Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 280 del 13/3/2003
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TESTO AGGIORNATO AL 17 MARZO 2003


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CONSIDERAZIONI INTEGRATIVE DELLA DICHIARAZIONE DI VOTO DEL DEPUTATO PATRIZIA PAOLETTI TANGHERONI SULLE MOZIONI RELATIVE ALLE INIZIATIVE PER CONTRASTARE LA PRATICA DELL'INFIBULAZIONE

PATRIZIA PAOLETTI TANGHERONI. Signor Presidente, ministro, onorevoli colleghi, la mozione che oggi siamo chiamati a votare, riformulata accogliendo spunti e suggerimenti pervenuti in sede di discussione, chiede al Governo un impegno per sostenere quelle donne che intendano sottrarsi all'infibulazione.
L'infibulazione è una della più devastante delle mutilazioni genitali praticata prevalentemente in Somalia a Djibuti, nel Sudan del Nord, in alcune parti dell'Etiopia, in Egitto e nel Mali; le mutilazioni sessuali sono praticate in 40 paesi del mondo, secondo le stime dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, e riguardano circa 130 milioni di donne.
Già nel 1997 l'Organizzazione Mondiale della Sanità l'Unicef e il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione hanno disposto una dichiarazione comune per decretare come «universalmente inaccettabili» le mutilazioni sessuali femminili.
Questa dichiarazione si inserisce in un dibattito non di poco conto, relativo al rispetto delle culture accogliendone i contorni. Infatti, sebbene si riconosca che tali pratiche siano profondamente ancorate alle tradizioni locali, la dichiarazione afferma che la cultura non deve essere ritenuta come assolutamente immutabile, ma che essa deve considerarsi sempre aperta a trasformazioni ed adattamenti.
La dichiarazione si compone di sei capitoli che, partendo dall'affermazione che esistono dei diritti fondamentali di ciascun individuo, analizza le differenti modalità delle Mutilazioni sessuali femminili, esamina i dati statistici relativi al fenomeno, i rischi di varia natura per la salute psicofisica delle donne per giungere infine alla conclusione di una totale riprovazione delle mutilazioni sessuali.
La posizione chiara dei tre organismi internazionali si espose coraggiosamente al rischio di essere considerata come etnocentrica.
A questo proposito, mi pare significativo ricordare che, diciassette anni prima nella riunione delle ONG femminili tenutasi a Coopenhagen (1980), il termine «mutilazione» attribuito a tali pratiche fu rifiutato proprio dalle donne africane, le quali consideravano da una parte offensivo il termine in sé e dall'altra che si trattasse di una questione che dovesse essere affrontata ed eventualmente risolta partendo dall'interno del mondo femminile africano.
Si evince dunque che esiste la posizione universalista che si richiama ai diritti fondamentali dell'individuo, in questo caso propugnata dai tre organismi internazionali a cui si oppone il relativismo propugnato dalle esperte africane convenute a Coopenhagen, ma signor Presidente, signor ministro, onorevoli colleghi forse si può dire si opponeva poiché si trattava del 1980.
Possiamo forse affermare con ragionevole certezza che oggi qualcosa è cambiato poiché, oltre alle posizioni assunte dalle agenzie dell'ONU ed oltre alle dichiarazioni dei leadears religiosi islamici e cristiani che stigmatizzano tali pratiche come contrarie ai dettami delle rispettive dottrine, esiste una coscienza critica che si è andata formando nelle nuove generazioni.
Esistono le 100 ragazze rifugiatesi nella chiesa in Kenia, esistono le 700 altre pronte a lasciare le loro famiglie pur di sottrarsi a tale brutale mutilazione. Queste giovani testimoniano che la cultura tradizionale sta trasformandosi e, se non si dimostrerà pronta ad accogliere le istanze di cambiamento in atto sarà destinata a sclerotizzarsi.
Questo signor Presidente, ministro, onorevoli colleghi, riguarda il quadro teorico culturale del problema che ha una valenza pesantemente concreta.
Ora che la situazione è in evoluzione possiamo, dobbiamo, dare delle risposte proprio sul piano della concretezza.
In un'ottica di concreta cooperazione allo sviluppo dei paesi toccati da tale fenomeno, è opportuno ricercare tutte le strade per consentire a quei soggetti che lo desiderano di potersi sottrarre a tale orribile tortura.
Per quanto riguarda l'Italia, è già in atto l'iter parlamentare di un provvedimento, già approvato unanimemente presso la Commissione giustizia del Senato, che prevede una modifica del nostro codice penale perseguire con una pena da sei a 12 anni chiunque esegua una mutilazione sessuale, se poi a subire la mutilazione è una minore la pena può essere elevata di un terzo.
In Italia la situazione potrà presto considerarsi sufficientemente sotto controllo.
Si tratta allora, e la mozione proposta riguarda questo aspetto, di dare sostegno a tutte quelle giovani che si trovano nei loro paesi e dove anche in presenza di una normativa chiara, come nel caso del Kenya, non riescono proteggersi da tale sevizia.
Per questo chiediamo che in primo luogo siano intensificati i programmi di sensibilizzazione e informazione per tutta la popolazione.
Non bisogna mai dimenticare, infatti, che sono le madri e le nonne delle ragazze e delle bambine a pretendere che su queste sia praticata la mutilazione, pensando di agire per il bene delle loro figlie o nipotine.
Una opportuna informazione potrebbe quindi ridurre notevolmente l'incidenza del fenomeno.
Inoltre, occorre assistere le ragazze che intendono ribellarsi prevedendo anche l'appoggio di legali per fare valere i loro diritti nel caso che la normativa del paese vieti l'infibulazione.
Conformemente ad una formula di accoglienza ampiamente utilizzata e ormai codificata tra gli organismi internazionali di assistenza, consistente nell'organizzare siti di accoglienza per persone che necessitano di trovare protezione in caso di calamità naturali, di guerre civili e di altri eventi straordinari, si chiede di valutare l'opportunità, certamente in accordo con tutti i soggetti implicati dalle autorità locali, agli organismi internazionali di creare dei siti di accoglienza proprio per le donne che voglio sfuggire all'infibulazione.
Si tratta di una proposta concreta e certamente quella che può riguardare il maggior numero di ragazze sostenute nei loro paesi, nei loro villaggi a cui si fornisce realmente la possibilità di sfuggire all'infibulazione.
Per concludere, signor Presidente, ministro, onorevoli colleghi, fuori da schemi che riconducono al relativismo e all'universalismo al di là di ogni dogmatismo tradizionalista o modernista, credo sia qui importante ricordare l'articolo 3 della dichiarazione dei diritti dell'uomo approvato dall'Organizzazione delle Nazioni Unite nel dicembre del 1948, quando ancora gli orrori dell'ultimo conflitto mondiale erano vicini e ben impressi nella memoria di ciascuno. Esso così recita: «Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona».

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