Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 266 del 17/2/2003
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Discussione delle mozioni Cristaldi ed altri n. 1-00145 e Franci ed altri n. 1-00160 sulla pesca (ore 19,30).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione delle mozioni Cristaldi ed altri n. 1-00145 e Franci ed altri n. 1-00160 sulla pesca (vedi l'allegato A - Mozioni sezione 1).
La ripartizione dei tempi riservati alla discussione delle mozioni è pubblicata nel vigente calendario dei lavori (vedi calendario).

(Discussione sulle linee generali)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali delle mozioni.
È iscritto a parlare l'onorevole Cristaldi, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00145. Ne ha facoltà.

NICOLÒ CRISTALDI. Signor Presidente, signor sottosegretario, circa un mese fa la Guardia di finanza di Palermo ha sequestrato 24 tonnellate di frutti di mare importati illecitamente in Italia dal Vietnam. Tale sequestro ha evitato che quel prodotto ittico venisse immesso sul mercato creando una potenziale pericolosità per i consumatori. Certo, se da un lato ci compiacciamo per l'azione della Guardia di finanza, dall'altro ci poniamo un interrogativo: quanto prodotto riesce ad eludere i controlli? Quanto prodotto illecitamente importato in Italia riesce ad arrivare sulle tavole dei consumatori creando potenziale pericolo per gli stessi?
Il nostro paese ha 8 mila chilometri di costa, è un paese marinaro, ma anche un paese che consuma molto prodotto ittico.


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Ci troviamo nella posizione contraddittoria di importare ogni giorno circa 5 milioni di euro di prodotto ittico. Quest'ultimo non sempre proviene da paesi europei perché, se così fosse, ci troveremmo comunque all'interno di regole del mercato condivise e condivisibili. In realtà, verifichiamo giorno per giorno che arriva sul mercato italiano prodotto ittico extracomunitario. Certo, non tutto il prodotto ittico extracomunitario viene importato illecitamente, ma crea seri problemi al prodotto ittico tipico mediterraneo perché viene immesso il più delle volte in mezzo a tutti gli altri prodotti così che il consumatore non ha la certezza di acquistare un prodotto mediterraneo nel momento in cui compra il pesce.
Tale situazione può sembrare di poco conto se non si considerano le ripercussioni che ha sul piano della tenuta dello stesso mercato. Il prodotto ittico italiano, che genericamente vogliamo definire mediterraneo, è il miglior prodotto del mondo. Trova immediatamente mercato quando viene immesso nella vendita, ma spesso si incrocia con una concorrenza di fatto sleale dovuta all'importazione di prodotto da paesi extracomunitari, in primo luogo Argentina, Russia, Israele, Tunisia, Mauritania e paesi del Maghreb. Non sempre si tratta di prodotto immesso nel mercato italiano a seguito di leciti accordi internazionali.
Tali modeste considerazioni, onorevole sottosegretario, ci spingono a ritenere che esista la necessità di incentivare i controlli sulle importazioni non soltanto per verificare la legittimità dell'ingresso di tale prodotto, ma anche e soprattutto per verificare la qualità dei prodotti dal punto di vista sanitario.
Tutto ciò si inquadra nella politica più vasta di un'Italia che da qualche tempo sembra non avere scelto la strada dell'incoraggiamento di questo polmone antichissimo nel nostro paese. Abbiamo una delle flotte più vaste in Europa. Onorevole sottosegretario, lei lo sa, sono di Mazara del Vallo, capitale peschereccia del Mediterraneo: vi sono 400 natanti di altura. Sono siciliano e la Sicilia da sola detiene il 50 per cento della flotta peschereccia del nostro paese. Tuttavia, si tratta di una flotta peschereccia vetusta: l'età media di un natante siciliano si aggira sui 25 anni.
Tutti sanno che quando un natante supera i 15 anni di età ha bisogno di manutenzione straordinaria costante, perde possibilità concorrenziali e deve misurarsi, anche nella cattura del prodotto ittico, con navi sempre più moderne provenienti anche da quei paesi che non hanno la nostra tradizione marinara e che sono il frutto di una politica assai recente sul piano dello sfruttamento del prodotto ittico.
Non abbiamo una vera struttura di commercializzazione, se si tiene conto che in altre parti del mondo il prodotto ittico viene immesso sul mercato attraverso mezzi tecnologicamente avanzati, ancor prima di essere catturato. Vi sono natanti che sono attrezzati e che individuano con propri strumenti il banco di pesca; essi sono nelle condizioni di quantificare quel banco di pesca e sono nella possibilità di comunicare al punto vendita che nel giro di poche ore può essere immesso sul mercato un certo quantitativo di pesce. Quel pesce - non sembri paradossale - viene venduto ancora prima di essere catturato.
Noi invece abbiamo un sistema di commercializzazione antiquato. Abbiamo un sistema di mercati ittici carenti e non siamo nella condizione di entrare in dialogo con le borse del pesce esistenti in gran parte d'Europa e del mondo. Anche se mi rendo conto che le competenze non sono solo dello Stato, ma anzi - non soltanto per l'entrata in vigore del nuovo titolo V della seconda parte della Costituzione - il più delle volte sono delle regioni (e molte di esse hanno addirittura una competenza primaria al riguardo), tuttavia è certo che bisogna necessariamente creare una condizione di coordinamento che in qualche modo possa consentire alle regioni di entrare nel dialogo con le borse internazionali e che possa loro consentire di organizzare la propria struttura, dando


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ad esempio ai mercati ittici un ruolo che sia diverso rispetto a quello che hanno in questo momento.
Gran parte dei mercati ittici italiani sono gli stessi mercati ittici di 30-40 fa, con nessun mezzo tecnologicamente avanzato e con tutte le carenze anche dal punto di vista igienico-sanitario. In Italia è ancora possibile - è consentito dalla legge - vendere il prodotto anche fuori dal mercato ittico. È ancora possibile in Italia vendere il prodotto, come suol dirsi, sulla banchina, ovviamente quando esistono particolari condizioni, ma queste particolari condizioni sono sempre più frequenti. Ci troviamo di fronte ad un'affermazione difficilmente smentibile secondo la quale soltanto una minoranza del prodotto ittico passa attraverso il mercato ittico e ciò con grave danno anche dal punto di vista economico, perché quando il prodotto viene immesso sul mercato evitando il passaggio all'interno del mercato ittico ci troviamo di fronte ad un prodotto che con ogni probabilità non viene controllato dal punto di vista sanitario, ma ci troviamo anche di fronte ad una vendita del prodotto senza alcuna remunerazione per l'ente gestore del mercato ittico (laddove il più delle volte si tratta di enti locali).
Vi è poi una politica comunitaria che emana direttive e che impone agli Stati membri di muoversi in una certa maniera, ma francamente dobbiamo riconoscere che la mentalità dell'Unione europea in materia ittica è una mentalità nordista. È una mentalità che sempre di più evita la possibilità di sviluppo delle pesche mediterranee e cerca di avvantaggiare il mercato e la politica della pesca del nord.
Mi sono trovato, anche personalmente, a discutere in più occasioni con i funzionari delle competenti Commissioni a livello europeo e nel momento in cui cercavo, per il ruolo istituzionale che ricoprivo, di creare delle condizioni positive intorno alla pesca mediterranea (e a quella siciliana in particolare) mi sono sentito accusare di essere di fatto un complice di coloro che irresponsabilmente catturano il merluzzo a soli 400 grammi, dando la dimostrazione - coloro che queste affermazioni facevano - di non conoscere cos'è la pesca italiana e cos'è la pesca mediterranea. Ero di fronte a soggetti che immaginavano che il merluzzo di 400 grammi fosse un neonato e non invece un pesce che nel mercato italiano diventa difficile da piazzare perché già troppo grande di taglia e di peso.
Siamo di fronte ad una pesca comunitaria che, a nostro parere, intende creare difficoltà alla pesca mediterranea, al fine di avvantaggiare altre entità, legittime secondo le direttive della Comunità europea ma che, se non vengono regolamentate anche attraverso la previsione di forme di controllo, finiscono con il creare un pericolo di grande portata per la nostra pesca tradizionale.
In questi giorni, nell'ambito dell'Unione europea, si discute - lei lo sa bene, signor sottosegretario - su quale dovrà essere il futuro della pesca. Si discute di molte cose ma - ad esempio - non si può accettare l'affermazione secondo la quale la pesca a strascico, sempre e comunque, costituisce un danno per il mare; non è così! La pesca a strascico, come tutti gli altri mezzi, quando viene utilizzata con razionalità, con la logica e la mentalità del buon padre di famiglia, è utile al mare, è utile ai pescatori e, naturalmente, è utile al mercato e all'economia.
Quando, ad esempio, in questi giorni si discute sulla necessità di ampliare la maglia delle reti e si pretende di portare l'attuale maglia - che in questo momento è di 28 millimetri - a 50 millimetri, significa uccidere la pesca mediterranea, perché una maglia di 50 millimetri non cattura più il pesce mediterraneo, in quanto può riuscire a catturare solo i merluzzi del mare del nord Europa. Anche ciò, a nostro parere, è un segnale che si vuole aiutare la pesca dei mari del nord e a danneggiare la pesca mediterranea.
Vi è poi un aspetto paradossale: tanti anni fa, l'Unione europea impose all'Italia la cosiddetta politica del riposo biologico, volta a fermare per un certo periodo dell'anno l'attività della pesca al fine di consentire il ripopolamento ittico.


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Quel momento fu duro per i pescatori, che considerarono quell'azione legata ad un sopruso e sbagliata. A mano a mano, con l'evoluzione dei ragionamenti, ci si rese tutti conto che la politica del riposo biologico era necessaria per assicurare la continuazione del mestiere di pescatore. Si è pescatori fino a quando c'è il pesce, si è armatori fino a quando le barche possono uscire per mare e catturare il prodotto ittico; se il pesce finisce da un giorno all'altro, finiscono il mestiere del pescatore e anche la funzione dell'armatore.
Non si comprende perché da parte dell'Unione europea la politica del riposo biologico venga vista con una logica diversa. Essa deve essere legata a specifici piani, che devono essere motivati in una certa maniera e che a volte sono contraddittori.
In questo momento, ci troviamo di fronte ad un contenzioso con l'Unione europea a proposito dello stesso riposo biologico.

PAOLO SCARPA BONAZZA BUORA, Sottosegretario di Stato per le politiche agricole e forestali. L'Italia ha risolto il contenzioso sul riposo biologico!

NICOLÒ CRISTALDI. In parte, mi permetto di affermare, signor sottosegretario! Ciò in quanto, anche la Sicilia e la Sardegna fanno parte dell'Italia.

PAOLO SCARPA BONAZZA BUORA, Sottosegretario di Stato per le politiche agricole e forestali. Sì, certo, in questo senso sì!

NICOLÒ CRISTALDI. E per quanto la Sicilia abbia in qualche maniera ricalcato ciò che ha realizzato lo Stato per il riposo biologico, l'Unione europea non ha ancora concesso alla Sicilia di attuare il riposo biologico.
In queste condizioni ci si rende conto che non si fornisce aiuto ad un polmone economico di molte regioni d'Italia, perché la stessa politica del riposo biologico che viene sostenuta dalle regioni spesso si imbatte in una sorta di ostruzionismo proveniente dall'Unione europea.
Abbiamo dunque presentato questa mozione in quanto riteniamo che sia giunto il tempo di affidare al Governo nazionale il compito di coordinamento di queste azioni. Ciò non significa violare le competenze della regione, ma creare un ponte di collegamento con l'Unione europea, affinché non si verifichi - come lei, signor sottosegretario, mi ha suggerito con la sua interruzione - che si risolva il problema del contenzioso con lo Stato italiano e non con le regioni.
Quindi, anche in vista dell'incontro mediterraneo sui problemi della pesca - che pensavo si svolgesse ad ottobre e invece so che si terrà a novembre -, riteniamo che vi debba essere un appuntamento che preceda tale incontro.
Pensiamo ad un appuntamento nel quale tutte le regioni, le associazioni armatoriali, le organizzazioni sindacali e gli operatori, attraverso i loro rappresentanti, vengano riuniti attorno ad un tavolo per discutere sui gravi problemi della pesca ma, soprattutto, per non piangersi addosso e per cominciare a disegnare una strategia di rilancio che passi per alcuni punti, che sono oggetto del dibattito fra gli operatori ma anche fra coloro che osservano l'andamento dell'economia italiana.
Con la nostra mozione proponiamo l'indizione di una conferenza nazionale della pesca nella quale si esaminino anche i temi che ho riferito in quest'aula e, al tempo stesso, si preveda un percorso legislativo, non soltanto dello Stato ma anche delle regioni, frutto di un ragionamento e di un coordinamento.
Abbiamo la necessità di modernizzare la nostra flotta peschereccia. Non ci può essere una competitività nel settore, se i nostri pescherecci non sono nella condizione di misurarsi con i natanti dei paesi rivieraschi. La Tunisia ha, oggi, strumenti navali straordinari: un natante tunisino di recente costruzione può pescare con quattro metodi di pesca diversi. Fanno la così detta pesca polivalente, nel senso che con un cacciavite possono tranquillamente smontare una struttura dedicata ad un certo tipo di pesca e montarne un'altra. Si passa dalla pesca al cianciolo alla pesca a


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strascico nel giro di trenta minuti. I nostri natanti, invece, sono dotati di sistemi di pesca legati alla mentalità di venti o trent'anni fa e soltanto l'abilità dei nostri pescatori consente alla nostra economia di essere presente nel grande mercato.
Modernizzare la flotta peschereccia significa, certamente, essere in linea con le direttive della Comunità europea e rispettare i vincoli imposti dell'Unione europea, ma significa anche consentire la demolizione del natante fatiscente e la ricostruzione dello stesso natante, tenendo conto che la ricostruzione del natante deve essere frutto di una logica cantieristica moderna, ma, al tempo stesso, deve essere immaginata in guisa tale da fare un passo in avanti rispetto a prima. Se una barca è di 200 tonnellate, bisogna creare le condizioni perché rimanga tale, quando si prevede l'aggiunta di strutture o di ambienti nuovi. Se, invece, l'installazione di nuovi impianti occupa spazi e riduce la capacità di stazza dello stesso natante, evidentemente, poiché le spese sono quelle che sono, non si aiuta l'armamento ma si creano difficoltà. Si tratta di fatti meramente tecnici che diventa difficile comprendere in quest'aula, se non si è operatori diretti nel settore, ma che devono essere frutto di un ragionamento in una sede appropriata. A noi sembra che la conferenza nazionale sulla pesca sia una sede appropriata. Quindi, non si deve discutere in aula di aspetti tecnici. Essi vanno avvistati e, subito dopo, affrontati in una sede tecnica.
Ho già accennato ai sistemi sanitari. Vanno messi in funzione nuovi metodi, da individuare con l'aiuto della tecnologia. Ci vuole una sorta di scambio di informazioni. Non è possibile che i controlli sanitari vengano effettuati dal medico sanitario che si reca sul natante, se c'è il medico sanitario. Se il medico sanitario non c'è, si evade il controllo ed il prodotto viene immesso sul mercato. C'è un aspetto che può sembrare banale, ma non lo è: mi riferisco all'abbattimento delle barriere burocratiche. Far uscire un natante da un porto è una pratica complicatissima, che prevede sistemi d'imbarco e controlli particolari. Ma è anche complicatissimo ottenere il più modesto dei contributi per modernizzare la barca. Si tratta di aspetti burocratici che non sono di esclusiva competenza dello Stato, riguardando anche le regioni, e che si traducono in danni per l'impresa anche dal punto di vista economico. Ricordo il grande entusiasmo quando, ancor prima dell'abbattimento delle barriere doganali, si crearono facilitazioni per gli autotrasportatori che non dovevano più restare per venti minuti alla barriera doganale. Bastavano cinque minuti e ciò si tramutò in un grande guadagno dal punto di vista economico. Immaginate cosa significhi, anche dal punto di vista economico, per la pesca e per l'armamento perdere tanto tempo in pratiche burocratiche.
Naturalmente, c'è da tener conto di un fatto importante. L'Italia si trova in una situazione geografica importantissima per quanto concerne la pesca. Se c'è stato un errore, anche sul piano dell'applicazione del metodo del riposo biologico, è stato quello di consentire l'individuazione di periodi di riposo biologico senza concordarli con i paesi rivieraschi, così che ci chiediamo che senso ha impedire alla pesca italiana di operare in un certo periodo di tempo in un certo specchio acqueo, mentre la flotta spagnola, quella greca e addirittura, quella tunisina, della Libia e della Mauritania possono pescare nello stesso tempo. Di qui c'è la necessità di creare una condizione nella quale gli Stati rivieraschi possano incontrarsi, determinare scelte e strategie legate alla pesca, ma anche concordare sistemi che possano garantire il ripopolamento ittico, che possano garantire anche l'immissione del prodotto nel mercato attraverso concordati e accordi, ben sapendo che paesi che fino a qualche anno fa sulla pesca erano in via di sviluppo oggi sono all'avanguardia. Questi paesi hanno pochi natanti e perciò non sono in questo momento reali concorrenti nel grande mercato, ma camminano, costruiscono natanti, si informano sulle evoluzione tecnologiche, preparano la propria classe dirigente: non si costruiscono - lo dico tra virgolette -


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soltanto pescatori, ma in questo momento anche strategie di mercato. Da questo punto di vista, noi siamo un po' indietro perché abbiamo immaginato che i problemi riguardo alla pesca fossero altri e non anche quelli di misurarci con chi sta intorno a noi.
C'è la necessità di concordare con i paesi rivieraschi anche metodi di cooperazione più fattiva. Il metodo della società mista è sicuramente positivo, ma non siamo riusciti a dare a questa logica una pratica esecutività, con esperienze marginali rispetto a quello che potenzialmente si può fare. Questo avviene perché alcuni vincoli posti dai paesi rivieraschi non sono stati oggetto di seria riflessione nelle trattative bilaterali. Qualche anno fa mi sono trovato a discutere con il Presidente della Repubblica tunisina, Ben Ali. Tra l'altro, la mia visita precedeva quella dell'allora ministro del commercio estero, onorevole Fassino. Ricordo che, discutendo con il Presidente tunisino, ebbi a sollevare il problema delle società miste e delle difficoltà incontrate dalle società italiane di organizzare dei rapporti di collaborazione con le imprese tunisine. Il Presidente Ben Ali, davanti a me, chiamò un suo funzionario - lì la democrazia è una cosa molto più veloce -, premette un bottone e fece cambiare tre o quattro articoli della legge, fatto che poi consentì alle società miste di poter avviare il loro rapporto di collaborazione con maggiore facilità. Un paese rivierasco che dice di «no» ad una società mista solo perché il natante ha più di 20 anni è un paese che si muove all'interno di sue regole, senza però valutare che ci possono essere natanti che hanno 15 anni e possono essere fatiscenti e natanti che invece ne hanno 20 e possono essere ancora competitivi. Questi sono fatti eccezionali, ma sono piccoli ostacoli che si frappongono alle possibilità di collaborazione fra i paesi.
Onorevole sottosegretario, credo che ci sia anche un altro aspetto importante da esaminare. Certamente, oggi andar per mare è cosa diversa rispetto al passato, ma si muore ancora. Il mare è una cosa straordinaria: lo si ama e qualche volta lo si odia. Una volta si moriva da marinai italiani; oggi, come accade per gran parte della flotta peschereccia italiana, il problema della salvaguardia della vita in mare non riguarda soltanto i marinai italiani. Se domani mattina si decidesse forsennatamente di mandare a casa i pescatori maghrebini che si trovano in Sicilia, la flotta peschereccia siciliana si bloccherebbe perché non ci sono più pescatori. Oggi, la politica della salvaguardia della vita in mare riguarda gli uomini dell'equipaggio e in gran parte si tratta di uomini del Mediterraneo, provenienti da popoli che non fanno parte dell'Unione europea. A questo punto, si crea una obbligatorietà di percorso.
Bisogna creare delle condizioni affinché vengano emanate precise norme, ancora più incisive - rispetto a quelle già esistenti - sul piano della salvaguardia della vita in mare, evitando però, qualche volta, di rasentare il ridicolo. Lo dico con tutto il rispetto: quando si impone ad una piccola barca di collocare delle gru a bordo - perché la gru dovrebbe servire ad accelerare il sistema di salvataggio di un pescatore, o di pescatori caduti in mare - ci si dimentica delle difficoltà operative. Infatti, una gru ingombra, toglie spazi di vivibilità e, qualche volta, è più pericoloso metterla che non metterla. Inoltre vi è di più: va anche calcolato che un natante non è una cosa che si costruisce per caso, vi è un ingegnere che l'ha progettato. Così come si fanno i calcoli per far stare in piedi un palazzo, vi sono degli ingegneri navali che progettano un natante, ben sapendo quale debba essere il suo carico, in quale parte quest'ultimo vada collocato e che una nave cammina tenendo conto anche delle regole legate alla staticità. Dei sistemi che possono sembrare positivi da una parte, si trasformano, spesse volte, in fatti negativi perché viene ad essere modificato il baricentro della barca, si creano condizioni di impossibilità per il natante ad affrontare il mare anche a forza sei o sette: è questo che avviene. Di tutte queste cose - e di altro naturalmente - si dovrà discutere, secondo noi, in questa conferenza nazionale sulla pesca. L'occasione


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viene da me colta anche per una rapida ricognizione della mozione presentata dal centrosinistra. Al riguardo, esprimo delle critiche perché comprendo la buona fede di chi l'ha redatta, ma al tempo stesso non posso, da operatore della pesca, non rilevare come sarebbe pericoloso se noi, per esempio, decidessimo di non fermarci alle cose dette nella nostra mozione, ma di andare oltre e sposare quanto contenuto nella mozione del centrosinistra che, in verità, si muove con qualche difficoltà per loro stessa affermazione.
Nella premessa di questa mozione, infatti, si afferma che il Governo di centrosinistra aveva iniziato a misurarsi con la necessità di procedere ad un processo di ristrutturazione, ma vi sarebbero stati a disposizione anni in cui si potevano affrontare e delineare le cose. Invece, non si è compreso quanto sono durate queste misurazioni e a quali risultati si è pervenuti.
È necessario per tutti noi fare un passo indietro e cercare di dare soluzioni concrete ed immediate, al di là di affermazioni che possono apparire meramente giornalistiche. Nella mozione presentata dall'opposizione si afferma, inoltre, che il centrosinistra si avviava a fornire risposte concrete, quasi a riconoscere che queste ultime non sono state date. Non si tratta di un'accusa che faccio dal punto di vista politico per affermare come sia bravo il Governo di centrodestra e come, invece, non lo sia stato il Governo di centrosinistra. Secondo noi i metodi che si sono utilizzati sinora per affrontare i problemi della pesca sono estremamente tradizionali, non in linea con l'accelerazione e con la velocità degli altri paesi su questa materia.
Noi non comprendiamo la ragione per la quale, anche nella mozione del centrosinistra, si tenti di instaurare un metodo che avrebbe potuto essere già eliminato in passato e che, invece, in questo caso, si vuole ripresentare. Noi crediamo che l'impresa debba usufruire dell'aiuto dello Stato, della regione, ma debba essere impresa. A volte, si afferma di potenziare la politica della cooperazione, senza fermarsi acriticamente per un attimo sui guasti di un certo tipo di cooperazione. Ad esempio, ricordo i tempi in cui si poteva costruire un natante nell'ambito della cooperazione con il 100 per cento del contributo da parte dello Stato o della regione. Questi fatti allora sembravano positivi, ma hanno trasformato in imprese soggetti che imprenditori non erano, cosicché gli impiegati dello Stato e del comune si sono messi insieme, hanno costituito delle cooperative ed hanno costruito dei natanti, ma senza possedere la logica dell'impresa hanno ottenuto risultati fallimentari. Noi siamo preoccupati da una logica che non veda, invece, l'imposizione di un metodo moderno e di controllo sul sistema della cooperazione in Italia. Ciò, non perché siamo contro la cooperazione - tutt'altro -, ma perché la cooperazione deve essere il frutto della collaborazione tra pescatori che siano realmente pescatori e tra imprenditori che siano realmente imprenditori.
Vi sono alcuni aspetti che, nella stessa mozione del centrosinistra, destano qualche perplessità. Che significa definire le linee attuative dei regolamenti specifici per il Mediterraneo? Vi sono delle sedi dove si devono assumer queste decisioni ed è questo l'elemento che ci deve far riflettere. Non dipende da noi...

PRESIDENTE. Concluda, onorevole Cristaldi.

NICOLÒ CRISTALDI. È scaduto il tempo a mia disposizione, signor Presidente?

PRESIDENTE. Il suo tempo a disposizione era di mezz'ora e l'ha impiegata tutta.

NICOLÒ CRISTALDI. Le chiedo scusa, signor Presidente. Concludo subito il mio intervento.
Cosa significa definire le linee attuative dei regolamenti specifici del Mediterraneo? Significa che occorre una sede nella quale discutere e che non ci si può presentare alla conferenza del Mediterraneo


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(ottobre, novembre) presentando linee di intervento sparse, con una posizione siciliana nella quale si sostiene una cosa e quella sarda nella quale se ne sostiene un'altra, non con riferimento alla loro politica autonoma, ma in rapporto al potere contrattuale che si deve avere nei confronti dell'Unione europea.
Si tratta di fatti che, a nostro avviso, devono essere affrontati con serenità, con grande senso di equilibrio e che devono passare attraverso un approfondimento che pensiamo possa essere attuato proprio tramite la conferenza nazionale sulla pesca.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Franci che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00160. Ne ha facoltà.

CLAUDIO FRANCI. Signor Presidente, la mozione che il centrosinistra ha posto all'attenzione dell'Assemblea vuole, da un lato, sottolineare le emergenze, le necessità e le attese che sono presenti nel settore ittico del nostro paese e, dall'altro, indicare un complesso di priorità al quale il Parlamento ed il Governo sono chiamati a fornire una risposta efficace ed urgente, anche per quanto riguarda le linee che, prima di me, sono state indicate dall'onorevole Cristaldi. Ciò è tanto più necessario in vista delle responsabilità internazionali che il nostro Governo assumerà fra qualche mese con la Presidenza italiana dell'Unione europea e con la conferenza interministeriale mediterranea prevista per il mese di ottobre o novembre di quest'anno che si svolgerà nel nostro paese.
Nel corso di questi mesi abbiamo sottolineato, con grande serenità e con un rapporto costruttivo, la nostra preoccupazione per i processi in atto nel mondo della pesca e dell'acquacoltura che vive, ormai da tempo, un processo di profonda ristrutturazione e riorganizzazione, sollecitata dalle scelte politiche dell'Unione europea. Se queste politiche hanno suscitato non poche perplessità nel settore, forte è però anche l'amarezza per le incertezze e le scelte non compiute dal Governo nel corso di quest'anno e mezzo. Evidente è stata la critica dei nostri operatori nei confronti della politica europea per la pesca, troppo condizionata dalle situazioni presenti nei mari del nord e dell'Atlantico e non sempre adeguata ai problemi del Mediterraneo.
Questa critica si è manifestata con l'impegno unitario dell'associazionismo economico e del settore, reso necessario anche per le caratteristiche delle imprese di pesca del nostro paese, costituite da piccole e medie imbarcazioni, che ha richiesto con determinazione una maggiore attenzione ai problemi del nostro mare. Il parziale riconoscimento è avvenuto da parte della Commissione europea che ha inserito nella revisione della politica comune di fine anno un piano di azione per il Mediterraneo che impegna il Governo a definire specifici regolamenti attuativi, senza i quali questi impegni risultano inapplicabili.
Altrettanto evidente è apparso in questi mesi il disagio degli operatori di fronte agli impegni assunti dal Governo che sono stati puntualmente disattesi. Il clima di tensione che si è creato nel paese e nelle varie marinerie è frutto anche di questa azione del Governo quanto mai approssimativa, a nostro avviso, approntata spesso alla propaganda e che non sempre è riuscita ad oggi a produrre fatti concreti.
Il Governo di centrosinistra aveva iniziato a misurarsi con questi problemi e per unanime riconoscimento del settore erano state date risposte concrete. Esse assumevano il valore della pesca responsabile come guida di riferimento, riconoscevano l'importanza strategica del settore della filiera agroalimentare e avviavano conseguentemente misure volte a promuovere la diversificazione dell'attività del pescatore, potenziandone la multifunzionalità, la qualificazione delle imprese e dell'associazionismo e operavano per il rilancio del ruolo della ricerca scientifica a supporto di una politica di pesca responsabile. A questi obiettivi erano rivolti due fondamentali strumenti come il decreto legislativo n. 226 del 2001 e la legge n. 30 del 1998.


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Tutto ciò non oscurava la necessità di procedere ad un processo di ristrutturazione e riqualificazione, necessari per questo comparto, ma, al contempo, avviava anche risposte concrete ad una crisi sempre più evidente del settore.
Questo lavoro sembra essersi interrotto: la legge finanziaria infatti ha ignorato completamente per il secondo anno consecutivo il settore ed ha rappresentato la cartina di tornasole di un processo involutivo in atto e di un comportamento contraddittorio del Governo. Essa ha operato una significativa riduzione delle risorse destinate al mondo della pesca, passando dai 118 miliardi di vecchie lire ai 93 miliardi attuali per l'annualità del 2003, riducendo ulteriormente gli stanziamenti per il futuro, fino al loro azzeramento nel 2005.
Le dichiarazioni e gli impegni assunti anche da lei, onorevole sottosegretario, in sede di discussione sulla legge finanziaria, sull'estensione degli sgravi fiscali e previdenziali contenuti nella legge n. 30 del 1998 alle attività che esercitano la pesca nelle acque interne e lagunari non hanno trovato concretizzazione, nonostante che queste misure siano estese positivamente alle attività di cabotaggio. È stato negato l'accesso del settore al credito di imposta, le misure previste dalla legge obiettivo volte qualificare il settore non sono state finanziate, il provvedimento relativo alle reti derivanti continua a creare forti tensioni, prima di tutto nelle regioni del Mezzogiorno d'Italia, per l'insufficienza delle risorse destinate agli indennizzi degli operatori e per l'assenza di iniziative concrete di riconversione in grado di poter salvaguardare un patrimonio economico ed umano rilevante per l'economia di alcune regioni del paese.
Rimane irrisolto il problema delle ferrettare, un sistema di pesca concesso anche alle spadare in riconversione, che interessa anche centinaia di imprese, soprattutto nel Mezzogiorno d'Italia, attualmente sottoposto a limitazioni eccessive che lo rendono infruttuoso e ne impediscono di fatto l'operatività.
In questo contesto si collocano i regolamenti approvati a fine anno in sede comunitaria, nn. 2369, 2370 e 2371 del 2002 relativi alla riduzione dello sforzo di pesca, all'ammodernamento della flotta e alla conservazione delle risorse ittiche. Essi contengono norme che comunque sollecitano un ruolo attivo da parte del Governo.
In questo quadro, siamo convinti che il semestre di presidenza italiano dell'Unione europea possa rappresentare un momento qualificante per aprire un confronto per una politica di pesca nel Mediterraneo capace di affrontare e risolvere problemi fondamentali per il futuro del settore, dalla cui soluzione dipende la sopravvivenza di migliaia di imprese, e di riaprire anche dossier, come quelli delle spadare, che sono stati archiviati.
In questo quadro, occorre definire nuove relazioni di cooperazione con i paesi rivieraschi e rilanciare una politica che affronti complessivamente i problemi aperti in quest'area. Noi riteniamo non secondario l'appuntamento della definizione del settimo piano triennale della pesca, nel quale deve emergere il ruolo di questo settore come costituente l'identità del paese e caratterizzante la filiera agroalimentare dell'Italia. Siamo convinti che occorra lavorare per favorire un'attività multifunzionale del pescatore, incentivandone tutte le forme integrative dell'attività. Allo stesso modo, siamo consapevoli che occorre rafforzare le politiche di qualità e di filiera nel settore agroalimentare; tutto ciò è nella prospettiva di diminuire lo sforzo di pesca e di diffondere la tradizione e la cultura del paese.
Per questo riteniamo necessario il coinvolgimento del Parlamento attraverso le sue Commissioni di Camera e Senato. È l'obiettivo che perseguiamo con la mozione che abbiamo presentato di definire linee di indirizzo che vedano coinvolte le organizzazioni economiche e le regioni a cui un ruolo fondamentale è attribuito dall'articolo 117 della Costituzione.
Abbiamo presentato la proposta di legge n. 3330 della quale abbiamo richiesto l'inizio della discussione in sede di Com


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missione agricoltura. Anch'essa va in questa direzione: non pretende di essere risolutiva dei problemi presenti nel settore, bensì vuole contribuire ad introdurre misure di sostegno alle imprese ed al sistema associativo. In tal senso, cerca di attivare un processo di semplificazione e di sburocratizzazione per le imprese capaci di dare risposte concrete ad una realtà preoccupata ed oggi in difficoltà. Per questa ragione, auspichiamo un impegno comune con la maggioranza di Governo.
Vorrei concludere rivolgendomi all'onorevole sottosegretario in merito al decreto ministeriale adottato venerdì scorso. Non so cosa abbia ispirato quel provvedimento: so per certo che esso introduce una lacerazione pesante con la maggioranza del sistema associativo del mondo della pesca e rappresenta uno strappo nel processo decisionale consolidato che prevede il pronunciamento del parlamentino della pesca.
In quel provvedimento, a mio avviso, è contenuto un fatto grave: le associazioni hanno parlato di far west; ritengo che esso contraddica i principi che ispirano una pesca responsabile, necessari per un confronto proficuo in sede comunitaria. Rappresenterà un ulteriore motivo di tensione nel mondo della pesca e alimenterà uno scontro ideologico sull'uso delle risorse marine. Signor segretario...

PAOLO SCARPA BONAZZA BUORA, Sottosegretario di Stato per le politiche agricole e forestali. Sottosegretario...

CLAUDIO FRANCI. Mi scusi, signor sottosegretario. Vorrei rivolgerle un invito: non divida il mondo fra amici e nemici, tra soggetti da proteggere e soggetti che, soltanto perché esprimono opinioni diverse e rivendicano le proprie ragioni, sono da combattere e non da ascoltare. Potrebbe essere una strada pericolosa e negativa per gli operatori del settore, ma anche per il suo lavoro.
Le chiedo, signor Presidente, per economia di tempo, l'autorizzazione alla pubblicazione in calce al resoconto della seduta odierna delle considerazioni integrative del mio intervento.

PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza, sulla base dei consueti criteri.
È iscritto a parlare l'onorevole Marinello. Ne ha facoltà.

GIUSEPPE FRANCESCO MARIA MARINELLO. Signor Presidente, anche il mio sarà un breve intervento, ma non posso fare a meno di dare un mio contributo. Io sono, tra l'altro, uno dei firmatari della mozione illustrata or ora dall'onorevole Cristaldi - e nell'esposizione largamente condivisa -, ma evidentemente devo aggiungere un mio contributo, offrendo all'Assemblea una serie di riflessioni.
Intanto noi ci troviamo di fronte, proprio con questo Governo e con questa delega specifica che il Governo ha voluto conferire al sottosegretario Scarpa Bonazza Buora qui presente, ad nuovo interesse, da parte della politica italiana, del Governo italiano, al mondo della pesca, con tutte le sue complessità e con il grande interesse che lo stesso riveste sull'intero territorio nazionale.
L'istituzione di una delega specifica non è semplicemente un fatto formale, un fatto emblematico, ma il Governo, in un anno e mezzo di attività, ha già realizzato una serie di interventi sicuramente positivi che sono intuibili da una serie di risultati. Mi riferisco, in primo luogo, ai rapporti ottimi con le organizzazioni di categoria e non soltanto dal punto di vista consultivo, ma anche ad una positività che è palpabile in tutte le marinerie d'Italia, tranne rari casi, laddove alcune organizzazioni di categoria hanno interpretato il proprio ruolo di rappresentanza in chiave semplicemente propagandistica, come peraltro oggi, in Italia, avviene in altri settori del sindacato, purtroppo travalicando - e talvolta anche prevaricando - quello che è il loro compito ben preciso nella realtà istituzionale.
Oggi avvertiamo un grande consenso intorno alla politica del Governo, una politica che si pone una strategia complessiva di sviluppo del settore, senza trascurare le interessanti problematiche territoriali che, di volta in volta, vengono poste. Tutto questo, tra l'altro, si sostanzia


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anche con un ruolo diverso che oggi l'Italia svolge in sede europea, un ruolo sicuramente più autorevole, che vede la politica del nostro paese concorde ed unanime con gli altri paesi che si affacciano sul Mediterraneo e che fanno parte dell'Unione europea, un ruolo che tenta e tende a dare più voce e più risonanza alla pesca mediterranea rispetto alle politiche del passato e alle forti spinte - perché non dirlo? - economiche e politiche dei paesi dell'Unione europea che, invece, praticano maggiormente le pesche atlantiche e che, anche durante il passato Governo di centrosinistra, trovavano nell'Italia un interlocutore debole, talvolta privo di argomentazioni e molto spesso, oserei dire, compiacente.
I risultati già si vedono, anche perché non dobbiamo dimenticare che l'eredità che l'Italia aveva ricevuto dal recente passato era un'eredità negativa e pesante. Ad esempio, una serie di contenziosi comunitari - ben sette, se non ricordo male - che oggi sono già risolti o in via di rapida soluzione, una serie di contenziosi che, tra l'altro, rischiavano, dal punto di vista economico, di minare per l'avvenire le vere politiche di rilancio, anche economico, del piano di rinnovamento armatoriale.
Anche a proposito del piano di rinnovamento armatoriale, non possiamo assolutamente sottacere le proroghe, ottenute, anche recentemente, in sede comunitaria, relativamente ai nostri piani di ammodernamento della flotta né gli indici di conversione di stazza che non vedono assolutamente penalizzate le nostre flotte, con particolare riferimento alla piccola pesca.
Questi risultati sono importanti e segnano una netta inversione di tendenza rispetto a ciò che è accaduto in un recente passato. Capisco che la significazione e l'interesse possano essere minimi, ma anche l'incremento delle quote tonno è un risultato emblematico. Stesso atteggiamento nei confronti delle pesche speciali: seppur, per certi versi, controverse, sono state fortemente volute e chieste dalle organizzazioni di categoria ed il Governo si è fatto interprete, in maniera positiva, proprio di queste istanze. Tali risultati sono sicuramente ascrivibili a questa gestione e non possiamo assolutamente mistificare la realtà delle cose.
Nella mozione della parte avversa si parla molto spesso di ricerca. Ma diciamocelo francamente: cos'è questa ricerca che veniva e che viene tanto propagandata? Sappiamo benissimo che nel quinquennio precedente, sotto questa voce, si sono fatte o si sono tentate operazioni che nulla hanno a che vedere con la ricerca dell'ambiente marino. Molto spesso, sono state operazioni surrettizie per finanziare, in maniera occulta, istituti universitari ed organizzazioni cooperativistiche e sindacali.

PAOLO SCARPA BONAZZA BUORA, Sottosegretario di Stato per le politiche agricole e forestali. La ricerca dei quattrini è ricerca anche quella!

GIUSEPPE FRANCESCO MARIA MARINELLO. Non ho nulla contro le organizzazioni cooperativistiche e sindacali. Se devono essere finanziate, le si finanzino pure, ma si deve avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome e di dire le cose in maniera precisa. Sono convinto che questa maggioranza e questo Governo non attueranno mai operazioni occulte e surrettizie.
L'altro contributo che volevo dare è il seguente: oggi ci troviamo giustamente di fronte ad una politica della pesca che guarda, con grande interesse, ai paesi costieri del Mediterraneo, anche a quelli al di fuori dell'Unione europea, in particolare ai paesi magrebini. Soprattutto nell'ottica di questa area di libero scambio che diventerà il Mediterraneo, sicuramente una posizione autorevole questo Governo la sta già intraprendendo e la deve intraprendere con maggiore forza.
Ad un aspetto principale, già ampiamente illustrato, vorrei dare un ulteriore contributo che giustifica la nostra richiesta, nell'ambito della mozione che sto illustrando, relativamente alla conferenza nazionale della pesca. Dobbiamo porre la questione fondamentale e centrale di un nuovo coordinamento Stato-regioni. Molto


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spesso, infatti, le regioni possono essere tentate di avviare fughe in avanti che non solo possono non essere sostanziate dal punto di vista del diritto costituzionale (questo è un aspetto) ma, quel che è peggio, possono anche minare, dal punto di vista della razionalità, la stessa attività di pesca. Non possiamo non affermare che il sistema pesca, il sistema del Mediterraneo è complesso e globale e che non può essere assolutamente diviso in frontiere regionali. Chiaramente, esso deve essere uniformato con una strategia complessiva. Ciò vale per tutte le varietà, ma soprattutto per quelle varietà pescabili che transitano - mi riferisco ai grandi pelagici e ai banchi di pesce azzurro - ampiamente in tutto il Mediterraneo.
Per questo motivo, un nuovo rapporto di coordinamento che veda la centralità sicuramente dello Stato nazionale - un rapporto che non vuole privare le regioni delle singole specifiche competenze -, che evidentemente deve organizzare una politica complessiva di indirizzo che abbia una strategia ben precisa, deve essere messo al centro dell'attenzione.
Un altro aspetto fondamentale di cui poco si parla riguarda la necessità di salvaguardare l'ambiente del Mediterraneo che assume una visione sicuramente centrale. Mi avvio alla conclusione, dichiarando che la vicenda riguardante la salvaguardia ambientale si allaccia strettamente anche a quella del fermo pesca che concepiamo, non più come una misura assistenziale riguardante gli armatori o gli operatori del settore, ma come contributo che il sistema economico complessivo e anche la società devono a quegli operatori del mare che devono diventare le stesse sentinelle dell'ambiente in cui lavorano, vivono e traggono mezzi di sussistenza e che hanno l'interesse di tutelare anche per le future generazioni.
Anche questo può e deve avvenire con una politica forte, una politica che il Governo e chi guida, oggi, il settore della pesca sono in grado di fare e sapranno fare benissimo.
È proprio per questo che l'azione necessita di un coordinamento forte: noi abbiamo individuato lo strumento della conferenza nazionale; se realizzata, questa sarà sicuramente foriera di grandi risultati, funzionali non ad una politica di breve respiro od a momenti propagandistici - che non ci interessano -, ma per delineare una strategia complessiva che, alla fine di questo mandato parlamentare, consegni frutti maggiori rispetto a quelli ottenuti nel recente passato.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Ruta. Ne ha facoltà.

ROBERTO RUTA. Signor Presidente, considerato l'orario cercherò di essere massimamente sintetico.
Debbo dire, anzitutto, che condivido molte delle analisi e degli accenni fatti, da posizione diversa, dal collega Cristaldi. Sono d'accordo, ad esempio, sul ruolo del Mediterraneo: mi sembra che sottolineare la centralità del Mediterraneo per il futuro della pesca, di quest'attività produttiva nella quale l'Italia sicuramente non vuole rinunciare ad essere protagonista, sia uno spunto di estremo interesse assolutamente condivisibile.
L'individuazione della forza lavoro impegnata nel settore della pesca credo dia conto di quanto sia complessa la questione. Spezzando, in parte, una lancia a favore di chi è chiamato ad agire, direi che la situazione è complessa e che, di conseguenza, i problemi non possono essere risolti dicendo: la colpa è tutta lì oppure tutta qui. E la questione è complessa perché c'è da fare i conti con direttive comunitarie, con una legislazione quadro, con una legislazione concorrente e con una serie di questioni che, indubbiamente, rende difficile, anche per un Governo che abbia buone od ottime intenzioni, determinare, in breve tempo, un'inversione di tendenza.
La situazione di una attività produttiva quale la pesca merita, ripeto, l'attenzione e la consapevolezza della complessità del problema e non un'azione che si indirizzi verso una semplificazione della risposta: a domande complesse vanno date risposte complesse perché quelle semplicistiche non risolvono mai i problemi.


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Ho letto le lettere che Lega pesca ed Agripesca hanno inviato al sottosegretario. A tale proposito, mi consentirà, signor sottosegretario, una digressione. Nel 2001, dopo le elezioni, un amico pescatore di Termoli - il quale ha votato per il centrodestra, nonostante l'amicizia - mi diceva: vedrai che questo Governo farà di più per noi. Allora, l'ho preso un po' in giro chiedendogli, ogni bimestre, se e quando avesse ricevuto l'indennità di fermo pesca per il 2001. Ero al corrente, anche in quel caso, della complessità del problema; però, ero anche consapevole delle scelte che devono essere compiute in materia in occasione dell'approvazione del disegno di legge finanziaria. La coperta è corta, me ne rendo conto - per questo, del resto, governare è arte complicata - ma le scelte vanno fatte! Perciò, come dicevo, ho chiesto a quel mio amico, durante tutto l'anno, più o meno a cadenza bimestrale, se avesse ricevuto l'indennità di fermo pesca per il 2001.
È passato tutto il 2002, ora siamo nel 2003. Probabilmente si tratta di cose che il sottosegretario ci dirà che sono state parzialmente risolte; vedremo. Analizziamo i punti che questa mozione evidenzia.
La gestione delle misure relative al fermo pesca sta incontrando - è detto nella mozione - forti ritardi ed incertezze nei pagamenti degli indennizzi per il 2001, mentre per il 2002 la dotazione finanziaria disponibile è stata ridotta del 50 per cento dal decreto cosiddetto taglia spese, a fermo già effettuato, e per il 2003 il tema dell'arresto temporaneo non è ancora stato neppure affrontato. Ora, abbiamo verificato che cosa è capitato con il decreto.
Le misure previste dalla legge di orientamento volte a qualificare il settore non sono state rifinanziate, in attesa del settimo piano triennale del quale non si conoscono ad oggi i contenuti.
I regolamenti approvati a fine anno in sede comunitaria, che comunque sanciscono la fine degli aiuti comunitari per l'ammodernamento della flotta nel 2005 e, più in generale, la riforma della politica comune della pesca con il preventivo piano d'azione per il Mediterraneo, se da un lato compiono un passo avanti nel riconoscimento positivo della specificità dell'area, dall'altro abbisognano di appositi regolamenti attuativi.
Ora, con la nostra mozione chiediamo alla Camera di impegnare il Governo a definire le politiche di ammodernamento della flotta peschereccia nazionale in armonia, ovviamente, con le normative comunitarie, a qualificare la filiera ittica, la tracciabilità - mi sembra che in questo senso ci sia uno sforzo del Governo negli altri settori (credo, ovviamente, anche in questo settore, proprio in ragione degli ultimi eventi che si sono verificati) - e i marchi di produzione con la definizione e l'accompagnamento del processo di trasferimento di funzioni alle regioni, in ottemperanza alle modifiche costituzionali intervenute, a promuovere il ricambio generazionale attraverso il rifinanziamento del prestito d'onore estero ai giovani disoccupati, a individuare le risorse necessarie per finanziare il fermo pesca.
Ora, vorrei fare un paio di altre considerazioni. Sì, indubbiamente ci vogliono soldi e ci sono scelte da fare nella legge finanziaria che accompagnino la buona volontà; altrimenti, la buona volontà del Governo resta tale e non diventa azione incisiva ed efficace per le piccole e medie imprese che operano nel settore della pesca. Con la buona volontà e solo con quella non si risolvono i problemi della pesca né si inverte la tendenza, ancorché si dichiari di operare in tal senso. Quindi, in questo senso si dice che sì, il centrosinistra aveva iniziato un percorso, ma allora bisogna anche dire, visto che non è da ieri che il centrodestra governa ma ci avviamo al secondo anno, che...

PAOLO SCARPA BONAZZA BUORA, Sottosegretario di Stato per le politiche agricole e forestali. Al terzo!

ROBERTO RUTA. ...le scelte in finanziaria dimostrano una mancanza di attenzione, la mancanza di una puntuale ed adeguata risposta. Risposta a chi, innanzitutto? Direi certamente alle piccole e


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medie imprese, se è vero che il sistema della pesca italiano (e faccio riferimento anche a Termoli) - intervengo su questo e poi concludo con un'ultima osservazione sulla cooperazione - è composto in molta parte da piccoli e medi imprenditori, armatori e così via. Credo che anche la liberalizzazione fatta in quel modo, non in maniera complessa, ma semplificata, non risponda esattamente alle esigenze dei piccoli e medi imprenditori. Infatti, come facciamo noi a convincere - e mi rivolgo al collega Cristaldi in particolar modo - giovani figli di pescatori (ma anche che non siano figli di pescatori) a svolgere ancora e di più quell'attività, se per tentare di essere competitivi devono essere ogni giorno, senza badare tanto per il sottile, in mare a pescare? Come si fa, se non si aiuta invece proprio il processo di cooperazione?
Se è vero, come ha detto il collega Cristaldi, che in passato ci sono state forme patologiche di utilizzazione dei contributi che non sono stati destinati alla pesca, si tratta di una forma patologica che, sicuramente, tutti non vogliamo e che, anzi, tutti condanniamo. Se ci sono stati pochi controlli, sicuramente bisogna trovare sistemi normativi nuovi e diversi; tuttavia, proprio quella è la risposta per un settore che non può più essere gestito in maniera miope ma, poiché siamo inseriti in un sistema globale, europeo, mediterraneo sempre più impegnativo, ritengo sia proprio il sistema della cooperazione a dover essere stimolato e non demotivato. Oppure, intendiamo riferirci solo ai grandi armatori? Questi hanno grandi sistemi di finanziamento e possono far lavorare più persone mentre la piccola e media impresa da sola non ce la fa ad essere concorrenziale né nella pesca, quindi nel momento dell'attività produttiva vera e propria, né quanto alla capacità di stare sul mercato in maniera seria, nel momento della commercializzazione.
Dunque, per difendere la piccola e media impresa è proprio la cooperazione che deve essere stimolata e aiutata. Credo che in questo senso dobbiamo fare non passi indietro ma passi in avanti, certamente difendendo anche le nostre coste e il pesce, che per essere pescato deve esserci. Se il fermo biologico non ha funzionato nel modo migliore ha dato tuttavia risposta ad un'esigenza che esiste e che esisteva.

PAOLO SCARPA BONAZZA BUORA, Sottosegretario di Stato per le politiche agricole e forestali. E chi ve lo ha portato a casa? Tre anni di fermo biologico ve li ho portati a casa io!

PRESIDENTE. Onorevole sottosegretario, se intende intervenire può prendere la parola dopo. Vedo che ama interloquire con gli oratori.

ROBERTO RUTA. Questo non è un fatto che mi...

PRESIDENTE. No, no, in Parlamento si fa...

PAOLO SCARPA BONAZZA BUORA, Sottosegretario di Stato per le politiche agricole e forestali. Chiedo scusa.

PRESIDENTE. Onorevole Ruta, prosegua pure.

ROBERTO RUTA. La complessità di questo mondo ci dice che non possiamo dare risposte semplici; ci dice anche che abbiamo di fronte delle opportunità, come è scritto nella nostra mozione, ma non mi sembra che quella contenuta in questo decreto sia la risposta adeguata; a me pare che la soluzione stia proprio nella ricerca di risposte complesse che inneschino un'inversione di tendenza e rendano appetibile quel settore per le nuove generazioni: certamente, con la multifunzionalità dei pescherecci e, certamente, con l'ammodernamento della flotta assolutamente inadeguata, e che sconta il passare degli anni.
Allora, se il futuro è nel Mediterraneo, se l'Italia intende candidarsi ad essere protagonista di questa attività produttiva nel Mediterraneo e se il Mediterraneo deve diventare concorrenziale deve farlo anche


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proponendo soluzioni più ampie della semplice eliminazione del fermo. Mi sembra si debbano dare risposte più complesse e più articolate, nel tentativo di soddisfare le esigenze della piccola e media impresa ancorché in forma associata, cooperativa, perché questo è il senso originario della cooperazione ed è questo il senso originario che noi difendiamo; non la cooperazione che crea società di capitali a tutti gli effetti, di macro dimensioni, che nulla più hanno a che vedere con le associazioni di piccoli e medi imprenditori. Noi ci riconduciamo a quel senso originario di fare impresa in forma associata e riteniamo che quello possa essere lo strumento di inversione di tendenza per la pesca, ovviamente dando risposte incisive e immediate ai ritardi che si sono accumulati.

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali delle mozioni.

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