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TESTO AGGIORNATO AL 20 FEBBRAIO 2003
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione congiunta sulle comunicazioni del Governo e sulle linee generali delle mozioni.
Avverto che è stata presentata la risoluzione Elio Vito ed altri n. 6-00051 (vedi l'allegato A - Risoluzioni sezione 2).
È iscritto a parlare l'onorevole Sgarbi. Ne ha facoltà.
VITTORIO SGARBI. Signor Presidente della Camera, onorevoli colleghi, fra le persone che hanno indicato un andamento altalenante del Presidente del Consiglio ed una contraddizione fra le posizioni di oggi e quelle di qualche settimana fa, ci sono anch'io. Signor Presidente del Consiglio, con questo non ho certo inteso ledere la sua coerenza né l'autorità con cui ella ha ribadito, con il plauso del Presidente della Repubblica, l'adesione dell'Italia alla grande alleanza, di cui gli Stati Uniti sono la parte più cospicua, oltre che, ad oggi, il paese che ha patito il primo atto di aggressione in una guerra che è già in corso ed è stata dichiarata da tempo. È stata dichiarata da quell'11 settembre che appare ormai remoto nella memoria, benché esso abbia avuto una forza formidabile di commuovere e di far capire come sia inaccettabile la violenza patita da un paese che è in tempo di pace e che viene chiamato alla guerra attraverso un atto unilaterale: si chiama terrorismo ma non può essere definito un aspetto minore o marginale rispetto alla guerra.
Per questo, le contraddizioni non sono soltanto quelle del Presidente del Consiglio, il quale ha mantenuto costante l'emozione e ha dichiarato, oggi come allora, la sua adesione alla reazione degli Stati Uniti; sono anche quelle di un'area pacifista universale - ognuno di noi è per la pace - che si identifica con una prevalenza di opposizione nelle piazze che, invece di tentare di far sentire la propria avversità a Saddam Hussein, lo ha di fatto assolto (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale e della Lega nord Padania). L'effetto di quella manifestazione è stato far diventare il dittatore iracheno un cittadino iracheno, vittima come i suoi, che sono vittime degli americani per l'embargo e vittime di Saddam Hussein per la violenza e la dittatura che c'è in quel paese. Saddam Hussein non è un cittadino iracheno, è un dittatore.
L'azione che si intende condurre e che ha visto entusiasta il Presidente del Consiglio è quella indicata oggi, in maniera molto lucida, da Ostellino, il quale dice: «i pacifisti non dovrebbero marciare per la pace, bensì per l'eliminazione delle cause della guerra» (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale, dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro, della Lega nord Padania e Misto-Liberal-democratici, Repubblicani, Nuovo PSI). Questa è la ragione
per cui non è accettabile un corteo in cui Bush è paragonato ad Hitler e il Presidente del Consiglio è visto come il Mussolini di quella stessa similitudine. Non è accettabile. Hitler è Saddam Hussein e la lotta di liberazione dev'essere condotta come accadde con lo sbarco degli americani in Sicilia: essi non vennero ad occupare l'Italia ma a liberarla da Hitler e da Mussolini. Se non si parte da questa premessa, non si intende ciò che il Presidente del Consiglio ha indicato nella sua prima impostazione.
Vero è che la sinistra intende la lotta al terrorismo come una lotta essenziale. Tuttavia, essa non può essere dissimile dalla lotta alla mafia: la lotta alla mafia è una guerra contro la mafia; la lotta al terrorismo è una guerra contro il terrorismo. Ma, mentre per la mafia la sinistra è radicale ed estrema ed indica il Presidente del Consiglio come troppo mite nel condurre la guerra alla mafia, si ribaltano le posizioni per la lotta al terrorismo. Improvvisamente, la sinistra diventa mite e vede il capo della cupola terroristica come un bravo ragazzo che viene maltrattato da Bush. Non è accettabile. Se la lotta alla mafia deve essere intesa con ogni mezzo - e Caselli ed altri rimproverano un'eccessiva cedevolezza del Governo rispetto agli strumenti per eliminare la mafia -, altrettanto radicale deve essere la richiesta di mezzi per combattere il terrorismo.
Ma qui interviene un ulteriore elemento, che è tutto berlusconiano, vale a dire l'elemento dei sondaggi. Come scriveva l'Unità di ieri in una lucida indicazione - in un'epigrafe -, Göring fece una dichiarazione che si specchia con quello che accade oggi: naturalmente la gente comune non vuole la guerra né in Russia né in Inghilterra né in Germania; tutto quello che dovete fare è dir loro che sono attaccati e denunciare i pacifisti per mancanza di patriottismo, in quanto espongono il paese al pericolo. Ma qual è la differenza? Göring indicava un fantasma che non c'è. Il terrorismo esiste ed agisce quotidianamente in Israele, in Germania, in America: esiste e non è un fantasma. E occorre, allora, che le radici del male vengano contrastate con mezzi radicali.
Certamente, oggi ci è stato mostrato non solo che i paesi europei, volti alla resistenza agli americani, hanno in qualche modo mutato il loro atteggiamento ma anche che il Presidente del Consiglio ha attenuato la sua posizione e ha trovato una mediazione.
Ecco perché si è parlato di contraddizione.
PRESIDENTE. Onorevole Sgarbi, la prego di concludere.
VITTORIO SGARBI. Ed ecco perché, mentre riconosco la coerenza nelle dichiarazioni fatte al Senato, vedo nel Presidente del Consiglio una maggiore attenzione per la resistenza italiana di ogni famiglia alla guerra e per impedire che i cittadini iracheni siano vittime della violenza della guerra che gli americani, comunque, come con l'embargo, hanno portato alla vita quotidiana di quei cittadini (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale, dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro e della Lega nord Padania).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Pistelli. Ne ha facoltà.
LAPO PISTELLI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, noi sappiamo che la pace cammina su un sentiero stretto. Diciamo da mesi e ripetiamo oggi che la guerra non è inevitabile, come hanno manifestato milioni di persone sabato scorso e come ha ribadito il vertice europeo due giorni fa. Pensiamo che debba proseguire senza incertezze la lotta al terrorismo. Pensiamo che la comunità internazionale debba rimettere mano alla questione israelo-palestinese. Pensiamo, non da oggi, che il regime iracheno sia una minaccia per la sicurezza, innanzitutto quella del suo popolo. Pensiamo che da anni gli Stati Uniti siano l'unica potenza globale rimasta, ma anche che sia un errore, dopo l'11 settembre, che questo nostro alleato pensi di poter esportare, da solo, un ordine
globale. Pensiamo che solo un ordine multilaterale e multipolare, fondato sulla legalità, possa affrontare le sfide del mondo contemporaneo. Pensiamo che un'Europa politicamente integrata, dotata di una politica estera e di sicurezza comune, debba e possa essere protagonista di questo nuovo ordine, anche nel fuoco di una crisi e di una divisione delle settimane scorse che potrebbe generare il coraggio per un salto in avanti. Pensiamo che una guerra oggi sia un grave errore in sé e un azzardo carico di rischi incalcolabili. Questo è il nostro perimetro.
Noi sappiamo che la pace cammina su un sentiero stretto e ripetiamo, come ha detto l'Unione, che il regime iracheno è largamente responsabile del proprio destino che si misurerà sulla piena e completa cooperazione con gli ispettori presenti su quel territorio.
La pace cammina su un sentiero stretto. Anche per questo abbiamo criticato severamente la dottrina della guerra preventiva. Riteniamo, come la maggioranza del Parlamento europeo, quella dottrina pericolosa in sé. Pensiamo che un mondo in cui ciascun paese, medio o grande, adottasse quella medesima dottrina, decidendo unilateralmente chi, quando e come sia potenzialmente capace di minacciare la propria integrità e sicurezza, sia un mondo più pericoloso. Un mondo nel quale ogni paese può divenire poliziotto, pubblico ministero, giudice ed esecutore delle proprie sentenze è un mondo più insicuro. Un mondo che sceglie la regola del non avere regole certe è un mondo che non ci piace.
La pace cammina su un sentiero stretto e perciò crediamo che il nostro Parlamento ed il Governo di questo paese debbano e non possano fare altro che ascoltare e farsi carico della grande domanda di pace espressa dai tantissimi partecipanti alla marcia di sabato scorso e condivisa da quattro italiani su cinque e, nella medesima proporzione, dagli altri cittadini europei.
Inoltre, signor Presidente, approfittiamo di questo dibattito per invitare il Governo ad interrompere il battibecco sulla bandiera arcobaleno, un simbolo che esprime con semplicità il desiderio di pace e unità del nostro paese (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo), un simbolo - ricordiamocene tutti - che non contrasta con una legge che fu voluta e approvata dal nostro Parlamento pochi anni fa, in un tempo in cui andava di moda da altri parti di questo paese fischiare il tricolore e appendere bandiere di partito che evocavano la divisione del nostro paese (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
La pace cammina su un sentiero stretto, ma vorrei che ci rendessimo conto che, nel tempo della globalizzazione delle informazioni, le nostre opinioni pubbliche sono cambiate. Esse non accettano più le inversioni di rotta, talora pure necessarie, delle politiche estere.
All'indomani della manifestazione mondiale di sabato, lei ha detto testualmente, signor Presidente, che l'opinione pubblica è schierata contro la guerra ma solo per carenza di informazioni fornite ai cittadini. Cambi idea, signor Presidente, la prego. Come fate a non rendervi conto del contrario? Gli italiani, come gli altri cittadini europei, non sopportano più di sentirsi raccontare che l'amico di ieri è divenuto il nemico di oggi. Non sopportano più l'insopportabile disparità fra la nostra retorica sulle ineguaglianze planetarie, di cui peraltro si alimenta anche il terrorismo contemporaneo, e la nostra incapacità di farvi fronte con un coraggio decente. Non sopportano più la divaricazione fra la denuncia dei rischi di presenza di armi e sostanze proibite a disposizione di dittatori sanguinari e le nostre responsabilità, dirette ed indirette, nella loro fornitura. Non credono più al diritto internazionale se poi noi lo applichiamo ai nemici e lo interpretiamo per gli amici.
Dipende da noi la capacità di ridare sostanza a questi principi, di ridare coerenza e rigore al diritto, di non alimentare gratis una retorica di guerra che funziona come le profezie capaci di autoavverarsi.
Questo sentimento, largamente maggioritario, sta diventando, signor Presidente, un fatto politico che noi, ma soprattutto voi, dovete interpretare con saggezza.
La pace cammina su un sentiero stretto, e noi riteniamo che le Nazioni Unite siano state e debbano essere il perno al quale ancorare il mantenimento della pace.
Se mettiamo assieme i fatti di questi ultimi sette mesi, vediamo che la pace è riuscita a percorrere questo stretto sentiero. Gli americani hanno accettato l'estate scorsa di passare attraverso il Consiglio di Sicurezza; quest'ultimo ha adottato all'unanimità, dopo un lungo negoziato, la risoluzione n. 1441; gli ispettori sono riusciti a rientrare; la comunità internazionale non è caduta nella provocazione delle 12 mila pagine consegnate a dicembre; gli ispettori non hanno compilato rapporti preconfezionati o compiacenti verso nessuna delle parti; il Consiglio di Sicurezza della settimana scorsa non è stata la passerella mediatica di un copione già scritto, ma la sede di un confronto teso, a tratti drammatico, sugli scenari di guerra; l'ONU ha giocato fino ad oggi un ruolo importantissimo.
La pace cammina su un sentiero stretto e noi desideriamo che questo sentiero prosegua, che proseguano le ispezioni, che si chiarisca che l'obiettivo è quello enunciato con chiarezza nella risoluzione n. 1441, e cioè il disarmo reale, l'impossibilità attuale e potenziale di nuocere da parte del regime di Baghdad, e che altri obiettivi, su cui si esercitano gli analisti, i commentatori ed i nostri dibattiti, restino fuori dall'ordine del giorno: l'obiettivo è il disarmo.
La pace cammina su un sentiero stretto, e un sentiero stretto, signor Presidente del Consiglio, non ammette sbandamenti: meno che mai li ammette quando essi sono segno di una doppiezza.
Noi siamo stati e siamo severi e molto critici con il Governo italiano; noi pensiamo che per molte settimane il nostro Governo, il suo Governo, sia stato abbagliato dal desiderio, inutile ed inadatto ad un contesto drammatico come questo, di piacere e compiacere gli altri nostri partner, tutti i nostri partner. Così voi siete stati precipitosi, prima e ben oltre il lavoro degli ispettori, nell'affermare a Mosca in ottobre che, testualmente, in Iraq non vi sono più armi di distruzione di massa, poiché vi è stato il tempo per la loro eliminazione. In seguito, pochi giorni dopo, lo siete stati a Lisbona quando avete detto con Blair: resto l'alleato più vicino a Bush. Infatti, signor Presidente del Consiglio, i sondaggi americani che chiedono al pubblico il tasso di gradimento su un intervento unilaterale, senza il consenso delle Nazioni Unite, ci hanno già arruolato d'ufficio, unici al mondo con inglesi ed australiani, nella coalizione dei volenterosi.
Avete detto che è certo che Saddam continua a mentire come ha fatto per anni, ma poi avete anche detto: bisogna dare tempo perché il lavoro degli ispettori sta dando buoni frutti.
Avete invocato l'unità dell'Europa pochi giorni fa, ma avete anche voi contribuito a dividerla, aderendo ad un appello che, non a caso, non conteneva alcuna firma dei paesi fondatori, tranne la nostra.
È nei momenti in cui la pace rischia di deragliare dal sentiero stretto che si vede chi lavora per riportarcela e chi si adegua rapidamente all'idea dell'inevitabilità del conflitto.
Signor Presidente, siamo spiacenti, ma non basta mettere il cappello su tutte le posizioni per dimostrare di averne una (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, Misto-Socialisti democratici italiani, Misto-Verdi-l'Ulivo e Misto-Minoranze linguistiche)! Perciò noi pensiamo che in assenza di una qualsiasi decisione della comunità internazionale, autorizzare supporti logistici preventivi sia un errore, un grave errore.
La pace cammina su un sentiero stretto, e noi sappiamo anche che la pace non è imbelle ma, se volete cercare di rappresentare il paese, il Governo lavori senza timidezze per un'Europa che ritrovi unità e forza e che sappia assumersi le proprie responsabilità. Il Governo lavori
con i nostri alleati d'oltreoceano, consapevole che nessun sentimento di amicizia, che pure in questo paese è largamente condiviso, può tacere i tragici rischi di un conflitto preventivo ed unilaterale e le sue prevedibili conseguenze in un'area che verrebbe incendiata, alimentando l'odio ed il terrorismo che, invece, si vuole estirpare.
La guerra, signor Presidente, è sbagliata ed evitabile. Evitatela: diamo una speranza alla pace (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, Misto-Socialisti democratici italiani, Misto-Verdi-l'Ulivo e Misto-Minoranze linguistiche - Congratulazioni)!
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Filippo Mancuso. Ne ha facoltà.
FILIPPO MANCUSO. Signor Presidente, signori deputati, signori rappresentati del Governo, poiché si è scelta la distinzione fra i documenti da porre in votazione, occorre che qualcuno pronunci una parola di unità.
Non può un Parlamento presentarsi frazionato al cospetto di tanti problemi e di tante conseguenze possibili. Non basta pronunciare la parola pace, sebbene sia cosa assai bella. Non fu pace quella del capo nazista il quale la pronunciava, la bestemmiava, mentre i suoi panzer abbattevano i confini di mezza Europa. Non fu pace quella della colomba rostrata che volò sul mondo intero, mentre i suoi allevatori ne opprimevano almeno la metà. Non fu pace neppure l'intossicazione delle moltitudini vietnamite e l'espoliazione della loro storia e della ricchezza dei loro campi e dei loro alberi defoliati. Non è pace neppure il malgoverno di ogni potere e le usure che su di esso, talvolta si fanno.
Siamo tutti consapevoli nell'intimo che né qui né nel paese vi sia una sostanziale discrepanza sull'idea e sulla pratica della pace. Tuttavia, occorre prendere posizione in questo dibattito perché esso ha una valenza non solo interna, ma anche internazionale.
Io personalmente opterò per il documento della maggioranza che vedo più realista, ma non rifiuterò - e consiglio che non si rifiutino - anche gli altri documenti, i quali, forse, godono di un approfondimento problematico più sottile.
Intanto, sappiamo - dobbiamo saperlo, dobbiamo ammetterlo più o meno di malavoglia - che questa non è l'occasione né per compiacere né per contrastare il Governo al quale né un voto favorevole darà i meriti che attualmente non ha, né un voto sfavorevole, o comunque diverso, attribuirà i meriti che esso dice o mostra di avere.
Vi sono gli ordinamenti internazionali, le normative comunitarie, il vincolo spirituale tra le nazioni su cui possiamo apprestare un terreno di concomitanza, di compatibilità teleologiche cioè nei fini, i fini della pace e del governo della storia.
Signor Presidente del Consiglio dei ministri, spero che tutto nella sua sensibilità non si risolva nel dilemma fra mettere o elevare dalla sabbia il capo pensante della nazione. Noi abbiamo un problema storico che il destino assegna anche nelle sue mani; non abbiamo potenza così grande nel mondo da rendere decisivo qualsiasi nostro buon volere, compreso il suo personale.
Abbiamo però verso i cittadini che si radunano e che riflettono un dovere di conforto, di far sapere che il Parlamento non è diviso e non è in contrasto con se stesso, né con la nazione, quando auspica la sudditanza, la subordinazione alle regole del diritto internazionale. Questo è possibile, questo è doveroso (Applausi di deputati del gruppo di Forza Italia)!
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Rivolta. Ne ha facoltà.
DARIO RIVOLTA. Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio dei ministri, onorevoli colleghi, il Presidente della Repubblica, dottor Carlo Azeglio Ciampi, pochi giorni fa, dall'alto del suo importantissimo ruolo istituzionale, ha espresso apprezzamento per la linea seguita dal Governo italiano. Vogliamo, signor Presidente del Consiglio dei ministri, che lei sappia che anche il Parlamento e grandissima
parte dell'opinione pubblica italiana apprezzano, approvano e la ringraziano per come lei, con l'ausilio del suo ministro degli esteri e degli altri ministri del suo Governo, sta guidando il nostro paese in una crisi che appare tra le più delicate e più incresciose dopo la guerra di Corea.
Apprezziamo anche come, pur con indubitabili sacrifici personali di forze, di tempi, lei non si sia mai risparmiato dal volare ovunque nel mondo fosse necessaria la presenza italiana e dove questa presenza potesse aiutare a risolvere o contribuire alla risoluzione dei problemi. In particolare, si apprezzano i suoi tentativi, nel quadro di una nostra indiscutibile presenza e vocazione europea, nel quadro di un'alleanza indiscussa ed indiscutibile con gli Stati Uniti d'America, di far convergere su una posizione comune anche paesi che non sono membri dell'Unione europea e non sono membri della NATO o almeno non lo sono per ora.
È un ruolo da protagonista che l'Italia, per il suo tramite, ha saputo ritagliarsi e che sicuramente domanda molto alle forze di un uomo solo, ma che solo lei, attraverso gli ottimi rapporti che ha saputo personalmente costruire con molti Capi di Stato, era in grado oggi di svolgere. Le siamo grati la invitiamo a continuare su questa strada!
A livello più strettamente europeo, siamo tutti particolarmente soddisfatti di come si sia concluso il recente vertice di Bruxelles e siamo in modo particolare contenti del fatto che anche la Francia sembri aver messo da parte i propri apparenti o concreti ed immediati interessi nazionali, comprensibilmente legati al proprio ruolo di principale partner commerciale dell'Iraq. Siamo contenti che la Francia sembri aver messo da parte anche quello che, probabilmente sbagliando, era sembrato a qualcuno rappresentare una rinascita di una volontà di differenziazione egemonica che apparteneva, così credevamo e vogliamo continuare a credere, ad un passato di una Francia superato.
L'accordo trovato la scorsa serata a Bruxelles ha consentito all'Unione europea di superare un momento particolarmente critico; un momento critico di cui non ci illudiamo di aver superato totalmente il passo. Sappiamo che queste fratture sono state generate perché le condizioni consentivano che potessero nascere. Sono fratture che vanno affrontate; anche se la crisi è al di fuori del momento più critico, il problema di una unità politica dell'Europa si pone e continuerà a porsi fino a quando, con grande coraggio, noi e gli altri paesi europei non sapremo, anche tramite la Convenzione, compiere quell'atto di rinuncia allo stretto e a breve termine interesse nazionale per puntare ad una Europa che sia molto di più di un'area di libero scambio.
La questione irachena, come lei più di tutti noi ha potuto constatare, è una questione particolarmente complessa e noi, con lei, riteniamo indubitabile che si debbano fare tutti gli sforzi per cercare di arrivare ad una conclusione con il consenso del mondo e senza che debba scoppiare una guerra sanguinosa.
Purtroppo, nel recente passato - anche lei ne ha fatto cenno - fratture vere o apparenti nella necessaria compattezza politica internazionale anziché aiutare l'azione deterrente della pressione politico-militare hanno permesso al dittatore iracheno di pensare che, una volta di più, era possibile farsi beffe delle risoluzioni dell'ONU e, in particolare, proprio di quella ultimativa, la n. 1441. La compattezza che invece oggi sembra possibile, sulla scena internazionale, tra tutte le istituzioni internazionali probabilmente - ce lo auguriamo, se di compattezza vera si tratta - ci aiuterà ad uscire da una situazione senza che la guerra debba scoppiare. Questo è l'auspicio che, ancora una volta, vicino a lei, noi condividiamo.
Di certo, al punto in cui siamo, nessun paese, nessuna forza politica può accettare che l'ONU sia, una volta ancora, esposto al ridicolo né all'evidenza di una sua inefficacia. Gravissime conseguenze per la futura pace di tutto il mondo, per i popoli di tutto il mondo si preannuncebbero se anche questa risoluzione, la n. 1441, dovesse finire come le precedenti che erano
state indirizzate all'Iraq. Un risultato positivo oggi è indispensabile a tutto il mondo e questo risultato non può essere che il totale disarmo collaborativo di Saddam Hussein oppure la sua rimozione.
Tutto ciò però non ci deve indurre a nasconderci che anche questo risultato, una volta raggiunto - come tutti insieme desideriamo -, apre altre prospettive, altre conseguenze. Si tratta di conseguenze che dovranno essere affrontate ed è bene che, fin da ora, anche il nostro Governo, il nostro paese, con gli alleati, cerchi una risposta realistica - non ipotetica o improbabile, come è sembrato apparire fino ad ora - su quale sarà, a seconda di come si chiuderà la fase attuale, il futuro di quel paese e di quell'area.
Fin da ora dobbiamo cominciare a sapere che cosa ne sarà degli sciiti iracheni, che cosa ne sarà dei curdi iracheni, quali saranno gli equilibri nell'area. Non possiamo pensare a tutto ciò soltanto in un'ottica a breve termine, ma dobbiamo pensarci con uno sguardo a medio e a lungo termine.
Occorre soprattutto riflettere su quale potrebbe essere non tra i governi dei paesi arabi, bensì tra quelle popolazioni, la percezione che di questi eventi - quelli di ieri, di oggi e dell'immediato futuro - queste popolazioni possono avere. Occorre guardare anche alle possibili strumentalizzazioni che di questi eventi possono essere fatte riguardo al conflitto palestinese. Occorre da subito valutare che cosa fare, come porsi verso quelle frange intellettualmente ed economicamente più deboli del mondo arabo, per impedire che una situazione potenzialmente virtuosa anche per quelle popolazioni venga invece vissuta come un affronto o, peggio ancora, come un'aggressione.
Guerra o non guerra - e tutti speriamo che non lo sia - siamo oggi in un momento in cui non possiamo più permetterci il lusso di guardare indietro. Cari colleghi dell'opposizione, non è oggi il momento dell'analisi del passato, almeno non per i politici: oggi è il momento dell'analisi del presente e dello studio del futuro. Oggi è il momento in cui dobbiamo guardare in quale situazione ci troviamo e come possiamo andare avanti. Non possiamo guardarci indietro; dobbiamo guardare lontano, magari anche dietro le colline.
Il nostro Governo si è mosso fin d'ora come doveva, per bene salvaguardare gli interessi nazionali ed europei. Continui su questa strada e guardi ancora più lontano. Lo sa fare (Applausi di deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale e dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Sterpa. Ne ha facoltà.
EGIDIO STERPA. Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, utilizzerò i miei pochi minuti per svolgere un pacato ragionamento su tre punti che mi sembrano essenziali in una vicenda in cui si gioca una partita delicatissima e carica di molti rischi.
Innanzitutto, le ragioni degli Stati Uniti d'America. Siccome tutte le manifestazioni, tutte le polemiche, tutti i discorsi, in questi giorni, sono stati - diciamo così - caricati di antiamericanismo, cominciamo a vedere se esistono realmente motivi per questo antiamericanismo.
Solo un anno e mezzo fa ci fu l'attacco alle torri gemelle di New York. Abbiamo tutti, ma soprattutto gli americani, ancora negli occhi quella spaventosa visione. Ebbene, io dico che non è morale, non è giusto, dimenticare quel fatto! Non è giusto lasciare soli gli americani ad aver paura del terrorismo!
Oggi, la nostra sinistra, l'opposizione, tratta gli Stati Uniti come un paese aggressore, ma l'aggressione, la più barbara, la più sleale anche, della storia l'hanno subita gli Stati Uniti. Non c'è precedente all'attacco alle due torri nella storia politica del mondo. Dall'altra parte, c'è un regime che di liberale, di democratico, non ha nulla. Vi è un regime, un dittatore che tengono in un clima di terrore un popolo. Si dice: dove è dimostrato che Saddam e l'Iraq abbiano connivenza, per esempio, con Bin Laden? Sta di fatto che tale paese
ha coltivato e dato rifugio a terroristi. Non dimentichiamo che Abu Nidal e Abu Abbas sono stati ospiti di Saddam, ospiti dell'Iraq. È vero, non è dimostrabile allo stato delle cose, ma è abbastanza pensabile che vi possa essere questa connivenza con Bin Laden.
Vi sono poi fatti decisamente innegabili: la strage dei curdi. Vi sono testimonianze precise di militari, di testimoni, che hanno verificato, visto, cosa è accaduto nel territorio in cui vivono i curdi tra la Turchia e l'Iraq. Si può negare, allora, di fronte a fatti come questi, che vi sia in atto una spaventosa offensiva terroristica? Ebbene, come si fa a lasciare soli gli Stati Uniti, obiettivamente? Il problema non è quello di essere per la guerra o per la pace. Ciascuno di noi ha paura della guerra ed è per la pace. Ma diciamo le cose come stanno: gli Stati Uniti sono il paese che ha garantito - non voglio tornare indietro nella storia - più di mezzo secolo di sicurezza, di tranquillità all'Europa e, in parte, a tutto il mondo, che ha sacrificato giovani per questo ideale.
Non dimentichiamo cos'è accaduto in Vietnam e, per esempio, in Corea o in Cambogia! Possiamo dimenticare queste cose?
Il secondo punto che mi interessa trattare brevemente è la posizione dell'Italia. Abbiamo ascoltato il discorso del Presidente del Consiglio: egli ha pronunciato la parola «pace», la frase «diplomazia attiva per la pace». Può un paese come l'Italia lasciare soli gli Stati Uniti? Qui non è, ripeto, un problema di guerra: non potremmo fare nulla perché non abbiamo neppure i mezzi, gli strumenti per poterla fare, ammesso che ci sarà.
PRESIDENTE. Onorevole Sterpa...
EGIDIO STERPA. Mi avvio alla conclusione, signor Presidente.
PRESIDENTE. Onorevole Sterpa, consideri che ha già oltrepassato di un minuto il tempo a sua disposizione.
EGIDIO STERPA. Presidente...
PRESIDENTE. Onorevole Sterpa, non mi guardi così perché mi fa rimanere male!
EGIDIO STERPA. Desidero concludere, signor Presidente, con un'ultima osservazione.
Tutte queste accuse che vengono rivolte dall'opposizione alla maggioranza - direi a ciascun membro della maggioranza, oltre che al Presidente del Consiglio - sono un segno di civiltà politica? Voglio ricordare ciò che ha dichiarato in un'intervista il mio amico Mario Monti: la vera, unica, sola riforma di struttura di cui questo paese ha bisogno - egli ha detto - è quella di affermare una civiltà politica, di affermare, soprattutto, una civiltà del linguaggio nella politica.
Mi rivolgo, ora, all'onorevole D'Alema, che stimo per le sue qualità politiche: come si fa, onorevole D'Alema, ad usare le parole e le espressioni che lei ha usato nei confronti della maggioranza? Desidero richiamarle, onorevole, a nome della maggioranza e mio personale, una breve frase attinta dalla rilettura, in questi giorni, de Il dottor Zivago di Pasternak: «mi è difficile» - fa dire Pasternak a Zivago - «conciliarmi con l'idea che voi, soltanto voi, siate degli eroi, delle anime eccelse e che noi siamo animucce meschine che stanno per l'oscurantismo e l'asservimento dell'uomo»!
Nossignori! Noi non vi riconosciamo questo padreternismo, cari colleghi! O voi rispettate noi e noi rispettiamo voi - e finora, personalmente, ho sempre rispettato le vostre posizioni - oppure non è affermare che stiamo vivendo una stagione di inciviltà politica. Voglio esprimere un auspicio: che questo veramente finisca una volta per sempre (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia e del deputato Landi di Chiavenna)!
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Costa. Ne ha facoltà.
RAFFAELE COSTA. Signor Presidente, onorevole Presidente del Consiglio, da oltre un mese il mondo rivive l'incubo della
guerra, che potrebbe scoppiare tra qualche giorno. Da oltre un mese assistiamo come ad una drammatica partita a scacchi che potrebbe avere, come tragico epilogo, un monte di cadaveri!
L'obiettivo della guerra viene giustificato con le ferite dell'11 settembre: è, forse, davvero quel giorno che si sono poste le basi della volontà di colpire l'Iraq e, insieme, il terrorismo. Resta da capire se davvero la guerra, anche vinta, valga a risanare le ferite aperte dall'attacco alle torri gemelle. Resta da capire se sia giusto, doveroso e moralmente accettabile dar luogo ad un vero conflitto per cercare di sconfiggere il terrorismo o se, invece, un conflitto non valga ad aizzare nuovi focolai e nuove crisi.
Alle decisioni finali, l'Italia e tutta l'Europa arrivano con grande tormento, dopo essersi pronunciate, convintamente, per la pace; e la decisione finale l'Italia, con l'Europa, rimette, com'è doveroso, alle Nazioni Unite.
Su temi come quello della guerra non so se si sia evidenziata la differenza tra laici e cattolici, tra liberali e socialisti, ma almeno una sollecitazione dal fatto di essere dell'area liberaldemocratica ci deve venire: quella di rispettare il metodo che ci siamo dati, che abbiamo scelto con atti politici e con atti legislativi. E il metodo che abbiamo scelto è quello di dare funzioni di vigilanza e di sicurezza alle Nazioni Unite. Abbiamo deciso tutti i popoli della terra una linea civile, una forma adeguata al rispetto della convivenza; ci siamo legati e collegati idealmente e politicamente, ci siamo vincolati volontariamente e dobbiamo confermare gli impegni internazionali, pretendendo che lo facciano anche gli altri. Ecco, questo è un aspetto che non è stato trattato a sufficienza. Abbiamo il dovere di intervenire solo secondo le regole che ci siamo dati, che abbiamo accettato, ed abbiamo anche il diritto di pretendere che chi ha sottoscritto con noi trattati internazionali li rispetti. C'è nell'aria un altro pericolo: che venga data un'interpretazione confusa, frutto di elasticità alle decisioni dell'ONU. Si tenderebbe, in mancanza di una scelta, a far passare per scelta una non scelta, per «sì» ciò che è «ni», ovvero addirittura no. La mozione che i partiti della maggioranza hanno presentato, nel suo richiamo alle decisioni serie, severe, civili dell'Unione europea, va nella direzione che mi sono permesso di sottolineare. Per questo la voterò in maniera convinta, per questo la voteranno, ritengo, tutti i 60 colleghi che, a fine dicembre, hanno inviato al Presidente del Consiglio una lettera, invitandolo ad insistere - come ha fatto - nella sua azione di Governo individuale e collegiale per la pace.
La mozione della maggioranza, ne prendiamo atto con soddisfazione, ha tenuto conto di talune nostre indicazioni, pur in modo stringato. Essa rispetta una posizione che non è di parte, che non è bellicista, né semplicisticamente filoamericana, né pacifista, ma chiede una valutazione obiettiva della realtà, della crudeltà del regime iracheno che tutti vorremmo cancellare, ma anche delle non sempre convincenti dichiarazioni di taluni Governi circa le modalità per liberarci del tiranno (a differenza di taluni suoi colleghi altrettanto sanguinari che governano altri territori).
La mozione della maggioranza può essere votata non solo dalla maggioranza; essa non contraddice ciò che sostengono da tempo, almeno in buona fede, la Margherita, il partito dei Democratici di sinistra-l'Ulivo né l'UDEUR né i Socialisti. Il mio è un invito che forse non sarà accettato, ma che rappresenta un atto genuino di disponibilità a contare tutti di più insieme, quelli che sono per la pace, anche in piazza, e quelli che magari nel centrodestra sono per la pace sul posto di lavoro o in casa. Nel momento in cui il mondo scende in piazza o si riunisce nei conclavi dei vertici continentali è più che mai necessario compiere scelte comuni; divisi contiamo non molto, uniti potremmo rappresentare un punto di riferimento. Con il contributo soprattutto dell'Italia l'Unione europea ha scelto l'unità, altrettanto potrebbe fare e potrà fare il Parlamento italiano. Gli italiani capirebbero (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole La Malfa. Ne ha facoltà.
GIORGIO LA MALFA. Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, mi rivolgo ai colleghi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo, in particolare all'onorevole Pistelli che ha testé fatto un intervento molto ampio e meditato. A me pare di cogliere una contraddizione nella posizione di questi colleghi. Infatti essi sottoscrivono una mozione nella quale si esprime un giudizio positivo sulle conclusioni del Consiglio europeo di lunedì e, allora, mi domando come si può essere contrari ad una mozione della maggioranza che impegna il Governo a seguire le conclusioni del Consiglio europeo di lunedì scorso.
Il fatto è, onorevole Pistelli, che c'è una difficoltà di fondo nella posizione del centrosinistra che è stata acuita dalla manifestazione di sabato scorso, la grande manifestazione svoltasi in varie città del mondo, in particolare a Roma, e questa contraddizione è sintetizzata in una domanda che mi permetto di rivolgere ai colleghi: non c'è dubbio sulla forza del messaggio che indica la pace come un'aspirazione comune a tutti gli uomini di buona volontà; non c'è dubbio che la pace possa costituire un obiettivo assoluto ma il problema politico - e questo è un Parlamento, dunque un luogo di decisioni politiche - è attraverso quali vie può essere mantenuta la pace e se fra queste vie debba o possa o debba essere necessariamente contemplata la possibilità del ricorso alla forza, all'azione militare in vista del mantenimento della pace.
Il punto, onorevole Pistelli, è che deve essere sciolto il dilemma non se si sia a favore della pace ma se il rifiuto della guerra sia un rifiuto assoluto oppure relativo. L'una e l'altra posizione hanno un fondamento morale e una giustificazione politica ma io colgo, all'interno delle posizioni della sinistra ed nella stessa mozione da voi presentata, una contraddizione non sciolta su questo punto. La Francia e la Germania hanno sciolto quella contraddizione votando un documento comune nel Consiglio europeo e noi, od io, che considero difficilmente evitabile, di fronte alla tenacia del dittatore iracheno, il ricorso alle armi, valuto positivamente che paesi che vogliono la pace e vogliono evitare la guerra abbiano vincolato l'Unione europea e il mondo a fare tutti gli sforzi possibili. Ma voi, nel momento in cui condividete la posizione francese, tedesca e di tanta parte del mondo che vuole la pace, come potete togliere il vostro appoggio al Governo italiano nel momento in cui esso ha sottoscritto quella posizione internazionale? Ecco la contraddizione nella quale è la vostra mozione, dalla quale non siete usciti nel precedente dibattito parlamentare e nemmeno, con mio dispiacere, nel dibattito odierno. La contraddizione fra rifiuto della guerra come fatto assoluto e rifiuto della guerra come fatto relativo. Questa è la ragione per la quale il Presidente del Consiglio avrà la nostra fiducia nel continuare nella linea prudente e ferma che egli aveva illustrato nel precedente dibattito parlamentare, che ha portato avanti nella riunione di Bruxelles e che ha illustrato oggi stesso (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Liberal-democratici, Repubblicani, Nuovo PSI e di Forza Italia).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Lupi. Ne ha facoltà.
MAURIZIO ENZO LUPI. Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, in questo inizio di intervento sento l'urgenza di un doveroso richiamo al realismo. Il nostro voto, pur importante per esprimere la volontà del popolo, non deciderà della guerra e della pace, in altri luoghi questo probabilmente si deciderà, ma, sulle nostre spalle, come ha sottolineato nel suo intervento il Presidente del Consiglio, sta un'altra grande responsabilità, se possibile ancora più grande della scelta per o contro la guerra
e più impegnativa per le previsioni del futuro del nostro pianeta. Noi, oggi, con il nostro voto decidiamo se l'Italia, se l'Italia nell'Europa e se l'Europa stessa debbano continuare ad avere un ruolo unitario, autorevole, di progresso nella costruzione del bene comune nel mondo. Che ne sarà di un mondo senza l'Europa? A quali unilateralismi sarà consegnato il futuro del mondo? È perfino impossibile immaginarselo. La pace si fa se ci sono soggetti internazionali che la fanno, per questo è essenziale il voto di oggi e per questo mi sembra, e ci sembra, veramente incomprensibile l'atteggiamento delle opposizioni. Spero e speriamo, fino all'ultimo, che questo voto cambi, che questo atteggiamento da parte delle opposizioni cambi e che si possa convergere e votare, tutti insieme, nella forma e nella sostanza delle conclusioni del Consiglio europeo. Esse, grazie anche all'operosa volontà del Presidente Berlusconi, sono già una prima testimonianza di come sia possibile sostenere le proprie ragioni superando le divisioni, quando in gioco sia un bene più grande.
Onorevoli colleghi, sempre si deve discutere con gli alleati e a volte si può dissentire su strategie, metodi e strumenti, ma la nostra lealtà e amicizia nei confronti degli Stati Uniti è indiscutibile. Gli Stati Uniti, non solo con il tributo di sangue dei loro giovani accorsi in soccorso dell'Europa piegata dalle dittature naziste e fasciste, hanno documentato, nella loro giovane storia, la scelta per la democrazia, per la libertà, per la civiltà.
Si può dire che nelle ragioni profonde che li hanno portati a costituirsi come popolo e nazione sono essi stessi questa scelta. Il popolo italiano vuole la pace, ma non vuole essere pacifista. Certo, il pacifista si ammanta di parole nobili per mascherare la volontà di potere di sempre: mentre grida «pace» accarezza l'umiliazione degli Stati Uniti; grida «pace» e pregusta lo schiaffo a Berlusconi; grida «pace» e tra sé si complimenta per Saddam. A questo pacifismo interessa solo arruolare sempre nuove leve e la sua è pura volontà di potere. Figli di un idealismo mal digerito, credono che basti aver detto una volta «pace» per sentirsi soddisfatti essendosi lasciati i problemi alle spalle: non si capiscono le difficoltà, le complessità, non si prova pena per i terribili limiti propri dell'uomo e delle nazioni, non c'è tragedia e drammaticità, non c'è responsabilità.
Il Papa vuole fortissimamente la pace; noi tutti la vogliamo. Egli è innamorato della pace e, come vero innamorato della pace, sa che occorre fare tutto quello che è nella possibilità dell'uomo perché la pace ci sia. Sa anche, però, che non bisogna limitarsi ad operare secondo la misura e la possibilità umana. La pace è frutto della giustizia ed effetto della carità, come egli dice; la pace consegue al cambiamento ed all'azione tenace della libertà di ognuno di noi. Il Papa non taglia, non divide, non contrappone (Bush o il Papa), non scomunica chi, con scelta dolorosa, obbedisce al proprio paese, non tace la responsabilità; egli ammonisce, illustra, spiega quando, con pazienza e perfetta laicità, dice ai responsabili delle nazioni che la guerra non conviene innanzitutto nell'interesse dei propri popoli.
Alle conclusioni del Consiglio europeo si è arrivati sotto la spinta dell'azione ostinata e tenace del Presidente del Governo italiano. Noi, da parlamentari italiani, ne siamo orgogliosi. Noi incoraggiamo il Presidente Berlusconi ad avere coraggio, a perseguire l'azione fin quando rimanga un utile, ragionevole spiraglio per non ricorrere all'uso della forza, a proseguire l'azione di denuncia delle responsabilità irachene in questa crisi, a ribadire a chiare lettere gli obblighi internazionali cui il dittatore iracheno si deve piegare, a sostenere la centralità delle Nazioni Unite e la responsabilità del Consiglio di sicurezza in ordine al disarmo dell'Iraq.
Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, la pace è una costruzione politica; il pacifismo no. Le ragioni della pace esigono il disarmo ed il rispetto della risoluzione dell'ONU da parte dell'Iraq. Questo è il nostro auspicio (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia).
PRESIDENTE. È iscritto ha parlare l'onorevole Rizzi. Ne ha facoltà. Onorevole Rizzi, le ricordo che ha quattro minuti di tempo a sua disposizione, anche se sono, come lei saprà, di manica larga.
CESARE RIZZI. Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, la comunità internazionale sta attraversando un momento delicatissimo. La crisi irachena si è gradualmente trasformata in una sorta di detonatore che ha messo in discussione tutta una serie di equilibri nei rapporti tra gli Stati ed in seno alle organizzazioni internazionali. Non solo, ma all'interno degli stessi paesi occidentali i governi si stanno confrontando con la società civile con le forme e con i metodi consolidati della democrazia. Il sistema è dinamico a tutti i livelli: lo dimostra il susseguirsi frenetico di incontri e di vertici comunque stimolati dalla possibilità che ogni paese ha di assumere, in piena libertà di coscienza, una propria posizione, di confrontarla con le altre, di accettare una posizione di compromesso o rifiutarla. In Iraq, invece, un dittatore ambizioso, sanguinario, affama il popolo, compra missili e nessuno lo contesta; viene eletto plebiscitariamente attraverso elezioni fasulle ed arresta il ministro della difesa, dissenziente, per tradimento.
Sabato abbiamo visto milioni di persone nelle piazze chiedere la pace. L'aspirazione alla pace è connaturata geneticamente all'essenza dell'essere umano e solo se esiste questa premessa si può sviluppare la società, l'economia, una vita normale. La Lega nord è sempre stata per la pace: lo è oggi e lo è stata anche in passato, quando le forze attualmente all'opposizione - che ora cercano di cavalcare in modo opportunistico le istanze pacifiste della gente comune - decidevano di partecipare all'intervento NATO nella Federazione iugoslava mandando i nostri aerei a bombardare Belgrado.
Chi è davvero adesso contro la pace, chi di sicuro non è per la pace è il Governo iracheno. Ho pochi minuti a mia disposizione e quindi non ricorderò l'elenco delle infrazioni oggettive compiute da Saddam rispetto alle risoluzioni dell'ONU ed alla comunità internazionale.
Non posso non sottolineare l'assurda situazione che si è venuta a creare grazie a coloro che alimentano l'antiamericanismo nelle piazze e dipingono gli Stati Uniti come dittatori, imperialisti e cinici o, dall'altro lato, accolgono i rappresentanti di un Governo realmente dittatoriale e totalitario come un ospite di riguardo (qui addirittura siamo all'assurdo!). Possiamo criticare i metodi di politica estera utilizzati finora da Washington, talvolta ruvidi. Vogliamo puntare al dialogo, alla diplomazia, al multilateralismo fino in fondo, ma non possiamo ingannare l'opinione pubblica all'infinito, noi stessi, per primi, dipingendo il lupo da pecora e viceversa. Questo non è battersi per la pace; è, nella migliore delle ipotesi, nascondere la testa nella sabbia di fronte a una concreta minaccia all'Occidente; nella peggiore, ma voglio credere che non sia questo l'intento dei leader della sinistra, è cavalcare il sentimento popolare in modo utilitaristico.
Domenica, alla NATO si è trovato un accordo per l'aiuto alla Turchia; lunedì i membri del Consiglio d'Europa hanno approvato una dichiarazione comune in cui si sottolinea, una volta di più, la centralità del Consiglio di sicurezza nella gestione della crisi, senza escludere l'uso della forza.
Dopo la frattura creata in Europa dalle prese di posizione unilaterali e non concertate in alcuni paesi, è prevalsa, quindi, la consapevolezza che nessuna concessione può essere fatta al regime di Baghdad, perché solo se messo alle strette il Rais accetta seriamente di collaborare.
Lo schieramento militare nel Golfo, prima che una ragione operativa, ha la funzione fondamentale di far capire a Saddam che è finito il tempo di prendere in giro la comunità internazionale. Qualunque soluzione pacifica si ottenga, sarà stata resa possibile anche grazie alla pressione psicologica che la minaccia dell'uso della forza è stata in grado di creare.
La nuova presa di posizione europea firmata da tutti i membri e fatta propria anche dai paesi candidati va tenuta presente.
Non possiamo invocare l'Europa solo quando ci fa comodo, non possiamo accogliere i nuovi Stati membri candidati dell'est sostenendo che hanno la maturità politica ed economica per sedere alla pari nel Consiglio d'Europa, salvo poi, quando la loro posizione si discosta dalla nostra - e in questo caso è nettamente filoamericana - fare come la Francia e dire semplicemente che era meglio se stavano zitti.
Siamo per la pace, ma non solo per la pace precaria ed incerta che possiamo scegliere oggi. Siamo per una pace che poggia su basi solide e non su mai sopite volontà di riarmo e di conquista. Siamo per una pace su cui possiamo contare a lungo termine e, come hanno sostenuto i leader europei, per questa pace non possiamo aspettare a tempo indefinito.
Per concludere, signor Presidente, vorrei precisare che la Lega nord Padania sarà sempre dalla parte dell'Occidente (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord Padania e del ministro Maroni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Intini. Ne ha facoltà.
UGO INTINI. Signor Presidente, le democrazie mature nei momenti difficili sanno trovare il linguaggio non della propaganda, ma dell'interesse nazionale e dell'unità nazionale. Oggi, questa unità si può costruire intorno a un minimo comune denominatore che trova il consenso di una maggioranza e di un'opposizione entrambe divise. Il minimo comune denominatore è la risoluzione dell'Unione europea nella quale si riconosce la stragrande maggioranza del Parlamento.
Credo si debbano anche seguire le indicazioni del Capo dello Stato che chiede la tutela di tre istituzioni: le Nazioni Unite, l'Unione europea e l'Alleanza atlantica. Bisogna tutelare le Nazioni Unite e questo è un invito al Governo ad escludere nettamente l'acquiescenza verso una guerra unilaterale decisa dagli Stati Uniti, ciò che il Governo finora non ha fatto in modo sufficientemente chiaro. Bisogna tutelare l'Unione europea e questo è un invito al Governo a non sacrificare l'unità dell'Europa alla sua solidarietà politica non con gli Stati Uniti ma con la parte conservatrice degli Stati Uniti. Bisogna tutelare l'Alleanza atlantica, perché l'amministrazione Bush passa, ma l'America resta, perché il mondo è troppo pericoloso ed incerto per rinunciare allo storico rapporto di alleanza tra Europa e Stati Uniti. Anche i compagni ed amici della sinistra più radicale devono riflettere con attenzione sulle parole del Capo dello Stato, perché fuori dalle Nazioni Unite vi è solo la legge del più forte e perché fuori dall'unità politica dell'Europa non vi è nessuna possibilità di autonomia dagli Stati Uniti.
Vorrei insistere proprio sulle prospettive della sinistra che, come sempre, saranno decise per molti anni a venire soprattutto dalla politica estera, anche dalle scelte di oggi. Il grande movimento pacifista ha aiutato i Governi europei a tentare ancora sino in fondo la strada del negoziato ed a ritrovare l'unità dell'Europa. Tuttavia, il popolo della pace esprime un valore ed un sentimento, non indica e non può indicare una precisa linea politica. Spetta alla politica convertire in azione diplomatica il sentimento popolare.
Le strumentalizzazioni e gli apprendisti stregoni rischiano di trasformare piazza San Giovanni nella grande trappola della sinistra, nel passaggio solo apparentemente trionfale che può segnare la fine della sinistra italiana come forza di Governo, anziché di protesta. In quella piazza, l'anno scorso, la grande mobilitazione intorno agli slogan per la difesa del posto di lavoro come diritto costituzionale senza «se» e senza «ma» ci ha portato nella trappola del referendum sull'estensione a tutti dell'articolo 18. Esattamente, allo stesso modo, lo slogan della pace senza «se» e senza «ma» rischia oggi di portarci in una trappola che ci potrebbe isolare dalle tre istituzioni prima ricordate: le Nazioni Unite, l'Europa e l'Alleanza atlantica.
Senza «se» e senza «ma» si fa propaganda, non politica, perché ci si scontra con i fatti che, come diceva Pietro Nenni
a noi ragazzi insegnandoci il realismo politico, hanno la testa dura. Seguendo la sua lezione i socialisti negli ultimi decenni hanno lavorato per la pace, ma non per l'occupazione, nazista prima e sovietica poi, dell'Europa; per la pace «se» e fino a che fosse compatibile con la libertà. Oggi lavoriamo per la pace «ma» anche per la centralità delle Nazioni Unite, per l'eliminazione della minaccia terrorista ai cittadini degli Stati Uniti ed ai nostri cittadini.
Vi è una larga maggioranza intorno ad una politica estera e di pace possibile: lavoriamo perché si manifesti, per unire e non per dividere, perché l'unità dell'Italia intorno alla linea saggia ed equilibrata dell'Europa può contribuire ad evitare la guerra frenando l'unilateralismo di un'America che sotto i colpi del terrorismo sta diventando sempre più simile ad Israele. Rischia di «israealizzarsi», come ho detto il mese scorso al consiglio dell'Internazionale socialista. La israelizzazione dell'America sarebbe una catastrofe per tutti. La si evita non con le esasperazioni polemiche antiamericane, né con la sudditanza all'amministrazione Bush. La si evita ultimando la costruzione degli Stati Uniti d'Europa e, nel contempo, indicando ai nostri giovani una prospettiva più grande: quella degli Stati Uniti del mondo (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Socialisti democratici italiani).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Ramponi, al quale ricordo che ha sei minuti a disposizione. Ne ha facoltà.
LUIGI RAMPONI. Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, nel dibattito che si è tenuto in quest'aula sul problema dell'Iraq il 25 settembre ultimo scorso prendendo la parola per esprimere il pensiero di Alleanza nazionale sull'argomento posi l'accento su tre punti che desidero ripetere. Allora ho detto quanto segue. Un fatto è certo: una maggiore determinazione da parte delle Nazioni Unite nel volere rispettati da parte dell'Iraq gli accordi e le risoluzioni dell'ONU, segnatamente la 1441, indotta dalla ferma presa di posizione di una larga parte degli Stati e delle organizzazioni internazionali, tutte determinate dalle pressioni esercitate dagli Stati Uniti, ha costituito elemento di forte convincimento e di cogenza nei confronti di Bagdad.
Aggiungevo, poi: solo nel caso in cui, e ritengo che nessuno possa augurarselo, emergessero da parte irachena comportamenti ed atteggiamenti provati che costituissero reale minaccia alla Sicurezza internazionale e solo nel caso in cui il Consiglio di sicurezza fosse costretto a decidere l'intervento armato, allora in quel caso l'Italia dovrà partecipare dando il suo contributo per la sicurezza.
Infine, affermavo, sino ad oggi il comportamento del Governo italiano è stato chiaro e in termini di abilità e capacità diplomatica assolutamente pregevole. L'Italia ha assunto una posizione coerente con il suo assoluto impegno contro il terrorismo internazionale, le violazioni delle risoluzioni delle Nazioni Unite, le minacce alla pace e alla stabilità mondiale, esprimendo da una parte la solidarietà nei confronti degli alleati, in particolare nei confronti degli USA, dall'altra conservando la sua autonomia di giudizio, la sua assoluta fiducia in una soluzione individuata in seno alle Nazioni Unite, il mantenimento di ottimi rapporti con i partner europei e con i paesi più direttamente interessati dell'area del Mediterraneo e del Medio Oriente.
Concludevo dicendo: il Governo deve solo continuare così. E il Governo ha continuato così: oggi, dopo cinque mesi di grande tensione - al di là delle infinite, spesso gratuite, pretestuose accuse, formulate in modo assolutamente non omogeneo da parte dell'opposizione, ma pur sempre caratterizzate da una visione comune non coerente con i fatti, ispirata ad un'interpretazione spesso smaccatamente banalmente di parte -, per avere la dimostrazione della validità della linea politica sviluppata dal Governo basta leggere i punti qualificanti delle conclusioni del Consiglio europeo del 17 febbraio (che qui non ripeto perché già citate molto chiaramente dal Presidente del Consiglio).
Bene, se per ipotesi fosse stato dato all'Italia l'incarico di scrivere il comunicato del Consiglio europeo, i nostri rappresentanti lo avrebbero scritto esattamente così - così com'è scritto -, perché riecheggia punto per punto il pensiero e l'azione ripetutamente espressi dal nostro Governo sia in sede nazionale, sia in sede internazionale.
Una cosa comunque è certa: la partecipazione e l'incidenza italiana nella redazione del documento del Consiglio europeo appare in modo inequivocabile, perché quanto in esso affermato è speculare alla linea italiana molto di più, francamente, di quanto non lo sia rispetto a quella sino a ieri manifestata dagli inglesi, dai francesi e dai tedeschi. Si tratta, senza ombra di dubbio, di un grande successo per il nostro Governo e quindi per l'Italia. Di questo dobbiamo essere tutti lieti, senza distinzione di parte, perché in sede internazionale - è bene che ce ne rendiamo conto -, sia a livello governativo, sia a livello di pubblica opinione (che è quella che poi alla fine conta, specie in democrazia), non si parla di Italia di destra o di Italia di sinistra, ma si parla di Italia. Anche nelle coscienze dei cittadini italiani interessa come si colloca, nel contesto internazionale, l'Italia e non come si colloca l'Italia di destra o l'Italia di sinistra. Le dichiarazioni del Consiglio europeo sono state accompagnate da parole di apprezzamento da parte degli Stati Uniti e da parte del Segretario delle Nazione Unite. Quindi tali dichiarazioni non sono importanti soltanto in ambito europeo, ma hanno una forte valenza di carattere politico internazionale.
Alleanza nazionale invita il nostro Governo, confortato dai risultati sin qui ottenuti, a continuare nel suo impegno, secondo una linea politica che ha coinciso e coincide oggi con quella espressa dal Consiglio europeo (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale e di Forza Italia).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Mussi. Ne ha facoltà.
FABIO MUSSI. Signor Presidente, una superpotenza, per il New York Times e l'opinione pubblica, è diventata la seconda superpotenza; immagine suggestiva, ma forse c'è qualcosa di più che un'immagine!
Sabato 15 febbraio 2003 è una data che non si potrà dimenticare. Nelle piazze non è apparso un focus group, come l'ha chiamato il Presidente Bush, ma 110 milioni di persone in rappresentanza di altre centinaia di milioni. E sapete che ciò è vero, cari colleghi che siete esperti di sondaggi! Un movimento - come è stato qui affermato senza capire esattamente quanto sta accadendo - che non si batte solo astrattamente per la pace, ma si batte per rimuovere le cause della guerra, cioè per superare le grandi diseguaglianze e ingiustizie esistenti nel mondo, che sono all'origine di tante guerre.
La maggior parte del mondo non vuole questa guerra, non vuole il terrorismo - e la solidarietà agli Stati Uniti dopo l'11 settembre è stata ed è grande e vera - e non ama le dittature armate. Speriamo, cari colleghi, che la risaputa storia di Saddam Hussein e dell'Iraq induca i paesi democratici a non scegliersi più dittatori amici (cosa che sta già avvenendo nuovamente in altre parti del pianeta). Attenzione ad accendere fuochi che inesorabilmente, nel tempo, provocheranno - uso l'espressione di un autore americano molto noto - «ritorni di fiamma». In ogni caso - cari colleghi - democrazia e libertà sono merci così preziose che non si prestano ad essere trasportate sulle ali dei bombardieri e sui cingoli dei carri armati.
La maggior parte del mondo non vuole guerre preventive, una dottrina di cui è impossibile prevedere l'approdo e che va respinta prima che attecchisca. Il mondo è contro questa guerra perché - rubo le parole pronunciate dall'onorevole D'Alema in occasione del precedente dibattito parlamentare - rischiamo davvero uno scontro di civiltà e l'occidente si illuderebbe di regolare il mondo con la forza. «Scontro di civiltà»: sono parole che spalancano le porte dell'inferno!
Quale destino si preparerebbe per l'unica civiltà che alla fine conta, vale a dire
quella umana? La guerra sarebbe prima di tutto un'avventura, in quanto nessuno è in grado di prevedere gli effetti su quell'area caldissima che è il Medio Oriente. Ciò, a mio parere, costituirebbe un arbitrio, perché anche se l'ONU autorizzasse la guerra - ma abbiamo molte ragioni per dubitarne dopo la relazione di Blix e la ferma posizione di molti autorevoli paesi che fanno parte del Consiglio di Sicurezza - ritengo negherebbe se stessa, la sua natura e costituzione.
Dovrebbe mettere in allarme il fatto che alcuni debbano ricorrere agli espedienti, come quello di Blair che per dimostrare una tal cosa deve fare il taglia e cuci di una vecchia tesi o quello - lo dico con tutto il rispetto - di Colin Powell il quale produce prove che, a detta degli ispettori dell'ONU, non costituiscono prove. E tra le molte cose qui dette dal Presidente del Consiglio, una non è stata detta: ma se non ci sarà nessun'altra risoluzione, cosa farà il Governo italiano (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo e Misto-Comunisti italiani)? E oggi una prima risposta a questa domanda - leggete le agenzie di queste ultime ore, di questi ultimi minuti - doveva essere fornita. Una guerra che - uso le parole di uno statista del passato un po' cinico, ma non stupido - più che un crimine sarebbe un errore, un grande errore politico!
L'Europa ha trovato un compromesso, un punto di equilibrio più spostato sulla pace che sulla guerra.
Ora spetta ad ognuno mettere pesi, grandi o piccoli che siano, su questo piatto della bilancia. Non si sta giocando una piccola partita politica. Si sta giocando una grande partita che è, prima di tutto, umana. Sintetizzo la mozione della maggioranza, che dice: il Governo prosegua sulla sua strada. Mi rivolgo al Vicepresidente Fini, visto che non c'è più il Presidente del Consiglio: quale strada? Il Presidente del Consiglio si è lamentato qui di essere stato accusato al Senato di procedere a zigzag. La verità è che ad ogni incrocio c'è stato un linguaggio diverso: a Washington, con l'Amministrazione Bush, quando Berlusconi si è presentato, tra i primi Capi di Governo, a sostenere una linea che punta diritta alla guerra; da Putin, quando il Presidente del Consiglio italiano ha annunciato al mondo intero (forse sarà dipeso dal freddo e dalla malignità dell'amico, che lo fa mangiare sempre a 20 gradi sotto zero, all'aperto) (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo): in Iraq non esistono armi di distruzione di massa.
Quale strada? Nell'Europa del documento degli otto più inclini alla guerra o con il documento più meditato del Consiglio europeo? Se il Presidente del Consiglio ha voglia di leggere, vedrà le profonde differenze. Qui, ripetendo la parola pace e usando toni prudenti perché - si sa - la piazza sarà trascurabile, però era grossa parecchio quella di Roma di sabato (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e Misto-Comunisti italiani), o con il ministro Martino, che ha già mandato le lettere di ingaggio - non so cosa siano -, annunciando al Parlamento che sono già state concesse, senza un'esplicita autorizzazione parlamentare, basi, possibilità di sorvolo e infrastrutture nazionali. Quale strada è stata seguita? Quante verità?
Il Presidente Bush ha detto: the game is over. Il gioco è chiuso. Il Segretario generale Annan ha detto ieri, a Roma, dopo l'incontro con il Papa: gli ispettori non hanno scadenze di tempo, vale a dire il gioco è aperto. Quale strada, Presidente Berlusconi? Quale strada, Governo italiano, onorevoli colleghi? Non si può transitare su tutte. Non si possono parlare tutte le lingue. Non si può voler piacere a tutti, a seconda dei luoghi e delle circostanze. In queste situazioni ci vogliono cuore, testa e spina dorsale.
L'opinione pubblica chiede a gran voce a tutto il Parlamento - ripeto: a tutto il Parlamento - di essere netto, di pesare e di far pesare quel piatto della bilancia in direzione della pace. Spero che tutto il Parlamento ascolti questa voce. Ma, data la condotta a zigzag tenuta sin qui da
questo Governo, c'è un dovere in più di azione politica e di unità per tutte le opposizioni.
Guardo con favore tutte le mozioni dell'opposizione che si esprimono contro la guerra e indicano soluzioni politiche. Ci sono aspetti che condivido nella mozione presentata dai colleghi di Rifondazione comunista; molti elementi mancano, perché si sente che è stata presentata molti mesi fa e non si dà conto degli sviluppi e della battaglia politica in corso per evitare la guerra.
Voglio sottolineare il significato molto importante del testo unitario dell'Ulivo e chiedo ai colleghi di Rifondazione comunista di valutarlo bene, prima di assumere una posizione.
Questo, in sostanza, è il momento della responsabilità, della chiarezza e dell'unità di tutti coloro che scommettono sulla pace (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo e Misto-Comunisti italiani).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Naro. Ne ha facoltà.
Onorevole Naro, le ricordo che ha a disposizione cinque minuti di tempo.
GIUSEPPE NARO. Signor Presidente, signor Vicepresidente del Consiglio, signori ministri, dopo aver tirato un sospiro di sollievo per l'accordo raggiunto in sede NATO relativamente al problema della difesa della Turchia, abbiamo trepidato per gli esiti cui sarebbe potuto pervenire il Consiglio europeo di Bruxelles di lunedì scorso. C'era il timore che quelle istituzioni, create all'indomani dell'ultima terribile guerra mondiale per garantirci mezzo secolo di pace e di sviluppo, stessero per crollare.
L'eventuale fallimento del vertice sarebbe certamente stato una seria ipoteca per il futuro non solo dell'Europa, ma dell'intero scenario mondiale. Il pericolo non poteva non averlo avvertito il Presidente della Repubblica, che non si stancava di ripetere che andavano «salvaguardate le Nazioni Unite, l'Unione europea e l'Alleanza atlantica, dove si discute, si dibatte, ci si scontra, ma sempre avendo presente l'intangibilità delle istituzioni, senza metterle a repentaglio».
Signor Presidente del Consiglio, lei ci ha rasserenati perché a Bruxelles è prevalsa la saggezza in quanto l'Unione europea si è espressa con un documento unitario sull'Iraq salvaguardando i vincoli di solidarietà atlantica e concedendo a Saddam tempo per disarmare o lasciare il paese, per evitare la guerra. Ma al rais è stato imposto di fare presto e di agevolare al massimo il lavoro degli ispettori ONU. Comunque, affidando ogni decisione all'ONU, il vertice europeo ha convenuto su una decisione che era anche quella italiana e per la quale la nostra diplomazia si è mossa in modo da ricevere attestazioni di stima, da ultimo quella di Kofi Annan.
Tutto ciò abbiamo potuto verificare nella relazione che il Presidente del Consiglio ha rassegnato al Parlamento, come è suo costume fare nei momenti importanti per la vita della nazione. Mi piace ricordare che la maggior parte degli altri paesi d'Europa non l'ha fatto, mentre sarebbe stato forse più opportuno che il dibattito odierno fosse stato tenuto al maturare degli eventi in incessante evoluzione. È doveroso ricordare che in tutti gli angoli della terra, anche nei posti più sperduti, si registra la presenza di un terrorismo selvaggio nelle cui mani la comunità internazionale vuole che non finiscano le armi di distruzione di massa che Saddam deteneva e delle quali egli non ha ancora dato conto.
Dunque, per questa volta l'unità dell'Europa è salva, anche se si pone il problema che vada chiarita la misura del rapporto tra deliberato dell'Europa dei 15 oggi, e dei 25 domani, e volontà dello Stato membro che siede al Consiglio di sicurezza con diritto di veto. Quale sarà il discrimine tra le decisioni dell'Unione e quelle dello Stato membro quando sarà costituzionalizzato l'apparato istituzionale della nuova Europa allargata? Sarebbe bene cominciarne a parlare perché la firma dei nuovi trattati è prevista per il prossimo futuro, auspicabilmente durante la Presidenza italiana.
Il popolo italiano è pervaso da un radicato sentimento di pace e spera sempre più che il dittatore iracheno abbia quell'attimo di percezione che gli consenta di prendere coscienza che la pace di tutta l'umanità e la liberazione dalle privazioni del suo popolo dipendono da lui e da lui soltanto. Questo i tanti milioni di pacifisti nel mondo non glielo hanno ricordato. Ritengo legittime e condivisibili le preoccupazioni dei manifestanti, ma questo non basta a risolvere i problemi reali. Penso che la guerra possa evitarsi ma che l'Italia non può esimersi dal dare il proprio contributo alla lotta per la distruzione delle armi di sterminio di massa e allo sforzo dei popoli che tentano di riacquistare la libertà e l'esercizio dei diritti fondamentali.
Marco Follini ha detto, riferendosi al Presidente del Consiglio, che prendere ago e filo per la ricucitura del tessuto delle organizzazioni della comunità internazionale è quello che sta facendo. Questa è la priorità della politica italiana ed è anche la risposta giusta alle istanze delle manifestazioni per la pace. Invitiamo il Governo a perseverare oltre; anzi, ci permettiamo di ricordare che l'altra grave e annosa questione da affrontare subito e che ci angoscia molto è il Medio Oriente. Nel clima di terrore che è in atto e pervade il mondo ci conforta la speranza che già segni di sempre più manifesta insofferenza si cominciano a registrare nei confronti del regime al suo interno. Anche gli Stati arabi moderati si sono mobilitati per persuadere Saddam ad evitare la tragedia del suo popolo e dell'umanità intera, ma soprattutto ci conforta la speranza che l'accorato intervento del Pontefice possa toccare il cuore di tutti per una soluzione di pace vera e duratura per tutti gli uomini e per la fine delle atroci sofferenze che da lungo tempo e tanto duramente colpiscono l'incolpevole popolo iracheno (Applausi dei deputati del gruppo dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Minniti. Ne ha facoltà.
MARCO MINNITI. Signor Presidente, sinceramente penso che il Presidente del Consiglio - che non è presente, ma prego il Vicepresidente Fini di riferire - avrebbe fatto meglio a rileggere l'intervento che aveva precedentemente svolto al Senato. Probabilmente, in un certo senso, avrebbe affrontato anche la noia della ripetizione e, tuttavia, avrebbe evitato di parlare a braccio. Quando il Presidente del Consiglio parla a braccio, si lascia andare - come è avvenuto oggi ancora una volta - mancando di rispetto all'opposizione, ed io penso anche all'intero Parlamento. Si tratta di quel rispetto che il Presidente del Consiglio chiede, ma che non riesce mai a dare agli altri.
Vede, signor vicepresidente, la questione è troppo seria per fare propaganda, e quindi mi sia consentito di richiamare tutti quanti, in questa sede, a toni non propagandistici, ed innanzitutto il Governo.
Dall'ultimo intervento in quest'aula del Presidente del Consiglio sono avvenuti tre importanti fatti: in primo luogo, la riunione del Consiglio di Sicurezza. Già altri colleghi si sono soffermati su questo, ed io penso che, con grande chiarezza, bisogna ricordare una cosa: da quel Consiglio di Sicurezza è venuta fuori una richiesta forte e pressante, e cioè che il lavoro degli ispettori possa andare avanti, nonostante da più parti si ripeteva che il tempo stava scadendo e, purtroppo, il Governo italiano si è unito a questo coro. In quell'occasione gli ispettori - primo tra tutti Blix - hanno sostenuto due cose fondamentali: la prima è che il lavoro sta producendo risultati, non è come cercare un ago nel pagliaio. La seconda cosa detta dagli ispettori è che quel lavoro ha bisogno di tempo, di ottenere un prolungamento, un rafforzamento del mandato. Sono queste le cose che, in Italia, ha chiesto Kofi Annan. Penso che il Presidente del Consiglio abbia avuto modo di ascoltarle dalla viva voce del Segretario generale delle Nazioni Unite.
Vedete colleghi, io sono convinto che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite rivesta un ruolo importantissimo; penso sia un errore da parte di tutti delegittimarlo,
anzi penso che in questi mesi, in queste settimane il Consiglio di Sicurezza abbia assunto un ruolo importantissimo e centrale. Come si risponde alla richiesta del Segretario generale delle Nazioni Unite? Si risponde con altri ultimatum o concedendo quello che il Segretario generale delle Nazioni Unite ha chiesto (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo)? Non si può dire di essere a favore del Consiglio di Sicurezza e poi fare altri ragionamenti.
Il secondo importante fatto riguarda il Consiglio d'Europa; so bene che il documento che è venuto fuori è un documento di mediazione, d'altro canto tutti i documenti diplomatici sono documenti d'incontro tra varie parti. Tuttavia, considero quel documento molto importante, lo condivido. Penso che quel documento rappresenti un passo importante per evitare la guerra, ritengo che quel documento sia stato un colpo di reni che ha evitato una rottura storica dell'Europa. In questo caso sorge spontanea una domanda: a quel documento si è giunti veramente - come ha sostenuto in quest'aula il Presidente del Consiglio - grazie al lavoro del Governo italiano e al documento degli otto o piuttosto - ed è questa la verità - si è giunti a quel documento, nonostante le posizioni del Governo italiano ed il documento degli otto (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo)? Parliamo tra di noi un linguaggio di verità.
Come non vedere un dato di fondo, e vorrei che i colleghi riflettessero attentamente su tale aspetto! Non vi è soltanto un problema di diplomazia, dal momento che - questo è il dato di fondo - la politica unilaterale dell'amministrazione americana ha messo in crisi tutte le sedi multilaterali. Basti pensare al Consiglio di Sicurezza, a ciò che è avvenuto di recente nella Nato (una crisi drammatica, forse una delle più gravi dal 1966 ad oggi) e nell'Unione europea. Penso che il terrorismo costituisca una grave minaccia e non vi sarà vera pace se non lo si combatte e non lo si sconfigge.
Tuttavia, vi chiedo: come si pensa di affrontare la sfida del terrorismo? Mettendo in crisi tutte le strutture e gli strumenti multilaterali di governo del mondo?
Mi sarei aspettato che, intorno a tale tema (è una grande questione che riguarda tutti), al di là delle affermazioni di principio, vi fosse un serio impegno da parte del Governo italiano. Invece noi, non come italiani, ma come Governo italiano, abbiamo rotto la seguente regola aurea della diplomazia italiana: in Europa, insieme con gli Stati Uniti, ma forti di un legame forte e coeso dentro l'Europa. Ci siamo invece infilati in una posizione confusa, lontani da una parte fondamentale e fondativa dell'Europa, manifestando un atteggiamento di supina acquiescenza a qualunque scelta ed a qualunque richiesta provenisse dall'amministrazione americana.
Signor Presidente del Consiglio, signor Vicepresidente che ne fa le veci, spesso rispetto a tale nostra critica, ci viene risposto che questo è ciò che è stato chiesto. Il problema vero è che un Governo autorevole di un grande paese sa dire dei «sì», ma anche dei «no» e non si limita soltanto a fare ciò che gli viene richiesto perché, altrimenti, viene meno al suo ruolo. Pertanto, abbiamo ragione quando parliamo di supina acquiescenza.
Infine, vorrei svolgere una considerazione su un ulteriore grande fatto e mi riferisco alla grande novità del movimento della pace. È un movimento, bello e forte, che va rispettato, che dobbiamo saper ascoltare e con il quale dobbiamo saper discutere.
Noi rappresentiamo un'opposizione che si è saputa assumere grandi responsabilità in momenti difficili nella storia recente. In Kosovo, in Afganistan abbiamo affrontato situazioni difficili e ci siamo assunti grandi responsabilità.
In questo caso, siamo di fronte ad un'altra cosa: siamo di fronte ad una guerra e ad un uso sbagliato della forza che rischia di produrre un drammatico effetto domino. Ci troveremo di fronte a ciò che un grande maestro del pensiero classico occidentale chiama l'eterogenesi dei fini, vale a dire ad una iniziativa che viene intrapresa per
ottenere più sicurezza, ma che, invece, si risolve nel suo opposto perché si ottiene meno sicurezza e si apre la prospettiva di un mondo sempre più oscurato nelle ombre del domani.
Il sentiero è stretto, signor Presidente, ma sono convinto che è possibile coniugare e ottenere insieme il disarmo di Saddam Hussein ed evitare la guerra. Questo è il compito che abbiamo di fronte: lavorare per la pace! Questo è quello che ci chiede gran parte dell'Italia. Questo è quello che lei, signor Presidente del Consiglio, avrebbe dovuto fare e che oggi tutti quanti noi le chiediamo di fare (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo e Misto-Comunisti italiani)!
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Strano. Ne ha facoltà.
NINO STRANO. Signor Presidente, colleghi, Presidente e Vicepresidente del Consiglio, ritengo doveroso, in primo luogo, confermare, come già è stato fatto da altri colleghi della maggioranza, un giudizio positivo sull'attività fin qui svolta dal nostro Governo.
Un Governo che, contrariamente a quanto affermato anche in recenti interventi che hanno parlato di andatura a zigzag, con coerenza e con fermezza, con una continuità di comportamenti, dal primo incontro a Washington fino alle determinazioni assunte in sede di Consiglio europeo, si è mosso con una unicità di comportamenti che fanno seguito ad un'azione diplomatica di questi mesi e, direi, di questo anno, attraverso la quale l'Italia, con i suoi ministeri, ma con il suo Capo del Governo e con l'insieme della sua diplomazia, è riuscita a riconquistare un rispetto ed un ruolo tessendo i contatti non soltanto fra i 15 paesi, ma anche con gli altri dieci paesi e con i tre paesi che dovrebbero entrare prossimamente nell'Unione europea - Bulgaria, Romania e Turchia -, con la NATO, con l'alleato della sponda atlantica e soprattutto, fatto nuovo, con quella Russia che oggi dialoga, proprio in virtù dei buoni rapporti con l'Italia e col suo Governo, con l'Europa da partner europeo e non più come corpo anomalo.
Il nostro Governo ha tuttavia ritenuto necessario perseguire alcuni obiettivi, e, a nostro avviso, onorevoli dell'opposizione, ci è riuscito senza andare a colpi di «sì» e di «no», con una linea di grande fermezza: perseguire in primo luogo il disarmo del regime di Saddam Hussein ex risoluzione n. 1441 la quale, non dimentichiamolo, non è la sola - fa infatti seguito ad altre risoluzioni che, contrariamente a quella, hanno visto, per esempio, paesi come il Sudafrica, oggetto di imposizione per l'eliminazione di armi di distruzione di massa, collaborare, facendo trovare agli ispettori mandati in quei luoghi, di trovare i siti dove erano avvenute le distruzioni delle armi - e rispetto alla quale Saddam Hussein non ha assolutamente collaborato con gli ispettori, perché collaborazione, cari amici dell'opposizione, non significa ricevere e fornire auto, ma dimostrare realmente che queste armi sono state distrutte ed in secondo luogo permettere il dialogo, fuori dai ricatti e dalle minacce, agli scienziati di quel paese con i nostri ispettori e con gli ispettori del mondo libero.
In secondo luogo, vi è l'obiettivo di tutelare l'Unione europea nella sua unità e credibilità, di tutelare l'ONU, la NATO e l'alleanza con gli Stati Uniti d'America; vi è altresì l'obiettivo di esaltare, in questo il Governo si è ancora distinto, quella coalizione antiterrorismo che è nata nel mondo, in maniera forte, globale, unendo Stati che sembrava impossibile che potessero andare insieme in un'azione non soltanto militare, ma politica ed umanitaria dopo l'11 settembre.
Ritengo quindi che gli obiettivi contenuti nella risoluzione del Consiglio europeo del 17 febbraio scorso siano stati oggi raggiunti per i meriti dell'azione pervicace e coerente del Governo Berlusconi.
Certo l'opinione pubblica - e vorrei vedere chi non lo è - è preoccupata perché gli spiragli per la pace si chiudono e quelli della guerra si aprivano sino a pochi giorni fa. Tuttavia, non dobbiamo
dimenticare, cari onorevoli Minniti e Mussi, che, assieme a quella massa civile che manifestava non soltanto in Italia ma nel mondo e che, di questo ci rammarichiamo, non esponeva i ritratti di Saddam Hussein, di Fidel Castro, di Osama bin Laden, ma soltanto quelli di Bush, quasi fosse il genio del male, ci sono milioni di cittadini oggi al mondo, e Chicago lo dimostra, preoccupati per la loro incolumità, per l'incolumità delle loro comunità, preoccupati dopo l'11 settembre di un terrorismo capace di sferrare attacchi vigliacchi e criminali contro la comunità internazionale. È quella massa pacifica alla quale noi guardiamo e alla quale noi obbediamo insieme alla massa che giustamente, correttamente e civilmente si è fatta vedere nel mondo e nelle strade.
Noi riteniamo che il regime di Saddam Hussein debba essere assolutamente dissuaso dal mantenere in vita quei comportamenti tenuti attraverso l'uso di armi di distruzione di massa, che sono già state usate nell'invasione del Kuwait, e che, dopo 12 anni, sono state usate e minacciate nei confronti dei curdi, di cittadini quindi dello stesso paese.
Allora la dissuasione è un argomento forte e necessario, che deve essere usato. Certo, la pace è una costruzione politica, ma è una costruzione che va fatta con saggezza e raziocinio, sicuramente non zigzagando!
La saggezza e il raziocinio hanno posto l'Italia, il Governo Berlusconi, la sua diplomazia e il nostro ministro degli esteri all'attenzione del mondo, perché se è vero - e mi avvio a concludere, Presidente Biondi - che l'Unione europea oggi, specialmente dopo il 17 febbraio, si dimostra coesa ed unita, è anche vero che a questa costruzione ha contribuito il fervente, saggio e duro lavoro della nostra diplomazia.
Vorrei fare un accenno a quello che è stato forse un Leitmotiv dell'opposizione, la quale ha affermato che noi abbiamo spezzato in un certo qual modo quell'unità, perché Francia e Germania avevano assunto una posizione. Ma ci siamo mai chiesti con chi avessero parlato Francia e Germania, tra i partner europei, prima di assumere quella posizione? E ci siamo mai chiesti se la posizione degli otto non sia venuta dopo la posizione di Francia e Germania?
A nostro avviso, criminalizzare - come forse fa qualche Capo di Stato in questi giorni, con il suo tono - alcuni dei dieci paesi che devono entrare nell'Unione, non fa bene all'Europa dei venticinque, che è pronta ad essere realtà politica e non soltanto economica ed amministrativa.
Vorrei concludere riferendomi a quanto ha accennato, in questi giorni, il Presidente Casini.
PRESIDENTE. Per favore, prego i colleghi di fare silenzio, poiché sta parlando un oratore. È vero che il Governo esercita un'attrazione fatale, però...
NINO STRANO. Ci auguriamo, Presidente Biondi, che il documento della maggioranza possa essere il documento di tutti, ma, dopo aver sentito questa mattina i toni dell'opposizione al Senato - toni aprioristici, toni politici e non toni italiani, a far quadrato in una difficilissima situazione -, confidiamo poco che ciò possa avvenire, dopo il mancato applauso rivolto ai nostri alpini che sono in Afghanistan a tutelare la pace del mondo (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale).
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione congiunta sulle comunicazioni del Governo e sulle linee generali delle mozioni.
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