![]() |
![]() |
![]() |
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge, già approvato dal Senato: Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 23 dicembre 2002, n. 281, recante mantenimento in servizio delle centrali termoelettriche di Porto Tolle, Brindisi Nord e San Filippo del Mela.
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
Avverto che il presidente del gruppo parlamentare dei Democratici di sinistra-l'Ulivo ne ha chiesto l'ampliamento senza limitazioni nelle iscrizioni a parlare, ai sensi dell'articolo 83, comma 2, del regolamento.
Avverto che le Commissioni VIII (Ambiente) e X (Attività produttive) si intendono autorizzate a riferire oralmente.
Il relatore per l'VIII Commissione, onorevole Germanà, ha facoltà di svolgere la relazione.
BASILIO GERMANÀ, Relatore per l'VIII Commissione. Signor Presidente, signor sottosegretario, onorevoli colleghe e colleghi, il decreto-legge sottoposto alla nostra attenzione è stato adottato per consentire la prosecuzione dell'attività delle centrali di Porto Tolle, Brindisi Nord e San Filippo del Mela.
BASILIO GERMANÀ, Relatore per l'VIII Commissione. È chiaro che queste ultime avrebbero dovuto adeguare le emissioni di fumi in aria al decreto ministeriale del 12 luglio 1990, che rappresentavano le linee guida del famoso decreto del Presidente della Repubblica n. 203 del 1988. Purtroppo, in questi anni, tali stabilimenti non hanno adeguato l'emissione dei suddetti fumi, con grosse conseguenze per le popolazioni che vivono in quei luoghi. In Commissione qualcuno dei colleghi mi faceva notare che Porto Tolle è un parco naturale ed io ho fatto presente che anche San Filippo del Mela insiste su un'area pregevole. Vi sono le isole Eolie, la città di Milazzo e San Filippo del Mela, sebbene non sia un parco naturale, è abitato da uomini: circa 400 mila persone vivono in quella zona in cui si trovano anche una
centrale dell'ENEL, una raffineria e le acciaierie. Negli anni cinquanta vennero operate queste scelte sotto la pressione dell'occupazione e dei problemi che il meridione ha sempre avuto e siamo stati costretti ad accettarle. Tuttavia, credo che, anche alla luce delle varie normative dell'Unione Europea, uno Stato che oggi fa parte dei sette paesi più industrializzati del mondo non possa consentire che si continui ad inquinare ed a creare problemi alla salute delle persone.
Il collega Saglia ha fatto riferimento a vari testi normativi che da allora si sono succeduti negli anni. Ebbene, dal 1988 ad oggi, sono trascorsi 15 anni. In questi anni si sarebbero dovute adeguare le canne fumarie di queste strutture alle esigenze dei cittadini, ma ciò non è stato fatto. Ebbene, oggi, alla scadenza del 31 dicembre 2002, il gestore della rete nazionale afferma che abbiamo bisogno di energia.
Ho a disposizione alcuni dati. La nostra nazione importa l'84 per cento dell'energia ed è chiaro che l'importazione di elettricità che deriva dall'energia nucleare rappresenta un esborso valutario verso l'estero. Il collega Armani vi ha fatto più volte riferimento. Allora, con un referendum, i nostri cittadini si espressero contro il nucleare e, in ossequio a tale volontà, non abbiamo il nucleare. Ma ciò ha determinato anche una perdita di manodopera, perché vi sono circa 3 milioni di ore lavorative che vanno alla Francia. Tuttavia, non è questo il problema.
Vorrei ancora citare qualche dato. Il ricorso al nucleare è in continua crescita e ciò si desume da uno scritto del 1993. A quella data, il livello mondiale di produzione del nucleare era pari al 17 per cento; il 24 per cento, signor presidente Armani, riguardava i paesi dell'OCSE, il 36 per cento riguardava la Comunità europea, il 59 per cento riguardava il Belgio ed il 78 per cento riguardava la Francia. Noi siamo diventati consumatori del nucleare, perdiamo ore di lavoro, esportiamo all'estero una valuta non dovuta, compriamo l'energia a 70 lire (questo era il prezzo secondo i dati cui abbiamo fatto riferimento, che risalgono al 1993) e la rivendiamo ai cittadini italiani a 252 lire nella migliore delle ipotesi.
Addirittura, chi possiede la seconda abitazione paga anche 970 lire. Credo che una nazione che vuole essere competitiva sui mercati non possa avere un costo così alto per l'energia. Penso agli artigiani, ai commercianti ed alle piccole industrie costretti a produrre in modo operoso per poi trovare sul mercato europeo chi produce ad un costo più basso dovuto al minore costo dell'energia, della benzina e delle tasse. Ciò fa parte del nostro programma elettorale: pensiamo di poter mettere le nostre piccole aziende, i commercianti e gli artigiani in condizione di essere competitivi sui mercati europei.
Vorrei svolgere una considerazione a titolo personale con riguardo a San Filippo del Mela. Signor sottosegretario, si tratta di una zona meravigliosa in cui, grazie a Dio, il sole ed il mare splendido ci hanno dato la possibilità di praticare il turismo: è l'unica industria che nel meridione e nella nostra Sicilia ancora si regge con le proprie gambe. Ebbene, in questi giorni abbiamo avuto molte perplessità, insieme ai colleghi dell'opposizione, che hanno collaborato fattivamente, ed ai colleghi della maggioranza parlando dell'orimulsion. Si tratta di una miscela non facilmente controllabile che in tante parti del mondo non è voluta. Anche a tale proposito ho alcuni dati che possono essere importanti: tranne qualche paese che ha bisogno dell'orimulsion - il Venezuela lo esporta perché non sa cosa farsene - tanti paesi non lo vogliono per i problemi che può creare laddove c'è il mare. Signor sottosegretario, credo che in tal senso dovremmo pensare a come utilizzare l'orimulsion e ritengo non si possa pensare di utilizzarlo dove c'è il mare, come nel caso della centrale di San Filippo del Mela.
Vorrei svolgere un'ulteriore considerazione in merito all'importanza del decreto-legge sblocca centrali. Si tratta di un provvedimento molto importante perché i dati che ho fornito poco fa erano del 1993: da allora ad oggi non si è fatto niente. Il suddetto decreto che immette sul mercato
elettrico circa 8.200 megawatt di energia consentirà al Governo, alla maggioranza ed all'opposizione di non trovarsi all'improvviso sotto il ricatto della carenza di energia. Dunque, credo sarebbe importante, ad esempio attraverso un ordine del giorno, cercare di risolvere i problemi operativi della legge n. 55 del 2002. Infatti, mi risulta che tanti progetti sono stati già presentati per i quali viene seguito un ordine cronologico. È giusto seguire tale ordine, ma credo sia anche giusto consentire a coloro che sono pronti a produrre energia e a metterla sul mercato di farlo: ciò è utile per la carenza di energia e per essere concorrenziali sui mercati europei.
Concludo il mio intervento ringraziando i due presidenti ed i colleghi di maggioranza ed opposizione per il lavoro svolto in Commissione. Ritengo che potremmo trovare una soluzione per risolvere, finalmente, anche il problema dell'inquinamento che senza dubbio grava sulla salute dei cittadini.
PRESIDENTE. Il relatore per la X Commissione, onorevole Saglia, ha facoltà di svolgere la relazione.
STEFANO SAGLIA, Relatore per la X Commissione. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il decreto-legge in esame, come ha ricordato il collega Germanà, è finalizzato a consentire la continuazione dell'attività delle centrali termoelettriche di Porto Tolle (in provincia di Rovigo), di Brindisi nord e di San Filippo del Mela (in provincia di Messina). Alcuni degli impianti facenti capo a tali centrali non risultano in linea con i parametri stabiliti dalla normativa ambientale. Pertanto, sulla base del decreto ministeriale del 12 luglio 1990, avrebbero dovuto sospendere la loro attività entro il 31 dicembre 2002.
Il gestore della rete di trasmissione nazionale, però, ha affermato con oggettività, occupandosi della sicurezza del sistema, che il fermo di tali centrali avrebbe peggiorato lo stato di criticità del sistema elettrico italiano. Da qui la decisione del Governo di assumere questo decreto-legge. In particolare, il gestore ha proposto formalmente il mantenimento in esercizio dei gruppi della centrale di Porto Tolle, dei quattro gruppi da 160 megawatt della centrale di San Filippo del Mela e del terzo gruppo di Brindisi nord con il quarto gruppo di riserva.
Il decreto-legge è stato poi anche corretto con alcuni emendamenti da parte del Senato. In particolare, nella nuova formulazione approvata dal Senato si è stabilito che il termine di ultimazione degli interventi di adeguamento ambientale è da attuarsi entro 24 mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto-legge medesimo. Inoltre, un'altra modifica apportata dal Senato è che, per quanto attiene alla centrale di Brindisi nord, con il comma 4-bis si prevede una specifica trasformazione della stessa con tre gruppi a ciclo combinato, da realizzarsi entro il 30 giugno del 2006. Ritengo doveroso segnalare che tale termine, per quanto attiene alla centrale di Brindisi nord, comporterebbe la cessazione dell'esercizio della centrale prima del 31 dicembre del 2004, inficiando in qualche modo gli effetti dello stesso decreto-legge e quindi della stessa emergenza dichiarata dal gestore della rete. Pertanto, ovviamente nel rispetto del lavoro svolto dai colleghi del Senato, ci permetteremo nel corso dell'esame in Assemblea qui alla Camera di segnalare questo problema, al fine di verificare se vi sia la possibilità di una sua correzione.
Vale la pena cercare di analizzare il contesto nel quale stiamo dibattendo sul decreto-legge in esame. Occorre ricordare innanzitutto, come opportunamente ha fatto il collega Germanà, che, sempre a seguito delle segnalazioni del gestore della rete, il Governo ha adottato e il Parlamento ha convertito in legge il decreto-legge n. 7 del 2002 (più noto come decreto «sblocca-centrali»), con l'obiettivo di semplificare le procedure concernenti la costruzione e il potenziamento degli impianti di energia elettrica di potenza superiore ai 300 megawatt. Inoltre, è in discussione in questo momento presso la Commissione attività produttive della Camera il disegno di legge presentato dal ministro Marzano,
relativo al riordino del settore energetico. Antecedentemente ad esso, la medesima Commissione ha condotto una lunga indagine conoscitiva sul settore dell'energia, con l'audizione di tutti i soggetti interessati (istituzionali e privati), conclusasi con l'approvazione, quasi unanime, di un documento finale nel quale sono state segnalate alcune questioni che vale la pena ricordare.
Innanzitutto vi è la considerazione, condivisa da tutte le forze politiche, che il mix delle fonti energetiche nel nostro paese è particolarmente sbilanciato, rispetto agli altri paesi dell'Unione europea: in particolare continuiamo ad avere una produzione di energia che quasi per il 28 per cento proviene dall'olio combustibile, che è sostanzialmente la materia prima più inquinante per quanto attiene alle tecnologie conosciute. È emersa quindi la volontà di cercare di equilibrare questa bilancia con un maggiore utilizzo del carbone pulito ed anche con un'analisi sull'introduzione dell'orimulsion. Giustamente il collega Germanà ha fatto notare che l'orimulsion è una materia prima che provoca dei problemi di carattere ambientale e che dunque va utilizzata con cautela nei territori nei quali si intende utilizzarla. A tale proposito vorrei anche ricordare che, in particolare nella centrale termoelettrica ENEL di Brindisi sud, venne fatta una sperimentazione (condotta da un gruppo di lavoro composto, tra gli altri, dall'Agenzia nazionale per l'ambiente, dal CNR e dall'Istituto superiore di sanità), che giunse alla seguente conclusione: alla luce di quanto emerso dalla sperimentazione in oggetto è lecito affermare che per quanto attiene alle emissioni gassose e di particelle al camino, la gestione degli impianti di abbattimento è prioritaria rispetto alla scelta dei combustibili. In particolare, la gestione degli stessi impianti di abbattimento durante l'utilizzo del combustibile orimulsion è paragonabile a quella per l'olio combustibile ATZ. Ciò significa che attraverso le opportune opere di ambientalizzazione e di utilizzo delle migliori tecnologie disponibili vi è la possibilità di produrre energia da queste fonti, con il dovuto rispetto delle condizioni ambientali (fermo restando - come detto anche dal collega Germanà - che poi bisogna valutare i territori nei quali si utilizzano tali risorse).
Vorremmo quindi affermare che la tutela della salute e della sicurezza dell'ambiente sono preoccupazioni assolute del Governo, senza «se» e senza «ma». Proprio per questo si cerca di ragionare, anche attraverso questo decreto-legge, secondo percorsi effettivamente realizzabili da un punto di vista produttivo ed ambientale. È evidente che cercare di elaborare delle norme corrette, ma difficilmente attuabili, probabilmente non ci consentirebbe neppure di arrivare ad alcuni obiettivi ambientali che ci si è posti.
In particolare, vorrei ricordare che all'articolo 21 del disegno di legge presentato dal ministro Marzano e attualmente in discussione, come dicevo prima, presso la Commissione attività produttive della Camera si dispone che nel periodo 2003-2010 vi siano delle soglie decrescenti di emissione di anidride carbonica, ai fini del rispetto della percentuale di riduzione delle emissioni previste dal protocollo di Kyoto. Ciò dimostra l'intenzione del Governo di rispettare tali impegni e di avviare le procedure necessarie per la sua realizzazione.
Tornando al merito del decreto-legge in esame, occorre ricordare che, in caso di mancata presentazione dei piani di gestione da parte delle aziende che detengono la proprietà di queste tre centrali, entro 30 giorni si limiterebbe l'esercizio delle centrali e, trascorsi 60 giorni, addirittura si avrebbe l'immediata chiusura degli impianti. Quindi, anche in questo caso, vi è la dichiarazione esplicita del Governo della necessità di prevedere tempi certi per le opere necessarie all'ambientalizzazione.
Occorre, inoltre, prendere atto con realismo delle esigenze immediate ed operare al fine di scongiurare situazioni di blocco dell'energia, che avrebbero gravi conseguenze sul sistema produttivo e sulla stessa vita dei cittadini. Non bisogna, ovviamente, indulgere ad alcuna forma di
allarmismo, ma è bene intervenire per tempo al fine di evitare possibili gravi inconvenienti.
In tale contesto, l'iniziativa assunta dal Governo con il decreto-legge in esame si pone l'obiettivo di assicurare la produzione degli impianti già citati e delle tre centrali interessate e, al tempo stesso, di stabilire un percorso certo per avviare a soluzione i problemi di carattere ambientale. A fronte dell'esigenza della sicurezza e del fabbisogno vi sono, infatti, quelle legate al rispetto dei parametri previsti dalla normativa sull'ambiente.
Le procedure ed i tempi stabiliti dal decreto-legge appaiano fornire sufficienti garanzie, anche in relazione al ruolo riconosciuto alle regioni. A tale riguardo vi è la volontà, non tanto nel percorso legislativo, quanto nella realizzazione di questi progetti, di attuarli attraverso conferenze di servizi e, quindi, attraverso un percorso virtuoso con gli enti locali.
In conclusione, corre l'obbligo di sottolineare che i pareri espressi dalle Commissioni competenti sul tema sono stati favorevoli, fatta eccezione per il parere espresso dal Comitato per la legislazione che ha segnalato una difficoltà di coordinamento con riferimento al comma 4-bis dell'articolo 1. Rispetto a tale osservazione le Commissioni non hanno ritenuto di dover accogliere un ulteriore approfondimento che, evidentemente, trattandosi di una osservazione dal Comitato per la legislazione, sarà possibile verificare, valutare ed approfondire durante la discussione in aula.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.
GIOVANNI DELL'ELCE, Sottosegretario di Stato per le attività produttive. Nel 1990, un decreto ministeriale impose nuovi limiti di emissione in atmosfera per tutte le centrali elettriche.
L'adeguamento ambientale degli impianti doveva essere progressivo e terminare al 31 dicembre 2002. Quasi tutte le centrali si sono adeguate, ma le centrali di cui sopra - quelle di Porto Tolle, Brindisi Nord e San Filippo del Mela - non hanno avuto le autorizzazioni locali per fare i lavori di ambientalizzazione previsti e, al 31 dicembre 2002, non sono risultate pronte a rispettare i nuovi limiti di emissione.
Il gestore della rete di trasmissione nazionale - e non il Ministero - considera le tre centrali indispensabili per la sicurezza del sistema elettrico nazionale. Su proposta del ministro Marzano è stato allora adottato il decreto-legge n. 281 del 23 dicembre 2002, che evita la chiusura delle tre centrali; se così non fosse stato, il picco di domanda elettrica, tradizionalmente più elevato nella stagione invernale e, in questi giorni, ancora più evidente a causa della bassissima temperatura, avrebbe potuto non essere soddisfatto, con drammatiche conseguenze per la nazione intera e, in particolare, per le zone adiacenti alle tre centrali.
Il provvedimento copre un periodo transitorio, dal momento che il decreto-legge «sblocca centrali» ha già autorizzato - come affermava il relatore - nuovi impianti per 8.200 megawatt di energia e la trasformazione di alcuni vecchi impianti. I nuovi impianti e i vecchi impianti trasformati hanno caratteristiche ambientali compatibili con gli impegni internazionali che l'Italia ha assunto per l'emissione di CO2. Quindi, entro il 2005, la situazione sarà completamente difforme, rendendo così credibile e documentato il carattere transitorio del provvedimento.
Per effetto del decreto-legge 23 dicembre 2002, n. 281, i proprietari dei tre impianti hanno già predisposto i piani di gestione che prevedono un funzionamento massimo fino all'80 per cento della capacità produttiva e il massimo contenimento oggi possibile delle emissioni.
I piani di gestione devono essere approvati dal Ministero delle attività produttive; nel documento di approvazione saranno ridefiniti gli interventi di ambientalizzazione che andavano fatti entro il 31 dicembre 2002 e sarà confermata al 31 dicembre 2004 la nuova scadenza per la loro attuazione.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Lion. Ne ha facoltà.
MARCO LION. Signor Presidente, credo che la prima considerazione da fare rispetto a questo decreto-legge è che siamo, sostanzialmente, di fronte ad un fallimento. Si tratta del fallimento dello Stato di diritto e della nostra organizzazione, a tutti i livelli, sia nazionale sia locale, perché non si sono fatti rispettare i parametri di legge e per 13 anni si è consentito a tre aziende che producono energia elettrica di continuare ad inquinare. Purtroppo, a distanza di pochi giorni dalla fine del 2002, qualche giorno prima di Natale, abbiamo avuto l'amara sorpresa di un decreto-legge che consente un'ulteriore proroga a tre realtà industriali che non hanno saputo né voluto mettersi in regola.
Entrando nel dettaglio, questo decreto-legge è finalizzato essenzialmente a consentire la continuazione dell'attività di tre centrali termoelettriche, vale a dire quelle di Porto Tolle, in provincia di Rovigo, di Brindisi nord e di San Filippo del Mela, in provincia di Messina. Alcuni di questi impianti fanno capo ad un'azienda importante per il nostro paese. Sto parlando dell'ENEL. Purtroppo, essi non risultano assolutamente in linea con i parametri stabiliti dalla normativa ambientale e avrebbero dovuto essere chiusi il 31 dicembre 2002. Convertire in legge questo decreto-legge significa impedire la chiusura di impianti industriali che superano ampiamente i valori limite di emissioni inquinanti stabiliti dalla nostra legislazione sia per quanto riguarda l'aria sia per quanto riguarda la ricaduta al suolo di sostanze pericolose per l'ambiente e, soprattutto, per la salute dei cittadini.
La posizione dei Verdi su questo provvedimento è di assoluta contrarietà, non soltanto per il fatto che si tratta di un provvedimento contro l'ambiente, ma anche perché riteniamo sia, come al solito, un ennesimo attentato alla legalità, all'equità e alla giustizia, oltre che alla nostra Costituzione. Ancora una volta, ci vediamo chiamati a convertire un decreto-legge che, oggettivamente, nella forma e nella sostanza, viola la nostra Costituzione, in primis perché non possiede alcuno dei requisiti indicati dall'articolo 77 della Costituzione. L'urgenza è smentita dal fatto che le norme che si intende disapplicare risalgono al 1990; inoltre, né l'urgenza né la stessa necessità di mantenere aperti i tre impianti risultano dimostrate dalla relazione che accompagna il decreto-legge.
Oltretutto, a nostro avviso, questo provvedimento configura, dal punto di vista sostanziale, una palese violazione di valori fondamentali come la difesa della salute e dell'ambiente, ritenuti meritevoli di tutela costituzionale e garantiti dagli articoli 9 e 32 della Costituzione stessa. La gravissima ed ingiustificabile inadempienza, questa volta - devo dire - non del Governo bensì dei gestori degli impianti, viene completamente coperta da questo Governo con l'ennesimo atto di irresponsabilità nei confronti della legge, della sicurezza e della tutela dei cittadini.
Devo dire che in questi 13 anni si sono susseguiti diversi governi e, quindi, la responsabilità va attribuita, sicuramente, a quanti nel corso degli anni hanno preferito mantenere la situazione così com'era, nonostante una forte opposizione sociale nei comuni ove sono situati questi impianti. Si tratta di un'opposizione trasversale che si manifesta anche oggi e che riguarda tutte le forze presenti in Parlamento, che, pur nelle diverse posizioni espresse in aula, a livello locale combattono contro la presenza di queste realtà inquinanti.
Purtroppo, devo aggiungere che è uso costante di questo Governo annullare, abrogare e rendere inattuabili tutte le norme che stabiliscono dei limiti - peraltro, spesso già elevati - all'inquinamento dell'aria e del suolo da parte di imprese, vuoi perché surrettiziamente considerate indispensabili, vuoi per motivi di fabbisogno energetico, come in questo caso, vuoi per motivi di emergenza sociale o per un'inconfessabile sudditanza culturale di questa maggioranza, ma purtroppo anche di una cultura esistente nel nostro paese in diverse forze politiche, nei confronti di
tutto ciò che è sviluppo e profitto, anche quando questo va a discapito della salute.
La questione centrale, secondo noi, è che il Governo ha dato una risposta all'inadempienza dei gestori seguendo un metodo sbagliato, perché invocando supreme esigenze di carattere energetico consente la prosecuzione a tempo indefinito dell'attività di queste centrali e non vi sarà più alcun riferimento al rispetto delle linee guida per il contenimento delle emissioni inquinanti da parte delle centrali termoelettriche che furono già stabiliti con un decreto ministeriale il 12 luglio 1990.
Il tempo trascorso da quella data certifica come ci siano stati omissioni e ritardi per adeguarsi alle leggi del nostro Stato da parte della proprietà delle tre centrali. Il decreto-legge configura una sorta di sanatoria ritagliata su misura per i tre impianti i quali, al contrario di altri, non si sono messi in regola con i limiti massimi di emissione stabiliti 13 anni fa, in ciò violando lo stesso principio di eguaglianza sancito dall'articolo 3 della Costituzione, a tutto svantaggio degli operatori economici che in questi anni hanno adattato la potenza degli impianti alle esigenze di tutela della salute, investendo in complessi interventi di «ambientalizzazione».
Ci domandiamo cosa penseranno quei gestori di centrali i quali si sono messi in regola per tempo compiendo importanti investimenti sia tecnologici che economici e che ora scoprono che, se non lo avessero fatto, non sarebbe successo loro nulla. Ma questa è una tipologia di domanda ricorrente con il Governo Berlusconi: una domanda che sicuramente si sarà fatto anche chi ha sempre pagato fino all'ultima lira di tasse, chi non ha mai esportato capitali all'estero o chi non mai barato sui bilanci.
La cosa più preoccupante è pensare, con queste modalità di Governo - dai condoni, alla sterilizzazione dei reati ambientali come nel caso dei rifiuti (e il decreto «salva pet-coke» a Gela insegna) -, quanti saranno, da oggi in poi, coloro che si preoccuperanno di adeguarsi alle normative vigenti o preferiranno attendere il decreto «salvatutto» di turno. Se fosse stato così indispensabile, il Governo avrebbe forse potuto stabilire una proroga ma doveva comunque mantenere in atto la normativa sui limiti di emissione, perché la sua modifica può consentire agli impianti di continuare a funzionare, di fatto, senza alcuna regola e senza alcun parametro.
Inoltre, non è possibile ignorare che, a seguito della riforma del titolo V della Costituzione, il nuovo testo dell'articolo 117 inserisce, tra le materie a legislazione concorrente, la tutela della salute, il governo del territorio, la produzione, il trasporto e la distribuzione nazionale dell'energia. Inoltre, lo stesso articolo 117 nel nuovo testo prevede che spetti alle regioni la potestà legislativa con riferimento ad ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato.
Vorrei ricordare che, con la sentenza n. 53 del 1991, la Corte costituzionale ha stabilito che non spetta allo Stato disporre con decreto del Ministero dell'ambiente la cessazione dell'efficacia di precedenti provvedimenti amministrativi regionali difformi dalle linee guida e dai valori minimi e massimi fissati; ma soprattutto con la sentenza n. 407 del 2002, la Corte costituzionale ha stabilito che l'ambiente, come la salute, è un valore universale, quindi, suscettibile di tutela trasversale in termini di competenza. Pertanto, sono pienamente legittimi i provvedimenti regionali maggiormente cautelativi rispetto alla normativa nazionale. Per fortuna, nel corso dell'esame al Senato, anche grazie agli emendamenti presentati dai Verdi, sono state introdotte almeno alcune modifiche per ribadire la competenza regionale, anche se sono probabilmente insufficienti.
Questo decreto-legge contiene impropriamente una disciplina innovativa per la messa in regola dei tre impianti che risulta difforme da quella adottata per il resto delle centrali termoelettriche in Italia, mentre sarebbe stato forse più opportuno e, comunque, certamente più corretto dal punto di vista giuridico e costituzionale avviare l'iter di un apposito disegno di legge ordinario sulla base del quale avviare
un dibattito approfondito e serio sull'impatto che queste centrali hanno sull'ambiente, sulle sostanze che esse prevedono di utilizzare in futuro o sulle altre centrali termoelettriche in genere.
In particolare, riguardo la vicenda dell'orimulsion - sulla quale interverremo successivamente, quando passeremo all'esame degli emendamenti che abbiamo presentato - non presenteremo soltanto emendamenti, ma ci riserviamo anche di presentare un ordine del giorno. Per ciò che concerne i pericoli che minacciano il nostro mare Adriatico - considerato che due di queste centrali sono situate proprio lì -, inquinato oltre che da queste centrali anche dai reflui urbani industriali di tante città del nord, del centro e del sud prive di depuratori, questi ultimi derivano anche dal trasporto, su carrette del mare, di prodotti petroliferi e di altre sostanze pericolose. A proposito di ciò, i Verdi hanno presentato una mozione e ben due disegni di legge - che, lo speriamo, verranno calendarizzati al più presto, a differenza di provvedimenti come questo di cui abbiamo iniziato l'esame - sui quali, se la tutela dell'ambiente e del nostro mare Adriatico è interesse di tutti, vorremmo si registrasse un dibattito, un consenso e la convergenza di tutti i gruppi sia di maggioranza sia di opposizione.
Comunque, come ambientalisti, ma prima di tutto come rappresentanti del popolo italiano, ci domandiamo se i disastri e le conseguenti inchieste della magistratura su Marghera, su Priolo - per citare solo il fatto più eclatante e più recente -, non abbiano insegnato nulla a questo Governo e alla nostra classe politica nazionale. Se qualcuno pensa di trasformare per decreto delle industrie pericolose ed inquinanti in realtà impunibili e con licenza di uccidere, dovrà assumersene la responsabilità morale e civile di fronte a tutti i cittadini.
Vogliamo dire subito e con chiarezza che sarà utile ed importante registrare i nomi di tutti coloro che voteranno a favore di questo provvedimento: per i cittadini che subiranno questa legge e perché domani, quando fra qualche anno si scopriranno i danni alla salute e all'ambiente che avrà provocato anche questo provvedimento, andranno ricordati i nomi di coloro che oggi si professano rappresentanti del popolo, ma che senza nessuna remora condannano un numero enorme di cittadini impotenti a subire l'avvelenamento dell'aria e del suolo; e ciò solo perché tre gestori di impianti termoelettrici non hanno ottemperato in tempo ad una normativa risalente a ben tredici anni fa.
D'altronde, pensando all'ENEL, se, per quanto riguarda Porto Tolle e l'altro l'impianto siciliano, non ha ottemperato al decreto ministeriale del 1990, ci sarebbe da chiedersi come mai questa azienda abbia speso migliaia di miliardi negli affari della telefonia - con Wind - o nel settore delle multiutility. Ecco descritta la posizione dei Verdi rispetto a questo decreto-legge: in ogni caso, avremo, comunque, modo di parlarne nel corso dell'esame degli emendamenti.
Noi crediamo sia importante raggiungere alcuni obiettivi in corso di discussione e che sia possibile modificare e migliorare questo decreto-legge. Nutriamo speranze nel lavoro che verrà svolto nei prossimi giorni; credo vi siano degli emendamenti interessanti che potranno essere condivisi, anche perché la situazione a livello comunale nei tre centri oggetto di questa proroga, di questa deroga vede sicuramente schierati - in maniera magari contrapposta alla posizione che abbiamo oggi in quest'aula tra i vari partiti - la popolazione e le forze politiche locali. Quindi, credo che, anche ascoltando ciò che arriva dal territorio, il Parlamento potrà, forse, riuscire a migliorare questo provvedimento.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Quartiani. Ne ha facoltà.
ERMINIO ANGELO QUARTIANI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor sottosegretario, il Parlamento è chiamato, ancora una volta, ad esprimersi in materia di centrali elettriche e di impianti di generazione elettrica a seguito di un intervento
per decreto-legge del Governo nazionale. Ciò era già stato fatto con il cosiddetto decreto-legge «sblocca centrali»; ad un anno di distanza da quel provvedimento, il Governo chiede di convertire in legge un altro decreto-legge che, questa volta, potrebbe essere chiamato proroga centrali.
Con il decreto-legge che ci si accinge a convertire in legge dello Stato si prospetta il mantenimento in servizio delle centrali termoelettriche di Porto Tolle, Brindisi nord e San Filippo del Mela, e si chiede di prorogarne la vita, ma per decidere occorre sapere bene di che cosa si tratta. Si tratta di centrali che rappresentano un caso acclarato di non adeguamento alle norme vigenti relative alla pericolosità delle emissioni dovuta alla vecchia tecnologia produttiva e di generazione, ivi compreso il tipo di combustibile utilizzato. Sono centrali la cui vita è caratterizzata da una certa monotonia di continuità nello sfruttamento, senza che siano intervenuti mai elementi di innovazione e, pertanto, avrebbero dovuto cessare di funzionare alla fine del 2002. Due di questi impianti di generazione sono stati trasferiti ad altra proprietà rispetto a quella originaria, ma né la proprietà pubblica prima né quella privata oggi pare siano in grado di garantire una loro rapida riconversione, un loro adeguamento ai parametri di riferimento in materia di emissioni e di inquinamento.
Queste centrali si potrebbero chiudere se non fosse che in un anno il decreto sblocca centrali ha dato luogo, come ci ha riferito anche il sottosegretario, solo all'autorizzazione, ma nessun cantiere per 8200 nuovi megawatt ed un certo numero di permessi di rinnovamento. Il decreto sblocca centrali ha prodotto forse allora troppa burocrazia, permessi, ma non un solo megawatt in più ed ha determinato solo un gran numero di contenziosi con regioni ed enti locali. Lo stesso risultato si potrebbe ottenere anche con questo decreto proroga centrali se il loro adeguamento alla norma si voglia imporre attraverso procedure che replicano quelle centralistiche previste dal decreto sblocca centrali che, a sua volta, replica quelle previste dalla legge obiettivo.
Ciò va chiarito a premessa di qualsiasi osservazione relativa alla tempistica, alle sanzioni e a quant'altro, alle proposte innovative che possono essere introdotte per migliorare il decreto stesso. Non vi è, cioè, e non vi sarà un futuro che contempli maggiore potenza installata compatibile con l'ambiente e con le esigenze del territorio se non si persegue il consenso delle popolazioni locali e dei loro legittimi rappresentanti istituzionali e se ciò non lo si fa anche con un riconoscimento di meccanismi atti a definire patti ed accordi, a Costituzione vigente, con le regioni e gli enti locali, patti dei quali ciascun contraente si senta tenuto a rispettare il contenuto ed i tempi, ma così non è previsto nella norma proposta. Infatti, il decreto, ad esempio, utilizza il potere sostitutivo previsto dall'articolo 120 della Costituzione, per quanto dovuto alla materia energetica interessante il Ministero delle attività produttive, ma per farlo l'accento è posto sulla sicurezza del sistema elettrico nazionale, non su un procedimento concertativo, verificabile in tempi certi, la cui inottemperanza possa far scattare, concordemente con i soggetti contraenti il patto, i poteri sostitutivi dello Stato.
Diverso poi è il potere di intervento statale per quanto riguarda la materia ambientale per la quale sono definite potestà che non richiedono concorrenza. Prorogare d'imperio per decreto il funzionamento delle centrali oggetto del provvedimento può far correre il rischio di trovarsi di fronte a cattive sorprese se questa proroga non fosse inserita in un contesto di consenso locale e di programmazione nazionale e regionale collimanti, come in realtà si presenta oggi, cioè astratta dai contesti territoriali e dal consenso delle popolazioni e dei cittadini interessati. Il gestore della rete nazionale, infatti, ha posto la questione nei termini di un rischio di blackout, venendo a mancare quasi 5 mila megawatt di potenza installata
potenziale (circa, se non erro, il 10 per cento del totale della potenza nazionale).
Tuttavia, questa informazione non ci indica quali siano le alternative possibili fra due o tre anni all'eventualità di una cessazione della produzione di energia delle centrali termoelettriche di Porto Tolle, Brindisi Nord e San Filippo del Mela, eventualità da non scartare se dovesse dimostrarsi che i limiti previsti dalla legge non saranno rispettati dagli operatori nemmeno con l'utilizzo di combustibili quali l'orimulsion per Porto Tolle o San Filippo del Mela; oppure, se entro quella data, fine 2004-inizi 2005, non si dovesse realizzare neanche la riconversione a ciclo combinato della centrale di Brindisi nord.
Invece il richiamo del gestore della rete nazionale ci dice che siamo molto vicini alla soglia di rischio per il sistema nazionale, considerato che il picco massimo delle richieste di potenza sulla rete elettrica italiana è stato registrato il 12 dicembre 2002 con 52590 megawatt, ovvero 600 megawatt in più rispetto allo scorso anno. È chiaro che solo l'importazione salva l'Italia dal blackout: con oltre 50000 gigawatt importati che si aggiungono ai 270 mila di produzione nazionale, si superano infatti di soli 10 mila gigawatt quelli richiesti dal paese, ovvero oltre 300 mila. Ma l'importazione ha, tra le altre controindicazioni (tra cui la dipendenza) anche quella oggettiva della saturazione della rete: nuove non si impiantano dall'oggi al domani! Quindi, anche per questo motivo, senza una vera programmazione nazionale e territoriale che offra la possibilità di realizzare rapidamente nuove centrali utili a prevedere e a realizzare il rifacimento delle vecchie, quanti altri decreti-legge proroga centrali ad hoc dovrà discutere il Parlamento?
Questo è il vero problema che il decreto-legge non può nascondere, problema al quale peraltro non si offre soluzione nemmeno con il disegno di legge d'iniziativa del Governo di riordino del settore energetico, di cui dovremo occuparci nei prossimi mesi e che è già all'attenzione, in sede referente, della Commissione attività produttive.
Come il Governo scelga le priorità, selezioni le domande di nuove centrali o di repowering delle vecchie, non è dato sapere, se non che la programmazione del Ministero delle attività produttive, al momento, è svolta soltanto in base ad uno strumento improprio: la data di protocollazione delle domande stesse.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, si programma con il protocollo: ecco perché è al nostro esame adesso il decreto-legge proroga centrali, formulato con tutti gli errori che abbiamo voluto segnalare con i nostri emendamenti migliorativi ed ecco perché il precedente che può rappresentare questo decreto-legge è talmente importante per cui non se ne può sottovalutare la portata. Questo decreto-legge potrà fare scuola: di conseguenza, molti soggetti tenteranno di adottare lo stesso comportamento al riprodursi delle medesime condizioni. Per questo, non è consentita alcuna leggerezza né un sornione centralismo del Governo centrale perché impatterebbe con la ribellione del territorio. Non è praticabile alcuna procedura dirigistica separabile dall'ambiente locale e soprattutto non lo è per chi predica, oltre il federalismo, la devolution; non è consentito alcun pragmatismo di sorta, contrapposto all'esigenza di programmazione verso la quale e verso chi la sostiene si guarda spesso con un sospetto ideologico.
Non è consentita alcuna limitazione delle esigenze di un processo di liberalizzazione, al quale è affidata nel mercato la possibilità di reperire le risorse necessarie ad incrementare la produzione di energia elettrica del paese ed insieme non è consentito alcun atteggiamento lassista in termini di ricerca di modalità di produzioni compatibili con l'ambiente, rispettose dei limiti previsti per le emissioni in atmosfera, né è consentito sottovalutare il ruolo della ricerca applicata in questo campo.
Lo sforzo del legislatore, anche quando questi sia il Governo, deve sempre essere quello di superare il richiamo all'emergenza. Una legislazione di tipo emergenziale
e frammentaria è indice di insicurezza, produce insicurezza la cui ricaduta è a sua volta negativa, ai fini del dispiegarsi di un processo sicuro di liberalizzazione, per il quale servono certezza e continuità d'azione, non legislazione d'emergenza e decreti-legge ad hoc definiti.
Eppure basterebbe semplicemente applicare la legislazione esistente, a cominciare dai decreti Letta e Bersani, ai quali possono essere apportati i correttivi necessari ai fini di un adeguamento ai tratti di modifica e di evoluzione del sistema elettrico. Ma anche solo per applicare le leggi esistenti, prima di farne delle nuove, occorrerebbe disporre dei dati e delle informazioni di quadro. Invece, non solo non si danno le sufficienti informazioni di quadro, ma non si dice, né ci si pone il problema di quanti saranno da qui a due anni gli impianti che si troveranno nelle medesime condizioni delle centrali di cui discutiamo oggi e che andranno sottoposti a chiusura o a riconversione, anche in relazione all'accordo e al portato dell'accordo sulle nuove quantità di emissione e sui limiti di emissione in sede europea e che, per essere riconvertiti, devono essere sostituiti da altri impianti, dei quali non si conosce la disponibilità effettiva nel tempo medio-breve. Al garante della rete nazionale occorre chiedere un piano di utilizzazione complessivo, non solo quello relativo alle tre centrali. Che razza di modo di programmare è quello dettato dall'urgenza?
I piani di gestione, che sulla base del piano del gestore della rete di trasmissione nazionale occorrerebbe chiedere a ciascun operatore nel campo della generazione, hanno bisogno di tempi medi di realizzazione e di certezza legislativa, indipendentemente dall'emergenza. Infatti, per ottenere una tensione adeguata verso piani precisi, su cui convergano tutti i soggetti economici ed istituzionali interessati, occorre fissare tempi certi, due anni e non di più per quegli impianti come i tre oggetto del decreto-legge, per i quali sono da pianificare l'adeguamento e l'ambientalizzazione, pena la chiusura degli impianti medesimi, per adeguarli ai limiti di emissione previsti dal decreto del Ministero dell'ambiente del 12 luglio 2001.
I produttori non devono minacciare la chiusura, ma devono adeguarsi, pena la chiusura degli impianti e il non riconoscimento di nuova equivalente potenza installabile da parte degli stessi. Ma una sanzione di questo tipo occorrerebbe prevederla, perché non c'è. Per fare ciò occorre spingere con più vigore verso il mercato, perché aumenti il numero degli operatori e dei soggetti disponibili ad investire nel settore della generazione elettrica e nei processi di innovazione della stessa, a cominciare da quelle a forte contenuto ambientale. Ad esempio, occorrerebbe evitare che le società ex genco si accomodino indisturbate a vendere la loro energia a ENEL, non intervenendo sul miglioramento degli impianti che hanno acquistato. Ecco perché le regioni devono poter decidere con il garante della rete nazionale e il ministro dell'ambiente - e quello delle attività produttive, quando è necessario - in modo da definire piani che prevedano sino all'effettiva chiusura degli impianti stessi.
In questo senso vanno alcune nostre proposte emendative che sottoponiamo all'attenzione dell'Assemblea, dei relatori e del Governo. In particolare, il gruppo DS-l'Ulivo ha presentato emendamenti che tendono a fare in modo che, da parte del proprietario dell'impianto, si determini un preciso rispetto dei tempi di realizzazione degli interventi di ambientalizzazione e che quindi, in mancanza di questo impegno, la centrale sia progressivamente e rapidamente condotta alla chiusura, compatibilmente con le esigenze di sicurezza e di efficienza della rete elettrica nazionale.
Il Parlamento, dopo due anni dall'approvazione della legge, deve essere posto nelle condizioni di non dover tornare a deliberare sulle medesime centrali e sulla medesima materia. Devono essere poste cioè le condizioni perché, se l'ambientalizzazione delle centrali non sarà raggiunta, queste siano chiuse. Perciò serve un ruolo attivo di tutti i protagonisti istituzionali e degli operatori.
Come si possa determinare questa condizione è quel che nel decreto-legge non si dice e forse non è la sede per dirlo, ma non lo si dice neanche altrove.
Nemmeno nel disegno di legge Marzano si dice quali siano, oltre allo sblocca centrali, i provvedimenti adottati o adottabili per fare in modo che nel 2004 sussistano, comunque, le condizioni per una alternativa ai 5 mila megawatt che possono venire a mancare dalla eventuale chiusura delle tre centrali ed i nuovi siti in cui possano collocarsi le nuove produzioni.
Anche per questo motivo, all'inizio del 2005 dovremmo già essere in pieno mercato libero dell'energia e la cattiva qualità e l'insicurezza non si accoppiano con il mercato, così come la competizione tra forme diverse di generazione non sopporta l'attardarsi di un sistema di generazione fatto di vecchie centrali contestate localmente e contestabili sul piano delle compatibilità ambientali che sprecano risorse e che mal si concilierebbero con il pieno dispiegarsi, ad esempio, della borsa elettrica in regime di concorrenza.
Per fare concorrenza ci vuole più offerta rispetto ad una domanda valutata in crescita, in crescita nonostante l'immobilità di un'economia compressa e piatta.
La domanda di energia cresce più della crescita quantitativa del PIL perché più qualità dei servizi e della vita porta a consumare più energia la quale, a sua volta, deve assolutamente essere prodotta con meno sprechi, a minor costi economici ed ambientali, per la salute, nella sicurezza e nella continuità del servizio per i cittadini e gli utenti. Ciò si ottiene anche con la differenziazione dei combustibili impiegati e delle tecnologie che sottostanno all'innovazione nella generazione di energia. Si ottiene anche chiudendo linee e cicli di produzione vecchi, sostituendoli con nuovi, in siti nuovi, liberando pezzi di un territorio da restituire alla sua originaria vocazione, quali, ad esempio, i parchi naturali.
Militano anche altri motivi di carattere più specifico (oltre a quelli generali di cui ho parlato) in direzione di una valutazione negativa del decreto-legge, nel caso in cui il Governo e la maggioranza dovessero insistere a mantenerlo così com'è senza alcuna sostanziale modifica. I motivi locali vanno da quelli di Porto Tolle, di una centrale di potenza quasi doppia rispetto alle altre, oggi alimentata ad olio combustibile (domani forse ad orimulsion, miscela di bitume naturale dell'Orinoco, miscela di bitume ed acqua ad alto contenuto di zolfo), ai motivi relativi a Brindisi nord che da tempo aspetta la riconversione in ciclo combinato, a quelli di San Filippo del Mela, centrale ad olio combustibile con progetti controversi di possibile riconversione ad orimulsion.
Su quest'ultima centrale, peraltro, vi è un problema relativo alla legislazione della regione che, per ridurne le emissioni, ha ottenuto, con una propria legge, l'effetto di ridurre la capacità produttiva della centrale che, quindi, opera già al di sotto delle potenzialità. Oltre a ciò, vi è anche il problema relativo al combustibile utilizzabile da parte dei produttori, molto dubbio sia a Porto Tolle sia a San Filippo del Mela dove si verrebbe a definire l'ambientalizzazione con l'uso di orimulsion che non solo presenta emissioni ad alto contenuto di zolfo ma che necessita di modalità di utilizzo (dal trasporto al riutilizzo delle scorie gessose delle lavorazioni) non propriamente compatibili con parchi nazionali, fluviali o marini e con le coste del nostro mare italiano.
Ciò detto, resta da sottolineare che, comunque, vanno stabiliti tempi, modalità di intervento, date certe e sanzioni in grado di ottenere effettivamente i risultati attesi, insieme ad un approccio al tema energia che sappia valorizzare contemporaneamente liberalizzazione e programmazione. Se si vuole, si può cominciare anche dall'emergenza di un decreto-legge come questo. La maggioranza ed il Governo se vogliono, quindi, possono già dimostrare la loro disponibilità a lavorare in questa direzione da oggi. Noi non rinunceremo a fare la nostra parte, la parte di un'opposizione che non fugge davanti ai problemi ma ne indica le soluzioni e si batte perché, in tema di centrali termoelettriche e di energia, gli
interessi del paese possano coincidere con quelli dei cittadini, degli utenti, dei consumatori e dei produttori, dell'ambiente e della natura (Applausi).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Frigato. Ne ha facoltà.
GABRIELE FRIGATO. Signor Presidente, onorevole sottosegretario di Stato, onorevoli colleghi, credo che la discussione relativamente al disegno di legge di conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 23 dicembre 2002, n. 281, recante mantenimento in servizio delle centrali termoelettriche di Porto Tolle, Brindisi nord e San Filippo del Mela, che è già stato approvato dall'altro ramo del Parlamento, sostanzialmente ci invita ad una riflessione che è sicuramente antica e tuttora aperta. È antica perché il rapporto tra lo sviluppo, la ricerca di migliori condizioni di vita per l'uomo e l'ambiente, la difesa dell'ambiente, la tutela della qualità della vita, sostanzialmente rappresentano le due facce di una stessa medaglia, ma anche una continua contrapposizione, una continua lotta che non si è ancora risolta, che è tuttora aperta, probabilmente perché non abbiamo ancora trovato e non riusciamo a trovare l'elemento di equilibrio tra lo sviluppo e la tutela dell'ambiente. Questa, però, è anche l'occasione perché ancora una volta si confrontino due modalità, due metodi di approccio ai problemi: da una parte chi pensa di risolvere tutto in un colpo, dall'altra chi pensa che, invece, con la gradualità e facendo un passo volta, probabilmente, ci si avvicina di più all'obiettivo finale.
Ho detto questo, in premessa, signor Presidente, colleghi, perché ritengo che questo decreto rappresenti una pezza che viene posta su un problema che rimane aperto. Il problema non viene affrontato, le scelte vengono rinviate. Abbiamo sentito nella presentazione da parte dei relatori e anche nell'intervento del sottosegretario che, sostanzialmente, non si poteva e non si può fare diversamente. Il gestore della rete ha bisogno di energia, il paese chiede energia; il gestore ne ha la necessità e, quindi, il produttore dice: vado avanti, ma, se chiudo, di energia non ve n'è. Mi pare che sostanzialmente possiamo ridurre a questo la questione.
Il sottosegretario ha aggiunto, un po' a difesa dell'ente produttore, dell'azienda produttrice, che i piani di ambientalizzazione sono stati presentati, ma gli enti locali li hanno bloccati. Io non conosco le altre situazioni, ma quella della mia regione, quella della mia provincia la conosco bene. Se dobbiamo essere precisi, come lo è stato il sottosegretario, io preferisco esserlo un po' di più e dire in quest'Assemblea che la responsabilità del blocco del piano di ambientalizzazione per le centrali di Porto Tolle è totalmente a carico della regione Veneto, che mai ha partecipato agli incontri promossi dal ministero, il quale ha sempre interloquito con la provincia di Rovigo e con il comune di Porto Tolle o con i comuni interessati all'area. Non lo dico certamente per polemica, lo dico perché resti agli atti di questo Parlamento che anche in questa materia la regione Veneto ha sicuramente una pesante responsabilità. Tornando al decreto, occorre dire che esso ci è stato presentato come qualcosa di dovuto (non si può fare diversamente, si dice).
Certamente, dal 1990 al 2002 si sono susseguiti diversi governi e quindi credo che nessuno di noi, in quest'aula, possa alzare il dito in modo più incisivo di altri ma che ognuno di noi in maniera serena e pacata abbia il dovere di sottolineare gli elementi di difficoltà, di debolezza e le mancate scelte che, anche questa occasione, non riusciamo a fare con questo decreto.
In un paese che - è già stato ricordato - è la settima potenza internazionale, l'approvvigionamento energetico è sicuramente importante ma il tema della diversificazione delle fonti energetiche mi pare ancora aperto così come il tema della limitazione dei consumi energetici che significa educare i nostri ragazzi ad un approccio diverso con i beni, con l'energia, con i consumi; la ricerca di soluzioni alternative; i fondi per la ricerca e l'innovazione
tecnologica. Questi, io credo, sono i temi che un paese serio cerca di approfondire e a cui cerca di dare risposte. Certamente, questi sono i temi che vanno posti oggi, per allora, in una programmazione. E non mi nascondo dietro un dito dicendo che, facendo questo, oggi possiamo chiudere le centrali ma colgo l'occasione per richiamare le forze politiche e, prima ancora, il Governo perché mi pare che questi siano i temi sui quali, sicuramente, abbiamo il dovere di procedere e di ricercare le soluzioni.
Questo decreto-legge, sostanzialmente, si limita a prendere atto del fatto che non sono state diminuite le emissioni in atmosfera, che non si è provveduto a limitare i danni ambientali, e dunque, è necessario chiudere un occhio perché il paese ha bisogno di energia, concedendo due anni di tempo per provvedere a questi piani di ambientalizzazione; insomma, è una proroga per i prossimi due anni. Ci saremmo aspettati uno sforzo di fantasia da parte del Governo e, soprattutto, un'attenzione un po' più particolareggiata.
Il collega relatore ricordava la specificità del territorio del San Filippo del Mela. Io non conosco quella zona e mi fido certamente delle parole del relatore, non conosco la zona di Brindisi nord ma, essendo residente nella provincia di Rovigo, ho qualche cognizione della realtà del delta del Po e della realtà di Porto Tolle. Devo dire, signor Presidente, che noi riteniamo - dico noi per dire la comunità polesana - che la scelta, fatta in quegli anni, di individuare nel delta del Po la centrale nucleare Enel di Polesine Camerini sia stata una scelta sicuramente intelligente. Noi riteniamo che oggi quell'area sia stata recuperata al territorio nazionale a pieno titolo, mentre qualcuno, in quegli anni immaginava, che ad est della strada statale Romea si potesse sostanzialmente lasciare che la situazione andasse come natura voleva (il collega Grotto probabilmente lo sa meglio di me).
In quegli anni la scelta è stata quindi intelligente, in quanto con essa si volle dire che il territorio italiano non finiva con la strada romea, ma andava oltre; oggi quel territorio è stato pienamente recuperato alla comunità nazionale ed è stato scoperto come area di particolare pregio ambientale: esso, infatti, è parte del parco regionale del delta del Po, e, assieme al parco veneto ed al parco regionale del delta del Po dell'Emilia-Romagna, forma sostanzialmente un'unica area protetta; ebbene, in questo momento il modello di sviluppo di quell'area deve tener conto della sua vocazione ambientale: deve cioè tenere in debita considerazione le opportunità e le sue potenzialità ambientali, che possono tradursi in sviluppo, ricchezza ed occupazione.
È per questo motivo, signor Presidente, che il collega Grotto ha presentato una proposta emendativa, alla quale mi riservo di aggiungere la mia firma, tendente a dichiarare la sostanziale disponibilità del territorio del delta a, tra virgolette, pagare l'ultimo prezzo in termini di approvvigionamento energetico al tavolo nazionale; vorremmo, però, che in quest'aula vi fosse almeno un segnale politico che consenta di dire che alla fine di questo processo, al termine del percorso di ambientalizzazione, al termine dell'investimento che l'ENEL andrà ad attuare in questa centrale, tale area potrà essere recuperata, attraverso un modello di sviluppo che sia coerente, che sia in linea con la tutela dell'ambiente, con la valorizzazione dell'ambiente, con l'utilizzo intelligente del valore ambientale. Questo mi pare sia l'elemento di maggiore preoccupazione che mi permetto di sottoporre all'attenzione dell'Assemblea.
Non voglio sottrarmi al tema che più di qualche collega ha evidenziato; non è oggetto di questo provvedimento la tipologia di carburante da utilizzare. Dal punto di vista politico, ritengo che in un processo produttivo - lo dico nella mia semplice e non certamente lunga o ricca cultura industriale - ci si debba preoccupare maggiormente di quali siano i guasti che lo stesso potrebbe portare all'ambiente; in una parola, quando si brucia qualcosa, credo ci si debba preoccupare dei fumi immessi nell'aria e, quindi, del possibile inquinamento (non ci dovremmo
particolarmente preoccupare della materia che viene utilizzata in un processo produttivo). Mi attengo a questo e dico che la preoccupazione, che per la verità riscontro nel provvedimento, è quella di far sì che anche queste tre unità produttive rientrino, seppure con ritardo, nei parametri previsti dalla legge, rispettando quelle percentuali che ormai 12 anni fa l'Italia si è data per controllare che un'attività produttiva, seppur importante ed a volte necessaria al paese (come in questo caso), non sia esercitata superando determinati limiti di inquinamento.
Infatti, il bene ambiente è un bene che abbiamo e che, sostanzialmente, non ci è dato in proprietà, ma che vogliamo e dobbiamo consegnare ad altri.
Signor Presidente - concludo davvero - se questo provvedimento sollecitasse il Governo e le forze politiche a prendere in più seria considerazione la necessità della domanda energetica nel nostro paese, fornendo risposte più coerenti con una visione generale del problema, allora probabilmente potremmo anche dimenticare il decreto-legge stesso, sul quale, però, in questo momento, preannuncio il voto contrario da parte del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo.
Tuttavia, se questo voto contrario dovesse assumere un determinato significato e portare ad un ragionamento nuovo e diverso, probabilmente, anche questa occasione non sarebbe stata persa (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Sandri. Ne ha facoltà.
ALFREDO SANDRI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, come è stato ricordato dagli altri colleghi intervenuti, il provvedimento in esame proroga i termini di adeguamento degli impianti di tre centrali di produzione di energia elettrica. A questi gestori non sono stati sufficienti 13 anni (come prevedeva la legge del 1990) per mettersi in regola e due anni sono i tempi supplementari che vengono concessi.
Il decreto-legge è necessario? Data la situazione, la risposta non può che essere affermativa. Tuttavia, è doveroso chiedersi per quali ragioni le tre centrali in oggetto non hanno adeguato gli impianti e non hanno rispettato i tempi, continuando ad impregnare l'aria ed il suolo di sostanze ritenute pesanti per l'ambiente e per la salute dei cittadini.
Come hanno detto gli altri colleghi della minoranza, non siamo interessati alla polemica per la polemica, ma non vi è dubbio alcuno sul fatto che i ministeri competenti avevano l'obbligo di attivare tutte le iniziative del caso per richiamare i gestori al rispetto dei tempi e delle scadenze previste dalla legislazione vigente. Perché questi ritardi? Lo hanno ricordato anche gli altri colleghi. La relazione al decreto-legge non dice nulla al riguardo ed è priva di documentazione tecnica; pertanto, non ci è dato conoscere lo stato degli impianti, i progetti per la loro riconversione e le ragioni del contenzioso. Semplicemente, si chiede di concedere una proroga a termine, motivando il tutto con l'impellente necessità di produrre energia per il paese. Sarebbe stato più corretto informare sullo stato dell'arte, sulle reali difficoltà che si sono incontrate nella messa a norma delle centrali e, soprattutto, prevedere nel provvedimento stesso un indirizzo per la soluzione delle controversie tra le proposte del gestore e la posizione degli enti locali territoriali.
Non è, infatti, difficile immaginare che le ragioni del ritardo debbano essere ricercate nel fatto che i gestori di questi impianti (sicuramente, ciò vale per la centrale dell'ENEL di Porto Tolle) non si sono limitati a proporre un programma di ambientalizzazione per rientrare nelle norme previste dalla legge del 1990, ma hanno fatto coincidere tale rientro con un progetto di riorganizzazione della centrale, finalizzato, in primo luogo, all'abbattimento dei costi di produzione.
Nei progetti di ambientalizzazione sono previste nuove e più sofisticate tecnologie, funzionali alla riduzione delle immissioni inquinanti nell'aria e sul suolo, ma soprattutto siamo in presenza di programmi di
riconversione produttiva con l'uso di combustibili meno costosi, come l'orimulsion nel caso di Porto Tolle e di San Filippo del Mela in Sicilia.
Quando l'amministratore delegato dell'ENEL, il dottor Scaroni, afferma che l'obiettivo della ristrutturazione della centrale di Porto Tolle è la sostituzione dell'olio combustibile oggi utilizzato per la sua alimentazione con l'orimulsion, poiché in questo modo il prezzo dell'energia prodotta si riduce del 30 per cento, propone qualcosa di più della messa a norma degli impianti per la riduzione delle immissioni nell'aria di sostanze inquinanti. La causa del ritardo è, dunque, l'intreccio tra l'ambientalizzazione delle centrali in discussione, la loro riorganizzazione produttiva e la previsione dell'uso di combustibili pesanti che provoca reazioni negative tra la popolazione.
È del tutto evidente che i gestori delle centrali utilizzeranno il provvedimento per tagliare corto anche rispetto alla discussione aperta con le comunità locali sulla proposta, appunto, di utilizzo dei combustibili pesanti. Per di più, allo stato attuale, i gestori hanno un solo progetto sul tavolo il quale risponde ad un unico obiettivo: la ristrutturazione delle centrali per ridurre i costi di produzione attraverso l'utilizzo di combustibili che meglio rispondono a queste esigenze.
Per la realizzazione, quindi, di tali impianti due anni sono di misura. Abbiamo voglia a proporre ordini del giorno, come la Lega ha fatto al Senato, per impegnare il Governo a verificare se l'orimulsion sia un buon combustibile. La verità è che con la proroga per l'ambientalizzazione delle tre centrali stiamo approvando gli unici progetti presentati dal gestore realizzabili nei prossimi due anni. Si tratta di progetti sui quali insistono forti resistenze da parte delle comunità locali.
Il decreto-legge è necessario, ma riteniamo esprima un atteggiamento pilatesco del Governo in quanto ci si rifiuta di gestire le ragioni del conflitto. Finge di fare la voce grossa al gestore e si guarda bene dall'offrire uno sbocco alle riserve manifestate dalle comunità locali: per questo lo riteniamo inadeguato. La proroga doveva essere accompagnata da un indirizzo in grado di raccordare il bisogno di produrre energia con le sensibilità territoriali.
Ciò vale soprattutto per la centrale di Porto Tolle in quanto ubicata al centro di una zona di particolare pregio ambientale. Stiamo parlando di un'area di oltre 100 mila ettari di valli e dossi, in cui insistono centinaia di ettari di pinete. Si tratta di un insieme di fattori ambientali considerati, unitamente al delta del Guadalquivir in Spagna e del Rodano in Francia, gli ultimi residui di macchia deltizia mediterranea europea.
Ricordo che l'area del delta del Po è stata proposta nei documenti di programmazione economica nazionale degli anni settanta come un'area da destinare ad un parco naturale interregionale a fini multipli; che diverse convenzioni europee finalizzate alla salvaguardia delle aree di maggior pregio ambientale d'Europa intervengono con vincoli sul territorio; che le regioni Veneto ed Emilia-Romagna in questi anni hanno istituito, con leggi regionali, due parchi naturali; che in questi anni le stesse attività produttive si sono rese partecipi di tale processo procedendo alla riconversione di settori importanti del turismo, della pesca e dell'agricoltura con produzioni e servizi di alto profilo ambientale. Dunque, se può essere giustificata la scelta compiuta dall'ENEL trent'anni fa di ubicare in quell'area la centrale, oggi tale scelta non trova più una sua giustificazione, al contrario.
Ci si propone di approvare un piano di ristrutturazione e, invece di avviare un graduale alleggerimento della presenza industriale energetica nell'area, se ne prevede un ulteriore appesantimento. L'orimulsion, il combustibile con il quale si prevede di alimentare la centrale per produrre 2 mila megawatt, è uno dei peggiori. Per filtrare i fumi della combustione si dovranno utilizzare 600 mila tonnellate all'anno di calcare. Una volta usato lo si dovrà impacchettare e smaltire, per cui alla centrale si dovrà affiancare una nuova
attività produttiva in loco, nel delta del Po, per trattare l'utilizzo della roccia come rifiuto nocivo.
Inoltre, si stanno concedendo all'Edison le autorizzazioni per la realizzazione, a pochi chilometri di distanza, di un enorme serbatoio per lo stoccaggio e la distribuzione di gas liquido: 60 miliardi di metri cubi all'anno, trattati ad una temperatura di 160 gradi sotto zero, in mare, nell'area del Delta del Po (peraltro vorrei dire che questo impianto è stato rifiutato da Monfalcone e da Fano). Viene quindi spontanea una domanda: ma cosa intendiamo fare di quest'area? Un parco industriale energetico o un parco naturale? Siamo proprio sicuri che l'unica strada sia quella di ipotecare per altri trent'anni un'area territoriale di questo livello?
Come vedete, l'interrogativo non riguarda l'ambientalizzazione dovuta per legge, così come non è prevalente l'argomento della salute dei cittadini. Il tema è cosa si intende fare dell'area deltizia del più grande fiume d'Italia. Le regioni Veneto ed Emilia-Romagna hanno scelto: un parco naturale. L'ENEL e l'Edison vogliono invece un'area destinata alla produzione di energia. E il ministro dell'ambiente cosa ne pensa?
Noi siamo convinti della necessità di mettere in campo scelte che gradualmente restituiscano a quest'area la sua vocazione naturale. Siamo per una scelta in base alla quale la centrale di Porto Tolle venga alimentata da combustibili compatibili con il territorio. Così come riteniamo che in accordo con le regioni il ministro debba predisporre un piano che preveda nei prossimi 13 anni la chiusura della centrale e la realizzazione di impianti sostitutivi nel territorio delle due regioni, Veneto ed Emilia-Romagna; ciò per non compromettere il fabbisogno energetico del paese. Ma siamo anche dell'idea che la costruzione del serbatoio gassifero sia autorizzata solo e in quanto risulti positiva una valutazione ambientale strategica: la procedura del lavage (come è d'obbligo dal 2004 per quelle opere di forte impatto ambientale in aree dove ne risulta precario l'equilibrio).
Gli emendamenti da noi presentati vanno in questa direzione. Ci auguriamo pertanto che la discussione svoltasi in Commissione, così come i rilievi mossi anche da colleghi della maggioranza (della Sicilia e del Veneto), ne suggeriscano l'approvazione, in particolare laddove proponiamo una riconversione a termine della centrale di Porto Tolle nell'area del parco del delta del Po (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Alfonso Gianni. Ne ha facoltà.
ALFONSO GIANNI. Questo disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 281, che il Senato ci ha trasmesso, contiene una proroga per il mantenimento in servizio delle centrali termoelettriche di Porto Tolle, Brindisi nord e San Filippo del Mela. Preannuncio subito che siamo contrari a questo decreto-legge, perché pensiamo che questo provvedimento governativo rappresenti un significativo segnale di allarme di una situazione probabilmente destinata ad aggravarsi. In sostanza si vuole mettere il Parlamento di fronte ad un fatto compiuto: si dice in buona sostanza - come hanno accennato anche i colleghi che mi hanno preceduto - che di fronte ad un possibile eventuale blackout elettrico dobbiamo condannare le popolazioni di alcuni territori italiani a respirare, ancora per anni, aria inquinata. Se siamo giunti a questo punto la responsabilità non è di chi ha sempre combattuto tutti i processi di inquinamento ambientale in questo paese, bensì ritengo che siamo di fronte alle conseguenze derivanti dalle politiche liberiste che sono state realizzate anche in settori strategici (rispetto ai quali altri paesi hanno ben altri comportamenti), come indubbiamente quello della produzione di energia elettrica.
Nell'ambito del mercato elettrico, abbiamo conosciuto una politica di liberalizzazione e di privatizzazione molto spinta, una sorta di retromarcia rispetto alla grande riforma che portò, negli anni '60, alla nazionalizzazione dell'energia
elettrica e che caratterizzò l'esperienza riformatrice di quel primo centrosinistra.
Vi è stato prima il decreto legislativo Bersani e, successivamente, questa politica è stata confermata e aggravata, con un carico in più dal punto di vista ideologico, dal Governo Berlusconi. Ma questa politica sta mostrando le sue prime crepe, le sue prime contraddizioni e le sue prime conseguenze negative.
In forza delle linee per il contenimento delle emissioni inquinanti, approvate nel 1990, si decise dunque la chiusura di tutti gli impianti che, entro il dicembre 2002 - quindi, ci sono stati 12 anni di tempo per attuare queste misure -, non avevano posto in essere gli investimenti necessari per ridurre le emissioni in atmosfera entro i valori limite fissati dalla legge.
Gli impianti dei quali è stata decretata la chiusura dal 1o gennaio dell'anno in corso sono, appunto, quelli oggetto di questo decreto-legge: quello di Porto Tolle, in quanto non è stata ancora ultimata l'ambientalizzazione; quello di San Filippo del Mela, perché non è stato adeguato alle nuove normative regionali; quello di Brindisi nord, in quanto non è stata ancora completata la trasformazione della centrale a ciclo combinato.
Il fabbisogno di energia elettrica - scrive il gestore nazionale della rete - è in continuo e costante aumento. Tuttavia - facendo anche riferimento a considerazioni svolte prima di me - è discutibile che questo fabbisogno venga risolto attraverso la via dell'incremento della produzione, anziché attraverso l'altra possibile via, vale a dire quella del risparmio energetico. A questo riguardo, non esiste alcuna iniziativa apprezzabile, né dal punto di vista della semplice e banale propaganda, né dal punto di vista dell'informazione e dei suoi benefici, né dal punto di vista dell'educazione dei consumatori, dei giovani e delle famiglie né, tantomeno, dal punto di vista organizzativo del sistema industriale tesa ad affrontare questo problema. E questo - onorevole Germanà ed altri - è il primo punto e non si può sfuggire a questo dibattito con continui richiami alla cosiddetta oggettività dei bisogni materiali, in quanto non esiste un'unica via per affrontarli, non esiste one way, almeno non sarebbe dovuta esistere in un pensiero economico un po' più articolato di quello americano, come quello europeo: esistono diverse strade possibili.
Naturalmente, la discussione è interessante proprio perché uno sostiene una strada e uno sostiene l'altra, ma nessuno può affermare che un'alternativa non esiste; esiste, eccome! Esiste un'ipotesi di risparmio energetico che costa fatica, che costa investimenti, che costa soprattutto intelligenza e capacità di programmazione delle proprie azioni in ogni campo. Dunque, questa via esiste, ma non viene perseguita.
Il consumo elettrico, nel 2002, ha raggiunto i 310,3 miliardi di chilowattora, con un incremento sull'anno precedente dell'1,8 per cento, in parte recuperato da un aumento produttivo delle centrali nazionali, in parte attraverso una saturazione degli elettrodotti sui quali importiamo energia elettrica dall'estero.
Ciononostante, anche recentemente, nel mese dicembre, pur con condizioni favorevoli rispetto all'anno precedente - cioè, bacini idroelettrici pieni, inverno non rigido, poche centrali ferme per manutenzione -, il gestore nazionale della rete ci informa che siamo andati vicini ad un blackout elettrico, esponendo il paese alla stessa situazione accaduta nella ricca ed opulenta California.
Siamo, quindi, ad un paradosso: è lo stesso gestore nazionale della rete che ci chiede di non fermare queste tre centrali, appellandosi a superiori ragioni di sicurezza nazionale e, nello stesso tempo, venendo meno ai vincoli in materia di impegno ambientale che pure, dodici anni fa, ci si era solennemente posti. In altre parole, ciò significa che, dopo anni di politiche di liberalizzazione, l'erogazione dell'energia elettrica nel nostro paese non è più garantita a tutti i cittadini che la richiedano sia per scopi produttivi sia per usi domestici.
Quindi, la scelta di non battere la strada del risparmio energetico a tutto
campo comporta, poi, un'ipotesi di deficit di produzione che forza i vincoli ambientali che ci siamo dati e spinge a provvedimenti o, comunque, ad azioni o a punti di vista quali quelli contenuti nel decreto-legge al nostro esame.
Penso che ciò dimostri come la liberalizzazione del mercato elettrico e la privatizzazione dell'ENEL abbiano rappresentato una scelta sbagliata. So bene che questa scelta non è responsabilità soltanto dell'attuale Governo. Lo so bene e ho citato l'argomento in diversi articoli. Ne ha parlato lo stesso ministro Tremonti, in una sorta di resipiscenza, dalla quale non si capisce se davvero abbia avuto un ripensamento o se sia animato da una polemica politica contro il passato Governo di centrosinistra e contro i ministri, suoi predecessori. In ogni caso, in un'intervista significativa, consegnata all'autorevole quotidiano della Confindustria, Il Sole 24 Ore, egli diceva che, come è noto, nel periodo in cui, purtroppo, ha governato prevalentemente il centrosinistra - non purtroppo perché abbia governato, ma purtroppo per la scelta di cui sto parlando adesso -, vale a dire negli anni dal 1991 al 2001, l'Italia ha prodotto un volume di privatizzazioni inferiore soltanto a quello voluto dall'iperreaganiana signora Thatcher. Cito a memoria, non avendo trovato i ritagli di giornale, ma posso sbagliare di poco.
Quindi, siamo di fronte - diciamo così - ad un'orgia di privatismo e ad un inno alla dismissione dello spazio pubblico in campo economico; all'interno di questa scelta, indubbiamente, è intervenuta la privatizzazione dell'ENEL. E lo stesso Tremonti si chiedeva se questa fosse stata un'azione veramente intelligente e se avere dismesso l'ENEL e alcune società, mettendole in pratica in mano a colossi di provenienza straniera, avesse rappresentato una scelta giusta. Infatti, l'operazione non ha portato a 1.000 centrali gestite da privati allegri e - diciamo così - contenti del proprio lavoro, come è nella retorica liberale. Si è trattato, semplicemente, della sostituzione del monopolio pubblico, che, però, in qualche modo, poteva essere gestito nell'interesse della politica nazionale, attraverso il privilegio di monopoli che, invece, non sono condizionabili in ordine alle esigenze della politica nazionale.
Dunque, siamo di fronte ad un disastro dal punto di vista della concezione di un'economia integrata tra pubblico e privato e ad un disastro dal punto di vista della concezione del liberalesimo puro. Aggiungo che, se qualcuno avesse letto qualche scritto, non ultimi quelli del compianto signor Carlo Marx, forse si sarebbe potuto arrivare a queste conclusioni senza rifare l'esperienza. Ma, naturalmente, non possiamo chiedere a Tremonti ciò che Tremonti non può dare. Indubbiamente, quest'intervista sollevava un dubbio forte sulla spinta alla privatizzazione e segnalava la privatizzazione dell'ENEL tra gli errori commessi. E, tuttavia, si va avanti sostanzialmente su questa strada.
Il management (termine orrendo, persino non semplice da pronunciare ma che va molto di moda), il famoso ticket alla testa dell'ENEL, molto celebrato e molto ben retribuito, ha portato avanti questa politica di ridimensionamento dei centri ricerche, di licenziamenti di oltre 50 mila addetti, di riduzione degli investimenti sull'ambientalizzazione delle centrali, per cercare di puntare ad una multiattività in campo finanziario dell'ENEL, come l'ambita telefonia sul cui altare abbiamo già bruciato l'informatica - operazione questa che è il colmo della stupidità dal punto di vista di una politica economica nazionale -, o nel settore delle cosiddette multiutility.
In sostanza, qui siamo e qui restiamo - ahimè - e abbiamo quindi un decreto-legge che proroga centrali che sono fuori dalla norma sotto il profilo dei vincoli ambientali. Onorevole Germanà - l'ho seguita via video, anche se fisicamente non ero presente -, so bene che altrove l'energia elettrica viene prodotta dal nucleare e che questa costa meno. Dico, naturalmente, che per la Francia - vorrei usare un'espressione di un comico, che peraltro mi è molto simpatico - la proprietà statale non è al 100 per cento: se potesse, l'avrebbe al 110 o al 120 per cento. Si tratta di una battuta, anche perché, essendoci
in funzione il nucleare, ben si comprende che questo avviene. Ma ritorniamo nuovamente al campo delle sette pertiche, cari colleghi. Come prima, abbiamo un'alternativa: incremento della produzione energetica o risparmio energetico; moltiplicazione, evangelicamente, dei pani e dei pesci o divisione dei medesimi. Dico per inciso che in nessun vangelo dei quattro evangelisti esiste il termine «moltiplicazione»: si trattava di divisione. Questo era il miracolo, cioè non quello dell'opulenza, ma della solidarietà, perché nell'opulenza i miracoli li fanno tutti, forse anche Berlusconi: infatti è quando, diciamo così, la cinghia stringe e bisogna fare la solidarietà che il miracolo acquista un valore. Naturalmente, si tratta di una metafora etica, non è che sono impazzito e penso di risolvere il problema con le candele: è una metafora; saprete apprezzarla nel bene o nel male.
Anche qui siamo di fronte ad una scelta. O mi si dice che Three Miles Island è un'invenzione del cinematografo di Hollywood o mi si dice che Chernobyl è una manovra sovversiva dei ceceni; allora, chi sostiene questo può dire: avanti con il nucleare. Se invece questo non è (e ancora oggi chi adotta bambini handicappati che sono stati oggetto delle radiazioni nucleari emesse a Chernobyl sa quali disastri sull'umanità siano stati compiuti) forse ci si pensa due volte.
Siamo nuovamente punto daccapo. Prevalgono il calcolo economico, il criterio della profittabilità, il discorso sui margini o prevale un'idea più pensosa delle future generazioni che mette insieme risparmio energetico - che ci fa bene, perché c'è uno spreco, francamente, insopportabile: potremmo largamente fare a meno di tante luci o di tanti elettrodomestici contemporaneamente accesi e questo non riguarda solo la vita domestica ma anche le produzioni industriali -, con criteri di diversa concezione dell'intrapresa economica che non concentra in grandi luoghi, ma distribuisce sul territorio la produzione di cose essenziali come l'energia e, dunque, rifiuta come scelta la questione del nucleare e si sposta verso forme di produzione alternative di energia.
D'altro canto, onorevoli colleghi, a questo punto mi rivolgo, in modo particolare, alle forze del Governo del centrodestra e capisco che posso andare molto al di là di questo provvedimento, ma siccome siamo in sede di discussione sulle linee generali, signor Presidente, per me «generale» non è il comandante dell'armata ma è un tentavo di ampliare i nostri riferimenti. In questo senso, non è che noi possiamo - per l'esattezza voi, o meglio Bush figlio - attaccare la Corea del nord perché costituisce un pericolo per l'umanità dal punto di vista della possibile produzione di bombe atomiche nucleari semplicemente perché riattiva la produzione nucleare che la stessa Corea del nord definisce essere a scopi di pace, cioè a scopi di produzione energetica, e poi ritenere che la produzione nucleare in campo energetico sia la soluzione della civiltà verso la quale ci battiamo.
Non si può arrivare a questo livello d'ipocrisia: se si critica il nucleare da una parte, non lo si può esaltare dall'altra. Il massiccio utilizzo del nucleare a scopi di pace si collega, inevitabilmente, con la ricerca a scopi bellici, come già il geniale Albert Einstein ebbe ad osservare dopo che fu lui - naturalmente, sotto la scorta di un'esperienza - a sollecitare i famosi studi che poi portarono ad Hiroshima e Nagasaki.
Bisogna - diciamo così - avere un minimo di conseguenzialità, di coerenza, logica, prima ancora che politica. In ogni caso, questo è un confronto; io non accetto il discorso portato avanti da chi afferma che altrove l'energia elettrica costa di meno e, quindi, per non doverla importare, si è costretti a scendere sullo stesso terreno di altri; in buona sostanza, questo è lo stesso discorso della ricerca di forza lavoro al minimo prezzo. Dobbiamo, invece, porre due problemi: un risparmio energetico che si colleghi ad un'idea diversa, più umana, meno consumistica e meno subordinata ai fragili miti della vita comune odierna, ed un rispetto per l'ambiente.
Tale bene, infatti, finché non avremo scoperto un altro pianeta vivibile nel nostro universo - o nei tanti, ipotetici, universi che possono esistere secondo alcuni astrofisici - rimane il più importante, quindi lo dobbiamo preservare. In caso contrario, coloro che verranno dopo di noi ci accuseranno di insipienza politica e di insensibilità morale ed umana.
Come vedete, quindi, anche un decreto-legge di questa natura solleva interrogativi, grandi e discutibili punti di vista. Cerchiamo di parlarne, non mettiamo sempre in evidenza il cappello dell'emergenza, della necessità e della paura di rimanere al buio chiusi in ascensore, con conseguente esplosione demografica come successe in una vicenda newyorkese di tanti anni fa.
Questo è il punto che giustifica il nostro dissenso radicale; in conseguenza di ciò, valuteremo gli emendamenti che i colleghi hanno presentato, ma noi, in questo caso, abbiamo scelto una strada radicale - nel senso della radice e non dell'omonima forza politica -, cioè quella di non presentare emendamenti, ma di contrapporci frontalmente a questo decreto-legge. Naturalmente, ce ne assumiamo tutte le responsabilità, anche di fronte al pericolo di rimanere al buio; se non altro, resterà viva - non dico la luce, perché esagererei - una fiammella di intelligenza.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Grotto. Ne ha facoltà.
FRANCO GROTTO. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, l'approvazione di questo provvedimento permette il funzionamento di tre centrali termoelettriche, nonostante esse siano nettamente fuori legge per quanto riguarda il limite delle emissioni di gas e di inquinanti in atmosfera. Le centrali in questione sono quelle di Porto Tolle, Brindisi nord e San Filippo del Mela. Questi impianti non risultano in linea con i parametri stabiliti dalla normativa ambientale e, pertanto, sulla base del decreto ministeriale del 12 luglio 1990, avrebbero dovuto vedere sospesa la loro attività il 31 dicembre 2002.
Il mantenimento in servizio delle predette centrali viene disposto a seguito della richiesta del gestore della rete di trasmissione nazionale per evitare il pericolo di ripetute interruzioni nella fornitura di energia elettrica e, quindi, per garantire continuità nella copertura del fabbisogno energetico nazionale.
È da rilevare come il comma 2 dell'articolo 1 del decreto-legge in questione preveda che i proprietari degli impianti presentino entro il 24 gennaio del 2003 il piano di gestione degli stessi. Si desume, pertanto, che i predetti piani siano già stati presentati e sarebbe oggi interessante, anche per la discussione, conoscerli per valutare in modo più appropriato i termini della questione.
La mia prima valutazione sul provvedimento in esame è di carattere generale. Il provvedimento è il primo di tanti interventi di analoga natura e vi è il pericolo che ne seguiranno inevitabilmente altri nei prossimi anni proprio per garantire, così si dice, l'energia al paese. Questo si verificherà per una serie di motivi ed il primo fra tutti è la scarsa disponibilità di capacità produttiva (circa cinquantamila megawatt), a fronte di un fabbisogno nazionale che proprio lo scorso 12 dicembre del 2002 ha raggiunto un nuovo picco storico di potenza massima richiesta sulla rete elettrica italiana (circa 53 mila megawatt) e che negli anni a venire sarà destinato a registrare altri picchi di maggiore intensità.
In questo momento si riescono a coprire queste punte solo grazie all'energia elettrica che importiamo dall'estero e che, nelle migliori condizioni possibili, ci garantisce circa 6 mila megawatt. Questa è la ragione per cui, pur in presenza di un'inadempienza grave rispetto al decreto del Ministero dell'ambiente del 12 luglio del 1990 che avrebbe comportato la chiusura immediata delle centrali oggetto del provvedimento in esame, si è dovuto ricorrere alla decretazione d'urgenza.
Cosa succederà una volta approvato il disegno di legge del ministro Marzano sul riordino del settore energetico, attualmente discussione alla X Commissione
della Camera e che prevede, per il periodo 2003-2010, norme ancora più stringenti per la riduzione delle emissioni previste dagli impegni assunti dal protocollo di Kyoto? Assisteremo al proliferare di decreti-legge per il mantenimento in attività di una serie di impianti di produzione che non rispettano le normative ambientali? Certo, vi è da sperare che il decreto «sblocca centrali», nel medio periodo, favorisca una maggiore capacità produttiva e che, attraverso la realizzazione di nuove linee di trasmissione, sia possibile gestire al meglio i flussi di energia tra le varie zone del paese.
All'articolo 1, comma 2, si dice che il piano di gestione deve tenere conto del decreto del Ministero dell'ambiente del 2 aprile 2002, n. 60. Il rispetto delle soglie di qualità dell'aria-ambiente può esser ottenuto, utilizzando l'uso di combustibile a ridotto tenore di zolfo (tra l'altro, non viene specificata la percentuale di zolfo che deve essere presente in questo combustibile) e riducendo l'energia prodotta tramite la realizzazione anticipata di interventi di adeguamento delle centrali.
Non si capisce quali provvedimenti si dovrebbero adottare se, malgrado questi interventi, i limiti imposti dalla normativa del 2002 (mi riferisco al decreto del ministro dell'ambiente e della tutela del territorio n. 60 del 2002) non venissero rispettati.
Altro elemento di poca chiarezza contenuto nel suddetto provvedimento riguarda il comma 5, laddove si stabilisce che, a partire dal 1o gennaio 2003, gli impianti non potranno produrre più dell'80 per cento della potenza complessiva installata. Un primo dubbio riguarda il calcolo del limite: va posto solo per i gruppi interessati alla proroga, cioè quelli non ancora ambientalizzati, o a tutti i gruppi delle centrali (è un altro interrogativo che il provvedimento non chiarisce)? Se così fosse, si potrebbe prevedere una compensazione per i gruppi non a norma. Inoltre, lasciare la possibilità che questo limite possa subire alcune deroghe sia a salire (necessità della rete elettrica), sia a scendere (necessità di natura ambientale), senza indicare le procedure da attuare per l'applicazione di queste deroghe, lascia margini di incertezza sull'intero comma.
Analogo discorso va attribuito al comma 6: o si definiscono regole certe o l'intera norma diventa incontrollabile. Con questo decreto-legge il Governo tenta di realizzare un sostanziale compromesso fra l'esigenza di produzione di energia per il paese, mantenendo in funzione le tre centrali, e quella di stabilire un piano di gestione che rispetti gli aspetti ambientali legati al funzionamento di questi impianti.
Ritengo che la procedura stabilita in questo decreto-legge non fornisca sufficienti garanzie per la salute dei cittadini e la tutela del territorio. Il decreto-legge, infatti, attribuisce al gestore delle reti di trasmissione un ruolo improprio, basato sulla priorità della produzione di energia rispetto alle problematiche ambientali e di tutela della salute pubblica. Fra l'altro, non viene riportato l'ente preposto per il controllo continuo del rispetto delle normative vigenti in materia di emissioni. Credo che il controllo, specialmente in questa fase, sia fondamentale per dare sicurezza e tranquillità ai cittadini e al territorio dove sono ubicate tali centrali.
Ciò che più mi sembra negativo tuttavia è il fatto che noi stiamo convertendo in legge un decreto-legge di proroga di tre importanti centrali termoelettriche, senza conoscere la programmazione futura rispetto al funzionamento di tali centrali e nonostante gli enti locali interessati - i comuni, le regioni e le province -, abbiano da sempre sollecitato le autorità competenti - il Governo, in modo particolare, ma anche talune regioni -, ad affrontare questo tema delicato.
Quali sono le ragioni per le quali non si è affrontata con i tempi dovuti l'ambientalizzazione di queste centrali? Si tratta di un interrogativo che sarebbe opportuno chiarire da parte del Governo. Sicuramente, questo Governo ha grandi responsabilità perché non è stato in grado di trovare soluzioni praticabili, obbligando al contempo i proprietari degli impianti ad ambientalizzare le centrali nei tempi dovuti.
A questo proposito, sarebbe sufficiente ricordare che grandi responsabilità in questa direzione, almeno per quanto riguarda la centrale di Porto Tolle, ha anche la regione Veneto, come ricordava il collega Frigato. Infatti, nonostante fosse stato aperto un tavolo di discussione su questo importantissimo tema, la regione ha sempre lasciato la «sedia vuota».
Va ricordato che la conversione in legge di questo decreto-legge avviene nel contesto più generale di una ristrutturazione e di un riordino del sistema energetico nazionale, un sistema nel quale il costo medio dell'energia elettrica in Italia è il più caro d'Europa, ovvero circa il 30 per cento in più. Le cause sono essenzialmente da ricercarsi nella struttura del parco energetico nazionale, con molti impianti obsoleti e penalizzati da bassi rendimenti e dal tipo di combustibile adoperato in Italia.
Riguardo all'ubicazione di molti impianti termoelettrici, è necessaria una riflessione ulteriore, in modo particolare per quelli presenti in aree particolarmente delicate e fragili dal punto di vista ambientale. Faccio riferimento esplicito alla centrale di Porto Tolle che si trova nel mezzo del delta del fiume Po, un'area di notevole pregio ambientale che va costantemente tutelata e salvaguardata. Non a caso, il parco regionale, sia per quanto riguarda la parte veneta sia per quanto concerne quella emiliana, è riconosciuta da una apposita legge regionale quale parco naturale.
La costruzione della centrale di Porto Tolle è avvenuta in un contesto storico e sociale nel quale era prioritario creare lavoro ed occupazione; infatti, aree come la laguna di Venezia, il mare adriatico ed il bacino del fiume Po, sono stati soggetti ad un forte degrado ambientale da un modello di sviluppo dell'economia non rispettoso degli equilibri ambientali e del territorio. Allora, trenta o quarant'anni fa, era prioritario il lavoro.
La centrale di Porto Tolle è uno dei maggiori impianti esistenti in Italia - quattro sezioni da 660 megawatt, ciascuna per complessivi 2600 megawatt - e concorre per circa l'8 per cento alla produzione nazionale di energia.
L'impianto è stato alimentato ed è alimentato ad olio combustibile denso ed è in esercizio dai primi anni '80. Nonostante il territorio sia assoggettato a particolari norme di tutela e salvaguardia ambientali, l'impianto utilizza combustibile di minor pregio e di conseguenza maggiormente inquinante.
È altrettanto indubbio che un impianto di queste dimensioni oggi si riveli incompatibile anch'esso con il parco naturale del delta del Po.
Sicuramente, quando il Polesine accettò la costruzione della centrale, era in condizioni di estremo bisogno - lo dicevo anche prima - dal punto di vista economico ed occupazionale. La scelta fu prima di tutto dettata dalla necessità di dare lavoro (attualmente, in quella centrale, vi lavorano circa 400 unità più l'indotto). Oggi le condizioni socio-economiche del Polesine, per fortuna, sono migliorate. Di conseguenza, di fronte ad identiche situazioni l'approccio e le decisioni devono essere diversi.
Sarebbe molto più facile ragionare sulla qualità dell'ambiente se la centrale di Porto Tolle non ci fosse. Allo stato attuale, l'ENEL ha presentato un progetto di adeguamento ambientale per la centrale, che è all'esame del Ministero dell'ambiente per la valutazione di impatto ambientale. Sarebbe interessante che il Governo ci dicesse a che punto è l'iter della pratica, quali sono gli eventuali chiarimenti e quando verrà approvata, se verrà approvata. Sarebbe interessante perché potremmo ragionare in termini diversi anche rispetto a questo decreto-legge.
È bene però ricordare che le notevoli contraddizioni tra sviluppo e salvaguardia dell'ambiente nel delta del Po non si limitano alla centrale di Porto Tolle - come ricordava il mio collega Frigato - ma riguardano anche altri importanti impianti o altre importanti condizioni, particolarmente negative per il territorio, che insistono in quell'area (basti ricordare l'estrazione di gas metano nell'alto Adriatico).
Vorrei ricordare che attualmente i vertici dell'ENI sono sotto inchiesta della procura proprio perché l'estrazione del gas nell'alto Adriatico ha creato fenomeni di subsidenza e vi è pericolo che ne crei ulteriormente.
C'è una seconda centrale, presente nel parco del delta del Po, di proprietà dell'Edison, anche se di dimensioni molto ridotte (200 megawatt). Inoltre, come ricordava il collega Sandri, è stata autorizzata la costruzione di un grosso terminale di rigassificazione (praticamente un'isola di 300 metri per 60 per 60, piena di gas liquido a meno 162 gradi). Inoltre, sappiamo che esiste una richiesta di costruzioni di nuove centrali sempre a Loreo, un comune del delta (una centrale di 800 megawatt che dovrebbe essere alimentata a gas metano). Non dobbiamo dimenticare inoltre l'area periferica del delta, dove insistono gli insediamenti di Fusina, Ostiglia, Sermide, centrali come Porto Corsini e future centrali in programmazione.
Oggi è fondamentale trovare la sintesi che ci permetta di abbattere in tempi rapidi l'attuale impatto ambientale ricorrendo a tutte le fonti energetiche in grado di raggiungere obiettivi migliori, con un sguardo sempre rivolto al problema occupazionale. Consapevoli che oggi la centrale di Polesine Camerini è strategica e indispensabile per il paese, riteniamo comunque che lo sviluppo dell'area del delta del Po debba essere sempre più legato alla peculiarità e alla riscoperta vocazione del suo territorio. Pertanto, si deve superare, nei tempi dovuti, la dipendenza energetica dell'Italia dalla produzione di energia dell'impianto di Porto Tolle.
Il Polesine, in termini energetici, ha già dato tantissimo al paese e, quindi, credo che oggi il paese debba trovare una soluzione in grado di liberare questo territorio - come dicevo, nei tempi dovuti - da questo tipo di impianti. In un simile contesto sarebbe possibile, senza strumentalizzazioni e con un palese beneficio per il delta, programmare nel tempo la chiusura della centrale, scongiurando sia drastici effetti sull'occupazione locale, sia una crisi dell'equilibrio energetico del paese.
Esiste l'esigenza di garantire energia al paese non sottovalutando il valore strategico che hanno queste centrali - ad esempio, se questa centrale dovesse essere chiusa, una parte del Veneto, dell'Emilia-Romagna e delle Marche rimarrebbe al buio - ma esiste altresì la necessità di garantire sempre più la tutela del territorio e la salute dei cittadini.
Per questa ragione ritengo che il compito del Governo dovrebbe essere quello di ricercare un giusto equilibrio attraverso la programmazione degli interventi, che non può essere demandata ai decreti-legge o a deroghe che hanno lo scopo di tamponare la situazione una tantum.
La conversione di questo decreto-legge, quindi - mi avvio alla conclusione -, non risponde alle esigenze sottolineate in precedenza ma rinvia ancora una volta ad un importante problema riguardante la salute dei cittadini, l'economia e lo sviluppo del paese. Quindi - lo ripeto - è indispensabile che il Governo cominci a ragionare in termini di programmazione anche rispetto alle richieste di nuove costruzioni di centrali, dichiarando fin da subito che le nuove centrali non possono essere costruite in quelle aree che, dal punto di vista ambientale, hanno un particolare pregio.
Poiché la costruzione delle centrali sta procedendo senza la logica della programmazione, purtroppo vi è il pericolo che, fra qualche anno, nel territorio del delta del Po ed in altre aree particolarmente fragili e delicate possano essere installati ulteriori impianti.
Per tutti questi motivi, per le considerazioni che ho svolto precedentemente (effettueremo una valutazione successivamente; vedremo se gli emendamenti presentati verranno o meno approvati dal Governo e dalla maggioranza), allo stato delle cose, oggi, noi non possiamo esprimere un giudizio favorevole (quando dico «noi» mi riferisco al gruppo dei Socialisti democratici) su questo decreto-legge. Poniamo - lo ripeto - le nostre valutazioni all'attenzione del Governo e nella fase di esame delle proposte emendative potremmo anche verificare la nostra posizione
nuovamente rispetto all'attenzione che il Governo porrà sulle nostre proposte emendative.
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
![]() |
![]() |
![]() |