unico paese che lo ha determinato -, ha calpestato i principi di equità e di certezza e ha mortificato pesantemente l'amministrazione finanziaria e la Guardia di finanza, ponendole nella condizione di non poter più contrastare l'evasione e l'elusione fiscale. Quindi, in questo caso, il Governo non ha fatto nulla sul terreno della semplicità e della certezza per un rapporto corretto con i contribuenti.
Cosa ha fatto, invece, l'esecutivo? Ha realizzato il primo modulo della cosiddetta riforma fiscale, ha realizzato quella che doveva essere un'operazione di restituzione, di diminuzione del peso fiscale sui redditi più bassi. Si potrebbe affermare che questa è una grande presa in giro, anzi voglio dire che si tratta di una grande manovra di raggiro nei confronti dei contribuenti; infatti, non vi è alcuna progressività - lo ricordava poc'anzi il relatore per la maggioranza, onorevole Falsitta -, ma si è realizzata un'operazione incredibile. Ho raccolto più di 100 lettere, apparse sui grandi quotidiani di informazione - inviate su La Stampa a Del Buono, sul Corriere della Sera a Mieli -, che testimoniano come i pensionati e i lavoratori dipendenti non abbiano trovato in busta paga o nelle pensioni quella diminuzione delle tasse che era stata annunciata. Anzi, è accaduto anche un fatto patetico: Alleanza nazionale, che aveva stampato un manifesto, invitando i lavoratori e i pensionati a guardare la propria busta paga e la propria pensione, lo ha dovuto ritirare precipitosamente, in quanto in realtà non vi è stata nessuna diminuzione, ma un aumento della pressione fiscale. Tutto ciò deriva anche dal fatto che, per la prima volta, con la riforma definita è stata differenziata, in senso peggiorativo per i pensionati, la deducibilità.
L'ultima perla di questa operazione è rappresentata dall'aumento della tassazione sul trattamento di fine rapporto.
Quindi, nessuna operazione di carattere economico, nessun sostegno ai settori più deboli, nessuna attenzione ai problemi della famiglia. Si tratta di un modulo di riforma fiscale con il quale - sì - è stato dato. Ma, a chi è stato dato? A chi ha evaso. A chi ha fatto rientrare i capitali dall'estero. Il grande beneficio si è avuto per il settore dell'evasione. Non c'è stata un'operazione adeguata di equità e anche di rilancio dell'economia nel nostro paese.
Ancora, cosa non ha fatto il Governo? Non ha predisposto alcun intervento serio per affrontare i problemi della nostra economia: il sistema delle imprese è in difficoltà; da tutte le parti si dice che siamo in una fase di declino, nella quale l'economia ristagna. Qual è stato l'atteggiamento del Governo? Nessuna iniziativa. Grande confusione sui crediti di imposta per l'occupazione. Rimessa in discussione della DIT. Insomma, le imprese non hanno avuto alcun sostegno. Non c'è stata alcuna politica oculata. E i dati della Tremonti-bis, che finalmente discuteremo, rivelano come quella operazione non sia assolutamente servita a sostenere la nostra economia ed a spingere nel senso degli investimenti e nel senso di una competitività del nostro sistema economico.
Quindi, siamo di fronte ad un Governo che ha fatto male e non ha fatto, ad un Governo che non è in grado di fronteggiare i problemi che sono dinanzi a noi. Anche in questo caso, non posso che raccogliere gli spunti venuti dal dibattito che abbiamo svolto in Commissione finanze
ma anche dal confronto tra opposizione e maggioranza: non c'è alcuna indicazione seria per affrontare il problema di una politica fiscale a livello europeo e mondiale. Non si è parlato di questa famigerata «atax». Se ne è parlato soltanto a livello di impostazioni da parte del Governo. Non si è mai affrontato l'argomento in sede internazionale né si fa un tentativo, come abbiamo proposto con la Tobin tax, per occuparsi di ciò che avviene nel mondo della finanza, cominciando a trovare soluzioni e risposte ai problemi del rapporto tra i paesi ricchi ed i paesi poveri, tra i paesi sviluppati e i paesi sottosviluppati. Questo Governo, che si accinge a presiedere l'Unione europea nel secondo semestre dell'anno, si caratterizza soltanto perché pone il veto a livello europeo per impedire che ci sia una lotta seria ai santuari dell'evasione fiscale, non soltanto in Italia ma anche in Europa.
E, ancora, esprimo la stessa, identica posizione del relatore per la maggioranza: non c'è alcuna attenzione per quanto riguarda i grandi problemi legati all'ambiente. Sarebbe necessaria una politica fatta non di decreti e di misure improvvisate, come abbiamo dovuto verificare in questi due anni, ma di una grande attenzione ai problemi dell'ecologia, dell'ambiente e dello sviluppo compatibile.
Insomma, siamo di fronte ad un provvedimento datato, ad un provvedimento superato, ad un provvedimento vecchio, ad un provvedimento fortemente centralista, che non si pone i problemi del raccordo tra la fiscalità centrale e la fiscalità a livello locale. Si tratta di un provvedimento inadeguato, che non raccoglie la necessità della sfida che il nostro paese deve affrontare: avere un sistema fiscale che coniughi elementi di equità e di sostegno alla famiglia e ai redditi più bassi con forti elementi di innovazione nel campo della ricerca e a favore del sistema delle piccole e medie imprese e che sappia anche guardare con attenzione ai grandi problemi e alle scelte di politica internazionale.
Ecco, in estrema sintesi, i motivi per i quali riteniamo un errore il fatto che il Governo abbia rifiutato il confronto e presenti un provvedimento blindato. Non pensiamo che si comporti così per farsi propaganda perché, come ho già detto, sarebbe una propaganda autolesionista.
Sospetto che il Governo voglia approvare rapidamente questo provvedimento, per avere il pretesto di operare un'ulteriore deroga nell'ambito della gigantesca operazione condono. Un Governo che era partito con l'idea di realizzare alti momenti di equità e di eticità nel sistema del fisco e che finisce poi per realizzare una politica fiscale fatta sui condoni e sullo smantellamento della capacità di accertamento dell'amministrazione finanziaria e della Guardia di finanza: quindi, una spinta verso la illegalità. In altre parole, un Governo che sa solo ragionare di condoni, che sa solo srotolare tappeti rossi agli evasori, ma è incapace di condurre una politica fiscale che sia a sostegno dei settori più deboli e dello sviluppo del nostro paese, che sia in grado di dare una risposta ai gravi problemi con i quali noi dobbiamo fare i conti (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.
DANIELE MOLGORA, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Signor Presidente, mi riservo di intervenire in sede di replica.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Nicola Rossi. Ne ha facoltà.
NICOLA ROSSI. Signor Presidente, ci avviamo a ricominciare la discussione su questa delega fiscale, credo anche con un po' di stanchezza, nel senso che il tempo è passato - come faceva osservare anche l'onorevole Falsitta - e molti di noi, sia in questo Parlamento, ma anche al di fuori, pensano che alla fine della storia questa delega verrà certamente approvata, ma i tempi per la sua realizzazione saranno certamente molto lunghi, viste le difficoltà che conosciamo, soprattutto quelle della
finanza pubblica. Del resto, è chiaro a molti di noi anche il fatto che il Governo, semplicemente, intenda avere pronti questi decreti delegati un po' prima delle prossime elezioni in maniera da utilizzarli a fini di propaganda politica. Osservo, se posso suggerire, che non è una grande trovata varare in parte i successivi moduli di questa riforma sotto le elezioni - in altre parole, dedurre le imposte per le fasce più abbienti - perché vorrei che non pensaste che chi dovrebbe già aver avuto e in realtà oggi non ha avuto affatto, domani penserà che è un atto di equità dare anche ad altri. Al contrario, quello che accadrà e che apparirà con chiarezza è l'obiettivo di fondo di questa delega, cioè una ripartizione completamente diversa del carico fiscale fra tassi di reddito e tipologie di cittadini.
Detto questo, l'opposizione non può che essere lieta di tutto ciò, ma posso segnalare che, veramente, a volte anche da parte nostra si avverte l'esigenza di un avversario un po' più robusto di quello che ci troviamo di fronte e proverò anche a suggerire il perché. Naturalmente, nell'anno che è passato, lo ha detto anche l'onorevole Falsitta, molte cose sono accadute e la discussione in Senato ha ripreso quello che è accaduto anche alla Camera.
Quindi, per esempio, in uno o due punti il ripristino del testo originario, vale a dire il ritorno indietro rispetto agli emendamenti che avevamo approvato in quest'aula, è chiaramente la conseguenza di una netta sensazione che le finanze pubbliche siano tutt'altro che sotto controllo. Qui non serve citare molti dati; a mio giudizio il dato vero da citare è che dal 2000 ad oggi l'avanzo primario si è pressoché dimezzato ed è oggi largamente sotto quello che sarebbe necessario per rimettere le finanze pubbliche di questo paese su un sentiero di vero rientro. Per il sottosegretario siamo passati da oltre il 5 per cento a poco più del 3,5 per cento: forse non è esattamente la metà, ma quasi. Ad esempio, ciò si vede in più di un punto, come in quello dove invece che alla progressiva eliminazione del limite dei crediti di imposta si ritorna al «progressivo innalzamento»: i soldi non ci sono; il Governo lo sa, anche se lo nega, e quindi si regola di conseguenza.
Non è solo in questo, ma anche in altri punti che si vede il tempo che è passato e le cose che sono accadute. Per esempio, pensiamo a quanto accade a proposito della disciplina delle sanzioni tributarie e amministrative: si abbandona il riferimento alla riforma del 1997 e si ritorna al salvacondotto per le persone fisiche che amministrano, rappresentano, dirigono o che si suppone vigilino sulle persone giuridiche. Naturalmente, è una questione di coerenza e mi rendo perfettamente conto che la maggioranza ed il Governo, che hanno voluto e approvato norme che vanno esattamente in questo senso quando hanno riformato la disciplina delle società non quotate, non potevano che regolarsi di conseguenza.
Pensiamo, per esempio, all'articolo 4, riguardo al quale alcuni emendamenti presentati in Senato dalla maggioranza hanno reintrodotto una sostanziale equiparazione fra Srl e società di persone. Anche in questo caso ciò che si vede - quello che già vi era nella riforma della disciplina delle società non quotate - è l'idea di un sistema produttivo italiano polarizzato, in cui da un lato vi sono piccole e piccolissime imprese a cui viene impedito di crescere, dall'altro grandi imprese, ammesso che queste vi siano.
Inoltre la discussione in Senato ha condotto ad alcuni emendamenti che modificano in parte la natura della legge delega, nel senso che ci consegnano un provvedimento straordinariamente vago su alcune questioni e, al tempo stesso, straordinariamente puntuale su alcuni aspetti di interesse localistico, categoriale, corporativo.
Noi tutti siamo straordinariamente affezionati alle attività sportive giovanili, dubito però che in una legge delega il riferimento così puntuale ed esplicito venga da altro se non dalla volontà di indicare in maniera assolutamente specifica un punto piuttosto che altri.
Cosa dire poi dell'interessante questione - particolarmente cara al sottosegretario
- dell'eliminazione graduale degli squilibri fiscali esistenti nel paese? L'affermazione di principio è, in generale, importante e certamente condivisibile, ma trova sostanza solamente riguardo alle accise sugli oli da riscaldamento per le zone di montagna. Il Governo dovrebbe rendersi conto che, in questo caso, si apre uno straordinario dibattito. Innanzitutto il condizionamento dell'aria costa di più laddove fa più caldo, quindi le zone del Mezzogiorno troveranno immediatamente motivo per chiedere al Governo un trattamento di favore anche sul fronte dell'energia elettrica. Comunque, al di là delle battute, se le cose stanno in questi termini vogliamo veramente cominciare a discutere del rapporto che corre tra il carico fiscale e la qualità dei servizi? Vogliamo veramente capire che la qualità dei servizi è molto diversa da zona a zona? Di cosa stiamo trattando quando parliamo di eliminazione graduale degli squilibri fiscali esistenti nel paese? Parliamo di qualcosa di nominale o di qualcosa di reale? Si tratta di un vero e proprio vaso di Pandora che, dal punto di vista della maggioranza, conteneva solo ed esclusivamente alcune piccole misure di carattere localistico.
Al Senato sono state poi discusse tutta una serie di altre questioni: ne voglio citare una soltanto. La prima Repubblica ci aveva consegnato il concetto straordinario - coniato, peraltro, da una persona di grande levatura - di «convergenze parallele»; questa Repubblica, questo Governo ci consegnano, invece, il concetto (altrettanto audace dal punto di vista dell'italiano) di «permanenza temporanea» - laddove si parla di un sistema agevolativo permanente per la ricerca, la formazione e l'innovazione -, naturalmente condizionato ed attivabile a seconda della presenza dei fondi. Ci vuole veramente molta fantasia per arrivare a stabilire che possa o non possa - a volte - esistere un sistema temporaneo: comunque contento il Governo, contenti tutti.
Soffermandomi sempre sulle modifiche introdotte al Senato voglio sottolineare che questo provvedimento si rifiuta di discutere molte questioni sostanziali: alcune le ha citate lo stesso onorevole Falsitta, altre le aggiungo io. Voglio portare l'esempio degli incapienti e della relazione tra la struttura del sistema fiscale e quella del sistema produttivo italiano.
Al tempo stesso, invece, in essa sono sempre di più trattate questioni molto specifiche, accogliendo le spinte, che del resto sono così evidenti anche nella maggioranza, di carattere corporativo e localistico. In questo senso, si tratta di un'operazione veramente poco credibile; spero mi perdonerà l'onorevole Molgora, cui riconosco di avere seguito con molta attenzione i lavori riguardo alla delega, ma il Governo ha nella sua compagine forse uno dei maggiori esperti mondiali di riforme fiscali e non se ne è servito. Mi domando allora quale credibilità abbia una riforma fiscale per la quale non si è fatto ricorso ad un rappresentante del Governo che pure di riforme fiscali ne ha compiute veramente in tutto il mondo negli ultimi dieci o 15 anni. Ma anche in tal caso, contento il Governo, contenti tutti.
Questa riforma non è credibile anche perché poco credibili sono gli atti di questo Governo. L'onorevole Benvenuto ha menzionato brevemente la questione della Tremonti-bis e vorrei rubarvi pochi minuti in merito a tale argomento perché si tratta di un punto decisivo per la credibilità del Governo e del ministro.
Nella relazione sulla Tremonti-bis, a noi pervenuta da poco, sono espresse alcune considerazioni molto rilevanti ed importanti, anche in riferimento alle esternazioni del ministro in aula e fuori dall'aula: si afferma che i 27,5 miliardi di investimenti attivati dalla Tremonti-bis sarebbero tutti interamente aggiuntivi. Per essere precisi si afferma che l'ipotesi originaria secondo cui tutti gli investimenti agevolati sarebbero investimenti effettuati solo per godere del beneficio fiscale, altrimenti, non sarebbero stati realizzati, si rafforza anche per effetto della comparazione con l'andamento di investimenti fatti altrove, non solo in Italia.
Vi prego di riflettere su tale aspetto perché le conseguenze non sono di poco
momento. Nel 2001 (perché è a tale data che ci riferiamo) gli investimenti non residenziali in Italia sono cresciuti dell'1,2 per cento; nell'area dell'euro dello 0 per cento, in Francia del 3,1 per cento, mentre in Germania sono diminuiti del 4,5 per cento. Il rapporto tra investimenti non residenziali e PIL in Italia, fra il 2000 ed il 2001, è rimasto invariato (vale a dire dello 12,3 per cento). Se effettivamente l'intero volume di investimenti attivato dalla Tremonti-bis (27,5 miliardi di euro) fosse stato interamente dovuto a quest'ultima e fosse stato completamente aggiuntivo, nel 2001 avremmo avuto investimenti non per 127 miliardi di euro, come è accaduto, ma per 100 miliardi di euro e gli investimenti fra il 2000 e il 2001 sarebbero diminuiti del 20 per cento. Questa è una proposizione semplicemente impensabile. Non è mai accaduto nella storia del paese, salvo che in anni bellici. Pertanto, sostenere, come si fa nella relazione, che tutti gli investimenti sono attribuibili alla Tremonti-bis è un falso o è semplicemente il frutto di una scarsa conoscenza dell'intera realtà.
Inoltre, e mi metto dal punto di vista del Governo, non dal mio, supponiamo che in Italia gli investimenti fossero cresciuti esattamente nella stessa percentuale dell'area dell'euro, non una lira di più (precedentemente ho affermato che nell'area dell'euro gli investimenti sono cresciuti dello 0 per cento) ebbene, nel 2000 sono stati realizzati 124 miliardi di euro di investimenti e, pertanto, nel 2001 avremmo dovuto avere 124 miliardi di euro di investimenti, ma ne abbiamo avuti 127,5 per essere precisi. Ciò significa che la Tremonti-bis, nella migliore delle ipotesi, ha attivato investimenti per 3 miliardi di euro. La perdita di gettito, come affermato nella relazione (anche in tal caso mi metto dal punto di vista del Governo), prevista a seguito della Tremonti-bis, è di 2,5 miliardi di euro.
In altre parole, i cittadini italiani hanno pagato una lira per ogni lira (o 1 euro per ogni euro) di investimenti addizionali che sono stati realizzati. Mi domando se tale politica economica abbia un minimo di sensatezza e di credibilità e, soprattutto, se documenti di questo genere rendano credibile un Governo ed un ministro di tale Governo.
Allora, per arrivare a concludere - si potrebbero tuttavia svolgere una serie ulteriore di considerazioni - occorre dire che il 5 per cento degli investimenti attivati ha avuto luogo nel Mezzogiorno; ripeto: il 5 per cento .
Naturalmente la relazione tiene a precisare che il Mezzogiorno aveva anche il credito di imposta per i nuovi investimenti. Andiamo a fare i conti; anzi, fateli voi, perché non voglio farli io ogni volta per voi; fateli voi ogni tanto! Andiamo a vedere cosa è accaduto nel Mezzogiorno nel 2001 e quanti sono stati gli investimenti attivati con il credito di imposta; domandiamoci poi se le scelte dei 100 giorni, in realtà non erano soprattutto scelte per una parte del paese. Non solo: avete «bloccato» nel luglio 2002 il credito di imposta per il Mezzogiorno dicendo che era uno sconcio ed uno scandalo che questo fosse interamente - in realtà è stato destinato per un'entità pari alla metà, per essere precisi - destinato al settore dei servizi.
Sapete quanta parte della legge Tremonti-bis è andata al settore dei servizi? Il 61 per cento! E allora? Sono cose sulle quali dovreste riflettere; tuttavia, quello che mi preme sottolineare è, come alla fine della storia, il contenuto della delega ed il modo con la quale questa legge di delega è stata portata in aula, nonché il complesso della politica fiscale, renda tutta questa operazione non credibile. Penso che le alternative siano solo due: una, per le sue competenze e per quella che, a molti di noi è apparsa a volte una difficoltà nel rapporto con la matematica, è probabile che il ministro non abbia letto o non abbia compreso appieno cosa si prevede in questa relazione sulla legge Tremonti-bis. Questa è la prima possibilità!
L'altra possibilità è che egli ne abbia compreso appieno il significato e il senso, ma che l'abbia ignorato o ne abbia avallato
il contenuto. Ho la netta sensazione che ambedue le cose siano in parte vere, per essere sincero!
Vorrei chiudere dicendo che questo Governo ha dato corpo ad una frase di Marx, che vi cito testualmente: «La politica è l'arte di ricercarsi i problemi, di farne una diagnosi errata e quindi di applicare in maniera sbagliata i rimedi sbagliati». Questa citazione, dato il Governo che questo momento è alla guida del paese, non è presa da Karl Marx, ma da Groucho Marx (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo)!
PRESIDENTE. Constato l'assenza dell'onorevole Pistone, iscritta a parlare: s'intende che vi abbia rinunziato.
È iscritto a parlare l'onorevole Lettieri. Ne ha facoltà.
MARIO LETTIERI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, non è facile stamani intervenire in sede di discussione sulle linee generali del provvedimento perché i nostri pensieri sono tormentati dalle drammatiche notizie provenienti dall'Iraq, che certamente sono più gravi rispetto a quelle che i media ci fanno intendere.
L'iter di questo disegno di legge, che ritorna alla Camera dopo 15 mesi, modificato non sempre in meglio dal Senato, ha subito nei giorni scorsi una ingiustificata accelerazione che di fatto ha impedito un serio confronto nel merito in Commissione. Eppure era stata dichiarata in tal senso la disponibilità, da parte del relatore Falsitta, anche se poi non se ne è fatto nulla.
Le audizioni delle forze sociali e degli stessi commercialisti sono state stringate, certamente utili, ma tuttavia la discussione nel merito delle nostre proposte non vi è stata. Per questa ragione, inspiegabilmente la maggioranza e lo stesso relatore hanno respinto tutti i nostri emendamenti, indipendentemente dalla bontà delle proposte contenute.
Stamane il relatore ha svolto un'analisi in gran parte condivisibile ed elencato una serie di enunciazioni di principi certamente nobili, ma non ha dichiarato la volontà di presentare specifici emendamenti volti a modificare il testo così come esso ci è pervenuto dal Senato.
Per quanto riguarda noi del gruppo della Margherita, vorrei dire che abbiamo ripresentato in aula tutti gli emendamenti che sono stati respinti in Commissione. Ve ne è uno, almeno, al quale sarebbe necessario che la maggioranza prestasse attenzione: quello che riguarda la famiglia.
Trattasi dell'emendamento all'articolo 3 di cui sono primo firmatario, che propone di incrementare le deduzioni in misura proporzionale al numero dei familiari a carico. Mi auguro vi sia un ripensamento da parte della maggioranza, che continua a declamare il sostegno tributario alle famiglie, come recentemente ha fatto, per esempio, il capogruppo dell'UDC - ho letto infatti recentemente alcune sue dichiarazioni su Il Sole 24 ore -, ma poi il gruppo dell'UDC, in Commissione, o non è presente per sostenere queste agevolazioni fiscali per le famiglie oppure esprime voto contrario sui nostri emendamenti.
Sul tema della famiglia il Governo compie ormai quotidianamente un'opera di grande mistificazione. Nel cosiddetto «libro bianco» si enunciano propositi, ma non si decidono sostegni finanziari. Le stesse norme previste nella legge finanziaria per l'acquisto della prima casa da parte delle giovani coppie sono ancora inapplicabili, perché non è stato emanato il regolamento previsto. Anche con questa delega fiscale, non si compie una scelta netta a favore delle famiglie, prevedendo un incremento reale, sostanziale, forte delle deduzioni per le famiglie che hanno a carico più componenti, spesso disabili, anziani e giovani disoccupati.
I problemi della crescita dei figli, della loro istruzione, dell'assistenza e del mantenimento degli anziani e dei disabili comportano oneri rilevanti che una famiglia normale, con un solo reddito, non sempre riesce a sostenere adeguatamente (ma spesso neanche con due redditi). Perciò è doveroso riconoscere, come fa il nostro emendamento - emendamento del gruppo della Margherita, ma anche dell'intero
Ulivo - maggiori agevolazioni fiscali. Ci vuole un sostegno consistente, tangibile, che non solo rappresenterebbe un atto di giustizia, ma anche un parziale rispetto del dettato costituzionale che all'articolo 29 tutela specificamente la famiglia e all'articolo 53 sancisce il principio di progressività nella tassazione del reddito.
In quest'aula, ovviamente, oltre a noi laici, vi sono tanti cattolici, che della famiglia ritengono di dover sostenere la centralità in questa nostra società complessa e per certi versi decadente, come è la nostra in questa fase storica. Di questa centralità bisogna tenere conto e allora io faccio appello a questi colleghi cattolici e, ovviamente, allo stesso relatore, affinché diano concretezza alle enunciazioni di principio. Rivolgo perciò un invito formale a considerare seriamente il nostro emendamento e a non giustificarsi con la necessità dei tempi stretti: nessuno ci impedisce di approvare alcune modifiche migliorative del testo e di rinviarlo al Senato per un'ultima lettura.
L'invito, come dicevo, è rivolto innanzitutto all'onorevole Falsitta (che in questo momento so che non mi ascolta). Mi è nota la sua sensibilità per i problemi della famiglia, quindi stavolta chiedo esplicitamente al relatore di non essere, come purtroppo è accaduto in altre occasioni, succube dei Diktat del ministro Tremonti e del Governo. Non è più il momento, non solo per un fatto di serietà e di onestà intellettuale, di predicare bene una di non trarne le conseguenze nel voto sugli emendamenti che possono, lo ripeto, aiutare efficacemente le famiglie.
In Commissione il relatore ha sostenuto che le aree di interesse e criticità del testo licenziato dal Senato - come ha detto del resto anche stamattina - sarebbero soprattutto due: la famiglia e la ricerca. Se lo ha sostenuto con convinzione, gliene do atto, ma ciò giustifica allora il mio invito pressante, proprio perché questa dicotomia tra il dire e il fare non è più tollerabile, per la serietà delle persone ed anche di questa stessa Assemblea.
Per quanto riguarda la norma relativa alla ricerca, di cui alla lettera s) dell'articolo 4, sembra che il relatore, almeno così ha lasciato intendere in Commissione, abbia pronta una proposta emendativa migliorativa, finalizzata a rendere strutturali le agevolazioni fiscali per questo importante settore. Se così è, noi dell'opposizione non abbiamo difficoltà a sostenerla. La ricerca nel nostro paese, sia pubblica sia privata, è del tutto insufficiente e va sostenuta. Senza ricerca ed innovazione il nostro sistema economico non sarà in grado di avere competitività sui mercati mondiali nei quali - come è noto - tutto si gioca sulla qualità e sulle innovazioni (vorrei ricordare, a questo proposito, che le nostre imprese perdono continuamente quote di mercato nel commercio mondiale).
Già in sede di approvazione della legge finanziaria noi dell'Ulivo proponemmo di aumentare i fondi destinati alla ricerca, recependo anche le sollecitazioni provenienti dal mondo dei ricercatori, in primis dal premio Nobel Rita Levi Montalcini, ma la maggioranza - lo voglio ricordare - fu sorda in quell'occasione. Ecco perché non ci può essere una seconda volta di sordità, onorevole Falsitta!
Modifichiamo, quindi, la citata lettera s) dell'articolo 4, riscriviamo la norma per renderla applicabile e duratura, garantendo alle imprese le giuste agevolazioni fiscali per sollecitarne gli investimenti in ricerca ed innovazione.
Non possiamo ignorare il fatto che spesso le difficoltà e l'arretratezza del nostro apparato produttivo derivano proprio dall'insufficienza di investimenti in questi settori (il caso FIAT è emblematico anche per questo). Non parlerò della FIAT ma certamente la crisi FIAT dipende anche molto dal fatto che gli investimenti e la ricerca, nel corso dell'ultimo decennio, non vi sono stati o sono stati del tutto inadeguati.
Abbiamo bisogno di un apparato produttivo solido, forte, in grado di reggere la forte concorrenza che la globalizzazione oggettivamente genera. Il nostro sistema produttivo vive un momento difficile e va incentivato, non solo fiscalmente, ma anche accelerando l'applicazione della legge
n. 488, del credito d'imposta, di cui il collega Nicola Rossi ha parlato poc'anzi. È una vergogna la scelta di bloccare prima e di ridurre poi la portata del credito d'imposta, l'unica vera legge di incentivazione fatta dal centrosinistra che si è rivelata efficace, che ha ottenuto il gradimento di tutti gli imprenditori che l'anno utilizzata! Il provvedimento dava fastidio ed è stato bloccato, penalizzando il Mezzogiorno del quale non parlerò. Proprio perché sono espressione di una regione meridionale, avverto una forma di fastidio nel parlare sempre del Mezzogiorno, non perché voglia abolirlo, come sostiene il professore Viesti con una intelligente provocazione apparsa recentemente, con la pubblicazione di un suo libro.
L'economia del nostro paese ha ormai raggiunto un livello di tale debolezza da essere davvero preoccupante. La crescita nel nostro paese nel 2002 - ormai il dato è certo - ha superato appena lo 0,4 per cento. È un dato allarmante che denota una sostanziale stagnazione; è un dato che fa anche giustizia dell'ottimismo assai facile del ministro e del Governo.
Vorrei ricordare che il Governo inizialmente aveva previsto una crescita del PIL pari al 2,3 per cento, ridotta all'1,3 ed infine accertata, purtroppo, in quel misero più 0,4 che è la prova inconfutabile del fallimento complessivo della politica economica del Governo. Al di là degli ottimismi, delle dichiarazioni e delle enunciazioni di maniera, infatti, i numeri e le percentuali, nella loro crudezza, ci richiamano tutti ad una dura realtà e la dura realtà è la seguente: l'economia italiana va male ed il Governo ne è il grande, primo responsabile.
Certo, la congiuntura internazionale non è indifferente e sicuramente, con la guerra in atto, accentuerà ancora di più i riflessi negativi sulla nostra economia, ma tutto ciò non giustifica le politiche economiche e anche fiscali errate ed il ricorso continuo a sanatorie e condoni; non giustifica la mancanza di scelte strategiche e strutturali, la mancanza di una politica industriale e di un'idea forte del ruolo che il sistema bancario, assicurativo e finanziario italiano deve avere nello sviluppo produttivo del nostro paese. Certi silenzi e certa indifferenza per quanto avviene, in questo momento, nel mondo finanziario sono assai preoccupanti.
La riforma fiscale, oggetto della delega, non è ultronea rispetto alle politiche generali, economiche e sociali, che un Governo deve perseguire. La cosiddetta riforma Tremonti, con la previsione di due sole aliquote (del 23 e del 33 per cento) ha in sé, a mio avviso, il gene dell'ingiustizia perché, quando sarà attuata a regime - se lo sarà - darà un vantaggio netto, consistente e sicuro soltanto ai redditi superiori ai centomila euro (cioè ai percettori di redditi superiori ai 200 milioni di vecchie lire). In pratica, una fascia minima di cittadini italiani sarà fortemente agevolata dal punto di vista fiscale, mentre, per tutti gli altri, vi sarà poco o niente! Che si privilegino i ricchi è un dato inconfutabile!
Il primo modulo della riforma, introdotto con la legge finanziaria per il 2003, ha apparentemente determinato una riduzione del prelievo sui redditi bassi e medi. Come ricorderete, quando il provvedimento pervenne alla Camera in prima lettura e, successivamente, in occasione dell'esame del disegno di legge finanziaria, noi proponemmo di elevare i livelli di reddito minimo esentasse (oggi pari a 7.500, 7.000 e 4.000 euro, rispettivamente, per i lavori dipendenti, i pensionati ed i lavoratori autonomi). Le nostre proposte, allora, non furono accolte, ovviamente.
Ma vediamo se vi sia stata un'effettiva riduzione dei tassi per i lavoratori, i pensionati e i lavoratori autonomi. Vediamo cos'è realmente successo. A mio avviso - ce ne accorgiamo leggendo i dati e leggendo anche le lettere alle quali faceva riferimento, poc'anzi, il collega Benvenuto - si è trattato, spesso, di una vera e propria beffa, tanto che coloro che con enfasi gridavano ai pensionati ed ai lavoratori di controllare la busta paga e la pensione (ricordo che c'era anche un manifesto di Alleanza nazionale che rivolgeva ai pensionati ed ai lavoratori tale invito), hanno dovuto successivamente zittire per
pudore. Spesso, la riduzione è stata irrisoria e, molto spesso, non vi è stata perché è aumentata la fiscalità locale o sono aumentate altre trattenute e contributi.
Basta scorrere, come dicevo, le rubriche delle lettere al direttore di un qualsiasi giornale per scoprire tali verità. Per esempio, in questi giorni, su La Stampa di Torino, un lettore sostiene che, rispetto al 2002, la sua pensione è aumentata di 2 euro; un altro sostiene che è diminuita di 1 euro. Trattasi di miserie che offendono, a mio avviso, più chi concede queste mance che chi le riceve!
Siamo, in pratica, secondo me, ad un fallimento della riforma Tremonti. I percettori, o i presunti percettori dei suddetti benefici non la ritengono una cosa seria.
Inoltre, permane ancora irrisolto il problema del rapporto tra fiscalità statale e fiscalità locale. Su tale rapporto il Governo ha giocato molto: anche lì dove ha proceduto ad una riduzione minima di pochi euro, si è avuto l'aumento della fiscalità locale, una fiscalità obbligata. Quindi, nella delega va chiarito il rapporto fra fiscalità locale e fiscalità statale, un nodo che il Governo non ha sciolto e che, a mio avviso, avrebbe dovuto definire in sede di Conferenza Stato - regioni e autonomie locali, stabilendo un coordinamento e prendendo un impegno a non far diventare la fiscalità locale sostitutiva delle riduzione di quella statale.
Il Governo non lo ha fatto; non solo, ma con le sue scelte, con i tagli dei trasferimenti agli enti locali, alle province, alle regioni, e con i decreti taglia e blocca spese, li ha costretti ad imporre le addizionali IRPEF e ad aumentare le tariffe ed i costi dei servizi sociali e non. Si è fatto il gioco delle tre carte: ti riduco di 2 euro, ma ti faccio aumentare dagli enti locali le tasse locali, per cui in busta paga quella diminuzione concreta delle tasse non vi è stata.
I rappresentanti dell'ANCI e dell'UPI hanno con forza denunciato questa situazione e hanno in verità denunciato anche l'impossibilità a chiudere i propri bilanci. La verità è che la partita del federalismo fiscale è tutta aperta: non si hanno idee chiare sull'attuazione dell'articolo 119 della Costituzione sul fondo perequativo. Qualche volta sorge il dubbio che, al di là della mancanza di idee, si faccia sentire con forza il peso del ministro Bossi, che - come è noto - è un grande amico delle regioni meridionali! Ma non si è stati in grado neanche di nominare l'alta commissione di cui all'articolo 42 della legge finanziaria 2003, articolo approvato - ricordate bene - anche dall'opposizione. Questa alta commissione avrebbe dovuto stabilire i parametri e le percentuali di imposta da pagare nelle regioni dove vi sono unità produttive ed industrie che hanno sede legale in una regione diversa. È una grave inadempienza che la dice lunga sulla volontà concreta ad avviare il federalismo fiscale. Io penso, per esempio, alla regione Basilicata, da cui provengo, dove vi sono stabilimenti della FIAT, della Parmalat, della Barilla, della Ferrero, dell'ENI, che attualmente continuano a pagare le imposte lì dove hanno la sede legale anche i per i redditi derivanti dalle produzioni e lavorazioni effettuate in Basilicata. Potrebbe esser un banco di prova per l'avvio concreto del federalismo fiscale, ma quella commissione non è stata ancora nominata.
Finora abbiamo parlato di lavoratori dipendenti, pensionati, enti locali, regioni, ma certamente non stanno bene neanche i lavoratori autonomi, i liberi professionisti e le imprese, sui cui bilanci gravano non solo le tasse, ma anche i mancati rimborsi dell'IVA. La situazione dei rimborsi IRPEF e dell'IVA è davvero grave e sconcertante: sono stati ridotti i fondi destinati allo scopo. Ricordo che, per azzerare i crediti vantati dai contribuenti entro il 2005, servirebbero oltre 14 milioni di euro. Per le imprese si tratta di una mancata liquidità che le costringe a fare ricorso ad un indebitamento presso le banche; poi vi sono cittadini che vantano rimborsi IRPEF da un decennio e che ovviamente non possono contare su tali somme per le necessità loro e delle loro famiglie. Eppure, nei mesi scorsi il Governo, l'agenzia delle entrate, ha mandato
una letterina di comunicazione di questi rimborsi, ma nessuno ha visto una lira.
Per quanto riguarda l'IRAP, mentre se ne prevede la eliminazione, non si dice come si fa fronte alle minori entrate per circa 50 mila miliardi di vecchie lire per le regioni, perché titolari di questo gettito.
Per il 2003 si prevede solo una piccola riduzione dell'IRAP per circa 500 miliardi di lire, solo per gettare un po' di fumo negli occhi degli imprenditori, i quali, a mio avviso, hanno bisogno di ben altro. Perché si riducono i fondi per i rimborsi, perché non si attua concretamente una riduzione dell'IRAP in misura sostanziosa? Evidentemente, anche questo dato conferma le difficoltà dei conti pubblici, per cui il ministro dell'economia taglia e ritarda ogni forma di spesa. Non solo, sceglie anche di allargare sempre più le maglie dei condoni per indurre il maggior numero di contribuenti a farvi comunque ricorso ed usa il classico sistema della carota e del bastone: da un lato, per il condono, alletta con aliquote basse, quelle del prendi tre paghi uno, dall'altro minaccia i controlli della Guardia di finanza, usando quindi metodi ricattatori inaccettabili.
%Insomma, è un misto di blandizia, di arroganza e di minacce che non fa onore al Governo e al ministro dell'economia e delle finanze. Ciò avviene mentre si fanno regali vergognosi a coloro che hanno esportato illegalmente capitali all'estero, per i quali sono stati varati provvedimenti ad hoc: chi non evade, paga tasse salate, e chi ha evaso ed esportato illegalmente paga una miseria, il 2,5 per cento. Anziché intraprendere una vera lotta all'evasione fiscale, la si legalizza e la si premia, anche quando essa ha determinato minori entrate e minori investimenti, con gravi danni al fisco e all'economia complessiva nel nostro paese.
Le difficoltà di bilancio non posso giustificare tutto; non si può e non si deve superare il limite della decenza, perché non solo si offende la morale comune, ma si avalla la mancanza di senso civico e si offendono i contribuenti onesti. Questo modo di procedere attraverso condoni, sanatorie e decreti di ogni genere, in campo fiscale ed economico, potrà portare anche qualche miliardo di euro alle casse dello Stato, ma creerà danni enormi alle coscienze dei cittadini ed inficerà la credibilità dello Stato stesso, cui il collega Falsitta ha insistentemente fatto riferimento.
Altro che certezza del diritto e rispetto dello statuto dei diritti del contribuente, che consoliderebbero la credibilità dello Stato! Altro che semplificazione! Qui si modificano le leggi, si prorogano decreti in continuazione e si emanano circolari a getto continuo, per cui non solo i contribuenti e gli operatori economici, ma anche gli stessi liberi professionisti del settore ed i dipendenti dell'amministrazione finanziaria incontrano enormi difficoltà applicative, tanto è vero che iniziano a giungere richieste di proroga.
Vorrei ricordare, da ultimo, che il disegno di legge di delega in materia fiscale, per molti aspetti recante anche norme di dubbia costituzionalità, rinvia la copertura alle leggi finanziarie successive: ciò è a dir poco singolare per un provvedimento che dovrebbe rappresentare una grande riforma e che dovrebbe dare nuove certezze. Noi abbiamo affermato sin dall'inizio - e gli atti di questa Camera sono lì a testimoniarlo - che questa riforma non ha copertura finanziaria e che il Governo vuole fare soprattutto propaganda, anziché ridurre realmente le tasse.
Qui c'è una sola certezza, ed è quella di una grande confusione, procedendo con operazioni miranti solo a fare cassa e non a garantire né una tassazione equa per i lavoratori, per i pensionati e per le imprese, né a offrire sostegni equitativi alle famiglie e alle fasce deboli e povere della società, quali i disabili e gli incapienti. In questa delega, infatti, il Governo non tiene conto degli incapienti, né li ha considerati nelle leggi finanziarie. Che volete: sono gli ultimi, e degli ultimi non ci si cura, mentre è nostro dovere, invece, curarci di loro. Vorrei ricordare, al riguardo, che abbiamo proposto di assegnare agli incapienti (vale
a dire quei cittadini che non dispongono di alcun reddito) un bonus pari alle deduzioni spettanti agli altri contribuenti.
Non è considerata neanche la necessità di una fiscalità ambientale, come ha ricordato l'onorevole Falsitta; ma in questo provvedimento non è considerata neanche l'introduzione di una tassazione, seppur minima, sulle transazioni finanziarie, da destinare successivamente a favore dei paesi in via di sviluppo. Eppure, onorevole La Malfa, si tratta ormai di una necessità, tant'è vero che nella VI Commissione sono state presentate diverse proposte di legge in materia, di cui una reca anche la mia firma. Rispetto a questi temi, tuttavia, ritengo vi sia una grande arretratezza culturale, che dobbiamo superare, e comunque mi auguro che il Parlamento li affronti, poiché reputo si tratti di temi ineludibili rispetto alle emergenze ambientali da un lato e, soprattutto, ai drammi di moltitudini disperate nei paesi del terzo mondo dall'altro.
Per queste considerazioni il nostro «no» a questo disegno di legge delega è forte e convinto. Non possiamo avallare un fisco che privilegerà i redditi alti, che romperà i legami di solidarietà tra i vari segmenti della società e tra Stato e regioni ed enti locali. Si tratta, quindi, di una scelta che rischia di minare alla radice quella coesione sociale che, pur con tutti i limiti, i governi e i Parlamenti precedenti, nel corso del cinquantennio di vita repubblicana, erano riusciti a realizzare in questo nostro paese (Applausi).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Visco. Ne ha facoltà.
VINCENZO VISCO. Signor Presidente, la ringrazio per avermi dato la parola e mi auguro che lei e gli altri colleghi ascoltiate anche qualcosa di quello che andrò a dire.
PRESIDENTE. Onorevole Visco, voglio condividere e non soltanto ascoltare quanto lei dirà.
VINCENZO VISCO. Ho detto questo, Presidente, perché la vedo molto occupato. Onorevoli colleghi, al di là delle battute, ritengo oggi sia l'occasione, essendo questo provvedimento giunto alla terza lettura (è trascorso oltre un anno) ed essendosi anche stemperate alcune polemiche che l'hanno accompagnato e venute meno delle possibili incomprensioni, per fare il punto sul significato vero di questo disegno di legge delega, in particolare, sul suo contenuto e sulle sue implicazioni. In questo senso, osservo che il relatore per la maggioranza, onorevole Falsitta, ha iniziato, in parte, a fare questa operazione; di ciò gliene do atto, anche se, a mio avviso, permane su questa manovra che si intende attuare con questo provvedimento una grande nebbia.
Noi, fin dall'inizio, avevamo detto che questo disegno di legge delega si contrassegnava per un'estrema vaghezza e per un'incostituzionalità dovuta alla mancanza dei principi direttivi. Ciò valeva in modo particolare, ad eccezione dell'articolo 4 (che trovo invece puntuale), per l'articolo 3 del disegno di legge delega dove si rinveniva anche un'esplicita violazione del principio della riserva di legge in quanto si fissavano le aliquote e non invece l'elemento più importante di questa riforma: le deduzioni.
La vaghezza rimane tuttora per vari aspetti e in particolare sulla specifica questione se prendere per buono il provvedimento contenuto nella legge finanziaria, quale primo modulo, per cui adesso si procederà ad effettuare soltanto gli interventi sulle aliquote. Ciò confermerebbe le nostre riserve avanzate già allora, sebbene esse siano superate dai fatti, però ci consente di comprendere di cosa si parlava allora e di cosa dobbiamo parlare oggi.
La polemica sollevata in tema di progressività - al riguardo, l'onorevole Falsitta ha polemicamente richiamato in aula alcuni scritti accademici, miei e del professor Rossi - la ritengo abbastanza pretestuosa perché noi sappiamo perfettamente che la progressività non si realizza con il numero delle aliquote ma essa si può ottenere benissimo con un'aliquota unica delle detrazioni o delle deduzioni. È vero che un sistema fiscale ad un'unica
aliquota può avere dei meriti rispetto ad un altro diverso sistema, tuttavia il punto non è questo ma concerne, invece, che tipo di progressività deriva dalla combinazione tra aliquote e deduzioni: aliquote uniche o plurime e deduzioni o detrazioni. Cioè, il problema consiste nel vedere chi paga di più e chi paga di meno.
Il disegno di legge delega in esame lancia all'opinione pubblica due messaggi. Il primo, che sarà devastante non appena si comincerà ad attuare il secondo modulo, è che il 99 per cento dei contribuenti pagherà un'aliquota unica ed uguale per tutti, pari al 23%. Ciò può essere irrilevante dal punto di vista tecnico ma politicamente è importantissimo perché è chiaro che, dall'opinione pubblica e da tutti noi, quella platea di contribuenti, non viene percepita come avente la stessa capacità contributiva e, conseguentemente, la gente penserà che sia comunque ingiusto avere un'aliquota unica.
Ciò spiega perché l'opposizione abbia concentrato la propria polemica su questo aspetto. È possibile realizzare anche un'imposta «piatta» con più aliquote; non è necessario averne soltanto una. Si tratta di un aspetto politico, che, dato il livello dell'aliquota scelta - il 23 per cento -, diviene di sostanza. Se a parità di gettito fosse stata presa in considerazione un'aliquota unica, doppia, e deduzioni sufficienti ad escludere dall'imposizione o ad abbattere l'imposta sui redditi che meritano sostegno, avremmo avuto una progressività decisamente maggiore anche delle aliquote a scaglione. Ma, per ottenere questo risultato, appunto, era necessaria un'aliquota doppia, circa il 42 per cento.
Il risultato che si intendeva ottenere non è l'aliquota unica, ma ridurre le tasse ai ricchi.
I discorsi riguardanti l'elusione e l'evasione sono un modo per mistificare scelte che hanno altre motivazioni. Per lo stesso motivo è stata enfatizzata la trasformazione delle detrazioni in deduzioni, che sono la stessa cosa, soprattutto se l'aliquota è unica (è sufficiente compiere una moltiplicazione e l'una si trasforma nell'altra). Lo stesso vale per la no tax area, con l'insopportabile uso di lingue straniere (Commenti dell'onorevole La Malfa).
Sì, ma non l'ho mai ostentata. Si chiamava così perché non esisteva la traduzione italiana, mentre l'esclusione della base imponibile e la base esente è sempre esistita.
Tutto ciò è stato fatto non perché fosse necessario, ma perché era utile da un punto di vista propagandistico. Anche prima esisteva la no tax area, esattamente come ora: allora, di cosa discutiamo?
Questa manovra costerà circa 21 miliardi di euro e, come abbiamo detto più volte, la gran parte degli sgravi andrà a favore dei redditi più elevati, mentre a favore dei redditi più bassi è la manovra realizzata quest'anno. Ciò comporterà effetti redistributivi incontrovertibili che emergono da tutte le simulazioni realizzate.
Mi rendo conto che è molto difficile discutere in maniera onesta, ma inviterei il presidente ed il relatore a leggere una rivista accademica, ad esempio Politica economica, che ha dedicato un intero numero a questa delega. Il provvedimento è fatto a pezzi in tutti i suoi aspetti, perché è fatto male e non perché tutti gli economisti pubblici sono comunisti.
È chiaro che, se si riducono le tasse di 42 mila miliardi di vecchie lire, tutti guadagnano, ma se, al di là di quanto abbiamo affermato sugli effetti riguardanti gli scaglioni, osservassimo in termini relativi le tipologie, vedremmo che chi guadagna sono gli imprenditori, i liberi professionisti, i dirigenti, i lavoratori autonomi, coloro che risiedono nel nord Italia, coloro che hanno un solo reddito ed i laureati e diplomati. Invece, perdono gli operai, gli impiegati, i disoccupati, i pensionati, i residenti al sud, le famiglie con due o tre figli e coloro che hanno un titolo di studio di licenza elementare o media. Non si tratta di classificazioni arbitrarie, ma risultanti dai modelli di simulazione microdinamica, o microeconomica, anche statica, tratti dalle statistiche che classificano in questo modo i contribuenti.
L'alternativa è quella che abbiamo proposto fin dalla scorsa campagna elettorale. Si tratta di un metodo che dovrebbe piacere all'onorevole Falsitta perché serviva esattamente a capovolgere gli effetti di questa riforma. Quando parliamo dell'imposta negativa e, quindi, dell'incapienza diciamo essenzialmente che se ci sono soldi, e non è detto che vi siano, bisogna darli ai poveri e non ai ricchi. Sarebbe così semplice e, invece, in questo caso si fa il contrario. Inoltre, i soldi sono pochi e si è dovuto prevedere tale detrazione linearmente decrescente: il risultato è stato quello di avere un'imposta formalmente regressiva. Infatti, l'imposta non avrà due aliquote, ma tre: la prima va fino a 26 mila euro circa ed è poco meno del 30 per cento (29,64 per i lavoratori dipendenti, 29,19 per i pensionati e 27 circa per gli autonomi), poi vi sono le aliquote del 23 e del 33 per cento.
Ho una tabella che consegno ai colleghi e ne chiedo alla Presidenza l'autorizzazione alla pubblicazione in calce al resoconto stenografico della seduta odierna.
PRESIDENTE. La Presidenza la autorizza, sulla base dei consueti criteri.
VINCENZO VISCO. Sulla base della normativa approvata nella finanziaria se si prende un incremento di reddito (può essere di 100 euro, di 500 euro, di 1.000 euro), si calcola l'imposta relativa e si fa il rapporto, viene fuori un'aliquota marginale effettiva del 30 per cento circa. Ciò deriva dal meccanismo di decrescenza dal quale deriva anche il permanere della discriminazione tra famiglie monoreddito e bireddito. Uno dei vantaggi che si insegnano a scuola dell'aliquota unica rispetto a quelle plurime è proprio che l'aliquota unica evita ogni discriminazione tra famiglie bireddito e monoreddito. Voi siete così bravi da inserire l'aliquota unica con la detrazione decrescente e ripristinare la differenza proprio perché la detrazione decrescente è un modo per aumentare le aliquote effettive in basso. Quindi, altro che emersione! Chiunque voglia emergere è costretto a pagare un'aliquota marginale analoga alla massima, quella dei più ricchi.
Nella suddetta tabella mancano gli effetti sulle aliquote delle detrazioni che vengono mantenute. Infatti, in aggiunta bisogna considerare le detrazioni degli intervalli minori. A quel punto, le aliquote effettive si moltiplicano con aliquote marginali che vanno a zig zag. Se siete interessati il calcolo non è difficile. Questo avviene per quanto riguarda l'IRPEF.
Passiamo all'aspetto più ambizioso del provvedimento, cioè l'articolo 4 che modifica l'imposta sul reddito delle società: si compie essenzialmente un'operazione a favore dei gruppi, in particolare dei grandi gruppi. Ciò non è sorprendente, signor Presidente, perché - come tutti sanno - l'articolo 4 non è stato scritto dal ministro Tremonti né dagli uffici del Ministero, ma dal responsabile tributario di uno dei più grandi gruppi italiani: anche questo ha un suo significato. La tassazione dei gruppi sicuramente non è inutile anche se in Italia non era stata fatta fino adesso perché il sistema vigente era più favorevole ancora di una tassazione dei gruppi: era ugualmente flessibile, aveva gli stessi effetti e le imprese non avevano mai insistito a tale proposito. Anzi, era stato chiesto loro se volevano una tassazione di gruppo, possibile fonte di semplificazioni, ed avevano risposto di no.
La tassazione di gruppo può essere utile, ma qui vi è una peculiarità che è molto discutibile. Nei paesi civili dell'OCSE, salvo la Germania alla quale ci siamo ispirati, si parla di gruppo quando vi è una partecipazione tra una società madre e una società figlia che varia tra l'85 e il 99 per cento (in alcuni casi il 100 per cento). Una partecipazione al 50 per cento è invece anomala e crea grossi problemi; lo dissi fin dall'inizio ma poi ho visto che nel dibattito è cominciato a venir fuori il problema dei soci di minoranza (di chi sono infatti i crediti di imposta dei quali beneficerà la holding? E perché un socio di minoranza di una controllata deve dare i suoi soldi per ridurre i debiti di imposta della holding? Ritengo non vi sia
alcun motivo al riguardo). Vi sono dunque delle ragioni serie per cui tale scelta è discutibile.
Detto ciò, una scelta sul consolidato può essere utile o superflua, ma non è questo il punto, così come non lo è l'abolizione del credito di imposta nei rapporti intrasocietari. Si può dare un credito di imposta pieno e stabilire l'esenzione dalla tassazione. Dal punto di vista dell'incidenza, la scelta è irrilevante, ma nella situazione di disordine internazionale attuale può darsi anche che sia preferibile per i gruppi avere l'esenzione dalla tassazione ma non necessariamente l'abolizione del credito di imposta. Però quando poi questo meccanismo si estende a tutto il resto, vengono fuori dei pasticci, per esempio nei rapporti (di tassazione) fra persone fisiche che sono soggetti percettori di dividendi e persone fisiche che sono soggetti percettori di altri redditi da capitale, come dirò più avanti.
Quando poi si dice che la non tassazione dei dividendi implica la non tassazione delle plusvalenze nei gruppi, si fa un salto logico, perché non è affatto così. Si tratta di un aspetto molto negativo e molto serio, tanto più che crea disparità di trattamento. Le piccole società per azioni (quelle che non sono organizzate in gruppo) vengono danneggiate, così come vengono penalizzate le riorganizzazioni dei gruppi, perché in parte beneficiano del sistema di gruppo, in parte sono sottoposte a tassazione piena nel caso di emersione di plusvalenza, laddove soltanto le minusvalenze realizzate all'interno di un gruppo sono compensabili (mentre le minusvalenze che realizza l'impresa minore non sono più deducibili). Vengono quindi fuori un insieme di problemi, di difficilissima gestione, che creano disparità di trattamento ed inefficienza economica.
Inoltre, vi è di nuovo una divaricazione nel costo di capitale, fra capitale proprio e capitale di debito. Infatti, mentre, da una parte, aumenta la tassazione sui profitti, per i motivi che sto dicendo (tant'è che questa parte della delega dà gettito), dall'altra parte si riduce la tassazione sui redditi da capitale a livelli da paradiso fiscale del 12,5 per cento per tutti. Quindi, a quel punto, cosa si deve fare? Invece di fare un fisco neutrale, si deve mettere un divieto alla deducibilità degli interessi, che rappresenta l'alternativa inefficiente alla neutralità fiscale (che era perseguita dal sistema precedente, nel quale, una volta che l'aliquota sui redditi da capitale fosse arrivata al 19-20 per cento - quindi uguale all'aliquota base DIT -, ne risultava un sistema fiscale assolutamente neutrale, a prova di bomba; basta leggere la letteratura scientifica in proposito). Qui invece si allarga la forbice e poi si pone il divieto; divieto che in Italia è molto pericoloso perché il rapporto tra capitale proprio e capitale di debito è enormemente più alto rispetto a quello di altri paesi, dato che le nostre imprese sono più fragili. Di nuovo, quindi, si creano problemi seri soltanto per cambiare.
Ancora, qui vi è una discriminazione tra grandi e piccole imprese; infatti, una piccola impresa organizzata nella forma della società per azioni - a parte il fatto che adesso si può applicare un sistema di trasparenza nella tassazione - dovrebbe essere assoggettata all'aliquota del 33 per cento e non a quella del 23 per cento. Il che significa che l'intenzione del Governo è quella di spingere le piccole imprese ad organizzarsi nella forma di società di persone, perdendo il beneficio della responsabilità limitata, cosa che dubito le imprese faranno.
Dunque, attraverso questa delega, vi saranno nuove distorsioni ed inefficienze, forte aumento delle tasse per tutto il sistema della media impresa italiana e rilevante beneficio per alcuni grossi gruppi.
In materia di imposta societaria, prima di questa riforma, avevamo, in Europa, l'aliquota media marginale effettiva più bassa, dunque avevamo creato un sistema che dava gettito - mentre adesso il gettito crolla - e che incentivava l'investimento, l'accumulazione e la competitività. Infatti, tassare le imprese, come ha fatto il Governo in questa fase, è quanto di più stravagante si possa immaginare.
Per quanto concerne il reddito da capitale, si unificano le aliquote a quella più bassa invece di unificarle a livello alto e viene meno ogni uniformità di prelievo - nonostante l'aliquota unica - perché si crea nuovamente la differenza tra interessi e dividenti, tra diverse forme di gestione e intermediazioni, favorendo il risparmio gestito rispetto a quello amministrato e creando, dunque, disparità di trattamento e cunei fiscali molto diversi, che daranno luogo ad arbitraggi fiscali e a processi di elusione, esattamente quelli che si erano quasi eliminati con le precedenti riforme. E la difformità di trattamento deriva, da un lato, dall'abolizione della DIT e del credito di imposta e, dall'altro, dalla riforma dell'imposta societaria. Quindi, se viene meno l'uniformità di trattamento del sistema, viene meno anche l'equità del sistema.
L'affermazione - già resa un anno fa, ma tuttavia non creduta - che la riduzione dell'aliquota sui depositi bancari e su una serie di cespiti dal 27 per cento al 12,5 per cento avrebbe portato ad un peggioramento della distribuzione del reddito è assolutamente inconfutabile. Infatti, anche i depositi e quei prodotti finanziari sono più concentrati nella parte alta della distribuzione.
Dunque, vi è un'iniquità per disparità di trattamento a parità di reddito e un'altra iniquità perché la progressività complessiva del prelievo si riduce, abbassandosi l'aliquota sulla tassazione dei redditi da capitali, che sono i redditi tipici delle classi abbienti.
Mettendo insieme tutti questi elementi, emerge in modo inequivocabile che l'operazione che si sta ponendo in essere, con l'imposta personale, con l'imposta societaria e con l'imposta sui redditi da capitale, è quella di detassare i ricchi e, a parità di gettito, tassare di più i poveri. In particolare, emerge un'attenzione molto forte al capitale finanziario e ai gruppi; infatti, coloro che beneficiano sono le banche e i percettori di capitale.
Dunque, si capisce perché il Governo, al di là delle quote latte, ponga il veto sulla direttiva sul risparmio. D'altra parte, la direttiva sul risparmio implica un'aliquota minima che è il doppio rispetto a quella adottata in questo caso. Siamo di fronte ad un esecutivo che basa la sua politica sul segreto bancario, applicato persino alle dichiarazioni integrative per il condono.
Vedo che il sottosegretario non è d'accordo sulle cose che sto dicendo. Signor sottosegretario, lei può non essere d'accordo, faccia uno sforzo non dico di onestà intellettuale - non è questo - ma di analisi; lei ha gli strumenti per capire tali aspetti, perché il suo mestiere è quello del consulente fiscale. Allora, ciò che succede è esattamente questo.
PRESIDENTE. Concluda, onorevole Visco.
VINCENZO VISCO. Sto per concludere, Presidente. Stavo dicendo che è esattamente questo. Mettete insieme le cose e ottenete questi risultati. In particolare, sui redditi da capitale ciò deriva dalla riduzione dell'aliquota al 12 per cento, dallo spostamento della tassazione delle plusvalenze dal maturato al realizzato e dal differimento di tassazione per le gestioni collettive.
Infine, abbiamo gli altri due aspetti importanti di questa riforma: l'imposta sui servizi e la cosiddetta accisa. Su questi aspetti non c'è alcun indirizzo in termini di delega, per il semplice fatto che non ci può essere. Il relatore ha ricordato la storia delle cento tasse. In Italia le imposte sono sette o otto; molte sono già state eliminate in precedenza. Nel suo libro, Tremonti è arrivato a cento, perché ha considerato ogni singola voce dell'imposta di registro e dell'imposta di bollo come un'imposta autonoma. Adesso, fa l'operazione opposta. Prende l'imposta di registro, l'imposta di bollo, le concessioni governative e via dicendo e dice: facciamo un'unica imposta che chiamiamo imposta sui servizi. Poi, le cose resteranno come sono, perché i presupposti di queste imposte sono diversi e non conciliabili. La gestione amministrativa è diversa: un conto è un registro, quando si compra e si vende un cespite, e altro conto è una carta
da bollo. Come pensate di metterle insieme? State prendendo in giro la gente e voi stessi.
PRESIDENTE. Grazie, onorevole Visco. La mia marca da bollo è precisa.
VINCENZO VISCO. Presidente, mi consenta di svolgere soltanto un'ultima considerazione.
PRESIDENTE. L'ultima!
VINCENZO VISCO. Le vostre semplificazioni sono quelle per cui i pensionati, invece di pagare le imposte dovute ogni mese, ne pagheranno di più per dodici mesi. Alcuni avranno un conguaglio il tredicesimo mese; altri dovranno fare la dichiarazione. Un'insipienza amministrativa così non si era mai vista. Su questi aspetti, un tempo cadevano persino i Governi. Adesso, signor Presidente, siamo in una situazione di rassegnazione. Però, queste cose la gente se le ricorda. Non riuscirete a convincere un pensionato che per dodici mesi ha pagato di più e che, poi, nel tredicesimo mese sarà compensato. Ciò che gli rimane nella memoria infatti sono i dodici mesi. (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Nannicini. Ne ha facoltà.
ROLANDO NANNICINI. Signor Presidente, l'ultimo intervento ha espresso un contenuto significativo rispetto ai primi moduli di attuazione della riforma. Però, mi vorrei soffermare su un aspetto fondamentale: sul momento in cui è stato scritto questo testo. Il testo è stato rivisto e discusso in Commissione alla Camera e poi in Senato. Però, è stato scritto nel periodo dei cento giorni, vale a dire nel periodo della facilità, dei miracoli, dell'aumento del prodotto interno lordo del 3 per cento. I primi parametri di discussione del documento di programmazione economica e finanziaria per il triennio 2001-2003 e anche per i successivi parlavano di aumento del prodotto interno lordo del 3 per cento.
Dunque, fu pensata una manovra che aveva questo in testa: lo Stato italiano avrebbe avuto più risorse, grazie all'aumento del prodotto interno lordo; quindi, era giusto restituirle ai cittadini attraverso un procedimento di riforma fiscale. La restituzione era incentrata, essenzialmente, su alcuni punti. La battaglia è stata chiara sull'IRAP, perché il centrodestra da sempre, sia prima delle elezioni sia successivamente, ha fatto dell'imposta regionale per le attività produttive un suo cavallo di battaglia. Poi, mi soffermerò sull'argomento.
Sono 40.800 miliardi di vecchie lire che, essenzialmente, vanno a finanziare i servizi nel settore sanitario. In più la battaglia seria dell'aliquota del 45 per cento, ossia le alte aliquote delle 5 attuali che non facilitano il cittadino nell'andare a produrre reddito, in altre parole lo scoraggiano nel lavoro. Questa è la mentalità in cui è nato il processo di riforma, almeno per gli articoli 3 e 8.
Sull'articolo 4, quello sul capitale e su imprese, mi sembra ci sia stata una chiarezza di delega, ossia da che parte si sta. Quindi, si è deciso di abbassare notevolmente la tassazione sul capitale, favorire il gruppo - anche se su alcuni aspetti non è giusto farlo, in ogni caso con una mentalità molto precisa e attenta a risolvere dei problemi anche precisi.
Nelle altre parti, invece, c'è un eccesso di delega perché non c'è la stessa precisione. Sull'imposta dei servizi non si pensa di unificare le cento imposte, perché se ne citano sei - vi risparmio di leggerle -, e c'è troppa differenziazione su questo punto. Per quanto riguarda l'IVA e le accise, si parla di non duplicazione e ci si dimentica, tra l'altro, che la totale eliminazione di essa nell'ambito europeo è un indirizzo che costerebbe 14 mila miliardi di lire, mentre d'altra parte si danno degli indirizzi territoriali qui e là.
In ogni caso, la mentalità è questa e nel dicembre del 2001 si diceva con una campagna elettorale vinta che lo Stato non
funziona, lo Stato è troppo caro rispetto ai servizi che ci dà, quindi, dobbiamo necessariamente redistribuire il reddito attraverso lo strumento della tassazione e dobbiamo restituirlo alla parte del paese che - lo dico tra virgolette - è «più attiva» ed ha paura di lavorare perché è troppo tassata dal momento che ha aliquote troppo alte.
Questo castello è completamente crollato, perché siamo andati a finanziare il primo modulo dei redditi medio-bassi attraverso una legge di condono: vediamo come poi si sosterrà nel 2004 il primo modulo di riforma fiscale. Siamo andati a sostenere in ordine all'IRAP che questa si abolirà in quarant'anni, perché nel primo modulo di attuazione IRAP della legge finanziaria per il 2003, sono mille i miliardi di lire messi a disposizione dell'operazione che tutti conoscono come quella della diminuzione della detrazione dei duemila euro fino a 5 dipendenti, ma anche altri elementi di detrazione per l'autotrasporto o altro ancora, senza andare oltre. Quindi, se andiamo avanti nell'eliminazione dell'IRAP, come nel primo modulo che ci ha dato la legge finanziaria, occorrono quarant'anni per arrivare all'obiettivo dell'articolo 8.
Quello che è più grave è relativo all'articolo 3 e al primo modulo perché in esso ancora si sostiene l'esigenza di aliquote del 23 e del 33 per cento. Guardate che è bassa la differenza tra 23 e 33 per cento, perché si può anche lavorare con due aliquote quando queste hanno una loro differenziazione. Si può discutere del 20 e del 38 o 39 per cento, ma matematicamente le aliquote del 23 e del 33 per cento vi costringeranno alle cose fatte quest'anno con una no tax area, in questo caso variabile. Inoltre, lo avete visto sui pensionati perché alcuni di essi pagheranno circa da 100 a 150 mila lire di tasse in più al mese e gli saranno restituiti in tredicesima e saranno costretti a fare, in base alla norma di salvaguardia, la denuncia per recuperare i denari pagati in più. Tuttavia, avete avuto la necessità di far sì di avere, anche nel modulo di anticipazione, perlomeno per le quote di reddito che riguardano la no tax area, che crediamo sia variabile sui 30 mila euro, visto il meccanismo di cui alla formula dell'articolo 2, tre aliquote, ossia quelle del 23, 29 e 31 cento, con una no tax area decrescente visto l'elemento di formula e con le complicazioni che si sono verificate.
Per quanto riguarda l'anticipazione della riforma per i redditi medio-alti (che si attua portando l'aliquota dal 45 per cento al 33 per cento) ci siamo resi conto che per quanto concerne la maggioranza dell'onere dei 40 mila miliardi a regime - relativa alla riforma che intende introdurre le due aliquote del 23 e del 33 per cento -, il 60-70 per cento sarà beneficiato da coloro che hanno redditi alti? Essi infatti, anche se rappresentano il 10-15 per cento dei contribuenti, influiscono molto sulle entrate in termini percentuali. In una situazione economica di questo tipo come si potrà sostenere, oltre alla diminuzione dell'IRAP e all'eliminazione dell'IVA sulle accise (che costano 110 miliardi) un altro modulo di riforma fiscale? Infatti l'incremento del prodotto interno lordo non è più quello pensato a dicembre, ma è quello reale, relativo alla congiuntura internazionale, che non va oltre lo 0,5- 0,6 per cento.
In questa fase sarebbe molto corretto ricercare moduli di attuazione della riforma sulle cose che interessano e servono realmente al paese. Per quanto riguarda l'elemento fondamentale di tassazione delle imprese è chiaro che nel 2003-2004, senza decreti collegati al provvedimento in esame, le stesse, finita la Tremonti, pagheranno più tasse rispetto al 2001. Perché non vogliamo incentivare la tecnologia e la ricerca? Vi è sempre l'esigenza di fare alla svelta e questo lo denunciamo anche se, forse, non ci riesce di farlo con forza. Prima delle elezioni primaverili del 2003 vi è l'esigenza di rassicurare i cittadini e di comunicare alla televisione che vi saranno solo due aliquote fissate al 23 ed al 33 per cento. Vi è l'esigenza di affermare che l'IRAP verrà eliminata senza costi di alcun tipo per i cittadini, con ciò causando gravi sofferenze alla finanza delle regioni e degli enti locali.
Si sventola la bandiera della riduzione delle tasse senza chiedersi se l'imposizione fiscale è corretta rispetto alla qualità dei servizi: è questo il tema che dovrebbe affrontare un Governo, un Parlamento, poiché dobbiamo incidere sulla qualità e sull'andamento dei servizi. Non bisogna dare solo per scontato che gli elementi di restituzione di reddito possano consentire il miglioramento della qualità dei servizi. Infatti chi percepisce un reddito medio-alto può anche permettersi - vedendosi applicata l'aliquota del 33 per cento - di pagare alcune prestazioni che, invece, non saranno accessibili a coloro che percepiscono un reddito basso. Inoltre anche coloro che percepiscono un reddito medio-alto saranno costretti ad assicurarsele. Non ci si sofferma mai infatti sul costo di una malattia o di un intervento cardiochirurgico; non si fanno mai presenti i costi che il settore sanitario deve sopportare per alcuni interventi di emergenza, di pronto soccorso. Se si prosegue sulla strada della riduzione del prelievo fiscale, che va a premiare i redditi medio alti, ci troveremo in serie difficoltà per quanto riguarda la gestione dei servizi.
So benissimo che all'interno della maggioranza vi sono diverse culture, diverse sensibilità rispetto ai problemi degli enti locali e delle regioni.
Tuttavia, non venite a dirci tutti gli anni che si perverrà alla soluzione del problema e si darà attuazione agli articoli della Costituzione (mi riferisco agli articoli dal 117 al 119), essenzialmente con riferimento alla possibilità di entrate proprie degli enti locali.
In merito all'articolo 3 della legge finanziaria, ho presentato un interrogazione in Commissione, ma, signor sottosegretario, abbiamo ricevuto una risposta incerta, senza essere informati sui tempi. Il comma b) dell'articolo 3 della legge finanziaria era scritto bene perché affermava che entro gennaio o entro marzo o aprile si sarebbero dati indirizzi alla Commissione ed al Parlamento per attuare l'articolo 119 della Costituzione. Siamo alla fine di marzo e non sappiamo ancora se sia stata costituita l'alta commissione e chi discuterà in merito all'attuazione dell'articolo 119. Riflettiamo sul collegato fiscale e vediamo se si è avuta la forza di applicare l'articolo 9 e di affermare che le entrate che spettano agli enti locali finalmente andranno direttamente agli enti locali stessi; per quanto riguarda l'IRPEF, se vi è una addizionale regionale deve spettare all'ente locale che ne è titolare. Ciò nasce dalla sensibilità di chi conosce la realtà delle cose, ma è corretto anche in quell'articolo introdurre la previsione che gli enti locali debbano avere una certezza di entrata annuale per promuovere gli investimenti; non so di quale regione siete, ma almeno in Toscana gli investimenti anche per quanto riguarda le infrastrutture trovano una forte partecipazione finanziaria dei comuni, delle province e delle regioni.
Senza entrate certe, con l'eliminazione della possibilità di introdurre le addizionali, senza capire quali sono le entrate di tutti gli anni per quanto riguarda gli enti locali, è difficile impostare gli investimenti e la gestione dei servizi. Pertanto, questo Governo su tale aspetto è molto in ritardo.
Signor sottosegretario, rifacendomi alla sua sensibilità, perché appartiene ad una forza che è nata, diciamo così, anche su tali temi, le chiedo di essere coerente rispetto alle enunciazioni che si inseriscono nei provvedimenti della Repubblica italiana e di battersi perché si arrivi alla costituzione dell'alta commissione per non giungere ad una legge finanziaria nella quale si parla solo di entrate perenni o permanenti, come avete affermato nella lettera s) dell'articolo 4, del presente provvedimento, decise annualmente. Questo non è un sistema di funzionamento di uno Stato che deve avere una certa sensibilità rispetto alla gestione da parte degli enti locali.
L'ultima riflessione è la seguente: il nostro voto contrario è collegato anche alle affermazioni che abbiamo espresso all'inizio dell'avvio della riforma: a nostro avviso, si tratta di una riforma manifesto che non ha analizzato le condizioni reali del paese. Ci appelliamo affinché riflettiate sulle condizioni economiche del paese e affinché non cambiate ogni volta le normative
sulle entrate (rappresentano uno dei provvedimenti fondamentali che si pone in rapporto forte tra cittadini e lo Stato) con riferimento ad alcuni aspetti di diritto generale dei contribuenti. Ci vorrebbe un'enciclopedia; avevate promesso testi unici in proposito, codici fiscali unici che il cittadino potesse comprendere immediatamente.
Dopo il lavoro compiuto dai Governi del centrosinistra, avete creato una condizione di marasma tale che si arriva anche a punire chi non fa i condoni; si inserisce, inoltre, nella delega, all'articolo 2, il riferimento alla legge n. 212 del 2000 e nei confronti dei soggetti che non fanno il condono, in base alla legge finanziaria (dall'articolo 7 all'articolo 9), invece di rivedere i tributi per cinque anni pregressi, si prevede che si portino a 7. Anche questo lo avete fatto nel momento che si procede alla delega ed invece di fare in modo che i cittadini abbiano fiducia nel fisco, con riferimento al rapporto tra il cittadino e lo Stato, ogni volta individuate soluzioni momentanee per risolvere il problema delle entrate dello Stato che favoriscono alcune categorie, senza risolvere gli aspetti negativi e strutturali dell'economia del paese, anche con riferimento alla sua necessità di ripresa.
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali nelle modifiche introdotte dal Senato.
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