Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 256 del 30/1/2003
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(Coinvolgimento della comunità scientifica nella predisposizione del progetto di riforma degli enti di ricerca - n. 2-00609)

PRESIDENTE. L'onorevole Colasio ha facoltà di illustrare l'interpellanza Castagnetti n. 2-00609 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 2), di cui è cofirmatario.

ANDREA COLASIO. Signor Presidente, signor sottosegretario, come gruppo della Margherita abbiamo ritenuto assolutamente doveroso ed improcrastinabile portare l'attenzione del Parlamento sulla questione relativa al ventilato progetto di riforma del nostro sistema di ricerca pubblica. Si tratta di una questione alla quale attribuiamo un rilievo del tutto strategico per la futura configurazione della capacità competitiva e del ruolo del nostro paese nello scenario europeo ed internazionale. Da questa chiara e precisa consapevolezza discende il forte rilievo che, come gruppo della Margherita, abbiamo voluto dare alla questione, ricorrendo ad uno strumento adeguato e specifico di forte peso parlamentare, vale a dire all'interpellanza urgente.
Venendo ai fatti, il 24 gennaio - e dispiace prenderne atto -, smentendo le reiterate assicurazioni fornite in sede di Commissione cultura rispetto ad una precisa volontà da parte del Governo di non procedere ad un riordino del sistema di ricerca pubblica che scavalcasse il Parlamento, predefinendo e prefigurando situazioni di profondo riassetto organizzativo, al di fuori di un serio, doveroso e rigoroso confronto tra maggioranza ed opposizione, si è proceduto, in sede di Consiglio dei ministri, a presentare tre schemi di decreto. È tanto più grave quanto è allora avvenuto se si considera che, come è a lei ben noto, in sede di VII Commissione (Cultura) si era proceduto, del resto di concerto tra i vari gruppi, all'attivazione di una Commissione di indagine, finalizzata a verificare lo stato del nostro sistema di ricerca nonché gli effetti prodotti dalla riforma degli strumenti di programmazione e dal riordino degli enti e degli istituti di ricerca, a partire dal CNR, con il decreto legislativo 30 gennaio 1999, n. 19.
Così facendo, signor sottosegretario, si è determinata una situazione, a nostro avviso, assai grave, che non configura certamente una modalità corretta nei rapporti intercorrenti tra Parlamento e Governo e che non prelude ad una volontà o ad una capacità del Governo di raccordarsi al Parlamento nel preciso rispetto delle prerogative e delle specifiche competenze: scarso rispetto istituzionale, devalorizzazione e strisciante delegittimazione del presidente della Commissione, per non dire dell'incapacità di relazionarsi almeno con la propria maggioranza, sempre più relegata nel ruolo marginale di soggetto esecutore, eterodiretto e subalterno rispetto alle decisioni governative.
Signor sottosegretario, che senso ha, allora, evocare - come noi spesso facciamo e voi spesso fate - il carattere bipartisan della ricerca scientifica e la sua neutralizzazione rispetto alla turbolenza della contingenza politica? Noi ci crediamo veramente. Ma noi operiamo di conseguenza.
La politica della ricerca e la funzionalità dei nostri enti e istituti scientifici si situa in quell'ambito delle politiche pubbliche e della produzione di un bene pubblico che ha effetti di lungo periodo e che coinvolge l'intera comunità e, quindi, le future generazioni. Quindi, la condivisione, la più ampia partecipazione e il confronto sui mezzi, sugli strumenti e sugli obiettivi dovrebbero essere la cifra, il codice comunicativo che permeano un dibattito di tale portata. Ma, quanto per noi è un assunto implicito - e ne siamo convinti - non ci sembra sia per voi l'orizzonte culturale che ispira il vostro percorso e i vostri obiettivi. E, ahimè, lo state dimostrando nei fatti con il vostro operato. Vulnus istituzionale che, fatto


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non meno grave, si riproduce e si ripropone nei confronti della comunità scientifica italiana.
Con la presentazione di questi schemi di decreto, in un sol colpo, il Governo manifesta, infatti, a nostro avviso, la sua incapacità di rapportarsi al Parlamento ma anche alla comunità scientifica, i cui rappresentanti - come a lei ben noto - non sono mai stati sentiti compiutamente dal Governo su un disegno di riforma che ha implicazioni di sistema molto profonde.
Al di là della forma, signor viceministro, il vero nodo critico è rappresentato dalle innovazioni organizzative e da un processo strisciante di «feudalizzazione» della politica. Il fatto che nella bozza di decreto, che circola clandestinamente e che concerne il Consiglio nazionale delle ricerche, si dica che il consiglio di amministrazione, composto da sei componenti e dal presidente, sia di nomina prevalentemente politica è un dato che confligge drasticamente con il principio, fondamentale per noi, dell'autonomia della ricerca e della comunità scientifica. Nell'ultimo schema di bozza si prevede che il ministro nomini tre componenti, mentre uno è nominato dall'unione delle camere di commercio, uno dalla Conferenza dei presidenti delle regioni ed uno, infine, è espresso dalla conferenza dei rettori. Spariscono i componenti designati su base elettiva dai ricercatori dell'ente, per i quali, invece, quanto meno in una bozza precedente, si prevedeva una quota minima di rappresentanza.
Ad accentuare questo vero e proprio processo di gerarchizzazione politica vi è poi l'introduzione dei dipartimenti previsti in numero non superiore a 15. Sia chiaro che l'inserimento di un livello intermedio, il dipartimento, tra le strutture centrali e i 108 istituti periferici potrebbe essere utile, ma si trattava allora di capire come vengano disegnati e che funzioni avranno, anche in virtù, come a lei ben noto, delle competenze strategiche nell'assegnazione degli indirizzi di ricerca e nell'allocazione delle risorse ad esse attribuiti.
Il problema è che la nomina dei direttori di dipartimento è di competenza del presidente e, quindi politica, il quale può scegliere tra professori universitari o dirigenti pubblici e privati.
Infine, è sbagliato il criterio con cui si aggregano le macroaree dipartimentali individuate nel numero di sette, a nostro avviso, caratterizzate da una forte vocazione applicativa, a tutto discapito della ricerca di base, della multidisciplinarietà e della interdisciplinarietà. È emblematica la soppressione dell'Istituto nazionale di fisica della materia, una struttura agile e dinamica per la quale si prevede l'incorporazione in uno di questi dipartimenti. E così, mentre in Europa la filosofia espressa dal sesto programma-quadro evoca un sistema della ricerca basato su un modello a rete, flessibile e aperto all'innovazione, da noi si ipotizza una ricerca governata da una filosofia organizzativa vetero-fordista, superata anche nel mondo dell'impresa, e incentrata sulla preminenza politica rispetto al sapere scientifico.
Avviandomi alle conclusioni, noi del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo abbiamo profuso, anche in sede di discussione dell'ultima legge finanziaria, tutto il nostro impegno per garantire stabilità e certezza di finanziamenti agli enti e istituti di ricerca, cercando, nel quadro di un corretto approccio istituzionale, il dialogo con la maggioranza, secondo uno stile a cui noi non intendiamo venir meno, avendo a cuore la ricerca, la sua autonomia, il suo ruolo per la crescita complessiva del paese.
In questi giorni la comunità scientifica - a cui noi ci sentiamo vicini - sta vivendo un momento particolarmente difficile e la sua mobilitazione - è di questi giorni l'assemblea del Consiglio nazionale delle ricerche e l'annuncio di altre iniziative a forte contenuto simbolico - non è certo motivata o ispirata da una logica neocorporativa o dalla difesa di interessi burocratici o settoriali, ma dalla precisa consapevolezza che l'autonomia della ricerca della comunità scientifica sono un bene non negoziabile, una risorsa per la comunità e per l'accresciuta competitività del nostro sistema economico.


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Come scrivono gli scienziati nei loro documenti, la ricerca nel nostro paese ha bisogno di risorse, ma anche di donne e uomini che nella ricerca intendono impegnarsi e che chiedono solo la possibilità di lavorare senza che la loro dignità venga schiacciata. È su questi nodi che noi del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo chiediamo a lei, signor viceministro, ed al Governo come intendete procedere e quali provvedimenti intendete assumere per riportare nel suo corretto alveo una situazione che ci preoccupa e che a ragione inquieta la comunità scientifica (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Il viceministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, onorevole Possa, ha facoltà di rispondere.

GUIDO POSSA, Viceministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. Signor Presidente, la sua distinzione tra replica e risposta mi pare azzeccata perché, in effetti, ho preso in esame il testo di un'interpellanza urgente in base al quale mi vengono richieste determinate cose, mentre invece l'illustrazione svolta dall'onorevole Colasio prospetta tutta un'altra serie di problematiche - in particolare una discussione specifica su come sia articolato il disegno di riforma del CNR - che rimandiamo ad un'altra data.
Le richieste dell'interpellanza urgente sono rivolte a conoscere le modalità attraverso le quali il Governo intende confrontarsi con la comunità scientifica e quali investimenti lo stesso preveda per l'attuazione della riforma, tenuto presente quanto è stato deciso nella legge finanziaria; io mi atterrò a queste due richieste che sono poi quelle contenute nel testo scritto dell'interpellanza urgente in oggetto.
Innanzitutto, debbo confermare la volontà del Governo di intraprendere con la comunità scientifica un ampio confronto. A proposito di ciò vorrei fare una precisazione: il confronto, naturalmente informale, vi è stato con esponenti di vario tipo della comunità, a partire dallo scorso aprile, periodo in cui è stato approvato un documento del Governo che si intitola «Linee guida della politica scientifica e tecnologica del Governo». Questo documento prevede esplicitamente, tra l'altro, la ristrutturazione del CNR. In relazione a questa approvazione ci siamo subito mobilitati per promuovere dei contatti informali.
Tengo poi a sottolineare che, per serietà nei confronti della comunità scientifica, il contatto formale non potrà che avvenire quando sarà definito il progetto. Questa definizione del progetto, data anche la complessità della materia, i tanti interventi e le tante sollecitazioni ricevute, ha richiesto di un cospicuo periodo di tempo. Abbiamo realizzato ventitré o ventiquattro redazioni successive di questo schema di riordino; ricordo anche che la numero quattro è fuoriuscita per qualche motivo dagli uffici del ministero ed è comparsa sul quotidiano la Repubblica e ciò ha determinato una certa turbativa nell'ambito della comunità scientifica.
Comunque, vi è stato un processo di focalizzazione delle riforme riguardanti i vari enti (CNR, Inaf e ASI) che il Governo intende porre in atto e che terminerà quando il Consiglio dei ministri avrà approvato gli schemi dei decreti legislativi che intendono attuare queste stesse riforme. Solo a quel punto potrà iniziare davvero una consultazione formale con la comunità scientifica avente come riferimento oggettivo un progetto definito in tutte le sue parti e fatto proprio dal Governo.
Abbiamo la piena volontà di esercitare il massimo ed aperto confronto con la comunità scientifica a partire dal momento in cui questi schemi di decreti legislativi saranno stati approvati dal Consiglio dei ministri e confidiamo che ciò possa avvenire anche nei prossimi giorni.
Saranno disponibili per questo confronto i tempi previsti per l'espressione del parere da parte del Parlamento sugli schemi di decreti legislativi.
Comunque, siamo aperti a riconsiderare nella formulazione dei decreti legislativi le modifiche che la comunità scientifica


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avrà suggerito, e che noi condivideremo, a quegli stessi schemi di decreti legislativi.
Vi è da parte nostra - lo ripeto un'ultima volta - il pieno desiderio di ottenere il supporto, il parere della comunità scientifica (il ministro ha richiesto questo parere in una riunione avvenuta il 23 gennaio); avremo modo, pertanto, di confrontarci a più riprese con i responsabili degli enti coinvolti.
Per quanto riguarda il Parlamento, l'attuazione di questa riforma presenta un certo carattere d'urgenza perché deve essere comunque attuata entro il 30 giugno prossimo: la delega, infatti, per l'attuazione della riforma di riordino degli enti di ricerca è stata «riaperta», dopo la legge Bassanini, dalla legge n. 137 del 2002 e, comunque, il termine di scadenza è il prossimo 30 giugno. Siamo già a fine gennaio e, pertanto, non abbiamo molto tempo a disposizione.
Vorrei segnalare che una simile urgenza viene imposta (il termine è sempre quello del 30 giugno) anche dall'ultima legge finanziaria, ai sensi dell'articolo 34, comma 23. Per tale motivo, ci confronteremo con la comunità scientifica, nonché con le Commissioni competenti di Camera e Senato in questi due prossimi mesi, disponibili pienamente a recepire le modifiche suggerite e che riterremo opportune.
L'ultimo aspetto riguarda la disponibilità di risorse finanziarie per l'attuazione di questa riforma. Il Governo riafferma quanto contenuto nel documento del 19 aprile, di cui ho già parlato («Linee guida per la politica della ricerca scientifica e tecnologica»), nel quale il Governo si è impegnato a raggiungere per la fine della legislatura una spesa pubblica in ricerca pari all'1 per cento del prodotto interno lordo. Detto ciò, segnalo che, a conclusione del dibattito sul disegno di legge finanziaria per il 2003 e successivamente alla sua approvazione, verifichiamo per l'anno 2003 un significativo aumento delle risorse a disposizione della ricerca pubblica.
È vero che il fondo di finanziamento ordinario per gli enti e le istituzioni di ricerca diminuisce per l'anno 2003 di 25 milioni di euro e cioè dell'1,6 per cento - è vero - ma, nello stesso tempo, aumenta, ad esempio, la dotazione del fondo per il finanziamento delle ricerche di base (FIRB) che viene incrementato di 100 milioni di euro (per la prima volta ha una dotazione significativa non più concepita come una tantum) e sempre per il 2003 viene aumentato anche il fondo per le agevolazioni alla ricerca (FAR). Il complesso dei fondi FAR, FIRB e PRIN (progetti di rilevante interesse nazionale, vale a dire il fondo per la ricerca nell'università), viene aumentato di 212 milioni di euro nel 2003 rispetto al 2002.
Con la legge finanziaria del 2003, ai sensi dell'articolo 56, è stato istituito presso la Presidenza del Consiglio un nuovo fondo per grandi progetti di ricerca, gestito dal Ministero dell'economia e la cui attività viene precisata secondo le indicazioni del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca. Questo nuovo fondo ha una dotazione per l'anno 2003 di 225 milioni di euro e, a decorrere dall'anno 2004, di 100 milioni di euro.
Complessivamente noi abbiamo per l'anno 2003 un insieme di maggiori fondi per gli investimenti in ricerca e per l'edilizia universitaria che cresce dell'8 per cento, con una somma di 430 milioni di euro; è una cifra assolutamente rilevante.
Si tratta di un primo passo verso il conseguimento di questo incremento che ci porterà, alla fine della legislatura, all'1 per cento del prodotto interno lordo.

PRESIDENTE. L'onorevole Bimbi, cofirmataria dell'interpellanza, ha facoltà di replicare.

FRANCA BIMBI. Signor Presidente, signor viceministro, signor rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, non possiamo che dichiararci profondamente insoddisfatti, e questo mi dispiace per la stima che ad entrambi porto. In particolare, do atto al viceministro Possa di un grande lavoro per strappare risorse ai fini della ricerca e ad entrambi di un'attenzione verso questi temi, dimostrata anche in Commissione.


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Vorrei tuttavia focalizzare le ragioni di questa insoddisfazione che riguardano, come ha ricordato il collega Colasio e come si ribadisce nella nostra interpellanza, il rapporto tra Parlamento e Governo, ma anche quello tra il Governo e gli enti di ricerca nella definizione della riforma degli enti di ricerca. Ovviamente, noi ci riferiamo alle linee guida, non alla delega prevista nella legge finanziaria all'articolo 34, da noi ferocemente avversata per gli effetti determinati da questa urgenza improvvisata, e neppure al fatto che vi sia stato un breve incontro del ministro al CUN con la CRUI e con il presidente del CNR, dove non è stato prodotto alcun documento ufficiale. Il viceministro dice che vi sono state 23 bozze, ma il Parlamento non ne ha ricevuta nemmeno una.
Siamo, quindi, assolutamente insoddisfatti del metodo seguito ed anche del cosiddetto incremento delle risorse che non è stato reale, e vedremo se verrà realizzato in parte, in quanto per ora al CNR i tagli raggiungono il 50 per cento ed hanno costretto il direttore di istituto ad informare il ministro della disattivazione di linee importanti di ricerca in reti internazionali.
Il 24 gennaio scorso il mondo della ricerca ha osservato un minuto di silenzio e ciò è avvenuto proprio nel momento in cui, come riporta anche il sito di Palazzo Chigi, che noi deputati dobbiamo leggere insieme ai giornali per essere informati sempre, dopo l'evento, delle intenzioni del Governo, era in corso una prima presentazione in Consiglio dei ministri dell'ipotesi dei decreti sul CNR, sull'Inaf e sull'ASI.
Un minuto di silenzio nell'aula dei convegni del CNR in un'assemblea di più di mille ricercatori fa un rumore assordante perché ha segnalato la protesta contro il Governo per la riduzione al silenzio di una comunità scientifica, sulla testa della quale il ministro decide, senza chiedere pareri, una pretesa riforma, la quale, per quel che viene annunciato, al di là delle soluzioni tecniche specifiche non ancora note al Parlamento, costruisce la governance della scienza attorno ad una sua più accentuata burocratizzazione e verticalizzazione in capo all'esecutivo, con la presenza in maniera affatto anomala, se non inopportuna, delle regioni e dei rappresentanti di impresa negli organi di Governo del CNR.
Per questo, circa tre generazioni di ricercatori hanno segnalato, con questo mezzo, in primo luogo il rischio della cancellazione di un modello culturale virtuoso, che cominciava ad essere posto in atto, sostenuto dalle riforme dell'Ulivo che noi difendiamo solo come punto di partenza per promuovere anche in Italia le migliori e buone pratiche collaudate nelle istituzioni scientifiche europee ed internazionali.
Non dimentichiamo che già da diversi anni, anche prima delle riforme uliviste cui ci riferiamo, una buona parte dei singoli istituti, dei singoli ricercatori o dei singoli gruppi di ricerca, ha iniziato a mettere in atto queste buone pratiche, con pochissimi mezzi, con moltissimi lacciuoli burocratici, con eccezionale creatività.
In questo modo, la comunità scientifica ha rafforzato i suoi legami internazionali, riferendosi ad un modello di competizione comunicativa aperta, orientato allo sviluppo della ricerca innovativa di base, alla implementazione più efficace della ricerca applicata, anche orientata al mercato, certo non indifferente alla partecipazione agli utili derivanti dai brevetti, ma soprattutto capace di posporre le ricompense materiali al perseguimento della scoperta scientifica in sé e alle migliori pratiche applicative. Una comunità paga molto spesso - e si vedono le retribuzioni dei ricercatori - dei riconoscimenti materiali derivanti dalla stima dei colleghi e della presenza autorevole nel dibattito sulle pubblicazioni internazionali può prestigiose.
L'incentivazione di una ricerca prevalentemente mercantile del principe è in discussione dappertutto. Lo sanno coloro che seguono i dibattiti - su Nature, su The Lancet, sul British Medical Journal - relativi ai rischi di «malpratiche» derivanti da un'intrusione scorretta del mercato delle logiche del profitto nelle logiche


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tipiche della riforma scientifica, ma lo ignora gran parte del ceto del Governo e, purtroppo, anche una parte dell'opinione pubblica italiana.
Per queste ragioni rischiamo di diventare una provincia dell'impero. Purtroppo, per quel che riguarda la ricerca, vi è il rischio che diventiamo la provincia del re Travicello, che non ha una reale autorità tra i suoi pari - nel mondo scientifico, intendo - mentre appare autorevole solo alle rane ormai uscite dallo stagno.
Poiché da mesi la ricerca è subissata dagli annunci di una rivoluzione copernicana, mentre i ragionamenti pacati degli addetti ai lavori appaiono credibili solo se si trasformano in urla, allora dai ricercatori italiani - e non solo del CNR - è stata adottata la pratica «rumorosa» del silenzio.
Che altro c'è da dire? Copernico non ci pare all'orizzonte della ricerca, neppure per l'università, per l'alta formazione artistica e coreutica, né per la scuola. Anzi, in questi ambiti si rischia che l'autonomia costituzionale diventi libertà vigilata. È per questa ragione che l'osservatorio della ricerca ha scritto una lettera aperta al Presidente della Repubblica, ai Presidenti del Senato e della Camera e delle Commissioni parlamentari cultura, in cui solleva le sue preoccupazioni. Tra l'altro l'osservatorio appare ancora più preoccupato per la mancanza di un dibattito parlamentare su un problema di rilevante importanza strategica per il paese, un paese che, pure attraversando anni difficili, in tutto l'arco del secolo, si è dato obiettivi e istituzioni pubbliche internazionalmente note per opera o volontà di alcuni illustri padri, come Vito Volterra, Enrico Fermi, Giulio Natta, Edoardo Amaldi, Daniel Bovet e tanti altri ormai celebrati nella storia internazionale della scienza.
Quindi l'osservatorio è riconvocato per domani e, come ha già avuto modo di far presente stamane l'onorevole Tocci - pertanto, in questo senso, l'Ulivo è assolutamente unito - l'approvazione prevista dei decreti avverrebbe domani in Consiglio dei ministri, senza un confronto con la comunità scientifica ovvero in modo estremamente carente nel metodo, al di là del merito, ma anche senza alcun confronto con il Parlamento, mentre in Parlamento, come ricordava l'onorevole Colasio, sono in corso i lavori di due Commissioni di indagine (alla Camera e al Senato), essendosi responsabilmente posti nell'ottica di conoscere, capire e valutare, ascoltando le voci degli addetti ai lavori, prima di decidere.
Il Parlamento non ha la presunzione di pensare che, poiché è eletto dal popolo, ha una potestà sovraordinata a qualsiasi altra istituzione, in particolare quelle su cui si basa l'idea stessa di libertà nel senso moderno del termine. Noi siamo preoccupati per il rischio tutto italiano di una scienza amministrata, senza discutere sugli aspetti di dettaglio del modello organizzativo che il Governo propone, sottolineando che il rischio della trasformazione del CNR in un ente strumentale ci appare gravissimo, perché è in contrasto con i principi costituzionali della libertà scientifica.
Noi speriamo quindi che al più presto il Governo venga in Parlamento e siamo assolutamente disponibili anche ad andare oltre la riforma dell'Ulivo, sviluppando ancor più l'autonomia organizzativa e gestionale degli enti, senza però sfiduciare la selezione professionale tramite concorsi pubblici che costituiscono, sul piano filosofico, morale ed organizzativo, un aspetto della democrazia, particolarmente in quei corpi professionali, tra cui quello degli scienziati, che sono giustamente gelosi delle loro prerogative, che riguardano la libertà di pensiero oltre quelle dell'agire e del produrre (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo).

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