Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 270 del 24/2/2003
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Si riprende la discussione del disegno di legge costituzionale n. 3461 (ore 15,07).

(Ripresa discussione sulle linee generali - A.C. 3461)

PRESIDENTE. Riprendiamo dunque la discussione sulle linee generali.
È iscritto a parlare l'onorevole Marone. Ne ha facoltà.

RICCARDO MARONE. Signor Presidente, stiamo ragionando di un tema, quello della devolution, in particolare del disegno di legge del ministro Bossi, che prevede norme modificative dell'articolo 117 della Costituzione. Per circa un mese abbiamo lavorato in Commissione, cercando di capire quale fosse la portata di queste norme, ossia se fossimo in presenza di un provvedimento fortemente modificativo dell'organizzazione istituzionale dello Stato o, viceversa, di un provvedimento più che altro di facciata, da vendersi sulle piazze in occasione dei comizi elettorali.
Ne abbiamo discusso per più di un mese, abbiamo chiesto le audizioni di numerosi professori ed anche loro, per la verità, sono rimasti abbastanza sconcertati e perplessi sulla portata di una serie di norme, fornendoci una serie di indicazioni sulle modifiche da apportare. Mi riferisco solo a modifiche chiarificatrici del provvedimento (prescindendo dal fatto che si sia favorevoli o contrari alla filosofia dello stesso), volte a comprendere cosa materialmente si stabilisse.
Abbiamo anche presentato pochi emendamenti: da una parte, si tratta di emendamenti soppressivi, perché non condividiamo questo provvedimento e, dall'altra, di emendamenti migliorativi e chiarificatori dello stesso. Peraltro, tutto è finito quando il presidente della Commissione e relatore ha espresso un parere contrario su tutti gli emendamenti, dal momento che la filosofia del provvedimento era chiara e, quindi, non necessitava di alcuna modifica. Ovviamente, ho provato un po' di invidia rispetto al presidente della Commissione e relatore per le sue capacità, certamente ben superiori alla mia, ma anche a quella di tutti i docenti e i professori che in Commissione avevano sostenuto che vi fossero una serie di norme di scarsa comprensibilità.
Questa certezza mi sorprende, anche per il fatto che, in merito a questo argomento, abbiamo sentito veramente di tutto ed il contrario di tutto. L'ultima novità che apprendo dai giornali è che il trasferimento della sede di RAI 2 a Milano è una conseguenza politica della devolution. Al riguardo, non sapevo che tale provvedimento avesse questa portata.
Peraltro, siamo abituati a questo modo di ragionare e di agire. In particolare, siamo abituati al fatto che il ministro Bossi, che ha proposto questa riforma, dica tutto e il contrario di tutto. Non possiamo dimenticare ciò che ha detto Bossi del suo Presidente del Consiglio. Si tratta di affermazioni che non ci siamo mai sognati di formulare, anche ai limiti della volgarità, ed ora egli cena tutte le sere (compresa questa sera) con il Presidente del Consiglio ed è il suo principale alleato.
Nelle piazze egli afferma che questa è la vera riforma federale dello Stato, dopodiché quando viene in Commissione, o meglio, quando il suo sottosegretario viene


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in Commissione ci dice che, sostanzialmente, questa riforma non cambia nulla dell'attuale titolo V della Costituzione, come è ovvio che sia, ma che ne dà una lettura assolutamente minimalista del testo.
Dunque, ci siamo chiesti: è vera l'interpretazione del sottosegretario Brancher, che viene recepita nella relazione del presidente Bruno, o è vero quanto afferma Bossi sostenendo che la modifica del titolo V compiuta dal centrosinistra era falso federalismo e l'unica vera riforma dello Stato in senso federale è la sua? Francamente, non lo abbiamo capito e continuiamo a non comprendere perché si dicano cose diverse a seconda delle sedi in cui si parla. Del resto, mi sembra che su questo Bossi sia in perfetta linea con il suo Presidente del Consiglio che, ad esempio, con riguardo alla guerra in Iraq dice quanto vogliono sentirsi dire i suoi interlocutori a seconda di dove va.
Le contraddizioni nella lettura di questo provvedimento non riguardano solo il modo di propagandarlo del ministro Bossi, ma sono all'interno della maggioranza. Abbiamo assistito ad una vicenda paradossale in Commissione che oggi ha avuto seguito in quest'aula. Forze della maggioranza ci hanno spiegato che il provvedimento in esame non va bene e che, addirittura, si trattava dell'ultima occasione per presentare emendamenti al provvedimento perché poi - come è noto - in terza e quarta lettura questi non si possono presentare.
Il presidente Tabacci, quasi con un grido di allarme, ci ha raccomandato di presentare emendamenti perché, poi, il testo non sarà più modificabile. Tutti ci aspettavamo gli emendamenti del presidente Tabacci in Commissione, ma questi non sono stati presentati. Tuttavia, agli atti della Commissione vi sono le critiche serrate - devo dire condivisibili - del presidente Tabacci, dunque presumo dell'UDC, al provvedimento. Tali critiche sono state ripetute oggi in questa sede dal presidente Tabacci: ci ha spiegato quello che non va bene del testo in esame, dove bisogna modificarlo e lo ha contestato punto per punto. Dunque, pensavo che egli avrebbe presentato emendamenti in questa sede: sono andato ad informarmi, ma nessun emendamento è stato presentato. Francamente, non si riesce a capire come si possa correttamente lavorare all'approvazione di una legge costituzionale, quella che Bossi definisce la grande riforma, in questo modo.
Alleanza nazionale, analogamente, ha presentato emendamenti definiti «salva patria» ed il Vicepresidente del Consiglio ha detto che non si trattava di una proposta emendativa di un componente della Commissione, ma della posizione del partito. Tale proposta emendativa è stata ritirata: ciò sempre perché, evidentemente, è diventata improvvisamente chiara la filosofia del provvedimento.
Abbiamo appreso dai giornali, dei quali cerchiamo di essere lettori attenti, che è stato raggiunto un accordo all'interno della Casa delle libertà. Anche il contenuto di tale accordo non si è capito. Infatti, se sentiamo Bossi si approva questa legge e poi si discuterà la modifica del titolo V come approvato dal centrosinistra. Tabacci, invece, ha detto che la sua proposta riguarda sia il vecchio titolo V sia la devolution di Bossi che lui non condivide. Alleanza nazionale mi pare sia sulle stesse posizioni. Dunque, non si capisce il contenuto di tale accordo. Sarebbe utile sapere in quest'aula se dobbiamo avere un minimo di rapporto tra maggioranza ed opposizione. Credo che l'accordo suddetto sia ancora più paradossale perché - se ho ben capito - si tratta di approvare il testo in esame e, poi, di presentarne uno che lo modifichi.
Perché si conducono i procedimenti legislativi in modo così schizofrenico? La risposta è molto semplice ed è esattamente quanto avevamo detto all'inizio della discussione in Commissione. Ci eravamo augurati che il testo non fosse blindato solo perché serviva al ministro Bossi per le prossime elezioni amministrative: puntualmente ciò si è verificato.
Noi non abbiamo fatto ostruzionismo, ma abbiamo cercato di dialogare ed abbiamo esposto le ragioni delle nostre non


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condivisioni. Il dialogo in Commissione lo abbiamo tentato, ma nessuno ci ha risposto. Poi a un certo punto è arrivato il diktat che questo testo deve essere approvato così com'è, anche se né Alleanza nazionale né l'UDC sono d'accordo sul contenuto di questo testo. Allora mi chiedo, e chiedo a questa maggioranza: ma è possibile che si approvino disegni di legge di modifica della normazione primaria del nostro paese solo per consentire a Bossi di ottenere qualche sindaco in qualche paese della cosiddetta Padania? Mi sembra francamente che siamo in una condizione, che una volta sarebbe stata definita «da basso impero». La normazione primaria credo sia la cosa più importante che si possa fare in un paese: si dettano le regole per il futuro, non per il futuro di una maggioranza, ma per il futuro di un paese. Questo ce lo hanno insegnato coloro che hanno scritto la Costituzione: negli anni dal 1946 al 1948 le forze politiche hanno compiuto anche scelte contrarie ad utilità contingenti, perché esse avevano la consapevolezza che stavano costruendo la norma fondamentale del nostro paese, sulla quale esso avrebbe dovuto fondarsi ed organizzarsi. Per citare un esempio, le forze di sinistra nel 1946 scelsero di attribuire il diritto di voto alle donne, sapendo che si trattava ovviamente di una decisione che nel periodo contingente non sarebbe stata certamente favorevole alla sinistra. Se avessimo, all'epoca, ragionato come ragiona il ministro Bossi, probabilmente non avremmo dovuto concedere il diritto di voto alle donne e forse avremmo anche vinto quelle famose elezioni. Tuttavia così, ripeto, non si fa il bene del paese, non si elaborano le Costituzioni, ma si fa bassa politica contingente per questo breve periodo in cui si governa (e mi auguro che sia sempre più breve). È esattamente quello che sta accadendo in questo momento: UDC e Alleanza nazionale sono profondamente contrari a questo provvedimento, ma lo approvano e lo votano solo perché deve essere speso da Bossi in campagna elettorale per le elezioni amministrative e solo perché Bossi altrimenti minaccia di presentarsi da solo a queste elezioni e non con la Casa delle libertà (e questo il Presidente del Consiglio non se lo può consentire).
Allora, credo francamente che la discussione in quest'aula non possa essere una discussione seria sul federalismo, sulla devolution, sulle autonomie degli enti locali e così via. Ciò avviene anche perché si sta ovviamente, come sempre, compiendo una grande falsificazione mediatica, perché qualcuno vuol far credere che questa Casa delle libertà sia la vera artefice del federalismo, smentendo la storia del nostro paese che è quella che ha visto, sin dalla Costituzione (cioè dagli anni 1946-1948), la battaglia delle sinistre contro la concezione centralistica dello Stato liberale (non dico nulla di nuovo, bensì delle assoluta ovvietà): una lunga e difficile battaglia delle forze della sinistra contro le resistenze del potere centrale, che sempre con estrema difficoltà era disposto a cedere potere, come è ovvio che sia (perché chiunque, sempre, non è mai disposto a cedere potere con tanta disinvoltura). È questa la verità.
La scrittura dell'articolo 5 della Costituzione, così come la scrittura dell'originario titolo V della seconda parte della Costituzione, sono merito della sinistra. Le battaglie per realizzare le regioni sono state battaglie delle forze di sinistra (non ci dimentichiamo che le regioni nel nostro paese si sono realizzate a ben 22 anni di distanza dall'approvazione del testo costituzionale) e anche in quell'occasione vi fu una difficile battaglia su come si volevano realizzare le regioni. Dopo vi sono state altre difficili battaglie su come si volevano delegare le funzioni alle regioni e agli enti locali; basti citarne una per tutte: la famosa vicenda del decreto del Presidente della Repubblica n. 616 del 1977, che tante critiche ha avuto nella realizzazione delle autonomie previste appunto dalla nostra Costituzione.
Pertanto, non dobbiamo far credere alla gente cose che sono contrastanti con la storia del nostro paese. La realtà è un'altra, la realtà è esattamente inversa. In questa maggioranza vi è una forza che è


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nata non come forza federalista - sia ben chiaro - ma come forza che voleva i privilegi di una parte del territorio nazionale sul restante territorio nazionale.
Questa è la logica sulla base della quale è nata e cresciuta la Lega nord. Non a caso l'onorevole Bossi - oggi ministro di questa Repubblica - fino a poco tempo fa voleva la secessione, poi se ne è dimenticato, avendo giurato fedeltà a questa Costituzione e a questa Repubblica, quando ha accettato di fare il ministro. Ma la ragione storica della nascita della Lega è la creazione della Padania contro il resto del paese!
Dunque, nella maggioranza, da una parte c'è questa componente e, dall'altra, c'è invece una componente che sta svolgendo un'operazione esattamente inversa e contraria, vale a dire quella volta a centralizzare nuovamente le funzioni nelle mani dello Stato. Ciò non lo affermo io, ma il presidente Tabacci e lo abbiamo visto la settimana scorsa in sede di discussione in quest'aula della riforma del ministro Moratti; siamo dunque alla schizofrenia dei procedimenti. E mentre, in Commissione, il presidente ci ha detto che il personale docente, a seguito di questa legge Bossi, diventerà personale regionale, noi abbiamo discusso della riforma proposta dal ministro Moratti che non si accorge nemmeno dell'esistenza delle regioni, ponendo in essere una riforma centralista dell'istruzione. Queste sono le anime esistenti in questa maggioranza!
Ma ciò che più mi preoccupa è il dato giuridico della questione. Oggi stiamo svolgendo una discussione e, probabilmente, stiamo facendo politica, poi approveremo un testo - che sarà interpretato al di là delle dichiarazioni di Bossi, mie e di tutti gli altri colleghi - che la Corte costituzionale dovrà interpretare anche se non so come farà.
Infatti, con tale provvedimento si introducono elementi di tale ambiguità nell'interpretazione del titolo V della Costituzione, che ritengo si stia producendo un danno notevole. Innanzitutto, per la scelta di metodo fatta dal ministro Bossi, il quale non ha cambiato il titolo V della Costituzione, così come approvato dal centrosinistra, non ha modificato il secondo comma (quello relativo alle materie esclusive dello Stato), non ha modificato il terzo comma (quello relativo alle materie concorrenti), non ha modificato il quarto comma (quello riguardante la competenza residuale delle regioni), ma ha aggiunto un comma riguardante la competenza esclusiva, senza minimamente preoccuparsi di come tale comma possa coniugarsi con gli altri commi ed inserirsi in quell'articolo.
E dico che c'è un errore sistematico - o sistemico, come direbbe qualcuno - perché nella costruzione della ripartizione delle competenze tra lo Stato, le regioni e gli enti locali, il legislatore costituente aveva fatto una scelta precisa: competenza esclusiva in determinate materie, competenza concorrente in altre materie nelle quali allo Stato spettava l'indicazione dei principi e alle regioni l'individuazione della legislazione di dettaglio e per tutto il resto competenza delle regioni; questo è lo schema. Del resto, gli schemi in materia di riparto delle competenze non possono essere che due: o quello inverso, vale a dire quello del vecchio testo costituzionale o quello scelto nel nuovo titolo V. Aggiungere una competenza esclusiva non comprendiamo davvero cosa significhi, anche perché le nostre idee si sono ulteriormente confuse quando abbiamo sentito i chiarimenti forniti dal sottosegretario Brancher, poi ripresi nella relazione del presidente Bruno.
Il sottosegretario Brancher ha spiegato che l'aggiunta del quinto comma all'articolo 117 della Costituzione non può comportare la modifica del secondo comma, in quanto non vi può essere l'abrogazione implicita di un comma rispetto ad un altro. E, fin qui, mi sembra che il ragionamento sia del tutto ineccepibile; infatti, è ovvio che l'aggiunta di quel comma non può significare la modifica del secondo comma. Vi è un salto logico del tutto incomprensibile - signor sottosegretario - quando lei ritiene che questo ragionamento non debba valere per il terzo comma. Infatti, se si afferma che il quinto comma - nel caso in cui venga approvato


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- non potrà essere interpretato come modificativo del secondo comma, non si comprende perché poi si possa sostenere che potrà essere interpretato come modificativo del terzo comma, vale a dire di quello relativo alla legislazione concorrente.
A questo punto, diventa accettabile l'abrogazione implicita? Io non l'ho capito, se poi lei, signor sottosegretario, in sede di replica potrà darci qualche spiegazione al riguardo, farà cosa gradita, così avremo le idee un po' più chiare.
Se leggo la dichiarazione del sottosegretario, apprendo che non è configurabile un effetto abrogativo della novella costituzionale che non determinerà alcun affievolimento della competenza legislativa statale prevista dal secondo comma. Signor sottosegretario, se questo è il principio giuridico - ed io sono d'accordo -, lei mi deve dire perché esso non debba valere per il terzo comma per il quale, invece, c'è l'affievolimento; viceversa, se non ci fosse tale affievolimento, lei mi dovrebbe spiegare da dove vengano ricavate le competenze esclusive dello Stato. Come dirò più specificamente dopo, mi sembra che quelle competenze siano già comprese nei titoli II e III.
Signor sottosegretario, proprio perché lei dice che la norma non può produrre un effetto abrogativo, credo che si stia facendo soltanto una grande confusione e sia stato predisposto questo testo perché volete far credere alla gente che state facendo una grande riforma anche se in realtà non la state facendo affatto.
Però, i testi legislativi vanno avanti per la loro strada, a prescindere dalla volontà di chi li scrive, e le norme vengono interpretate per come sono scritte e non perché qualcuno un giorno - e, in particolare, la Corte costituzionale - dirà che questa norma è servita soltanto a Bossi per costruirsi un po' di consenso elettorale. Pertanto, siamo fortemente preoccupati per una simile situazione.
Signor sottosegretario, le parlo con riferimento ad aspetti particolari.

PRESIDENTE. Onorevole Marone, la invito a concludere.

RICCARDO MARONE. Signor Presidente, un minuto e concludo. Nella norma modificativa in materia di sanità, parlate di organizzazione e di assistenza sanitaria. Le chiediamo cosa significhi ciò. Non si farà più il piano sanitario nazionale? Non ci sarà più la ripartizione delle risorse? Se non è così - penso che il sottosegretario mi risponderà che non è così -, vorrei capire cosa ci sia di aggiuntivo rispetto all'attuale competenza delle regioni in materia di sanità.
Analogo discorso vale in tema di organizzazione scolastica. Quello che ci ha detto il presidente in Commissione significa che il personale docente passerà alle regioni? Ritengo di no. Se, come ritengo, non si tratta di questo, mi dovreste spiegare cosa ci sia allora di aggiuntivo.
Mi affretto a concludere perché il Presidente mi ha, giustamente, fatto notare che il tempo a mia disposizione è scaduto. Sulla polizia locale, mi fermo a quanto dichiarato dal ministro dell'interno: non ci può essere alcuna competenza delle regioni in materia di ordine e sicurezza pubblica. Quindi, vorrei rivolgermi al sottosegretario: quando lei o qualcun altro dice che la regione sarebbe competente in materia di microcriminalità, francamente non riesco a capire. Quale sarebbe la norma che differenzia i reati di microcriminalità da quelli di macrocriminalità? Tale punto mi sembra francamente paradossale. D'altra parte, nessuna legge potrà mai essere interpretata come applicativa di questa norma costituzionale.

PRESIDENTE. Onorevole Marone, il tempo!

RICCARDO MARONE. Concludo dicendo che state predisponendo un testo confuso e incomprensibile. E questo non ce lo possiamo permettere in materia di legislazione primaria (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).


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PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Fistarol. Ne ha facoltà.

MAURIZIO FISTAROL. Signor Presidente, l'opposizione ha affrontato la discussione sulla proposta della cosiddetta devolution con spirito costruttivo e non ha praticato atteggiamenti ostruzionistici e dilatori nei confronti di un provvedimento che pure giudica - come dirò - sbagliato, grave e potenzialmente pericoloso per il paese. Si è confrontata nel merito ed ha presentato pochi e significativi emendamenti in Commissione affari costituzionali, per provocare una riflessione dalla quale potesse conseguire un testo migliorato e, soprattutto, privo di quei perduranti elementi di ambiguità che consentono le più diverse e interessate interpretazioni, in particolar modo da parte delle diverse forze che compongono la maggioranza di Governo.
A questa disponibilità, a questo senso di responsabilità, i partiti del centrodestra hanno risposto regolando al loro interno i conti, negando ogni confronto con l'opposizione parlamentare e accompagnando l'approvazione della devoluzione così com'è con l'impegno a ricomprenderla, poi, in un disegno di legge più ampio, i cui contorni sono tuttora assai sfumati e che vorrebbe cambiare un'importante riforma costituzionale, quella del titolo V della Costituzione, che il popolo italiano - ripeto: il popolo italiano - ha approvato con referendum il 7 ottobre 2001. Insomma, un colpo al cerchio e un colpo alla botte.
Un riconoscimento alla Lega nord Padania e al suo bisogno di visibilità e insieme il via libera al desiderio di centralizzazione che esprimono Alleanza nazionale e credo anche l'Unione di centro, con Forza Italia che oscilla nel mezzo. Così la Casa delle libertà intende riformare le istituzioni cucendo per l'Italia un abito da Arlecchino, che non risponde ad alcun disegno, se non a quello di soddisfare gli interessi particolari di ciascun pezzo della coalizione. Per riformare le istituzioni, che sono di tutti, non solo si nega il confronto con l'opposizione, ma anche quello con le regioni, con i poteri locali, con le articolazioni sociali; inoltre, si usano le istituzioni e le riforme istituzionali per cercare punti di equilibrio in grado di garantire la sopravvivenza della maggioranza.
Si dice che anche l'Ulivo al Governo abbia fatto così, approvando con i soli voti della maggioranza la riforma in senso federale di una parte della Carta repubblicana. Non è così, il paragone non calza. Mai riforma come quella fu concertata con regioni, province e comuni, che chiesero esplicitamente al Parlamento, con atti formali, di stralciare la riforma del titolo V dalla più complessiva riforma costituzionale e di approvarla per impedire che la XIII legislatura si chiudesse con un nulla di fatto. Quella riforma era, nei suoi contenuti, in larghissima parte conforme al testo che era stato condiviso da maggioranza e opposizione nella Commissione bicamerale. Ora, invece, non si intendono condividere né i contenuti, né i metodi.
Signor Presidente, colleghi, il federalismo non risulta da un atto sia pure di modifica della Costituzione, bensì da un processo di cambiamento. In Italia il processo di trasformazione di uno Stato dagli spiccati tratti centralistici in uno federale - ad essere più corretti neofederale - è stato avviato nella scorsa legislatura sotto la spinta di tanti amministratori locali, imprenditori, realtà territoriali, cittadini che vedevano e vedono nell'organizzazione federale una struttura istituzionale che meglio possa corrispondere e valorizzare le differenze di cui è ricca - ripeto, ricca - l'Italia, rinsaldando insieme i legami dell'unità nazionale. Quel processo - tutt'altro che privo di difficoltà, come è ovvio - andrebbe proseguito con coerenza e decisione, concretizzando la parte di riforma approvata e completando la stessa.
In particolare, urgono strumenti di concertazione che sono fondamentali in ogni sistema federale tra i livelli istituzionali interessati. Le varie cabine di regia finora inventate sono assolutamente inadeguate allo scopo. Su questo dovrebbero concentrarsi l'impegno e l'azione di una maggioranza davvero federalista: la seconda Camera federale e da subito la


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messa a regime della Commissione parlamentare per le questioni regionali, allargata alle autonomie. Invece, da quasi due anni registriamo da parte del Governo e della maggioranza un'inerzia colpevole che confina con l'ostruzionismo, un singolare ostruzionismo di maggioranza.
Al contrario, per compiacere alla Lega nord Padania si vara la cosiddetta devolution; ma questa, tanto più nella sua versione leghista, non ha nulla a che vedere con il federalismo, con il processo, lo ripeto, che chiamiamo federalismo. Non ne è un'anticipazione o un'accelerazione: semplicemente è altro. La devolution convive, anche nelle esperienze spesso citate a sproposito - la Scozia nel Regno Unito, la Corsica in Francia -, con uno spiccato centralismo statuale, così come convive, nella quotidiana pratica di questo Governo, con misure, leggi, provvedimenti finanziari di mortificazione dei poteri territoriali.
Con la devolution che è osteggiata dai comuni, non a caso, dalle province e da larga parte delle regioni italiane, colleghi della maggioranza, costituirete nuove rigidità, nuovi pesanti centralismi in capo anche alle regioni. Tutto il contrario di uno Stato federale, che necessita di sussidiarietà e di strumenti di flessibilità. La parola chiave del federalismo è «elasticità», non l'ingenua, impossibile semplificazione che spesso evocate.
Si guardi al paese del federalismo reale, gli Stati Uniti d'America, od anche - perché no? - ad uno Stato fondato su un modello regionalista come la Spagna, nel quale centrali sono le negoziazioni tra il potere statuale e le diciassette autonomie regionali.
Quanto più è ispirato ad un progetto federalista il principio della cosiddetta geometria variabile, previsto dal comma 3 dell'articolo 116 della riforma varata dall'Ulivo? Non è certo un caso che Alleanza nazionale - ma soltanto Alleanza nazionale - si proponga di cancellarlo. L'articolo recita: «Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia possono essere attribuite alle regioni che si sentano più pronte con legge dello Stato». Quale Parlamento potrebbe negarsi a richieste serie, motivate e forti formulate in conformità a questo articolo, dal Veneto piuttosto che dalla Campania, dalla Lombardia piuttosto che dal Lazio? Lo sa il ministro Bossi che nel Regno Unito il Parlamento di Westminster detiene il potere ultimo di legiferare per la Scozia in qualsiasi materia? Non è forse piuttosto devolution un termine sufficientemente esotico, oscuro e quindi una bandiera utile da essere impegnata dopo l'abbandono, da parte leghista, del federalismo e l'impresentabilità dell'opzione secessionista?
Questa devolution, per molti aspetti un topolino partorito dalla montagna, può essere però, nel contempo, pericolosa, soprattutto perché ambigua, imprecisata, indefinita nei suoi contenuti; ciò, in una materia - quella della dislocazione dei poteri - delicata come poche altre. Che rapporto vi sarebbe tra le risorse regionali necessarie a pagare la nuova assistenza, le retribuzioni di personale scolastico od ospedaliere, le polizie locali e le risorse riversate al fondo di perequazione nazionale? Come potrebbero convivere il neocentralismo regionale in materia scolastica e l'autonomia delle istituzioni scolastiche? Le regioni sarebbero o no autorizzate ad istituire nuovi corpi di polizia? Di che tipo? Con quali funzioni e poteri? Attraverso quale raccordo con le forze dell'ordine nazionale?
Signor sottosegretario, la babele dei linguaggi e delle interpretazioni, su questi come su altri argomenti, regna sovrana nella maggioranza. L'importante però è approvare la devolution in fretta per farne uso in campagna elettorale, anche se ciò bloccherà - perché bloccherà - il processo federalista ed aumenterà l'incertezza, la confusione istituzionale.
Signor sottosegretario, colleghi della maggioranza, è troppo chiedervi di anteporre, per una volta, gli interessi dell'Italia a quelli della Casa delle libertà (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo)?

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Carli. Ne ha facoltà.


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CARLO CARLI. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, il disegno di legge costituzionale che stiamo discutendo, con due brevi articoli rompe alcuni principi fondamentali della nostra Costituzione, cioè quelli che fanno riferimento al diritto dei cittadini di ogni regione d'Italia ad un eguale accesso a quelli che vengono definiti i servizi universalistici, primi tra tutti sanità e scuola, i quali, se questa legge verrà approvata, saranno diversi a seconda delle regioni di appartenenza. La garanzia di servizi uniformi per tutti i cittadini della Repubblica discende dalla lettera m) dell'articolo 117, che affida allo Stato la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, che debbono essere garantiti su tutto il territorio nazionale.
Il punto su cui oggi intendo soffermarmi è quello relativo alla nuova ripartizione delle competenze in materia di istruzione, alla luce del disegno di legge costituzionale in esame.
Già oggi la ripartizione delle competenze è complessa (con riferimento allo Stato, alle regioni, alla possibilità di particolare autonomia, all'autonomia scolastica). Anche il precedente articolo 34 della Costituzione stabilisce il diritto dei capaci e dei meritevoli di raggiungere i gradi più alti degli studi ed il diritto all'istruzione obbligatoria e gratuita.
Il disegno di legge costituzionale in esame demanda alle regioni il potere di «attivare», verbo inedito in un testo costituzionale, la competenza esclusiva nelle materie relative all'organizzazione scolastica, alla gestione degli istituti scolastici e di formazione, «salva l'autonomia degli istituti scolastici», modifica introdotta nel corso dell'esame del provvedimento al Senato per rimediare evidentemente ad un grave errore del testo originario che sarebbe subito entrato in contrasto con la legislazione attuale che già garantisce agli istituti una quota di ore e di attività da svolgere in piena autonomia.
La relazione che accompagna il disegno di legge spiega che il provvedimento persegue lo scopo di demandare allo Stato esclusivamente la definizione di norme generali - lettera n), articolo 117 della Costituzione - tra cui si fanno rientrare l'ordine degli studi, gli standard di insegnamento, le condizioni di conseguimento e la parificazione dei titoli di studio. Alle regioni spetterebbe però la disciplina degli assetti organizzativi e gestionali, con particolare riguardo all'organizzazione scolastica, all'offerta dei programmi educativi di interesse regionale e alla gestione degli istituti. L'obiettivo sarebbe quello di contemperare i saperi comuni a tutta l'Italia con saperi e tradizioni locali, obiettivo, come spiegherò, già possibile con l'attuale ordinamento scolastico grazie al sistema delle autonomie dei singoli istituti.
Nell'esprimere un'immediata e forte contrarietà al disegno di legge, preliminarmente però intendo evidenziare la confusione di competenze che il nuovo assetto da voi previsto creerà nella scuola: confusione e nuova burocratizzazione dopo l'opera del centrosinistra di alleggerimento della macchina burocratica.
Qualora il disegno di legge in esame venga approvato, si avranno, dunque, fino a quattro tipologie diverse di potestà legislativa sulla stessa materia: esclusiva dello Stato (norme generali sull'istruzione), concorrente Stato-regioni (istruzione), esclusiva delle regioni (organizzazione scolastica, gestione degli istituti, definizione dei programmi scolastici d'interesse regionale, formazione professionale), nonché forme ulteriori di particolare autonomia regionale, così come previsto dall'articolo 116 della Costituzione.
Mi sento un facile profeta ad affermare che la prima conseguenza dell'approvazione di questo provvedimento sarà il difetto di certezza delle competenze tra i diversi livelli dello Stato. Non si comprende come una competenza esclusiva regionale in tema di organizzazione scolastica, di gestione degli istituti scolastici possa conciliarsi con l'autonomia costituzionalmente garantita alle istituzioni scolastiche e con le funzioni amministrative riconosciute ai comuni in ordine alla gestione della rete scolastica territoriale, in


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virtù del principio di sussidiarietà verticale stabilito dall'articolo 118 della Costituzione.
La definizione della parte dei programmi scolastici e formativi di interesse specifico si inserisce in una trama di competenze già fitte che attribuisce allo Stato l'individuazione in via esclusiva delle norme generali sull'istruzione e la possibilità per gli istituti di integrare i percorsi scolastici. Insomma, o si riducono lo spazio e la formazione comune a tutti gli studenti italiani oppure si ritaglierà lo spazio agli insegnamenti di interesse regionale, a scapito dell'autonomia funzionale degli istituti scolastici e della libertà di insegnamento dei docenti, sancita anch'essa dalla Costituzione.
La scelta che vi apprestate a fare, dunque, con la nostra forte e completa opposizione, nasce subito non come una riforma federale, ma come una riforma che gravemente va a confliggere con il principio e con lo spirito della nostra cultura, così bene ripreso dalla Costituzione repubblicana.
Il disegno di legge rompe anche con le finalità che voi dite di voler perseguire, come l'alleggerimento della macchina burocratica. Spiego meglio cosa voglio intendere.
La parte relativa alla gestione e all'organizzazione degli istituti scolastici attualmente è di competenza dell'autonomia delle istituzioni scolastiche. Negli anni del Governo di centrosinistra, veramente interessato al principio della sussidiarietà, queste competenze erano state portate ad un livello più vicino ai cittadini.
Le scuole oggi hanno queste competenze poiché una legge dello Stato, la cosiddetta Bassanini (articolo 21, legge n. 59 del 1997), attribuisce loro autonomia didattica, organizzativa e finanziaria. Riguardo alla riforma Bassanini, si è parlato allora di Stato leggero in cui si ottimizzava il patrimonio costituito dall'autonomia dei singoli istituti che mirava ad esaltare la libertà di insegnamento dei singoli insegnanti che avevano la possibilità, a margine del programma standard, di portare avanti progetti mirati che, in molti casi, riguardavano la conoscenza della storia, le tradizione locali, quegli argomenti che voi oggi volete imposti dalle regioni ai singoli istituti.
Nel progetto di legge che oggi è all'esame, domina invece un criterio di panregionalismo assoluto, di neocentralismo regionale, un nuovo statalismo che ignora non soltanto i principi fondanti della Costituzione, ma anche la storia di questo paese. Ignora la Costituzione che, in tanti articoli del titolo V, crea una rete, un sistema di autonomie. Nella Costituzione vigente ogni regione è vista infatti come una federazione di autonomia, dalle province alle comunità montane, dai comuni alle città metropolitane.
L'Italia delle cento città, dopo anni di centralismo dello Stato e faticose conquiste di autonomia nelle decisioni, dovrà patire un nuovo centralismo, quello delle regioni, che finiranno per essere non più strumenti di decentramento, ma nuovi enti accentrati di decisione. Voi, maggioranza di centrodestra che avete condotto la campagna elettorale per l'esaltazione del federalismo contro i carrozzoni della burocrazia, non fate altro che creare carrozzoni laddove erano stati eliminati, spostando il centralismo di Roma ai capoluoghi delle regioni, moltiplicandolo per venti, quante sono le regioni d'Italia. Questo è il risultato che si otterrebbe con questa sciagurata proposta, semmai diventerà legge. Che senso ha la presenza in Italia di venti sistemi scolastici regionali diversi l'uno dall'altro? In questa competenza, come è stato già detto oggi, rientra addirittura lo stato giuridico del personale docente.
Che senso ha la presenza di tante scuole regionali di fronte ad una tradizione storica unitaria di quasi un secolo e mezzo nel quale la scuola italiana ha alfabetizzato il paese? Vorrei ricordare la riforma del 31 dicembre 1962 della scuola media unica che è legata al nome di Codignola, che ha contribuito ad elevare la cultura e la qualità di tutta la popolazione. Che senso ha questa separazione di fronte ad una lingua comune e ad un patrimonio culturale comune antico di secoli e di


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valore universale, nell'incontro-confronto con altre culture europee? Come si potrebbe garantire su tutto il territorio nazionale l'opportunità di esiti formativi omogenei? Si faranno al riguardo analisi comparate tra le regioni?
Viene da pensare che voi del centrodestra, a Manzoni che andò a sciacquare i panni in Arno, alla ricerca di una lingua comune per gettare un ponte di comunicazione in tutta la penisola, in quello che si intuitiva potesse essere un giorno lo Stato unitario, chiedereste oggi che Renzo e Lucia parlassero il dialetto lombardo. Al Verga non chiedereste lo sforzo di un linguaggio comprensibile in tutta la penisola e allo stesso tempo così fortemente legato alla realtà in cui si svolgevano gli avvenimenti. I Promessi sposi e I Malavoglia sarebbero romanzi di interesse regionale, da studiare in Lombardia ed in Sicilia. Per fortuna, non siamo soli ad esprimere queste stesse preoccupazioni; c'è ad esempio la Conferenza unificata Stato, regioni e città ed autonomie locali che ha espresso un parere negativo sul progetto di legge in esame sia per quanto riguarda la sanità che per quanto riguarda la scuola.
Nel documento elaborato ed approvato dalle regioni Toscana, Emilia-Romagna, Campania, Marche ed Umbria si sottolinea l'indefinitezza dell'attribuzione dell'organizzazione scolastica e della determinazione dei programmi formativi che andrebbe a ledere le competenze delle autorità locali in ordine alla gestione degli istituti scolastici, in contrasto con il principio della sussidiarietà sancito dall'articolo 118 della Costituzione vigente.
Un altro punto sul quale vorrei riflettere è il fatto che con questo disegno di legge costituzionale proposto da Bossi si va ad intaccare gravemente il principio costituzionale della libertà di insegnamento. Anche per quanto riguarda i programmi scolastici le regioni prima citate hanno paventato una invasione della sfera dell'autonomia scolastica degli istituti e della libertà dell'insegnamento per gli insegnanti sancito dall'articolo 33 della Costituzione.
Un'altra questione è che la riforma sancisce per via costituzionale come l'Italia resterà un paese unito, ma con differenti diritti fondamentali di cittadinanza. Lo Stato non avrà più infatti fra le altre la missione di rimuovere gli ostacoli che limitano l'uguaglianza nel godimento di diritti fondamentali per i cittadini residenti nelle diverse regioni. Gli sfortunati resteranno tali e gli altri o sapranno fare da soli o sarà la provvidenza, unita a qualche gemellaggio con alcune regioni più ricche, ad agevolare la soluzione dei problemi.
Le possibili conseguenze politiche sono tante e di diversa qualità. Un pericolo avanza più inquietante di altri: la secessione delle regioni ricche da quelle più povere o, se si preferisce, da quelle meno ricche. Prevale dunque sia per il territorio sia per i cittadini una visione egoistica dell'ordinamento regionale, l'esatto opposto del federalismo.
Infatti, quando si frantumano con un colpo solo il principio pluralistico e il principio di solidarietà, è il nucleo duro della Repubblica, unica e indivisibile, che viene messo in crisi. È l'articolo 5 che viene svuotato dei significati della sua sostanza costituzionale perché, facendo saltare le grandi reti nazionali, i grandi sistemi della sanità, della scuola e della sicurezza interna, lo Stato resta nudo. Non basta che lo Stato intervenga nella fase della fissazione degli standard minimi dei servizi, quando poi non avrà più risorse o competenze per intervenire a garantire il livello minimo dell'assistenza sanitaria e dell'insegnamento scolastico. Questo è il primo passo per la dismissione del sistema nazionale dell'istruzione, già fortemente compromesso dalla riforma Moratti appena approvata dalla Camera.
Sono le stesse paure sollevate dalle regioni amministrate dal centrodestra, che - è vero - hanno espresso parere favorevole, ma non hanno mancato di sottolineare come debbano rimanere ferme le competenze statali esclusive, dirette a garantire le condizioni essenziali di uniformità, come quella sui livelli essenziali delle prestazioni e dei diritti civili e sociali e


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quella in tema di norme generali sull'istruzione. E ancora affermano: il sistema previsto dalla proposta Bossi risulterà effettivamente efficace nella misura in cui risulterà supportato da un'adeguata attuazione legislativa nello spirito di federalismo fiscale e solidale (sottolineo la parola solidale).
E della legge sull'edilizia scolastica, oggi priva di adeguati finanziamenti, cosa ne sarà? Avremo regioni con scuole modello ed altre prive di scuole? Ciò di cui c'è bisogno è una scuola che assicuri a tutti una preparazione di base, alta e solida, sul territorio nazionale. Programmi di interesse specifico della regione possono essere già oggi promossi e - perché no? - anche sostenuti nell'ambito dell'autonomia dei singoli istituti. Le radici della propria terra sono un argomento di indubbio valore formativo per lo studente nel percorso che lo porta ad essere cittadino, ma ciò non significa che lo studio dei programmi di interesse regionale debba essere fatto a scapito della storia nazionale.
Stato, regioni ed istituzioni scolastiche hanno, in rapporto alla Costituzione, competenze diverse, che devono potersi integrare. Se il primo deve salvaguardare i livelli essenziali, le pari opportunità e i valori comuni...

PRESIDENTE. Onorevole Carli, la prego di concludere.

CARLO CARLI. Sto per concludere, signor Presidente. Le seconde devono attuare una legislazione concorrente, tesa a favorire lo sviluppo delle scuole che, dal canto loro, devono poter dare piena attuazione al decreto del Presidente della Repubblica n. 275 del 1999, anche attraverso una loro specifica responsabilità rispetto alle scelte curriculari.
Frammentare la cultura in pezzi, come state facendo, vuol dire smantellare uno degli elementi di identità dello Stato italiano democratico, il sistema nazionale dell'istruzione. Con l'approvazione di questo disegno di legge si romperà il filo culturale che lega la scuola del Piemonte con quella della Sicilia e delle altre regioni d'Italia e, quindi, la formazione di tutti i giovani del paese. Si potrebbe persino giungere a relegare Dante, che è patrimonio dell'Italia e dell'umanità, tra i poeti di interesse regionale della Toscana. Immaginate quale derisione dovrebbe subire tutta la nazione! La cultura italiana e la nostra coscienza civile sarebbero offese. Fermatevi, siete ancora in tempo! Non approvate queste norme, anche per rispetto dell'immenso patrimonio culturale che noi abbiamo il compito di conservare e valorizzare per conto dell'umanità intera (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Lucidi. Ne ha facoltà.

MARCELLA LUCIDI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il disegno di revisione costituzionale che stiamo esaminando è uno degli atti di una penosa farsa che la maggioranza ha messo in scena per tentare di coprire i propri contrasti interni e per nascondere la profonda avversione che i partiti della Casa delle libertà hanno verso le idee della Lega che tuttavia, essendo loro alleata, deve poter continuare ad illudere i propri elettori circa la sua capacità di condizionare l'azione di governo.
Con questo provvedimento la maggioranza sta mettendo un coperchio sulle proprie divisioni e purtroppo, se da una parte si impedisce all'idiozia di emergere, dall'altra è tacitato anche il giusto dissenso, il buonsenso che imporrebbe davvero di fermare la discussione per ricercare qui, in Parlamento e non ad Arcore, una regia sapiente, equilibrata e coerente con i valori ispiratori della Carta costituzionale.
Si usa, verso la Lega e verso il ministro Bossi, oggi il bastone, domani la carota. E il risultato - lo ricordava già un collega prima di me - è che la montagna promessa dal ministro Bossi ha, di fatto, partorito un topolino, un misero testo che ha ben poco della annunciata devolution.
È un testo che non dice, per fortuna, quanto il ministro Bossi avrebbe voluto


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dire, perché i suoi alleati non glielo hanno consentito. È un testo che noi critichiamo perché afferma, in ogni caso, cose sbagliate, equivoche ed inutili.
Questa valutazione ha già trovato ampie giustificazioni nelle parole dei colleghi che mi hanno preceduto. Intendo anch'io motivarla, facendo specifico riferimento all'attribuzione di competenza legislativa esclusiva alle regioni in materia di polizia locale.
Colleghi, questa materia è già stata oggetto di revisione con la modifica del titolo V introdotta con la legge costituzionale n. 3 del 2001. Con la lettera h) dell'articolo 117 della Costituzione è stata individuata chiaramente una competenza legislativa delle regioni, esclusiva e non più concorrente, in materia di polizia amministrativa locale, mentre è stata mantenuta allo Stato la competenza legislativa esclusiva in materia di ordine pubblico e sicurezza.
Nel lavoro parlamentare, abbiamo già considerato gli effetti di questa nuova ripartizione di competenze tra Stato e regioni. Si è ritenuto, ad esempio, che sarebbe sbagliato procedere, con una legge quadro dello Stato, alla riforma dei corpi delle polizie locali, considerato che questo intervento invaderebbe illegittimamente la competenza riservata alle regioni di normare in merito alle funzioni di polizia amministrativa locale che questi corpi sono istituzionalmente chiamati a svolgere.
Ricordo ai colleghi della maggioranza che la discussione in quest'aula della lettera h) dell'articolo 117 vide favorevoli al mantenimento della competenza legislativa statale in materia di ordine pubblico e sicurezza, non soli i partiti del centrosinistra, ma anche ampi settori del centrodestra. È evidente che si era in molti a condividere un principio democratico acquisito ed anche già tradotto in legge ampiamente condivisa (ricordo, per esempio la legge n. 121 del 1981) secondo il quale serve allo Stato e ai cittadini, a presidio della civile convivenza, dei diritti e delle libertà fondamentali, una politica per la sicurezza e l'ordine pubblico unitariamente ispirata e governata.
Abbiamo prova che questa condivisione è ancora attuale, come ha affermato il ministro Pisanu nel corso di un'audizione in Commissione affari costituzionali. Vorrei ora accennare rapidamente - cito - ai problemi della politica di sicurezza, in un momento in cui forse si fanno - parole del ministro - troppe confusioni. Pongo come premessa l'assunto dell'unitarietà della politica di sicurezza che - più avanti afferma - deve avere, secondo la norma costituzionale, un'impostazione unitaria che nasce al centro.
Ora, se accettiamo quest'impostazione (e l'onorevole Bruno, nella sua relazione, ha detto di accettarla) dobbiamo essere conseguenti ed affermare, come noi diciamo, che la modifica che, con questo testo, si intende introdurre è contraddittoria e quindi sbagliata.
Che bisogno c'è di superare il dettato attuale, che chiaramente delimita la competenza delle regioni alla materia di polizia amministrativa locale, per dire, con una definizione più ampia, che c'è una competenza legislativa delle regioni in materia di polizia locale, senza ulteriore specificazione? Delle due, l'una: o si vuole individuare una competenza maggiore in capo alle regioni - non solo amministrativa, quindi - o si sta ripetendo il dettato attuale (si sta, quindi, introducendo una nuova norma inutile e vuota di senso).
Il problema, colleghi della maggioranza, è che abbiamo capito che entrambe le volontà si celano dietro il testo proposto. È che volete dare dignità costituzionale alle vostre ambiguità, senza avvertire la responsabilità di dare ai cittadini, in una materia così delicata, un modello certo di organizzazione e governo della loro domanda di sicurezza.
Il ministro Bossi ha pronunciato parole che negano le affermazioni del ministro Pisanu: ha detto che l'azione di contrasto non può essere decisa ed organizzata da un centro che, per forza di cose, non è in grado di individuare la dimensione normativa più adeguata; ha detto queste ed altre cose che, giustamente, oggi ci fanno temere che stiamo discutendo e ci accingiamo a votare un testo che dice e contraddice


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e, soprattutto, espone notevolmente i cittadini a nuovi centri di potere sull'ordine pubblico e sulla sicurezza.
Se la competenza sulla polizia locale attribuita alle regioni non è solo quella sulla polizia amministrativa locale, stiamo parlando di una riforma costituzionale che consentirebbe alle regioni di occuparsi dell'ordine pubblico e della sicurezza dei loro territori, con la conseguente possibilità di dare corpo ed organizzazione a polizie locali. Quest'interpretazione è ben chiara al ministro Bossi: è quella che egli ha detto più volte di volere. Il ministro ha detto chiaramente di volere rendere più efficace l'azione di prevenzione e di repressione dei piccoli crimini coordinando le polizie locali agli altri Corpi dello Stato.
Allora, hanno ben poco pregio - lo dico al relatore ed ai colleghi che in tal senso si sono adoperati - i tentativi di voler negare, variamente argomentando, che tale obiettivo esista. L'unico modo per sgombrare il campo da siffatta lettura della norma sarebbe stato, ed è, quello di lasciar vivere il dettato attuale, che esprime bene questo principio: l'attribuzione alle regioni di competenza legislativa esclusiva in materia di polizia locale non può comportare una deroga all'esercizio di competenze riservate allo Stato per la tutela dell'ordine pubblico e della sicurezza e, pertanto, non può essere intesa se non come competenza legislativa in materia soltanto di polizia amministrativa locale.
Se siete d'accordo con questo principio, ditelo, non solo a parole, ma con la legge! Ditelo prendendo le distanze dalla Lega e dal suo ministro per la devolution! Ditelo ai cittadini con una norma costituzionale chiara e rifuggite dalle ambiguità perché queste sono e continueranno ad essere di intralcio ad importanti riforme che i cittadini e gli operatori delle forze di polizia e delle polizie locali attendono: quelle riforme che giacciono in Parlamento perché, a causa dei vostri contrasti, non siete in condizione di promuoverle.
Per quanto ci riguarda, noi voteremo contro l'intero provvedimento perché il vostro disegno - come il dibattito di oggi - annuncia al paese una riforma che o non vedrà la luce o sarà abrogata da un referendum, con dispendio di tempo e di denaro che avrete imposto di spendere contro l'interesse dei cittadini. Grazie (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Gerardo Bianco. Ne ha facoltà.

GERARDO BIANCO. Grazie, signor Presidente.
Signor sottosegretario, la vedo piuttosto rassegnato: quest'atmosfera è un po' pesante, forse, perché sulle sue spalle grava un carico che non avrebbe voluto sopportare in assenza del ministro.
È certo bello discutere in intimità, signor Presidente; però, non è bello che lo si faccia in assenza, quasi totale, dell'opposizione. Immagino che quest'assenza...

PRESIDENTE. Voleva dire della maggioranza, onorevole Gerardo Bianco?

GERARDO BIANCO. Sì, signor Presidente, mi scusi.

PRESIDENTE. Capita spesso questo lapsus!

GERARDO BIANCO. Siccome, adesso, siamo noi in maggioranza...

PRESIDENTE. Provvisoria, però, per oggi!

GERARDO BIANCO. Però, signor Presidente, non è bello che sia completamente assente la maggioranza. Dovrei, forse, supporre che siano assenti per pudore: sanno di fare una cosa non certo edificante e si vergognano di ciò che stanno per fare.
La consumata abilità del relatore, onorevole Bruno, non ha certo dissipato i nostri dubbi, e neppure le sofisticate argomentazioni dell'onorevole Tabacci, adesso assente, o anche le assicurazioni del sottosegretario in Commissione ci rassicurano.


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V'è una sorta di minimalismo che suscita sospetti. Mi vengono in mente certe magie; le riconoscevo una notevole abilità, signor relatore, onorevole Bruno, però questo suo stile, sicuramente sottile, non elimina i nostri dubbi. Ripeto il concetto che avevo prima espresso. È un minimalismo che mi ricorda le magie di certi personaggi, anzi di un certo personaggio goethiano, che diventava piccolo piccolo per poter passare attraverso il buco della serratura e poi prendere dimensioni giganti. Ecco, un minimalismo che in un certo senso non giustificherebbe poi l'approvazione di questo provvedimento. Ma le cose purtroppo stanno così; la questione è seria e l'imbarazzo della maggioranza mi pare evidente.
Se si voleva cercare una prova della cattiva coscienza della maggioranza sul provvedimento di riforma costituzionale al nostro esame, l'ha fornita la stessa maggioranza con l'accordo che è intervenuto con un disegno di legge costituzionale parallelo, che è assurdo giuridicamente ed umiliante da un punto di vista politico e parlamentare. È un pasticcio che segue ad un pasticcio. Non altrimenti possono definirsi la sostanza ed il metodo con i quali viene affrontata la modifica dell'articolo 117 della Costituzione. Siamo dunque molto lontani da quello spirito costituente che dovrebbe animare l'atmosfera (prima morale e poi politica) delle riforme che incidono sulla struttura istituzionale e sociale della Repubblica.
La storia di questo disegno di legge n. 3461, accompagnato dalla grancassa di roboanti dichiarazioni leghiste, dagli accenti separatisti, frutto - e questo va ricordato - di una estrapolazione, di proposte ambiziose e sconvolgenti presentate con i cinque articoli del luglio 2001 e poi con i quattro articoli del novembre successivo, dimostra che siamo agli antipodi di quella cultura federalista che ha nella cooperazione il suo nucleo teorico vitale. Lei nella sua relazione dignitosissima ha parlato di federalismo cooperativo; siamo agli antipodi.
È bene allora non scomodare i grandi nomi del federalismo, che immaginarono l'armonizzazione dei popoli, nel momento in cui discutiamo di un mediocre progetto che invece scardina ed è dettato da livori storici e da miopi rivendicazionismi. Lo sfondo psicologico e politico - perché questo provvedimento va inquadrato in questo contesto - da cui nasce una proposta è essenziale per comprenderne la portata e le finalità, e questo provvedimento, checché se ne dica, è il prodotto di una cultura (cultura si fa per dire) che si è alimentata e si alimenta di separatismi, di egoismi, nella quale scompare il concetto stesso di interesse generale e di comunità nazionale.
Lasciamo dunque perdere il federalismo per non far tremare nella tomba Immanuel Kant, Hamilton e Madison, Proudhon e Cattaneo, o anche l'appassionato e delicato poeta Mistral, il cantore della Provenza, della Catalogna e anche dell'Italia. Questa cosa nostra di cui oggi discutiamo è tutta casareccia, è stata partorita in conversali di piazza e di osteria, nutrita di slogan e luoghi comuni come quello di un Mezzogiorno sanguisuga della ricchezza prodotta dalla cosiddetta Padania.
La Padania, appunto, una delle più esilaranti invenzioni geopolitiche che, peraltro, per diritto d'autore appartiene ad un esponente della sinistra che era presidente della regione Emilia-Romagna, l'onorevole Fanti, che l'ha lanciata per primo, ripresa poi dalla interessata attenzione della Montedison, uno di quei poteri forti che non dovrebbero essere tanto amati dal popolo leghista.
Approssimazione e luoghi comuni, dunque, sono le basi teoriche - si fa per dire - di questo disegno di legge da tutti bocciato, perfino dalla maggioranza, se ritiene di doverlo accompagnare con altri provvedimenti più ampi ed organici di riforma del titolo V della Costituzione (bastino le riserve oggi espresse dall'onorevole Tabacci). Ma già nel metodo c'è il vizio e queste colpe si scontano nelle soluzioni perché ogni volta che c'è un metodo sbagliato l'effetto è sempre negativo.


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Il problema dinanzi al quale noi ci troviamo e si trova la maggioranza per la sua responsabilità di governo è quello fondamentale di capire e di vedere come si può operare un grande fenomeno di federalizzazione del nostro paese in una rigorosa concezione unitaria della democrazia repubblicana. Questo provvedimento, invece, rischia di incrinarla gravemente. C'è una logica sottostante il disegno di legge che alla gran parte degli studiosi appare ad alcuni inutile, ad altri superflua se l'obiettivo fosse solo quello di trasferire alcuni poteri che sarebbero conseguibili, come essi scrivono con legge ordinaria.
È però un disegno, proprio per l'insistenza con la quale lo si vuol portare a conclusione, che va scoperto e denunziato per la sua nascosta pericolosità: la logica delle due velocità; un nord da sganciare dalla zavorra del sud che, ironia della storia, oggi corre più velocemente del resto del paese. Si tratta, dunque della perversa logica antifederalista del «ciascuno si arrangi».
Quanto federalismo ci sia in una simile concezione neppure il ministro Tremonti, così abile argomentatore, saprebbe spiegarcelo. C'è dunque un inconfessato pregiudizio antimeridionalista alla base della proposta che emerge, poi, anche nelle rumorose campagne propagandistiche sugli sperperi e sul fardello che sarebbe sopportato dalla laboriosa cosiddetta Padania; è un pregiudizio che deriva da una grande ignoranza storica di cifre e dati che non sa esaminare i fatti e gli avvenimenti ed anche le tabelle stesse dello sviluppo, avvenuto nel secondo dopoguerra, di chi non conosce quante volte nella nostra dell'unità d'Italia, il Mezzogiorno, fino al recente risanamento economico, ha pagato un costo alto per lo sviluppo dell'intero paese e anche del nord.
Se ci fosse un minimo di obiettività si riconoscerebbe, come le statistiche dimostrano, che l'intervento straordinario nel sud non è una storia di sperperi, come la vulgata leghista ha raccontato; ha garantito, tra gli anni 1950 e 1975, quando quell'intervento è stato effettuato, il più alto tasso di sviluppo, superiore a quello della Germania trascinando, così, l'intero sistema economico italiano. Lo stesso sta avvenendo anche oggi. Si pagò poi il prezzo del risanamento industriale del nord negli anni ottanta.
Se ci fosse un minimo di obiettività, si riconoscerebbe che non esiste nessun serio divario nell'attribuzione delle risorse pro capite tra nord e sud, che non c'è stata nessuna mungitura del nord, ma solo per un periodo molto limitato di due decenni, un intervento aggiuntivo straordinario di risorse che è stato di giovamento, come la storia economica del nostro paese dimostra, per il nord come per il sud, dunque per tutta l'Italia.
Se ci fosse un minimo di obiettività e di intelligenza, si riconoscerebbe che è questo il metodo che andrebbe seguito: quello della solidarietà che porta vantaggi per tutti. Dunque, tutto il contrario di quello che si vuol fare, tutto il contrario di questo disegno di legge che mira ad avvantaggiare chi si ritiene più forte lasciando gli altri al loro destino, ignorando che quando si è nella stessa casa anche i più forti hanno bisogno di quelli che sembrano i più deboli. Questa improvvida proposta è dunque frutto della rabbia e dell'ignoranza - perdonatemi le parole forti - che sono le peggiori premesse di ogni disegno legislativo.
Saggezza vorrebbe che esso fosse ritirato, anche perché bocciato da tutti, a cominciare - può sembrare perfino un paradosso - dal servizio studi del Senato, da quasi tutti i costituzionalisti, dagli esperti ascoltati in Commissione e, ripeto ancora, dalla stessa maggioranza, che si propone niente meno di affiancarvi un altro provvedimento, per ora fantasma. Un minimo di pudore consiglierebbe di desistere: che senso ha insistere su un disegno di legge i cui effetti, per ammissione di molti giuristi, potrebbero essere conseguiti con la procedura prevista dall'articolo 116, senza compromettere le competenze statuali di armonizzazione? È legittimo, allora, il sospetto che l'obiettivo sia essenzialmente rivolto a spogliare lo Stato della sua funzione regolatrice, depotenziando il suo ruolo essenziale di arbitraggio per


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fondare, attraverso la competenza esclusiva su alcune materie decisive che lascerebbero, come è stato detto, lo Stato nudo, una sorta di terra straniera nel quale lo Stato non potrà più intervenire. Siamo veramente fuori da ogni federalismo, per entrare nel regno delle marche feudali.
Il percorso intrapreso appare certo tortuoso ed è in parte oscuro, ma il tracciato che si individua porta nell'abisso, perché condurrà inevitabilmente ad una contraddizione con l'articolo 5 della Costituzione, senza che vi siano strumenti legislativi correttivi una volta che lo Stato sarà spogliato di ogni competenza. Ma siccome nella storia si prepara sempre l'eterogenesi dei fini, il paradosso sarà che, per poter armonizzare il sistema, non sarà più la politica che ha guastato le cose a poter intervenire e correggere, ma la giustizia costituzionale. Dovremo sperare nei giudici costituzionali, con la rinuncia, appunto, alla politica, che è veramente un bel guadagno per chi, invece, vuole affermare - ed è giusto - il primato del potere politico che viene dal popolo.
Eterogenesi dei fini: in questo disegno di legge non vi è dunque né federalismo, né autonomismo e neppure devoluzione, per ciò che questo termine significa, ma solo la pericolosa tentazione di travestire un azzardato ed avventuroso progetto politico con la dignità di una norma costituzionale. Questo la dice lunga sulla cultura istituzionale e politica di chi l'ha proposto.
Ciò può accadere anche perché - questo è un problema serio - indifferenti, se non ostili ai valori costituzionali, sono alcune delle forze politiche componenti dell'attuale maggioranza che, per la loro origine e per la loro formazione, sono state antisistema. Ma alla tutela della Carta costituzionale non dovrebbero essere insensibili coloro che vengono da partiti che hanno costruito la storia repubblicana e che ora militano nello schieramento di centrodestra, dai democristiani ai liberali, dai repubblicani ai socialisti, che pensano invece di giocare al gatto ed al topo sottovalutando i rischi di una riforma mal pensata, mal formulata, dettata piuttosto da umori splenici o atrabiliari.
L'approssimazione legislativa del provvedimento si riscontra già nel lessico, con quell'«attivano» presente nell'articolo 1 del disegno di legge, definito appunto dagli studiosi estraneo, atecnico, lontano da ogni linguaggio giuridico (lo ha detto anche lei, ha cercato di giustificarlo con molta finezza, ma, mi permetta, in modo non convincente). Si tratta di una terminologia che ha suscitato, in realtà, lo scherno degli studiosi di diritto. Ma cosa conta un semplice verbo per la maggioranza, anche se si può provocare un marasma istituzionale e poi anche sociale per la diversità dei possibili comportamenti delle varie regioni? Che conta mai la sistematicità o meno dell'assetto costituzionale? Che può contare se con il nuovo comma, inserito dopo il quarto dell'attuale articolo 117, si aprono enormi conflitti interpretativi? Che conta se viene congelata e completamente neutralizzata la risorsa dell'articolo 116, terzo comma, di porre rimedio agli squilibri e di negoziare per l'interesse generale? Cosa conto tutto ciò se il fine, neppure tanto nascosto, è di contrapporre un nord ricco e soddisfatto all'unità dell'Italia e cogliere qualche vantaggio elettorale, come molti colleghi hanno giustamente sottolineato?
Non entro nel merito di ciò che può accadere: lo hanno straordinariamente ed efficacemente illustrato oggi i colleghi intervenuti in precedenza, dagli onorevoli Marone e Lucidi all'amico Bressa, ai colleghi Fistarol e Loiero.
Si discetta di un federalismo duale e competitivo, ma esso diventa inevitabilmente esplosivo se non vi è - insisto su questo punto ed è in merito a ciò, onorevole Bruno, che dovete fornire una risposta (e non faccia riferimento al tempo, perché ho 20 minuti a disposizione per il mio intervento e non 15) - un potere centrale che coordini ed armonizzi in materie così delicate. È quell'«esclusivo» che è dirompente, perché spazza via qualsiasi governo del prevedibilissimo conflitto, aprendo così un vuoto che non esiste in


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nessun ordinamento giuridico europeo. Si apre la strada alla spaccatura della Repubblica e ciò è anche confermato dall'ipotesi avanzata dei tre Parlamenti. Non è un caso che un ex presidente della Corte costituzionale, non sempre tenero con il centrosinistra e di sicura imparzialità, come il compianto Vincenzo Caianiello, abbia definito eversivo questo disegno di legge.
Non vale minimizzare o insistere sull'inutilità di una riforma che potrebbe essere conseguita con legge ordinaria. Infatti, allora ci sarebbe da domandarsi perché realizzarla, dal momento che ciò che è inutile è, di per sé, dannoso. Davvero la montagna ha partorito il topolino? Non credo sia così e penso che abbia ragione Luciano Vandelli che conclude il suo arguto e informatissimo libro sulla devoluzione alla amatriciana, vendetta romana sul risotto alla milanese, scrivendo: ma a volte anche piccoli topolini riescono ad erodere grandi pilastri. Questo è il rischio che oggi corriamo e che è stato lucidamente intravisto anche da altri.
Signor Presidente, mi accingo a concludere, saltando qualche punto. Vorrei dire che, se così fosse, altra dovrebbe essere la strada da percorrere, la via maestra, rientrando nella logica di quel costituzionalismo italiano, portando ad attuazione le premesse dell'articolo 5, rispettando rigorosamente gli articoli 3 e 32 della Costituzione, attraversando fino in fondo una riforma che non ritengo propriamente felice fatta nella precedente legislatura, affrontando con chiarezza il problema delle competenze delle materie concorrenti, non restringendo il ruolo della città e dei comuni con un nuovo centralismo regionalista che, giustamente, è stato in questa sede denunciato (perché i comuni e le città sono, ancor più delle regioni, le vere entità storiche del paese), attuando l'autonomia finanziaria ed istituendo il fondo perequativo, salvaguardando infine - questo è il problema centrale - il potere di armonizzazione tra le parti dello Stato.
Mi sembra che tutto ciò che sia ragionevole trovi poco ascolto tra chi immagina la politica come un assalto all'arma bianca e le istituzioni come carrozze viaggiatrici per improbabili mete insubri, tanto ridicole quanto avventuristiche.
Piegarsi a tale disegno per mantenere un briciolo di potere o la stabilità di Governo scassando il paese è grave responsabilità. Lo hanno ben compreso personalità di alto profilo alle quali va tutto il nostro rispetto, come Domenico Fisichella. La speranza è che spiriti liberi, come l'onorevole Biondi ed altri, possano respingere questa richiesta a scatola chiusa di un provvedimento di cui ci era stato promesso il cambiamento.
Se ciò non dovesse avvenire, temo che, anche se posso apparire molto pessimista, l'alternativa sia il rischio di una Repubblica dove - per dirla con Mario Luzi - non vi sono leggi che impediscono e neppure leggi che proteggono; non ci sono leggi affatto, c'è solo chi fa la legge (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Bolognesi. Ne ha facoltà.

MARIDA BOLOGNESI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi soffermerò brevemente sulla modifica dell'articolo 117 della Costituzione prevista dal disegno di legge, riguardante l'attivazione della competenza legislativa esclusiva in materia di assistenza e di organizzazione sanitaria. I colleghi ben sanno che, in materia sanitaria, esiste già da tempo - è ancora di più dopo la riforma del titolo V della Costituzione - un autonomo potere delle regioni ed una estesa e grande responsabilità di regioni ed autonomie locali in materia di politiche sociali.
Tuttavia, credo che una competenza esclusiva così ampia da comprendere, oltre all'organizzazione sanitaria, anche l'assistenza sanitaria, inclusa quella ospedaliera, non consenta di tenere insieme l'autonomia delle regioni con la prima parte della Costituzione. Mi riferisco, in particolar modo, al diritto alla tutela della propria salute da parte dei cittadini. La


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possibilità di indirizzo e di controllo da parte del livello centrale serve, infatti, a rendere uniformi i livelli essenziali di assistenza garantiti a tutti i cittadini su tutto il territorio nazionale.
Credo che non si possa non dare un giudizio negativo sulla politica in campo sanitario operata dal Governo Berlusconi. Infatti, in maniera più o meno diretta, si è provveduto ad effettuare tagli, a creare incertezze ed a diminuire l'intervento pubblico in materia sanitaria. D'altra parte, quando tutto è subordinato alla politica economica il diritto alla salute diventa secondario, se non l'ultima ruota del carro.
Vorrei sottoporre all'attenzione dei colleghi il fatto che il provvedimento in esame rompe il servizio sanitario nazionale, rompe il sistema - sicuramente migliorabile - fin qui conosciuto che ci ha posto a livello internazionale tra i primi paesi in grado di rispondere positivamente ai bisogni di salute dei cittadini.
Una devoluzione così estesa da implicare l'assistenza non permette più alle regioni una migliore organizzazione in base alle necessità del territorio ed al bisogno di salute dei cittadini, ma rompe i tre principi su cui si basa il servizio sanitario nazionale. Mi riferisco, innanzitutto, all'universalità di accesso ed alla libertà di scelta del luogo di cura senza discriminazioni dovute al reddito, all'età, a ragioni sociali, culturali o razziali. In secondo luogo, vi è la globalità della copertura per tutti i servizi e le prestazioni necessarie ed appropriate. Il servizio sanitario nazionale, infatti, si fa carico della prevenzione, della cura e della riabilitazione. Il terzo principio riguarda il finanziamento pubblico attraverso la fiscalità generale.
È evidente che passando da una legislazione concorrente ad una esclusiva di ogni regione anche nel campo dell'assistenza, vengono rotti i suddetti principi e non si potrà mantenere l'uniformità delle garanzie sui livelli essenziali di assistenza. Dunque, ritengo sia sancito un federalismo di abbandono e non sicuramente un federalismo solidale o cooperativo che tutti avremmo condiviso ed auspicato.
Credo che la rottura in 21 sistemi sanitari diversi con i principi sanciti dalla devoluzione, diventi realtà.
Vi sono altri paesi - penso al Canada ma anche ad altri paesi - che prima di noi hanno sperimentato meccanismi di federalismo (peraltro federando Stati diversi e non rompendo uno Stato unitario su principi anche consolidati come il diritto alla salute e all'assistenza sociale), i quali mantengono fermi alcuni principi di solidarietà fra Stati, in campo sanitario; ebbene ritengo che questi non possano che essere un esempio per noi.
Penso alla libertà dei cittadini, non solo di essere curati secondo il proprio bisogno (indipendentemente dalla propria situazione economica), ma anche di circolazione tra le regioni, dal momento che è evidente che ogni sistema dei 21, che evidentemente questa novità costituzionale comporterà in campo sanitario, produrrà delle realtà diverse nel nostro paese, impedendo ai cittadini forse di spostarsi e di avere una corretta situazione sanitaria.
Ad esempio, io che sono toscana e mi ammalo nel Lazio come faccio ad avere garantiti gli stessi livelli di assistenza passando da una regione all'altra? Io che per motivi di lavoro mi trovo in un'altra regione, come faccio ad avere garantita la stessa assistenza ospedaliera, se ogni regione può farsi una sanità autonoma, una sanità senza principi solidali e collegati? Come si fa ad avere la garanzia che ogni cittadino (ovunque egli nasca, viva o si ammali) abbia garantiti i principi fondamentali che hanno reso grande e famoso il nostro sistema sanitario proprio sotto il profilo della protezione sociosanitaria? Dicendo ciò, penso alle regioni più deboli. Casomai la nostra preoccupazione dovrebbe essere quella di pensare ad un fondo che possa innalzare il livello, ad esempio di aree del paese (penso al sud del paese) economicamente più deboli, che quindi rischiano di offrire minori servizi ai cittadini. Quindi semmai la preoccupazione dovrebbe essere inversa.


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Onorevole Bruno, ho letto attentamente la sua relazione: quando lei parla di potestà esclusiva in materia di organizzazione sanitaria, lei dimentica che l'organizzazione dell'assistenza sanitaria significa rispondere in termini di servizi ospedalieri rispetto a patologie quali ad esempio le grandi patologie riguardanti gli anziani o quelle rientranti nell'altissima specialità. Come facciamo ad essere sicuri che in 21 sistemi diversi i cittadini potranno avere uguali possibilità di cura in ognuna di queste regioni, se non vi è un meccanismo di solidarietà? Ci troviamo piuttosto di fronte ad un meccanismo che romperà il Servizio sanitario nazionale.
Questa è una preoccupazione che non può essere solo dell'opposizione o di alcune regioni, che hanno sollevato il problema quando è stato messo addirittura in discussione un altro principio di equità e solidarietà: il fatto che nella distribuzione del Fondo finalizzato alla sanità per le regioni vi fosse una quota «pesata» per la popolazione anziana, che sicuramente rappresenta un'utenza fortemente consumatrice dei servizi sanitari.
Si vive infatti di più, ma ciò significa anche ammalarsi e convivere con patologie importanti: ciò determina, per alcune fasce di popolazione, per alcune soggettività sociali, una maggiore utilizzazione dei servizi ospedalieri, dei servizi di riabilitazione, dei farmaci e così via.
Credo quindi che questa sia una scelta sciagurata, perché in essa non vi è niente di più di quello che è già devoluto alle regioni in materia sanitaria, se non la rottura del principio di unitarietà del Servizio sanitario nazionale, che rompe a sua volta il principio del diritto di ciascuno ad essere curato ovunque egli si trovi sul territorio nazionale, e a ricevere quei livelli essenziali di assistenza ospedaliera, territoriale, di prevenzione, di riabilitazione o di cura.
Pertanto, a fronte dell'insieme dei tagli e dell'abbandono che la finanziaria ci ha fatto conoscere dell'intervento pubblico sulla sanità e della rottura del principio di unitarietà del sistema sanitario (si pensi che l'Organizzazione mondiale della sanità ci pone ai primi posti dei sistemi mondiali sul piano dell'efficacia della risposta al bisogno di salute dei cittadini!), questa devoluzione ampia e questa impossibilità di rendere il federalismo solidale, invece di andare verso uno standard minimo di tutela (attraverso i livelli essenziali di assistenza), in realtà si pongono in contrasto con la libertà di scelta del luogo di cura. Sono in contraddizione con la possibilità che il sistema si faccia carico di cure, di riabilitazione e di prevenzione.
Si tratta di una rottura che va contro la necessità che vi sia una programmazione nazionale, una programmazione in ogni regione, un ruolo delle autonomie locali e una loro partecipazione attiva proprio nel senso di poter contribuire dal basso a fornire risposte ai bisogni di un territorio. Occorre una collegamento virtuoso tra la ricerca e la didattica e l'assistenza.
Se ogni regione nel campo dell'assistenza e dell'organizzazione sanitaria può fare ciò che vuole, come si fa ad essere sicuri che, in ordine alle risorse esistenti nel nostro sistema, nelle aziende sanitarie e ospedaliere, negli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico, vi possa essere un collegamento tra ricerca e assistenza? Come si fa a garantire l'aggiornamento professionale e la formazione permanente del personale sanitario, affinché vi sia un'unitarietà ed anche una possibile mobilità del personale e, soprattutto, dell'utenza, in campo sanitario? E, ancora, come si farà, a garantire l'assistenza e l'organizzazione sanitaria in una articolazione di 21 regioni che rischia di tradire l'articolo 32 della Costituzione, che risulta pregiudicato in base al territorio nel quale si vive e alle risorse esistenti nello stesso?
Colleghi, ritengo che queste riflessioni debbano essere svolte, per cercare di modificare e bloccare questo provvedimento che rischia di diventare la pietra tombale posta sul nostro servizio sanitario e sui servizi sociosanitari garantiti ai cittadini.
Credo non fosse nell'intenzione del relatore porre in evidenza nel suo intervento i rischi; ritengo che tali rischi debbano invece essere posti in evidenza insieme, al


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fine di scongiurarli. In ciò non vi è nessun gioco delle parti, ma una preoccupazione vera rispetto al futuro di questo paese.
La sanità e la salute dei cittadini non costituiscono una variabile che possiamo porre in evidenza rispetto ad un territorio o con riferimento ad un gioco all'interno della maggioranza. Non ci interessano le dinamiche della maggioranza, ma la salute, la qualità del welfare e del sistema di garanzie per la tutela dei diritti sociali, che devono essere assicurati a tutti i cittadini italiani in un quadro di federalismo che, tuttavia, non può essere esclusivamente quello del più forte o quello in cui - come ad esempio nel campo delle politiche sanitarie - non vengono garantiti né il rigore, né l'innovazione, ma solo la legge del più forte (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Luciano Dussin. Ne ha facoltà.

LUCIANO DUSSIN. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor rappresentante del Governo, intervengo su questa proposta di riforma costituzionale con una certa soddisfazione in quanto, finalmente, sembra che, in questo paese, qualcosa si stia muovendo.
Tuttavia, visto che fiumi di inchiostro hanno già descritto in lungo e in largo il senso della devoluzione di poteri alle regioni e gli effetti che ne potranno derivare, mi permetto di iniziare il mio intervento con alcune considerazioni di carattere generale, che sono alla base dell'operato di questo Governo nella direzione del cambiamento.
Questo provvedimento costituisce il seguito di una serie di leggi che avevamo proposto in campagna elettorale ai cittadini elettori. Avevamo promesso di rilanciare un paese che era fermo, avvilito, penalizzato da un enorme debito pubblico, con il record di disoccupazione femminile e giovanile, dovuta ad una rigidità dei contratti di lavoro del tutto indifendibile ai nostri tempi, con difficoltà economiche storiche dovute alla scarsità di materie prime nonché a irresponsabilità politiche che ci hanno privato di fonti energetiche proprie, tanto da dipendere ed essere ostaggio dei paesi esportatori.
Un paese bloccato per la mancanza di infrastrutture fin dagli anni sessanta e settanta, che non ha investito una lira negli ultimi decenni. Un paese in profonda crisi morale, lasciato a se stesso sotto l'aspetto dell'ordine pubblico e della sicurezza dei cittadini (nove reati su dieci restano impuniti) e, da ultimo, abbandonato al fenomeno dell'immigrazione che ha importato la peggiore delinquenza mondiale, tanto che un reato su sei ormai è commesso da stranieri delinquenti.
Non si può dimenticare l'aspetto più ingiustificabile dell'intera inefficienza italiana, che ha fatto perdere del tutto ai cittadini la fiducia nelle istituzioni: mi riferisco ovviamente alla giustizia, una giustizia a dir poco in stato comatoso, ingolfata da milioni di processi in arretrato, nonostante l'alto numero di magistrati in servizio. Si tratta di una giustizia incredibilmente politicizzata, che perseguita troppo spesso i reati di opinione politica e, magari, lascia liberi condannati all'ergastolo in primo grado per decorrenza dei termini processuali.
Ebbene, siamo di fronte ad una situazione disastrosa che ho voluto appositamente ricordare e che rende incredibili le posizioni politiche assunte a difesa di queste inefficienze dai gruppi di opposizione o, meglio, dalla sinistra comunista che detta i principi politici dell'intera opposizione. Come abbiamo ascoltato anche prima, si tratta di una sinistra che non vuole cambiare nulla e non vuole ammodernare il sistema, alleata con i Verdi responsabili del blocco infrastrutturale dell'intero paese. Il loro è un «no» su tutto, come se non si volesse riconoscere il bisogno urgente di uscire dallo stallo in cui ci troviamo, magari proponendo qualcosa di nuovo per superare, ad esempio, lo storico ed ormai insostenibile squilibrio economico e sociale esistente tra le regioni del nord e quelle del sud. Tale squilibrio è insostenibile sia per chi lo subisce sia per l'alto sacrificio economico sostenuto


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dalle regioni padane che, ormai, sono costrette a portare all'estero le proprie attività per salvarsi dai massacranti prelievi ridistributivi attuati dallo Stato a loro svantaggio e, conseguentemente, a svantaggio anche del costo dei loro prodotti che finiscono fuori mercato.
Le conseguenze di tutto ciò sono devastanti e le stiamo già vivendo nel nord est, la patria dell'imprenditoria minore, che sta chiudendo vorticosamente centinaia di laboratori, frutto di sacrifici di decenni di duro lavoro, e che non riesce più a resistere agli esiti di una globalizzazione senza regole etiche e agli effetti delle distorsioni interne, insopportabili per gli alti costi dell'assistenzialismo, sia quello di origine buona sia quello di origine fraudolenta.
Molto è stato fatto per risolvere questi gravi e strutturali problemi. Mi riferisco, per esempio, all'approvazione della nuova legge obiettivo sulle infrastrutture per il rilancio delle grandi opere pubbliche, che permetterà, sin dall'inizio del 2004, la creazione di moltissimi posti di lavoro, con il conseguente rilancio dell'intera economia. Certamente, le nuove opere si inaugureranno fra cinque o sei anni; tuttavia, con la sinistra al Governo non si sarebbe mai cominciato a far alcunché. Quindi, servono nervi saldi e determinazione costante. E serve pure sapere che gli errori storici di un paese si risolvono non con un colpo di bacchetta magica ma lavorando ai problemi con la convinzione di risolverli e - ciò che è importante - soprattutto con un'informazione costante che tenga aggiornati i cittadini su quanto si sta facendo per loro. E, proprio per rendere meno pubblicizzata l'informazione, mi sembra che qualcosa si stia muovendo in questi giorni anche in casa RAI, dove la sinistra ha collocato uomini e programmi a proprio vantaggio, per continuare ad operare indisturbata anche dopo aver perso le elezioni, in attesa di tempi migliori. Si è trattato di un intervento doveroso, che ha stupito soltanto chi non ha ancora inteso capire che, per mancata informazione, di solito si perdono le elezioni.
Importante è stata anche l'approvazione della nuova legge sull'immigrazione, purtroppo a tutt'oggi osteggiata da giudici di sinistra che inventano mille cavilli ed interpretazioni per non applicarla, e che, tuttavia, dà ugualmente risultati: 66 mila sono stati gli espulsi effettivi nei primi nove mesi del 2002 contro i 53 mila del 2001.
Sono importanti le regolarizzazioni e gli accertamenti delle identità con i rilievi fotodattiloscopici per conoscere i nostri ospiti e soprattutto i clandestini, che finora, cambiando sempre generalità, di fatto rimanevano sempre impuniti, il contratto di lavoro e l'abitazione certa per poter ottenere i permessi di ingresso. Si tratta di una serie di interventi che si dovevano attuare e sono stati attuati.
È stata approvata una legge finanziaria che, nonostante la crisi mondiale, per la prima volta è riuscita a diminuire il prelievo fiscale per ben 26 milioni e mezzo di cittadini, tra dipendenti e pensionati, fino a un reddito di 25 mila euro annui. Ora, confermiamo il secondo passaggio della devoluzione di poteri alle regioni. Tuttavia, va ricordato che in questi giorni si sta lavorando anche alla riforma del mondo del lavoro e della previdenza allo scopo di fornire strumenti in linea con i tempi che viviamo. Anche in questo caso le critiche della sinistra non mancano, ma noi sappiamo che chi è responsabile di aver creduto in sistemi totalitari, che hanno affamato mezzo mondo, non ha titolo a parlare del mondo del lavoro e tantomeno delle politiche economiche. Importante, però, è che di questo si faccia memoria con una corretta informazione anche ai giovani, che ignorano queste responsabilità storiche perché, alla fine, se non se ne parla ci si dimentica delle responsabilità e si finisce, magari, ad ascoltare l'onorevole Bertinotti intento a pontificare in televisione su temi quali l'economia e il mondo del lavoro, il che, francamente, lascia sgomenti: basta tutt'oggi girare i paesi dell'est per rendersi conto che non è il caso di ascoltare i suggerimenti di queste persone. Siamo in attesa dei grandi cambiamenti nel mondo della giustizia e del pacchetto


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che riformerà il codice penale a salvaguardia dei cittadini contro i delinquenti di ogni genere. Abbiamo pure stanziato i fondi per costruire 16 carceri nuove, per dare risposte concrete, evitando di vendere fumo, come troppo spesso è successo.
Ho voluto ricordare appositamente questi impegni perché il lavoro che sta impostando la Casa delle libertà sta coinvolgendo un po' tutto l'assetto dello Stato, seguendo la logica che se nulla funziona, tutto deve essere rivisto. A sua volta, la riforma in senso devolutivo di poteri alle regioni si accompagna al disegno di legge La Loggia per chiarire l'imperante confusione di attribuzioni e di poteri causata dalla sinistra negli ultimi giorni della sua legislatura, ma anche all'intervento per dar seguito alle previsioni dell'articolo 119 in termini di risorse da attribuire alle regioni. Non da ultimo, vi è la proposta di abbinare alla devoluzione anche un'ulteriore rivisitazione dell'articolo 117 nel senso che diminuiscano le competenze concorrenti ed aumentino le certezze di attribuzione di funzioni esclusive dello Stato e delle regioni, in modo da diminuire il blocco legislativo dovuto alla mancanza di certezze nelle competenze. Quindi, riforme a tutto campo erano attese da decenni ed ora si stanno attuando.
Qualcuno da sinistra afferma che non cambierà nulla; altri sono sicuri che sarà una rivoluzione pericolosa per l'unità del paese. L'onorevole Violante parlava ieri di pericolo di secessione. Di sicuro, devono mettersi d'accordo anche su questo tema; di sicuro, ancora non si capiscono. Certa, invece, sembra essere l'attivazione da parte loro di un referendum popolare contro questa nuova legge: il tema imperante in campagna elettorale sarà «regioni ricche contro quelle meno ricche». Anche in questo caso l'informazione sarà fondamentale per smascherare queste falsità, altrimenti perderemo un'occasione storica per modernizzare il paese responsabilizzando i governi regionali. Devo ricordare l'esito dell'ultimo referendum riguardante le modifiche costituzionali della sinistra, fatte a colpi di maggioranza, abusiva, con uno scarto di quattro voti, che si è concluso, con un costo di mille miliardi di lire, a fronte di un «sì» ottenuto da un cittadino su otto avente diritto di voto - ripeto, uno su otto -, per confermare il niente, perché nulla è cambiato con la loro riforma costituzionale.
Quindi, una corretta informazione sarà opportuna per contrastare le intenzioni dell'opposizione di sinistra; a tal riguardo, mi permetto di suggerire ai colleghi di maggioranza di far riferimento, ad esempio, alle osservazioni svolte in Commissione dal professor Luca Antonini che, in maniera molto chiara, ha inteso spiegare i termini del contendere, relativamente alla proposta di devoluzione in esame.
Nel merito deve essere ricordato che il procedimento previsto dall'attuale articolo 116, ultimo comma della Costituzione, sebbene possa concedere alcuni degli stessi oggetti della devolution, è cosa diversa da quest'ultima. Infatti, quello previsto dall'articolo 116 è un procedimento che viene, in ultima istanza, deciso dall'alto - cioè dal Parlamento -, con il pericolo di intese con singole regioni - magari dello stesso colore politico - o con condizioni più favorevoli rispetto ad altre regioni. Non vi sarebbe nulla da meravigliarsi visto che, già oggi, alcune regioni di sinistra godono di una spesa sanitaria pro capite, di solito, superiore alle altre.
Invece, la devoluzione parte dal basso e rimane nella completa disponibilità dell'autonomia regionale. Questa differenza è fondamentale per capire la portata dell'innovazione, perché la devoluzione consentirebbe di attivare competenze regionali di tipo esclusivo, anche in presenza di un clima, a livello centrale, poco favorevole alle istanze autonomiste e votato, magari, ad esempio, ad interpretare in modo estensivo la propria competenza sui principi fondamentali della legislazione concorrente. Basti ricordare il decreto legislativo Bindi - ora abrogato - che obbligava le regioni a seguire un solo modello di sanità ed una sola organizzazione sanitaria, la propria.
A chi teme questa legge deve essere ricordato che l'articolo 116 - voluto dal centrosinistra - potrebbe, anche se non


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succederà mai, estendere la competenza regionale alla tutela della salute nel suo complesso, e non soltanto ai modelli di organizzazione sanitaria. Inoltre, in materia di istruzione, tale articolo potrebbe condurre addirittura al superamento delle norme generali, che sono rimesse alla competenza esclusiva dello Stato, mentre, nel caso della devoluzione, la competenza esclusiva rimane limitata ai modelli di organizzazione scolastica e, per quanto riguarda i programmi, alle parti di interesse regionale.
Quindi, l'onorevole Violante deve tranquillizzarsi perché il suo articolo 116 potrebbe essere, da una parte discriminatorio e dall'altra potenzialmente più aggressivo del disegno di legge costituzionale in esame.
Passerò ora all'esame delle materie oggetto della devoluzione (sanità, istruzione e polizia locale) che, peraltro, sono anche più vicine alle esigenze dei cittadini.
Per quanto riguarda la sanità, allo Stato rimarrebbe, comunque, la competenza sui principi fondamentali in materia di tutela della salute, ad eccezione della parte che divenisse esclusiva per le regioni riguardante i modelli di organizzazione sanitaria, i quali, peraltro, sarebbero coerenti con la tendenza recente dell'ordinamento a decentrare la responsabilità finanziaria in materia di sanità, perseguendo la responsabilizzazione finanziaria, che non è certo favorita dalla commistione delle competenze. Inoltre, è giusto ricordare che per l'assistenza sociale già di competenza regionale, però non vengono prospettati rischi di disgregazione che, invece, vengono ipotizzati per l'assistenza sanitaria: eppure le materie sono estremamente vicine tra loro.
Per quanto riguarda l'istruzione, la tutela dell'autonomia funzionale è riconosciuta alle istituzioni scolastiche. Quindi, alla regione viene data la possibilità di attivare una propria competenza legislativa esclusiva in tema di distribuzione degli istituti, delle risorse e delle economie - sia umane sia strumentali -, di gestione degli istituti scolastici e di strutturazione dell'offerta dei programmi, nella parte di specifico interesse regionale.
Per quanto riguarda la polizia locale, materia non compresa nell'ultimo comma dell'articolo 116 della Costituzione, la possibilità regionale di organizzare forme di prevenzione, in relazione al fenomeno dei piccoli crimini, può essere un'estrinsecazione del principio di democraticità e di sussidiarietà verticale perché consente, al livello di Governo più vicino ai cittadini, di cogliere meglio situazioni e bisogni della collettività, permettendo ad essa poi di giudicare più direttamente il voto e l'operato.
Considerato che la polizia amministrativa locale è già di competenza esclusiva regionale, la devoluzione legittimerebbe le regioni a disciplinare quelle funzioni ausiliarie di pubblica sicurezza, già riconosciute in capo ai corrispondenti servizi comunali di polizia municipale. La competenza esclusiva statale in materia di ordine pubblico e di sicurezza, pur continuando a sussistere come competenza statale, verrebbe a cedere qualche ambito materiale alla legislazione esclusiva delle regioni che attivassero la propria legislazione in materia di polizia locale.
È importante notare che rimane ferma in ogni caso la competenza statale configurata nell'articolo 118, terzo comma, in cui si prevede la competenza della legge statale a dettare forme di coordinamento nelle materie di cui alle lettere b) ed h) dell'articolo 117 della Costituzione, vale a dire immigrazione, ordine pubblico e sicurezza. Pertanto, anche nel caso fosse attivata la legislazione esclusiva regionale in materia di polizia locale, la legge dello Stato rimarrebbe abilitata a dettare forme di coordinamento.
Fatte queste precisazioni che smentiscono i catastrofismi evocati dalla sinistra, deve essere chiarita l'espressione «le regioni attivano». Tale espressione sembrerebbe sfuggire l'obbligo di attivare la competenza. Posto, tuttavia, che la soluzione ad un obbligo regionale non ottemperato è il potere sostitutivo statale che, in questo caso, non sarebbe neanche consentito


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dalla lettura dell'articolo 120 della Costituzione, non esistono forme per rendere operativo tale obbligo e la possibilità dell'attivazione è sostanzialmente rimessa alla volontà delle singole regioni.
Inoltre, la sentenza n. 510 del 2002 della Corte costituzionale ha messo in evidenza che già nelle attuali materie assegnate alla competenza regionale residuale, dunque primaria, le regioni, se vogliono, possono attivare la propria competenza legislativa, sostituendo la loro legislazione a quella statale e lasciando intendere che se ciò non avviene è come se le regioni rinunciassero a legiferare, ad esempio, in materia di turismo o di assistenza sociale, dimostrando acquiescenza alla legge statale ed ai suoi contenuti, che, dunque, continuerebbe a rimanere in vigore in quella regione. Da questo punto di vista, quindi, il rischio di un regionalismo a due velocità, tanto annunciato dalle sinistre, è già insito nell'attuale titolo V della Costituzione, non solo per le previsioni dell'articolo 116 già citate, ma già per la mole delle materie attribuite alla competenza regionale che rientrano nella logica della sentenza citata.
Da parte nostra, un regionalismo differenziato potrebbe portare quei risultati positivi già riscontrati, ad esempio, in Spagna dove alcune regioni partite per prime hanno favorito lo sviluppo dell'economia di tutte le altre. In sostanza, la differenziazione ha permesso l'uniformità verso l'alto per tutti.
Al contrario, il metodo dell'uniformità seguito in Italia per trent'anni ha dato risultati opposti. Nei decenni il rischio delle autonomie è stato misurato sulle realtà più arretrate; in questo modo anche alle regioni più avanzate è stata concessa solo quell'autonomia che sembrava credibile in relazione alle situazioni più arretrate. Così facendo però è stato danneggiato tutto il sistema. Anche per tale motivo, è auspicabile l'appuntamento con la nuova Camera delle autonomie affinché si realizzi quel circolo virtuoso che, finora, il centro di comando non ha saputo attivare.
In buona sostanza, bisogna avere fiducia nei governi regionali e non averne paura. È in questo senso che si ispira la presente riforma costituzionale ed è per tale motivo che esprimo, a nome del gruppo della Lega nord, una posizione favorevole nei confronti di tale proposta.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Carrara. Ne ha facoltà.

NUCCIO CARRARA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, non ho inteso preparare un intervento scritto perché sino alla fine ho voluto ascoltare i nostri cortesi avversari politici e le loro argomentazioni per comprendere se fossero in grado di introdurre qualche elemento di novità. Ho ascoltato con particolare attenzione l'intervento dell'onorevole Gerardo Bianco che in qualche passaggio è stato addirittura violento nei confronti della maggioranza; maggioranza che sarebbe responsabile di essere assente.
In realtà, la maggioranza è presente con pochi esponenti perché credo sia giusto che soltanto pochi sopportino la fatica di ascoltare le argomentazioni dell'opposizione dal momento che non solo queste sono sempre identiche e motivate da pregiudizi, ma anche reiterate sino all'ossessione.
In realtà, credo di poter osservare che i nostri cortesi avversari politici, a mio avviso, hanno dimostrato poche idee ma confuse, e, dopo un lungo ed estenuante dibattito, queste sono diventate pochissime ed ancora più confuse. Per quale ragione dico questo? Perché quando si affronta un argomento serio come una riforma costituzionale non ci si può limitare a leggere e a rileggere la proposta di legge, decontestualizzandola dal resto e facendo finta che si tratti di un prodotto del tutto nuovo, sganciato da quello che è stato e dalle norme che sono attualmente in vigore.
Sono state dette cose pesanti: saremmo di fronte ad una proposta eversiva, separatista. Si profila quasi il disastro per lo Stato. Si rischia così di non essere obiettivi anche nell'ambito delle pur legittime critiche


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che possono essere mosse nei confronti di qualunque provvedimento.
Vorrei iniziare il mio intervento formulando un'osservazione: sarebbero disposti i colleghi dell'opposizione a leggere il testo della Costituzione vigente prima della riforma introdotta con la legge costituzionale del 2001? Se si andasse a rileggere il vecchio articolo 117 si scoprirebbe che le materie su cui oggi si dibatte erano già oggetto di potestà legislativa delle regioni.
Posso anche aggiungere, e forse è vero, che la Costituzione nella stesura precedente la riforma era scritta con maggiore chiarezza ed era sicuramente più leggibile. L'articolo 117, così com'era nella stesura antecedente la riforma, prescindendo dal merito, era sicuramente scritto meglio rispetto all'attuale articolo 117.
Se infatti fosse stato scritto nel modo in cui è stato pensato, oggi non ci troveremmo di fronte ad un incremento gravissimo del contenzioso presso la Corte costituzionale.
Cosa diceva l'articolo 117 nella precedente stesura in materia di polizia, sanità ed istruzione? Prevedeva per le regioni la potestà legislativa in materia - udite udite - di polizia locale, urbana e rurale, in materia di assistenza sanitaria ed ospedaliera, nonché in materia di assistenza scolastica. In pratica, nihil novi sub lumine soli!

RICCARDO MARONE. Non era esclusiva!

NUCCIO CARRARA. Non era esclusiva perché l'impianto costituzionale era diverso. Con un impianto costituzionale nuovo ed articolato, è opportuno fare chiarezza. Occorre infatti leggere la proposta nella sua stesura.
È vero, si dice che la competenza legislativa è esclusiva, ma in materia di assistenza e di organizzazione, il che significa che i principi generali non sono di competenza delle regioni, anche perché c'è una barriera fortissima, rappresentata dall'articolo 32 della Costituzione, dove sono previsti i diritti ineludibili e fondamentali di ogni cittadino e, tra questi, la tutela alla salute. L'articolo 117, così com'è scritto, prevede che la tutela della salute sia materia concorrente e, quindi, materia per la quale i principi fondamentali sono riservati alla legislazione dello Stato. Quindi, io non farei del catastrofismo, perché non ve ne sono le condizioni, a patto che la Costituzione venga letta per intero, a patto che gli articoli della Costituzione vengano letti nella loro successione e coordinati tra loro.
Passiamo all'organizzazione scolastica. Il vecchio articolo 117 parlava di assistenza scolastica. La proposta del Governo, a riforma dell'articolo 117, così come modificato nella precedente legislatura, parla di organizzazione scolastica, gestione degli istituti scolastici e di formazione, salva l'autonomia delle istituzioni scolastiche. È chiaro che questo testo è inserito in una Costituzione che, all'articolo 33, prevede che sia la Repubblica a dettare le norme generali sull'istruzione e lo stesso articolo 117 vigente prevede che le norme generali sull'istruzione siano di competenza dello Stato. Quindi, non vedo niente di scandaloso: siamo di fronte, come ho osservato in altre sedi, a fatti che non incidono sui diritti fondamentali della persona e che riguardano, sostanzialmente, poteri di organizzazione e di operatività sul territorio.
Infine, veniamo alla tanto contestata polizia locale. Anche in questo caso, voglio ricordare ai colleghi che l'articolo 117, prima della cosiddetta riforma federalista, parlava semplicemente di polizia locale, urbana e rurale e demandava, ovviamente, i principi generali alla potestà legislativa dello Stato; ma per cinquant'anni non è successo nulla nell'applicazione in sede locale della potestà delle regioni! Non è successo nulla: la polizia locale ha sempre fatto la polizia locale, ha sempre fatto ciò che ordinariamente fa una polizia locale. Si è detto che è scomparsa l'espressione «polizia amministrativa», che invece si trova alla lettera h) del comma 2 dell'articolo 117, laddove si dice che lo Stato ha legislazione esclusiva in materia di ordine pubblico e sicurezza, ad esclusione della


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polizia amministrativa locale. Ma anche se non fosse stato detto questo, tutti i poteri di rango amministrativo sono già delegati dalla Costituzione ai comuni, alle province e alle regioni dall'articolo 118, che dice: «Le funzioni amministrative sono attribuite ai comuni salvo che, per assicurarne l'esercizio unitario, siano conferite a province, città metropolitane, regioni (...)». Quindi, neanche in questo caso c'è un sovvertimento di chissà che cosa! Ad esempio, la polizia locale sarà di competenza esclusiva delle regioni, ovviamente, in tutto ciò che non confligge con i poteri dello Stato, che sono esclusivi in materia di ordine pubblico e sicurezza. Non ci possono essere dubbi interpretativi!
Infine, vorrei fare una considerazione. Io sono siciliano e la Sicilia ha uno statuto speciale che prevede, in materia di sanità, scuola e polizia locale, poteri molto più ampi di quelli che oggi prevede questa proposta del Governo.
Allora, cosa è successo, oltre cinquant'anni fa, quando è stato riconosciuto, per legge costituzionale, lo statuto siciliano, dando alla Sicilia ampia autonomia in queste materie, onorevole Bianco? Si voleva, allora, separare la Sicilia dal nord dell'Italia (lei, infatti, ha osservato che, oggi, questa riforma, dando più ampi poteri alle regioni, vorrebbe separare il nord dal sud)? La Sicilia, dopo oltre cinquant'anni, si è separata dall'Italia per il fatto di godere di un'autonomia forte? Un'altra domanda che vorrei porre è la seguente: è forse scandaloso che tutte le regioni d'Italia possano avere potestà legislativa su quelle stesse materie per le quali questa potestà è già stata riconosciuta alla Sicilia e ad altre regioni? Non credo si possa rispondere a ciò negativamente.
Vorrei porre un'altra domanda: secondo voi, amici dell'opposizione, è più logico che poteri costituzionali vengano trasferiti alle regioni con legge ordinaria e attraverso una procedura pattizia, concordata e non, invece - come è giusto che sia -, con legge costituzionale? Infatti, così com'è stato elaborato, pensato e scritto l'impianto costituzionale dell'Ulivo, questo, sì, rischia di portarci ad un'Italia divisa, frammentata e a doppia velocità, ad un'Italia di serie A e ad una di serie B, per utilizzare l'espressione calcistica del Presidente della Repubblica!
Che dire poi del comma 3 dell'articolo 116 della Costituzione che prevede che possano essere attribuiti maggiori poteri alla regione con legge del Parlamento, quando ciò può anche significare che il Parlamento potrebbe riservarsi di conferire questi poteri solo ad alcune regioni, mentre ad altre no, magari sulla base del presupposto politico della omogeneità politica tra regioni e Governo? Per esempio, per una regione del Polo, con il governo del Polo, sarebbe più facile avere maggiori poteri, mentre, laddove ci fosse un Governo dell'Ulivo, sarebbe più facile, per una regione dell'Ulivo, avere maggiori poteri. Allora, questa, non solo non è una proposta separatista, ma è una proposta che va contro spinte separatiste, contro spinte secessioniste perché riconosce indistintamente, a tutte le regioni, questa potestà legislativa prevista per la sanità, la scuola e per la polizia locale. Essa fa in modo che tutte le regioni - per continuare ad usare un'espressione calcistica - possano essere iscritte nel campionato di serie A, per non vedere l'Italia divisa tra regioni che vanno per conto loro ed altre, magari più povere, che non hanno questi poteri e che sono in attesa di chiederli in tempi migliori. È anche vero che è stata utilizzata l'espressione molto contestata «le regioni attivano» (con riferimento alla competenza legislativa esclusiva) e non, per esempio, «spetta alle regioni». Ma l'uso di questo termine non è casuale ed è già stato abbondantemente spiegato dal relatore. Se, infatti, fosse stato scritto che le competenze spettano alle regioni, vi sarebbe stato conflitto fra le norme statali regolanti le stesse materie qualora le regioni non le avessero regolate? Molto spesso, ci saremmo trovati di fronte ad una vacatio legis e, comunque, a grossi problemi interpretativi, mentre il termine «attivano» dà la possibilità alle regioni di stabilire esse stesse come e quando attivare


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questi poteri che già sono loro propri e che non devono essere chiesti ad alcuno.
In conclusione, ritengo che questa proposta introduca elementi di chiarezza in un testo costituzionale approvato nella precedente legislatura con una maggioranza molto risicata (una differenza di quattro voti), un testo pensato male e scritto peggio, un testo caotico e farraginoso che ha già prodotto un enorme contenzioso presso la Corte costituzionale.
Questo testo costituisce un primo, forse, anzi, sicuramente, insufficiente correttivo, ma è certamente un punto fermo, un punto di chiarezza. Noi ci auguriamo di poter affrontare presto la riforma complessiva - in questo caso, sarebbe quasi meglio dire la controriforma - del titolo V della parte seconda della Costituzione per renderlo più organico, per rendere le norme più compatibili tra loro, più omogenee e più chiare e per eliminare i margini di conflittualità tra le varie istituzioni (Stato, regioni, comuni, province, e via discorrendo).
Auspichiamo che presto, in quest'aula, venga data la possibilità ai deputati, al Parlamento, di aprire un grande dibattito riformatore per introdurre, finalmente, principi chiari e condivisibili che possano andare incontro alle esigenze dei cittadini e della nazione, anche perché il paese aspetta queste riforme e noi abbiamo il diritto di dargliele!

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.

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