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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione delle mozioni Volontè ed altri n. 1-00127 e Violante ed altri n. 1-00163 sulle misure in favore della famiglia e della natalità (vedi l'allegato A - Mozioni sezione 1).
Avverto che sono state altresì presentate le mozioni Burani Procaccini ed altri n. 1-00164 e Castagnetti ed altri n. 1-00165 (vedi l'allegato A - Mozioni sezione 1) che vertono sullo stesso argomento delle mozioni all'ordine del giorno. La discussione, pertanto, si svolgerà anche su tali mozioni.
La ripartizione dei tempi riservati alla discussione delle mozioni è pubblicata nel vigente calendario dei lavori (vedi calendario).
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali delle mozioni.
Constato l'assenza dell'onorevole Volontè, iscritto a parlare anche per illustrare la sua mozione n. 1-00127: s'intende che vi abbia rinunziato.
È iscritta a parlare l'onorevole Bolognesi, che illustrerà anche la mozione Violante ed altri n. 1-00163, di cui è cofirmataria. Ne ha facoltà.
MARIDA BOLOGNESI. Signor Presidente, a me dispiace che non ci sia l'onorevole Volontè: successivamente, ci sarà occasione di discutere su questo punto. Infatti, credo sia molto importante che quest'Assemblea, nella sua solennità, nel ruolo fondamentale che ricopre nella vita democratica del paese, si occupi dei dati che ci segnalano i problemi sociali, finanziari, economici e di organizzazione della società dei prossimi anni, partendo dalla valutazione dei dati sull'invecchiamento della popolazione in tutta Europa e particolarmente in Italia che le statistiche ci mettono sotto gli occhi.
I dati sull'invecchiamento della popolazione sono preoccupanti - non sto qui a citarli perché sono contenuti nella mozione di cui sono cofirmataria - e mettono in rilievo come tra gli abitanti dei paesi del Consiglio d'Europa e dell'Unione europea l'Italia, sicuramente, detenga un primato importante che è quello dell'invecchiamento della popolazione: evidentemente, il livello socioeconomico del paese si è elevato. Tuttavia, detiene - ahimè - anche primati, che io considero negativi, come quello della denatalità. C'è stato un picco nel 1995, che in parte è stato superato negli anni successivi, ma i numeri parlano chiaramente: l'indice di natalità del nostro paese è molto basso e il numero medio di figli per donna, che era del 2,41 nel 1960, è sceso poi a 1,18, appunto, nel 1995, anno di record storico negativo. Oggi è all'1,25 e si attesterà nel futuro sotto la soglia dell'indice medio europeo nei prossimi anni. Questo dato va misurato sul 2010 e va considerato che nel 2050, secondo dati europei, ci sarà una riduzione della popolazione, con un declino demografico importante e con un primato ancora in Italia, Spagna e
Germania, allorché gli under 14 passeranno da 69 a 58 milioni.
Pertanto, questi dati ci danno un quadro della necessità, evidentemente, di intervenire sulle politiche riferite alla popolazione anziana: il sistema del welfare su questo deve riflettere ed attrezzarsi. In ogni caso, parlare di invecchiamento della popolazione significa, appunto, parlare di quel rapporto, di quel divario tra generazioni e, quindi, di quel divario nell'equilibrio tra natalità e invecchiamento che richiede una riflessione, sicuramente, in tutta Europa, ma particolarmente nel nostro paese, come anche la possibilità di politiche di inversione di tendenza.
Parlare di anziani significa anche parlare di invecchiamento della popolazione italiana, delle nascite, ma anche di politiche a favore delle donne nel mondo del lavoro. In quest'ultimo caso si tratta della capacità di organizzare e proporre un'offerta di lavoro che vada incontro a quelle che in Europa - le quali già si stanno attuando - prendono il nome di politiche di conciliazione tra tempi di lavoro e di vita. Il nostro, a differenza di altri paesi appartenenti all'Unione europea, ha fatto fatica a considerare politiche su cui investire, e laddove lo si è fatto si sono però avuti soltanto risultati parziali, ad esempio, attraverso la legge n. 328 del 2000 ed il fondo nazionale per le politiche sociali, tra l'altro impoverito dall'ultima legge finanziaria. Inoltre, penso anche alle difficoltà riguardo l'offerta di servizi educativi per la prima e primissima infanzia ed alle difficoltà che le donne incontrano nell'ambito della progressione di carriera.
Si tratta di tutta una serie di problematiche che, sicuramente, partendo dall'invecchiamento investono la nascita, le politiche di conciliazione a favore delle nascite e, quindi, le politiche riguardanti la pari opportunità delle donne nell'accesso al mondo del lavoro, rispetto anche alla progressività di carriera.
La denatalità nei paesi sviluppati come l'Italia è dovuta a più fattori di origine culturale, sociale e di organizzazione della vita. Nel nostro paese, inoltre, vi è da registrare anche un rallentamento del processo di autonomia delle nuove generazioni rispetto alla famiglia di origine. Si tratta di processi culturali, socio-economici e della difficoltà di introdurre - a differenza di altri paesi europei - politiche di conciliazione.
Questa riflessione investe i principi e gli strumenti del welfare State come l'idea di innovazione e di politiche sociali a favore della conciliazione tra vita familiare, scelta di maternità o paternità e scelta di realizzazione nel mondo del lavoro, nella vita sociale e civile.
Penso che questo rappresenti il nucleo dei temi che ci troveremo a discutere nei prossimi decenni: invecchiamento, difficoltà delle nascite e difficoltà al formarsi di nuove famiglie. È questo il nodo della discussione sul futuro del welfare nel nostro paese ed in Europa.
A prescindere da un'oggettiva difficoltà riguardo a questo tema, sono contenta che si sia aperta una riflessione per far sì che nel nostro paese si innalzi di nuovo la natalità. Infatti, un paese che non si riproduce, evidentemente, non investe nel proprio futuro ed ha difficoltà a configurare politiche per il futuro.
Nell'aprire questa riflessione dovremmo chiedere al Governo - e segnatamente al Parlamento - di predisporre interventi di sostegno alla genitorialità, e ciò implementando un sistema di servizi tesi ad incrementare la natalità. Sicuramente tutto questo dovrà essere attuato a partire dalle norme previste dalla legge n. 328 del 2000, le quali prevedevano una politica di incentivi e di sgravi fiscali a favore dei carichi familiari. Bisogna poi dotare di risorse adeguate il fondo nazionale per le politiche sociali, così come credo sia necessario indirizzare le politiche di welfare dando priorità agli interventi a favore delle famiglie che hanno figli o che ne vogliano avere. Si deve guardare alla libertà - una parola cara a lei, signor Presidente - delle coppie, delle donne ad avere figli, ad investire nel proprio futuro.
Credo anche che ciò dipenda dalla difficoltà a proporre un ventaglio di opportunità con riferimento all'offerta educativa
nella primissima infanzia. Penso agli asili nido nelle scuole dell'infanzia che evidentemente mancano anche in quelle situazioni in cui i servizi a rete sono più forti. Certamente occorrono risorse e modalità per l'implementazione di tali servizi.
Ritengo che la piena scelta di maternità sia quella che può far coniugare i tempi di vita e di lavoro. Richiamo, quindi, la possibilità e la necessità di garantire la piena applicazione della legge n. 53 del 2000, quella sui congedi parentali, che promuove concrete politiche di conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare, con riferimento alle disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura ed alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città. Purtroppo, se operassimo un'indagine, riscontreremmo la scarsa applicazione della legge sui congedi parentali che attribuisce alle madri ed ai padri la possibilità di seguire i figli nella primissima età o anche successivamente, considerandolo un elemento fondativo delle politiche di conciliazione e credo che su tale aspetto dovremmo tornare ad operare.
Dobbiamo, inoltre, promuovere azioni positive per superare l'esistente penalizzazione che le lavoratrici madri vivono all'interno dei posti di lavoro, anche con riferimento alla carriera. Penso che la parte della legge n. 53 del 2000, relativa ai tempi delle città, alla capacità di organizzare servizi, negozi e trasporti, finalizzandoli a favorire politiche di conciliazione tra lavoro e famiglia, sia praticamente inattuata. Credo che debbano essere implementate politiche a favore della casa, al fine di aiutare i giovani ad uscire dalla famiglia di origine, a formare nuove famiglie, a credere e ad investire nel futuro (bisogna aiutarli a farlo). A tal fine, dovremo ripensare ad un sistema fiscale e redistributivo in funzione dei carichi familiari.
Dovremo anche ripensare e potenziare (per un refuso la suddetta previsione non è inserita nel dispositivo della mozione da noi presentata, ma la aggiungo ora oralmente) i consultori familiari (che stanno chiudendo), implementando politiche a favore delle famiglie, soprattutto della genitorialità responsabile. Credo che determinati strumenti e reti esistenti sul territorio, come la rete dei consultori familiari, siano preziosi: devono essere ripensati (su di essi occorre, infatti, investire) e non certo chiusi.
Infine, credo che pensare alle famiglie, alla genitorialità, ai figli significhi anche predisporre politiche diverse da quelle attivate nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici extracomunitari. I ricongiungimenti familiari per i lavoratori extracomunitari ed il favorire politiche di integrazione dei bambini stranieri costituiscono un modo di pensare a futuri cittadini italiani, anche con riferimento a ciò che accade nel mondo globalizzato ove i flussi migratori appartengono ormai a questa epoca e fanno parte, a pieno titolo, della riflessione sulla genitorialità, sull'investimento sui bambini (mi riferisco anche alle politiche che prevedono, facilitandole, altre modalità di essere genitori, come l'adozione e l'affidamento familiare).
Penso vi sia un sistema di politiche a favore della genitorialità e del desiderio di maternità e paternità che, spesso, si scontra con una realtà socioeconomica difficile e ciò richiede un atto, più atti o più azioni da parte del Governo, ma anche del Parlamento.
Credo che la discussione sugli anziani, sulle nascite, sui bambini, sui futuri cittadini, ma anche su un determinato sistema di welfare, su politiche di conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare sia il cuore della riflessione (purtroppo non vi è stata nel corso dell'esame del disegno di legge finanziaria e ve ne è stata poca nelle aule del Parlamento) sul futuro europeo, sul futuro dei diritti di cittadinanza.
Si tratta di un tema di grande attualità su cui mi auguro vi sia una discussione seria, nonché una possibile convergenza tra i diversi punti di vista.
Se, insieme, crediamo che il tema delle politiche a favore della genitorialità rappresenti un punto qualificante e centrale, allora questo Parlamento, ed anche il Governo, ne devono fare un punto di riflessione serio, non a mò di bandiera, -
dal momento che questa sollecitazione ci proviene da più parti -, con la capacità di dare risposte concrete ed azioni che significano investimenti, strumenti normativi, peraltro già esistenti.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Burani Procaccini che illustrerà anche la sua mozione n.1-00164. Ne ha facoltà.
MARIA BURANI PROCACCINI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, in una giornata come questa del lunedì in cui il dibattito su mozioni di tale spessore da un punto di vista sociale registra un uditorio ristretto ai soliti noti, e comunque con l'onore di avere lei, Presidente Biondi, qui con noi...
PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Burani Procaccini. Sono tutt'orecchi!
MARIA BURANI PROCACCINI. ...oltre al Governo, rappresentato dal sottosegretario Ventucci, siamo qui a condividere in fondo una presa di posizione a favore di azioni positive e di promozione nei confronti della famiglia, con posizioni molto vicine e simili. Condividendo ciò che è stato detto dalla collega Bolognesi, e in tal senso ho letto le mozioni presentate dagli altri colleghi in Parlamento - in particolare quella della collega Bolognesi, quella del collega Volontè, mentre non ho avuto modo di leggere quella del collega Castagnetti, ma sicuramente anch'essa conterrà elementi sicuramente positivi, - vorrei ricordare alcuni elementi essenziali.
Anche nella mia qualità di presidente della Commissione parlamentare per l'infanzia, nell'affrontare i problemi legati al formarsi dell'infanzia, problemi legati alla denatalità italiana, una delle più gravi in tutto l'orbe terracqueo - infatti, nell'ambito del continente europeo siamo il fanalino di coda rispetto a tutte le altre nazioni e davanti a noi c'è soltanto la Spagna che ha un sussulto di interesse verso le politiche familiari - vorrei focalizzare le diverse difficoltà che incontra la famiglia italiana. Esse sono molteplici e sono quelle che spingono i nostri giovani a non mettere su famiglia o che spesso e volentieri, quando la famiglia si forma secondo i crismi voluti dalla Costituzione italiana, vede quest'ultima penalizzata rispetto ad una coppia di fatto che metta al mondo dei bimbi; addirittura, ad esempio, la madre che figuri come ragazza madre ha comunque la possibilità di accedere ad un asilo nido statale con molta più facilità rispetto ad una coppia che si regga su due redditi, magari minimi, e che ha affrontato anche la grossa responsabilità civile di un matrimonio. Essa si trova quindi di fronte ad uno Stato patrigno, che la considera come un qualcosa che serve sì da ammortizzatore sociale, ma che viene infine posta ai limiti rispetto agli interessi dei Governi e delle istituzioni, anche locali.
Pensiamo per esempio alla legge in corso d'approvazione in materia di asili nido: cerchiamo di dare a questa legge una corsia preferenziale e di accelerarne l'iter. In fin dei conti, questa legge dovrebbe avere una corsia preferenziale e si è raggiunto un onorevole compromesso nel quale sia la maggioranza sia l'opposizione hanno come fine ultimo quello di dare alle coppie e alla maternità in particolare, ma anche alla paternità, la possibilità...
MARIDA BOLOGNESI. Ai figli.
MARIA BURANI PROCACCINI. ...anche ai bambini, come giustamente mi ricorda in questo momento la collega, di trovare cittadinanza piena in questo nostro Stato.
Da parte del Governo ci sono state promesse, nella legge finanziaria sono stati previsti fondi destinati ai nidi aziendali, ma con questo provvedimento - vorrei sottolinearlo - noi abbiamo voluto dire che non ci sono solo i nidi aziendali, perché i nidi sono necessari a tutti i livelli. Uno potrebbe avere bisogno di un nido, ma non avere a disposizione l'azienda che gli apre le porte e che gli consente di avere un nido vicino al posto di lavoro. Dal momento che tutti i cittadini devono essere uguali davanti alla legge, non è giusto che vengano destinati fondi ai nidi aziendali
e non, ad esempio, ai nidi di caseggiato o a qualsiasi altro tipo di nido, che adesso, nella fantasia della sussidiarietà orizzontale, è stato quasi inventato dal niente e che le famiglie stesse si sono date da fare a metter su, quando lo Stato si è dimostrato carente (il che, sempre).
È necessario costruire nidi che possano incentivare ed aiutare le mamme ed i papà che lavorano, perché ormai la famiglia monoreddito è un sogno, oltre ad essere la più penalizzata in assoluto. In fin dei conti, sposarsi e mettere al mondo dei figli riguarda anche un discorso culturale. Quando noi, attraverso le varie leggi finanziarie e le politiche per la famiglia, abbiamo sempre mantenuto una mentalità che incentivava le famiglie con redditi più bassi, quelle che sfioravano o scivolavano sotto la soglia di povertà, in fondo, abbiamo mandato un messaggio alle giovani coppie. Abbiamo detto loro: attenzione, chi fa i figli, diventa povero. Si tratta di un messaggio culturale! Dobbiamo fare come fanno gli altri Stati, in Europa e nel mondo, e dire invece che un figlio è un bene per la società, quindi, chi mette al mondo un figlio fa qualcosa di cui la società si avvantaggerà in progress, fino a poter contare su questo nuovo cittadino nel momento in cui andrà a reggere un sistema pensionistico che, come ci dicono i conti che vengono fatti ad alto livello - lo dico tra virgolette -, è in pericolo sostanziale, perché le nuove generazioni sono in calo e non saranno in grado di reggere il sistema pensionistico come per tradizione le giovani generazioni hanno fatto, andando a supplire con il loro lavoro il venir meno del lavoro di coloro che andavano in pensione.
Si tratta di una mentalità che non ha in alcun modo incentivato la natalità. Mettere al mondo dei figli non deve essere come acquistare una macchina o un appartamento, vale a dire un lusso per le giovani coppie. Avere un figlio deve essere una gioia! Se si vanno a vedere le statistiche e le volontà espresse dalle giovani coppie - in particolar modo dalle donne -, si vedrà che queste donne non sono diverse dalle donne di ieri: i figli vorrebbero averli, ma che dire quando perfino alla Camera dei deputati non c'è un nido per l'infanzia? Che dire quando anche le impiegate e le funzionarie che lavorano alla Camera non hanno la possibilità di usufruire di un punto d'appoggio vicino al posto di lavoro, che consenta loro di mettere al mondo dei figli e non solo quell'unico che disperatamente, con l'appoggio di tutta la famiglia, in Italia, ancora si riesce a fare, perché vengono precettate le nonne, le zie e quant'altro si può inventare per ricevere un minimo d'aiuto e per far crescere queste creature che non trovano posto in un asilo nido? Vi posso assicurare, infatti, che gli asili nido dello Stato non sono a disposizione delle nostre giovani impiegate, delle nostre funzionarie, delle nostre commesse, perché sono a disposizione di pochissime famiglie, con redditi talmente bassi - almeno nominali - che ci vorrebbe ben altro che l'asilo nido per sorreggere quella famiglie!
Quindi, si devono mantenere in nidi o asili privati con quello che costano, con la piccola possibilità di detrazione prevista. E qui giungo al vero punto dolente, vale a dire quello riguardante le deduzioni del costo dei figli. Se non arriviamo a dedurre pienamente - come fanno in tutti i paesi civili - il costo dei figli dall'imponibile della famiglia, non avremo compiuto alcun passo in avanti. Sarebbe auspicabile adottare il criterio universalistico, l'unico che ha consentito alla Francia e all'Inghilterra di risalire la china, e che adesso viene studiato in Spagna, mentre, con il vecchio sistema delle detrazioni (che anche in Italia abbiamo adottato, compiendo voli pindarici ed equiparando la famiglia quasi ad un'azienda, senza darle i supporti necessari), la famiglia è stata penalizzata. Dunque, il decremento delle nascite che si registra in Italia si è verificato anche in Spagna - lo ripeto - unico paese in Europa.
Che fare, dunque, per un'inversione di tendenza, un'inversione mentale, prima che sostanziale? Dobbiamo capire che i figli rappresentano un bene della società e che un figlio costa in Italia, così come costa in Germania. La Corte costituzionale
tedesca ha stabilito che mantenere un figlio costa all'anno almeno 15 milioni di vecchie lire; in Italia, invece, vi sono parametri risalenti addirittura agli anni settanta! Veramente, c'è da dire che si fa ancora troppo, troppo poco!
Vorrei rilevare un ultimo aspetto che nessuno ha evidenziato ma che, invece, va considerato. Le nuove generazioni non sono abituate al concetto del dolore che, in fondo, avevano tradizionalmente le nostre nonne; ma è giusto che sia così, vivaddio. Vivere meglio, avere maggiori possibilità anche con riferimento all'assistenza sanitaria, sono state grandi conquiste del novecento e, quindi, degli anni che stiamo vivendo. Tuttavia, la medicalizzazione del parto, il considerare lo stesso una malattia fin dall'inizio della gravidanza, quando il bimbo viene avvertito come essere vivente all'interno del ventre materno, nonché le molte spese che la coppia affronta a causa dell'infinità di analisi mediche (esse sembrano una sorta di accanimento terapeutico su una donna che non è malata ma che vive una delle fasi più felici della sua vita fisiologica), tutto ciò fa parte, per esempio, di una mentalità negativa contro la quale si spera che questo Governo attui un'inversione di tendenza.
Un'inversione di tendenza, Presidente, va attuata anche con riferimento all'ultima fase di questa vicenda, ossia mettere al mondo un bambino. Si registra un eccesso incredibile di parti cesarei dovuti alla frettolosità e ad una certa invasività del mondo medico nelle vicende del parto; vi sono reparti di ostetricia identici a quelli di oncologia (una donna vi entra terrorizzata, perché il clima che si respira da una parte lo si respira anche nell'altra); non si comprende cosa possa essere una casa del parto, un ambiente sereno in cui una donna può mettere alla luce il proprio figlio. Oggi, tale ambiente non è più, come certamente per le nostre nonne e bisnonne, la casa, poiché la casa è irraggiungibile e perché, durante il parto, si possono presentare rischi improvvisi che devono essere affrontati anche dal punto di vista tecnico-scientifico.
L'idea è di costruire, nell'ambito dei nostri ospedali, o a questi affiancate, case del parto presso le quali si possa avere un accesso alla maternità bello, fisiologico, sereno e dove il bambino riceva la sua prima accoglienza come cittadino del mondo e non come una sorta di ciste da togliere ad una povera donna terrorizzata oltre che in preda al dolore.
Io credo che pure questa debba essere l'inversione di tendenza verso la quale dobbiamo puntare. È inutile dire: facciamo più bambini perché, per farlo, signor Presidente, non basta la volontà d'amore delle coppie, ma ci vuole la volontà d'amore della società; e non mi pare che questa società manifesti tutta questa volontà d'amore nei confronti dei bambini! In realtà, essa fa di tutto per terrorizzare coloro che, volendo mettere su famiglia, pensano di averne una che sia arricchita dalla presenza di nuovi cittadini. L'hanno detto gli stessi bambini, nel maggio scorso, a New York, nel corso della sessione speciale dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite sui diritti dell'Infanzia (UNGASS), che ha rappresentato un bellissimo momento di riflessione: noi non siamo il vostro futuro - hanno detto -, siamo stufi di essere considerati il vostro futuro: noi siamo il vostro presente! È questo che dovremmo veramente dire: il bambino che sta nascendo è il presente! Dobbiamo prepararci ad accoglierlo, a farlo nascere serenamente, ma anche a dargli tutta quell'assistenza che una madre ed un padre debbono poter pretendere dalla società.
Il discorso non vale soltanto a livello nazionale: bisogna premere anche sugli enti locali; oltre alla sussidiarietà in senso orizzontale, ci interessa «svegliare» anche questa famosa sussidiarietà verticale perché non è giusto lo scaricabarile tra Governo centrale, regioni, province e comuni: alla fine, ci rimette sempre il cittadino! Vogliamo che vi sia un'inversione di tendenza; vogliamo che queste nostre mozioni, che ci spingono a predicare, di lunedì, in un'aula semideserta, abbiano un seguito!
A proposito, ringrazio tutti i colleghi che, con grande cortesia, sono qui ad ascoltarmi. Indubbiamente, essi condividono l'ansia per un sociale che, purtroppo, viene sempre bistrattato da tutti: se si discute di un argomento per il quale c'è una televisione piazzata lì a riprenderci o se i big della politica si parlano addosso, allora l'aula è piena e strabocchevole; quando, invece, si parla di bambini e di famiglie, di ciò che veramente sta alla base della società, vale il discorso: tanto le cose vanno avanti lo stesso! La famiglia accoglie gli anziani, la famiglia accoglie i bambini, la famiglia si cura da sé e, alla fine, piangendo piangendo, forma la società. Questo non deve più accadere!
PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Burani Procaccini. Per sua serenità, desidero dirle che, qualunque sia l'argomento, il lunedì è uguale per tutti, forse più della legge!
È iscritto a parlare l'onorevole Mosella. Ne ha facoltà.
DONATO RENATO MOSELLA. Signor Presidente, mi inserisco in questa riflessione omettendo il riferimento ad alcuni dati che hanno allarmato e preoccupato molti di noi e per i quali, questa sera, ci troviamo ad evidenziare l'importanza di adottare misure in favore della famiglia.
La denatalità ed il processo di invecchiamento della popolazione investono l'Italia con un'incidenza ancora maggiore rispetto ad altri paesi del mondo occidentale. I dati, ripeto, sono già stati forniti, per cui non mi attardo a ripeterli. L'intero sistema di garanzie dello Stato sociale rischia di entrare in crisi. Ed è facile prevedere che proprio i settori riguardanti le prestazioni previdenziali e sanitarie subiranno pesanti conseguenze.
Già oggi, lo vediamo, è forte da parte di cittadini italiani la richiesta di potenziare la rete operativa del sistema dei servizi accentuando, e non diminuendo, come ha fatto il Governo, il trasferimento di risorse sul territorio, perché tutti sanno, anche quelli meno avvezzi a queste tematiche, che quei tagli produrranno di fatto delle difficoltà a carico delle famiglie. Non c'è dubbio che le politiche di sostegno per le famiglie devono essere quindi potenziate, e non solo perché bisogna adeguarsi ad altri paesi europei (in Italia le politiche a sostegno delle famiglie rappresentano il 3,6 per cento della spesa sociale; in Europa la media è dell'8,3 per cento).
Allora, mi fermo qua. Voglio solo fare una sottolineatura molto semplice ma, nella sostanza, io credo, efficace. Più che i tanti studi, ricerche, numeri sulle trasformazioni all'interno dell'istituzione familiare, personalmente, ciò che mi ha dato la dimensione dei problemi strutturali della famiglia è stato un semplice quiz lanciato da un'associazione che chiedeva ai ragazzi: quante volte la vostra famiglia ha mangiato insieme? Ho fatto una rassegna mentale delle famiglie di mia conoscenza; cosa avrebbero potuto rispondere? Una, due volte, sporadicamente, casualmente. E si potrebbe aggiungere che molto spesso, quando permane il momento comunitario della condivisione del pasto - che risale agli albori dell'umanità quando il clan degli ominidi si riuniva intorno al fuoco - , esso viene svuotato dalla televisione e da altri strumenti che credo stiano condizionando non poco la vita del nostro paese.
Quindi, prima di tutto è necessario passare da un'idea della famiglia che entra nel sistema assistenziale solo come elemento problematico ad una visione della famiglia che è una risorsa. La famiglia, se è adeguatamente sostenuta dalle istituzioni, ha in sé le potenzialità per diventare soggetto attivo nella elaborazione e nella creazione di quella rete di servizi necessaria a garantire la qualità della vita dei cittadini (su cui abbiamo sentito eloquenti parole anche questa sera), abbandonando una logica puramente riparativa a vantaggio di una politica di promozione del benessere.
La famiglia deve essere valorizzata e responsabilizzata, questa prospettiva è alla base della legge n. 328 del 2000, su cui francamente credo non vadano spese ulteriori parole. Però, si dice esplicitamente che il sistema integrato di interventi e servizi sociali riconosce e sostiene il ruolo peculiare delle famiglie nella formazione e
nella cura delle persone, nella promozione del benessere e nel perseguimento della coesione sociale. Alla luce di questo, mi stupisce e mi preoccupa anche quello che leggo nel libro bianco sul welfare del Governo (che cito): anche se va dato atto alla legge n. 328 del 2000 di aver rappresentato una soluzione di continuità rispetto al nulla esistente in tema di politiche sociali, va riconosciuto che essa presenta forti limiti nella valorizzazione della famiglia come sistema di relazioni, in cui i soggetti non sono solo portatori di bisogni ma anche di soluzioni, di stimoli e di innovazioni. La legge n. 328 del 2000, invece, fa della famiglia il fulcro nevralgico delle politiche sociali e anche un interlocutore privilegiato delle istituzioni; era questo lo scopo di fondo che si voleva conseguire. Questo avviene a tutti livelli, al fianco del mondo del non-profit, del volontariato, coinvolti non solo per ciò che già fanno autonomamente, ma anche e soprattutto per la loro conoscenza delle problematiche, frutto di un'esperienza quotidiana nata anche spontaneamente senza aiuti, inizialmente. È vero che questo compito spetta alle regioni e agli enti locali, però quando poi le risorse agli enti locali e alle regioni sono tranciate, come sta avvenendo, è chiaro che il cane si morde la coda.
Oggi, sembra venuto meno il senso di responsabilità che, attraverso un confronto costruttivo tra la maggioranza e l'opposizione, portò all'approvazione di quella legge. La cosa mi preoccupa ancor di più perché i risultati della legge quadro dipendono essenzialmente dal modo in cui essa verrà applicata. Per questo, risulta ancora più urgente richiamare il Governo alla responsabilità di dare attuazione immediata alle politiche della famiglia, al di là delle solite altisonanti enunciazioni di buoni propositi. Un esempio di queste ambiguità è rappresentato dalla legge delega sul fisco. Su questo non entro nel merito, mi limito a riferire quanto ha detto Luisa Santolini, che è la presidente del forum delle famiglie, associazione che pure aveva salutato con un grande entusiasmo la centralità che alla famiglia si dava nel libro bianco sul welfare del Governo.
Dice la Santolini - il comunicato è del 12 febbraio 2003, dunque anche abbastanza recente - «mentre da un lato si è pronti ad andare incontro a settori sociali in crisi come l'auto, l'edilizia e perfino le società calcistiche, senza prendere in considerazione i livelli di reddito, dall'altro si penalizzano le famiglie con figli e, in particolare, quelle monoreddito e numerose. La limitazione delle deduzioni per i figli a carico ai redditi bassi e medi in un sistema fiscale come quello italiano è destinata ad introdurre effetti perversi».
È su meccanismi delicati come questi che si basa il senso profondo dell'essere famiglia.
Le politiche pubbliche non possono limitarsi a prevedere strumenti che aiutano le famiglie ed essere tali solo sulla carta, ma dovrebbero creare le condizioni perché ci siano famiglie sostanziali in cui il vivere comune sia un fatto reale e significativo. Questo non si ottiene parcellizzando gli interventi e tanto meno fermandosi ai pure importanti aspetti economici; significa predisporre una rete di interventi sinergici per l'infanzia, per gli adolescenti, per i giovani, per gli adulti, per gli anziani, per la coppia che si sta formando, per quella che vive il problema di conciliare lavoro e figli, per quella che deve ridefinire il proprio ruolo dopo l'allontanarsi dei figli, per quella che affronta il crepuscolo della vita o per le famiglie che sopportano al proprio interno, il peso aggiuntivo della marginalità.
Dunque, quando si parla di servizi alla persona e alla famiglia, è necessario farlo nell'ambito di una visione d'insieme di tutte le problematiche connesse e non si può guardare ad un aspetto o all'altro; solo un approccio complessivo può aiutarci a risolvere qualche problema perché oggi siamo più esposti che in passato al rischio di esclusione sociale.
La sicurezza del presente non equivale alla sicurezza per il futuro, le famiglie hanno bisogno di un accompagnamento e di un sostegno costante proprio per evitare
di arrivare a quel limite estremo in cui l'intervento esterno diventa indispensabile ed improrogabile. Il desiderio di costruire una famiglia è frustrato dall'incertezza dell'oggi e del domani; giovani che vorrebbero intraprendere una vita insieme ed avere figli, anche adottandoli, sono costretti a rimandare continuamente perché non hanno un lavoro stabile, perché non possono permettersi di pagare l'affitto di una casa che recentemente ha subito aumenti esponenziali, perché non hanno alcuna sicurezza di poter garantire ai loro figli un futuro sereno in quanto, già in due, stentano ad arrivare alla fine del mese o, comunque, lavorando tutto il giorno non avrebbero il tempo materiale da dedicare ai figli.
È necessario dare ai giovani la libertà di scegliere se e quando crearsi una famiglia. Aiutare le giovani coppie è importante, ma si rischia di saltare un passaggio fondamentale escludendo coloro che ancora non formano una coppia perché non possono permetterselo. La casa, un lavoro che sia compatibile con le esigenze della famiglia, una rete di protezione sociale che dia ai giovani quella base di sicurezza, anche materiale, che consenta loro di progettare il proprio futuro individuale e familiare. Le istituzioni hanno il dovere di garantire tutto questo al cittadino.
La famiglia, poi, va sostenuta nel tempo; ciò è doveroso perché tutti abbiamo uguali opportunità. Non basta dire che lo Stato garantisce il diritto universale all'istruzione se poi un giovane è costretto ad andare a lavorare perché le condizioni economiche della sua famiglia non gli consentono di proseguire negli studi. Per questo è fondamentale estendere l'assegno familiare per le famiglie monoreddito anche ai figli che, compiuti i 18 anni, desiderino continuare un percorso formativo.
La povertà, infine, nel nostro paese è un problema che, in forme più o meno conclamate, riguarda una fascia molto ampia di popolazione. Dagli ultimi dati ISTAT risulta che oltre 940 mila famiglie, cioè il 4,2 per cento delle famiglie, sono assolutamente povere. Questi dati allarmanti, e direi anche scandalosi per un paese come il nostro, ci dicono che il 12 per cento delle famiglie vive in condizione di povertà relativa (il gradino successivo). Il sud detiene il triste primato con il 66 per cento delle famiglie in condizioni di povertà relativa e ben il 75,1 per cento di quelle in stato di povertà assoluta.
Lo strumento del reddito minimo di inserimento, integrato con interventi mirati per l'occupazione e la formazione, è un mezzo efficace per arginare questa piaga sociale ed in quanto tale va potenziato e non abbandonato, come si intende invece fare.
Anche nell'elaborazione di politiche che affrontano la questione dell'invecchiamento demografico è necessario non perdere di vista la centralità della famiglia. Questa deve essere posta nelle condizioni di tenere con sé un anziano non autosufficiente e, per farlo, deve poter godere di un adeguato sostegno economico. Non è difficile immaginare la sofferenza di un figlio che sia costretto a mandare un suo familiare in un ospizio perché ha una casa troppo piccola per ospitarlo o perché non può permettersi un badante. Da un'indagine del Censis risulta che il 63,9 per cento degli italiani valuta come inadeguati i servizi diurni per gli anziani non autosufficienti, che il 50, 4 per cento reputa inadeguati i servizi di assistenza domiciliare e che il 46,6 per cento (il 54,4 per cento tra gli ultraottantenni) dichiara addirittura di non conoscere affatto i servizi di assistenza domiciliare. Bisogna prendere misure di sostegno economico mirate: la creazione di un fondo nazionale per la non autosufficienza a carico della fiscalità generale è un passo decisivo in questa direzione che sosteniamo con convinzione, tanto più perché implica una condivisione di responsabilità da parte dell'intera collettività su un problema che, prima o poi, riguarderà tutti. Una vera soluzione non ci può essere se non ripristinando la solidarietà intergenerazionale all'interno della famiglia.
Veniamo alle famiglie con portatori di handicap: un discorso a parte lo meritano quelle famiglie che hanno questo tipo di
problema. È inaccettabile che i congedi parentali siano regolati senza prevedere agevolazioni per chi si trova in questa situazione. Qualsiasi genitore che abbia vissuto, anche per un breve periodo, l'esperienza di un figlio colpito da una malattia, sa bene come la preoccupazione ed il tempo da dedicare al figlio diventino preponderanti su ogni altro impegno quotidiano. Pensiamo a chi vive questo dramma ogni giorno, per tutta la vita: a queste persone bisogna garantire il sostegno dell'intera comunità e, prima di tutto, delle istituzioni.
Infine, è doveroso pensare alle famiglie degli immigrati, che spesso, in quanto tali, già vivono una situazione di degrado, di disagio, di ingiustizia sociale. La nuova legge di iniziativa del Governo sull'immigrazione ci ha portato indietro, questo lo abbiamo detto a chiare lettere, sulle politiche relative al ricongiungimento familiare per i lavoratori extracomunitari ed anche sulle questioni dei minori stranieri non accompagnati, presenti nel nostro paese in maniera molto più larga di quanto si possa immaginare. Sappiamo invece che proprio da qui bisogna partire per costruire una comunità fondata sul dialogo e sul recupero dei valori di solidarietà e di rispetto tra le diverse identità. Per noi un immigrato è prima di tutto una persona, con i suoi diritti e le sue responsabilità, oltre che una risorsa da valorizzare per l'intera società.
Su tali questioni richiamiamo oggi il Governo ad assumersi le proprie responsabilità e ad intervenire tempestivamente. Non dovete inventare nulla di nuovo, molte delle leggi necessarie sono già in vigore: si tratta solo di dare loro una immediata applicazione e di intervenire, laddove necessario, senza disperdere tempo ed energie preziose. Se c'è qualcosa da sistemare siamo ben lieti di farlo insieme: lo abbiamo dimostrato nella conferenza di Arezzo, dove abbiamo detto a chiare lettere quale sia la direzione che l'Ulivo intende prendere. Credo che sarebbe un segno di grande responsabilità politica, anche di onestà intellettuale, se il Governo rifuggisse da ogni logica strumentale e faziosa. Quando si parla dei diritti della persona e della famiglia questo atteggiamento costruttivo è indispensabile, è doveroso da parte di tutti. Noi siamo disposti a fare la nostra parte.
La famiglia ha un ruolo centrale nella vita della società: le famiglie, però, lo sanno? Si tratta di far crescere nella famiglia la consapevolezza non solo dei propri diritti, ma anche dei propri doveri e delle proprie responsabilità in ordine al bene comune e ad una maggiore solidarietà con tutti. Questo diceva il cardinale Tettamanzi, che ha recentemente richiamato, in maniera direi anche laica, questo tema davanti alla comunità ecclesiale, con uno stile, un taglio che deve far riflettere anche quanti, al di fuori di tale comunità, hanno a cuore questi problemi. Per questo, signor Presidente, l'ho citato; l'ho citato perché è un richiamo che veramente interpella tutti gli uomini di buona volontà; anche noi, credo, dobbiamo riflettere.
Riscoprendo e facendo propria con convinzione questa loro identità di missione le famiglie stesse diventeranno sempre più protagoniste, attive e responsabili di una nuova, e più vera, convivenza sociale.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Meduri, che illustrerà anche la mozione Castagnetti ed altri n. 1-00165, di cui è cofirmatario. Ne ha facoltà.
LUIGI GIUSEPPE MEDURI. Signor Presidente, la mozione del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo ha un obiettivo di fondo, quello di promuovere e tutelare la famiglia. La Margherita è convinta fermamente della necessità di adottare politiche di sostegno alla famiglia e alla natalità, ma con una accezione molto diversa da quella data dal Governo. Con molta enfasi l'esecutivo ha presentato pochi giorni fa il cosiddetto Libro bianco sul welfare che porrebbe la famiglia al centro delle politiche sociali. Leggendo il Libro bianco - se mi si permette la battuta - ci si accorge che è un libro in bianco, in quanto, accanto a condivisibili enunciazioni di
principio, non si trovano linee di intervento sostanziale.
La trasformazione della società da agricola in industriale e poi a post-industriale ha determinato ovviamente conseguenze sugli assetti familiari. L'Italia si caratterizza per il più basso tasso di nascite con una media di 1,25 figli per ogni donna ed è un trend negativo che dura da anni. Questa peculiarità poi si articola territorialmente con un nord che ha una media ancora più bassa ed un sud che si conferma area del paese nella quale si concentra il maggior numero di giovani.
È consequenziale che tali condizioni abbiano i loro riflessi sulla vita quotidiana, in particolare sul futuro. L'Italia si avvia a divenire il paese d'Europa più vecchio per età anagrafica media. Nel 2050 il nostro paese si troverà ad avere un'età media di 48 anni con una percentuale di pensionati pari al 65 per cento della popolazione complessiva: con questi dati rischia di saltare il welfare. Allora, occorre agire in fretta e programmare sul lungo periodo politiche sociali per la famiglia e per il welfare. Tuttavia, per fare ciò, occorre liberarsi dall'approccio ideologico spesso strumentale che il Governo ha rispetto a questi temi.
Per la famiglia non possono essere adottate misure come per il settore dell'auto o qualsiasi altro settore industriale, magari con una rottamazione o con incentivi temporali. La famiglia ed i bisogni ad essa connessi non sono problemi di natura economica e pensare di risolverli monetizzandoli con incentivi è sbagliato.
Del resto, parlare di famiglia, come fa il ministro Maroni, e poi varare misure che sono ad essa contrarie è una grave contraddizione. Come si fa, infatti, a parlare di aiuti alle giovani coppie facendo riferimento alle agevolazioni per la prima casa e poi approvare un provvedimento di delega in materia di mercato del lavoro che precarizza il futuro delle nuove generazioni? Chiedo al Governo come sia possibile per quei giovani formare una famiglia e acquistare una casa, se il loro lavoro è precario e magari a tempo, per due o tre mesi oppure un anno.
Chiedo al Governo quale banca possa concedere, sulla base di queste nuove tipologie di contratto, un mutuo a giovani persino per l'acquisto di un motorino, se non intervengono garanzie della rete familiare, con mamma, papà, nonni che, in base a conquiste del passato, li aiutano ad emanciparsi.
Negli anni addietro la principale conquista per un giovane era uscire dal proprio nucleo familiare, avere autonomia economica per formare la propria famiglia: lo si può facilmente constatare dal numero dei matrimoni e dall'età media degli stessi. Oggi i figli rimangono a lungo a casa e non solo per pigrizia, come si tende molto spesso ad evidenziare, ma per le oggettive difficoltà che si incontrano in una serie di passaggi obbligati della vita.
L'ingresso nel mondo del lavoro avviene più tardi, anche in considerazione dell'innalzamento dei periodi dedicati alla formazione legati ai percorsi scolastici e, senza questa autonomia, è difficile pensare alla costituzione di una nuova famiglia e, tanto più, al concepimento di una nuova vita.
A ciò bisogna aggiungere le difficoltà di conciliare lavoro, maternità e paternità, in quanto tra flessibilità e tempi esistono gravi distorsioni che penalizzano in particolar modo la donna. Solo nella scorsa legislatura, con la legge n. 53 del 2000 sui congedi parentali, in Italia sono state introdotte misure legislative che affrontano questo nodo. Constatiamo che questo Governo non applica quella legge e non attribuisce risorse a quel provvedimento, affinché possa dispiegare la sua efficacia in maniera funzionale alle coppie. La genitorialità responsabile è un punto fondamentale delle azioni di sostegno pubblico alla famiglia. Inoltre, l'età media avanzata e l'invecchiamento della popolazione, che sono da salutare come conquiste della società, hanno dei rovesci della medaglia che influiscono non poco nella vita quotidiana.
Il problema della previdenza non è secondario. Con la delega all'attenzione della Camera rischiamo di far saltare il sistema pubblico pensionistico tra decontribuzione
e nuove tipologie contrattuali. Un collaboratore coordinato e continuativo non ha neppure il TFR. Cosa investe sul suo futuro previdenziale?
Siete proprio convinti che basti parlare di famiglie ed elargire una piccola mancia per superare le difficoltà che esistono per i suoi componenti? Siete convinti che lavoro, previdenza, fiscalità debbano essere affrontati in maniera distinta, a compartimenti stagni, e non insieme per aumentare la rete delle garanzie per la famiglia che, paradossalmente, oggi è il principale ammortizzatore sociale esistente?
Sono un parlamentare del sud e vedo quotidianamente il sacrificio delle famiglie che tentano di evitare il subentrare di tensioni drammatiche. Dalla disoccupazione all'assistenza sono le reti familiari che garantiscono protezione pubblica. Ma chi garantisce la famiglia? Il problema della non autosufficienza è diffuso e vissuto quotidianamente da numerosissime famiglie. Del resto, tale dato è facilmente constatabile dal numero di regolarizzazioni di lavoratrici e lavoratori stranieri comunemente denominati badanti. La non autosufficienza diventa, quindi, una priorità ed incide sui tempi della famiglia e sull'assistenza ai malati.
Ad oggi, sono solo le famiglie ad affrontare tale problema senza alcun sostegno organico da parte delle politiche dello Stato sociale. Anzi, assistiamo ad una pericolosa azione di ridimensionamento dei servizi con i tagli adottati dal Governo con l'ultima finanziaria nei trasferimenti agli enti locali e, soprattutto, al mancato rifinanziamento del fondo costituito in base alla legge n. 328 del 2000.
Noi della Margherita abbiamo presentato, prima firmataria l'onorevole Bindi, una proposta di legge per la costituzione di un fondo per la non autosufficienza a carico della fiscalità generale. Quindi, come potete vedere, le nostre critiche al Governo non sono pregiudiziali ma, anzi, conseguenziali ad un'azione che parla due lingue diverse: una retorica ed ipocrita che parla di sostegno alle famiglie, una reale e drammatica dei tagli alle prestazioni sociali e sanitarie. I tagli nella sanità, infatti, sono un altro aspetto drammatico per lo Stato sociale. Dalla reintroduzione del ticket, al taglio dei piccoli ospedali assistiamo ad una volontà sistematica di ridimensionare tutto ciò che è politica pubblica di sostegno alle fasce deboli.
La famiglia, inoltre, non viene considerata soggetto fiscale. Eppure, è facilmente verificabile la discriminazione perpetrata ai suoi danni. Se una persona sola ha un reddito medio annuo di 25 mila euro essa sarà considerata ceto medio. Se quello stesso reddito risulta essere l'unico reddito in una famiglia di quattro persone il rischio è che tale famiglia, senza adeguate politiche fiscali, sia risucchiata nella marginalità, quasi ai limiti della povertà. Tale condizione si aggraverà quando la riforma Tremonti verrà posta in essere con una serie di aliquote che favoriscono solamente i redditi alti.
Non è il solo dato preoccupante. Nella nostra mozione abbiamo chiesto che il Governo si impegni a garantire strumenti adeguati. In particolare, chiediamo che venga rivista la politica degli assegni familiari e di estenderne l'erogazione anche dopo il diciottesimo anno per le famiglie monoreddito che hanno figli impegnati all'università fino al ventiseiesimo anno di età. Ci sembra una misura di buon senso dettata dalla necessità di aiutare le famiglie.
Inoltre, chiediamo nuove misure a sostegno delle famiglie che hanno componenti portatori di handicap a partire dalla modifica della normativa in materia di congedi parentali in senso più favorevole ai genitori, senza dover aspettare i cinque anni per beneficiare delle disposizioni.
Chiediamo che questo Governo si spogli della sua avversione ai ricongiungimenti familiari degli extracomunitari e che vengano accolte le nostre proposte per facilitare le adozioni con la massima trasparenza e serietà.
Auspichiamo che si possa registrare una convergenza ampia del Parlamento su questi temi e confidiamo nella buona volontà di tutte le forze politiche di voler costruire una nuova politica in favore delle
famiglie. Oltretutto, ciò è nell'interesse del paese (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e Misto-Verdi-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali delle mozioni.
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