Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 280 del 13/3/2003
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(Intervento delle forze dell'ordine nel centro di permanenza temporanea di Bologna - n. 2-00668)

PRESIDENTE. L'onorevole Titti De Simone ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00668 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 9).

TITTI DE SIMONE. Signor Presidente, abbiamo rivolto alcune domande precise al Governo, in questo caso al ministro dell'interno, in seguito ad un fatto avvenuto nella notte di domenica 2 marzo scorso all'interno del centro di permanenza temporanea di Bologna sito in via Mattei. Si tratta di questo. Dei reparti di polizia sono intervenuti all'interno della struttura a seguito di un tentativo di fuga da parte di due, cosiddetti, ospiti del centro. Questo intervento delle forze dell'ordine ha causato a una decina di ospiti del centro una serie di contusioni e di ferite alla testa, al torace, alla schiena e alle braccia di una certa gravità, considerato che per alcuni di essi è stato necessario ricorrere al ricovero presso il pronto soccorso di Bologna. Altre persone coinvolte in questi fatti sono state - praticamente gran parte degli ospiti del reparto maschile - curate dal presidio medico all'interno della struttura.
Per accertare le condizioni delle persone coinvolte in questo vero e proprio pestaggio, la sottoscritta insieme alla deputata


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dei Democratici di sinistra Katia Zanotti qui presente, con me, hanno visitato la struttura a circa 48 ore dopo l'avvenuto e hanno potuto verificare direttamente quali fossero le condizioni degli operatori della Croce rossa, che è l'ente preposto alla gestione di questo centro di permanenza, e le condizioni dei feriti, tra i quali una donna. Nel corso di questo sopralluogo da noi svolto, emergevano in modo inequivocabile le tracce del violento scontro avvenuto nella notte di domenica 2 marzo. Infatti, sul pavimento dei reparti maschile e femminile erano ancora evidenti le macchie di sangue che erano state, appunto, causate dal pestaggio delle forze dell'ordine. Risulta che precedenti tentativi di fuga o situazioni di tensione all'interno della struttura di via Mattei siano in passato rientrati in ragione dell'intervento, equilibrato e attento, degli operatori della Croce rossa preposti al servizio.
Di fronte a questi avvenimenti che hanno in noi creato una certa preoccupazione, vista la situazione di tensione già esistente all'interno di quella struttura e che gli interventi di questa natura rischiano di alimentare, noi chiediamo al Governo quali iniziative intenda assumere al fine di accertare l'operato delle forze di polizia di domenica 2 marzo 2003 all'interno della struttura di via Mattei. Inoltre, vorremmo sapere per quali ragioni le medesime forze siano intervenute all'interno della struttura, in deroga alla convenzione stipulata con la Croce rossa, e se l'utilizzo della forza corrisponda ad indicazioni precise degli organi ministeriali. Infine, alla luce di quanto avvenuto, che dimostra ancora una volta in modo inequivocabile la funzione meramente carceraria di queste strutture - del resto peggiorate ulteriormente con l'entrata in vigore della normativa sull'immigrazione, la cosiddette legge Bossi-Fini - vorremmo sapere se il Governo non ritenga quindi necessaria e urgente una valutazione di merito profonda che vada verso una loro rimessa in discussione. Il mio gruppo in particolare e molti parlamentari sono qui dell'idea che si debba proprio parlare di una chiusura di questi centri di permanenza temporanea che sono divenuti, per eccellenza, il luogo della sospensione di diritti fondamentali delle persone e il luogo dell'oscuramento dei principi della legalità che noi crediamo debbano essere, appunto, universali sul nostro territorio e nel mondo.

PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per l'interno, onorevole Mantovano, ha facoltà di rispondere.

ALFREDO MANTOVANO, Sottosegretario di Stato per l'interno. Signor Presidente, onorevoli deputati, il 2 marzo 2003, intorno alle 22, una pattuglia dei carabinieri in servizio di vigilanza lungo il perimetro del centro di permanenza temporanea di Bologna si accorgeva del tentativo di fuga di due stranieri ospiti della struttura che erano riusciti a scavalcare la recinzione.
I militari, bloccati i due fuggitivi, azionavano immediatamente il sistema d'allarme per richiamare l'attenzione degli altri colleghi. A quel punto un folto gruppo di extracomunitari del centro, approfittando del fatto che il personale di vigilanza era momentaneamente impegnato nello sventare il tentativo di fuga, ha provato, a sua volta, a scavalcare la recinzione, mentre altri, dall'interno della struttura, hanno cominciato un fitto lancio di oggetti di varia natura all'indirizzo delle forze dell'ordine sopraggiunte nell'area esterna. L'arrivo del personale di rinforzo induceva però gli stranieri a desistere dall'allontanamento in massa mentre continuava, anzi si intensificava, il lancio di oggetti contro gli operatori di polizia bersagliati anche dalle tettoie della struttura con bottiglie piene, sacchi pieni colmi di immondizia, bidoni per rifiuti, pezzi di grondaia in ghisa smantellati, rubinetteria divelta e quant'altro fosse possibile procurarsi all'interno del centro, danneggiando e devastando.
Per meglio comprendere l'entità dell'episodio preciso che al momento del fatto nella struttura bolognese erano ospitati 65 stranieri, di questi all'incirca 40 hanno avuto parte attiva negli incidenti. Nonostante


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la tensione avesse raggiunto livelli elevati sia l'ispettore della polizia di Stato responsabile del pronto intervento sia il personale della Croce rossa in servizio all'interno della struttura hanno tentato, ripetutamente, di riportare la situazione alla calma senza ricorrere alla forza, cercando invano un dialogo con i facinorosi. Falliti questi tentativi e continuando le azioni di danneggiamento il caposquadra della Croce rossa italiana, ricevuta la segnalazione che alcuni stranieri erano riusciti ad accedere alle cucine, richiedeva l'intervento del nucleo di pronto intervento della polizia di Stato, nella considerazione che la situazione non era più governabile e rischiava di mettere in pericolo l'incolumità degli stessi operatori della Croce rossa. Solo a questo punto, e dunque per iniziativa della Croce rossa, le forze dell'ordine - un nucleo composto da otto operatori - entravano all'interno del centro ancora sotto un fitto lancio di oggetti; nel frangente un pezzo di ghisa pesante ed acuminato colpiva violentemente al capo l'ispettore responsabile del nucleo, il quale non ha subito lesioni di particolare gravità soltanto perché indossava il casco protettivo. Mi rendo conto che ciò possa interessare relativamente, ma anche quest'ultimo fatto rientra nella descrizione di quanto è accaduto.
L'intervento delle forze dell'ordine, assolutamente indispensabile nella circostanza per evitare ulteriori conseguenze, consentiva di portare la situazione a normalità. Successivamente, alcuni degli ospiti si sono presentati all'infermeria del centro adducendo di essere rimasti contusi a causa dell'intervento delle forze dell'ordine e solo la mattina seguente due stranieri richiedevano l'accompagnamento al pronto soccorso di un ospedale cittadino. Due agenti della polizia di Stato colpiti da corpi contundenti sono stati accompagnati la sera stessa al più vicino ospedale avendo riportato lesioni giudicate guaribili in sei e in sette giorni. Dell'intera vicenda è stata data tempestiva comunicazione all'autorità giudiziaria; in particolare, sono stati deferiti tre cittadini marocchini e due algerini per i reati di danneggiamento aggravato e lancio pericoloso di cose.
Venendo alla questione più generale, riguardante l'esistenza stessa dei centri di permanenza ed alle condizioni di trattamento garantite al loro interno, credo sia necessario operare una scelta. Delle due l'una: o - come mi pare emerga dall'intervento introduttivo - si contesta la stessa esistenza in vita dei centri di permanenza temporanea, o si contestano le modalità della loro gestione. Se il problema riguarda i centri di permanenza in sé considerati, è superfluo ricordare che la legge n. 40 del 1998 - nota come legge Turco-Napolitano sull'immigrazione -, sul punto è stata solo parzialmente modificata dalla legge n. 189 del 2002 - la cosiddetta Fini-Bossi -; chi entra clandestinamente, a meno che non abbia i requisiti per l'asilo, o non vi siano fondati motivi umanitari, va allontanato dal territorio nazionale con riaccompagnamento nel paese di provenienza.
Per fare questo è, però, indispensabile accertare l'identità del clandestino perché sia certa, di conseguenza, la provenienza dell'interessato e che lo Stato di provenienza non ponga ostacoli alla riammissione. L'indagine che viene svolta caso per caso punta, altresì, a far emergere eventuali altri elementi significativi per garantire al meglio tutte le posizioni che le normative internazionali tutelano. Questi accertamenti richiedono del tempo durante il quale chi è entrato clandestinamente deve essere posto nelle condizioni di non dileguarsi. Per tale motivo, da chi contesta i centri di permanenza temporanea ci si attende la franca ammissione che la sua posizione è la seguente: coloro che, al di fuori dei confini europei, desiderano entrare in Italia possono farlo liberamente, senza rispettare alcuna regola, senza limiti riguardanti le condizioni soggettive degli extracomunitari (disponibilità a lavorare, precedenti penali, pericolosità), con la conseguenza che nessun clandestino va espulso e che, anzi, va eliminata la stessa nozione di clandestinità. È un'opinione rispettabile che, tuttavia, presenta il limite di non essere condivisa né dal


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Governo né dal Parlamento italiani, i quali hanno deciso diversamente (non solo questo Governo e questo Parlamento, ma anche quelli della precedente legislatura).
Proponendo la legge Turco-Napolitano ed approvandola, il Governo ed il Parlamento, che, allora, aveva una maggioranza diversa da quella attuale, hanno predisposto ed approvato anche il sistema dell'espulsione, il meccanismo che consente il riaccompagnamento nel paese di provenienza e, quindi, anche la costituzione dei centri di permanenza temporanei. È più che naturale cambiare idea, ma è altrettanto naturale sorprendersi nel vedere, come avviene anche in questi giorni (la cronaca quotidiana lo svela), che esponenti politici, che non hanno contestato o comunque non hanno contestato così apertamente la legge Turco-Napolitano e addirittura ne sono stati promotori, oggi scendano in campo contro il meccanismo previsto proprio da quella legge; un meccanismo che la legge Fini-Bossi ha reso più efficace, senza intaccarne la dinamica.
A fronte della difficoltà di identificare con certezza una parte dei clandestini nel termine di 30 giorni, previsto dalla legge n. 40 del 1998, la legge n. 189 del 2002 ha esteso la durata massima della permanenza a 60 giorni; è una durata massima poiché l'identificazione può andare in porto con la fattiva collaborazione del paese di provenienza, anche dopo pochi giorni, sicché la permanenza nel centro cessa ed il clandestino viene riaccompagnato nello Stato di appartenenza.
Se, invece, il problema riguarda non la stessa esistenza dei centri di permanenza, ma le condizioni di trattamento al loro interno, chiunque, visitando i centri di permanenza italiani e centri analoghi presenti in altri paesi dell'Unione europea, potrà constatare che quelli italiani garantiscono standard di vita oggettivamente rispettosi della dignità delle persone ospitate e, peraltro, nettamente superiori a quelli degli altri paesi.
È assolutamente impropria l'assimilazione dei centri di permanenza temporanei a strutture di detenzione. I centri non hanno alcuno scopo afflittivo; al loro interno non vi è un regime carcerario; non sono istituti di pena, ma strutture il cui perimetro esterno è vigilato dalle forze di polizia. I loro ospiti possono colloquiare con l'esterno ed è possibile ricevere la visita, oltre che dei propri legali, dei propri familiari.
La concezione delle modalità di istituzione dei centri di permanenza temporanei corrisponde ad una trasparente e coerente politica di governo del fenomeno dell'immigrazione, condivisa e definita concordemente con gli altri partner dell'Unione europea. A nessuno viene consentito di introdursi occultamente nello spazio europeo, dal momento che coloro che ne hanno titolo, perché rispondenti ai criteri di integrabilità nel mondo del lavoro, possono farlo tranquillamente in modo palese, presentandosi apertamente, a meno che non vi siano ragioni di persecuzione o umanitarie che impongono l'applicazione delle apposite convenzioni internazionali. Come ricordavo, prima di eseguire l'espulsione degli stranieri presenti irregolarmente, è necessaria la loro identificazione e condizione indispensabile per l'identificazione è il trattenimento per il tempo strettamente necessario.
La capienza adeguata e la dislocazione capillare sul territorio dei luoghi ove effettuare il trattenimento sono, dunque, condizioni essenziali e necessarie per la realizzazione dell'espulsione.
Trattandosi di misure amministrative e delle loro modalità esecutive, all'interno dei centri viene attuato un trattamento non detentivo, come si diceva: ne sono ulteriori garanzie le organizzazioni cui viene affidata la gestione, come la Croce rossa o la Misericordia. Dal Ministero dell'interno vengono periodicamente monitorate le condizioni ambientali ed igienico sanitarie ed effettuate periodiche ispezioni da parte di funzionari dello stesso Ministero.

PRESIDENTE. L'onorevole Zanotti, cofirmataria, dell'interpellanza, ha facoltà di replicare.

KATIA ZANOTTI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei dire al rappresentante


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del Governo che non sono assolutamente soddisfatta della sua risposta, in primo luogo perché alle domande che avevamo avanzato con l'interpellanza in questione, - si trattava di domande precise -, non è stata data alcuna risposta.
In secondo luogo, la seconda parte del suo intervento era una valutazione di carattere politico circa i centri di permanenza temporanei, del tutto legittima, ma non credo che fosse questa la sede in cui lei doveva rappresentare le sue opinioni e le sue posizioni sui centri di permanenza temporanei. Se è così, infatti ritengo utile ed opportuno rappresentare le nostre opinioni sui centri di permanenza temporanea. Lo facciamo, onorevole sottosegretario, alla luce di numerose visite al centro di permanenza temporanea di Bologna, ancor prima che il centro aprisse. Questo perché riteniamo doveroso, alla luce della legge Turco-Napolitano e, soprattutto, alla luce della legge Bossi-Fini, verificare se questi centri, come dice la legge, consentano che lo straniero sia trattenuto nel centro con modalità tali da assicurare la necessaria assistenza ed il pieno rispetto della sua dignità. Ebbene: noi conosciamo bene il centro di Bologna, altri parlamentari spesso visitano gli altri centri di permanenza temporanea in Italia e ciò che viene previsto dalla legge non è assolutamente riscontrabile nella realtà di questi luoghi.
Si tratta prima di tutto di luoghi che sono completamente oscurati, come ricordava l'onorevole Titti De Simone. In questo senso, è persino paradossale, ma il carcere, struttura detentiva, è molto più trasparente. Nel carcere possono entrare ad esempio i consiglieri comunali, mentre nel centro di permanenza temporanea entrano solo parlamentari, e con qualche difficoltà, oltre ai consiglieri regionali.
Il centro di permanenza temporanea è un luogo che prevede un trattenimento per i reati di tipo amministrativo, mentre in realtà sono in una situazione di detenzione vera e propria. Peraltro, con la straordinaria e paradossale situazione per cui non sono definiti detenuti, perché tali non sono e non possono essere, e soprattutto, quando evadono, o tentano l'evasione, qualche volta riuscendoci, non è neppure possibile definirli evasi o trattarli come tali.
La natura quindi di questo luogo, dal punto di vista giuridico, è oscura e strana. Certo, si tratta di sospensione dei diritti, e sicuramente della sospensione di un diritto che è quello della libertà di movimento. Inoltre, la legge Turco-Napolitano prevedeva 30 giorni quale durata del periodo di trattenimento nel centro, mentre la legge Bossi-Fini lo ha esteso a 60 giorni. Quelli che entrano nel centro rimangono 60 giorni ed in ogni caso si è allungato decisamente e consistentemente, dopo l'approvazione della legge Bossi-Fini, il periodo di trattenimento nel centro. Spesso accade che, quando questi escono, dal momento che mancano in molti paesi relazioni formalizzate da trattati, per cui l'identificazione non avviene, non possono essere espulsi e vengono immessi nuovamente nel circuito della clandestinità e così ritornano nel centro temporaneo di permanenza.
È una situazione quindi, per alcuni, - lo abbiamo verificato a Bologna - paradossale di un circuito di reiterazione di ingressi dentro il centro di permanenza temporanea; quando si dice «temporanea», si prevede un passaggio nel centro per il tempo utile al fine di procedere all'identificazione ed invece non è più così.
Devo ancora aggiungere, onorevole sottosegretario, che si sta verificando una grave situazione. Noi parlamentari di Bologna abbiamo chiesto alla prefettura di poter disporre dei dati per ragionare meglio sul funzionamento del centro di permanenza temporanea. È molto difficile avere questi dati, (mentre è molto semplice averli per il carcere), ma, visitando il centro, abbiamo constatato che si sta determinando in maniera sempre più consistente una grave situazione.
Vi sono ospiti che giungono al centro permanenza temporanea dal carcere dopo che hanno finito di scontare il periodo di pena e vi rimangono perché l'amministrazione carceraria non provvede direttamente all'espulsione. Queste persone, che


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sono già state in carcere, naturalmente, nel momento in cui finiscono di scontare la pena, si aspettano anche di poter godere di una certa libertà di movimento e questo scatena inevitabilmente delle situazioni di tensione. Credo che la vicenda del 2 marzo sia esplosa proprio in ragione di questo stato, del fatto che le persone che sono all'interno del centro accumulano pesanti situazioni di tensione, a causa della mancanza di libertà di movimento.
Si può ragionare sull'alternativa ai centri di permanenza temporanea, sarebbe utile farlo ed io ritengo che sarebbe anche necessario. Certo, l'attuale funzionamento dei centri di permanenza temporanea spingerebbe alla loro chiusura. Con la presentazione della nostra interpellanza urgente, ci auguravamo che vi fosse almeno un annuncio di disponibilità, da parte del Governo, a ragionare su queste strutture.
Per quanto riguarda, invece, la vicenda della notte del 2 marzo, vorrei farle presente che, durante la nostra visita - che è avvenuta subito dopo i fatti, insieme ad un consigliere regionale che ci ha preceduto - abbiamo raccolto le testimonianze dei cosiddetti «ospiti». Le abbiamo raccolte di fronte agli operatori della Croce rossa, i quali non hanno smentito quello che gli ospiti ci stavano raccontando. Voglio anche dire che la sua ricostruzione non corrisponde a ciò che noi abbiamo raccolto attraverso le testimonianze degli ospiti. Questo è possibile; tuttavia, noi abbiamo visto di persona, direttamente, una signora, che non c'entrava niente con il tentativo di fuga e con le tensioni successive, che era stata picchiata, abbiamo visto i segni di quei pesanti pestaggi sulla carne delle persone e numerose e consistenti tracce di sangue sparse sui pavimenti dei corridoi. È possibile che le ricostruzioni non coincidano; peraltro, si tratta anche di punti di vista inevitabilmente diversi, quindi è comprensibile. Tuttavia, ritengo che sia la prima volta che dentro il centro di permanenza temporanea avvengono episodi di tale violenza e pertanto era doveroso avviare immediatamente un'indagine amministrativa - che non è stata avviata -, perché non può essere dato per scontato che i tentativi di fuga o le situazioni di tensione, che possono nascere all'interno del centro, si risolvano con queste modalità, che sono di vero e proprio pestaggio.
Per queste ragioni, mi dichiaro insoddisfatta della sua risposta e spero che, un giorno, con questo Governo sia possibile ragionare sul funzionamento dei centri di permanenza temporanea.

PRESIDENTE. È così esaurito lo svolgimento delle interpellanze urgenti all'ordine del giorno.

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