Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 271 del 25/2/2003
Back Index Forward

Pag. 46


...
Si riprende la discussione del disegno di legge n. 2145 (ore 18,35).

(Ripresa discussione sulle linee generali - A.C. 2145)

PRESIDENTE. Constato l'assenza dell'onorevole Galli: s'intende vi abbia rinunciato.
È iscritto a parlare l'onorevole De Franciscis. Ne ha facoltà. Le ricordo che ha 12 minuti di tempo a disposizione, glielo dico prima.

ALESSANDRO DE FRANCISCIS. Signor Presidente, onorevole ministro, onorevoli colleghi, io non sono uno esperto di questioni di lavoro e di previdenza, ma ho chiesto di intervenire in questo dibattito generale per segnalare le ragioni per le quali ritengo che questo provvedimento non merita sicuramente il passaggio al voto di quest'Assemblea e, probabilmente, un ulteriore ripensamento. Esprimo ovviamente apprezzamento per la presenza costante del ministro Maroni, anche in questa fase del dibattito sulle linee generali, una presenza alla quale non siamo solitamente abituati in questioni di merito che attengono ad altri ministri. Naturalmente spero che la sua presenza, quantitativamente significativa, lo sia anche qualitativamente nel recepire i dubbi che credo, con diverse voci e in diversi modi, sono venuti dall'opposizione durante i lavori delle Commissioni e quest'oggi nell'aula, per una pausa di riflessione, onorevole ministro. Ora, che ci sia l'utilità di un intervento legislativo nella disordinata materia previdenziale del nostro paese credo sia una tesi sulla quale possiamo convenire, ma la motivazione di fondo, che mi pare in maniera molto chiara ha reso in questo dibattito l'onorevole Di Teodoro parlando della presenza di voragini - e sarà bene che egli sappia che per la mia modesta esperienza acquisita in 18 mesi presso la Commissione bilancio ho cominciato a conoscere una geografia sotterranea della maggioranza di Governo, fatta di buchi e voragini che poi per la verità noi non vediamo nei fatti e nei numeri -, dell'utilità di un intervento legislativo sarebbe dovuta partire da altre considerazioni. È per affezione e per convinzione rispetto anche alla tradizione culturale dei cattolici democratici in questo paese, del contributo che abbiamo dato nelle generazioni alla costruzione, insieme alle culture liberali e socialiste democratiche, di un sistema che in generale si chiama welfare, che credo che questa delega, di cui si è aperta oggi la discussione generale in quest'aula, dovrebbe essere oggetto di una ulteriore pausa di riflessione.
In dottrina, i giuristi ormai convengono sulla necessità di porre mano a queste questioni, ma ciascuno di essi quando interviene in dottrina lo fa ponendo dei suggerimenti ed una serie di paletti. L'ultimo che mi capita tra le mani è il contributo di una delle intelligenze più lucide ed erudite dell'università della mia provincia, a Caserta, e della seconda università di Napoli, il professor Giuseppe


Pag. 47

Infante, che ha dato alle stampe pochi mesi fa, due mesi fa, un'interessantissima opera (che naturalmente non riesco ad apprezzare pienamente non essendo un giurista): i profili civilistici dei fondi speciali per la previdenza e l'assistenza. Nelle sue conclusioni, senza ombra di dubbio, chiede al legislatore un intervento che vada a chiarire le questioni che sono oggetto di questo nostro dibattito. È un intervento che necessariamente si impone, ma - e citerò dal testo del professor Infante - si tratta di un intervento con una serie di richieste. Soprattutto, è un intervento legislativo che si impone, in considerazione, non solo della meritevolezza della causa assistenziale, ma anche e soprattutto delle esigenze connesse alla tutela del risparmio dei lavoratori, con riferimento all'articolo 47 della Costituzione, dato che i fondi di assistenza e di previdenza non pensionistica, permanendo l'attuale carente contesto disciplinare codicistico, presentano ancora notevoli problemi in ordine alle garanzie della destinazione. Nell'ambito di tale intervento - questo è il contributo originale - si potrebbe, ad esempio, pensare, analogamente a quanto disposto per la previdenza complementare e a quanto previsto per l'assistenza sanitaria integrativa del servizio sanitario nazionale, all'istituzione di organismi di controllo anche per le altre forme di assistenza e di previdenza privata. Tale soluzione, per i motivi suesposti, non troverebbe ostacolo nel disposto di cui all'articolo 38, ultimo comma, della Costituzione. A supporto del sistema di garanzie si potrebbe disciplinare la gestione degli investimenti, prevedendo, così come per la previdenza, forme di gestione indiretta.
Nel disegnare il regime delle forme assistenziali e previdenziali residuali, tuttavia, il legislatore, anziché per il criterio seguito in sede di riforma della previdenza complementare, basato sulla selezione dei soggetti abilitati ad ospitare nel loro patrimonio i fondi speciali secondo la tecnica utilizzata per i fondi pensione interni, potrebbe, opportunamente, optare per il criterio fondato sul regime di circolazione dei beni destinati, magari prevedendo forme di pubblicità atte a garantire, in ogni caso, l'opponibilità ai terzi del vincolo di destinazione.
Viene inoltre richiesto un eventuale intervento legislativo in questa materia che tenga conto anche della necessità di una precisa individuazione, sia delle fonti istitutive, sia dei destinatari delle forme di assistenza e di previdenza privata, nonché dell'esigenza di ricomprendere tra quest'ultimi anche i lavoratori autonomi. Imprescindibile appare, conclude il professor Infante, la regolamentazione delle situazioni di crisi dell'imprenditore costituente, nonché la rielaborazione del trattamento tributario dei contributi.
Ho voluto citare questo saggio perché mi consente di dire che io comprendo, non essendo un addetto ai lavori - parlo dunque in qualità di componente di questa assemblea legislativa - che ricca è la possibilità di offrire contributi e spunti al ridisegno di una qualche forma di razionalizzazione nel nostro sistema previdenziale semprechè siano chiare e condivise le premesse dalle quali ci si muove per non giungere a quella che ad oggi appare (mi pare che gli interventi di altri colleghi dell'opposizione prima di me siano stati univoci sul punto ed io concordo) ad una distruzione, attraverso una generica e generalistica delega al Governo, di un sistema di regole che, di fatto, sono la conquista di alcune generazioni di classi di lavoratori ed anche di classi dirigenti di questo paese.
Dunque, vi è la necessità non solo di un intervento legislativo ma anche quella di un'ulteriore riflessione.
Di fatto, spero che i colleghi, che, invece, sono esperti di questioni di lavoro e di previdenza, abbiano potuto apprezzare il bellissimo contributo nel rapporto annuale sullo stato sociale per il 2001 che, solo poche settimane fa, l'INPDAP ha presentato al paese. Per me, non addetto ai lavori, è apparso molto significativo e, quindi, in contraddizione con l'impostazione sia nel metodo (la delega) sia nel merito (il contenuto del provvedimento che stiamo discutendo), il punto di partenza


Pag. 48

dal quale i colleghi di maggioranza ed il Governo, e per essi il ministro Maroni, sono partiti.
Non c'è dubbio che nella parte di sintesi generale di questa relazione, molto interessante anche per tanti altri versi oltre quelli previdenziali, appare chiaro che l'equivoco di fondo su cui ci si muove è il complesso della spesa assistenziale, dove però, come è stato spiegato da altri che meglio di me conoscono la materia, si vanno a mescolare insieme più voci. E qui non v'è dubbio che l'Italia, se la consideriamo nel suo aspetto generale, non è certo tra quei paesi che hanno presentato - come ha detto il collega Di Teodoro senza peraltro documentare il suo dire - una voragine che, lo ripeto, ricorda più considerazioni di ordine geologico alle quali ci siamo abituati ed anche un po' rassegnati in questi 21 mesi di Governo Berlusconi non sostanziate da fatti.
Nel 1998, dice il rapporto dell'INPDAP presentato e reso pubblico qualche mese fa, la quota della spesa sociale destinata alla sanità oscillava, in Danimarca intorno al 19,3 per cento, in Portogallo intorno al 36,6 per cento, mentre, quella relativa alle prestazioni per vecchiaia tra il 19 per cento in Irlanda e il 53 per cento in Italia. Si tratta di oscillazioni, dunque, di una certa ampiezza che si registrano anche rispetto alle altre funzioni.
La voce predominante a livello europeo è quella relativa ai trattamenti di vecchiaia (40,6 per cento), mentre al secondo posto vi è la spesa sanitaria (26,8 per cento). Secondo Eurostat - cito sempre il documento presentato dall'INPDAP - l'Italia presenta valori di spesa, in rapporto al prodotto interno lordo, inferiori alla media europea in tutti i settori, e ciò è particolarmente evidente nel caso della spesa per la disoccupazione e per il sostegno alle famiglie, ad eccezione della spesa pensionistica per superstiti e, soprattutto, per vecchiaia (come già emergeva dalla prima parte del brano che ho appena riportato). I dati ISTAT sulla spesa sociale relativi al 2000, raggruppati nelle tre funzioni della previdenza, dell'assistenza e della sanità, segnalano la forte prevalenza, nel nostro paese, della prima voce, ossia della previdenza, che assorbe una quota pari al 60 per cento della spesa complessiva, contro il 16,7 per cento dell'assistenza ed il 23,8 per cento della sanità. Questo tipo di distribuzione della spesa sociale - che tuttavia richiede di essere meglio approfondito - contribuisce a spiegare la prevalenza, in Italia, delle prestazioni in denaro, che raggiungono il 75 per cento del valore complessivo. Dunque, non valori di voragine, ma valori che, complessivamente, sono comunque inferiori alla media europea e che, visti anche nella loro analisi di dettaglio, risultano sicuramente inferiori a quelli presenti negli altri paesi europei.
La sorpresa viene - lo dico al ministro Maroni che, peraltro, è un autorevole parlamentare espresso da un partito che ha una forte caratterizzazione geografica nel paese - quando si va a verificare chi beneficia maggiormente di questo tetto che, in ogni caso, è inferiore alla media degli altri paesi europei. In Italia, continua il rapporto dell'INPDAP nella sua sintesi di apertura, il peso della spesa sociale appare notevolmente diversificato sia tra grandi ripartizioni territoriali sia, in modo più marcato, tra regioni. La diversa distribuzione territoriale della spesa rispetto alla popolazione fa sì che la spesa sociale pro capite risulti sensibilmente più elevata nell'Italia settentrionale e centrale. Infatti, dagli oltre 8 milioni per residente nel nord si passa ai cinque, sei milioni delle regioni meridionali. Ponendo la media nazionale pari a 100, si va da 79 nelle regioni meridionali a 115 nelle regioni settentrionali, con una differenza prossima al 40 per cento. Tra le regioni del nord il Veneto si segnala per il livello relativamente basso della spesa pro capite.
Delle tre componenti della spesa sociale quella che presenta la maggiore variabilità territoriale è la spesa previdenziale, che risente dello sviluppo economico sperimentato in passato dalle diverse aree: il relativo indice passa da 120 nelle regioni settentrionali a 75 nel Mezzogiorno.
Dunque, questo dibattito avrebbe meritato un approfondimento e una discussione


Pag. 49

verso la creazione di un testo di legge - più che verso una delega, per ciò che dirò tra breve - rispetto alla questione generale dell'impegno economico del paese per la spesa sociale. Anche se scomposta nelle sue voci è facile riconoscere una qualche ampia oscillazione fra le diverse regioni, anche se è avviata nel paese una accentuazione del regionalismo (previsto dalla Costituzione repubblicana e peraltro suffragato con il referendum popolare che ha confermato la riforma del titolo V della Costituzione) ed anche se permane quel vincolo di solidarietà tra regioni più progredite e meno progredite, non vi è dubbio che una delega così aperta, come quella che oggi il Governo chiede al Parlamento, suscita legittime e forti preoccupazioni. D'altra parte...

PRESIDENTE. Onorevole De Franciscis, lei dovrebbe concludere il suo intervento perché il tempo a sua disposizione è ormai trascorso.

ALESSANDRO DE FRANCISCIS. Signor Presidente, mi avvio alla conclusione. Stavo dicendo, sempre in riferimento al merito della strategia globale, che non si riduce certo la spesa previdenziale incentivando la permanenza al lavoro né, come è abbastanza evidente, si possono andare a ridurre le aliquote contributive per ritirare o in qualche modo solo diminuire quella che noi consideriamo una ricchezza, cioè la previdenza pubblica.
D'altra parte, anche leggendo il testo delle pregiudiziali presentate, discusse e votate questo pomeriggio, sono chiare le difficoltà insite in questa delega così generica e non coperta finanziariamente; esse si sono appalesate anche nell'imbarazzo della maggioranza, espressa in Commissione dagli artifici cui essa ha dovuto ricorrere per avere quello che nei fatti è, oggi, un provvedimento che dovrà poi in qualche modo legarsi alle prossime leggi finanziarie. Ciò fa sì che i provvedimenti che da questa delega eventualmente approvata dovessero discendere saranno comunque legati in qualche modo all'approvazione, della copertura prevista in successive finanziarie. Pertanto, si entrerebbe in una situazione alquanto grottesca, con una legge approvata senza copertura che si rifà alla legge finanziaria, che ritorna al merito delle Commissioni bilancio di Camera e Senato ed è quasi una delega condizionata. Per cui, si conferisce una delega al Governo, che però non può ottenere una delega veramente piena perché, in realtà, il provvedimento deve ritornare in Parlamento.
Credo che le aspettative del paese e lo spessore delle problematiche legate alle questioni che sono agitate dal dibattito di questo pomeriggio avrebbero meritato una qualche riconsiderazione (in proposito, faccio appello al ministro del lavoro, conoscendo la sua sensibilità ed apprezzando la sua presenza al dibattito in aula). Mi riferisco ad una riduzione in qualche modo della delega, così come si presenta al termine di questa fase istruttoria, verso una procedura legislativa che coinvolga appieno il Parlamento e le due Camere, per poter concordemente, insieme, maggioranza ed opposizione, per il profondo significato che è legato alle questioni previdenziali, convenire e giungere ad una qualche forma di riordino del sistema. Quest'ultimo infatti, come dicevo in apertura (la ringrazio, signor Presidente, per la tolleranza che ha avuto per il mio impiego del tempo), avrebbe sicuramente meritato, come è necessario, di una qualche forma di riordino (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Onorevole De Franciscis, lei avrebbe potuto utilizzare un maggior tempo, ma un po' a danno del tempo a disposizione dei suoi colleghi. Per questo motivo l'ho richiamata, affinché non commettesse un furto d'uso, che richiede la querela.
È iscritto a parlare l'onorevole Gasperoni. Ne ha facoltà.

PIETRO GASPERONI. Signor Presidente, signor ministro, onorevoli colleghi, il processo riformatore realizzato negli anni novanta ha fatto del nostro sistema previdenziale uno dei migliori sistemi esistenti


Pag. 50

in Europa e, quindi, nel mondo: secondo le stime di molti, è secondo solo al sistema previdenziale svedese. Ciò grazie ai cambiamenti avviati nel 1992 dal Governo Amato, alla riforma del Governo Dini del 1995 e agli aggiustamenti realizzati nel 1997 dal Governo Prodi.
La Francia e la Germania sono oggi alle prese con i problemi che noi abbiamo risolto con la riforma del 1995. L'Inghilterra, che ha operato la scelta di privilegiare i fondi privati rispetto alla previdenza pubblica, è alle prese con problemi colossali legati all'andamento negativo dei mercati finanziari. Si stima che, in questi ultimi quattro anni, il rendimento dei fondi in Inghilterra si sia dimezzato.
Perché parlo del nostro sistema come di uno dei migliori in assoluto? Come si misura la qualità? Quali sono i parametri di valutazione? I due capisaldi fondamentali sono la sostenibilità finanziaria di un sistema e la sostenibilità sociale, cioè il suo carattere di equità. Ebbene, se vi è un limite finanziario che presenta il nostro sistema, esso è dato soprattutto da alcuni fondi speciali presso l'INPS, che rappresentano grandissima parte del debito che accumula l'INPS stesso.
Vorrei dire, a questo riguardo, che con l'ultima legge finanziaria non si è brillato trasferendo l'INPDAI all'INPS e trasferendo, insieme a questo istituto, anche un onere finanziario, un debito, sulle spalle dello stesso INPS, di svariate migliaia di miliardi di lire. Il suo limite sociale sta nelle rapide trasformazioni avvenute nel mercato del lavoro: mi riferisco al precariato che si è diffuso con lavori saltuari, discontinui e con le collaborazioni. Pertanto, nel corso della vita lavorativa di molti lavoratori si vanno determinando anche vuoti di contribuzione. Questo panorama è, peraltro, aggravato dalle scelte negative contenute nella recentissima delega sul mercato del lavoro approvata per volontà del Governo.
Allo stesso modo restano aperti i problemi legati al riconoscimento contributivo ai fini pensionistici di tutti i periodi di lavoro svolti nel corso della vita lavorativa, che passa sotto il nome di totalizzazione.
Questo ed altri aggiustamenti capaci di estendere e di uniformare equamente le tutele previdenziali per tutti quei lavoratori che ne sono variamente colpiti sarebbe ciò di cui vi è bisogno. Si pensi a tutti coloro che hanno contribuzioni ridotte, a partire dai cosiddetti co.co.co, o a tutti quei lavoratori soprattutto giovani che svolgono lavori saltuari e che, senza interventi solidaristici, matureranno il diritto alla pensione mediamente intorno ai 100 anni di età. Nulla di tutto questo è contenuto nella legge delega in esame.
Non vi è alcuna emergenza nei conti previdenziali pubblici: lo testimonia il rapporto Brambilla di qualche mese fa o gli stessi dati diffusi dal ministero la settimana scorsa dove si dimostra che la spesa pensionistica in Italia, se depurata dalle spese per l'assistenza, è addirittura inferiore di due punti alla spesa previdenziale media europea. Con questo provvedimento portate un duro colpo al sistema previdenziale pubblico ed alle pensioni che è in grado di corrispondere.
Vi sono tre questioni fondamentali che ci inducono a considerare sbagliato, pericoloso ed inaccettabile il suo contenuto. Il primo riguarda la riduzione contributiva fino a sei punti (5 punti più 1). Cos'è se non un regalo a Confindustria un trasferimento secco dalle tasche dei lavoratori o dalle casse dello Stato in quelle delle imprese? Dite che i lavoratori non si toccano e le loro future pensioni saranno salvaguardate dallo Stato che pagherà le differenze contributive al posto delle imprese così che le pensioni manterranno intatto il proprio rendimento.
Da più parti si insiste nel dire che il nostro sistema pensionistico costa troppo, assorbe cioè troppe risorse pubbliche, tant'è che con regolarità si interviene per denunciare il collasso cui sarebbe prossimo l'INPS per il debito crescente che accumula (noi, invece, difendiamo la buona salute in cui si trova l'istituto). Voi, il Governo ed il suo stesso Presidente del Consiglio con regolarità sollevate l'esigenza di ridurre l'incidenza della spesa pensionistica sul PIL. Con questo provvedimento mostrate una sorta di schizofrenia aumentando


Pag. 51

la spesa pubblica a favore della spesa previdenziale. Bene, delle due l'una: se si pensa che davvero lo Stato possa sobbarcarsi di spese colossali e crescenti siamo di fronte ad irresponsabili, oppure dietro vi è l'imbroglio di dire che chi paga la compensazione dei contributi mancanti, perché regalati alle imprese, è lo Stato ma, in verità, già pensate che toccherà ai lavoratori sobbarcarsi di questo peso in termini di importi pensionistici più bassi. Siate sinceri con voi stessi e con milioni di lavoratori e di pensionati dicendo che sarà così.
Abbiate il coraggio di dire al paese che state scardinando la riforma pensionistica del 1995 e che i giovani matureranno una pensione che difficilmente supererà il 35-40 per cento dei loro redditi. Infatti, se si riducono i contributi versati in un sistema contributivo come il nostro si riduce anche l'importo pensionistico. Dovete ammettere che nel nostro sistema a ripartizione l'INPS si troverebbe in condizioni di non poter neppure pagare le pensioni in essere per le evidenti ragioni di sbilancio che si creerebbero dalla riduzione dei contributi da incassare.
L'obiezione che potreste avanzare è che si faranno i fondi pensione con l'uso del TFR che riequilibrebbero l'importo pensionistico complessivo. Bene, è vero che la legge n. 335 del 1995 di riforma è stata concepita come un sistema flessibile che consente di scegliere individualmente la data del proprio pensionamento collocato tra il cinquantasettesimo ed il sessantacinquesimo anno di età con rendimenti crescenti con l'età anagrafica per incentivare la permanenza al lavoro e scoraggiare i pensionamenti precoci.
Ma tutto ciò comporterà complessivamente una riduzione dei rendimenti pensionistici medi (rispetto al sistema retributivo), che abbisognano di pensioni integrative per mantenere i precedenti rendimenti. Questa peraltro è la ragione per la quale è stata prevista una lunga transizione da un sistema all'altro, per permettere ai più giovani di formarsi questa seconda gamba pensionistica. Ma quel sistema aveva già realizzato un nuovo equilibrio tra pensione pubblica obbligatoria e pensione privata facoltativa, laddove però quella pubblica obbligatoria (che garantisce a tutti una pensione decente) resta il pilastro fondamentale al quale si aggiunge un'altra pensione facoltativa complementare. Ebbene voi rimettete in discussione quell'equilibrio tra pensione pubblica e privata, a favore di quella privata e a scapito di quella pubblica, con il rischio che quella pubblica diventi complementare a quella privata, e non viceversa. Lo dico perché le pensioni private non tutti le avranno e nessuno ne garantirà il loro effettivo rendimento. Ecco perché vi diciamo che state sconquassando il sistema pensionistico definito con la riforma del 1995.
La seconda ragione di forte contrarietà riguarda l'uso obbligatorio del TFR da destinare alla previdenza complementare. Voi sottraete così ai legittimi detentori che sono i lavoratori una parte della loro retribuzione, ancorché differita (ma sempre di retribuzione si tratta), laddove solo loro possono decidere di farne l'uso che ritengono più opportuno. Guardate che è la prima volta nella storia repubblicana che un Governo decide di sottrarre una parte di salario con un atto d'autorità, senza preoccuparsi del consenso dei titolari legittimi.
Vede, signor ministro, anche noi pensiamo che il TFR possa essere utilizzato a quel fine, ma ciò che ci differenzia da voi è il rispetto della volontarietà.

ROBERTO MARONI, Ministro del lavoro e delle politiche sociali. Il prelievo forzoso chi l'ha fatto?

PIETRO GASPERONI. I lavoratori sono persone adulte e capaci di scegliere le soluzioni per loro più vantaggiose. Chi vive del proprio lavoro, spesso molto duro e ingrato, caro signor ministro, sa fare bene i propri conti e deve poter scegliere liberamente come meglio impiegare il frutto del proprio sudore. I lavoratori sanno bene quanto sia importante garantirsi una pensione dignitosa per affrontare le disavventure della vecchiaia. Sanno quindi che


Pag. 52

il TFR potrebbe essere utilmente impiegato per integrarsi la pensione pubblica ma, ripeto, devono poter essere i lavoratori a decidere. Non li si può espropriare di un tale diritto, senza che peraltro si garantiscano loro livelli di rendimento adeguati.
Concludo dicendo che la terza ragione di forte contrarietà a questo disegno di legge delega riguarda il fatto che i costi di questa operazione sono posti soprattutto a carico dei giovani lavoratori e di quei due milioni e mezzo di collaboratori coordinati e continuativi, mentre i vantaggi vanno tutti a beneficio delle imprese. I cosiddetti co.co.co infatti sopporteranno un aumento del loro carico contributivo di quasi quattro punti percentuali, senza che possano trarne alcun beneficio pensionistico. Perché, signor ministro, non gli si riconosce almeno un'aliquota di computo superiore, come si fa per i lavoratori autonomi? Capisco, certo, che la mia domanda è retorica, perché ciò contraddirebbe lo spirito e gli obiettivi di questo provvedimento, il cui segno è esattamente opposto, tant'è che la condizione dei lavoratori più sfortunati, i quali per varie ragioni possono trovarsi per alcuni periodi della loro vita lavorativa scoperti di contribuzione, non è neppure considerata. Senza parlare delle pensioni minime e dell'inganno perpetrato nei confronti di milioni di pensionati che stanno ancora aspettando il milione al mese, ma che non lo avranno, perché voi avete sottratto la metà delle risorse che il Parlamento vi aveva destinato: 2 mila miliardi di lire di quei 4 mila miliardi di lire, li avete spesi diversamente!
Signor ministro, alcuni esponenti della sua maggioranza la esortavano a non deludere almeno quei sindacati con i quali avete firmato il patto per l'Italia. Li ascolti e, facendo tesoro di quei suggerimenti, sospenda il procedere di questo provvedimento. Infatti, signor ministro, lei sa bene che CGIL, CISL e UIL si stanno esprimendo con la massima determinazione contro questo disegno di legge; dunque, non trascuri i suggerimenti ricevuti, così eviterà di trovare i sindacati unitariamente in piazza contro il Governo (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo)!

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Gazzara. Ne ha facoltà.

ANTONINO GAZZARA. Signor Presidente, in questa sede, mi pare utile accentrare l'attenzione su due aspetti della questione - uno politico e uno tecnico - utili, tra l'altro, a chiarire meglio il percorso seguito per arrivare al testo oggi sottoposto all'esame dell'Assemblea.
Sotto l'aspetto politico, l'iter parlamentare del provvedimento in esame è stato lungo ed articolato. Il dibattito, interno alla Camera ed esterno al Parlamento, è stato intenso e a volte addirittura sofferto. Nelle more dell'esame in Commissione si sono verificati fatti straordinari, che da tempo non avvenivano e non si credeva più potessero avverarsi. Tra questi, il più significativo è il venir meno dell'unitarietà di comportamento della cosiddetta triplice sindacale.
La diversificazione delle scelte, della linea politica e del conseguente comportamento rispetto ai vari temi così come nei confronti del Governo hanno rappresentato una novità significativa e non priva di conseguenze, anche politiche, rilevanti. Si è passati, in un sol colpo, dall'unità ad un bipolarismo sindacale che ha reso evidenti differenze di approccio ai vari temi prima impensabili.
Allo stesso modo ci si è resi conto che quella sorta di unanismo, imposto da tempo, era una conseguenza diretta e necessitata della cosiddetta concertazione, con la quale, ormai da troppi anni, le questioni invece di essere discusse anche a lungo, ma poi decise nel rispetto dei ruoli, venivano risolte attraverso decisioni obbligatoriamente concordate e condivise tra titolari di ruoli anche differenti e, spesso, tra chi aveva il ruolo per decidere e chi quel ruolo non lo aveva. Conseguentemente, risultava necessitato un permanente compromesso, nei fatti condizionante qualsiasi realizzazione di un serio programma di Governo. Nel tempo il sindacato


Pag. 53

aveva assunto una funzione esclusivamente politica e, comunque, un ruolo sostitutivo della politica, che certamente non poteva che creare confusione di competenze oltre che delegittimazione della stessa classe politica.
Il ritorno alle regole ha stravolto quelle abitudini e privato di un potere abusivo o, forse meglio, abusato da chi nel tempo aveva fatto credere di esserne titolare addirittura unico. Ciò ha indotto un sindacato che, come tale e per metodo, ricerca in ogni questione un tavolo di trattative, a rifiutare il tavolo proposto dal Governo per discutere delle riforme programmate.
D'altro canto, è chiaro che in democrazia tutti hanno il diritto di partecipare e di esprimere la propria opinione, che deve essere ascoltata e rispettata. Nessuno, tuttavia, ha il deposito della verità e, nel confronto anche serrato tra una maggioranza e un'opposizione, decide chi ha la relativa responsabilità oppure decide il voto.
Occorre rendersi conto che l'impostazione demagogica e populista, utile a pochi e nociva a molti, con cui per decenni si è discusso di vari problemi dei lavoratori, che spesso ne hanno pagato le conseguenze, è durata troppo a lungo e ha di fatto impedito l'attuazione di quelle riforme strutturali obiettivamente necessarie, oltre che richieste, per l'adeguamento ai parametri europei.
Ma ciò, a prescindere dalla reale volontà politica, è stato probabilmente determinato proprio dalla funzione sostitutiva dei sindacati, dal conseguente condizionamento subito dai partiti al Governo e dagli stessi Governi ed è frutto anche della concertazione erroneamente intesa come necessità di unanismo.
Il ruolo del sindacato c'è ed è importante e va svolto in modo compiuto, con piena legittimazione e riconoscimento da parte di tutti, ma nell'assoluto rispetto delle regole anche non scritte e senza invasioni di campo ingiustificabili e non tollerabili. Ci si è messi, quindi, al lavoro ponendo le basi di un dialogo responsabile che, certamente, produrrà buoni risultati, così come già si comincia a verificare nei fatti.
Sotto il profilo, tecnico, il provvedimento al nostro esame ha il seguente contenuto: tutela dei diritti pensionistici acquisiti e incentivi alla permanenza al lavoro (questi ultimi poggiano su quattro pilastri: garanzia del diritto ad ottenere, in ogni caso, le prestazioni pensionistiche già maturate; liberalizzazione dell'età pensionabile; introduzione di sistemi di incentivazione di carattere fiscale e contributivo che rendano conveniente la continuazione dell'attività lavorativa; progressivo ampliamento della possibilità di totale cumulabilità tra pensione di anzianità e reddito da lavoro dipendente o autonomo, in funzione dell'anzianità contributiva e dell'età); misure di sostegno alla previdenza complementare, in particolare incrementando l'entità dei flussi di finanziamento alle forme pensionistiche complementari, cui verranno conferiti, salvo eccezioni, gli accantonamenti relativi al trattamento di fine rapporto, con contestuale incentivazione di nuova occupazione attraverso una riduzione del costo del lavoro; riordino degli enti pubblici di previdenza ed assistenza obbligatoria, al fine di raggiungere funzionalità ed efficacia ed una complessiva riduzione dei costi gestionali. Al proposito, si rilevano l'assoluto rispetto dei principi costituzionali e delle competenze delle regioni e delle autonomie locali nonché la compatibilità con gli orientamenti comunitari.
I principali obiettivi del disegno di legge sono così sintetizzabili: prolungare l'attività lavorativa, garantendo i diritti già acquisiti e consentendo anche di ampliare progressivamente la possibilità di totale cumulo tra il trattamento previdenziale e i redditi da lavoro dipendente o autonomo; garantire la possibilità di avvalersi della previdenza complementare attraverso interventi in materia di conferimento di risorse, vigilanza e trattamento fiscale dei fondi pensione; facilitare le nuove assunzioni a tempo indeterminato attraverso una riduzione degli oneri contributivi dovuti dal datore di lavoro; favorire l'emersione


Pag. 54

del lavoro sommerso; raggiungere un sostanziale equilibrio tra oneri a carico del datore di lavoro e compensazioni di natura fiscale e contributiva.
Il documento di programmazione economica e finanziaria del luglio 2001 ha constatato, tra l'altro, la necessità di accertare la sostenibilità e la stabilità del sistema, al fine di migliorare sia i livelli di equità all'interno e tra le diverse generazioni, sia i livelli di competitività. Quel documento, a tale proposito, ha indicato alcuni principi guida: la flessibilità (ogni lavoratore deve poter scegliere consapevolmente quando andare in pensione); la certezza dei diritti (a tal fine occorre stipulare un patto tra i lavoratori e lo Stato in base al quale, fermi restando i diritti dei già pensionati, una volta maturato il diritto alla prestazione pensionistica nel regime previdenziale cui è iscritto, il lavoratore può chiedere all'ente di competenza la certificazione della propria posizione assicurativa, nella quale si attesti il diritto al conseguimento della pensione); l'equità dei trattamenti contributivi e prestazionali sia all'interno della stessa generazione che tra diverse generazioni, realizzabile attraverso una stretta correlazione tra contributi versati e prestazioni; una maggiore giustizia di base, prevedendo che particolari fasce di pensionati in precarie condizioni di salute, di autosufficienza o di reddito o in età avanzata possano fruire di prestazioni previdenziali e assistenziali migliori.
Occorre precisare altresì che la materia previdenziale non costituisce oggetto di normazione comunitaria; quest'ultima fornisce soltanto orientamenti di massima. Il comitato per la protezione sociale, nell'ambito del lavoro svolto in ottemperanza del mandato ricevuto a Stoccolma, ha elaborato una relazione sulla futura evoluzione della protezione sociale, secondo cui la previsione della stabilità nel lungo termine dipende da quella che viene definita una triplice sfida: salvaguardare la capacità dei sistemi pensionistici di realizzare gli obiettivi sociali, di fornire redditi sicuri ed adeguati ai pensionati e alle persone a loro carico e di garantire condizioni di vita decenti a tutti gli anziani, anche grazie a meccanismi di assistenza sanitaria a lungo termine; mantenere la sostenibilità finanziaria dei sistemi pensionistici, affinché il futuro impatto dell'invecchiamento sulle finanze pubbliche non comprometta la stabilità di bilancio né conduca ad una ripartizione iniqua delle risorse tra le diverse generazioni; potenziare la capacità dei sistemi pensionistici di rispondere alle mutevoli esigenze della società e dei singoli individui, contribuendo a promuovere la flessibilità del mercato del lavoro, le pari opportunità per uomini e donne in materia di occupazione e protezione sociale e l'adeguamento dei sistemi pensionistici alle esigenze dei singoli.
A noi sembra che il testo al nostro esame risponda a tutte tali esigenze, anche grazie alle modifiche e alle integrazioni apportate a seguito dell'esame in Commissione, che ha consentito i necessari approfondimenti e i conseguenti miglioramenti. Il provvedimento rappresenta un serio passo avanti nella direzione di quelle riforme strutturali necessarie per comune convincimento e fortemente richieste dai competenti organismi europei. La sua approvazione rappresenta un ulteriore passo avanti nella realizzazione del programma elettorale della Casa delle libertà. Il tema è serio e va esaminato anche in termini di risultati complessivi dell'attività del Governo e della sua maggioranza parlamentare, rapportati al relativo programma elettorale.
Sotto tale aspetto credo, senza timore di smentite, che in meno di due anni si sia realizzato più di quanto si sia programmato dal Governo dell'epoca, nell'intera legislatura precedente. Infatti, nella passata legislatura abbiamo sentito molti proclami. Dalla conferenza sull'occupazione, alla legge sulle 35 ore; dalla legge relativa alla rappresentanza e rappresentatività sindacale, alla soluzione per il lavoro sommerso; dalla legge sulla totalizzazione dei periodi assicurativi, all'adeguamento dei parametri europei. Tutto ciò tanto per fare qualche esempio tra i più significativi e per restare in tema di lavoro. Non è


Pag. 55

avvenuto niente. Occorre, invece, offrire al cittadino risposte concrete, efficaci e convincenti. Questa maggioranza ha aumentato le pensioni minime a un milione di vecchie lire (oggi 516 euro), ha diminuito il livello dei tributi, a partire dai redditi più bassi, ha avviato l'abolizione del divieto di cumulo tra redditi da lavoro e pensioni, ha approvato la riforma del mercato del lavoro e si accinge ad approvare il presente provvedimento di riforma della materia previdenziale. Mi pare che il programma sottoposto al voto degli elettori si stia realizzando nel rispetto dei contenuti e dei tempi e ciò non è poco (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Duilio. Ne ha facoltà.

LINO DUILIO. Signor Presidente, onorevole ministro, onorevoli colleghi, svolgerò alcune considerazioni che per alcuni aspetti riprendono elementi che sono già stati richiamati sia in Commissione che in aula da alcuni colleghi dell'opposizione. C'è un antico principio, lo dico al ministro, che sostiene che repetita iuvant. Io credo che qui oramai siamo in una situazione in cui si possa dire che repetita non iuvant. Infatti, le osservazioni che noi abbiamo svolto in diverse sedi, sia in Commissione che qui in aula, su alcuni elementi qualificanti di questo provvedimento sono, per la tradizione culturale che ci contraddistingue, ispirate al buon senso e non alla faziosità, ma dobbiamo temere che anche questa volta non saranno prese adeguatamente in considerazione. Infatti, siamo oramai in una situazione in cui - lo abbiamo visto già per altri provvedimenti - il Parlamento è, sostanzialmente, un luogo dove si devono evidenziare alcune questioni solo perché lo prevede la procedura, e non tanto per tenere conto del merito delle osservazioni che vengono formulate.
Peraltro, questo principio è confermato dal fatto che, ormai, si fa un ricorso sistematico alla delega, anche quando la materia richiederebbe, invece, di trattare alcune questioni in modo diverso. Questa è una di quelle questioni che a nostro avviso era forse il caso di trattare non con un provvedimento di delega, ma piuttosto attraverso la riflessione su un disegno organico che caratterizzasse un intervento in materia di Welfare e, più specificamente, di previdenza che trasparisse dalle intenzioni del Governo - cosa che non si rileva leggendo questo provvedimento - e che, inoltre, emergesse anche da una adeguata verifica sulla legge n. 335 del 1995.
Ricordo al ministro e ai colleghi che su questa questione della verifica si è fatta una vera e propria guerra di religione nella precedente legislatura, invocando addirittura l'anticipazione del momento della verifica, talmente importante la si riteneva, per poi arrivare alla conclusione, con tanto di documento Brambilla - non so se poi lo si debba considerare un documento di un ufficio privato, come è stato detto prima -, che la verifica non ha alcun rilievo e alcuna importanza. Invece, noi riteniamo che quella verifica aveva ed ha molta importanza perché consentiva e consente di riflettere sui capisaldi di una riforma, come quella della legge n. 335 del 1995, e di un sistema laddove, certamente, bisogna intervenire ma per migliorare questa condizione e non per perseguire più o meno surrettiziamente altri obiettivi.
In questo senso, da ultimo, questo disegno organico poteva forse emergere da un modo diverso di coinvolgere le parti sociali e le organizzazioni sindacali in modo che veramente questo Governo - lo dico con sincerità - potesse essere ricordato come un esecutivo che era intervenuto nel nostro paese sulla materia del Welfare e dello Stato sociale in modo da consentire, tutti insieme, di fare quel salto di qualità che è sicuramente necessario.
Ma così non è. Entrerò rapidamente nel merito di questo provvedimento. Poco fa il collega che mi ha preceduto sosteneva che il disegno di legge in esame è da considerarsi costituzionalmente corretto. Anche in questo caso, con grande sobrietà e serenità, mi permetto di dire che, a nostro avviso, ci troviamo di fronte ad un provvedimento che rappresenta un gravissimo


Pag. 56

vulnus riguardo l'osservanza del quarto comma dell'articolo 81 della Costituzione. So bene che il Parlamento ha respinto poco fa delle questioni pregiudiziali di costituzionalità e il nostro gruppo rispetta le decisioni prese. Comunque, sempre nel rispetto del Parlamento, pensiamo che questo meccanismo legislativo, introdotto per coprire gli oneri connessi all'approvazione di questo provvedimento, sia discutibile ed improbabile.
Signor ministro, forse questo Governo sarà ricordato per aver introdotto un diverso istituto giuridico costituzionale nel nostro paese. Segnalo questa mia osservazione anche al Presidente dell'Assemblea, che come sappiamo, oltre a «sapere di greco e di latino», sa anche di diritto. Signor Presidente, si è introdotto il principio relativo ad una improbabile costituzionalità dei provvedimenti che vengono approvati in Assemblea, nel senso che il disegno di legge in oggetto rimanda la copertura finanziaria - come è stato ricordato in diverse occasioni - a provvedimenti successivi, peraltro seguendo una procedura, un iter che non garantisce sulla sua successiva, effettiva sussistenza. Basta analizzare i resoconti delle Commissioni per accorgersi dei puntuali rilievi che, al riguardo, sono stati sollevati. Lo stesso sottosegretario all'economia ha dato risposte solamente parziali - quando, addirittura, non ha potuto fare altro che condividere - circa le osservazioni sulla presenza di oneri non coperti. Oramai ci troviamo dinanzi ad una situazione in cui alle parole non seguono i fatti, per cui si è ovviato a questo sostenendo che alcuni elementi introdotti vengono trasferiti alla categoria dei criteri obiettivi. Si è anche detto che, peraltro, si potrà prefigurare solamente un esercizio parziale della delega. Quindi, ciò vuol dire che noi stiamo approvando un disegno di legge di delega per un suo esercizio solamente parziale, poiché in seguito si avranno difficoltà a reperire le necessarie risorse. Da ultimo, è stato sottolineato - come ho detto in precedenza - che vi è il rischio di una successione temporale perversa dei decreti legislativi di attuazione, la quale ha portato all'esigenza di una più stringente proceduralizzazione del provvedimento. Mi pare però che di questo non vi sia traccia nelle norme, anche se debbo dire che su questo terreno, in materia fiscale, vi è un'esperienza che si sta portando avanti al Senato.
Signor Presidente, signor ministro, ci troviamo oramai in una situazione di emergenza legislativo-istituzionale. In precedenza il ministro non mi stava ascoltando, ma ripeto che abbiamo coniato il principio della costituzionalità improbabile dei provvedimenti. Abbiamo quindi introdotto un nuovo istituto che potrà arricchire la nostra letteratura giuridica e dottrinale sul tema.
Insomma, ci troviamo dinanzi ad una situazione nella quale le tante promesse fatte portano, come si dice, i nodi al pettine: è per questo che, in questo caso, non invidio il ministro del lavoro. Sinceramente, lo dico senza ironia, egli ha intenzione di attuare alcune cose che ritiene siano giuste ma, allo stesso tempo, si trova dinanzi ad uno wishfull thinking - come dicono gli americani -, cioè a dover scambiare il proprio desiderio per la realtà. Dunque, per evitare di riconoscere che si sono fatte vane promesse le quali non possono essere mantenute, si approvano dei provvedimenti senza prevedere una loro copertura.
Da un punto di vista di merito, si tratta di un provvedimento che contiene dentro di sé alcune contraddizioni anche un po' plateali e mi riferisco, per esempio, alla filosofia di fondo che, da una parte, dovrebbe comportare (è stato richiamato precedentemente) l'intenzione di procrastinare il periodo di attività lavorativa sulla base di alcuni incentivi che vengono previsti e, dall'altra, dovrebbe contemplare provvedimenti che, invece, portano ad una conclusione esattamente opposta, favorendo semmai un'uscita anticipata dal lavoro (mi riferisco all'abolizione totale del divieto di cumulo). Forse bisognerebbe affermare che, rispetto ad una materia (non è la sola e non solo in questo provvedimento) introdotta nella legislatura scorsa (mi riferisco al principio previsto


Pag. 57

dalla legge finanziaria n. 388, articolo 75), le modifiche apportate mi paiono, per alcuni versi, addirittura peggiorative, rispetto alle previsioni iniziali, e non certo migliorative, perché i correttivi introdotti mi sembrano inidonei ad incentivare il posticipo, se non inadeguati nel senso di una maggiore convenienza ad anticipare l'uscita dal lavoro, come ho affermato poco fa.
Vi è poi la questione più rilevante su cui mi vorrei soffermare in questi ultimi, credo, dieci minuti, avendo surrogato anche il collega Squeglia, che mi restano: antropologicamente ritengo che l'uomo sia buono, mentre vi sono alcuni che pensano il contrario. Parto dal presupposto che si è onesti fino a prova contraria e non disonesti. Pertanto, non voglio credere a malcelate intenzioni che vi sono riguardo a questo provvedimento. Mi pare che si voglia arrivare ad una situazione - è stato già rilevato dal collega Gasperoni - in cui la previdenza pubblica è ancella della previdenza privata e non viceversa.
Certo è che per le misure previste nel suddetto provvedimento si intravvede nel futuro una certa precarietà dei conti del nostro maggiore ente previdenziale. Vi sono, alle viste, meno entrate e più uscite e, come sappiamo, questo principio è pericoloso per le finanze pubbliche. Peraltro, un collega di Forza Italia intervenuto precedentemente ha richiamato un sindacalista, oggi abbastanza coccolato all'interno del centro-destra, che viene spesso evocato nel sostegno di alcuni principi. Questo sindacalista di recente, pochi giorni fa, secondo fonti di agenzia, ha affermato, con riferimento al provvedimento in esame, che, con la decontribuzione sino a cinque punti e lo smobilizzo del TFR ai fini della previdenza complementare, si possono aggravare i conti dello Stato anziché migliorarli perché, cito testualmente, queste misure non sono sorrette da interventi dal lato della spesa che ne contengano l'evoluzione futura. La riforma finisce per costare e per gravare sul versante della finanza pubblica. Non mi sembra un giudizio molto entusiasta nei confronti di questo provvedimento. Mi sono permesso di citarlo solo perché è stato evocato precedentemente nel sostegno di considerazioni del tutto opposte.
Mi pare di intravedere in questo provvedimento che la previdenza complementare (il privato) non sia di affiancamento, ma corre il rischio di diventare in prospettiva sostitutiva della previdenza pubblica, peraltro in assenza di un disegno organico e complessivo presente in altri paesi (si può condividere o meno). Penso all'Inghilterra, ad esempio, dove vi è una situazione in cui la basic pension oramai rappresenta un cespite del tutto risibile dal mio punto di vista, con riferimento alla protezione pubblica previdenziale. Si può essere d'accordo o meno (io personalmente non lo sono). Ciò non emerge nemmeno da un discorso organico su questo provvedimento.
Potrei soffermarmi, ma mi riservo di farlo domani in sede di intervento sul complesso degli emendamenti, in particolare sul discorso della decontribuzione, dal momento che quest'ultima va ad alterare il quadro tendenziale e programmatico dei nostri conti previdenziali, perché, come dirò meglio domani, nel prevedere tassi di rendimento differenziati e nel prevedere differenze fra l'aliquota di finanziamento e l'aliquota di computo che sono istituzionalizzate, produce un grave vulnus all'interno della filosofia di fondo introdotta con la legge n. 335 del 1995 e che ha sorretto, anche prima di questa legge, l'impianto complessivo della nostra previdenza.
Anche da qui, riprenderò il discorso successivamente, mi sembra di intravedere quella che è quasi una conseguenza inevitabile, forse anche voluta, - ma vorrei rimanere ottimista - e che riguarda questa frase un po' ambigua che peraltro non siamo ancora riusciti a comprendere - auspichiamo che il ministro chiarisca tale aspetto nel corso di questo dibattito affinchè questi momenti possano servire se non a correggere alcuni aspetti non condivisi, quantomeno a comprendersi anche dal punto di vista sociologico - cosa si intenda per forma tacita che dovrebbe presiedere allo smobilizzo del trattamento


Pag. 58

di fine rapporto per i lavoratori. Si dica invece esplicitamente, in modo che tutti lo sappiano, che obbligatoriamente il trattamento di fine rapporto verrà destinato alla previdenza complementare, senza che sia lasciata la libertà al lavoratore di poterlo fare o di non poterlo fare.
Anche qui personalmente e realisticamente posso essere d'accordo sul fatto che il decollo dei fondi integrativi e della previdenza complementare debba ricevere una robusta iniezione finanziaria e che questo strumento può servire a far sì che ciò avvenga. Tuttavia, anche in questo caso, occorre essere chiari e non ambigui: occorre dire ai lavoratori italiani che il trattamento di fine rapporto obbligatoriamente, senza che sia concessa alcuna possibilità di scelta, sarà devoluto alla previdenza complementare. La legge - lo abbiamo tante volte invocato e voi dall'opposizione ce lo avete detto migliaia di volte nel corso della scorsa legislatura - deve essere chiara, intelligibile e non ambigua. Non bisogna avere paura della legge, bisogna conoscerla: allora dite con chiarezza nella norma, senza usare questa formula ambigua, che il trattamento di fine rapporto andrà smobilizzato obbligatoriamente per la previdenza complementare.
Mi avvio alla conclusione, ripromettendomi di intervenire nel corso della giornata di domani più diffusamente sugli aspetti tecnici, dicendo che questo provvedimento ha l'ambizione di lasciare il segno e di rappresentare una pietra angolare nella storia del welfare del nostro paese per un salto di qualità. Noi abbiamo già assistito non molto tempo fa ad un'altra legge di delega consistente in tema di mercato del lavoro che, e si tratta di un'opinione personale suffragata però da elementi di fatto, potremmo definire un'iniezione di liberismo ulteriore nel sistema occupazionale del nostro paese, senza che vi sia ancora una volta un disegno organico.
Molteplici istituti sono stati introdotti e tra qualche anno verificheremo se saremo giunti a quell'elemento di equilibrio tra la flessibilità da una parte e la tutela dei diritti fondamentali dall'altra, oppure, come è temibile, saremo arrivati ad una sorta di Far west dove la tutela dei diritti impallidisce progressivamente. Non vorrei che la stessa cosa accadesse anche sul fronte della previdenza e, più complessivamente, su quello del welfare. Siamo dinanzi ad un provvedimento che contempla istituti per i quali vedremo dove si reperiranno le risorse e siamo di fronte ad un provvedimento che mi sembra contraddittorio e che introduce un vulnus molto grave nella filosofia della legge n. 335 per cui è paradossale, ripeto, che in un sistema totalmente contributivo, laddove si affermano, come è già stato ricordato in precedenza, moltissimi lavori, non intesi classicamente come lavori fissi, ovvero per tutta la vita, con aliquote percentuali contributive molto basse, si introduca un discorso di decontribuzione, come quello che è stato ricordato.
Mi sembra, veramente, che sia una contraddizione in termini rispetto alla filosofia di fondo che, peraltro, credo condividiamo tutti, a proposito del sistema contributivo. La questione dello smobilizzo obbligatorio evoca problemi ancora più profondi, che attengono al rispetto della libertà delle persone. Tutto questo insieme di cose spero che porti ad una discussione, in questa sede, che non sia rituale. Anche se, all'inizio del mio intervento, ho affermato che repetita non iuvant, contrariamente a quanto recita il detto, spero che le nostre considerazioni, che vogliono essere serene e di buonsenso, non pregiudiziali e neppure faziose, portino a migliorare questo testo, per quanto sia possibile (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Guerzoni. Ne ha facoltà.

ROBERTO GUERZONI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, anch'io vorrei iniziare il mio intervento testimoniando un certo imbarazzo per una discussione che si svolge a 14 mesi dalla presentazione del disegno di legge di delega in esame, delega che costituisce un collegato alla legge finanziaria per il 2002 e che, quindi, aveva


Pag. 59

assunto anche un iter prioritario. Si tratta di una discussione caratterizzata dalla permanenza di un doppio binario di lavoro: quello svolto in Commissione, in Parlamento, sul testo, e quello svolto al di fuori, sui giornali, sugli organi di stampa, nei convegni e nelle dichiarazioni, cui hanno partecipato anche esponenti della maggioranza e del Governo, presentando come la vera riforma, quella risolutiva, di volta in volta, questioni, orientamenti e testi. Tuttora, anche adesso che ci troviamo in Assemblea, si continua su questo doppio binario, perché continuiamo a leggere, sugli organi di stampa, interventi e nuove proposte, come spesso abbiamo già constatato - lo ripeto - nel corso di tutto il procedimento legislativo. Ciò nondimeno, dopo questa premessa, voglio affermare che il testo in esame, quello ufficiale, quello che stiamo discutendo, è sufficiente - si potrebbe dire: basta e avanza - per esprimere un giudizio fortemente negativo, in quanto in esso sono contenute scelte decisamente negative, che rischiano di far crollare tutto l'impianto riformatore che si è costruito a partire dalla legge n. 335 del 1995. Quell'impianto, che si basava sul sistema contributivo a ripartizione, credo debba essere difeso e salvaguardato in quanto si è dimostrato efficace ed equo nella sua struttura di fondo, si è dimostrato efficace nel riportare in equilibrio il sistema e si è rivelato efficace ed equo nello stabilire, adottando il sistema contributivo, un principio di eguaglianza tra i lavoratori. Oggi, rispetto a questo impianto, si compie una scelta, quella della decontribuzione fino a sei punti percentuali, che rischia di minare alla base il sistema in essere. È grave mettere in discussione - come è stato affermato - i conti degli enti previdenziali e, quindi, la possibilità che vi siano risorse per le pensioni in essere, ed è grave questa scelta in quanto fa saltare il principio di corrispondenza tra contributi versati e rendimento pensionistico. Infatti, la parità di rendimento fra i lavoratori che hanno avuto un determinato contributo nel calcolo pensionistico e gli altri sarebbe vanificata con l'intervento della finanza pubblica, del bilancio dello Stato, che, in qualche modo, creerebbe un sistema di sbilanciamento dei conti pubblici oppure una vera e propria disparità nel trattamento previdenziale.
In realtà, probabilmente, l'idea è un'altra, ossia quella già rilevata da diversi colleghi. Si afferma che le pensioni e i rendimenti rimarranno inalterati, ma si pensa di abbassare la quota pubblica della previdenza. Noi sappiamo che, sulla base della riforma del 1995, ormai il tasso di sostituzione si avvicina al 50 per cento. Quindi, se guardiamo alla scelta della decontribuzione, affiancata all'altra scelta fondamentale, contenuta sempre nel disegno di legge delega - ovvero di rendere obbligatorio l'utilizzo del TFR e destinarlo ai fondi pensione, senza la volontarietà del lavoratore -, credo che abbiamo la conferma, in qualche modo, della seguente idea: sostituire una parte della previdenza pubblica, che ormai copre una parte ridotta rispetto al precedente sistema previdenziale pubblico, con una parte di previdenza privata.
La cartina di tornasole di ciò la constatiamo nel momento in cui il testo - tra l'altro peggiorato - uscito dalla Commissione pone sullo stesso piano le forme di previdenza complementare, ad istituzione contrattuale o collettiva, con i fondi pensionistici individuali, vale a dire le pure attività finanziarie che sottraggono risorse del lavoratore - il TFR, il salario differito - al comparto della sicurezza e della previdenza.
Credo che queste siano sacrosante e fondamentali ragioni per contrastare il testo in esame, ragioni essenziali che ci possono sostenere nella nostra posizione. Ma come è già stato detto da altri colleghi, non ci siamo limitati a condurre una battaglia sui punti politici, che riteniamo principali, di critica a questo provvedimento. Abbiamo compiuto un confronto di merito sull'insieme delle proposte. Vorrei intervenire su un aspetto che credo, anche durante il confronto in Commissione, non abbia trovato un'adeguata comprensione ma soprattutto una risposta agli interrogativi


Pag. 60

che abbiamo posto. La questione non è semplice, tuttavia, non si può far finta che non esista.
Il Governo, la maggioranza, non possono affermare di non avere un'opinione, non possono sottrarsi dal dire cosa intendono fare. Mi riferisco a ciò che questa delega propone o intende proporre con riferimento al lavoro pubblico. Fino ad ora, l'unica risposta ricevuta è quella contenuta nell'articolo 1 del disegno di legge, alla lettera p); tale norma dispone che si applicheranno progressivamente i principi ed i criteri direttivi al comparto pubblico in quanto compatibili e tenendo conto della specificità dei settori. Tutto quello che è stato scritto e detto si riduce a questa formula. È una formula generica - come si evince dalla lettura - che vuol dire tutto e niente e che si affida al buon cuore del Governo nell'ambito dei decreti legislativi; credo che sia un po' poco, non solo per l'opposizione, ma anche per il paese e per i milioni di lavoratori pubblici!
È evidente che non contestiamo che si debba procedere tenendo conto della specificità presente nel comparto pubblico. Ciò che contestiamo è che, oggi, in occasione della discussione del disegno di legge delega e dell'insieme del sistema pensionistico, non c'è alcun impegno preciso, che indichi quale direzione prendere e come si intende procedere.
Non è condivisibile, in ogni modo, questa distinzione tra lavoratori di serie A e lavoratori di serie B, soprattutto perché stiamo parlando di migliaia e migliaia di lavoratori e di famiglie. Non è condivisibile perché - è noto a tutti -, con la riforma del 1995 e, successivamente, in particolare con il completamento della riforma nel 1997 sotto il Governo Prodi, si è andati verso una situazione di sostanziale equiparazione tra lavoro pubblico e privato rispetto al loro sistema pensionistico, nell'applicazione, anche al comparto pubblico, del sistema contributivo e dei suoi metodi di calcolo.
Un'esperienza unica o, comunque, una delle più avanzate in Europa e nel mondo! Ora, a distanza di sei anni, nella relazione e negli interventi del Governo, voi dite - ma io credo che vi siano seri motivi per dubitarne, come ricordavo con riferimento al tema della decontribuzione - di volere sostanzialmente mantenere l'impianto della legge n. 335 del 1995; però, di fronte a queste argomentazioni, non prendete alcuna decisione nei confronti del lavoro pubblico: non si definiscono i criteri, le modalità e, se del caso, tempi che tengano conto della specificità del rapporto di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni (ma in una direzione netta verso la quale si ha intenzione di procedere).
Eppure, voglio dirlo ai colleghi della maggioranza che, spesso, si mostrano sensibili alla condizione dei lavoratori della pubblica amministrazione, sono stati assunti impegni da parte del Governo! Il 5 febbraio dello scorso anno il Governo e le organizzazioni sindacali hanno siglato un protocollo di intesa contenente indirizzi precisi che desidero rapidamente rammentare a tutti noi. In quel protocollo c'era scritto che, per quanto concerne la materia previdenziale, modificando il contenuto della delega (quindi, c'era un impegno esplicito in tal senso!) e ferme restando le valutazioni più generali sui contenuti manifestate dalle organizzazioni sindacali, il Governo avrebbe garantito, nel rispetto dei vincoli di finanza pubblica e nel rispetto delle specificità dei settore da valutare, il rispetto dei seguenti criteri: lo smobilizzo del rateo annuale del TFR ed il superamento del divieto di cumulo. È bensì vero che quel protocollo non fu sottoscritto dal ministro Maroni, ma da Frattini, allora ministro della funzione pubblica, ma è anche vero che esso ebbe un avallo molto autorevole da parte del Governo perché la sottoscrizione, come ricorderete, seguì ad un intervento diretto del Vicepresidente del Consiglio, onorevole Fini.
Allora, le questioni che altri vi proponiamo sono, in sostanza, le seguenti due. La prima riguarda la parte della delega che contiene norme di incentivazione e di riorganizzazione e l'intervento per la certificazione. La delega riguarda, nella prima


Pag. 61

parte del testo, la certificazione, la continuazione dell'attività lavorativa dopo aver maturato i requisiti per la pensione di anzianità, la cumulabilità tra redditi di lavoro e pensioni. Ora, quali sono gli ostacoli che impediscono di procedere con maggiore precisione e nettezza verso un principio ed un criterio direttivo di equiparazione nella delega? Immaginiamo che possano porsi alcuni problemi più particolari, più specifici, ma ci piacerebbe capire perché sulla certificazione e sul cumulo, ad esempio, non si debba essere molto netti nella scelta della parificazione. Peraltro, vorrei ricordare a tutti noi che quando il Parlamento è intervenuto sul cumulo in occasioni precedenti (nelle leggi finanziarie, anche nell'ultima) lo ha fatto avendo riguardo all'intera platea del mondo del lavoro. Possono esservi questioni che, per quanto riguarda il posticipo, consigliano una differenziazione nelle modalità e nei tempi di attuazione per i pubblici dipendenti - è evidente (non si pagherebbero i contributi, ma si pagherebbero le retribuzioni) - ma, per la certificazione e per il cumulo, perché rimandare con quel generico «progressivamente» e non decidere che questa delega vale immediatamente per il pubblico e per il privato?
La seconda questione riguarda la previdenza complementare. Tutta la delega, viene detto, è in funzione dello sviluppo e del sostegno del pilastro previdenziale (da qui la destinazione del TFR). Io credo che noi non possiamo pensare che non vi possa essere nella delega alcuna specificazione, alcuna proposta per quanto riguarda l'impegno di smobilizzo del TFR contenuto nell'accordo sindacale per dare un input molto forte nello sviluppo della previdenza complementare anche per i lavoratori delle pubbliche amministrazioni. Come noto le norme - e non voglio soffermarmi su questo - che regolano il passaggio al nuovo regime del TFR e la previdenza complementare dei pubblici dipendenti, sono previste da una legislazione specifica contenuta in parte già nella legge n. 335 e successivamente dalla contrattazione collettiva. Il punto di partenza è rappresentato dall'accordo quadro del luglio del 1999, recepito poi nel decreto legislativo del dicembre 1999; via via le leggi finanziarie del 1998, 1999 e 2001 sono intervenute in materia. Il passaggio al nuovo regime del TFR è quindi regolato tenendo conto di questa specificità. Ci sono anche delle risorse che sono state stanziate nella finanziaria del 2001 che si sono aggiunte alle risorse stanziate dalla finanziaria del 1999, che allora erano previste in 200 miliardi di vecchie lire. Ebbene, io credo che non possiamo rimanere fermi a questo indirizzo. Vi è stata una difficoltà nel corso di questi mesi a fare decollare la previdenza complementare nell'impiego pubblico, nel definire per esempio i grandi comparti, la scuola, i ministeri, il parastato, le aziende, gli enti locali e la sanità, c'è stata una contrattazione, un lavoro, tuttora in corso; sappiamo che ci sono delle difficoltà oggettive. Il settore più avanzato è quello della scuola con la costituzione del fondo Esperia. Ora però la scelta è quella di dare qualche segnale. Noi vi proponiamo tre scelte: per esempio, cominciare a dire che si procede verso la concorrenza all'aliquota prevista per la previdenza complementare dell'intero TFR, che corrisponde al 6, 91 per cento della retribuzione...

PRESIDENTE. Onorevole, la invito a concludere.

ROBERTO GUERZONI. ...facendo riferimento chiaramente ad una modalità via via decrescente definita dagli accordi sindacali. La seconda scelta potrebbe essere quella di cominciare a dare un segnale che le risorse realmente disponibili non sono più quei 200 più 100, cioè 300 miliardi di vecchie lire, ma che ve ne siano ulteriori. Ecco, come si è potuto capire, noi esprimiamo un giudizio preciso di carattere generale su questa delega; il confronto però che vorremmo si sviluppasse in quest'aula anche su questioni di merito, come questa del lavoro pubblico, è un confronto al quale noi facciamo seguire delle proposte molto precise. Mi auguro che il Governo, anche se non ha dimostrato di


Pag. 62

avere intenzione di cambiare i principi fondamentali della delega, dia almeno risposta a queste questioni, che sono importanti per noi e per milioni di lavoratori (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Trupia. Ne ha facoltà.

LALLA TRUPIA. Signor Presidente, onorevole ministro, dopo la delega sul mercato del lavoro c'è stata la delega sulla scuola e oggi siamo arrivati ad affrontare la terza delega, quella sulla previdenza. La filosofia che sottende a tutte queste deleghe è sempre la stessa: dare mano libera al Governo in materie delicate che avrebbero bisogno, per le ripercussioni sociali che comportano, ma anche per l'impatto che hanno sull'equilibrio complessivo e finanziario dello Stato, del massimo della concertazione delle parti sociali, del massimo coinvolgimento propositivo dell'intero Parlamento. Avete, invece, colleghi del Governo, forzato la mano, l'avete fatto anche in Commissione per fare presto, per portare la materia molto in fretta in aula. Lo strumento della delega, di cui voi, colleghi della maggioranza e Governo, abusate ormai abbondantemente, vi serve per raggiungere in fretta lo stesso scopo, l'unico scopo: dare un colpo serio ai sistemi solidaristici di welfare ed estendere fino a farne sistema sostitutivo il sistema privatistico, che si tratti di salute, di scuola, di mercato del lavoro o di pensioni. Abbiamo votato poco fa le pregiudiziali, voi colleghi della maggioranza avete votato contro, nonostante sappiate quanto noi dell'opposizione che questa delega - e lo hanno ricordato molti colleghi e colleghe - non ha una adeguata copertura finanziera.
Voi sapete che molte proposte contenute in questa delega comporteranno oneri finanziari molto significativi, tuttora privi di copertura come, d'altronde, aveva già evidenziato, nel marzo del 2000, la relazione tecnica. Ora, il Governo se la cava rinviando a coperture da ricercare, di anno in anno, nelle leggi finanziarie o rinviando a provvedimenti futuri. Ciò è la palese dimostrazione dell'assoluta aleatorietà del fondamento di questa delega. D'altronde, siamo tristemente abituati a provvedimenti, che voi ci presentate sistematicamente, basati su calcoli o previsioni finanziarie del tutto errate. Anche questa volta la delega sulla previdenza conferma questa regola del vostro Governo.
La proposta - lo ricordavano molti colleghi - di ridurre di tre o cinque punti la contribuzione per i nuovi assunti metterà in serissima discussione quell'equilibrio finanziario faticosamente raggiunto dall'INPS grazie alla riforma del 1995. La decontribuzione porta un onere aggiuntivo pari allo 0,6 per cento del prodotto interno lordo al netto degli effetti fiscali nel caso della riduzione di 5 punti, o pari allo 0,3 per cento nel caso della riduzione di 3 punti. La cifra è elevatissima e non è difficile immaginarne le immediate conseguenze. L'INPS, nel giro di pochi anni - questo ci è stato confermato in Commissione dall'allora presidente Paci - potrebbe essere messo nella condizione di non poter pagare le pensioni attuali a chi attualmente le percepisce, con ricadute di carattere sociale immaginabili. Già da questo si capisce come questa logica non rappresenti, assolutamente, la continuazione di quel processo riformatore, iniziato in Italia nel 1992, proseguito nel 1995 e poi nel 1997 ma, addirittura, il suo contrario. Altro che innovazione, colleghi della maggioranza e del Governo! La vostra è una vera e propria controriforma, fra l'altro con i piedi di argilla.
La riforma del 1995 non è ancora a regime ma, sotto gli occhi di tutti, e voi non potete certamente negarlo, i suoi effetti positivi sono già iniziati. La portata di quella riforma ci ha già portato a risparmiare (questo è stato quantificato) nel quinquennio 1998-2002, 160 mila miliardi di vecchie lire. Voi invertite un percorso virtuoso. Ne portate la responsabilità con grave danno per i pensionati e per i conti pubblici. È questo il modo per raggiungere l'unico obiettivo che vi sta a cuore: scardinare il sistema obbligatorio previdenziale pubblico facendo diventare


Pag. 63

la previdenza complementare integrativa, sostitutiva e predominante, cioè il pilastro privato diventerà più forte del pilastro pubblico. Dopo il mercato del lavoro e la scuola, la privatizzazione arriva anche nella previdenza. Tutto ciò significa dare un colpo molto grave allo Stato sociale e a quei principi solidaristici cui esso si ispira.
D'altronde, l'ipotesi della decontribuzione, cui facevo cenno prima per quanto riguarda gli effetti finanziari, approfondirà le iniquità e le ingiustizie retributive anziché allentarle e la prima ingiustizia sarà tra padri e figli: i giovani, stante la delega che oggi discutiamo, si vedranno ridurre ulteriormente le prestazioni pensionistiche fino a raggiungere, al massimo, il 50 per cento delle pensioni dei loro padri. I giovani, e soprattutto le giovani donne, saranno i più penalizzati da questa vostra controriforma. Essa, infatti, neanche tenta di offrire soluzioni valide ai veri problemi aperti oggi e del futuro. Mi riferisco ai problemi dei nuovi lavori, dei lavori atipici, di quelli discontinui e frammentati che, nel nostro paese, riguardano in grande misura, proprio i giovani e le donne e riguardano anche le donne altamente preparate, scolarizzate e che si presentano più forti sul mercato del lavoro.
Persino la proposta di totalizzazione - che avrebbe potuto essere un punto a favore per questi lavoratori e lavoratrici precari e sulla quale pareva possibile, almeno in Commissione, trovare un accordo - incontra oggi mille difficoltà e resistenze nella vostra stessa maggioranza. Sono proprio finalizzate al rafforzamento ed all'estensione di nuove forme di protezione di questi lavoratori le molte proposte emendative che abbiamo presentato e sulle quali speriamo che la maggioranza, domani, voglia cambiare opinione. Anche questo servirebbe a combattere quella precarizzazione che oggi interessa il lavoro di tanti giovani e di tante donne. Bisognerebbe, per esempio, ricercare forme solidaristiche - noi, come l'Ulivo, abbiamo tentato di farlo -, bisognerebbe cercare di mettere in campo ammortizzatori sociali che si mettano in relazione con i nuovi strumenti di carattere previdenziale.
Dunque, con questa delega si penalizzano ancora le fasce nuove del lavoro, ma anche gli attuali pensionati; si introducono principi persino lesivi della libertà di scelta dei lavoratori attuali introducendo, come è stato già ricordato, l'obbligatorietà dell'impiego del trattamento di fine rapporto in favore della previdenza complementare. È un modo, quello dell'obbligatorietà, per negare un diritto, un modo per non riconoscere al singolo lavoratore e lavoratrice, adulti, nemmeno la possibilità, in alcuni casi della propria vita (penso a problemi di salute o ad eventi eccezionali), di farvi fronte anche utilizzando parzialmente il trattamento di fine rapporto. Anche se noi siamo stati, e siamo ancora favorevoli, al suo impiego per la previdenza complementare, riteniamo che questo non possa essere un obbligo, ma una scelta libera dei lavoratori.
Tra le ingiustizie che non avete accettato di sanare con questa delega vi è anche quella relativa all'integrazione al minimo per tante donne. Tocco questa aspetto perché voi, in Commissione, avete bocciato, devo dire con un po' di imbarazzo, un nostro emendamento in materia. Voi non avete voluto trattare e discutere di tale questione; sappiamo che si tratta di andare anche oltre, di superare la stessa riforma del 1995. Voi sapete, colleghi della maggioranza, che, in questo caso, si tratterebbe quasi esclusivamente di sanare la situazione penosa, e persino umiliante, in cui si trovano a vivere molte donne in Italia; si tratta, in sostanza, di quella generazione di donne che non ha potuto conquistare una pensione dignitosa e piena o perché a quel tempo non vi erano possibilità ed opportunità di lavoro abbastanza qualificato per le donne, o perché esse hanno svolto quel lavoro di cura per la famiglia che ha consentito a questo paese di crescere, a molti uomini di lavorare e far carriera ed ai figli di studiare. Voi, amici del Governo, amate la retorica della famiglia ma, di fronte a dati concreti, non fate niente ed usate anzi quella retorica


Pag. 64

per nascondere una politica che certo non premia la famiglia e penalizza le donne. In questi anni, si è spesso affrontata tale situazione e non si è mai riusciti a risolverla, eppure non costerebbe molto; anzi, si potrebbero così introdurre elementi di equità su cui si andrebbero a riversare le aspettative sacrosante di quelle donne. L'integrazione al minimo dovrebbe inoltre essere concessa a titolo individuale e non solo in base al reddito del marito. Da anni ormai credo le donne abbiano acquisito il diritto alla propria individuale cittadinanza.
Per queste e per altre ragioni questa delega è pericolosa e regressiva: si interrompe il cammino virtuoso iniziato con i governi di centrosinistra, si accentuano disparità intollerabili tra genitori e figli, tra uomini e donne. La delega accentua poi quel senso di insicurezza che è lesivo della coesione di una società e che già ha avuto il proprio corollario, la sua anteprima, con la delega relativa al mercato del lavoro. Essa, inoltre, dà un altro colpo a quei vincoli solidaristici che segnano, alla fine, il livello di civiltà di un paese.
La delega, in sostanza, interrompe un'azione riformatrice che ci stava mettendo al passo con la parte più avanzata dell'Europa, riportandoci fuori dal rigore e dall'equità. Per questo motivo, siamo contrari al provvedimento in discussione e ci batteremo con tutte le nostre forze per modificare questa delega; nel merito presenteremo moltissimi emendamenti rispetto ai quali vi inviteremo e vi sfideremo a votare a favore e a non perdere tempo in miglioramenti, per non fare un ulteriore danno al paese (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Di Gioia. Ne ha facoltà.

LELLO DI GIOIA. Signor Presidente, prima di addentrarmi nella discussione di questo provvedimento di delega, vorrei ringraziare il ministro, perché obiettivamente è presente alla discussione sulle linee generali, a differenza di tanti altri che, come abbiamo verificato, non hanno avuto la sensibilità di discutere con il Parlamento.
Signor ministro, questo è un merito che le va ascritto per il semplice motivo che lei, probabilmente più di altri, crede in questa Assemblea.
Vorrei partire da alcune considerazioni di base per tentare di ragionare sul provvedimento di delega che il Governo ha sottoposto alla nostra attenzione. Signor ministro, vorrei partire proprio dalle sue considerazioni, dalle considerazioni che riguardano il libro bianco che ha sottoposto alla nostra attenzione e, in particolare, da quelle sul mercato del lavoro da lei svolte in tale libro dopo l'approvazione dello stesso provvedimento.
Ho letto il suo ultimo libro bianco sulla famiglia, in cui vengono messi a nostra disposizione alcuni dati e in cui oggettivamente si fa riferimento alle questioni riguardanti la non natalità, l'invecchiamento della nostra popolazione e i problemi che devono essere affrontati con molta responsabilità e serietà per fare in modo che vi sia una ripresa di fatto di questa nostra nazione.
Devo dire, con altrettanta onestà, che si fa anche riferimento ad alcuni interventi importanti che il Governo di centrosinistra ha sviluppato negli ultimi anni e mi riferisco soprattutto alla legge n. 328 del 2000 dell'onorevole Turco, che ha dato un impulso positivo con riferimento alle questioni della famiglia e dello Stato sociale, più in generale.
Sulla base di queste considerazioni e, quindi, capendo che la nostra popolazione sta invecchiando e che vi è la necessità di effettuare interventi sulla famiglia, anche per fare in modo che vi sia una maggiore possibilità di gettito con riferimento al sistema previdenziale, vorrei per un attimo tentare di ragionare con lei, signor ministro, partendo da un'analisi a monte. In altri termini, vorrei capire per quale motivo non vi sia una condizione di maggior gettito e come oggi ci si trovi all'interno di questo paese, per poi determinare tutte le considerazioni a valle nel merito della stessa delega.


Pag. 65


Signor ministro, lei sa meglio di me che oggi, di fatto, vi è una grande difficoltà nel sistema industriale: mi riferisco alle ultime vicende che hanno interessato il settore auto, al settore chimico e a tutti i comparti produttivi della nostra economia. Mi sembra che questo Governo non abbia una linea strategica con riferimento alle politiche industriali nel nostro paese. Pertanto, se non vi sono interventi di politica industriale, mi pare di fatto che difficilmente si possa attrezzare una condizione positiva per fare in modo che vi sia la possibilità di una maggiore contribuzione e, quindi, la possibilità di avere un gettito diverso. Tutto questo va ad incidere negativamente sul prodotto interno lordo e sulla ricchezza del nostro paese.
Come lei ben sa, si è svolta in questa Camera, una discussione approfondita quando il ministro dell'economia e delle finanze ci ha presentato le linee programmatiche di politica economica. Mi riferisco al DPEF dello scorso anno e di quest'anno, in cui abbiamo verificato le grandi contraddizioni e difficoltà delle scelte di politica economica del Governo.
Le suddette considerazioni vengono a monte di una discussione di merito sulla delega perché riteniamo importante che si affrontino con grande responsabilità e serietà le prospettive di questo paese in materia di sviluppo industriale. Come è possibile discutere di una delega nel momento in cui non vi sono chiare scelte di politica industriale? Con il decreto approvato, per il mercato del lavoro si creano, a mio avviso, ulteriori difficoltà e condizioni diverse tra le diverse aree del nostro paese. Il Mezzogiorno d'Italia oggi è in grande difficoltà dal punto di vista industriale ed il suo decreto, per quanto riguarda l'elasticità in ingresso nel mercato del lavoro, determinerà ulteriore difficoltà in tale realtà.
Nel discutere della delega da lei presentata - che evito di trattare dal punto di vista della sua costituzionalità e della copertura finanziaria - dobbiamo ragionare nel merito di alcuni aspetti. Non siamo contrari ad affrontare con responsabilità la questione della previdenza. Infatti, l'abbiamo affrontata in tempi passati con i Governi Amato e Dini e l'abbiamo riformulata con i Governi Prodi e D'Alema. Siamo convinti che vi sia la necessità di mettere mano con grande convinzione e senso di pragmatismo al sistema previdenziale facendo in modo che si creino equilibri seri e solidarietà. Il dato vero è che in questa delega, purtroppo, tali questioni non si intravedono.
Non siamo contrari, ad esempio, alla previdenza complementare e siamo convinti della necessità di affrontare tale problema. Siamo altresì convinti che per incentivare la suddetta previdenza sia necessario un meccanismo che agevoli la possibilità di utilizzarla. Tuttavia, non siamo convinti del modo in cui ponete al Parlamento questo tipo di intervento significativo che creerà, come già sostenuto da altri colleghi, una condizione per cui si è obbligati ad utilizzare il TFR per incentivare la previdenza complementare.
Per quanto riguarda le imprese, sostenete che gli sgravi fiscali possano determinare una riduzione del costo del lavoro ed incentivare lo sviluppo occupazionale. Credo che anche su questo si debba svolgere con grande onestà un ragionamento. Negli anni passati il costo del lavoro italiano non era certamente superiore al costo del lavoro europeo. Soprattutto, negli anni passati vi è stato un accumulo di ricchezza delle imprese, non redistribuito in senso equo.
Ciò pone con altrettanta responsabilità la considerazione che facevo precedentemente, cioè quella di discutere in modo altrettanto serio delle politiche industriali di questo paese (politiche industriali che a me pare vengano totalmente ignorate, nonché totalmente disattese da parte dell'attuale Governo).
Vede, signor ministro, credo vi sia la necessità di riflettere con molta responsabilità anche sulle questioni da lei affrontate nel suo libro bianco in ordine al welfare, laddove lei effettua alcune analisi, giustissime, su questioni riguardanti ad esempio i giovani, la loro non propensione a lasciare la famiglia, le difficoltà da essi


Pag. 66

incontrate nell'inserimento nel mondo del lavoro, nonché la loro consapevolezza verso i problemi relativi all'acquisto della casa.
Nel momento in cui vengono liberalizzati alcuni sistemi (come abbiamo già visto, ad esempio, precedentemente con il ministro Lunardi quando ha presentato le sue modifiche alle liberalizzazioni nel sistema edilizio) si vanno a determinare delle condizioni difficili perché vi sono dei potentati, in molte aree particolari della nostra realtà nazionale, che gestiscono anche questi tipi di mercati. Ho voluto portare questo esempio alla sua attenzione, signor ministro, per far rilevare come sia una politica di insieme a determinare le condizioni di sviluppo della nostra realtà nazionale e della nostra economia e non provvedimenti separati, perché questi incidono poi negativamente sui processi a valle.
Il collega De Franciscis prima sottolineava bene alla sua attenzione i dati emergenti da alcuni rapporti diffusi nei giorni passati. Da questi rapporti emerge di fatto la considerazione che la spesa previdenziale complessivamente intesa non è superiore a quella di altri paesi dell'Unione europea e che dall'analisi di questa spesa si verifica chiaramente come vi sia una diversità tra il nord e il sud. Ciò pone di nuovo, a monte della discussione che stiamo tentando di sviluppare, l'importanza di una politica seria di questo Governo, perché altrimenti nel prossimo futuro si accentuerà sempre di più il divario tra il nord, il centro ed il resto del paese.
Vede, signor ministro, al di là delle considerazioni già svolte dagli altri colleghi sulla questione dei rendimenti, sulla questione riguardante la privatizzazione del sistema della previdenza pubblica, nonché sulla disparità che viene a determinarsi tra giovani e anziani, la nostra contrarietà sta a monte, nella misura in cui non si ha la capacità di avere un piano organico di intervento che incida profondamente sulle scelte di politica economica, di politica sociale e di politica produttiva di questo paese, al fine di creare quelle condizioni positive per la ripresa e per lo sviluppo dell'intero territorio nazionale.
Siamo convintamente contrari a questo disegno di legge delega anche perché sappiamo - ne siamo convinti - che il processo avviato con la riforma Dini (la legge n. 335 del 1995) ha prodotto in questo periodo risultati importanti, che voi stessi ponete all'attenzione di questo Parlamento.

PRESIDENTE. Onorevole Di Gioia, dovrebbe concludere, perché lei ha già superato il tempo a sua disposizione di due minuti.

LELLO DI GIOIA. Si, signor Presidente, mi avvio velocemente alle conclusioni e la ringrazio perché è stata una giornata pesante anche per lei e soprattutto per il ministro che ha dovuto ascoltare con grande pazienza un po' tutti quanti noi.
Dicevo - e mi avvio a concludere - che questa riforma ha dato risultati positivi; dunque, in questo particolare momento, non vi era bisogno di presentare questo disegno di legge delega. Invece, sarebbe stato necessario avviare un grande processo di modernizzazione e di sviluppo di questo paese, affinché si potessero creare le condizioni per la garanzia della previdenza pubblica e, soprattutto, per la tutela delle fasce più deboli esistenti nel nostro paese.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Didonè. Ne ha facoltà.

GIOVANNI DIDONÈ. Signor Presidente, signor ministro, il disegno di legge che la Commissione lavoro propone all'esame della Assemblea si inserisce nel più ampio quadro di riforme sociali già delineato dal Governo con il DPEF del 2001; tant'è che esso costituisce un collegato alla legge finanziaria del 2002, con l'obiettivo di riequilibrare la distribuzione delle risorse per il welfare.
L'intervento, finalizzato ad un'opera di riordino del sistema previdenziale, prefigura una armonizzazione delle aliquote


Pag. 67

contributive tra le diverse categorie di lavoratori ed un rilancio della previdenza complementare, mediante la liberalizzazione del trattamento di fine rapporto, tenendo conto di due principi fondamentali. In primo luogo, il principio della flessibilità, ovvero la liberalizzazione dell'età pensionabile, nel senso che il lavoratore che matura i requisiti per l'accesso al pensionamento di anzianità, deve essere libero di scegliere se continuare a lavorare con una diminuzione dei contributi oppure andarsene in pensione potendo, tuttavia, godere della totale abolizione del divieto di cumulo tra trattamenti pensionistici e crediti da lavoro. In secondo luogo, il principio della certezza dei diritti, vale a dire un patto tra i lavoratori e lo Stato, che garantisca al lavoratore la certificazione della propria posizione assicurativa al fine di frenare la corsa al pensionamento dettata soltanto dalla paura e dal timore di vedersi intaccata la propria pensione - un diritto, quindi, acquisito -, il tutto corredato dal principio di equità dei trattamenti per garantire il quale è necessario uno stretto rapporto tra prestazioni e contribuzioni.
La necessità di ricostruire il patto tra generazioni è stato l'obiettivo principale della legge 8 agosto 1995, n. 335 - meglio nota come riforma Dini - che, introducendo il passaggio dal metodo retributivo a quello contributivo - la pensione cioè non si calcola più sulla media degli ultimi stipendi bensì in base ai versamenti fatti durante la vita lavorativa -, ha inteso affrontare la permanente differenziazione tra entrate contributive e prestazioni previdenziali caratterizzanti il nostro sistema pensionistico (differenziazione economicamente ormai non più sostenibile).
Il presente disegno di legge intende accelerare quel processo riformatore, iniziato nel 1995 con la riforma Dini e proseguito nel 1997 con la legge n. 449 (cosiddetta riforma Prodi), del quale sono condivisibili i principi ispiratori, ma che necessita di nuovi input per incidere positivamente sugli effetti finanziari del sistema nel suo complesso. Infatti, il provvedimento all'ordine del giorno non intacca l'impianto complessivo della riforma Dini, non interviene sulle pensioni di anzianità, non modifica i requisiti anagrafici e contributivi fissati dalla riforma Dini, come modificata dalla suddetta legge n. 449, bensì delega il Governo ad emanare uno o più provvedimenti legislativi finalizzati ad eliminare il tetto pensionabile, a sviluppare la previdenza complementare e a riordinare gli enti di previdenza.
Condividiamo, pertanto, l'impianto complessivo di riforma contenuto nel provvedimento. In particolare riteniamo importante introdurre sistemi di incentivazione di carattere fiscale e contributivo finalizzati a rendere conveniente la permanenza al lavoro. Ugualmente, reputiamo fondamentale sviluppare la previdenza complementare e, a tal fine, utilizzare il trattamento di fine rapporto per rafforzare il secondo pilastro.
È indispensabile - al contrario di quanto affermato dall'onorevole Gasperoni - l'obbligatorietà dell'utilizzo del trattamento di fine rapporto, altrimenti si rimane nella situazione attuale, nella quale le adesioni non sono molto numerose.
Peraltro, il testo che giunge all'esame dell'Assemblea è parzialmente modificato rispetto a quello originario presentato dal Governo, a causa di un complesso ed articolato esame da parte della Commissione lavoro che, nell'elaborazione del testo finale, ha tenuto conto anche dei pareri espressi dalle Commissioni competenti; il che non può che renderci ancora più soddisfatti del risultato raggiunto.
Ad esempio, abbiamo conferito al Governo un'ulteriore delega, finalizzata a rivedere il principio della totalizzazione dei periodi assicurativi, consentendone l'accesso sia al lavoratore che abbia compiuto il sessantacinquesimo anno di età sia a colui che abbia maturato quarant'anni di contributi, con ciò accogliendo, sia pure parzialmente, le istanze della Lega nord Padania che, sin dalla scorsa legislatura, aveva presentato in materia una proposta di legge, nonché una serie di emendamenti alle leggi finanziarie precedenti. Dico parzialmente, perché riteniamo che il vincolo di aver effettuato almeno cinque anni di contribuzione


Pag. 68

presso ogni cassa, gestione o fondo previdenziale per accedere al meccanismo della totalizzazione sia alquanto penalizzante, considerata la flessibilità che oggigiorno caratterizza i rapporti di lavoro.
Del resto, in una logica di sistema contributivo è giusto che l'interessato possa totalizzare tutti i versamenti fatti nell'arco della vita lavorativa, senza dover ricorrere alla ricongiunzione a titolo oneroso per la quale, talvolta, il gioco non vale la candela. D'altro canto, prendiamo atto delle affermazioni del rappresentante del Governo in Commissione, secondo cui sarà difficile per le casse di previdenza affrontare quest'onere, che, come è stato riferito, già con i cinque anni, ammonta a 450 milioni di euro, quasi mille miliardi di vecchie lire. Per questo motivo abbiamo presentato due emendamenti, uno teso ad abolire il vincolo dei cinque anni e l'altro a ridurlo quantomeno a due anni.
Sempre con riferimento agli emendamenti, preannuncio che la Lega ne ha presentati alcuni concernenti la questione delle cosiddette donne silenti, vale a dire dei soggetti che, avendo prestato attività lavorativa per brevi periodi o avendo scelto di sacrificare la loro carriera professionale per dedicarsi alla famiglia, hanno versato contributi per un numero di anni non sufficienti a garantire un minimo pensionabile. Ne parlo visto che questo Governo è molto sensibile all'esigenza di garantire alla famiglia un decoroso futuro e di consentire ai nostri giovani di ricorrere più spesso al contratto familiare. Ricordo che, prima della legge Bossi-Fini, i lavoratori extracomunitari che ritornavano nei paesi d'origine ottenevano la liquidazione di quanto versato all'INPS; quindi, le nostre donne cosiddette silenti non avevano neanche parità di trattamento con i lavoratori che venivano solo temporaneamente a lavorare nel nostro paese. Tali contributi, secondo la normativa vigente, non possono essere restituiti e perciò sono a fondo perduto.
Auspico pertanto che la maggioranza accolga le nostre proposte di modifica, affinché anche questo provvedimento non rappresenti un'occasione mancata di giustizia sociale.

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.

Back Index Forward